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3 maggio 2011

L'allarme di Robert Reich

Robert Reich suona ancora l’allarme crisi. Non è escluso che abbia ragione, ma lo è anche nel breve periodo ? Sembrerebbe di no.

Qual è la ricetta Obama ? Salvare le banche, dismettere i servizi pubblici e aprire così mercato alle imprese private. La falsa sinistra mette i consumatori nella mano invisibile del mercato e sappiamo la mano dove scenderà.  La crisi così nel breve periodo è scongiurata. Ma per quanto ?

 

 

Vediamo la cosa più nel dettaglio. Dal 2006 al 2009:

·         Il Pil procapite è aumentato da 41640 dollari a 46350, anche se si tratta di una sorta di media del pollo. Da una inflazione al 3,2% si è passati alla deflazione (-0,2%)

·         Gli investimenti sono aumentati dal 16,6% del Pil al 18% del Pil. Sono aumentate le esportazioni (dal 10,5%  del Pil al 12% del Pil), mentre le importazioni sono aumentate di meno (dal 16,2% del Pil al 17% del Pil), quindi il debito commerciale con l’estero è diminuito in percentuale dal 5,7% del Pil al 5%). Investimenti e esportazioni sono aumentate, ma non a spese dei consumi delle famiglie (che sono aumentate dal 70,2% del Pil al 71%), bensì a spese dei consumi collettivi (dal 19,1% del Pil al 16% del Pil). Ancora negli ultimi mesi le spese per consumi sono in aumento (l’ultimo dato di Febbraio dà un +0,7% rispetto all’anno precedente, anche se l’incremento del reddito è +0,3%). Dunque le cose non sono così semplici, come le presenta Reich. Altro è se la crisi riparte dalla banche : in questo caso la spiegazione è la stessa e cioè il sottoconsumo, ma la dinamica è più articolata, tenendo presente che il sottoconsumo in quanto fattore di crisi non si misura rispetto al consumo precedente, ma rispetto alla produzione . Ma di questi dati in Reich non v’è traccia, in quanto egli parla solo dell’indice di fiducia dei consumatori.

·         Il saldo di bilancio è migliorato da un -14,1% ad un +4,8%. Gli Stati Uniti con Obama stanno tentando di ridurre il proprio deficit commerciale, a spese della Cina. Questa strategia è compatibile con l’interpretazione della crisi da parte dell’ortodossia dominante. Tuttavia il fatto che Obama non ha scoraggiato i consumi privati è indice di un certo rispetto per la tesi che vede nella caduta della domanda aggregata la causa principale della crisi. Ovviamente però la riduzione dei consumi collettivi pure avrà un effetto negativo sulla strategia di Obama che probabilmente spera di dirottare la produzione in eccesso verso le esportazioni. Al tempo stesso egli sta procedendo nella privatizzazione di una serie di servizi sociali, per cui è anche probabile che l’aumento di consumi privati possa risultare di qui a poi una compensazione (regressiva dal punto di vista sociale) di una diminuzione dei consumi collettivi. La spesa sanitaria è aumentata dal 15,4% del 2006 al 15,7% del 2009, ma è probabile che si tratta appunto di un aumento della spesa privata per la salute, vista la diminuzione dei consumi collettivi. La spesa per l’istruzione è diminuita dal 5,9% al 5,7%. Il numero dei medici ogni 1000 abitanti è diminuito da 2,9 del 2008 a 2,7 del 2009, mentre i posti letto per 1000 abitanti si sono ridotti da 3,3 a 3,1. Fatto abbastanza preoccupante è che, mentre la rete idrica nel 2006 raggiungeva il 100% della popolazione, ora raggiunge solo il 99%. Questo vuol dire che qualche milione di persone ha difficoltà nell’accesso alla rete idrica.

Dunque l’allarme di Reich è generico e basato su indicatori non sempre significativi. Tuttavia possiamo dire che le strategie per la risoluzione della crisi non stanno affrontando il nodo della questione, che è la distribuzione del reddito. I provvedimenti presi da Obama privilegiano gli investimenti e le esportazioni. Collegati al braccio di ferro con la Cina sulla svalutazione della moneta cinese e collegati all’intervento congiunto in Libia fanno pensare che i tentativi di risolvere la crisi porranno i presupposti per una crisi più grave che coinvolgerà anche l’assetto geopolitico mondiale.

 

 


9 marzo 2011

Primo Levi : Kant, il capitale e il lager

Con la assurda precisione a cui avremmo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l’appello.

Alla fine “Wieviel Stuck ?”domandò il maresciallo. E il caporale salutò di scatto e rispose che i pezzi erano 650, e che tutto era in ordine. Allora ci caricarono sui torpedoni e ci portarono alla stazione di Carpi. Qui ci attendeva il treno e la scorta per il viaggio.

Qui ricevemmo i primi colpi. E la cosa fu così nuova ed insensata che non provammo dolore, né nel corpo, né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo : come si può percuotere un uomo senza collera ? (Primo Levi)

 

Come si può percuotere un uomo senza collera ?

E’ molto semplice. Quegli uomini non stavano percuotendo un uomo. Potremmo dire che stavano percuotendo degli oggetti. E perciò insistere sulla reificazione delle persone, su di una sorta di materialismo che non riconosce le persone, sulla manipolabilità degli altri soggetti. Una strada già battuta. Io vorrei seguire invece un’altra strada, anch’essa già battuta, ma non sino in fondo, dalla Hannah Arendt che seguiva il processo Eichmann.

Quegli uomini non stavano percuotendo delle persone. Stavano eseguendo un ordine.

La loro non era un’azione, ma una meta-azione. Essi non seguono una regola, ma una meta-regola.

E qui bisogna risalire ad un principio fondamentale, che è stato portato a compimento da Kant, ma che è in nuce in tutta la grande filosofia occidentale : lo chiameremo il formalismo nell’etica.

Perché Socrate non accetta di scappare ? Perché deve rispettare la legge ateniese.

Perché rispettare la regola del seguire la regola è più importante di discutere quale questa regola sia. Kant con il dovere per il dovere porta a compimento questa tendenza. Il “Tu devi” è il principio (per molti versi condivisibile) per cui bisogna applicare la regola vigente (e presumibilmente condivisa), altrimenti non ci sarebbe la ragionevole speranza di applicare la regola che si ritiene giusta, una volta che questa sia elevata a regola vigente.

Pacta sunt servanda” è un’altra versione della stesso principio meta-etico e meta-giuridico.

Però questa priorità della meta-regola rispetto alle regole di contenuto ha un risvolto diabolico che ci porta a dubitare massimamente di essa. Tale risvolto è esemplificato dal brano di Primo Levi. Perciò la meta-regola può essere applicata solo quando si sono individuate le regole che attengono al contenuto. Non ci può essere un momento intermedio dove si dice “Abbiamo una morale sostanziale provvisoria che non è del tutto plausibile, ma che nel frattempo dobbiamo rispettare altrimenti finiremo nell’arbitrio, giacchè è necessario rispettare la meta-regola”. Questo momento è già l’arbitrio, nonostante il rispetto della meta-regola.

C’è poi una concretizzazione storica frequente di questo principio che avvalora il sospetto sulla sua natura fittizia e perciò ideologica. Con la morale provvisoria permanentemente adottata, le classi dominanti hanno sempre legittimato il loro imperio sulle classi dominate. La ribellione contro l’ordine costituito è stata sempre censurata, proprio perchè si realizza con la violazione delle meta-regole e perciò prepara un orizzonte di assoluta anarchia. Anche l’etica del lavoro (basata su di una variante del pacta sunt servanda) statuisce il principio che , quale che sia il lavoro, esso deve essere fatto. Fa niente che si tratta di costruire armi, fa niente che si vendano prodotti in barba alla volontà dell’acquirente, fa niente che si sfruttano i lavoratori, fa niente che si versano liquami tossici in luoghi di pubblico interesse. It’s my job.

Non c’è differenza sostanziale tra il dominio capitalistico sul lavoro, il formalismo etico e il lager. Il primo è una applicazione del secondo ed il terzo una semplice iperbole delle prime due. Ma la struttura fondamentale è isomorfa.

La reificazione dell’altro non è tanto conseguenza del razionalismo o del materialismo, ma del fatto che un ordine di un terzo (che ci domina) ci consente di non guardare al nostro prossimo. L’ordine è come un’ intercapedine tra l’uomo e l’altro uomo. Così come il capitale, dominandoci, ci rende concorrenti degli altri lavoratori e pur mettendoci insieme, ci rende più fortemente delle isole.

La logica burocratica è una variante di questo atteggiamento. La procedura è lo strumento con cui dichiariamo la nostra sottomissione all’istituzione nella quale siamo incastonati come una vite in un meccanismo. Il nostro interlocutore non è il cittadino o l’utente, ma sempre il nostro superiore gerarchico. L’ingresso di criteri aziendali nella pubblica amministrazione è solo un cambio di strumento, ma non una trasformazione dei fini dell’istituzione, la quale non si deve rivolgere al cittadini, ma deve vendere un prodotto, deve rispettare un budget, un budget del quale il nostro interlocutore umano è un appendice a volte fastidiosa, ma di cui non ci curiamo. E’ la sponda di una carambola, dove la buca è il raggiungimento del target.

E’ per questo che si può percuotere un uomo senza collera. I mafiosi dicono “Non ce l’abbiamo con te. Si tratta di affari”. Non scherzano.

 


13 dicembre 2010

Keynes da un punto di vista marxista

Le conseguenze paradigmatiche della rivoluzione marginalista

 

La rivoluzione marginalista ha consumato una cesura storica tale per cui il pensiero dell’economia classica non viene più insegnato né tematizzato nei corsi universitari di economia politica, a meno che non lo si faccia con intento polemico o filologico. Per Marx a questo si aggiunge la valenza politica del suo pensiero, per cui fare riferimento a lui diventa compromettente per il docente che lo fa, dal momento che egli è etichettato, segnato, costretto in qualche modo ad essere considerato parziale e tendenzioso.

Questa vicenda ha portato ad una differenza di lessico, di metodologie e di stili tra l’economia classica e marxiana e l’economia neoclassica da non consentire  nemmeno parzialmente una unificazione scientifica. Da un alto questa può essere una ricchezza (la pluralità di paradigmi), dall’altro un problema (la loro incommensurabilità).

Keynes però ha smosso un po’ le acque, dal momento che analizzando le situazioni di squilibrio e di crisi ha in maniera a volte dissimulata descritto i fenomeni dell’economia riprendendo alcune intuizioni. Quello che si farà allora in questa sede è di analizzare alcuni temi della storia del pensiero economico più recente anche alla luce della riflessione marxista.

 

 

 

Necessaria una riflessione più approfondita sulla natura della moneta

 

La prima considerazione da fare è che in realtà, al contrario della riflessione marxista, in quella contemporanea non vi è una adeguata riflessione sul mistero della moneta, della sua insorgenza nella storia, delle sue proprietà ontologiche, sulla sua creazione da parte delle autorità monetarie.

Ciò non vuol dire che non siano stati scritti libri sulla moneta, ma ogni testo ha colto ed enfatizzato un lato della questione, senza articolare l’analisi in tutti i suoi aspetti.

Senza una riflessione il più possibile completa su un tema come questo non è possibile dare un quadro vero del ciclo economico. Anzi, si incorre spesso in tesi apodittiche come quella di Robertson per cui le imprese possono accedere illimitatamente al credito, quando invece si tratta di un accesso più facile rispetto ad altri soggetti sociali, ma il termine “illimitato” viene usato qui in maniera solo enfatica. Ecco, qui il marxismo ci può aiutare a seguire il ruolo della moneta nella storia, la sua evoluzione al mutare del contesto, la sua strutturale ma dinamica, ambiguità.

 

 

 

Plusvalore e conseguenze inflattive dell’espansione del credito

 

La tesi di Robertson sugli effetti inflattivi del maggior credito alle imprese per investimenti si collega al problema marxiano dell’estrazione di plusvalore. Anche quando apparentemente l’imprenditore abbia dato salari alti ai propri lavoratori e non li abbia eccessivamente sfruttati, la tendenza ad accumulare capitali si esercita in modo tale da rendere questi salari più bassi attraverso l’inflazione. Un liberista direbbe che il problema sono gli alti salari che hanno costretto l’imprenditore a cercare fondi altrove, ma ciò sarebbe vero se l’investimento fosse sempre pari all’eccesso di massa salariale erogato. In realtà il problema è sempre l’anarchia tipica del capitalismo e la corsa all’accumulazione che il carattere individuale ed opaco delle decisioni di investimento comporta. Questa corsa, come Keynes argomenterà, ha effetti imprevedibili e la sua caoticità è la fonte delle crisi successive.

E tuttavia l’indipendenza dell’investimento dal risparmio è solo il velo della lotta di classe attraverso l’inflazione : il capitale non solo si svincola dalla esigenza di redistribuzione, ma la sanziona.

 

 

 

 

 

Keynes e Marx

 

Anche Keynes poi ammette che il movimento dei prezzi comunque permette di vendere tutte le merci poste sul mercato. Questo naturalmente non impedisce la crisi di sottoconsumo, in quanto in questo modo la merce non viene venduta al suo valore. Il sottoconsumo non è la tesi per cui materialmente le merci rimangono a chi le ha prodotte, ma la tesi per cui la realizzazione del valore non si verifica. Questo sembrano non capire i liberisti che criticano la teoria del sottoconsumo.

Keynes senza apparentemente studiare Marx riprende alcuni temi marxiani : Da questa esposizione di Napoleoni del pensiero di Marx c’è l’intuizione fondamentale dei concetti keynesiani di trappola della liquidità (“La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare”)  

e del ruolo delle aspettative delle imprese nella determinazione degli investimenti (“Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione)”).

Inoltre quando Keynes separa le decisioni di risparmio da quelle degli investimenti rielabora l’intuizione di Tugan Baranovskij del carattere anarchico perché atomizzato della produzione capitalistica. E quando dice che quanto più ricca è la collettività, tanto maggiore tenderà ad essere il divario tra la sua produzione effettiva e quella potenziale e tanto più palesi e stridenti saranno i difetti del sistema economico, egli determina in una sua specificazione la tesi marxiana per cui all’aumento delle forze produttive corrisponde una crisi crescente dei rapporti di produzione.

Infine l’attenzione di Keynes sull’efficienza marginale di capitale e sulla sua curva decrescente ricorda molto la questione della caduta tendenziale del saggio di profitto. Anche l’individuazione dei fattori antagonistici alla progressiva caduta dell’efficienza marginale del capitale (incremento demografico, guerre, progresso tecnologico) ricordano molto Marx. E anche il rapporto tra la curva di tale efficienza marginale e il tasso di interesse.

Keynes però ha evidenziato ad es. le differenti propensioni al consumo legate al reddito e questo è un argomento decisivo per criticare la tesi di Tugan Baranovskij per cui la crisi di sottoconsumo si risolve con un certo grado di investimento. C’è una parte di risparmio che non viene investita né consumata, ma viene tenuta in forma liquida. E questa diventando più grande può essere un fattore di crisi. Inoltre Keynes, come dice Joan Robinson, attacca proprio la relazione necessaria tra risparmi e profitti che sembra accettata anche da Marx. Ma, a mio parere, per farlo deve essere approfondita la natura della moneta nella sua forma di moneta di credito e forse qui va studiata l’interpretazione che di Marx dà Graziani.

Queste novità radicali del keynesismo hanno avuto anche come conseguenza il fatto che le critiche a Keynes e il declino della sua influenza dovuto ai processi storici in corso siano state condivise da parte del marxismo in quanto questo consente una semplificazione del quadro analitico (la fine di ipotetiche terze vie), per quanto con effetti al momento catastrofici per la classe operaia, dal momento che manca (con il crollo del socialismo reale) una credibile teoria della transizione.

 

 

 

 

Il risparmio come fattore di indebolimento della lotta di classe

 

Uno dei fenomeni che ha interessato le società opulente a partire dalla seconda guerra mondiale è stata la possibilità di risparmio da parte anche di frazioni della classe lavoratrice.

Questo è legato alle tesi di Strachey e di Lenin. Quest’ultimo ci spiega (anticipatamente) la tesi di Strachey dicendo giustamente che la possibilità degli operai di partecipare ai profitti deriva in realtà dalla condivisione opportunistica dei proventi dell’imperialismo. In realtà all’inizio i capitali esportati sono soprattutto legati allo sfruttamento, all’immagazzinamento e alla distribuzione di fonti di energia a buon mercato (grazie alla guerra), per cui alla fine il basso costo dell’energia consente di aumentare i profitti e di redistribuirli in minima parte sotto forma di aumenti salariali, mantenendo intatto il saggio di sfruttamento. Con il passare degli anni però l’esportazione di capitale comprende anche altre branche produttive e dunque determina una fuoriuscita più massiccia di forza lavoro, per cui tale compromesso finisce per mostrare la corda. Il fatto che il consumo dei lavoratori possa realizzare parte del plusvalore (la critica di Sweezy a Luxemburg) implica la tesi di Strachey per cui la lotta sindacale avrebbe eroso una parte di plusvalore che avrebbe mantenuto in equilibrio il sistema, ma l’equilibrio è garantito solo se tutto il plusvalore viene eroso e redistribuito in maniera equa, cioè senza differenze di reddito che generino differenti propensioni al consumo che a loro volta causino la trappola della liquidità.

La formazione di risparmi individuali più capillarmente diffusi è stato uno dei fattori di corruzione della classe lavoratrice e della formazione di un ceto medio che ha introiettato le aspirazioni e le correlate paure legate alla detenzione di capitale e dunque ha fatto in modo che ad es. nell’attuale crisi la priorità più che l’erogazione di servizi sociali e di sussidi fosse il salvataggio delle banche, in quanto depositarie dei sogni e dell’immaginazione del risparmiatore medio, garanti del fatto che all’interno del flusso caotico dei capitali rimanga qualcosa di identificabile come proprio, nel mentre i processi economici ti tolgono il terreno da sotto i piedi. Tutto sommato, un mercato di capitali serve a farti nutrire speranze e paure sino in punto di morte e a farti morire sognando guadagni o perdite future, magari in nome dell’affetto per i figli come Papà Goriot o Papà Grandet nell’opera di Balzac.

 

 

 

Il risparmio come consumo futuro

 

Tra i critici di Keynes c’è von Hayek per il quale il risparmio è in realtà consumo futuro. Questa osservazione è per certi versi giusta, ma nel caso di von Hayek è fuorviante in quanto dilaziona soltanto l’equilibrio, non tenendo presente il fatto che tale dilazione non finisce in un punto determinato del tempo futuro, né dunque esclude che i punti in cui si verifica risparmio senza contestuale investimento si possano addensare in determinate fasi temporali e dare luogo a crisi più forti.

In realtà l’approccio di questi liberisti è ideologico in quanto tende a trasmettere un atteggiamento identico verso tutti i momenti recessivi quali che siano, ma non si traduce in pratiche razionali e scientificamente fondate. La complessità diventa una ragione per riesumare le vecchie buone abitudini e non una ragione per passare ad un livello superiore di conoscenza e di prassi. In alcune sue versioni le vecchie buone abitudini vengono declinate con formalismi dal sapore genialoide, ma alla fine si traducono in uno slogan, un proverbio che può confermare l’uditorio o l’elettorato nella propria esistenza, lasciandolo alla fine più fesso di prima.

Inoltre dire come fa Hayek, che il sistema monetario si deve adeguare al sistema reale presuppone che si possa conoscere il sistema reale. Lo schema invece è quello dove il sistema monetario, non per esigenze di pianificazione, ma per esigenza di profitto, cerca di anticipare le svolte dell’economia reale. La produzione di moneta diventa la produzione di una merce come le altre e dunque soggetta all’imprevedibilità delle scelte di produzione.

 

 

 

 

 

 

 

Pastori e greggi

 

Per quanto riguarda il carattere atomistico delle scelte di investimento, c’è da dire che, con il passare del tempo, la molteplicità dei soggetti decisori provoca l’imprevedibilità dell’evoluzione economica per la maggior parte degli operatori, ma tale molteplicità ha solo le briciole del mercato, che è invece è dominato dalle corporations che cercano con alterne vicende di controllare il mercato. Il gregge è falsamente libero, nel senso che soggettivamente si sente libero, ma le sue decisioni non hanno impatto sul mondo esterno, per cui è costretto “per convenienza” a seguire le decisioni dei pastori. Le scelte dei pastori invece hanno ragioni e finalità necessariamente occulte. Sono arcana imperii.

Inoltre come dice Keynes, gli investimenti finanziari non rappresentano un atto di fiducia razionale nel destino di una impresa, ma una scommessa con ritorno più a breve possibile sul fatto che un titolo sia appetito da tutta la platea degli investitori. Alla fine i pastori con la loro enorme movimentazione fanno una sorta di  proposta influente e il gregge si accoda. La decisione di merito non c’è o la si fa in pochi, il gregge si succhia le informazioni che i pastori permettono di diffondere ed elaborare e si comporta di conseguenza. In questo caso si creano le condizioni per cui la nostra influenza potenziale sullo stato dell’economia è nulla, legata a coloro che ci forniscono le informazioni e la loro interpretazione. La vicenda reale di un’impresa viene anticipata e distorta molto tempo prima dalle aspettative indotte che si hanno su di essa. Per cui anche il destino di una impresa viene affidato al capriccio del mercato finanziario a cui essa risponde diventando essa stessa operatore più o meno grande di questo mercato.

Il risultato è l’interessante paradosso descritto da Keynes nella sua metafora del concorso di bellezza, ma si tratta di un paradosso che rispecchia la situazione del gregge e molto poco quella dei pastori. Il paradosso però mantiene un interesse : il conformismo va verso una sorta di iperbole che conferma come il ruolo e le interazioni tra soggetti condizionano la percezione stessa della realtà. Si potesse rovesciare in positivo, probabilmente ci troveremmo con strumenti cognitivi che consentirebbero alla classe di sbrogliare molti dei nodi in cui il movimento operaio si è trovato nel corso della sua storia. Inoltre Questo è anche un modo per cominciare a demistificare l’ideologia che cerca di strutturare l’economia come se fosse una scienza oggettiva e non una prassi intersoggettiva

 

 

 

Keynes e il ruolo degli investimenti

 

Altri limiti dell’impostazione keynesiana sono l’eccessiva enfasi sul ruolo degli investimenti, quando l’incremento degli investimenti spesso risulta in un economia di mercato, per l’irrazionalità sostanziale delle motivazioni che li pongono in essere, solo un tentativo di eludere la crisi di sottoconsumo determinata dallo sfruttamento e dalla diversa propensione al consumo delle classi dominanti rispetto al proletariato.

Keynes dice che un incremento degli investimenti diventa un potente stimolo alla domanda, ma non tiene conto che specularmente esso diventa uno stimolo ancor più forte alla produzione (aumentando la capacità produttiva che, dati gli attuali rapporti di produzione, deve essere messa in opera) e dunque, se esso volesse pur essere una soluzione della crisi, ne diventa in realtà solo una dilazione che rende alla fine la crisi più forte e più gravida di conseguenze.

La fase di eccesso di investimenti è dovuta in realtà alla tendenza a massimizzare il profitto da parte di chi inizialmente regge la competizione del mercato (e con ciò comprendiamo sia i fattori esogeni tanto amati da Denis sia quelli più endogeni di chi riesce a vincere la competizione e a mobilizzare più capitali). La crisi scatta quando tutti questi investimenti si rivelano improduttivi per la minore capacità di consumo legata all’estrazione di plusvalore ed alla conseguenze della lotta di classe scatenata dal capitale (riduzioni salariali, disoccupazione etc)

 

Keynes e la distribuzione del reddito

 

Altro limite di Keynes è il fatto che egli, nonostante molte sue dichiarazioni, cerca di slegare la spesa pubblica (attraverso il debito pubblico) dalla questione della redistribuzione del reddito.

Keynes non ha fatto della distribuzione del reddito un fattore determinante dell'occupazione nella General Theory.

Questo sembra contraddire però la sua stessa consapevolezza che se la propensione a consumare non è molto inferiore all’unità, un incremento relativamente piccolo dell’investimento porterà ad una occupazione piena. Se invece la propensione marginale a consumare non è molto superiore a zero, potrà essere necessario un forte incremento dell’investimento per produrre un’occupazione piena. Nel primo caso la disoccupazione involontaria sarebbe una malattia facilmente guaribile, benché atta a dare disturbi se lasciata svilupparsi. Nel secondo caso può essere meno variabile ma capace di sterilizzarsi ad un basso livello senza spostarsi nonostante gli stimoli. Dunque una cattiva distribuzione del reddito può produrre una disoccupazione più refrattaria, con i soggetti che percepiscono più alti redditi che sono meno propensi al consumo.

Dunque, perché gli stimoli all’economia abbiano effetto sull’occupazione, c’è bisogno di una manovra che redistribuisca il reddito in modo da aumentare la propensione al consumo. La redistribuzione del reddito, lungi dall’essere il risultato delle manovre monetarie, diventa il presupposto perché le politiche di stimolo possano ottenere gli effetti desiderati (questa potrebbe essere una lezione per tutti i liberal che si limitano a manovre monetarie e si prestano inevitabilmente alle critiche dei seguaci di Friedman).

 

 

Keynes e la direzione degli investimenti

 

Keynes ragiona però come se la natura oligopolistica del mercato non sia una eventualità più che probabile e dunque accetta la natura pluralistica delle decisioni di investimento, non solo dal punto di vista descrittivo, ma anche da quello prescrittivo, per cui egli

nega che lo Stato possa occuparsi della direzione che debbano avere gli investimenti (questa posizione è messa forse in questione solo negli ultimi anni). Questo è un limite della sua riflessione che si ripercuote su molti dei suoi epigoni. Da un lato fa pensare che la sua strategia sia tesa solo ad evitare una crisi ad una economia capitalistica, quando invece un maggior controllo ed indirizzo degli investimenti può preparare il terreno a trasformazioni più radicali e rivoluzionarie. Dall’altro lato può portare ad una spesa assolutamente cieca ed in continuo aumento, mancando il vaglio di un controllo più razionale della stessa e dunque associarsi ad un regime politico qualunque (nazista, clientelare) ed essere travolta assieme al regime nel quale sia stata applicata. Mentre il controllo cosciente degli investimenti aumenta il grado di responsabilità politica dei governi, l’interpretazione puramente quantitativa della spesa pubblica deresponsabilizza i governi e li rende schiavi della conquista del consenso puramente a fini elettoralistici.

Infine Keynes ritiene idealisticamente che l’abolizione dello standard aureo sopprimerà ogni lotta per la conquista degli sbocchi e liquiderà le cause economiche delle guerre, ma Denis ha giustamente evidenziato che la matrice delle guerre è più complessa e a conferma va detto semplicemente che nel 1931 il gold standard fu sospeso e nel 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale.

 

 


7 dicembre 2010

Il successo rimosso della teoria marxista della crisi

Dopo la pubblicazione della Lettera dei 100 economisti, nonostante alcune sbrigative e presuntuose critiche, a poco a poco l'idea di fondo della Lettera e cioè la crisi come l'effetto di bassi salari (tenacemente portata avanti da Emiliano Brancaccio), di una distribuzione del reddito iniqua, sta prendendo piede anche se l'indicazione dei rimedi a volte risente ancora del guinzaglio del Capitale.

In realtà questa tesi spesso è nascosta anche in quelle narrazioni della crisi che finiscono con le giaculatorie contro le rendite e contro l’assenza di regole del sistema del credito.

 

 

Prendiamo ad es. tre testi che rientrano in questo paradigma :

Il primo è  Marco Onado - I nodi al pettine- Laterza.

A pagina 7 di questo testo la spiegazione dei bassi salari è dipinta in poche righe :

La straordinaria crescita dell’economia americana degli ultimi venti anni è avvenuta in un contesto generale di salari sostanzialmente fermi in termini di potere d’acquisto e di forte aumento delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito e, ancora di più, della ricchezza. Come  conciliare reddito costante e consumi crescenti ? Con il debito, si capisce.

Il secondo è Fabrizio Garimberti – SOS economia – Laterza

A pagina 132 e 133 di questo testo si dice “Salari e stipendi sono rimasti fermi o sono cresciuti poco. Nell’altalena della distribuzione dei redditi, meno redditi da lavoro vogliono dire più profitti. Questi cambiamenti nella distribuzione dei redditi minacciavano conseguenze su quella che gli economisti chiamano la domanda effettiva, cioè a dire la domanda di beni e servizi che si sviluppa nell’economia. Dato che i redditi da lavoro vengono spesi quasi tutti, mentre i redditi da profitti hanno un contenuto di domanda effettiva più basso, una redistribuzione dei redditi più avversa al lavoro rischia di ridurre la domanda effettiva. Perché questo non succeda bisogna che i lavoratori non riducano la loro spesa e questa nuova esigenza crea spazi per nuovi strumenti di debito che permettano alle famiglie di continuare a spendere come prima, indebitandosi.

Il terzo è Charles R. Morris – Crack – Elliot

A pagina 190-191 di questo libro si dice “Una classica spiegazione della Depressione, anche se ora poco gettonata, punta il dito contro la tendenza che vedeva aumentare i profitti di impresa più dei nuovi investimenti, mentre diminuiva l’incidenza dei salari sui redditi nazionali. La conseguenza fu un costante aumento nelle entrate del percentile più alto della popolazione, un aumento che veniva indirizzato verso il mondo degli asset finanziari…. Sì, suona familiare. Per la cronaca, dal 1980 al 2007,l’indennizzo totale degli impiegati, inclusi i benefit, è sceso dal 60,1% del Pil al 56,3%

Il quarto è Nouriel Roubini – La crisi non è finita – Feltrinelli

A pagina 61 di questo libro si dice “La storia non ha ancora dato ragione a Marx. Ma la sua tesi più generale, cioè che la crisi è un aspetto endemico del capitalismo,costituisce una intuizione estremamente importante. Dopo Marx,  gli economisti  hanno dovuto fare i conti con la possibilità che il capitalismo contenga in sé i germi della propria distruzione. Le crisi non sono il risultato di un evento banale, come l’apertura di nuovi mercati o il mutato atteggiamento psicologico degli investitori. Il capitalismo è crisi. La sua affermazione ha prodotto un livello di instabilità e di incertezza che non ha precedenti nella storia umana”.

Il quinto è Federico Rampini Le dieci cose che non saranno più le stesse – Mondadori

A pagina 103 di questo libro si dice :  Questo ci conduce alla madre di tutti gli squilibri, la vera origine della crisi che attraversiamo. I mutui subprime, in fin dei conti, da che cosa nascono ?Sono un’invenzione di ingegneria finanziaria che ha risposto ad un bisogno reale : milioni di famiglie americane non guadagnavano abbastanza per poter accantonare dei risparmi decenti. La casa era diventata per loro un sogno irrangiungibile. Il sistema bancario ha escogitato un modo per dare la casa a tutti, con la proliferazione dei mutui facili, concessi senza fare troppe domande. Tutte le sottigliezze diaboliche della finanza creativa poggiano su questa necessità reale. Una grossa quota della popolazione americana, nonostante  decenni di crescita del Pil, si ritrovava sempre con l’acqua alla gola, faticava ad arrivare alla fine del mese. Ha preso il vizio di vivere al di sopra dei suoi mezzi, ma non solo per leggerezza ed irresponsabilità : la verità è che i suoi mezzi erano chiaramente insufficienti. Dal momento che lo Stato aveva rinunciato ad operare una distrbuzione più equilibrata della ricchezza nazionale, l’indebitamento diventava una droga utile che nascondeva il problema delle disuguaglianze sociali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


6 dicembre 2010

l'Irlanda è la dimostrazione che il liberismo fa cilecca

L’Irlanda è stata da anni pubblicizzata da economisti di destra come l’esempio che l’Italia doveva

seguire : una nazione con poche tasse sulle imprese, con basso costo e grande flessibilità del lavoro, la quale grazie a questo tipo di politica economica e dei redditi ha avuto negli ultimi 15 anni uno sviluppo degno di una Tigre asiatica.

Ora però la crisi irlandese costringe tutti i retori del mainstream a rivedere i loro giudizi, ma naturalmente le loro diagnosi sono peggiori e praticamente più pericolose dei loro sperticati elogi.

Ma andiamo per gradi :

L’Irlanda ad inizio anni Novanta sembrava essere un’economia che non decollava con un tasso di disoccupazione del 13% (il massimo è stato del 1984 con il 16,9%) Intanto però già dal 1973 essa fruiva di fondi strutturali europei che furono utilizzati per creare le infrastrutture indispensabili per lo sviluppo. Infatti nel 2008 le incertezze legate alla ratifica del Trattato di Maastricht, nel quale una nazione serva del capitale straniero fingeva autonomia politica, motivarono un rancoroso articolo di qualche opinionista su come il benessere irlandese fosse dovuto al moltiplicatore di sovvenzioni forti da parte della UE, superiori assieme a quelle dell’Est Europa (vedi il caso della Polonia) a tutte le altre fornite ad altre nazioni europee.

Inoltre, se dal 1994 al 2000 la crescita media è stata del 9,79%, comunque dal  1973 al 1979 e dal 1984 al 1990 la crescita media è stata di circa il 5%, mentre il tasso di inflazione medio dal 1986 al 1990 è stato del 3,3%. Quindi una crescita più sostenuta era in atto già dal 1973, ma con un andamento più oscillatorio e con periodi negativi (dal 1980 al 1983, dovuto alla crisi energetica),  e con una disoccupazione a due cifre per tutti gli anni Ottanta.

L’indice di sviluppo umano dal 1970 al 1990 è comunque cresciuto da 0.738 a 0.808, mentre dal 1990 al 2010 è cresciuto al 0.908. Dunque quello degli anni Novanta è stato il secondo take-off dell’Irlanda, non il primo, e comunque anch’esso con periodi negativi (l’inflazione tra 2000 e 2001 ha una impennata, tanto che già nel 2002 si parla di fine del miracolo irlandese).

Questo secondo take-off è comunque molto squilibrato: esso dipende in maggior parte dagli investimenti esteri. Le imprese estere a un certo punto costituiscono il 35% del Pil e l’80% dell’export. L’andamento del movimento di capitali è molto variabile (si va dal -6,7 % del 1998 al +10% del 2001 al +0,4% del 2003, al -2,7% del 2006, al +14,2% del 2008). L’Irlanda dunque è sfruttata imperialisticamente dalle imprese straniere e fortemente condizionata nelle sue scelte di politica fiscale e del lavoro.

Il basso costo del lavoro e le basse tasse sulle imprese impediscono all’Irlanda di sfruttare a pieno tali investimenti : dato che la maggior parte dell’industria manifatturiera è di proprietà straniera, un considerevole ammontare di profitti viene rimpatriato ogni anno, determinando un esteso gap tra PIL e PNL (il più ampio tra i paesi OCSE), anche se negli ultimi anni è risultato tendenzialmente in calo (dal 20% del 2004 al 15% del 2007).  La natura dipendente ed instabile dell’economia irlandese viene evidenziata dal fatto che nel 2007 la spesa registrata per importazioni ed esportazioni rappresentava il 151% del PIL, tra le più elevate al mondo, anche se in calo dal 183,6% del PIL del 2000.

Comunque il miglioramento è notevole : la speranza di vita da 73/79 del 1996 balza a 77,5/82,3 del 2008, il tasso di mortalità scende da 8,8  del 1996 al 6,4 del 2008, il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto sale da 54 (dato Usa =100) a 97,9.

Tuttavia già nel 2003 ci si lamenta della divaricazione dei redditi, per cui questi dati lusinghieri vanno ritarati : i consumi sul Pil dal 72% del 1996 scendono al 62% del 2008. In senso assoluto essi aumentano (sono più che quadruplicati), ma per evitare crisi di sottoconsumo il problema è la loro percentuale sul Pil. L’unica produzione che serve soprattutto per i consumi interni (oltre magari quella alimentare) è quella edilizia : i presupposti ci sono, cioè lavoratori giovani che intendono accasarsi, ma la spesa è di quelle che ha bisogno del credito. Perciò la costruzione di immobili costituisce alla fine circa il 15-20% del Pil, mentre si sviluppa un sistema bancario che finisce per avere una dimensione eccessiva rispetto all’economia reale che redistribuisce poco.

Si finisce così (a causa del bassi salari) per generare un alto debito privato (i debiti delle famiglie sono pari al 160% dei redditi). In genere i teorici del mainstream erano attenti solo al livello del debito pubblico, giusto per predicare la necessità dei tagli agli stipendi pubblici e alle prestazioni sociali. Al contrario Godley e Sylos Labini, che abbracciavano altri paradigmi, hanno notato questo squilibrio. Solo l’insorgere della crisi sta sensibilizzando tutti a guardare il debito nella sua totalità (pubblico, estero, privato, delle imprese). E il debito complessivo dell’Irlanda era notevole, mentre la si elogiava per il suo basso debito pubblico (la spesa pubblica irlandese era mediamente appena del 33,8% del PIL rispetto al 47,5% dell'Area Euro nel suo complesso). Un problema tra gli altri era che le entrate fiscali di Dublino dipendevano eccessivamente dalla speculazione edilizia e la ristrettezza della base imponibile ha reso l’economia e le finanze del governo particolarmente vulnerabili alla recessione.  Inoltre se la bilancia commerciale è saldamente in attivo, il saldo delle c.d partite invisibili è talmente in passivo da rovesciare la situazione, per cui al 2008 il saldo delle partite correnti si trova a -4,9% del Pil. Si aggiunga a questo che le banche irlandesi hanno attinto a piene mani al fondo della Banca Centrale Europea, con la conseguenza che l’Irlanda finanzia a breve con questi prestiti quasi la metà della ricchezza annuale prodotta (il 45% del Pil).

L’Italia invece, criticata per il suo alto debito pubblico, ha un debito aggregato più basso di quello di Usa, Spagna e Gran Bretagna. E tuttavia rischia perché adesso la speculazione sta attaccando i bond, per costringere il Welfare a sventolare bandiera bianca.

C’è stato comunque il tentativo ridicolo da parte di Riccardo Sorrentino di attribuire a salari pubblici più alti una qualche incidenza sugli eventi, ma in questo caso il problema sarebbe dovuto essere inizialmente il debito pubblico e non quello privato. Qualcuno parla di consumati dal consumismo, ma sarebbe meglio parlare di consumati dai debiti e dalla domanda che sarebbe stata scarsa se si prescinde dal debito.

L’Irlanda finisce perciò per subire la crisi da bassi salari che, iniziata nel 2007 (sfociando in una crisi del debito privato), sta dilaniando l’economia del paesi più sviluppati ancora ora e si sta trasformando, grazie alla speculazione, in una crisi del debito pubblico. La maggior parte dei grandi hedge fund che operano sui titoli di stato europei aveva infatti venduto il proprio portafoglio di "periferici" ben prima della fase acuta delle difficoltà greche, molti già nell'autunno scorso (questo a sottolineare anche l’aspetto speculativo della questione).

Forse poi non è un caso che il pensiero unico abbia denunciato la crisi irlandese solo dopo qualche mese che il governo di questo paese aveva cercato di mettere un argine ai licenziamenti convenienti, con vincoli e sanzioni per le aziende che fanno operazioni fraudolente al fine di abbassare il costo del lavoro. Ma il capitalismo internazionale non perdona i servi fedeli che ad un certo momento alzano un poco la testa. Il capitalismo internazionale è come il fondamentalismo islamico : qualsiasi apostasia viene punita a carissimo prezzo. Il carattere dipendente ed  imperialistico della crescita irlandese subito viene a galla.

All’inizio del 2008 Riccardo Sorrentino si dichiara dispiaciuto di constatare (alla fine, ovviamente) che la speculazione edilizia e la bolla immobiliare, l’inflazione (che Garimberti aveva elogiato e che in realtà dal 2004 al 2006 era stata tra il 2 e il 3 %, quindi non a livelli così preoccupanti, quando nel 2000 e nel 2001 era stata al 4-5%) e la forte dipendenza dall’economia Usa esponevano l’Irlanda alla bolla immobiliare. Ma guarda !!!  

In realtà un’economia che si basa sul basso costo del lavoro e sulla subordinazione completa al capitale internazionale non può mai avere una crescita che non sia drogata e sottoposta al capriccio della speculazione, ma Sorrentino se ne accorge solo quando l’Irlanda prova a mettere la testa fuori del sacco e a proteggere un poco di più i suoi lavoratori.

Sarebbe interessante sapere se le banche irlandesi abbiano acquistato titoli del debito pubblico irlandese : se non lo avessero fatto, sarebbero state dei parassiti senza scrupoli che mettono nei guai lo Stato che si precipita a salvarle. Ma, facendolo, rischiano nuove difficoltà se i bond irlandesi vengono attaccati dalla speculazione, a meno che la proposta fatta da Roubini (quella dello scambio di asset tra il paese che si avvia al default e gli altri) non sia seguita da aiuti volti non a ridurre i consumi interni, ma ad aumentarli creando al tempo stesso i presupposti di una nuova crescita (nuove infrastrutture ?).

Qualcuno dice che l’Irlanda debba pentirsi della solenne promessa di garantire tutti i depositi bancari: 400 miliardi di euro, il doppio del Pil. E tuttavia alla fine degli anni Ottanta il governo svedese ha avuto una crisi simile, ma è riuscita a risolverla sia pure con dei sacrifici (accettabili). Il problema è un livello di salari e di entrate pubbliche fiscali che non costringa ad un eccessivo indebitamento (né pubblico, né privato).

Il governo irlandese riceve inizialmente applausi perché cura la malattia con le stesse sostanze che l’hanno causata (abbassamento dei salari, tagli allo Stato sociale), ma la crisi di questi giorni è la conferma schiacciante che tale salasso aggrava la crisi invece di attenuarla (anche Krugman ha notato almeno l’inutilità dei salassi).  Ogni taglio alla spesa pubblica, nelle circostanze attuali, porterà ad un calo della produzione di due volte nel primo anno, e un calo complessivo di sei volte il taglio iniziale nell'arco di cinque anni. I dati del PIL irlandese sono a loro volta gonfiati, in parte, dalle multinazionali americane che spostano in Irlanda le vendite e i profitti maturati altrove per avvalersi di imposte sulle società pari al 12,5% (le più basse dell'area OCSE, tanto che qualcuno protesta per la presenza di una sorta di Stato offshore dentro la stessa UE). Rispetto ai settori interni, che rappresentano la stragrande maggioranza delle entrate fiscali, le misure sinora prese dal governo sono ora pari al 11,5% del PNL. I consumatori, spaventati dalle perdite di posti di lavoro e dal calo dei redditi, tagliano la spesa. Di conseguenza, le entrate dalla tassazione sono crollate, a partire da € 48 miliardi nel 2007 a una proiezione del governo di € 31 miliardi nel 2010. E ' la scomparsa di questi € 17 miliardi di gettito fiscale che è quasi interamente la responsabile di un deficit di bilancio, che si prevede quest'anno di € 18.7 miliardi. Nel frattempo, nonostante i tagli ripetuti allo stato sociale a vario titolo, e a tutte le voci di spesa pubblica, le spese di welfare sono salite passando da € 20.6 miliardi nel 2007 ai € 35.9 miliardi per effetto dell’aumento della disoccupazione e della povertà.

La teoria economica dominante ha fallito. Ha voglia il Bordin a denunciare i presunti sciacalli che approfittano di questa crisi, ha voglia a propinare i semplicistici slogan del too big to fail. Bisogna cambiare. Questo naturalmente solo se la classe lavoratrice si assume la responsabilità di guidare i processi sociali invece di essere mortificata dal Capitale. Altrimenti da questo momento in avanti il conflitto tra nazioni ed aree geo-economiche aumenterà e si getteranno le basi per il terzo conflitto mondiale : entro 15 anni.

 

 


23 novembre 2010

Il nostro risciò

Ma non vedete ?

Speravamo che la crisi fosse il momento della verità, il momento in cui il liberismo e il salasso delle classi lavoratrici sarebbe finito.

Invece il capitalismo bastardo e i suoi corifei (tra cui c’è anche il Pd e i sindacati gialli) sta passando dal torto alla ragione, trasformando la crisi da crisi del debito privato a crisi del debito pubblico, con la speculazione che costringe alla resa Grecia e adesso Irlanda.

Gli Stati salvano le banche, e gli investitori (tra cui le banche) affossano gli Stati perché hanno aiutato le banche.

Per cui alla fine le banche saranno salvate dai lavoratori che da loro disperano di avere un prestito qualsiasi. Come i macilenti servi che corrono portando il risciò con i loro padroni impazienti, ma comodamente seduti.

 

Sarebbe interessante domandare, anche agli economisti più schierati, quando il debito pubblico ha cominciato ad andare nelle mani di investitori spesso stranieri, più consistenti e più in grado di muoversi. E se c’è stato qualcuno che allora abbia gridato al lupo. Forse solo Augusto Graziani


30 settembre 2010

Rosier : le insidie derivanti dal sistema finanziario intermazionale

È in realtà prematuro una uscita dalla crisi senza valutare preliminarmente i rischi che la situazione monetaria e finanziaria internazionale fa correre all’economia mondiale. Si è potuto parlare di capitalismo da casinò per indicare l’evoluzione verso una vera e propria frenesia speculativa che induce i detentori di capitale a disinteressarsi dell’investimento produttivo per realizzare profitti facili giocando sullo scacchiere delle piazze finanziarie internazionali.

Si assiste così ad un vero sganciamento del finanziario dall’economico ed all’affermazione di un’economia speculativa. La straordinaria crescita dell’attività finanziaria internazionale contrasta sempre più fortemente con la relativa stagnazione dell’attività economica. Essa però è il logico prodotto di una situazione economica originale dove sullo sfondo, collegato alla crisi, vi è la costituzione di una economia di indebitamento internazionale, un’economia internazionale allo scoperto, nello stesso tempo in cui cala la redditività media dell’investimento industriale. Su questa base interviene la transnazionalizzazione delle imprese industriali e commerciali come delle banche delle istituzioni finanziarie, unita alla generale de regolazione dall’abolizione dei cambi fissi e del controllo dei cambi fino alla totale liberalizzazione delle attività bancarie e dei mercati finanziari. In questo contesto ogni impresa (grazie all’informatizzazione delle operazioni bancarie e delle telecomunicazioni) può giocare direttamente e con estrema rapidità i suoi fondi disponibili o gestire i suoi debiti e modificare i suoi impieghi intervenendo su una qualsiasi delle grandi piazze finanziarie del pianeta. Ne deriva una mondializzazione dei mercati finanziari e monetari accoppiati tra loro da una gamma sempre più ampia di nuovi prodotti finanziari, i quali sono frutti di molteplici innovazioni finanziarie derivanti dalla situazione di indebitamento e dalle strategie e dal conflitto dei capitali. Essi sono continuamente adattati ad una situazione di instabilità dei tassi di cambio e dei tassi d’interesse. Ogni forma di crediti o di debiti a breve o a medio termine può essere oggi negoziata. Su questo mercato dotato di rapida velocità di reazione, sono in tal modo offerte innumerevoli possibilità per speculare su tassi d’interesse, indici di borsa e monete.

Questo movimento ascendente della finanza internazionale e la sua relativa autonomizzazione in rapporto all’attività economica costituiscono un grande fattore di instabilità nella misura in cui il sistema monetario e finanziario non è più regolato. Tale sistema si trova costantemente alimentato dal comportamento dell’economia Usa, collocata al centro dello scacchiere occidentale. Il gigantesco deficit della bilancia delle partite correnti, frutto della politica di bilancio dell’amministrazione Reagan (alleggerimento fiscale senza riduzione della spesa pubblica) ha condotto ad un indebitamento estero massiccio degli Usa quasi equivalente all’insieme del debito nel terzo mondo ed ha sostituito al risparmio nazionale deficitario un risparmio estero. Questo processo si è potuto sviluppare in quanto gli Usa, paese che emette la moneta internazionale di fatto, prendono prestiti nella loro stessa moneta e si trovano quindi dispensati (almeno per qualche tempo) dal vincolo di equilibrio con l’estero degli altri paesi.

Mentre il sistema monetario internazionale ha funzionato in modo relativamente efficace fino all’inizio degli anni ’70, contribuendo all’espansione senza precedenti dell’economia occidentale, il suo disordine accompagna e rafforza la depressione odierna. Ciò che si ricerca in un sistema monetario è la stabilità o almeno l’emissione di informazioni che diano la possibilità di prevedere la sua evoluzione per adattarvi le strategie economiche. Ciò che caratterizza la finanza internazionale attuale è al contrario la volatilità delle monete, l’esistenza di fluttuazioni forti frequenti ed imprevedibili del prezzo del denaro. Se l’espansione della finanza internazionale può spiegarsi in parte con un declino della redditività dell’investimento industriale, all’opposto, l’evoluzione del sistema monetario internazionale tende oggi a frenare l’investimento produttivo ed a rafforzare le tendenze speculative : una parte notevole dei margini di profitto delle imprese sono oggi dei profitti finanziari.

 

 

Se si aggiunge che quest’economia speculativa si svolge in una congiuntura deflazionistica (con un calo accentuato dei corsi dei prodotti di base o dei prezzi) si può ritenere che l’economia occidentale si trova di fronte ad un dilemma :

·         O vengono messe in atto delle riforme concertate ( i cui elementi di base dovrebbero essere la fissazione di zone di variazione dei tassi di cambio delle monete chiave e di un livello superiore della variazione dei tassi d’interesse) inizialmente dal gruppo dei paesi leader per tentare di riprendere il governo di un sistema monetario e finanziario che sfugge ad ogni controllo e rischi di collassare.

·         Oppure non viene posta in essere nessuna forma di controllo ed allora la probabilità che la grande crisi si faccia avanti è elevata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


24 settembre 2010

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione

Epistemologia ed economia

La teoria neoclassica è un paradigma economico che presume che l’economia possa essere come la fisica e cioè che in essa si possa scomporre la situazione empirica in unità elementari di cui si determinano le relazioni fondamentali espresse da leggi e con le quali si ricostruisce con buona approssimazione la situazione empirica da cui si è partiti e si prevede poi quale evoluzione essa può avere. In fisica è possibile elaborare ipotesi sull’intero sistema degli oggetti fisici in quanto la loro verifica è circoscritta in contesti dei quali è possibile almeno un parziale isolamento, attraverso la galileiana difalcazione degli impedimenti. In fisica la grandezza del sistema complessivo degli oggetti e l’inesistenza di interazioni macroscopiche che mettano in forse nel breve periodo le ipotesi assunte ha consentito alle ipotesi stesse una validità temporale che può essere messa in questione solo dall’accanimento eventuale di soggetti appartenenti alla comunità degli scienziati. Nelle scienze umane questo non è possibile : l’isolamento che permette la verificazione locale delle ipotesi è fuori questione, il sistema complessivo è ben più piccolo di quello degli oggetti fisici e le interazioni ben più frequenti e rilevanti. Probabilmente accadono in campo macroscopico almeno alcuni dei fenomeni che in fisica avvengono a livello subatomico e rendono così incerta e complicata la conoscenza fisica a quel livello.

Marx è stato forse il primo a prefigurare l’impossibilità nel campo economico di poter fondare una scienza a partire da unità fondamentali attinte da un processo di astrazione. La sua dialettica permetteva solo di osservare la realtà a livello concreto e di demistificare la teorie esistenti come ideologiche, cioè come costruzioni che vogliono cristallizzare schematicamente situazioni storicamente contingenti.

L’analisi della realtà nel suo storico verificarsi rende ovviamente centrale nell’analisi di Marx lo sviluppo economico o meglio l’accumulazione di capitale e le sue conseguenze sociali. Il passaggio dell’economia neoclassica da una analisi statica ad una dinamica inevce si è rivelato, per le cose affermate, alquanto complicato.

In realtà la fondazione di un sapere economico più adatto al carattere dinamico del suo oggetto si può costituire a partire da un paradigma scientifico più adatto alla fondazione delle scienze sociali. Questo paradigma può essere quello delle scienze della complessità, che per certi versi si può definire l’erede della dialettica marxiana, anche se ad esso va continuamente applicato il metodo critico pure elaborato da Marx, affinchè anch’esso non porti a soluzioni ideologiche, così come è stato nel caso ad es. di Talcott Parsons.

Proprio l’assenza di una reale possibilità di isolare i fenomeni sociali rende impossibile la descrizione deterministica di essi. Mentre in fisica il determinismo ha un senso laddove è possibile isolare un sistema attraverso la “difalcazione degli impedimenti”ed agire su di esso attraverso le tecnologie, nelle scienze sociali sono possibili solo previsioni probabilistiche che vengono continuamente aggiornate quanto più numerosi sono i soggetti informati su di esse, in quanto  possono sempre adattare i loro comportamenti in modo da provare a disattenderle nel caso siano negative per loro da un punto di vista etico o pratico.

L’atteggiamento scientifico di Marx oggi può essere rielaborato non tanto nel senso del determinismo, quanto per il metodo che privilegia,  più che l’intenzione dei soggetti all’interno di un contesto sociale, le circostanze materiali che di fatto li fanno tendere ad assumere certi comportamenti piuttosto che altri. Anche se si potesse dire che, dato un evento A, si debba necessariamente verificare un evento B, nel campo delle scienze sociali non si può mai garantire che si verifichi solo l’evento A, per cui si può sempre verificare un altro evento C che impedisce all’evento B di realizzarsi.

Dunque lo sviluppo economico e sociale non ha mai un esito predeterminato, ma sempre una pluralità di esiti possibili, la cui probabilità è tanto precisabile quanto più dettagliata è l’analisi dello stato da cui si parte e quanto più profonda è la conoscenza della relazioni di causa ed effetto esistente tra eventi più o meno tipizzati.

Bohm Bawerk ad es. nella sua analisi del capitale trascura sia la complessità dell’oggetto sia il suo carattere storico, condannando l’economia alla descrizione di modelli astratti la cui applicazione si rivela essere molto aleatoria. Menger, che tra i neo-classici ha particolarmente sviluppato l’epistemologia dell’economia, voleva isolare gli elementi rigorosamente tipici tra cui si potessero stabilire leggi necessarie come quelle della natura. Queste leggi però non possono essere verificate empiricamente, dal momento che la realtà, nella sua complessità non consente tale verifica. Tale rifiuto della realtà è consapevole e perciò ancora più inquietante. Inoltre egli riteneva che il carattere spesso consapevole degli istituti sociali era legato al carattere atomistico ed individualistico del modello usato per descriverli e spiegarli. In realtà, ad es. per Marx, la consapevolezza degli istituti sociali è molto spesso lacunosa ed ideologica è fornisce solo una sicurezza mal riposta : la descrizione che si ottiene da un modello atomistico va inserita nel contesto storico e legata ad altre serie di eventi e situazioni spesso non prese assolutamente in considerazione : per fare un esempio, il carattere apparentemente libero di un contratto di lavoro non tiene conto dei bisogni ad esso collegati e della asimmetria spesso esistente tra i due contraenti. Anche quando contraddittoriamente Menger collega il modello atomistico con le azioni il cui effetto complessivo non è previsto, egli fa una semplificazione arbitraria perché proprio queste pratiche svincolate da una finalità consapevole sono l’effetto di una logica che riguarda un livello collettivo e complesso di analisi della realtà sociale. In realtà il modello atomistico in questo campo può avere solo una valenza didattica elementare, ma non ha alcun valore nel descrivere la realtà.

 

 

 

Marx, l'etica e la democrazia

Quanto al rapporto con l’etica, Marx da hegeliano rifiuta l’atteggiamento deontologico di chi non analizza le condizioni di possibilità della transizione, ma non credo che con questa critica l’istanza etica sia eliminata del tutto. Essa diventa piuttosto un criterio immanente che, sulla base della pluralità degli esiti possibili dello stato di cose presente, si concretizza nel tentativo di gestire la transizione indirizzandola a finalità condivise nel dibattito interno al soggetto rivoluzionario.

Il socialismo utopistico considera la transizione un insieme di azioni lineari che, dallo stato di cose presente, porta ad un sistema di desiderata, la cui selezione non è il frutto della prassi collettiva che si dà da se medesima gli obiettivi intermedi e quelli più a lunga scadenza, ma piuttosto del pensiero individuale che, in quanto tale, è destinato a rimanere un’ illusione ideologica

La stessa teoria del feticismo di Marx è carica di eticità, solo che tale eticità non è dichiarata secondo un modello retorico esortativo e deontico, ma attraverso una sorta di descrizione neutrale del piano inclinato su cui il modo di produzione capitalistico si sta incamminando. La dialettica marxiana nel descrivere come il modo capitalistico, seguendo la sua propria logica, si avvii verso la propria auto dissoluzione, diventa una sorta di iperbole che assume suo malgrado l’aspetto della satira e rivela in controluce tutte le sue istanze etiche. La rivoluzione è al tempo stesso la verifica scientifica della transizione, ma anche la prassi consapevole che la pone in essere. Nelle scienze sociali le istanze della soggettività e i vincoli del realismo scientifico sono in continua relazione: è inutile pretendere dalle scienze sociali un oggettività che le condanna solo all’ideologismo più bieco e più legato allo stato di cose che deve essere superato.

Quanto alla classe operaia, le sue modalità di organizzazione non sono senza rilevanza non solo ai fini del miglior esito della transizione, ma anche retrospettivamente in relazione allo statuto epistemologico delle scienze sociali : la vera rivoluzione conoscitiva della transizione è la democrazia che è il metodo delle scienze sociali, la forma storicamente avanzata della mediazione tra istanze soggettive ed oggettive e tra le diverse prospettive dei soggetti che costituiscono la classe rivoluzionaria. E’ la democrazia che rielabora concettualmente e costituisce il livello della prassi e dell’azione sociale.

 

 

Sismondi e Marx : la crisi come fine e come passaggio

Interessante è la tesi per cui Marx vede la fine del capitalismo come passaggio ad un altro tipo di società mentre in Sismondi c’è solo il senso della fine, ma non c’è il presentimento di un nuovo inizio. Tale differenza di atteggiamenti può anche avere un aspetto psicologico, ma quel che si vuole qui evidenziare è la sua valenza epistemologica. Perché si possa parlare di passaggio e non di semplice fine, si deve avere una teoria sui soggetti che trasformeranno la società e una capacità di individuare gli istituti che anticipano e prefigurano tale passaggio.  

Se la prima elaborazione è stata fatta sia pure con esiti controversi a livello sociologico (la classe operaia) e politico (il Partito), la seconda è stata sviluppata molto meno. Chi in un certo senso ha tentato una analisi di questo tipo è stato Giovanni Mazzetti, che più che un economista è un filosofo delle scienze sociali ed ha reinterpretato gli istituti del Welfare e la politica economica keynesiana come uno stato intermedio della transizione al socialismo. Chi scrive invece pensa di aver individuato nel reddito di cittadinanza un altro filo rosso che ci consenta di guardare un itinerario possibile. La storia del socialismo reale invece sembra essere una sorta di teratologia della transizione.

 

 

Limiti ed errori dell'interpretazione di Marx da parte di Colletti

Colletti poi sbaglia proprio perché non comprende (non a caso egli è seguace di Galvano Della Volpe) e non accetta la dialettica e l’esistenza di una logica specifica delle scienze della complessità sociale. In questo modo egli non può che presentare la legge del valore e la teoria del feticismo come la compresenza statica di due modi diversi di valutare gli stessi fenomeni. In realtà egli non tiene conto del fatto che l’equilibrio della legge del valore non è un equilibrio stabile, ma un equilibrio instabile tendente a crisi di realizzo e destinato a rompersi per sfociare in una rivoluzione del modo di produzione. In pratica il rovesciarsi della legge del valore nel feticismo delle merci è un processo che ha una natura temporale e si manifesta progressivamente quanto più il modo di produzione capitalistico tende a sussumere sotto di sé tutta la complessità della riproduzione sociale. Tale processo trova l’assenza di ordine ad un  livello (fenomenico) della realtà sociale e l’esistenza di un ordine che si compone inintenzionalmente ad un altro livello della realtà sociale stessa. Un ordine che però è sempre messo in questione dal carattere dinamico dei processi da cui esso viene astratto. Conseguentemente Colletti sbaglia pure a delineare la dicotomia tra teorie che considerano impossibile il funzionamento di un’ economia capitalistica e teorie che considerano eterno tale sistema. In realtà la Luxemburg dice che un sistema capitalistico può funzionare solo se inserito in un contesto pre-capitalistico (o più genericamente non capitalistico) ed è questo che storicamente si è verificato. Per cui la dicotomia delineata da Colletti è in realtà apparente e fuorviante. Anche quando interpreta la legge tendenziale della caduta di profitto come una legge ad effetti solamente differiti nel tempo, Colletti non tiene conto del fatto che Marx sta inserendo un modello nella concretezza della realtà e dunque la sua verifica va fatta nel tempo ed aggiornando sempre l’analisi, cosa che Marx faceva quotidianamente e testimonianza ne è il fatto che solo verso la fine della propria esistenza si era deciso a pubblicare un’opera con intenti più propriamente fondativi.

Dire poi che, con la caduta tendenziale del saggio di profitto, viene esclusa la lotta di classe dai fattori rilevanti per il passaggio dal capitalismo ad un altro modo di produzione, è sbagliato :  in realtà gli agenti storici sono quelli che fanno dire a Marx che l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. E questo perché la resistenza dei lavoratori può contrastare l’adeguamento del saggio di sfruttamento all’aumento della composizione organica del capitale. Dunque la legge esiste, ma si tratta di un’implicazione che si attiva solo al verificarsi di certe condizioni, condizioni che sono contingenti e sono legate alle scelte dei soggetti in campo. A loro volta queste scelte sono favorite (in un senso o nell’altro) dal contesto dato che è oggetto dell’analisi e del suo continuo aggiornamento. Dunque né determinismo né contingentismo perché la stessa dicotomia è astratta, in quanto presuppone una situazione storicamente vergine che non può essere assolutamente data.

Non è che tutto sia trasferito alla soggettività politica. Questa è solo l’organizzazione di una serie di interessi e bisogni attivati dalla tendenza, in cui l’organizzazione serve per gestire al meglio quella transizione che probabilmente si verificherà ma non si sa quando e con quali costi sociali e umani.

Colletti dice : “Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzioneDa questa proposizione si evidenza come il nostro autore non riesca a trarre le dovute conseguenze dal carattere temporale, storico e democratico dell’indagine conoscitiva : i fattori soggettivi sono continuamente ricompresi come dati nella scienza, ma la scienza stessa che ne deriva, la sua diffusione e/o la sua applicazione sono altri fattori soggettivi che cambiano lo scenario analizzato (ci sono profezie che si auto realizzano e profezie che si auto eliminano). Il corso del processo storico si apre e si richiude continuamente, il problema viene continuamente rielaborato e continuamente risolto e dunque non c’è dicotomia statica, ma interazione dinamica tra i due momenti della prassi collettiva autocosciente. Naturalmente per prassi non si intende un fare puramente soggettivo o idealistico, ma un processo in cui istanze soggettive e dati oggettivi sono in continua relazione dinamica

 

 

I limiti metodologici del leninismo

Certo, trasformare la crisi in una rivoluzione è compito della classe : questo però non vuol dire che tutta l’analisi diventi politica. L’errore del leninismo è stato quello per cui la necessità dell’azione politica per il compimento della rivoluzione si sia trasformata nella sufficienza dell’azione politica per il compimento della rivoluzione : da qui la rivoluzione contro il Capitale della quale Gramsci fu tanto entusiasta, nel suo temperamento idealista. In Lenin l’insuperabilità del dato è la ragione per cui al dato va contrapposto un altro dato, altrettanto irriducibile, altrettanto inconcusso e reificato. Lenin commette l’errore di concepire il trapasso dalla crisi alla rivoluzione come un atto politico idealisticamente considerato e dunque in maniera astratta (e non a caso Lenin apprezzava l’interpretazione di Marx data da Gentile). Invece era necessario combinare l’esigenza di accelerazione con quella di attenuazione degli effetti collaterali della lotta di classe.

Ed al tempo stesso era necessario trovare un programma politico più rispettoso della situazione concreta e nel contempo meno violento. Lenin concepisce il salto politico come un fiat e con intenti troppo radicali e astratti. Con il leninismo la teoria si sposta dall’analisi economica alla pratica politica soggettivistica, al machiavellismo, alla politica interstatuale, alla politica della guerra. C’è bisogno di una analisi della sovrastruttura politica e culturale (dell’intero ciclo di riproduzione sociale) che abbia la stessa ricchezza e complessità di quella fatta da Marx nel campo delle forze e dei rapporti di produzione.

 

 

 

La produttività del lavoro e il plusvalore

Marx afferma che per aumentare il plusvalore, il capitale deve accrescere la produttività del lavoro. Quest’ultima infatti (determinando una diminuzione del tempo di lavoro incorporato nei singoli prodotti e dunque una diminuzione del valore delle singole merci) determina anche la diminuzione del tempo di lavoro necessaria a produrre i mezzi di sostentamento dell’operaio. Essa riduce la parte della giornata lavorativa in cui la forza-lavoro riproduce se stessa per accrescere, all’inverso, il tempo di lavoro supplementare che l’operaio cede al capitale e cioè il pluslavoro e il plusvalore prodotto.

 

Analizziamo meglio questa tesi : se accresce la produttività del lavoro, l’impresa può produrre più merci in tempo dato. Se sussiste una domanda più alta della capacità produttiva precedente, l’impresa può vendere un volume maggiore di merci a prezzi invariati ed aumentare dunque i ricavi in tempo dato, aumentando anche i profitti. Se con l’aumento del volume della produzione, l’impresa può diminuire i prezzi essa può sconfiggere la concorrenza aumentando così i ricavi per altra via e così pure i profitti. Tutto questo mantenendo la massa salariale intatta.

Naturalmente se la domanda non eccede la capacità produttiva precedente, l’impresa può produrre lo stesso volume di merci diminuendo la massa salariale attraverso licenziamenti o riduzioni di salario.

Ovviamente l’aumento della produttività del lavoro si ottiene attraverso il cambiamento della composizione organica di capitale, e cioè introducendo macchine più efficienti o cambiando l’organizzazione del lavoro. In questo caso ci sono costi iniziali (investimento) che vanno poi smaltiti in un arco di tempo dato. Vi devono dunque essere aspettative di maggiori ricavi (e dunque si presuppongono maggiori vendite per aumento della domanda e/o per diminuzione della concorrenza) o di una diminuzione della massa salariale che sia maggiore del costo iniziale affrontato.

Marx però parla anche a livello aggregato : la tendenza delle imprese ad aumentare la produttività può portare ad una diminuzione dei prezzi che diminuisce il tempo di lavoro necessario a produrre i mezzi di sostentamento degli operai e dunque potrebbe portare ad una diminuzione dei salari e ad un aumento dei profitti. Naturalmente Marx volutamente non parla della lotta di classe sindacale che potrebbe (e che ha portato ad un aumento dei salari) cercare di redistribuire l’aumento di produttività e dei ricavi relativi (nel caso ci sia). Naturalmente se tutto si riduce ad una diminuzione di costi, la lotta a sua volta si riduce ad una resistenza all’espulsione di lavoratori e all’abbassamento dei salari. Le imprese tenderanno espellendo forza lavoro ad utilizzare l’accresciuto esercito industriale di riserva per abbassare i salari.

A questo punto la teoria delle crisi di realizzo serve a sottolineare l’importanza della domanda aggregata e dunque e collegare la resistenza locale operaia all’interesse generale

 

 

 

 

La caduta del saggio di profitto

Per aumentare la produttività del lavoro il capitale deve rivoluzionare costantemente la base tecnica della produzione introducendo nuovo capitale costante ed accrescendo la composizione organica del capitale. L’aumento della produttività del lavoro è sinonimo dell’aumento del saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento). Ma al tempo stesso con l’accresciuta composizione organica del capitale si ha una caduta del saggio di profitto e cioè del rapporto che il plusvalore ha non solo con il capitale variabile, ma con tutto il capitale (costante + variabile).

 

In realtà l’aumento del saggio di plusvalore si ha solo se all’aumento di C corrisponda una diminuzione equivalente di V, ma le lotte di resistenza operaia possono far rimanere inalterato il saggio di plusvalore, facendo diminuire il saggio di profitto o ci può essere un maggiore profitto complessivo che compensi l’aumento di C, rimanendo inalterato V.  Ovviamente a livello micro, se l’aumento di C è compensato dalla diminuzione di V, non si ha diminuzione del saggio di profitto. Solo a livello aggregato, se l’espulsione a livello generale di V porta ad una diminuzione della domanda aggregata, ci può essere una crisi di realizzo che porta ad una diminuzione dei ricavi e quindi complessivamente dei profitti, con una contestuale caduta del saggio di profitto.

 

Un’altra ipotesi che si può collegare alla caduta tendenziale del saggio di profitto è che in presenza anche di un minimo di concorrenza, il progresso scientifico e quello tecnologico costringono le imprese ad un veloce adeguamento dei mezzi di produzione, un adeguamento più veloce del tempo necessario alle imprese per ammortizzare il costo iniziale dell’investimento, per cui alla fine quest’ultimo diventa esiziale per l’impresa sia a livello micro che a livello aggregato. Si ha cioè un  effetto di affastellamento degli investimenti che finisce per gravare sul saggio di profitto.

Quanto alla tesi che tendenza e controtendenza si compensano, la forza che può impedire al saggio di plusvalore di aumentare e compensare l’aumento della composizione organica di capitale può essere la lotta operaia e sindacale.

 

 

L'incidenza dei mezzi di produzione e del monopolio sul saggio di profitto

Quanto alla tesi di Mosszowska per cui l’aumento della produttività si riverbera anche sui prezzi di energia e macchinari, essa sconta alcuni problemi :

In primo luogo i bassi prezzi dei macchinari possono portare ad una diminuzione del saggio di profitto del settore delle imprese che producono beni di investimento o quanto meno alla necessità anche per loro di espellere forza lavoro al fine di rimanere inalterato o di aumentare il saggio di profitto. In secondo luogo l’andamento dei costi dell’energia è legato alle tecnologie, ma anche a fattori di tipo fisico che quanto meno provocano un forte aumento delle tecnologie legate alla scoperta, all’approvvigionamento ed alla distribuzione dell’energia stessa.

Dire che i bassi prezzi delle merci vengono compensati dai bassi prezzi dei beni di investimento non basta perché trasferisce il problema delle imprese che producono merci alle imprese che producono beni di investimento e dunque senza un sollievo garantito per il sistema complessivo delle imprese.

Sinora il settore energetico è stato gestito molto dalle istituzioni pubbliche che hanno garantito energia a costi non eccessivi, ma l’ingresso massivo delle imprese private in questo campo può portare ad un aumento dei costi energetici legato alle tendenza alla massimizzazione dei profitti.

 

Lo sviluppo del monopolio aggrava la situazione delle crisi di realizzo in quanto i prezzi alti riducono la domanda, la centralizzazione dei capitali per deteminare la riduzione dei costi comporta il procedere all’espulsione ulteriore di forza lavoro, l’acquisto di macchine meno costose presuppone il mantenimento della concorrenza nell’ambito delle imprese che producono beni capitali, ma non si capisce perché la concorrenza debba rimanere in tale settore.

Per cui le tesi di Pietranera e Gillmann  non mi sembrano così cogenti, se non sono integrate da altri argomenti.

 

 La crisi secondo Dobb

La tesi di Dobb dice che la crisi serve per abbassare il prezzo del capitale e del lavoro e dunque è un mezzo con cui si evita la caduta tendenziale del saggio di profitto

Egli però non tiene conto del fatto che se l’abbassamento del prezzo del capitale consente in un secondo momento di aumentare gli investimenti e di scongiurare la crisi, al tempo stesso provoca nell’immediato un calo dei profitti delle industrie che producono beni capitali, le quali licenziano i loro lavoratori, il che sommato alla caduta dei salari dei lavoratori delle imprese produttive di beni di consumo può provocare un ulteriore avvitamento della crisi. Il problema diventa quello dei valori delle variabili in gioco,i quali decidono dell’esito della crisi stessa (verso un aggravamento o verso una ripresa).

Cioè l’avvitamento della crisi si verificherà con una velocità ed una forza tale da ritardare la ripresa naturale del ciclo, o quest’ultimo avrà il tempo per riconfigurarsi nelle sue fasi di ascesa in tempi ragionevoli ? E quali istituzioni metterà alla prova, quali conseguenze politiche avrà la crisi ? I lavoratori arretreranno o avanzeranno ? E se arretreranno, lo faranno in maniera da poter avanzare più decisamente in un altro momento ? E tali conseguenze politiche e sociali cambieranno il funzionamento del ciclo e le sue implicazioni ? E se sì, in che direzione ? Negativa, come pensa l’utopia anarco capitalista, con la sua resa alla complessità ? O positiva, come pensa chi la complessità la vuole affrontare per stabilire nuovi equilibri e transitare verso nuove fasi storiche ?

 

Uno schema di una teoria marxista della crisi

Riassumiamo una possibile teoria marxista della crisi e un collegamento tra cadita tendenziale del saggio di profitto e crisi di realizzo :

1) L’estrazione del plusvalore dal processo lavorativo causa una più bassa domanda aggregata rispetto alla produzione di merci.

2)  Il carattere aperto dei sub-sistemi capitalistici può causare lo smaltimento dell’eccesso di merci prodotte tramite le esportazioni e scongiurare la crisi di sottoconsumo.

3)  In questo caso l’incertezza ed il velo dell’ignoranza possono portare ad un aumento degli investimenti (sulla base delle aspettative positive di maggiori ricavi) che inizialmente allontana ancora di più la crisi.

4) Le spese di investimento però danno luogo ad una accresciuta capacità produttiva che non può sempre né per sempre essere smaltita dalle esportazioni

5) I casi in cui c’è mancato realizzo sono il primo step della crisi che si avvita grazie alla scelta dei capitalisti di desistere dall’investimento e di mantenere il surplus sotto forma monetaria. 

6)  In questo senso la crisi di realizzo provoca la caduta di investimenti in cui si concretizza la caduta tendenziale del saggio di profitto (che qui si considera collegato con la crisi di realizzo).

7)  Il sistema del credito si incarica di smobilizzare il surplus dalla forma monetaria e di reinvestirlo in maniera più redditizia, ma in questa maniera non fa che aumentare il grado di oscillazione del ciclo economico

8) Infatti se in un primo momento trova altre opportunità per l’investimento e fa aumentare profitti e rendite, quando è arrivato al termine delle opportunità più redditizie o è costretto alla resa progressiva o provoca un avvitamento finanziario.

9)  In questo avvitamento finanziario il debito fa aumentare le quotazioni in maniera puramente nominale per poi precipitare su se stesso, come è stato in questa crisi.

10)  Un altro rimedio è la spesa pubblica le cui varianti di indirizzo generano scenari molto differenziati  (spesa militare, Stato sociale, affusso di liquidità potenzialmente inflazionistica attraverso sussidi o incoraggiando l’aumento del debito privato).

11)  Alla spesa militare è collegata spesso l’esportazione diretta del capitale in eccesso o la ricerca di fonti energetiche a più basso prezzo in maniera da ridurre i costi di produzione.

 

 

 

Crisi di realizzo e aumento della composizione organica di capitale

Dice Napoleoni che per la teoria delle crisi di realizzo la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In realtà non è vero che non ci sia legame con l’aumento della composizione organica, in quanto tale impossibilità si dispiega in maniera più completa e grave proprio quando tale aumento viene attuato con l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo, la diminuzione del loro potere d’acquisto e la conseguente caduta della domanda aggregata che causa la crisi di realizzo.  

Tale caduta non è compensata dagli aumenti dell’occupazione nel settore degli investimenti, in quanto :

1)      Dal salario di questi lavoratori deve essere estratto il plusvalore

2)      I profitti aggiuntivi nella misura in cui diventeranno reddito per i capitalisti saranno in parte assorbiti dalla minore propensione al consumo di questi ultimi

3)      Le stesse imprese produttrici di beni di investimento potrebbero aver aumentato la composizione organica di capitale (assorbendo una minore quantità di lavoratori rispetto a quelli fuoriusciti dalle imprese produttrici di beni di consumo) e allungato la catena dello sfruttamento e della produzione di plusavalore che non viene prontamente reinserito nel circuito economico.

 

Tugan Baranovskij tra sottoconsumo e sproporzioni

L’economista russo Tugan-Baranovskij  respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però secondo Claudio Napoleoni contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa, continua Napoleoni che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia, conclude Napoleoni, la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo)

 A questa conclusione però va obiettato che i sottoconsumisti non dicono (almeno non tutti) che la produzione capitalistica sia produzione per il consumo, ma che il non essere produzione per il consumo porta a crisi di realizzo, giacchè anche la produzione per la produzione alla fine deve rapportarsi con il consumo (tale rapporto può essere rinviato molte volte, ma nel momento in cui si verifica, più il rinvio è stato temporalmente significativo, più la crisi di realizzo diventa grave). Più precisamente si può dire che la produzione capitalistica è produzione per la produzione nel senso che in essa tende a lievitare la domanda di mezzi di produzione. Tuttavia proprio questa tendenza è un fattore di crisi in quanto essa viene a deprimere ulteriormente la domanda per i consumi (portando all’aumento della composizione organica di capitale ed all’espulsione sempre più marcata dei lavoratori dalla produzione). Questo calo poi da un lato deprimerebbe nel tempo la stessa domanda per mezzi di produzione (visto che le aspettative dopo un certo tempo possono diventare pessimistiche, soprattutte per le imprese che producono beni di consumo), anche se nell’immediato tale domanda dovrebbe compensare il calo stesso dei consumi.  La Luxemburg aveva capito che l’assunzione delle tesi di Tugan avrebbe avuto conseguenze nefaste per il movimento rivoluzionario : il politicismo leninista, la violenza rivoluzionaria sono infatti la conseguenza dell’abbandono delle tesi che vedevano in capitalismo incamminato irreversibilmente verso la sua autodissoluzione. Tale abbandono implicava ovviamente quella forzatura rivoluzionaria che avrebbe dovuto colmare la mancanza di necessità del crollo, mentre la politica deve gestire e favorire la transizione, ma non deve colmare alcun vuoto se non quello di un intervento che impedisca alla crisi di essere un movimento senza soggetto e dunque un movimento che riporti i sistemi sociali a situazioni di barbarie, a nuove accumulazioni basate sulla rapina.

 

La teoria della sproporzione

La teoria della sproporzione fu elaborata da Tugan Baranovskij e assunta da Hilferding.

Essa non tiene conto del fatto che :

·         L’aumento della composizione organica del capitale conduce ad una sproporzione che non può essere riequilibrata nel lungo periodo, sproporzione che consiste in cicliche crisi di realizzo e nella caduta tendenziale del saggio di profitto

·         La possibilità per il capitalista, inteso come consumatore di decidere tra diverse opzioni di utilizzo del proprio reddito (reinvestimento, consumo) genera la trappola della liquidità che non è prevista dalla teoria della semplice sproporzione, ma implica una teoria sottoconsumistica.

·         L’anarchia che essa descrive come contingente è strettamente inerente alla produzione capitalistica nella quale si vuole a livello individuale una grande forbice tra costi e ricavi, dove quindi c’è una tendenza individuale alla massimizzazione del profitto che da un lato produce un maggiore sfruttamento (riduzione dei costi) e dall’altra prevede un minore sfruttamento da parte della concorrenza e dunque una domanda adeguata alle proprie aspettative : il risultato sono l’aumento della composizione organica di capitale e le crisi di realizzo.

 

Dire poi (come fa Hilferding) che la base ristretta del consumo sia una condizione generale della crisi e non una causa è una contraddizione : una condizione generale della crisi è almeno un fattore causale di un evento e probabilmente è il fattore causale più importante. E a tal proposito dire che un fenomeno periodico non può essere spiegato da un fenomeno costante è un paralogismo. Facciamo un esempio che possa servire da analogia : un uomo ha una insufficienza cardiaca in base alla quale per vivere deve portare un pacemaker. Si guasta il pacemaker e l’uomo muore. Possiamo benissimo dire che l’uomo sia morto per insuficienza cardiaca che è al tempo stesso condizione generale della sua morte e fattore causale più rilevante della stessa, mentre il guasto al pacemaker è solo il venire meno di un fattore che ostacolava la successione causale tra insufficienza cardiaca e morte dell’individuo che ne era affetto, che ostacolava cioè il passaggio dell’insufficienza cardiaca da condizione generale a causa efficiente della morte. In questo modo si può comprendere anche come un fenomeno periodico si possa spiegare tramite un fenomeno costante.

Dunque le crisi di realizzo, da quando la classe dominante ha elaborato tutta una serie di strumenti per tentare di impedirne il verificarsi, si avverano quando questi strumenti non possono più svolgere tale funzione. La base ristretta del consumo gioca in economia la stessa funzione del secondo principio della termodinamica : qualsiasi diavoletto di Maxwell può solo illusoriamente agire a livello complessivo e rinviarne le conseguenze a livello locale.

Del resto lo stesso Hilferding è costretto a dire che la sproporzione si verifica quando si ha l’aumento della composizione organica del saggio di profitto o quando il consumo non procede di pari passo con la produzione. Egli cioè è costretto a rimettere nella sua teoria i fattori causali che aveva pensato di escludere : la sproporzione è solo una descrizione statica di una situazione che ha nell’aumento della composizione organica di capitale e nelle base ristretta del consumo i suoi fattori causali.  

 

 

 

Il commercio tra paesi capitalistici secondo la Luxemburg

 

A proposito delle tesi della Luxemburg va detto che il commercio tra due economie capitalistiche va assimilato al commercio interno, ma ciò dipende anche dal punto di partenza. Se si intende per economia capitalistica un economia aperta ad altre economie capitalistiche, l’esportazione risolve a breve il problema del plusprodotto. Se invece si intende per economia capitalistica il complesso di tutti i sistemi-paese capitalistici allora l’esportazione è possibile solo verso paesi non capitalistici. Tale ambiente però viene eroso solo se si trasferiscono capitali che diano luogo a rapporti capitalistici e non se si esportano semplicemente merci. Ovvio che a questo punto la domanda delle merci che l’economia capitalistica produce in eccesso presuppone una ricchezza già data. Inserendo un economia capitalistica nel tempo questa ricchezza già data è possibile ipotizzarla.

Il problema è vedere per quanto tempo possa sostenere la domanda che dovrebbe assorbire il plusprodotto.

Nel caso della crisi attuale, ci sono :

·         lavoratori americani a bassi salari,

·         un plusprodotto delle imprese Usa,

·          lavoratori cinesi a bassi salari

·         un plusprodotto delle imprese cinesi.

Ora

1.      le imprese americane di mezzi di produzione ed il capitale americano esportano capitali in Cina, con i quali le imprese cinesi producono beni di consumo il cui eccesso viene esportato in Usa a prezzi più bassi consentendo il consumo degli operai americani (per cui con i salari Usa si riescono a comprare le merci cinesi).

2.      Il profitto delle imprese cinesi viene reinvestito i titoli di Stato americani che consentono indirettamente di aumentare il credito agli operai americani per l’acquisto del plusprodotto Usa di beni di consumo (case).

Ovviamente l’equilibrio è instabile : c’è un debito pubblico Usa, c’è un eccesso di investimento in beni capitali da parte sia degli Usa che della stessa Cina, eccesso che dovrà essere a sua volta esportato. Insomma la crisi capitalistica viene rinviata di volta in volta, anche se non può esserlo indefinitamente.

 

 

La contraddizione del capitalismo secondo la Luxemburg

Dire infine che secondo la Luxemburg il capitalismo non è destinato a scomparire perché le sue contraddizioni si sviluppano in modo insopportabile all’interno di quella zona in cui ha compiutamente stabilito il proprio dominio, ma perché non può estendere sul serio le proprie forme e le proprie strutture su tutta la terra, è incorrere in un altro paralogismo : il capitalismo è destinato a scomparire proprio perché azzerato il contesto precapitalistico che lo alimenta, deve confrontarsi con la propria impossibilità di esistere da solo.

 

 

Tuttavia c’è una possibilità ulteriore : se ad es. una innovazione tecnologica prodotta all’interno di una zona capitalistica avanzata riproduce il dualismo non più tra capitalismo e precapitalismo, ma tra capitalismo avanzato e capitalismo meno avanzato, allora sarà possibile per il capitalismo sopravvivere finché ci sarà una gerarchia interna al modo di produzione capitalistico che consenta a capitali e merci in eccesso di essere esportati a cascata in maniera da riprodurre le condizioni di sopravvivenza del sistema. Ma tale ipotesi è verosimile, o viene riassorbita dal concetto di commercio interno allo stesso sistema capitalistico ?

 

L'aumento dei salari stabilizza il capitalismo ?

Bernstein sbaglia a dire che la stagione tempestosa del capitalismo è ormai alle spalle. Del resto sarà smentito da ben due guerre mondiali, la seconda successiva ad una gravissima crisi di sistema.

E’ vero che le battaglie sindacali attenueranno lo squilibrio tra produzione e consumo, ma non lo toglieranno mai ed inoltre i progressi raggiunti saranno sempre soggetti ad essere rimossi a seconda della fase storica. La tendenza alla massimizzazione del profitto, come lo scorpione della famosa fiaba, cercherà sempre di violare i compromessi sociali raggiunti quando li considererà troppo  onerosi per la propria interna dinamica.

L’accettazione da parte di Bernstein dell’imperialismo è proprio la dimostrazione del fatto che lui intuiva la funzione che l’imperialismo aveva per garantire la pace sociale all’interno della propria comunità. Tale adesione dunque è anche una parziale smentita della sua teoria nel momento che fa a meno dell’imperialismo come fattore esplicativo.  

Lenin spiega la tesi di Hansen dicendo giustamente che la possibilità degli operai di partecipare ai profitti deriva in realtà dalla condivisione opportunistica dei proventi dell’imperialismo. In realtà all’inizio i capitali esportati sono soprattutto legati allo sfruttamento, all’immagazzinamento e alla distribuzione di fonti di energia a buon mercato (grazie alla guerra), per cui alla fine il basso costo dell’energia consente di aumentare i profitti e di redistribuirli in minima parte sotto forma di aumenti salariali, mantenendo intatto il saggio di sfruttamento. Con il passare degli anni però l’esportazione di capitale comprende anche altre branche produttive e dunque determina una fuoriuscita più massiccia di forza lavoro, per cui tale compromesso finisce per mostrare la corda.

Il fatto che il consumo dei lavoratori possa realizzare parte del plusvalore (la critica di Sweezy a Luxemburg) implica la tesi di Hansen per cui la lotta sindacale avrebbe eroso una parte di plusvalore che avrebbe mantenuto in equilibrio il sistema, ma l’equilibrio è garantito solo se tutto il plusvalore viene eroso e redistribuito in maniera equa, cioè senza differenze di reddito che generino differenti propensioni al consumo che a loro volta causino la trappola della liquidità.

 

 

La tesi di Denis sulla domanda di investimenti

E’ possibile pensare che la domanda di investimenti non presuppone una precedente domanda di merci capace di assorbire l’accresciuta capacità produttiva : nella crisi ci sono comunque imprese che sopravvivono e magari fanno profitti, debellano la concorrenza, incorporano altre imprese e sono queste sulla base di aspettative soggettive (sulla base del successo avuto) a costituire la domanda di investimenti che riequilibria il sistema. Ovviamente la discrepanza tra aspettative e domanda effettiva  nel tempo sarà il seme delle crisi future.

La teoria di Denis sul fatto che sia un fattore esterno a generare la domanda di investimenti che permette di evitare la crisi almeno a breve ed a generare un livello degli investimenti superiore al risparmio mi pare interessante e problematica al tempo stesso. Interessante perché (nel suo essere una variante della tesi di Luxemburg) fotografa un’economia capitalistica nel suo divenire storico con una ricchezza addizionale sempre presente e di cui volta per volta bisognerebbe identificare la fisionomia. Probabilmente la iniziale domanda addizionale di investimenti deriva da una ricchezza già esistente derivante dallo sfruttamento (spesso di rapina) di risorse naturali (beni alimentari, risorse energetiche e minerarie), ricchezza che inizialmente viene investita nella costruzione di impianti che permettano uno sfruttamento di risorse meno facilmente raggiungibili. 

I primi operai sono operai nell’estrazione di risorse o nel campo della produzione agricola.

Successivamente le occasioni esterne sono innovazioni tecnologiche usate da imprese che hanno superato la crisi e che si rivolgono ad una offerta istituzionale formata da altre grandi industrie, Stati e consumatori appartenenti agli strati più ricchi della società e grazie a questa offerta si instaura un altro fenomeno moltiplicativo che dà origine alla fase di espansione.

 

 

 

 

 


10 settembre 2010

Tugan Baranovskij tra sottoconsumo e sproporzioni

L’economista russo Tugan-Baranovskij  respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però secondo Claudio Napoleoni contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa, continua Napoleoni che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia, conclude Napoleoni, la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo)

 

 

 

 

 

A questa conclusione però va obiettato che i sottoconsumisti non dicono (almeno non tutti) che la produzione capitalistica sia produzione per il consumo, ma che il non essere produzione per il consumo porta a crisi di realizzo, giacchè anche la produzione per la produzione alla fine deve rapportarsi con il consumo (tale rapporto può essere rinviato molte volte, ma nel momento in cui si verifica, più il rinvio è stato temporalmente significativo, più la crisi di realizzo diventa grave). Più precisamente si può dire che la produzione capitalistica è produzione per la produzione nel senso che in essa tende a lievitare la domanda di mezzi di produzione. Tuttavia proprio questa tendenza è un fattore di crisi in quanto essa viene a deprimere ulteriormente la domanda per i consumi (portando all’aumento della composizione organica di capitale ed all’espulsione sempre più marcata dei lavoratori dalla produzione). Questo calo poi da un lato deprimerebbe nel tempo la stessa domanda per mezzi di produzione (visto che le aspettative dopo un certo tempo possono diventare pessimistiche, soprattutte per le imprese che producono beni di consumo), anche se nell’immediato tale domanda dovrebbe compensare il calo stesso dei consumi.  La Luxemburg aveva capito che l’assunzione delle tesi di Tugan avrebbe avuto conseguenze nefaste per il movimento rivoluzionario : il politicismo leninista, la violenza rivoluzionaria sono infatti la conseguenza dell’abbandono delle tesi che vedevano in capitalismo incamminato irreversibilmente verso la sua autodissoluzione. Tale abbandono implicava ovviamente quella forzatura rivoluzionaria che avrebbe dovuto colmare la mancanza di necessità del crollo, mentre la politica deve gestire e favorire la transizione, ma non deve colmare alcun vuoto se non quello di un intervento che impedisca alla crisi di essere un movimento senza soggetto e dunque un movimento che riporti i sistemi sociali a situazioni di barbarie, a nuove accumulazioni basate sulla rapina.


9 settembre 2010

Il capitalismo e la crisi : Sweezy, Sternberg e Baran secondo Denis

Sweezy, Sternberg e Baran mettono in evidenza il fatto che l’evoluzione dei paesi capitalistici progrediti non può essere più studiata isolatamente, dato che fa parte di un processo mondiale i cui diversi momenti vanno presi in considerazione simultaneamente. La fondamentale contraddizione interna della produzione capitalistica porta all’espansione, all’interazione sistematica ed al conflitto verso la realtà esterna. Quest’ultima poi conduce ad una ristrutturazione della situazione interna la quale viene liberando le forze che spingono verso un nuovo ordine mondiale. Sternberg rifiuta la concezione di Hilferding, ripresa da Lenin, che definisce l’imperialismo come una conseguenza dello sviluppo dei monopoli. Egli dice infatti che la spinta imperialistica si manifestò in Inghilterra ed in Francia molto tempo prima che si potesse constatare una concentrazione monopolistica appena considerevole.

 

 

L’appoggio fornito dagli imperialisti europei alle feudalità locali ed all’azienda artigianale non potrà più durare a lungo in Asia. È estremamente improbabile che in questa parte del mondo una lunga fase di capitalismo liberale conduca l’economia dallo stadio feudale e precapitalistico a quello delle grandi aziende monopolistiche e dei colossali concentramenti finanziari. Tutto porta invece a ritenere che in parecchi paesi asiatici l’alleanza dell’imperialismo con la feudalità sarà spezzata a vantaggio di un sistema economico che darà di colpo allo stato un compito decisivo nello sviluppo e nella modernizzazione sia dell’industria che dell’agricoltura. Baran dimostra che l’imperialismo ha ingenerato il sottosviluppo e che le regioni arretrate non possono colmare il divario che le separa da quelle progredite nel quadro del modo capitalistico di produzione. Le prime infatti continuano ad essere dominate dalle seconde che le riducono a strumenti del proprio arricchimento e della propria potenza.

Sweezy sembra anche lui ammettere che nel periodo del capitalismo concorrenziale i mercati esteri non abbiano assolto ad una funzione essenziale nello sviluppo economico europeo. La sua teoria si basa sull’idea che, nel corso dello sviluppo capitalistico, il risparmio della classe borghese tenda a costituire una parte sempre più grande del reddito nazionale, poiché i profitti hanno la tendenza ad aumentare più rapidamente dei salari e poiché quindi si manifesta nei capitalisti la propensione a risparmiare una aliquota sempre più cospicua dei loro redditi. Ma allora, se tutto il risparmio si investe, non può non accadere che l’investimento cresca più celermente del consumo effettivo. Se poi le tecniche produttive non si modificano, la produzione di beni di consumo aumenta ogni anno nella stessa percentuale dell’investimento. La produzione dei beni di consumo dunque cresce più rapidamente del consumo effettivo e la conseguenza inevitabile è la crisi. Denis obietta che non sembra effettivamente possibile sostenere che la produzione di beni di consumo cresca necessariamente allo stesso ritmo degli investimenti. Sostenendo questa tesi si trascurerebbe il fatto che le nuove attrezzature possono essere utilizzate per fabbricare degli altri beni di produzione supplementari e non dei beni di consumo. Certo non sarebbe possibile sostenere che un simile processo potrebbe proseguire all’indefinito, dice Denis, a meno di non ricadere nell’errore di Tugan Baranovskij. Tuttavia sembra necessario sottolineare che, per spiegare realmente il ciclo, bisogna poter dimostrare sia perché, durante un certo tempo, si verifichi effettivamente nell’economia capitalistica un processo di produzione d’attrezzature per la produzione d’attrezzature sia perché poi questo stesso processo s’interrompa. Secondo Denis Sweezy non risponde né alla prima, né alla seconda questione ed in realtà non potrebbe rispondervi se al centro dell’analisi non si mette il principio (affermato da Malthus e Luxemburg) secondo il quale il processo della produzione capitalistica rimane subordinato ad uno sviluppo preliminare dei suoi sbocchi.

Secondo Denis bisogna ammettere che ogni espansione capitalistica è dovuta in origine all’azione di un fattore esterno che crea una nuova domanda di prodotti e suscita una prima ondata di investimenti. Se questa prima ondata è abbastanza forte l’investimento supera il risparmio normale e la domanda globale di prodotti è superiore all’offerta globale di maniera che ne risultino sollecitati nuovi investimenti. L’azione del fattore esterno viene così moltiplicata e si sviluppa un processo di generale espansione di cui non sono sempre evidenti i legami con la causa reale che lo ha provocato. Tuttavia dopo un certo tempo la propensione ad investire non può non diminuire fortemente negli ambienti industriali, dato che cresce rapidamente la massa degli investimenti in via di realizzazione. D’altra parte poiché anche il risparmio normale aumenta rapidamente, giunge ben presto un momento in cui tale risparmio diviene più grande dell’investimento. È proprio a questo punto che si spezza e s’interrompe il processo di espansione.

Nel corso dell’ultimo secolo i più importanti fattori esterni dell’espansione sono stati da un lato la penetrazione del commercio e del capitalismo in nuove zone del mondo e dall’altro lato specialmente negli Stati Uniti, lo sfruttamento di nuove terre fertili su larghe estensioni. Dopo la fine della seconda guerra mondiale il processo di decolonizzazione sommato con l’aiuto ai paesi arretrati, ha determinato di nuovo in questi ultimi paesi un rapido incremento della domanda di beni industriali. Si è aggiunto a ciò l’incremento della spesa pubblica e delle spese militari. Si ritiene che si possa spiegare così il fatto che lo sviluppo economico dei paesi capitalistici progrediti (divenuto assai più lento tra le due guerre mondiali) abbia potuto riprendere ad un ritmo sostenuto.

I tre economisti qui studiati secondo Denis non prendono in sufficiente considerazione la necessità di principio che esistano preliminarmente degli sbocchi. Baran dice che, allargando il mercato per i prodotti di imprese private il commercio estero può determinare un aumento della produzione e degli investimenti che in caso contrario non si sarebbe mai verificato. Delle condizioni di un commercio equilibrato per Baran l’effetto del commercio estero sul complesso dell’economia è meno certo, poiché l’espansione delle industrie esportatrici può venire pienamente compensata da una contrazione delle industrie colpite dall’importazione di beni sui loro mercati. Ma Denis obietta che, nel caso di rapporti commerciali con le regioni sottosviluppate, il commercio anche squilibrato o persino deficitario dal punto di vista delle zone industriali è non di meno un potente fattore di sviluppo, dato che queste zone stesse importano delle materie prime e delle derrate agricole, le quali non esercitano alcuna concorrenza sulla loro produzione nazionale. Baran a tal proposito dice che il significato del commercio estero come fattore dinamico, come fonte di un movimento che aiuta l’economia capitalistica ad uscire fuori da una situazione data, sta innanzitutto nel fatto che esso dà origine al meccanismo dell’esportazione di capitali. Sternberg invece non ha minimizzato l’importanza degli sbocchi esterni secondo Denis, ma li avrebbe considerati solo una valvola di scarico della produzione capitalistica sovrabbondante. Denis ritiene invece che in mancanza di occasioni esterne di investimento non si sarebbe mai avuto sviluppo della produzione capitalistica.

 


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