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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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24 giugno 2009

Dino Greco : Gm: il capitale fallisce? Viva il capitale!

 

La prima fase della grande riorganizzazione dei poteri capitalistici, nel settore dell'auto, si è dunque conclusa. La Chrysler alla Fiat, la Opel alla Magna, la General Motors, passando per il lavacro di un fallimento pilotato ma non per questo meno clamoroso e simbolicamente eclatante, nelle mani dello Stato nord americano, protagonista di un altrettanto spettacolare quanto inedito processo di nazionalizzazioni. Si è notato - a ragione - che queste vicende sono state caratterizzate da un prepotente ritorno della politica, del ruolo degli stati, assurti a protagonisti di fronte al più colossale disastro, industriale non meno che finanziario, del modo di produzione capitalistico che la storia contemporanea ci abbia consegnato. Abbiamo tuttavia già osservato come la via d'uscita intrapresa sia ben lontana da una riconsiderazione critica, di natura sistemica, capace cioè di affrontare, in termini davvero nuovi, diremmo: rivoluzionari, il tema della proprietà sociale, vale a dire di una presenza non puramente ornamentale (come in Chrysler) dei lavoratori nel governo e nella proprietà dell'impresa. Il capitale ha fallito: viva il capitale. Questo, con tutta evidenza, è l'epilogo (scontato?) di una crisi e di una risposta alla crisi medesima, che pare reiscriversi totalmente nel paradigma preesistente. Lo rivela il fatto che l'intervento pubblico resosi inevitabile per salvare il salvabile, è tuttavia dichiaratamente inteso come provvisorio e transeunte. Una scialuppa di salvataggio che lavoratori e contribuenti calano in mare per salvare se stessi. In attesa che un altro bastimento raccolga i naufraghi e riprenda la rotta.




Il fatto è che il movimento operaio e le forze della sinistra giungono del tutto impreparate - perché devastate da una sconfitta storica tutt'altro che metabolizzata - a questo default del capitalismo internazionale, a questa manifesta crisi dell'ideologia mercatista. E che, dopo l'89, dopo il crollo dell'Urss e il tramonto del modello imperniato sulla programmazione centralizzata e sulla proprietà statale dei mezzi di produzione, la ricerca si è totalmente arrestata.
Il solo modello possibile e pensabile, incardinato sul monolite liberista, continua ad essere quello che oggi registra la propria bancarotta, ma che, paradossalmente, si erge a terapeuta di se stesso, senza doversi misurare con opzioni radicalmente diverse. Dando prova di un'invidiabile disinvoltura pragmatica, i protagonisti ed ideologi dell'ordine sociale esistente, stanno medicando e restaurando, con il soccorso di fantastiche risorse pubbliche, il convoglio deragliato. Si riallineano binari e traversine, si proverà anche (forse) ad escogitare qualche dispositivo di sicurezza, ma l'ordine economico fondato sulla competizione dentro mercati in contrazione, dunque retto sull'imperativo che recita mors tua vita mea , non sarà neppure scalfito. E il tema cruciale di cosa e come produrre continuerà a rimanere un'aporia romantica, perché consegnato non all'autogoverno dei produttori associati, e neppure a libere e democratiche istituzioni, ma ai detentori del capitale e alle tradizionali logiche che presiedono alla sua più rapida remunerazione. L'Europa ha evidenziato, una volta di più, la propria impotenza politica, l'incapacità di intervenire nel confronto con un progetto proprio, capace di evitare la contrapposizione concorrenziale fra Paesi membri dell'Unione. Né, forse, era immaginabile il contrario, considerato il tratto smarcatamente liberista delle sue politiche economiche e sociali. La stessa Confederazione Europea dei Sindacati, la Ces, non è riuscita ad elaborare lo straccio di una posizione unitaria, tale da scongiurare il riprodursi di un conflitto fra sindacati e fra lavoratori, ciascuno rinchiuso in una difesa autistica - e perciò fatalmente perdente - del proprio particulare . Quanto all'Italia, questa Italia da operetta, governata da saltimbanchi, con un premier che si comporta come un novello Jean Bédelle Bokassa a luci rosse, è riuscita a restare in ermetico silenzio lungo tutta la durata del negoziato in cui era coinvolta la sua più importante impresa manifatturiera. Tutto è stato delegato alla Fiat e al suo più che volitivo manager. Nessuna condizione è stata posta a salvaguardia dell'occupazione e degli stabilimenti italiani. Neppure quando è a tutti parso evidente che la continuità di quei siti industriali e delle persone che vi trovano lavoro era (ed è) posta a repentaglio. Nessun ascolto è stato prestato al sindacato che ha rivendicato, ancora oggi senza successo, la convocazione di un tavolo di negoziato. Nessun interesse nazionale è stato difeso o semplicemente rappresentato nei confronti delle altre potenze entrate pesantemente in gioco. Nelle dinamiche internazionali, che pure non promettono nulla di buono, spicca, ancora una volta, una miseria tutta italiana, un provincialismo che racconta di una regressione, di una subalternità culturale e politica che stiamo pagando cara. Come lavoratori e come Paese.


22 giugno 2009

Bruno Cartosio : il crollo americano

 

Può apparire paradossale dirlo il giorno dopo la dichiarazione formale di bancarotta, ma sembra che il vecchio detto, «quello che va bene per la General Motors va bene per gli Stati Uniti», stia tornando di attualità. Pare che a pronunciare orgogliosamente quelle parole nei primi anni Cinquanta sia stato Michael Wilson, allora presidente di una trionfante GM che produceva più di metà delle auto vendute nel paese. Ora, a dirle con qualche esitazione e con le dita incrociate, sono quelli che cercano di spiegare che il salvataggio dalla bancarotta della GM coincide con il più ampio tentativo di salvare gli Stati Uniti. Tra questi è Barack Obama. L'ammissione del fallimento di un'intera gestione aziendale e l'amministrazione controllata, l'intervento finanziario diretto del governo, il ridimensionamento dell'azienda e il suo risanamento rappresentano in estrema sintesi i compiti che la crisi attuale impone a Obama di assumere su di sé.
Anche nel caso della GM come in quello della Chrysler, saranno contestuali il contributo del governo canadese e soprattutto la inevitabile disponibilità ad accettare il coinvolgimento finanziario diretto da parte di una United Auto Workers ridotta al lumicino e creditrice per 20 miliardi di dollari (era di 10 il credito con la Chrysler).
Fino a pochi anni fa la GM era il maggior datore di lavoro statunitense, con oltre un milione di dipendenti. Ora il suo posto è stato preso da Wal-Mart, e la GM è scesa a meno di un terzo dei suoi antichi dipendenti. La sua quota di mercato negli Stati Uniti è oggi inferiore al 20 per cento. L'auto, di cui GM era il maggior produttore mondiale, oltre che statunitense, è stata per quasi tutto il Novecento la punta avanzata della grande industria americana e le sue fabbriche hanno fornito il modello di organizzazione industriale adottato in tutto il mondo. E' stata il simbolo stesso del modo di vita statunitense e il perno attorno a cui si sono organizzati l'intero sistema stradale e dei trasporti, l'industria delle costruzioni (che dagli anni Cinquanta non ha mai smesso di creare espansioni suburbane prive di servizi di trasporto pubblico), i sistemi della grande distribuzione commerciale, dell'intrattenimento e del turismo. Per questo, sul piano simbolico, il fallimento della GM è un evento senza uguali.



Non è solo questo, tuttavia. Attraverso la Ford, che si è tenuta con la testa fuori dalle sabbie mobili; la più piccola Chrysler, che si spera sarà salvata dalla Fiat, dal sindacato e dal governo, e la GM, che Obama e il sindacato stanno cercando di riportare a galla, gli Stati Uniti cercano dunque di salvare la faccia, la storia e il futuro. Non perché l'auto sia il futuro; su questo sono in molti ad avere dei dubbi, se essa rimane quello che è stata finora. Ma perché se Toyota, Honda e compagnia giapponese-coreana e nel suo piccolo italiana, si sostituiscono alle «americane» occupando le quote di mercato lasciate libere da queste, il settore sarà occupato da aziende non sindacalizzate e dislocate lontano dalle aree dell'industrializzazione più antica. Ulteriore disastro sociale che si innesterebbe su quelli della deindustrializzazione degli ultimi vent'anni. Proprio mentre la UAW sta svenando i suoi iscritti e i suoi pensionati per salvare le aziende «di casa».
Obama ha ripetuto nei mesi scorsi che salvare l'industria dell'auto - le ex «Tre grandi» e le 4000 aziende fornitrici - voleva dire salvare il posto di lavoro di quasi tre milioni di addetti e che per questo sarebbero stati necessari grandi sacrifici, incluso l'investimento di altri 30 miliardi di dollari in aggiunta ai 20 già stanziati mesi fa. Vero e, probabilmente, giusto. È quello che sta facendo.
Ma bisognerà pur dire che i dirigenti dell'auto non meritano nessun salvagente. La loro stupida arroganza e irresponsabilità - di questo e non di altro sono frutto i SUV, gli Hummer, i van e i pickup di cui hanno riempito le strade nell'ultima ventina d'anni - fa tutt'uno con la loro colpevole miopia nel rapportarsi all'evoluzione della domanda interna e nell'indirizzarla. Nel caso della GM, otto mesi fa, nel celebrare il centenario della sua nascita, il presidente Rick Wagoner diceva, «Noi saremo i primi per i prossimi cent'anni».
Eppure il declino era in atto da almeno dieci anni. Forse, dopo la guerra irachena di Bush padre del 1991, avevano pensato che il petrolio non sarebbe più mancato per i successivi cinquant'anni. E solo un bel po' dopo l'inizio della guerra irachena di Bush figlio hanno cominciato ad accorgersi di avere sbagliato i conti. Ma era troppo tardi: ora, se saranno salvati, dovranno chiudere una quindicina di stabilimenti e oltre un terzo delle 6000 concessionarie nordamericane. E licenzieranno più di 20.000 operai.
Michael Moore aveva anticipato il futuro in Roger and Me, del 1989, mostrando i danni già allora provocati dal cinismo e dall'indifferenza della GM per il destino dei suoi lavoratori di Flint, nel Michigan. Roger Smith, il presidente GM che lui insegue nel film, era in cerca soltanto di più alti profitti e costo del lavoro più basso in altri luoghi. Erano gli anni del neoliberismo reaganiano e dell'offensiva antioperaia e antisindacale. La strada verso la bancarotta fu imboccata allora, sbagliando anche le politiche produttive e commerciali, le strategie economiche e finanziarie.
In questi ultimi anni, infine, nel cinismo, nell'incapacità e irresponsabilità che caratterizzano il microcosmo GM sono riprodotte come in uno specchio le tare che, più in grande, hanno caratterizzato l'amministrazione Bush. Ora tocca a Obama cercare di salvare il salvabile, come si dice, socializzando le perdite di una GM che ha fallito anche nel progetto di accumulare profitti. Il problema è che stanno tutti insieme, nella stessa fila, anche la Chrysler, le banche, le assicurazioni - tutti quegli strani, improbabili questuanti di cui si è parlato negli ultimi mesi.


10 giugno 2009

Crisi dell'auto : sindacati mondiali a confronto

 

Di nome si chiamano Fiom, Ig-Metal, Uaw, Cnm-Cut. Il cognome è uguale per tutti: metalmeccanici. Questi sindacati si trovano a fare i conti con lo stesso problema, la grande crisi, a partire da quella dell'auto che è assai speciale. Anche quando saranno passati gli effetti devastanti sull'economia e sul lavoro dell'esplosione della bolla finanziaria, resterà il problema della sovraproduzione di macchine: la capacità di sfornare automobili dalle linee di montaggio supera ampiamente la domanda. Insieme, la crescita di una cultura ambientale nei mercati maturi (e saturi) contribuisce a mandare in pensione i propulsori tradizionali. Nel breve termine vivrà chi sarà stato in grado di produrre 6 milioni di vetture l'anno, nel medio chi avrà fatto la rivoluzione tecnologica per rispondere alla mutata domanda.
Il rischio reale è che anche nei sindacati dell'auto si affermi l'egoismo sociale. E' forte la tentazione di applicare l'antico adagio della guerra tra poveri: mors tua vita mea. Ci sono sindacati con una tradizione partecipativa, fortemente integrati nel sistema paese, fino a fare blocco con le imprese e i governi, o una parte (quella socialdemocratica) della politica. Spesso la logica, giusta, di salvaguardia dei propri stabilimenti, fa il paio con gli atteggiamenti protezionistici, che si incrociano con il rivendicato domininio tedesco in Europa e nel mondo nel settore manifatturiero. E' il caso della potente Ig-Metal tedesca che svolge un ruolo importate nella partita aperta dal fallimento della General Motors e dalla conseguente necessità per la cancelliera Merckel di salvare la Opel, o meglio l'occupazione e gli stabilimenti in Germania. In più, il rapporto storico del sindacato metalmeccanico tedesco con la Spd lo colloca tra i tifosi di un'alleanza con l'austro-canadese-russa Magna. Della Fiat, la Ig-Metal non si fida nel lungo periodo. E alche la multinazionale Gm preferisce l'altro attore, ma a fine mese arriverà la resa dei conti con il governo Usa e il pallino passerà in mano a Obama, che con Marchionne ha stretto un forte solidalizio, passato attraverso la Chrysler.




Negli incontri «bilaterali», i dirigenti della Uaw hanno fornito i particolari della vendita della Chrysler alla Fiat, i cui costi sono ricaduti in gran parte sui lavoratori. Il fondo sindacale, raccontano, è stato costretto ad accettare i dicktat di Obama che ha imposto la trasformazione del debito in azioni dell'azienda, «prendere o lasciare», il 55% di proprietà ma un solo rappresentante nel Cda, contro i tre della Fiat con il solo 20% delle azioni in tasca. Così come è stato imposto da Obama un impegno a non utilizzare l'arma dello sciopero fino al 2015: «Noi avevamo proposto una moratoria fino al 2011».
Non poteva esserci occasione migliore del congresso della Federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici, per un confronto tra i soggetti coinvolti nelle trattative avviate dallo scatenato Marchionne. Oggi sarà proposta dal segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini, membro dell'esecutivo del Fism, una risoluzione che impegna le organizzazioni sindacali dei paesi interessati dai processi di accorpamento a preparare una giornata di iniziative in tutto il mondo. Un modo per avviare un percorso opposto a quello che spinge al conflitto tra i lavoratori dei diversi paesi, in cui sarebbero ovviamente i più deboli, a partire da quelli del sud del mondo, seguitando con quelli che hanno un governo latitante come il nostro, a pagare le conseguenze dei processi in atto.
Ieri, al congresso della Fism in corso a Goteborg, in Svezia, è stato votato il nuovo gruppo dirigente. Dopo un serrato confronto tra la Ig-Metal - forte del sostegno dei sindacati est-europei, del Giappone e del nord Europa, per un totale di 6 milioni di voti, cioè di iscritti - i sindacati dell'Europa meridionale e del sud del mondo - Italia, Spagna, Francia, Brasile e Latinoamerica, Asia e Sudafrica, forti di due milioni di voti - e i sindacati inglesi e in parte americani - per un totale di 1,7 milioni di voti - è stato trovato un accordo: sono stati eletti presidente un tedesco (come sempre) Bertold Huber, segretario generale lo scandinavo Jyrki Raina e vice il brasiliano Fernando Lopez. E' già qualcosa.
Oggi la discussione al congresso si fa politica. Al centro del confronto, i rapporti tra i sindacati dei paesi forti e quelli del sud del mondo; il rapporto con le multinazionali; il modello sindacale. Lo scontro è tra il modello partecipativo incentrato sulla presenza nei cda e quello incentrato sul conflitto.


30 maggio 2009

Loris Campetti : intervista a Ferrero sulla Fiat

 

«I profitti alla Fiat, i tagli ai lavoratori». Può sembrare schematico definire così il modello partecipativo di sindacato che tanto successo sta incassando in Italia. Il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero conosce bene quest'ordine di questioni. E conosce la Fiat, dove ha lavorato come operaio il secolo scorso. Perciò, questo suo commento tranchant sull'acquisizione della Chrysler va preso sul serio.

Cosa pensi delle performances di Sergio Marchionne?
L'amministratore del Lingotto tratta con gli stati e i governi, quelli almeno che pongono condizioni alla vendita delle loro società. Negli Usa, e non solo, il governo salva le banche private, con i soldi dei lavoratori utilizzati per evitare che gli speculatori perdano i loro, in conseguenza delle scelte che hanno fatto. E i mille miliardi alle banche non sono considerati assistenza.

In che modo pagano gli operai americani?
Con il salario differito. I fondi pensione, che ora in Chrysler detengono il 55% del capitale, questo sono. Un proprietà pagata con licenziamenti di massa, riduzione drastica della copertura pensionistica e sanitaria, per non parlare dei sei anni di rinuncia a esercitare il diritto di sciopero. Profitti e garanzie di pace sociale alla Fiat, costi ai lavoratori. Il modello di cogestione che comporta la presenza dei sindacati nei cda è l'opposto di quel che serve da noi, se si vuole superare la condizione attuale dei lavoratori trattati come variabili dipendenti del capitale.

La Fiat tratta sì con i governi, ma non con quello italiano.
Esattamente, e concede garanzie a chi giustamente le pretende: garanzie occupazionali, non chiusura di stabilimenti, garanzie ambientali. In Italia, a parte i sindacati, queste garanzie non le chiede nessuno e dunque i nostri lavoratori sono quelli che rischiano di pagare il conto più pesante, in un'ipotesi di accordo con Opel. Se è vero che mettendo insieme Fiat, Opel e Chrysler si moltiplica per tre la capacità produttiva, è altrettanto vero che la domanda, dentro la crisi che attraversa l'auto, non si triplica di sicuro. In questa logica i tagli rischiano di diventare un fatto automatico. Perché il governo italiano è l'unico, per subalternità confindustriale, a non mettere il becco. Dal canto loro, Cisl e Uil cantano nello stesso coro liberista che aggrega praticamente tutto l'arco parlamentare.

Per fortuna i metalmeccanici. Piuttosto soli, però, anche rispetto alla cosiddetta società civile che sabato a Torino non era in piazza con le tute blu.
Una manifestazione sacrosanta, collocata in un deserto di iniziative sindacali, in un contesto che chiederebbe lo sciopero generale contro le risposte del governo alla crisi.

Resta la solitudine operaia.
Questo ci ricorda che c'è un'egemonia culturale della destra, forte di una mancata risposta politica generale. I conflitti non mancano, li incontro ogni giorno nelle fabbriche e nella società. Quel che manca, insisto, è una risposta generale.

Cosa chiede Rifondazione?
Blocco dei licenziamenti, nessuna chiusura di stabilimenti ed estensione a tutti della cassa integrazione, per evitare la guerra tra poveri.

E per tornare alla Fiat?
Lo stato deve intervenire con investimenti finalizzati alla ricerca e allo sviluppo di tecnologie incentrate su fonti energetiche eco-compartibili. Serve una riconversione ambientale dell'economia. Se invece la Fiat proseguisse sulla strada dei tagli, servirebbe un intervento ben più consistente dello stato per persenguire una strada diametralmente opposta. In questo senso non mi spaventa parlare di nazionalizzazione della Fiat, pur di salvare l'ultimo importante pezzo industriale del paese, l'automobile, che dà lavoro a più di un milione di persone.

La grande manifestazione di Torino si è però conclusa con l'assalto al palco da parte dello Slai Cobas. Che giudizio ne dai?
Che è un atto inaccettabile, sbagliato, con cui si è tentato di oscurare la manifestazione e il protagonismo dei lavoratori. Se la prendono con la Fiom, in trincea con un'idea giusta di sindacato. Politicamente, quell'azione è stata un favore a chi vuole affossare il movimento. Bisogna operare perché episodi del genere non si ripetano. Per quanto ci riguarda, noi continueremo a lavorare per ricostruire in Italia un'opposizione sociale, politica e culturale.


19 maggio 2009

Matteo Bartocci : intervista sull'auto a Francesco Garibaldo

«Senza una politica industriale a livello europeo il settore dell'auto aggraverà inevitabilmente la sua crisi». Francesco Garibaldo, classe 1944, è un sociologo industriale che studia da anni il mondo automotive. Direttore dal '92 al '98 dell'Ires, il centro studi Cgil, è un ricercatore attento alle politiche internazionali.

Professor Garibaldo, forse è banale ricordarlo ma quanti sono i posti di lavoro collegati al settore dell'auto in Europa?
Tra diretti e indiretti (indotto, assicurazioni, etc.) è un volume enorme. Secondo i calcoli più attendibili 12 milioni di posti in Europa, 50 in tutto il mondo. Non c'è niente da fare, dal dopoguerra in poi i grandi volumi occupazionali si basano sull'acciaio, l'auto e l'edilizia.
Per l'Europa è un settore ancora strategico. Quali sono le opzioni politiche principali contro la crisi?
Di fronte a una sovraccapacità produttiva ormai acclarata più o meno del 30%, l'Europa deve scegliere se puntare sui consumi interni oppure sulle esportazioni. Finora si è spaccata in due. Da un lato c'è chi vuole mantenere l'impostazione tradizionale che punta sull'export. E' la linea che la Germania di Angela Merkel ha ribadito più volte. Dall'altro c'è chi pensa invece che i limiti industriali ormai sono strutturali e dunque bisogna guardare meno alle esportazioni per rinnovare a fondo l'offerta di prodotti e servizi. L'Europa è divisa e rischia di non avere una sua proposta, lasciando spazio a ragionamenti in cui prevale solamente la logica aziendale nazionale.

Che giudizio dà delle ultime operazioni Fiat su Chrysler e Opel?
Dal punto di vista dell'azienda Fiat sono manovre che hanno senso. Di fronte alla sovrapproduzione e alla necessità di mantenere volumi minimi si ritiene inevitabile un consolidamento del settore. Quindi Marchionne si prepara a essere tra quelli che sopravvivono e che non muoiono. Ma che questo coincida con gli interessi nazionali è del tutto opinabile.
L'accordo con Opel metterebbe a rischio le fabbriche italiane?
E' un pericolo elevato. Soprattutto perché al momento non esiste un piano industriale Fiat in Italia. Quindi può succedere che la Fiat avrà successo come marchio o come azienda anche compromettendo la sua presenza industriale in Italia. Una presenza, va aggiunto, che da anni è sempre più minoritaria. Chrysler e Fiat come gamma sono quasi complementari: quell'accordo dal punto di vista industriale è ottimale e facilita le sinergie, dunque è possibile che non distrugga posti di lavoro in Italia. Con Opel invece la situazione è molto diversa. Primo perché sono aziende forti soprattutto in Europa, che registra una sovraccapacità produttiva molto accentuata. Secondo perché con Opel ci sono sovrapposizioni di prodotto evidenti. Va detto però che non è automatico che questa duplicazione distrugga di per sé posti di lavoro.

Queste fusioni e acquisizioni si basano sempre su un modello auto-centrico. E' adeguato per la Fiat o bisognerebbe puntare su una mobilità collettiva (treni, autobus, etc.) o sostenibile per l'ambiente?
Treni e autobus sono importanti ma tra i nodi da sciogliere non c'è solo l'alternativa trasporto pubblico-trasporto privato. Bisogna pensare a nuove macchine ma anche a un nuovo rapporto con il mezzo. Non è detto che nelle grandi città si debba per forza possedere un auto. Perciò mi pare che Marchionne si muova ancora nello scenario classico dell'industria automobilistica così com'è. Per innovare davvero invece servono forti capitali senza un ritorno immediato. Per questo richiede una sponda politica e istituzionale molto attenta.

Comunque la si veda, sia nel caso Chrysler che in quello Opel il ruolo dei governi Usa e tedesco è centrale.
Guardi, forse Obama si è speso un po' di più ma va detto che per salvare le industrie americane gli operai diventano schiavi. Le conseguenze sociali di queste operazioni sono ancora tutte da indagare. I costi di questi consolidamenti pesano soprattutto sui tagli al costo del lavoro. Quando la Casa Bianca è andata a negoziare con gli hedge fund non ha ottenuto nulla, perché si trinceravano dietro la legge fallimentare.

Cosa fa il governo italiano oltre agli incentivi per rottamare?
Al momento nessun governo ha una politica industriale credibile. Si limitano a correre ai ripari. Ma incentivare la rottamazione come si fa da anni riproduce un mercato drogato. Oggi le famiglie comprano, dopo ci sarà il deserto. Le rottamazioni nazionali alla fine sono mors tua vita mea. Incentivano meccanismi distruttivi. Compra questo e fai secchi gli altri. I governi non possono più pensare di tutelare l'occupazione paese per paese. Almeno in Europa dovrebbero concordare una vera divisione internazionale del lavoro. Non solo sull'auto ma anche su altri settori industriali. Io a gennaio avevo suggerito la necessità di un New Deal europeo, di fare come col carbone e l'acciaio nel dopoguerra. Non c'è niente da fare, serve una politica comune.

Fino ad oggi auto è stato quasi un sinonimo di motore a scoppio e petrolio. Qual è il futuro nel post-petrolio? Auto elettriche, a idrogeno, a metano, ibride?

La riconversione dal petrolio sarà lunga, durerà almeno 10 anni. Vanno perseguite tutte ma il traguardo è chiaro: l'unica strategia veramente ecologica punta su motori che usano elettricità ottenuta da energie rinnovabili. Ci saranno 2 o 3 strade diverse per arrivarci ma la direzione è quella.

Che ruolo dovrebbero avere i sindacati? Non c'è il rischio di visioni puramente nazionali? Vedremo Ig-Metall contro Fiom?

Purtroppo è così. Mai come ora è evidente che un sindacato europeo non esiste. Come i governi, ognuno correrà per suo conto. E non solo nell'auto. Se il Pil cala del 4-6% la crisi è generale e il riflesso nazionalista sarà fortissimo (anche se parliamo di un nazionalismo artefatto, presente solo dove le aziende sono forti). Il dato della sovrapproduzione è comune a molti settori. L'offerta di beni e servizi è largamente sganciata dalle possibilità delle persone e delle famiglie. E nel momento in cui non si possono più fare debiti il cerchio si stringe e la crisi si aggrava. In Italia finora la media borghesia non ha pagato dazio ma alla fine dell'anno la crisi arriverà anche lì.
Si discute di una moratoria sui licenziamenti. E' un'idea praticabile anche in Italia?
E' un'idea sostenibile e perfettamente razionale di fronte a una crisi generale come questa. Credo che oggi licenziamenti di massa come quelli degli anni '30 siano difficilmente sopportabili in una democrazia. Devi considerare i lavoratori che ci sono come una risorsa che puoi mettere al minimo ma che deve essere in grado di funzionare subito appena si riparte. Ci stanno pensando i governi di tutto il mondo.


18 maggio 2009

Emiliano Brancaccio : la beffa di Marchionne

 

La grande stampa, il governo e i vertici del partito democratico hanno salutato con euforia le recenti operazioni espansioniste della Fiat su scala globale. Oggi l’approdo nel mercato statunitense tramite l’intesa con Chrysler, e forse domani la conquista di Opel in Germania, sono stati interpretati come sintomi di quella italica capacità di “aggredire i mercati esteri” che è stata in questi giorni rimarcata dal presidente del Consiglio e da molti altri. I lavoratori tuttavia non dovrebbero lasciarsi ingannare da questa pioggia improvvisa di lustrini tricolore. La realtà infatti è che la Fiat ha acquisito il controllo strategico di Chrysler sotto la condizione che i sindacati americani accettassero un accordo capestro: congelamento dei salari, scatto degli straordinari solo oltre le 40 ore settimanali, cancellazione delle vacanze di Pasqua e di altre festività per due anni, pericoloso acquisto di una gran massa di azioni Chrysler da parte del fondo pensione dei dipendenti, e completa rinuncia agli scioperi fino al 2015. Massimo Giannini su Repubblica ha parlato di una soluzione responsabile e non ideologica da parte delle rappresentanze sindacali statunitensi. Ma sarebbe più onesta definirla una resa senza condizioni, che peserà non poco sulla localizzazione dei licenziamenti da un lato e dall’altro dell’Atlantico e che dunque costituirà un enorme problema per i sindacati italiani. Siamo insomma di fronte all’ennesimo episodio di quel generale processo di inasprimento della guerra tra lavoratori che sta sempre più caratterizzando l’evoluzione della crisi economica in corso.




Alla intensificazione del conflitto internazionale tra lavoratori la nuova strategia economica degli Stati Uniti contribuisce in misura significativa. Infatti, il ruolo dell’economia americana risulta oggi totalmente ribaltato rispetto agli anni passati. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti agivano da spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano gli americani lo compravano, e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso però l’America si ripresenta sulla scena internazionale in una veste opposta e feroce. Con i sindacati in ginocchio, il cambio del dollaro sempre più favorevole e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro. Con questa storica mutazione di ruolo da parte degli americani, il capitalismo globale in crisi si tramuta dunque in un gigantesco “beggar my neighbour”, lo spietato gioco delle carte in cui lo scopo di ognuno è di vincere saltando al collo del vicino. Degli effetti di questo gioco ci accorgeremo presto anche in Italia. Infatti, dopo avere incassato la resa dei lavoratori americani, Marchionne non esiterà a imporre pesanti ristrutturazioni nel nostro paese. La grande stampa parlerà anche in quel caso della necessità di un atto responsabile da parte dei sindacati? C’è da temerlo.

            Per i lavoratori italiani non vi è dunque alcun motivo per partecipare all’allegro revival nazionalista che è montato in questi giorni attorno ai colpi messi a segno dalla Fiat. Piuttosto, essi dovrebbero augurarsi che emerga presto un’alternativa di classe alla guerra mondiale tra lavoratori che la crisi capitalistica e la connessa fine dell’egemonia americana stanno alimentando. Questa alternativa si costruisce recuperando consapevolezza di un fatto evidente ma troppo a lungo dimenticato: il libero scambio dei capitali e delle merci può andare contro gli interessi della classe lavoratrice e dello stesso internazionalismo operaio. La questione allora non è se si debba o meno discutere di protezionismo. Il problema è di dare una declinazione di classe al tipo di barriere ai movimenti di merci e di capitali che si dovranno per forza introdurre se si vorrà evitare l’abisso di una competizione salariale planetaria e senza freni. In questo senso, sono maturi i tempi per esigere un blocco dei trasferimenti di capitale verso quei paesi che pretendono di affrontare la crisi puntando sull’abbattimento dei salari e sul peggioramento delle condizioni di lavoro. Nel silenzio assordante dei partiti del socialismo europeo, la sinistra europea farà bene a battere un colpo.


4 aprile 2009

Francesco Garibaldo : un new Deal per l'auto

 Mentre scrivo quest’articolo le notizie sulla crisi dell’auto registrano un crescendo di chiusure, licenziamenti e dismissioni di impianti; le notizie negative riguardano tutte le imprese in tutto il mondo: chi produce macchine di lusso (Porsche) e chi utilitarie (Tata), chi era considerato eccellente e profittevole (Toyota) e chi incapace (Chrysler), il vecchio mondo con cifre tra le 600 e le 900 auto per 1000 abitanti, in età di guida, e chi invece è ancora a 30 (Cina). Certamente il crollo di vendite è stato subitaneo e drammatico, con punte del 40%, e quindi è facile dire che ciò è un effetto indotto dalla più generale crisi finanziaria che spinge gli acquirenti a rimandare una spesa impegnativa. È proprio così? La domanda non è oziosa perché dalla risposta dipendono le scelte d’intervento. In realtà la crisi ha evidenziato in modo improvviso e totale un problema, ormai più che decennale nel settore dell’auto, che riguarda tutti i principali settori industriali: un eccesso di capacità produttiva installata a causa di un inseguimento senza fine tra i principali produttori per conquistare nuovi mercati e decidere chi, alla fine, sarebbe stato costretto a chiudere. Questa gara, che non è competitiva ma distruttiva, ha poi indotto e facilitato il prevalere degli investimenti finanziari richiesti per sostenere questa folle corsa, sia nel senso di finanziare gli investimenti, sia nel senso di finanziare l’acquisto dell’auto. Si pretendeva, infatti, nell’attesa che le verdi praterie indiane e cinesi soddisfacessero la capacità produttiva potenziale di tutti questi impianti, che, nel vecchio mondo, le vendite dell’auto continuassero a crescere nonostante una contrazione del peso dei salari, giustificata proprio da quella corsa competitiva. È il cane che si morde la coda. Vi è chi sostiene che è solo un problema di pagare il prezzo economico e sociale di un classico consolidamento del settore; insomma i “deboli” e i “malati” verranno soppressi, liquidando così l’eccesso di capacità produttiva, ristabilendo un uso profittevole dei capitali investiti.Dice Marchionne che resteranno solo sei produttori mondiali e che cinque sono già stabiliti (Toyota, Volkswagen, Renault - Nissan, GM, Ford), quindi resta solo da decidere chi è il sesto e non può essere uno di quelli esistenti, perché sono tutti troppo piccoli, quindi vi saranno alleanze e fusioni. Ciò fatto, si dice, non esisterebbe più alcun problema poiché una semplice proiezione della crescita del reddito cinese e indiano ci mostra che in pochi decenni, non appena il PIL per persona raggiunge i 5000 dollari, centinaia di milioni di loro comprerà un’auto e quindi il mercato si moltiplicherà in modo fino a ora mai visto – l’Economist parla di quasi 3 miliardi di auto in alcuni decenni. A sinistra, per converso c’è chi esprime la sua soddisfazione profonda per questa crisi che rappresenterebbe la fine del modello dell’auto. In tutte due i casi si ritiene che i governi non si dovrebbero occupare di questa crisi, ci penserà il mercato, e paradossalmente entrambe chiedono, sia pure in direzioni diverse, forti investimenti in infrastrutture e servizi: le strade, per l’Economist, vero vincolo a un’espansione dell’auto nei paesi emergenti e, per chi vuole uscire da quel modello, un ripensamento della mobilità. Io parteggio per la mobilità sostenibile ma trovo del tutto irresponsabile ritenere che non bisogna intervenire nella crisi. La prima ragione è banale ma sostanziale, infatti, solo in Europa l’auto e le attività da essa indotte interessano dodici milioni di posti di lavoro – 50 milioni nel mondo -, se si riducessero della metà in due anni, la società europea conoscerebbe uno shock da tempi di guerra. La seconda è che il mercato non risolverà nulla da solo, sia si voglia aiutare il consolidamento e il rilancio del settore, sia si voglia porre fine al modello auto-centrico di mobilità. Le notizie contraddittorie sull’intervento del governo e del parlamento USA che, comunque si voglia definire, rappresenta l’assunzione pubblica della responsabilità di definire la mobilità del futuro toglie ogni alibi all’Europa. Il grande passaggio, all’inizio del ‘900, dai tram all’auto dovrebbe insegnarci qualche cosa. Passaggi da una modalità di mobilità ad un’altra infatti richiedono una trasformazione sociale complessiva che non può che basarsi su una regolazione pubblica. In primo luogo, infatti, bisogna ripensare la pianificazione territoriale e urbanistica, fermando il crescente sprawling urbano, e rilanciando l’aggregazione urbana come modello di convivialità. Solo così, infatti, si può seriamente garantire una mobilità delle persone e delle merci non auto-centrica, come già avviene a Parigi, dentro la peripherique, e a Manhattan. Si tratta di un ciclo di pianificazione e riposizionamenti che richiederà, se iniziato, alcuni decenni durante i quali si può mettere in moto il processo di riposizionamento dell’industria dell’auto. La prima urgenza, in questa ipotesi è il problema ambientale. La crisi deve rappresentare l’opportunità della transizione, che può essere ragionevolmente fatta in tempi inferiori al decennio, da auto a combustione interna basata sul petrolio e derivati, ad auto elettriche, con diversi sentieri di aggiustamento. Alcuni di questi sono già in cantiere , richiedono una manovra congiunta sul lato della domanda e della offerta e quindi un forte intervento pubblico. Mi riferisco alla filiera dell’elettrico basato sulle nuove batterie, scelta che già molte case, ad esempio Renault-Nissan, stanno facendo, oppure all’elettrico basto sui motori a cella combustibile, scelta che appare un po’ più lontana nel tempo, e infine a quelli misti, con la possibilità cioè di alternate l’elettrico con una delle tante versioni a combustione, infine la filiera dei gas naturali quali il metano che può interessare in modo specifico certe aree geografiche. Inutile dire che ogni avanzamento in questa direzione riguarda non solo l’auto, come mezzo di mobilità personale, ma tutto il settore automotive; processo di trasformazione che, una volta innescato, può raggiungere in tempi ragionevoli quella soglia da cui inizia un effetto palla di neve. Non tutte queste soluzioni sono strategicamente equivalenti; bisognerebbe, infatti, considerare i vincoli ecologici che suggeriscono che solo quelle filiere che possono, alla fine, congiungersi con l’utilizzo di risorse rinnovabili hanno un respiro strategico. La cosa non è irrilevante, perché se il pubblico deve giocare un ruolo, allora è importante prevedere una linea di investimenti di capitali sia nei nuovi servizi da creare, ad esempio una rete di ricarica elettrica piuttosto che di distribuzione dell’idrogeno, sia nel vero e proprio ripensamento dei sistemi di propulsione.



Un altro sentiero di aggiustamento riguarda il modello proprietario; si stanno, infatti, sviluppando modalità di uso di un mezzo di locomozione, in particola modo in aree urbane, basato sull’auto ma non in proprietà. Una siffatta soluzione, se adeguatamente sostenuta anche con stringenti regolazioni della mobilità in ambito urbano, può ridurre ulteriormente l’impatto ambientale. Infine vi è il campo alquanto inesplorato e, a mio giudizio, il più strategico della costruzione ex novo di veri e propri sistemi integrati di mobilità urbana, sul modello degli aeroporti.

Una linea di riposizionamento dell’industria europea verso questa direzione richiede una manovra coordinata europea, senza la quale il rischio è di innescare una guerra per la sopravvivenza che, nel momento in cui acquistasse carattere di lotta tra nazioni, metterebbe in moto una spirale preoccupante di destabilizzazione della stessa Unione Europea.

Infine i sindacati. Il rischio è che, in assenza di un progetto di respiro europeo, ognuno dei sindacati nazionali si schieri con la propria industria e, dove ve n’è più di una, con il proprio marchio. Dato che la cura che è vista universalmente come salvifica, è il taglio di capacità produttiva, il risultato di una chiusura nazionalistica e corporativa è anche quello di difendere il nucleo duro e sindacalizzato di ciascun’impresa leader, a spese dei precari, in primo luogo – molti immigrati e giovani – poi della subfornitura a bassa specializzazione, poi dei servizi, ecc. Andrebbe messa in discussione la saggezza di puntare ad un taglio delle capacità produttive ed a conseguenti licenziamenti. Un new deal europeo non consiste nell’investire senza senso ingenti quantità di denaro per il rilancio dei consumi, come non lo fu il new deal degli anni ‘30, ma nella difesa e creazione di posti di lavoro per svolgere attività produttive che riorganizzino l’attività industriale e modifichino la struttura dei servizi. Un piano di transizione dell’industria dell’auto in Europa può partire dal rifiuto dei licenziamenti, infatti, nelle ipotesi avanzate vi è una grande quantità di lavoro da fare, da questo punto di vista è di grande interesse la posizione del governo tedesco che chiede alle grandi imprese un anno di moratoria sui licenziamenti. È evidente, e qui sta il problema, che in tale ipotesi il ritorno sui capitali investiti non può, per un periodo lungo, avere i livelli sino ad ora realizzati, il che ci porta di nuovo alla finanziarizzazione di questi decenni e a un ruolo dello Stato. È tempo quindi di superare Maastricht, non semplicemente per allentarne i vincoli, ma per ripensare l’idea stessa del patto di stabilità; appare, infatti, evidente che gli investimenti necessari per il new deal non possono essere considerati come pura e semplice spesa. Analogamente non ha più alcun senso l’idea che, all’inizio di una deflazione, ci si debba proteggere dal rischio d’inseguimento salari nominali-prezzi, adesso il problema è solo politico: che peso deve avere il monte salari nella ricchezza nazionale.


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