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20 settembre 2010

Rosier : Onde lunghe e ordine produttivo

Il problema del trattamento pertinente dei dati statistici è essenziale per analizzare in modo serio i ritmi economici. L’identificazione delle crisi classiche Juglar del 1800 e del 1900 sulla base di criteri precisi (livello di produzione, di prezzi e profitti, disoccupazione) rende il loro riconoscimento (fondato su interpretazioni teoriche rigorose) relativamente solido e poco contestabile. Non è questo il caso delle fluttuazioni lunghe la cui iniziale messa in evidenza ha suscitato controversie ed inoltre ha indotto in Urss l’esigenza di perseguitare Kondratiev. Si sa e bisogna tenerlo presente che, anche sulla base di serie lunghe pertinenti ed affidabili, la loro interpretazione non si pone in modo necessario. Esse infatti devono essere in un certo senso costruite per essere spiegate e spiegate per poter essere costruite. Analisi statistica ed analisi storica devono di conseguenza essere costantemente legate. E si potrà parlare di onde lunghe solo se si mettono in evidenza non solo fluttuazioni ripetitive e relativamente regolari nella loro ampiezza, ma anche ripetitive nei grandi processi esplicativi. Trattandosi di un ritmo di capitalismo produttivo successivo all’inizio del 1800, possono essere considerati pertinenti solo indicatori propri della sfera capitalistica dell’economia interessate (ad es. indicatori dell’attività industriale) e ciò solo per i paesi veramente industrializzati o in via di industrializzazione  rapida. Emerge dalle principali teorie della crisi contemporanea che oggi, più che di apportare una prova irrefutabile dell’esistenza dei movimenti lunghi, si tratta di proporne una interpretazione coerente di forte valore euristico, capace di spiegare la successione storica di periodi di espansione prolungata e di periodi di crescita rallentata. Se vi è un terreno di convergenza dei diversi approcci sta proprio nel riconoscimento di questa successione in cui è rifiutata ogni idea di meccanicismo e sono indagati i fattori complessi che gradualmente mettono in discussione le modalità dell’accumulazione, caratteristiche dei periodi di espansione lunga. Questa convergenza può essere interpretata come un riconoscimento del fatto che un ritmo lungo costituisce uno dei caratteri più importanti della dinamica economica del capitalismo.

 

 

A partire da qui l’analisi proposta si articola intorno alla nozione di ordine produttivo indicando con ciò l’insieme dei fattori che operano nel sistema per consentire la sua efficacia economica durante lunghi periodi di accumulazione relativamente regolari. Questo concetto intende sottolineare l’esistenza necessaria di un ordine globale e relativamente coerente, capace di superare per un periodo di tempo le contraddizioni di un sistema attraversato da interessi divergenti di modo che possano aver luogo nel lungo periodo la produzione di surplus economico e l’accumulazione del capitale. Il concetto globale di ordine produttivo raggruppa diverse componenti che al tempo stesso specificano le condizioni dell’accumulazione e della crescita e corrispondono a grandi fattori esplicativi delle evoluzioni osservate.

 


1 settembre 2010

Il New deal come esito intermedio del conflitto di classe

Nella fase storica in cui era giunto il capitalismo occorreva far ricorso a procedure completamente diverse da quelle precedenti. Per necessità di coerenza strutturale, poiché le condizione di una produzione di massa standardizzata cominciano ad essere presenti ed operanti, sono dunque le condizioni di un consumo di massa corrispondente che avrebbero dovute essere messe in atto. Ciò, in una società in cui i salariati occupano una parte in crescita della società, suppone un accrescimento del potere d’acquisto e dunque una nuova politica salariale. Henry Ford aveva avuto tale intuizione già nel 1913, di fronte al rifiuto della catena di montaggio da parte degli operai : il 1 gennaio 1914 egli raddoppia i salari pagando così la stabilità dell’occupazione senza la quale non avrebbe potuto proseguire la sua attività e solo più tardi egli raggiungerà il suo obiettivo. Ma sarà soprattutto la politica del presidente Franklin Delano Roosevelt a porre storicamente i primi punti di riferimento per una strategia interamente nuova. Keynes è il primo a presentare una teoria generale della situazione e del suo sbocco preconizzando una politica di rilancio vigoroso della domanda effettiva.

 

 

Queste soluzioni si collocano su due piani complementari dal punto di vista dell’istituzione di un nuovo processo regolatore :

·         La messa in atto di un’articolazione funzionale tra produzione di massa e consumo di massa, designata con il termine fordismo da Antonio Gramsci e ben analizzata da M. Aglietta.

·         La messa a punto di forme nuove d’intervento degli stati mediante politiche sistematiche di regolazione congiunturale e di gestione globale delle forze del lavoro.

Non si tratta di una geniale intuizione o di un’analisi logica : questo processo appare soprattutto come il risultato di antagonismo, di interessi e di conflitti sociali, dunque di rapporti di forza stabiliti nella crisi tra capitale e lavoro : l’innovazione maggiore nasce ancora una volta dal conflitto. Consideriamo infatti un elemento chiave del New Deal e cioè quello che prevedeva in particolare la riduzione dell’orario di lavoro, la fissazione di un salario minimo ed il riconoscimento legale delle organizzazioni sindacali. Queste misure fondamentali sono state prese sotto la pressione della potente ed attiva federazione dei minatori della AFL contro una vigorosa resistenza padronale. Quest’ultima continuava ad opporsi all’applicazione delle misure in questione durante due anni di intensi conflitti sociali, che culminarono finalmente nel luglio 1935 in una grande legge (il Wagner Act) che istituisce definitivamente un nuovo diritto sociale. Il New Deal appare così più realisticamente un insieme di misure, messe a punto procedendo a tentoni ed in modo conflittuale, che realizzano una specie di compromesso tra gli elementi più avanzati del movimento operaio (che creeranno una nuova confederazione operaia, il Cio) e la frazione più cosciente del padronato sotto l’arbitrato dello stato.

I lavoratori però dovranno in un certo senso pagare l’aumento del loro potere d’acquisto e la riduzione del tempo di lavoro con l’accettazione della generalizzazione dell’organizzazione fordista e del loro inserimento in un modello di consumo di cui non possono afferrare il senso. Sarà un doppio processo di alienazione in quanto la borghesia industriale giungerà fino a far interiorizzare dai lavoratori i suoi propri valori e la sua propria razionalità economica. Quanto al capitale esso ne trae vantaggio sia dal punto di vista della domanda effettiva, sia dal punto di vista dell’aumento della produttività e del controllo sociale. Questo compromesso storico che è il New Deal fa entrare la dinamica economica del capitalismo in un era nuova : quella per cui la salvaguardia del tasso di profitto nel medio e lungo termine passa per l’incremento del tasso di salario e la riduzione della disoccupazione.

Il sistema economico si ritroverà ricostituito e trasformato dagli elementi analizzati, unitamente alla ripresa di un forte movimento di concentrazione industriale durante la depressione e alla elaborazione di innovazioni in materia sia industriale sia agricola, che saranno perseguite durante la guerra e costituendo un nuovo ordine produttivo. Così il capitalismo monopolistico sarà in grado con la seconda guerra mondiale per gli Usa e il dopoguerra per gli altri paesi capitalistici di imboccare una nuova e poderosa fase di espansione lunga.

 


31 agosto 2010

Il ruolo degli operai nella crisi del 1929

Quanto alla propagazione internazionale della crisi, l’economista americano Charles Kindleberger la attribuisce in gran parte all’assenza di leadership in quanto gli Usa, diventati economia dominante non esercitano in tutto e per tutto tale egemonia.

Se torniamo alla congiuntura degli anni ’20, se la resistenza operaia non ha potuto opporsi alla nuova tappa della dequalificazione del lavoro operaio rappresentata dall’organizzazione fordista, il movimento sindacale era tuttavia riuscito a modificare profondamente il funzionamento del mercato del lavoro rendendo il tasso di salario rigido verso il basso. Ciò ha abolito nella sostanza uno dei meccanismi classici della difesa, in quanto tale abbassamento del tasso di salario permetteva la ricostituzione del tasso di profitto. Questo processo non poteva giocare questo ruolo fin tanto che la domanda derivante dai salari restava minoritaria. Ma dal momento che (in una società caratterizzata dal rapporto di lavoro salariale) la domanda proveniente dai salari diventa considerevole, e ciò viene notato da Keynes, essa tende ad avere un effetto depressivo sulla domanda effettiva e sul tasso di profitto realizzabile molto superiore al suo effetto diretto sul tasso di profitto atteso dagli imprenditori. Ciò è direttamente proporzionale all’aumento del tasso di disoccupazione. Per questo la depressione che segue la crisi del 1929 non può spontaneamente creare le condizioni della ripresa. In definitiva la crisi dl 1929 si colloca in un contesto segnato dall’espansione del lavoro salariato e dagli inizi della produzione di massa, mentre restano immutate le politiche salariali (la quota dei salari su reddito nazionale tra il 1920 ed il 1929 tende addirittura a contrarsi). Quanto alla domanda estera essa si indebolisce con l’esaurirsi della ricostruzione europea.

 

 

 

Così la crisi del 1929 si situa, sia dal punto di vista dei ritmi del capitalismo sia da quello della teoria, al crocevia di due grandi tipi di fluttuazione : il ciclo classico e quello lungo. Si ritrova inasprita la vecchia contraddizione del capitalismo, colta già da Sismondi, tra la pressione a teneri bassi i salari delle imprese e la necessità per queste ultime di incontrare una domanda effettiva sufficiente. La crisi classica non potrà mai più giocare il ruolo di regolatore dell’attività economica. Ciò conferisce alla crisi del 1929 il carattere particolare di una crisi classica gigantesca (con la quale sparisce il processo di regolazione automatico teorizzato dai liberisti) nella misura in cui la sua funzione viene a confondersi con quella della depressione lunga nella quale si trova iscritta.

 


30 agosto 2010

1929 : la tesi di Galbraith

L’economista americano J. K. Galbraith s’impegna invece a costruire una spiegazione a partire da alcuni tratti che lui considera tipici del capitalismo americano degli anni ’20. Per Galbraith lo scatenamento della crisi si deve essenzialmente al divario che si è spalancato, tra il 1919 e il 1929, tra l’incremento della produttività del lavoro industriale (più 43%) e la quasi stagnazione dei salari e dei prezzi. Ne è risultato un forte aumento dei profitti che ha sostenuto la spesa delle classi agiate, ha alimentato la speculazione di borsa ed incoraggiato un livello di investimento elevato (la produzione di beni strumentali crebbe ad un tasso del 6,4%) mentre i consumi popolari salivano appena. In un simile contesto in cui l’investimento produttivo era stimolato esso stesso dalla speculazione, il ritmo della produzione industriale giunse a superare la domanda di beni di consumo e la stessa domanda di beni strumentali. Di qui l’arretramento del tasso di profitto e la frenata brusca delle spese d’investimento, che generò a sua volta una contrazione della domanda e della produzione, scatenando la crisi secondo lo schema classico ma con una violenza eccezionale. L’ampiezza ineguagliata della crisi è stata determinata per Galbraith da questi tre fattori :

·         La distribuzione notevolmente diseguale dei redditi (il 5% della popolazione aveva il 33% del reddito totale), cosa che rendeva l’economia dipendente da spese di lusso e/o da un alto livello d’investimento

·         La forma dominante delle strutture industriali sortisce effetti perversi in una congiuntura speculativa : le holding stornano dall’investimento i profitti delle imprese dei loro gruppi per pagare dividendi sufficienti, il che accentua la spirale deflazionistica

·         Il carattere non pertinente delle misure di politica economica, le quali per bloccare la deflazione, aumentano i dazi doganali, ricercano sistematicamente il pareggio di bilancio, rifiutano politiche fiscali e monetarie

 

 

 

Bisogna poi aggiungere il ruolo dei fattori monetari e finanziari : da una parte il crack finanziario con la speculazione ha amplificato la crisi industriale. D’altra parte il crollo del sistema monetario internazionale nel 1931, mettendo in discussione i mezzi di pagamento internazionali e la capacità di creare nuova liquidità, minacciava il finanziamento degli scambi e dunque il livello dell’attività economica mondiale : il crack era conseguenza della crisi ma ne estendeva l’ampiezza.

 


26 agosto 2010

Rosier : Crisi finanziaria e reale nel 1929

Il periodo 1922-1929 è, dopo la crisi del 1920 negli Usa ed in Francia, un periodo di espansione economica marcata, con una distribuzione del reddito favorevole ai profitti, il che stimola lo sviluppo industriale parallelamente alla speculazione di borsa, incoraggiata da intermediari finanziari che suscitano la speculazione a credito. Dal 1927 la divergenza tra l’indice dei corsi azionari e gli indici dell’attività economica si spalanca pericolosamente annunciando un inevitabile crack quest’ultimo ha causato la depressione o è nato dalle prime difficoltà industriali ? Lescure risponde che le esitazioni nell’industria automobilistica hanno preceduto il crack, ma questo ha giocato un ruolo decisivo nell’evoluzione della crisi industriale, facendo sparire un elemento essenziale di sovra consumo e cioè le plusvalenze di borsa. I fenomeni reali per Lescure non possono essere separati con sicurezza dai fenomeni monetari. Ma come si spiega l’ampiezza della crisi che sopravviene su questa base ?

 

 

Su questo piano le teorie degli economisti liberisti, quali Lionel Robbins e Jacques Rueff considerano ogni crisi come di natura puramente congiunturale e destinata a risolversi da sé finchè i mercati siano liberati da ogni intralcio. Queste interpretazioni si riferiscono ad un modello astratto che vorrebbe rappresentare una realtà molto diversa e complessa ed hanno consigliato terapie che si sono rivelate poi inappropriate.

 


24 agosto 2010

Boyer : la crisi del 1929 come prima crisi che non si regolamenta da sé ?

La crisi del 1929 si apre negli Usa con il gigantesco crollo della borsa di Wall Street. Questa catastrofe finanziaria è essa stessa il riflesso ritardato di un inizio di ripiegamento dei tassi di profitto realizzati e scontati in una congiuntura di superspeculazione sganciata dai fenomeni economici reali. Con il crack finanziario si innesca la depressione, di una durata e di una intensità senza precedenti, estendendosi rapidamente dagli Usa all’Europa attraverso gli effetti della contrazione del commercio estero e delle esportazioni di capitali. Tra il 1929 e il 1932 (punto più basso della crisi), la produzione industriale mondiale regredisce di più del 50%, i prezzi industriali all’ingrosso cadono del 35%, il numero dei disoccupati nel 1933 raggiunge i 30 milioni, negli Usa la disoccupazione è al 25%.

La depressione si amplifica senza che nessuno dei meccanismi classicamente considerati come fattore di ripresa sembri mettersi in azione. Il sistema economico pare incapace di trovare la strada della ripresa da sé. Ed effettivamente la depressione degli anni ’30 è la prima nella storia del capitalismo a non aver conosciuto una ripresa spontanea. In tal modo la crisi classica non gioca più il suo ruolo di regolatore dell’attività economica nel lungo periodo. Se ciò è vero, significa forse che il capitalismo non è più allora ciò che è stato prima


23 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : la crisi del '29 come fase B di un'onda lunga ?

Per l’ampiezza e per l’importanza degli effetti (disoccupazione massiccia, crollo della produzione dei prezzi e indirettamente nazismo e seconda guerra mondiale) la grande crisi del 1929 e la grande depressione che la seguì per circa dieci anni costituisce un problema teorico di grande importanza. Mentre i marxisti annunciavano la caduta del capitalismo e gli economisti liberisti vituperavano gli interventi dello stato ed il ruolo del sindacato nel difendere il tasso di salario, una nuova scuola di pensiero intorno a Keynes e ricollegandosi al New Deal di Roosvelt, annunciava un’era nuova del capitalismo e questa è l’interpretazione più corretta.

 

 

Questa crisi si inscrive nel quadro dei cicli classici, perché giunge esattamente otto anni dopo la crisi di riconversione del 1921. E tuttavia per la sua ampiezza e per i suoi effetti essa è molto più di questo : essa si colloca nel cuore di un periodo molto particolare che si apre alla fine della prima grande guerra mondiale e vede il verificarsi di eventi storicamente determinanti. Si pensi alla rivoluzione d’ottobre in Russia (1917), ad importanti sommosse operaie in Germania e in Italia (1919-1921), all’avvento del fascismo in Italia (1922), all’avvento del nazismo in Germania (1933), al franchismo in Spagna (1936), al New Deal negli Usa, alla socialdemocrazia in Svezia e al fronte popolare in Francia fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Questo periodo è interpretato da diversi autori come la fase B di un’onda lunga la cui fase espansiva avrebbe avuto inizio intorno al 1895.


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