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15 marzo 2010

La critica di Schlick all’intuizione

 

Conoscenza non è intuizione

 

Schlick cerca di rispondere all’obiezione per cui la conoscenza dovrebbe essere una congiunzione più intima con gli oggetti di questo mondo. Egli dice che l’uomo può entrare in tale congiunzione, ma questa non è conoscenza, dal momento che la conoscenza presuppone una certa distanza, una elevazione del soggetto sull’oggetto ed uno sguardo dominante.

Egli vuole da un lato dimostrare che tutte le speranze che l’uomo legittimamente ripone nel conoscere vengono effettivamente realizzate con il designare mediante giudizi e concetti. D’altro canto egli vuole mostrare che nessun’altra funzione dello spirito umano può assolvere i compiti posti al conoscere.

Per quel che riguarda la pars destruens, Schlick dice che la concezione della conoscenza come immedesimazione tra conoscente e conosciuto non solo ha fallito perché non fosse possibile, ma anche perché comunque non sarebbe stata conoscenza.

Schlick esamina la tesi a tal proposito per cui esiste un processo in cui quest’immedesimazione si verifica e cioè l’intuizione : secondo questa teoria, se guardo (intuisco) una superficie rossa, il rosso è una parte del contenuto della mia coscienza e la esperisco direttamente. Solo in questo vissuto dell’intuizione immediata e non mai mediante concetti posso conoscere cosa sia il rosso. Solo l’intuizione insegna allo stesso modo cosa siano piacere e dolore, caldo o freddo.

Allo stesso tempo Schlick esamina l’ipotesi che l’intuizione sia una modalità di conoscenza diversa da quella mediante concetti, ma attacca la tesi intuizionista radicale per cui la conoscenza intuitiva riesce a fare quello che non può fare la conoscenza tramite simboli.

A tal proposito Schlick dice :

  1. Intuizione e conoscenza concettuale vanno in due direzioni opposte.
  2. La conoscenza distingue qualcosa che viene conosciuto e qualcosa con cui si conosce.
  3. Nell’intuizione, dove invece abbiamo solo l’oggetto (e non il concetto) non abbiamo alcuna somiglianza con la conoscenza.
  4. Quando mi lascio assorbire da un contenuto intuitivo non conosco l’essenza ad es. del rosso (che si ha solo con la comparazione e la concettualizzazione).
  5. Nell’intuizione gli oggetti sono dati e non compresi. Perciò una conoscenza intuitiva è una contraddictio in adiecto.
  6. L’animale intuisce in modo più completo il mondo circostante, ma non si può dire che esso conosca.
  7. Attraverso l’intuizione otteniamo un sapere intorno alle cose, ma mai un’intelligenza delle cose.
  8. Quando vogliamo conoscenza, sia nella scienza che nella filosofia, noi vogliamo una maggiore intelligenza delle cose.

Schlick vuole distinguere tra knowledge of things e knowledge of truths, knowing that e knowing what ed identifica la conoscenza con quest’ultima.

Egli si rifà di nuovo a Russell, quando dice che la conoscenza non è una relazione tra soggetto ed oggetto, ma una relazione posta dal soggetto tra più oggetti.

 

Il Cogito di Cartesio e la cosa-in-sé kantiana

 

Schlick esamina poi (sempre in maniera filologicamente superficiale) la concezione cartesiana della conoscenza intuitiva del Cogito. Egli dice che il Cogito esprime la verità incontestabile dell’esistenza dei contenuti di coscienza. Ma, aggiunge, non ogni verità è conoscenza, giacchè il concetto di verità è più ampio di quello di conoscenza. La verità è univocità di designazione e può essere conseguita anche in una definizione.

Schlick aggiunge che  Cogito ergo sum” è una definizione impropria del concetto di esistenza, e così la decisione di designare il vissuto come “Ego sum” oppure come “I contenuti di coscienza esistono”. “Io sono” è un fatto, non è una conoscenza. Se il concetto dell’esistenza ci fosse già noto da altri esempi e se, ad un esame dei processi di coscienza, trovassimo che essi corrispondono al concetto espresso, allora la proposizione di Descartes sarebbe una conoscenza, ma allora in questo caso torneremmo alla conoscenza intesa però non in maniera intuitiva.

Schlick dice che incorre in un circolo vizioso chiunque prenda la proposizione cartesiana per una conoscenza : “Ego sum” non ha bisogno di alcuna fondazione, perchè i fatti non hanno bisogno di essere assicurati da un’evidenza. Essi non sono né certi, né incerti, ma semplicemente sono.

L’errore cartesiano è stato elevato a principio filosofico dalla psicologia dell’evidenza di Brentano, per la quale ogni atto psichico è accompagnato da una conoscenza di questo atto e, poiché la conoscenza la si ha solo nel giudizio, in tutti gli atti psichici (e dunque in ogni percezione) è contenuto un giudizio. Schlick nota che da una psicologia empirica ci si aspetterebbe che ci faccia vedere in ogni atto psichico un giudizio quale elemento esperito ed invece Brentano fa un’inferenza per cui, poiché la percezione è conoscenza, essa deve contenere un giudizio. Schlick conclude che l’inferenza corretta dovrebbe invece essere che, poiché la percezione non contiene alcun giudizio, essa non è conoscenza.

A questo proposito, Kant, affermando che il rapporto iniziale tra soggetto ed oggetto è dato dall’intuizione, fu portato a considerare erroneamente quest’ultima come essenziale per la conoscenza. Schlick aggiunge che tale ruolo dell’intuizione impedì a Kant di smascherare quale pseudo-problema quello della conoscenza delle cose in sé : Kant avrebbe creduto che una tale conoscenza dovesse essere un’intuizione per cui essa rappresentasse le cose così come sono in se stesse. Kant dichiarò impossibile tale tipo di conoscenza in quanto le cose non possono essere ricomprese nel potere di rappresentazione del soggetto. A questa considerazione Schlick aggiunge che, anche se questo fosse possibile, noi faremmo esperienza delle cose ma non le conosceremmo. Dunque una conoscenza delle cose in sé è una contraddictio in adiecto, perché implicherebbe l’assurda pretesa di rappresentare delle cose così come sono, indipendentemente da ogni rappresentare.

 

La conoscenza come designazione

 

Schlick poi dice che, a chi avesse sempre saputo e tenuto ben presente che la conoscenza si genera attraverso una mera coordinazione di segni ed oggetti, non sarebbe mai venuto in mente di chiedersi se sia possibile una conoscenza delle cose così come sono in se stesse. Solo chi ritiene che il conoscere sia una sorta di rappresentazione per immagini delle cose nella coscienza può avere un idea del genere. Infatti, sulla base di tale presupposto, ha senso chiedersi se le immagini mostrino davvero le cose così come sono. Costui potrebbe sempre lamentare qualcosa di inadeguato nel processo conoscitivo, perché questo non sarebbe in grado di trasferire i propri oggetti nella coscienza senza alterarli sostanzialmente.

A tal proposito Schlick dice che il vero concetto di conoscenza non porta più a tali insoddisfacenti conclusioni : il conoscere per esso consiste in un atto, la semplice designazione, con il quale di fatto le cose non vengono alterate, in quanto al segno non viene richiesto di produrre un duplicato della realtà, ma solo una univocità di coordinazione. Mentre ogni immagine deve essere necessariamente presa da un qualche punto di vista e può dare solo una veduta prospettica dell’oggetto, quest’ultimo può essere designato così com’è. I segni impiegati hanno un carattere soggettivo, ma la coordinazione compiuta non mostra traccia di questa soggettività ed è, per essenza, indipendente dall’organo agente.

Dunque, conclude Schlick, ogni conoscere ci dà una conoscenza di oggetto come essi sono in se stessi. Infatti, comunque possa essere ciò che viene designato, apparenza o cosa in sé, è pur sempre esso stesso, come esso è, quello che nel conoscere viene designato, pur assumendo che nella nostra conoscenza siano accessibili solo apparenze dietro le quali ci sarebbero le cose in sé, che non ci sarebbero note. Tuttavia le cose in sé sarebbero conosciute insieme alle apparenze, non appena conoscessimo queste ultime. Infatti i nostri concetti sono coordinati alle apparenze, ma queste sono state assunte essere coordinate alle cose in sé. Ne segue che i nostri concetti designano anche le cose in sé, in quanto un segno di un segno è anche un segno per il designato.

 

Le riflessioni di Lotze e Nelson

 

Schlick poi parla della possibilità di una teoria della conoscenza : se il conoscere deve riflettere su se stesso, se deve decidere della propria validità, chi fa la guardia al guardiano (Sidgwick) ? E come si può conoscere prima di conoscere, come si può imparare a nuotare prima di entrare in acqua (Hegel) ? Da ciò Lotze non vedeva altra via d’uscita che fondare la teoria della conoscenza sulla metafisica, intendendola come uno strumento di conoscenza che non è a sua volta oggetto di conoscenza. Ma Schlick obietta che,  se il conoscere fosse analogo a questi processi intuitivi ci troveremmo in un’impasse, mentre nella sua teoria il conoscere è un processo di coordinazione che si può applicare a se stesso senza difficoltà.

Schlick esamina poi l’argomento di Leonard Nelson contro la teoria della conoscenza. Questi dice che, se il criterio di validità epistemologica non è una conoscenza, esso dovrebbe diventare oggetto di conoscenza, ma la validità di tale conoscenza presupporrebbe già la validità del criterio che dovrebbe essere oggetto di tale valutazione.

Schlick obietta a tale argomento che qualcosa, per essere noto, non ha bisogno di essere diventato oggetto di una conoscenza, per cui la catena inferenziale dello scetticismo di Nelson si interrompe. Inoltre la tesi che la conoscenza come designazione ed ordinazione degli oggetti sia solo un espediente in luogo di un tipo più perfetto di conoscenza, è in realtà molto contestabile. Infatti il conoscere inteso come comparare, designare, ordinare riesce a fare in maniera perfetta tutto ciò che noi nella vita e nella scienza richiediamo al conoscere e nessun altro processo potrebbe riuscire a farlo.

 

Conoscenza come ritrovare l’eguale

 

Schlick contrappone all’importanza dell’intuizione la tesi per cui ogni conoscere presuppone la constatazione di una eguaglianza, e cioè la constatazione che una determinata relazione o proprietà è uguale ad una relazione o proprietà osservata in precedenza. Egli esamina a tale proposito l’obiezione per cui la constatazione di un oggetto nuovo non può essere ricondotta al ritrovamento dell’uguale. Il mero “diventare note” da parte di certe datità è un esperirle non un conoscerle , anche se ci procura il fondamento per una conoscenza del vissuto complessivo che si compone di quelle datità. Quest’ultima conoscenza (consistente nel riconoscere come complesso l’Intero) è però solo del tipo più primitivo : non appena si voglia andare oltre questa magra constatazione non basta esperire tali fattori, ma bisogna che essi vengano denominati ed inseriti in una rete di relazioni.

A proposito poi della fenomenologia, Schlick dice che, finché l’analisi fenomenologica è un portare al soggetto gli oggetti da conoscere mediante visione di essenza, non c’è conoscenza, ma si fornisce solo il materiale per il conoscere, mentre la conoscenza è ordinare il materiale di conoscenza. Come conoscenza scientifica, Schlick considera come modello quello descritto da Kirchoff che parla di descrizione semplice e completa dei movimenti che hanno luogo in natura (a proposito della meccanica). Egli interpreta la “descrizione” come coordinazione di segni, la “semplicità” come uso minimo dei concetti elementari, la “completezza” come designazione univoca di ogni particolare.

 




Una questione di definizione

 

Schlick in realtà parte da una definizione precostituita di “conoscenza”, una conoscenza intesa come episteme e nega invece un’altra forma di conoscenza, quella che storicamente si è definita come gnosi. Egli nega cioè che la russelliana knowledge by acquaintance possa essere appellata “conoscenza” e ritiene che sia tale solo la knowledge by description. A tal proposito egli cita scorrettamente insieme sia Bergson (che possiamo definire un intuizionista senza descrizione) e Husserl (che invece ritiene possibile o anzi necessaria una descrizione di ciò che viene intuito con la noesi). Per l’intuizionismo filosofico la concezione per cui si deve distinguere quello che viene conosciuto da ciò con cui si conosce è la concezione concettualista della conoscenza in cui è almeno possibile (se non inevitabile) che il concetto (lo strumento della conoscenza) diventi alla fine l’ostacolo che impedisce in realtà di attingere l’oggetto stesso della conoscenza. L’intuizionismo non condivide l’idea che conoscere una cosa è conoscerne l’essenza (ciò non vale per Husserl) né confonde l’istinto con l’intuizione (come fa Schlick). Quando poi quest’ultimo dice che sia filosofia che scienza hanno cercato una conoscenza concettuale finge di non tenere conto proprio di tutte le correnti mistiche e nel campo delle scienze umane dello storicismo. Più avanti Schlick mostra di presupporre dogmaticamente che tutti chiediamo alla conoscenza le stesse cose, che nel caso qualcuno chieda qualcosa di diverso, tale richiesta sia meno giustificabile di quella promossa dallo stesso Schlick e che infine la stessa conoscenza intuitiva sia obbligata a dare al soggetto le stesse cose che dà la scienza discorsiva. Che i due ambiti possano essere complementari è un’ipotesi nemmeno presa in considerazione.

Voler distinguere infine knowledge of things e knowledge of truths è una velleità inconsistente, dal momento che la seconda è la versione metalogica della prima e dunque ad essa semanticamente equivalente.

 

 

Possibilità di diverse definizioni

 

Non si può inoltre escludere che l’oggetto ad es. della metafisica sia qualcosa impossibile da determinare e che dunque sia accessibile solo al knowing that e non al knowing what, nel senso che la sua essenza è l’esistenza, per cui il suo what è solo il that.

La relazione poi tra oggetti in cui consisterebbe per Schlick la conoscenza non potrebbe essere la consapevolezza dell’unità di una realtà solo in apparenza molteplice ? E l’intuizione di tale unità non può essere il ritrovare l’unità del soggetto all’interno stesso dell’oggetto ?

Di sicuro la conoscenza intuitiva non ha niente a che fare con la certezza : direbbe Goethe che non è una conoscenza che si prende e si porta a casa. Perché se si porta a casa è knowledge by description.

Né è vero che solo le F-verità siano conoscenza, dal momento che una definizione, soprattutto per chi non la stipula, può essere un momento di chiarificazione ed ogni chiarificazione non è comunque conoscenza ?

 

 

Il Cogito è un’intuizione pura ?

 

Quanto alla critica del Cogito, la prima cosa che va detta è che Schlick sbaglia ad identificare l’intuizione cartesiana con quella bergsoniana e con quella husserliana. Ma , a parte questo, c’è da dire che, dal momento che Schlick identifica la conoscenza con la determinazione tramite categorie, allora o si deve ammettere che le categorie sono eterne ed eterno è il processo di conoscenza (Platone, Buddhismo) oppure si deve spiegare come mai le esperienze fondanti che hanno generato le categorie non siano considerabili come conoscenza (ad es. stupore e conoscenza non sono assolutamente accostabili in Schlick). Inoltre quest’ultimo sbaglia a dire che l’esperienza degli stati di coscienza sia la fonte unica ed originaria del concetto di esistenza. Cartesio non voleva dire propriamente questo : la coscienza per lui è la fonte del concetto di autoriferimento (auto- fondazione) e dunque di prova indubitabile dell’esistenza, per cui il Cogito è sì un’esperienza, ma contemporaneamente una conoscenza (una riflessione), è cioè l’ascesa infinita ed intuitiva nella gerarchia dei meta-linguaggi.

Inoltre Schlick non prende assolutamente in considerazione il problema dell’apparenza o dell’illusorietà dell’empirico (problema basilare nel corso della storia della filosofia). Questa è quanto meno una ingenuità storiografica troppo forte che abbisogna di una adeguata giustificazione teoretica, giustificazione che Schlick purtroppo non ci dà.

 

 

 

La tesi di Brentano

 

La tesi di Brentano per cui in tutti gli atti psichici è contenuto un giudizio è in un certo senso analoga a quella che si sta portando avanti in questo saggio ed essa è estendibile anche agli eventi non-psichici in questa versione : qualsiasi proposizione è traducibile in un’asserzione ed in una proposizione metalinguistica (cioè in una proposizione epistemica). Quelli che Schlick chiama “fatti empirici” sono in realtà proposizioni descrittive, anch’esse traducibili metalinguisticamente.

Se si sottolinea il fatto che una proposizione, espressa in un enunciato, è anche un evento, allora l’evento, in quanto tale, è irriducibile alla conoscenza. Ma se si sottolinea l’aspetto proposizionale (semantico) di un evento, questo è a sua volta traducibile in proposizioni epistemiche (idealismo).

Schlick ha ragione nel dire che l’intuizione non può essere una conoscenza traducibile in enunciati (non è, come abbiamo detto, una conoscenza portatile), ma ha torto a contrapporre poi percezione a giudizio, giacché altrimenti, in maniera contraddittoria, ricostruisce un ambito epistemico alla percezione stessa e cioè apre la possibilità di una percezione senza pensiero e di una conoscenza non linguistica. Questa è la tesi di Leonard Nelson che Schlick si affretta a criticare senza tener presente che la netta separazione da lui operata facilita tale opzione.

Non è un caso infine che Schlick si contraddica (almeno parzialmente) pure quando dice che, in una coscienza con un certo grado di sviluppo,  non compaiano quasi mai pure percezioni isolate, per cui in ogni percezione ci sarebbe un po’ di categorizzazione e quindi di conoscenza. Ma poi egli si affretta a dire che tale conoscenza intuitiva non è quella di Bergson e Husserl, senza però fare una rigorosa verifica testuale e confondendo di nuovo le ben differenti concezioni dei due suddetti pensatori.

A proposito della fenomenologia, Schlick sbaglia anche quando ritiene che essa non sia conoscenza (che è ordinamento del materiale), ma semplice evidenziazione dell’oggetto. Infatti la visione delle essenze è una descrizione determinata dell’oggetto, visione in cui è implicito il giudizio e dunque anche la funzione che Schlick chiama pregiudizialmente ordinatrice della conoscenza.

 

La radicalizzazione di Kant

 

Schlick radicalizza la svolta kantiana riducendo la conoscenza ad un rapporto tra ente e sistemi di riferimento categoriali. Ma ciò esclude la posizione classica della conoscenza come approfondimento della realtà dell’oggetto ed attenua il rapporto tra verità e realtà.

Per Schlick il rappresentare le cose altera le cose stesse ? I sistemi categoriali appartengono al soggetto o rispecchiano modi di essere dell’oggetto ? Ciò perché nel primo caso viene spontaneo pensare a cosa possa essere l’oggetto privo di tali sistemi categoriali : non dovrebbe essere niente, altrimenti si finirebbe nell’Idealismo (che non mi pare essere la posizione di Schlick).

In realtà forse il problema della cosa in sé può spiegare perché siano possibili differenti rappresentazioni delle cose. Se le rappresentazioni possibili fossero alla fine solo una (come in Kant), l’esito idealistico avrebbe più plausibilità.

 

 

 

 

 

Rappresentazione e designazione

 

Schlick paragona la rappresentazione e la designazione: Tale paragone è improprio : la rappresentazione è un tentativo più o meno completo di conoscenza e può comprensibilmente mancare il bersaglio. La designazione è un associare un segno al denotato e può avere  carattere convenzionale. Dunque, a partire da questo improprio paragone, si può concludere che la coordinazione designativa raggiunge il suo obiettivo, ma proprio in quanto esso è più misero e modesto di quello della rappresentazione. Schlick invece riduce il conoscere a designare, quando il designare è solo una precondizione del conoscere. Egli definisce semplicisticamente ad es. la descrizione come mera coordinazione di segni, quando invece, essendo presente in essa anche la predicazione, trattasi non solo di coordinazione di segni, ma anche implicitamente di una generalizzazione e ciò rende l’analisi più complessa.

Inoltre non è solo la rappresentazione ad avere proprietà prospettiche, ma lo stesso pensiero categoriale, visto che gli schemi categoriali sono ora considerati molteplici. Il designare invece magari non cambia gli oggetti (ed a volte lo fa in maniera subdola), ma nemmeno li conosce in senso proprio.

Dire infine che, conoscendo le apparenze, conosciamo anche le cose in sé  è una conclusione in parte vera (critica a Kant da parte di Hegel), ma in parte giace su alcuni presupposti discutibili quali quello per cui il rapporto tra segno ed apparenza sia lo stesso che c’è tra apparenza e cosa in sé (per cui scatterebbe una sorta di proprietà transitiva). Un altro presupposto non indubitabile è, come abbiamo accennato sopra, che le differenti designazioni di oggetti non presuppongono a loro volta una teoria implicita per cui anche il designare potrebbe essere considerato un interpretare.

 

 

La riflessione della conoscenza su se stessa

 

Il problema della riflessione non è solo quello della sua impossibilità, se si parte dall’intuizione e dalla sua assoluta immediatezza, ma anche quello del rinvio ad infinitum se lo si guarda dal punto di vista della designazione, la quale è possibile, ma non è mai conclusiva, giacché rimanda sempre ad un’ulteriore designazione o del nome usato per designare o del rapporto stesso di designazione. Ciò evidenzia la circolarità infinita della relazione semiotica e della conoscenza da essa scaturita.

La riflessione evidenzia il fatto che il rapporto conoscitivo (intuitivo o semiotico) non è privo di problematicità, come invece Schlick ingenuamente ritiene. Questi poi sbaglia nel considerare la conoscenza la sola fase finale del processo conoscitivo (la determinazione univoca, l’ordinamento del materiale di conoscenza). Si deve invece ricomprendere l’intero processo che parte dallo stupore di fronte all’ignoto, passa per l’elaborazione dialettica e termina nella chiarificazione concettuale.

Pure nella critica a Nelson, Schlick non tiene conto del fatto che la valutazione dello stesso criterio di validità da un lato è necessaria (la filosofia non può evitare di mettere in dubbio qualsivoglia premessa o qualsivoglia regola conoscitiva) e d’altro canto implica l’oggettivazione di tale principio, altrimenti come esso potrebbe essere esaminato ? Se invece per Schlick il criterio può essere solo intuito (noto ma non conosciuto), egli non conferma senza volerlo le tesi dell’Intuizionismo filosofico o le metafisiche dell’apriori ?

Infine la tesi della conoscenza come comparazione identificante può ricomprendere nella propria fattispecie anche la stessa conoscenza mistico-intuitiva, dal momento che quest’ultima teorizza l’unità dell’oggetto e del soggetto in se stessi e quella dell’oggetto con il soggetto proprio attraverso l’autoriferimento psicologico (l’autocoscienza) o metalogico (la dialettica).

 

 

 


8 marzo 2010

Il reale secondo Schlick

 

La conoscenza e i fatti reali

 

Conoscere per Schlick vuol dire designare i fatti mediante i giudizi usando un numero di concetti il più piccolo possibile ottenendo lo stesso una coordinazione univoca.

A tal proposito i problemi di realtà sono quelli che riguardano direttamente gli oggetti designati, e non i segni relativi agli oggetti ed il loro concatenamento.

Un problema di realtà è implicito in ogni giudizio sintetico, laddove il giudizio analitico ha il suo fondamento di legittimità solo nelle regole di designazione fissate una volta e per tutte nelle definizioni.

Invece nel giudizio sintetico tipo “La Gallia fu conquistata dai romani” vengono collegati tra di loro dei concetti che non sono messi in relazione da alcuna definizione.

Schlick poi si chiede : che ne sappiamo noi dei fatti reali ? Ci sono dati immediatamente ? Li ricaviamo per inferenza ?

Partendo dal presupposto che, prima che si possa parlare di designazione univoca di oggetti, questi oggetti devono esserci, allora cosa sono gli oggetti, i fatti, la realtà ?

Schlick dice che la risposta deve essere un giudizio, ma un giudizio è un segno dove un oggetto è sussunto in un concetto e dove non si dà ciò che è designato, che rimane al di là del conoscere. Infatti nel conoscere non si vuole aderire al designato, ma solo ordinare e coordinare dei segni. Questa non è la debolezza, ma è l’essenza della conoscenza. Il designato non ha senso indipendentemente dal designare, come il suono non ha esistenza senza qualcuno che lo ascolti.

 

 

Il reale

 

Schlick poi dice (correggendosi) che il reale preesiste ad ogni conoscenza ed è ciò che è designato prima ancora del designare. Il giudizio lo designa, ma non lo determina né lo crea.

Non si ottiene co(noscenza) della realtà, ossia intuizione di essa, mediante la conoscenza (il giudizio) della realtà. La prima invero precede la seconda : il regno dei dati di coscienza semplicemente esiste prima di qualsiasi interrogazione, ma non è l’unica realtà conoscibile.

Schlick poi si chiede quali oggetti siano reali e dice che non si possono separare gli oggetti reali da quelli irreali, perché questi ultimi non ci sono affatto.

Egli sembra voler ovviare alla possibile difficoltà di questa tesi, dicendo (come Locke) che, nel corso della ricerca, combinando concetti che designano qualcosa di dato, noi formiamo concetti che a loro volta non designano qualcosa di immediatamente noto (dato). La questione sarebbe allora se a questi nuovi concetti sia coordinato qualcosa di reale oppure se alle caratteristiche di tali concetti sia connesso anche il predicato “reale”.

La risposta alla questione della realtà di un oggetto va fatta con determinate designazioni, ma essa dipenderebbe dalla definizione di realtà. Ma è possibile definire la realtà ? Quest’ultima non si lascia mostrare solo nell’immediato esperire ? Schlick sostiene che un’analisi del concetto di realtà fa parte delle richieste che non possono essere soddisfatte, anche se è possibile reperire un contrassegno che caratterizzi tutto il reale e serva come criterio linguistico della realtà di un oggetto. Tale criterio è essenziale per la vita pratica nella quale viene usato continuamente, ma andrebbe esaminato dal punto di vista epistemologico. Il problema dunque è quale sia questo criterio e come sia possibile poi la successiva determinazione del reale (che tipo di concetti vanno usati e così via …).

 

 

La definizione di realtà

 

Per Schlick il concetto di realtà non è un concetto scientifico e non è un prodotto di una ricerca specifica (come ad es. “integrale” e “energia”). Alle scienze non importa nulla di determinare il concetto di realtà, in quanto ogni scienza si muove in un terreno di astrazioni o meglio essa è teoria ed ha per oggetto astrazioni irreali. La nozione di realtà ha un’accezione eminentemente pratica, così come affermava Dilthey. L’ascrizione di “realtà” ad un oggetto da parte di un uomo ingenuo deve quindi essere rivista ed eventualmente confermata o rielaborata ad un livello epistemologico. L’individuo ingenuo considera realtà gli oggetti della percezione sensoriale senza però essere consapevole della distinzione tra l’oggetto percepito e la rappresentazione percettiva. Egli infatti non dice “Ho la percezione di un tavolo”, ma “Vedo un tavolo”.

Schlick dice che anticamente la distinzione tra realtà ed irrealtà si cominciò a delineare solo quando si tematizzano il sogno, gli inganni sensoriali e le menzogne. Il criterio di realtà si costituisce attraverso la verifica intersoggettiva e l’approccio e la convergenza di più interfacce sensoriali (ad es. quando si tocca quel che si vede). In questo caso le rappresentazioni sono reali, ma il loro oggetto è irreale.

Tuttavia anche oggetti non percepiti vengono considerati reali (quando ad es. si vede un animale morto e si inferisce la presenza di un predatore). In tal caso si definisce “reale”ciò che produce effetti e dunque il principio di realtà si collega al principio di causalità, principio che viene continuamente utilizzato nella vita pratica. Inoltre il fatto che un oggetto non percepito produca effetti genera l’idea che esso sia autonomo dal soggetto percipiente e che addirittura fuori dalla percezione esso continui ad esistere con le qualità intuitive (primarie e secondarie) date all’interno della percezione. Questo per Schlick è realismo ingenuo dove pensare le cose vuol dire rappresentarle intuitivamente : la cosa in sé di Kant è proprio il frutto di tale concezione popolare ed il suo concetto viene introdotto da Kant senza alcuna definizione.

Schlick poi si chiede se la filosofia può assumere i criteri di realtà della visione ingenua del mondo. Egli approva la tesi ingenua per cui il propriamente dato vale come reale (Husserl ?) e cita Beneke, correggendo la tesi ingenua dove questa vuole introdurre una demarcazione tra i dati (più o meno reali). Addirittura egli, contraddicendosi in parte, toglie qualunque importanza alla distinzione tra oggetto reale e rappresentazione. Tuttavia però la seconda tesi del pensiero ingenuo, per cui non solo il dato stesso è reale, ma anche le cause nascoste del dato, viene invece considerata con la massima prudenza. Ridurre la realtà a causalità (capacità di produrre effetti) non è soddisfacente, in quanto la causalità è concetto più complesso e presuppone quello di realtà, in quanto la relazione causale è sempre relazione tra oggetti reali. Per Schlick il pensiero del realismo ingenuo presuppone una realtà in sé che non perviene mai all’esperienza, né come tale, né nei suoi effetti e , per la quale, i criteri di verità sono vanificati.

 

 

 

Due strade

 

Schlick dice che, a partire dal realismo pre-filosofico è possibile battere due strade :

  • Il realismo filosofico per cui si integra scientificamente la concezione popolare.
  • Il coscienzialismo (o positivismo idealistico) per cui si deve negare il secondo passo (realistico) del pensiero ingenuo.

Egli passa ad esaminare dunque la posizione realistica per la quale il reale è sia ciò che viene esperito, sia ciò che causa quest’ultimo. Per il realismo questo secondo fattore non è riducibile al primo (ci sono cause non esperite), ma il primo fattore è riducibile al secondo (ci sono rapporti di causa ed effetto anche tra dati esperiti).

Schlick però nota che, una volta superata la sfera del percepito, si potrebbero cominciare anche a prendere in considerazione entità che non producono vissuti come loro effetto.

Il realismo però vieta questo fatto : reale è solo ciò che agisce, ciò che esercita un effetto.

A tal proposito, Schlick esamina l’etimologia di “reale” : in tedesco esso è “wirklich” e deriva da “wirken”, ciò che agisce e in greco è “energheia” da en-ergon (in-atto, in-funzione, al-lavoro, in-azione). Egli cita poi alcuni filosofi, come Leibniz per il quale “quod non agit, non existit”, Schopenhauer per il quale la materia è causalità oggettivamente concepita ed infine Erdmann per il quale reali sono gli oggetti efficaci.

Schlick però a queste concezioni obietta giustamente che si può pensare l’Essere separatamente dall’agire ed è lo stesso pensiero ingenuo a svolgere tale separazione anche in maniera netta e conclude che il criterio dell’agire presuppone quello dell’Essere e quest’ultimo è più generale del primo, perché appunto l’Essere si può pensare senza agire. Infine a suo dire il criterio della causalità dissolve ogni importanza dell’immediatamente dato.

 

 

Lotze, Mill e Kant

 

Schlick esamina poi la posizione di Lotze, la quale renderebbe la rappresentazione della realtà ancora più evanescente, in quanto concepisce come caratterizzazione del reale, lo stare-in-relazione (non solo causale), ma in questo modo egli non distinguerebbe più tra relazioni ideali e relazioni irreali (i numeri per Schlick non sono reali, ma sono tra loro interrelati nell’aritmetica) e sarebbe costretto a dire che quel che significa “essere” in contrapposizione al non-essere è indefinibile e lo si può solo esperire. Schlick conclude che Lotze è perciò costretto (dicendo che la relazione va esperita) a pensare di nuovo le relazioni reali come relazioni causali ed a tornare al punto di partenza.

Schlick poi si dedica alla concezione più fenomenista, per cui va mantenuto il contatto tra il reale ed il propriamente dato : ad es. J.S. Mill sostiene che, se si ammette come realtà esterna non solo il dato della percezione, ma anche qualcos’ altro, questo viene rappresentato come se fosse dato nella percezione e come qualcosa che effettivamente comparirebbe in una percezione date certe condizioni. Dunque per Mill le cose reali sono condizioni di percezioni possibili.

Schlick obietta a tale posizione il fatto che essa è una riduzione del reale al possibile, ma la possibilità si definisce in riferimento alla realtà e dunque sarebbe un circolo vizioso definire la realtà in riferimento alla possibilità.

Schlick aggiunge che, per rendere in qualche modo utilizzabile la teoria della possibilità di sensazioni, dovremmo specificare le condizioni in cui compaiono sensazioni. A tal proposito, Schlick considera superiore a Mill la concezione di Kant, per il quale ciò che è connesso con le condizioni materiali dell’esperienza (la sensazione) è reale, mentre la possibilità fa riferimento alle condizioni formali. Da ciò Schlick fa discendere che la possibilità viene da Kant ricondotta solo indirettamente a relazioni con l’intuitivo. Nell’espressione kantiana “è connesso”, c’è però ancora vaghezza, in quanto Kant dice che il postulato relativo al conoscere la realtà delle cose richiede la percezione, ma non direttamente, bensì indirettamente e cioè richiedendo una connessione di tale oggetto con qualche  percezione reale, secondo le analogie dell’esperienza che prospettano ogni nesso reale in un’esperienza in generale.

Schlick a tal proposito evidenzia che il rinvio a determinazioni complicate e sintetiche non consente alla posizione kantiana di dirci quale sia il criterio di realtà e più specificatamente non ci dice da cosa si dovrebbe riconoscere il sussistere di quelle relazioni di cui si parla nelle analogie dell’esperienza.

 

 

Il metodo cartesiano e Hilbert

 

Schlick poi, prima di intraprendere la sua definizione di un criterio del reale, sottolinea l’esigenza di ancorare la determinazione del reale all’immediatamente dato (sensazioni) esprimendo con ciò l’impossibilità di un definizione puramente logica del concetto di realtà. Egli parte dalla definizione di Riehl per cui “essere reale” e “fare parte del contesto delle percezioni e della loro interconnessione” è una sola e medesima cosa.

Egli dice poi che il metodo che va seguito per risolvere la querelle parte dal constatare che l’aspirazione alla conoscenza filosofica ha dinanzi a sé due strade :

  • La strada di Descartes per cui, da tutti i giudizi ritenuti veri, si espungono tutti quelli su cui si può dubitare fino a che si arriva all’assolutamente certo, dal quale, con un procedimento sicuro, si erige l’edificio di verità filosofiche. In tal modo verrebbe tracciato un confine minimale per il regno della conoscenza. Schlick a questa via obietta che il procedimento sicuro è la deduzione, ma questa è tautologica per cui ciò che si può edificare è solo la stessa base ripetuta con altre parole. Tale concezione inoltre è costretta ad integrare il misero nucleo sottratto al dubbio fino ad un sistema compiuto.
  • La strada (che chiameremo di Hilbert), per cui si scartano dalle conoscenze usuali tutti i giudizi certamente falsi. Tale metodo scalpella dal di fuori tutto ciò che è inconsistente e pone al regno della verità un confine massimale oltre cui non ci si può estendere. Essa parte da un mondo inesauribile, pieno di processi naturali ed individui pensanti e purifica tale immagine dalle contraddizioni, così l’ampiezza del regno della nostra conoscenza viene ad essere compresa tra il confine minimale del primo metodo ed il confine massimale del secondo, ma nessuno sa con precisione dove si trova con esattezza.

 

Schlick dice pure  a tal proposito che la via cartesiana, apparentemente più rigorosa, è incoerente in quanto, arrivata alla sua meta, già deve tornare indietro e lo può fare solo seguendo lo stesso cammino che la seconda aveva preso sin dall’inizio. Il metodo cartesiano si deve fermare a ciò che è percepito nel momento presente e non può concludere per l’esistenza del mondo esterno, per contenuti di coscienza altrui e per altri soggetti.

 

 

 

 

Il carattere temporale del reale

 

Seguendo in questo Frege ed Husserl, Schlick poi afferma che la realtà è nel tempo, ma i concetti sono atemporali, ma poi afferma che il carattere temporale del reale può essere una caratteristica tale da assumere il ruolo di criterio di realtà così a lungo cercato.

Come Frege egli dice che i concetti non sono nemmeno nella mente di chi pensa, perché nella mente esistono processi reali psichici che assumono la funzione dei concetti, funzione e contenuto che sono però atemporali. Ciò vale anche per gli oggetti irreali che non sono concetti, tipo i viaggi immaginati, che non sono distinguibili da quelli reali per il loro contenuto (qui egli cita Kant per il fatto che 100 talleri immaginati non hanno nulla di meno di 100 talleri reali). Schlick poi cerca di individuare la differenza tra viaggio reale e viaggio immaginato e dice che il viaggio immaginato è più vago, più indeterminato, né deve essere dettagliato al contrario del viaggio reale che non ha la stessa libertà di determinazione.

Schlick precisa che bisogna trovare il tipo specifico di determinatezza del reale, tipo specifico che è uno stabile ordinamento spazio-temporale che pone ogni processo del mondo reale in un’interconnessione univoca con tutti gli altri processi del mondo. Ad ogni elemento di realtà compete uno ed un solo posto nel tempo, posto pienamente e stabilmente determinato, una volta scelte un’unità di misura ed un sistema di riferimento temporali.

Schlick poi cerca di rispondere all’obiezione per cui una determinazione temporale è possibile anche per un viaggio immaginario che si può fissare nel tempo sin nei secondi. Egli argomenta  supponendo che le interconnessioni naturali renderebbero necessario de facto che i singoli momenti del viaggio possano aver luogo solo in un certo modo ed in tempi determinabili anticipatamente. Ciò vuol dire che tali processi debbono avvenire esattamente come si è detto e che quindi il viaggio non è affatto qualcosa di meramente immaginario ma possiede futura realtà e non appena le circostanze naturali determinano il momento, l’evento allora si produce realmente. Naturalmente non tutte le circostanze saranno calcolabili, per cui non è mai possibile giudicare con certezza se ciò che all’inizio è immaginario diventerà anche reale. Ma tutto questo sempre si esprime nel fatto che, per il mio rappresentare o immaginare, non sussiste costrizione assoluta ad assegnare univocamente, a ciò che è rappresentato o immaginato, un punto temporale. Arbitrarietà ed incertezza rimangono comunque ed un discorso analogo vale anche per realtà passate. Infatti non si potrà mai determinare con perfetta certezza se il passato che ci rappresentiamo sia anche stato reale, in quello stesso modo in cui viene rappresentato. Tuttavia, quanto maggiore è la precisione con cui riusciamo a localizzarlo spazio-temporalmente, tanto maggiore è la sicurezza con cui possiamo dire di aver colto la realtà. Infatti, una visione onirica al risveglio viene riconosciuta come irreale perché non c’è niente che ci costringa a collocare in determinati punti temporali i processi svoltisi in questa visione, essa non ha lasciato dietro di sé delle tracce con il cui ausilio potrebbe venire temporalmente collegata in modo univoco ai vissuti del presente.

Schlick poi si rende conto che il criterio della localizzazione spazio-temporale è kantiano, ma attribuisce a Kant l’interpretazione contenutistica del contrassegno spazio-temporale che non appartiene a Kant. Egli poi dice che apparentemente il coordinamento oggettivo spazio-temporale sembra essere sganciato dall’immediatamente dato. Ma, egli precisa, la determinazione temporale, essendo relativa ad un’altra determinazione temporale, rischia di scatenare un processo ad infinitum se non ci fosse un riferimento a sua volta non relativo ad altri e cioè il presente.

Schlick aggiunge che, se il criterio della realtà di un oggetto lo poniamo nel suo esserci ad un determinato tempo, l’interconnessione del reale con il propriamente dato viene ad espressione con chiarezza.

Schlick dice poi che il filosofo non ha diritto di dare alla parola “realtà” un senso nuovo diverso da quello che il pensiero pre-filosofico ha prodotto e di cui si serve, perchè è da lì che alla filosofia vengono posti i suoi problemi ed i problemi non li può risolvere introducendo nuove definizioni. In tal modo ci si prepara sin dall’inizio il proprio particolare concetto di realtà per scansare dei problemi che altrimenti non riuscirebbero a dominare. Tali sistemi che affermano che l’equazione “reale = temporalmente determinato” non sia vera si dividono a loro volta in quelli che ritengo  tale equazione come angusta (e questi sarebbero stati confutati da Kant) e quelli che ritengono tale equazione troppo liberale.

Schlick dice che la determinazione spazio-temporale presuppone l’esistenza di un oggetto a prescindere dalla sua percepibilità. Tempo e spazio inoltre non sono in sé reali come la penna con cui scrive. Egli considera cose in sé gli oggetti di cui si afferma la realtà senza che ci siano dati, ma essi non sono quel che resta di una cosa, quando si sono tolte tutte le proprietà. Egli aggiunge giustamente che il termine “cosa” è anche fuorviante, perché spesso la realtà è fatta di processi. La cosa in sé, intesa come residuo, è un assoluto, un ignoto portatore di proprietà.

Il fatto che oggetti non immediatamente dati debbono essere pensati come temporalmente determinati non vuol dire che la temporalità sia una proprietà delle cose in sé.

 

 



Coordinamento dei segni e convergenza verso l’oggetto

 

Già Schlick non è del tutto preciso quando considera “La Gallia fu conquistata dai romani” come un giudizio sintetico, dal momento che ciò dipende dal fatto se nella definizione di “Gallia” sia compresa la funzione “essere conquistata dai Romani”. Infatti Schlick in questo caso parte convenzionalmente da un concetto di Gallia che è solo geograficamente e non anche storicamente connotato. Proprio per questo egli erroneamente dice che invano si tenterebbe di derivare dalle caratteristiche del concetto di Gallia il fatto che un giorno sarebbe stata conquistata dai Romani.

La sua concezione per cui la conoscenza non è adesione al designato, ma solo ordinamento e coordinamento di segni nel prendere spunto da Hilbert finisce per assomigliare ad Hegel. Tuttavia egli non spiega come si faccia a coordinare i segni senza farli convergere verso l’oggetto. Che tipo di coordinamento dovrebbe infatti essere adottato ? E quale criterio regola tale adozione ? Anche la concezione per cui il designato indipendentemente dal designare non abbia senso andrebbe chiarita: egli riduce l’oggetto alla sua relazione con il segno ? L’esperienza è un evento irriducibilmente interiore ? Non c’è dell’idealismo gnoseologico in questa posizione ?

Non a caso Schlick un momento dopo si corregge parzialmente, ma ugualmente, per dire che il mondo dei dati non sia l’unica realtà conoscibile e che sarebbe necessario prima averlo conosciuto interamente.

 

 

 

 

Realtà ed irrealtà

 

Anche la tesi per cui non si possono separare gli oggetti reali dagli oggetti irreali in quanto questi ultimi non ci sono affatto non spiega perché di questi ultimi si può parlare. Ciò vuol dire che essi hanno almeno un grado minimo di esistenza. Schlick presume che gli oggetti irreali siano combinazioni di concetti che designano qualcosa di dato e dunque di essi si potrebbe verificare se siano coordinati a qualche oggetto reale. Questa teoria che ricorda Locke presuppone però che tutti i concetti siano derivabili da segni che designano qualcosa di dato. Ma è davvero possibile una così completa derivazione ? Il concetto ad es. di “Infinito” è derivabile dall’empiria ?

In realtà quello che viene chiamato principio di realtà è un principio solamente pratico e viene semplicemente presupposto così com’è dalla scienza, la quale deve lasciare alla filosofia il compito della sua definizione. Schlick lo dice in certi momenti, ma poi sembra dimenticarlo.

Schlick va incontro a tesi paradossali quando dice che le scienze si muovono in un terreno di astrazioni irreali. Perché esse non perdano la loro valenza conoscitiva, c’è bisogno di una filosofia che spieghi perché queste cosiddette astrazioni irreali abbiano invece uno statuto ontologico positivo.

 

 

La cosa in sé è un concetto popolare ?

 

Schlick considera ingenua la visione del senso comune che si accontenta di dire “vedo un tavolo” e non distingue tra l’oggetto percepito e la rappresentazione percettiva. Ma ci si domanda se questa distinzione introdotta da Schlick invece che un momento di maturità conoscitiva non sia in realtà una specifica svolta storica con possibili effetti di distorsione, per la quale si potrebbe ipotizzare una rappresentazione con un oggetto irreale. Ma se l’oggetto irreale non avesse un grado minimo di esistenza, di cosa sarebbe rappresentazione la rappresentazione di un oggetto irreale ? Dire poi che la cosa in sé sia il frutto di una concezione popolare è pure sbagliato, in quanto popolare è la coincidenza tra cosa in sé e fenomeno ed il fatto che Kant introduca la cosa in sé senza definizione non è indice del fatto che sia un concetto popolare, ma del fatto che si tratta di un concetto residuale, a cui cioè sono state tolte tutte le proprietà degli oggetti fenomenici. Perciò il concetto di cosa in sé è contro il senso comune, in quanto separa con il pensiero le proprietà fenomeniche dalla realtà intuibile.

 

 

Realtà in quanto produce effetti

 

Quando poi Schlick respinge la tesi che le cause di ciò che è dato sono anch’esse reali, dicendo che la riduzione della realtà a causalità non sia soddisfacente ( in quanto la seconda sarebbe un concetto più complesso e ristretto del primo), egli opera un sofisma giocando con le diverse accezioni del termine “realtà”. Infatti la realtà che produce effetti è la realtà nel senso materiale del termine, mentre la realtà dei termini presupposta dal rapporto di causalità è la realtà nel senso noematico del termine. Perché ci sia un rapporto di causalità tra due oggetti, questi devono essere entrambi reali. Perciò la causa di un dato empirico (considerato reale nel senso percettivo del termine) deve essere anch’essa reale (almeno nel senso materiale del termine). Come si vede, ammettendo i presupposti di Schlick, si può giustificare il secondo passo del realismo ingenuo su cui invece Schlick sospende il giudizio. In realtà egli da un lato confonde il realismo del senso comune con la concezione kantiana della cosa in sé, dall’altro critica giustamente la concezione pragmatistica per cui ciò che è reale è solo ciò che produce effetti, ma in tal modo restringe la definizione del reale solo a ciò che è immediatamente dato : la sua critica invece di allargare l’estensione semantica di “reale”, ne riduce ingiustificatamente i confini.

Schlick nella critica del reale pragmatisticamente inteso sembra voler preservare sia le entità più astratte che i dati empirici, ma egli non fa l’unica operazione che potrebbe rimettere le cose a posto: riconoscere un livello minimo di realtà a tutti gli oggetti e distinguerli in base ai livelli successivi di realtà entro i quali essi sono inseriti.

 

 

Critiche non ben fondate

 

Schlick ha in parte ragione quando critica Lotze dal momento che quest’ultimo usa una sola accezione di “reale”ed al tempo stesso crede ad una distinzione tra reale ed irreale. Ma queste due cose non sono a nostro parere conciliabili. Anche Schlick però in questo caso presuppone troppe cose senza argomentare ed incorre così anche lui nell’errore ad es. quando dice che i numeri non sono reali.

Quanto alle tesi di J.S.Mill in esse c’è sia Kant (l’esistenza come possibilità di essere percepiti), c’è il realismo ingenuo (ciò che è fuori dalla percezione lo è solo contingentemente) e c’è anche la scienza moderna (la riproducibilità dei processi fisici a certe condizioni). Criticandolo Schlick fa confusione, in quanto :

·         Mill  non riduce il reale a possibile, ma definisce il reale “ciò che può essere percepito” e non “ciò che può essere”.

·         La concezione di Mill non è un coscienzialismo, ma una forma di realismo ingenuo che cerca di conciliare la concezione causale del reale con quella fenomenistica.

Schlick subordina l’utilizzabilità scientifica della tesi di Mill alla specificazione delle condizioni in cui compaiono sensazioni. Ma l’utilizzazione scientifica non è il criterio di giustificazione di una teoria filosofica.

Anche nella critica a Kant Schlick ripete i medesimi errori giacché confonde anche in questo caso la possibilità (intesa come possibilità di esistere) con la possibilità di essere percepiti (che è propria dell’accezione materiale di “esistenza”). Egli non si rende conto che proprio la concezione di Kant è ambigua dal momento che questi identifica la sensazione con le condizioni materiali dell’esperienza, le quali sono solo la possibilità della sensazione : in realtà Kant è molto più vicino a Mill di quanto Schlick possa pensare. D’altro canto cosa intende lo stesso Kant con “percezione reale”? Una percezione già verificatasi o anche una percezione possibile ? E le analogie dell’esperienza sono gli unici fragili ponti per superare il solipsismo ed andare verso l’intersoggettività propria della scienza ?

Quanto alla definizione di Riehl ci sono da porsi solo alcune domande : il contesto delle percezioni è a sua volta composto solo dalle percezioni ? Il contesto è un attributo delle percezioni (e perciò esterno ad esse) ? O le percezioni determinano il contesto (e dunque il contesto è costituito solo da percezioni) ?

 

 

I vantaggi presunti della via hilbertiana

 

Invece sulla distinzione operata da Schlick tra via cartesiana e via hilbertiana alla conoscenza, ci sono da fare le seguenti osservazioni :

·         Schlick anticipa il falsificazionismo di Popper e l’empirismo liberalizzato, dimostrando una concezione più aperta di quella neopositivista che adotterà successivamente.

·         Anche la via hilbertiana deve escludere ciò che è indubitabilmente falso. Dunque il criterio dell’indubitabilità viene solo spostato ad un livello logico differente. Senza contare che per ogni proposizione indubitabilmente falsa, esiste una proposizione indubitabilmente vera (la negazione della prima).

·         Esistono teorie immediatamente contraddittorie ? E se non sono immediatamente contraddittorie bisogna ricorrere alle contraddizioni perlocutorie ? In questo caso l’incertezza aumenta ancora.

·         Anche il metodo di Hilbert dovrà tornare sui suoi passi per inserire criteri più selettivi che orientino il soggetto all’interno della molteplicità di ipotesi e credenze rimaste in piedi.

 

 

Viaggi reali e viaggi immaginari

 

         Quanto alla tesi di Schlick per cui la temporalità è criterio necessario del reale va detto che tale criterio potrebbe essere fenomenologico, ma non ontologico. Nel dire che la nostra conoscenza del reale non si rivela mai altrimenti che nella forma del tempo, Schlick abbraccia la concezione kantiana, anche quando circoscrive la necessità della forma dello spazio ad un sotto-insieme del reale e cioè il mondo esterno.

Schlick, affermando che i concetti non sono nemmeno nella mente di chi pensa in quanto nella mente esistono solo processi psichici, non tiene conto del fatto che quello che lui chiama psichico è invece l’ambito di ciò che è fenomenologicamente dato, all’interno del quale i noemi appaiono e scompaiono, ingrediscono e non ingrediscono, ma non hanno un inizio ed un termine nel tempo : sono quelli che Whitehead chiamava oggetti eterni. Schlick confonde anche i concetti con gli oggetti dell’immaginazione (ad es. un viaggio fantasticato). Egli non tiene conto del fatto che un viaggio immaginato è più vicino alla effettivamente avvenuta battaglia di Farsalo che non ad una funzione concettuale. Nel dire poi che 100 talleri immaginati non hanno nulla di meno di 100 talleri reali, pensa erroneamente che una descrizione per quanto dettagliata possa essere equivalente ad un oggetto fisico reale, mentre in realtà l’approssimazione della prima verso il secondo è in linea di principio illimitata. Cosa mancherebbe ai 100 talleri immaginati ? Forse la prova ontologica allude al fatto che certi livelli di esistenza non sono garantiti a tutti gli oggetti, ma sono posizioni legate alla potenza. Schlick argomenta che l’esistenza non si può inferire, ma poi allude troppo confusamente ad un predicato del tutto nuovo e ad un qualcosa d’altro a cui l’oggetto ipotizzato dovrebbe relazionarsi tramite questo predicato nuovo. La tesi è così poco chiara che ci rende impossibile seguirne la traiettoria. Schlick inoltre nella sua argomentazione confonde il viaggio immaginario ancora tutto da descrivere e lo compara con il viaggio reale già bello e compiuto. In questo modo ha facilmente buon gioco, ma si provi a comparare un viaggio immaginato ben descritto nei dettagli con un viaggio reale in cui molte cose vanno ancora scoperte o descritte. Sulla comparazione tra viaggio reale e viaggio immaginario andrebbero fatte anche queste altre osservazioni :

1.      A volte un viaggio reale ha imprevisti, mentre non ne ha un viaggio immaginario (si pensi ad un romanzo già scritto).

2.      Schlick considera irrilevante lo scarto tra la previsione ed il processo reale ai fini del carattere determinato di quest’ultimo. Ma non dà ragione di questa irrilevanza.

3.      Cosa vuol dire che l’evento si produce realmente, quando devi ancora definire ciò che è reale ? Nell’argomentazione di Schlick c’è un evidente petitio principii.

4.      Il fatto che nell’immaginazione non ci sia una costrizione a determinare non vuol dire che non ci sia una determinazione oggettiva di ciò che è immaginario. Inoltre, qual è la costrizione che ci spinge a descrivere in maniera dettagliata i processi reali ? Questa mancata consapevolezza tradisce l’intento ideologico del criterio che Schlick sta elaborando. Non potrebbe il reale essere ciò che noi vogliamo determinare ?

 

 

La determinazione temporale ed il presente fenomenologico

 

Schlick poi considera la determinatezza del reale come sottoposta ad uno stabile ordinamento spazio-temporale. Ma chi assicura a Schlick tale stabilità se non una tesi metafisica occultamente presupposta ? La stabilità di un elemento di realtà va verificata definendo questo elemento rigorosamente, risalendone al concetto e dunque individuandolo in una trama ideale ed atemporale di rapporti.

Quanto alla tesi di Schlick per cui la determinazione temporale può scatenare un rinvio ad infinitum, per cui bisogna fare riferimento al presente come dimensione in cui la determinazione viene operata, si tratta in questo caso di un paralogismo, dal momento che il presente (l’immediatamente dato) non è assolutamente rapportabile ad una determinazione spazio-temporale che può essere fatta solo escludendo gli indicali (tipo “ora”) ed è contenutisticamente del tutto vuoto (Hegel). Tale connessione problematica tra determinazione temporale e presente fenomenologico dà origine ad una connessione altrettanto problematica tra il reale considerato nel tempo e ciò che è immediatamente dato.

Schlick all’inizio presenta il dato  temporale del reale come l’inserimento del reale nella corrente di coscienza (e dunque la riduzione del reale ad immediatamente dato) e poi presenta la temporalità come determinazione univoca (stare in quel posto e a quel tempo). Ovviamente l’argomentazione risulta alla fine ambigua. Infine  la determinazione spazio-temporale del reale somiglia al relazionismo (interconnessionismo) di Lotze senza specificare perché tale determinazione sia reale, mentre le altre sarebbero solo ideali. Ovviamente dire che ciò che riconosciamo come reale è temporale, non presuppone che noi già riconosciamo qualcosa come reale prima di vedere che ha una dimensione temporale ? E tale previo riconoscimento come può essere spiegato o giustificato ? Non siamo di nuovo di fronte ad una petitio principii ?

Infine il fatto che la determinazione temporale si applichi anche ad oggetti non immediatamente dati non mette fuori gioco qualsiasi necessità di rapporto con il presente fenomenologico e l’immediatamente dato ? Ed inoltre non sancisce (contrariamente a quel che pensa Schlick) che la temporalità sia una proprietà delle cose in sé ?


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