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30 settembre 2010

Rosier : le insidie derivanti dal sistema finanziario intermazionale

È in realtà prematuro una uscita dalla crisi senza valutare preliminarmente i rischi che la situazione monetaria e finanziaria internazionale fa correre all’economia mondiale. Si è potuto parlare di capitalismo da casinò per indicare l’evoluzione verso una vera e propria frenesia speculativa che induce i detentori di capitale a disinteressarsi dell’investimento produttivo per realizzare profitti facili giocando sullo scacchiere delle piazze finanziarie internazionali.

Si assiste così ad un vero sganciamento del finanziario dall’economico ed all’affermazione di un’economia speculativa. La straordinaria crescita dell’attività finanziaria internazionale contrasta sempre più fortemente con la relativa stagnazione dell’attività economica. Essa però è il logico prodotto di una situazione economica originale dove sullo sfondo, collegato alla crisi, vi è la costituzione di una economia di indebitamento internazionale, un’economia internazionale allo scoperto, nello stesso tempo in cui cala la redditività media dell’investimento industriale. Su questa base interviene la transnazionalizzazione delle imprese industriali e commerciali come delle banche delle istituzioni finanziarie, unita alla generale de regolazione dall’abolizione dei cambi fissi e del controllo dei cambi fino alla totale liberalizzazione delle attività bancarie e dei mercati finanziari. In questo contesto ogni impresa (grazie all’informatizzazione delle operazioni bancarie e delle telecomunicazioni) può giocare direttamente e con estrema rapidità i suoi fondi disponibili o gestire i suoi debiti e modificare i suoi impieghi intervenendo su una qualsiasi delle grandi piazze finanziarie del pianeta. Ne deriva una mondializzazione dei mercati finanziari e monetari accoppiati tra loro da una gamma sempre più ampia di nuovi prodotti finanziari, i quali sono frutti di molteplici innovazioni finanziarie derivanti dalla situazione di indebitamento e dalle strategie e dal conflitto dei capitali. Essi sono continuamente adattati ad una situazione di instabilità dei tassi di cambio e dei tassi d’interesse. Ogni forma di crediti o di debiti a breve o a medio termine può essere oggi negoziata. Su questo mercato dotato di rapida velocità di reazione, sono in tal modo offerte innumerevoli possibilità per speculare su tassi d’interesse, indici di borsa e monete.

Questo movimento ascendente della finanza internazionale e la sua relativa autonomizzazione in rapporto all’attività economica costituiscono un grande fattore di instabilità nella misura in cui il sistema monetario e finanziario non è più regolato. Tale sistema si trova costantemente alimentato dal comportamento dell’economia Usa, collocata al centro dello scacchiere occidentale. Il gigantesco deficit della bilancia delle partite correnti, frutto della politica di bilancio dell’amministrazione Reagan (alleggerimento fiscale senza riduzione della spesa pubblica) ha condotto ad un indebitamento estero massiccio degli Usa quasi equivalente all’insieme del debito nel terzo mondo ed ha sostituito al risparmio nazionale deficitario un risparmio estero. Questo processo si è potuto sviluppare in quanto gli Usa, paese che emette la moneta internazionale di fatto, prendono prestiti nella loro stessa moneta e si trovano quindi dispensati (almeno per qualche tempo) dal vincolo di equilibrio con l’estero degli altri paesi.

Mentre il sistema monetario internazionale ha funzionato in modo relativamente efficace fino all’inizio degli anni ’70, contribuendo all’espansione senza precedenti dell’economia occidentale, il suo disordine accompagna e rafforza la depressione odierna. Ciò che si ricerca in un sistema monetario è la stabilità o almeno l’emissione di informazioni che diano la possibilità di prevedere la sua evoluzione per adattarvi le strategie economiche. Ciò che caratterizza la finanza internazionale attuale è al contrario la volatilità delle monete, l’esistenza di fluttuazioni forti frequenti ed imprevedibili del prezzo del denaro. Se l’espansione della finanza internazionale può spiegarsi in parte con un declino della redditività dell’investimento industriale, all’opposto, l’evoluzione del sistema monetario internazionale tende oggi a frenare l’investimento produttivo ed a rafforzare le tendenze speculative : una parte notevole dei margini di profitto delle imprese sono oggi dei profitti finanziari.

 

 

Se si aggiunge che quest’economia speculativa si svolge in una congiuntura deflazionistica (con un calo accentuato dei corsi dei prodotti di base o dei prezzi) si può ritenere che l’economia occidentale si trova di fronte ad un dilemma :

·         O vengono messe in atto delle riforme concertate ( i cui elementi di base dovrebbero essere la fissazione di zone di variazione dei tassi di cambio delle monete chiave e di un livello superiore della variazione dei tassi d’interesse) inizialmente dal gruppo dei paesi leader per tentare di riprendere il governo di un sistema monetario e finanziario che sfugge ad ogni controllo e rischi di collassare.

·         Oppure non viene posta in essere nessuna forma di controllo ed allora la probabilità che la grande crisi si faccia avanti è elevata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


10 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : Boyer su tre temi accanto a quello del sottoconsumo

 

La teoria delle crisi avrà numerosi sviluppi alla fine del 1800 e l’inizio del ‘900. Tutti gli autori interessati cercano di spiegare le crisi e le fluttuazioni sulla base di un fattore esplicativo spesso pertinente ma non sufficiente, iscritto in un insieme teorico specifico o debolmente collegato allo schema analitico delle grandi scuole di pensiero. 




Oltre alle tesi concernenti il sotto-consumo operaio (Hobson) possono essere individuati tre principali temi :

1.      La questione del risparmio e del credito. Tugan-Baranovskij, che insiste sul ruolo della produzione dei mezzi di produzione nello svolgimento del ciclo, propone una spiegazione delle crisi fondata su di un processo di sovracapitalizzazione rispetto al risparmio disponibile a mano a mano che avanza l’espansione. Non vi sarebbe dunque una tendenza all’eccesso di risparmio, ma al contrario una insufficienza di risparmio, tenuto conto del livello dell’investimento. In altre parole il sistema economico sarebbe incapace di agiustare il flusso di risparmio alle esigenze dell’accumulazione, esigenze crescenti lungo il periodo di espansione, mentre per Tugan è l’ammontare dei fondi dei capitali disponibili che determina il livello dell’investimento. Questo tipo di impostazione però ipotizza che il processo di formazione del risparmio e quello dell’investimento siano perfettamente distinti, cosa assolutamente non ovvia. Alcuni hanno ripreso questo schema completandolo con l’introduzione del credito bancario : nella misura in cui le imprese che investono fanno ricorso a denaro a credito fornito dal sistema bancario (e suscettibile di sostituire il risparmio), questo può venire meno (Wicksell, Fisher, von Mises, Robertson). In regime di goldstandard in particolare, il sistema bancario può essere indotto a giudicare eccessiva l’espansione del credito ed a frenarla (con il razionamento o con l’aumento del tasso d’interesse) qualora l’espansione giunga ad avere una copertura insufficiente ed emerga un abuso di credito. Keynes capovolgerà questo tipo di analisi mostrando il ruolo primario dell’investimento ed il ruolo secondario del risparmio : grazie al suo effetto moltiplicatore del reddito ogni incremento dell’investimento tende sotto certe condizioni a creare alla fine del periodo un eguale ammontare di risparmio indotto (sul reddito distribuito attraverso questa spesa).

2.      La questione dell’aggiustamento delle capacità produttive. La questione della sovracapitalizzazione viene affrontata da un altro punto di vista analitico complementare a quello di Marx, dall’economista francese Aftalion : in periodo di espansione, l’investimento netto (accrescimento delle capacità produttive è per Aftalion suscitato dalla crescita della domanda finale. Ma a causa di necessari sfasamenti temporali, dato che la fabbricazione di beni capitali richiede tempo (secondo il principio del ritardo di investimento), l’investimento stesso nel momento in cui alimenta l’espansione produce a termine una situazione di sovracapacità (sovracapitalizzazione) questa volta in rapporto alla domanda. Questa situazione è generatrice di crisi per via della sovrapproduzione che essa comporta. La creazione delle capacità produttive in un’economia di imprese private non coordinate, potrebbe non risultare proporzionale all’evoluzione della domanda. Da questa osservazione è nato il principio di accelerazione (Aftalion e Clark) che rappresenta la prima funzione di investimento, ossia la prima relazione formale tra l’investimento e la produzione elaborata nella storia della teoria economica. Questo principio fortemente semplificatore si basa sul fatto che la domanda di beni di investimento da parte degli imprenditori sarebbe funzione della sola domanda dei prodotti finali, cioè sarebbe una domanda derivata, indotta da questa domanda finale. Di qui, se l’investimento è proporzionale alla variazione della domanda, la variazione dell’investimento di un periodo sull’altro è anch’essa proporzionale alla variazione del ritmo di questa domanda. Ciò si traduce in un azione fortemente amplificatrice dell’innalzamento della domanda di beni di consumo su quella dei beni di investimento. Questa azione condurrebbe al sovrainvestimento e quindi alla sovracapitalizzazione man mano che l’espansione progredisce e poi al contrario all’arretramento brusco dell’investimento nella depressione.

3.      La questione dell’innalzamento dei costi nell’espansione. Questa tesi del francese Jean Lescure sottolinea il ruolo dell’aumento dei costi nel corso dell’espansione e il suo effetto negativo sull’evoluzione del tasso di profitto atteso. Così, al termine di un periodo di sviluppo, i costi di impianto e i prezzi di produzione salirebbero più dei prezzi di vendita, il che non permetterebbe più agli imprenditori di attendersi dalle loro nuove imprese un tasso di profitto sufficiente. Ciò deriverebbe dall’aumento (nettamente superiore a quello degli altri settori) dei prezzi di prodotti di base minerali e metallurgici che registrano una domanda crescente eccezionalmente intensa nel corso dell’espansione. Deriverebbe anche dall’aumento dei tassi d’interesse (più rapido di quello del prezzo delle merci) sotto l’effetto delle tensioni sul mercato finanziario (il risparmio sembra insufficiente solo perché il tasso d’interesse cresce) e dall’innalzamento del tasso di salario unito alla flessione del rendimento della manodopera a mano a mano che l’espansione conduce ad una situazione vicina al pieno impiego. L’aumento dei prezzi di vendita non basta a compensare l’aumento dei costi, di modo che la caduta dei profitti precede quella dei prezzi ed annuncia la crisi. Vi è qui un fattore esplicativo che completa l’analisi della sovrapproduzione in rapporto alla domanda effettiva.


9 agosto 2010

Ma cos'è questa crisi : Marx visto da Boyer

 

Marx riprende gli spunti di Sismondi e aggiunge la questione del conflitto di classe e del livello di sviluppo delle forze produttive, oltre alla consapevolezza del carattere storico di quelle leggi economiche che gli economisti classici consideravano simili a quelle fisiche.

Per Marx la crisi è resa possibile dal fatto che in un’economia di scambio generalizzato si ritrova ad avere produzione e consumo come due operazioni separate. I beni non vengono prodotto in vista del consumo, ma per essere venduti con un profitto sufficiente e ad un ritmo abbastanza rapido perché il capitale investito si trovi valorizzato. Le crisi appaiono con una certa regolarità per la logica stessa dell’accumulazione del capitale. L’investimento realizzato a livello dell’impresa capitalistica individuale nei settori di attività che nella congiuntura immediata appaiono suscettibili di fruttare i tassi di profitto più elevati, viene effettuato senza che sia assicurata una domanda effettiva per le merci prodotte. Non vi è coordinamento apriori delle decisioni di investire né regolazione se non a posteriori sul mercato che sanziona gli errori di previsione. Questo è per Marx l’effetto di una contraddizione nel sistema economico tra il carattere sociale della produzione ed il carattere privato della proprietà dei mezzi della produzione e delle decisioni economiche. La maggior parte dei produttori non possono acquistare l’equivalente di ciò che producono e devono fornire un sovrappiù o plusvalore ai capitalisti che ritengono occupati. Questo primo fattore si traduce in delle sproporzioni della produzione in rapporto alla domanda effettiva. Tali sproporzioni si allargano ai diversi settori dell’economia (ad es. tra sezione dei mezzi di produzione e sezione dei beni di consumo). Tale effetto viene rafforzato nel fenomeno del sottoconsumo operaio : per la natura stessa del sistema economico, l’imprenditore cercando di massimizzare il suo profitto esercita costantemente una pressione sui salari che per lui sono un costo ma che d’altra parte (a livello sociale) costituiscono un elemento della domanda complessiva, elemento sempre più importante mano a mano che si diffonde il rapporto di lavoro salariato. Si generano così situazioni di sovrapproduzione non in rapporto ai bisogni esistenti ma in rapporto alla domanda effettiva (solvibile).



A partire dal momento in cui, in uno o più settori di attività compare sovrapproduzione, il tasso di profitto si abbassa sotto l’effetto della flessione dei prezzi effettivamente praticabili. Ciò può portare ad un aggiustamento, dirigendo i capitali verso investimenti in altre attività. Ma può rivelarsi insufficiente qualora le disparità siano troppo grandi, informazione imperfetta ed i capitali non sufficientemente mobili. Per Marx questo fenomeno è rafforzato dall’effetto della legge tendenziale della caduta del saggio di profitto che egli stabilisce (per un dato tasso di sfruttamento) come conseguenza del fatto che l’accumulazione si svolga in modo sempre più capitalistico, ossia con una proporzione crescente in termini di valore di capitale in rapporto alla forza lavoro impiegata. L’accumulazione del capitale, stimolata senza sosta dalla sfrenata concorrenza del mercato, genera espansione ma giunge anche a creare un eccesso di capacità di produzione in rapporto alla domanda effettiva : il mercato sembra troppo stretto per la produzione ed il capitale non può più venire valorizzato ad un tasso di profitto sufficiente. Si ha così un eccesso di accumulazione rispetto al plusvalore che è diventato possibile estrarre. Con la caduta dei prezzi e del tasso di profitto esplode la crisi della produzione e poi dell’occupazione e del potere di acquisto, in un processo cumulativo.

Anche se la sua ricerca resta incompiuta Marx offre due elementi metodologicamente importanti :

·         La crisi classica (Juglar) è analizzata come un fenomeno strutturale e non soltanto congiunturale (conferma delle intuizioni di Malthus e Sismondi)

·         La  crisi intesa come un fattore regolatore dopo il tasso di profitto nella dinamica del sistema economico considerata nel lungo periodo, come soluzione momentanea e violenta che ristabilisce l’equilibrio turbato. La depressione nata dalla crisi porta con se la perdita di valore di gran parte del capitale produttivo nella misura in cui questo non è più in grado di fornire profitto sufficiente. Si ha così la concentrazione industriale in quanto le imprese meno colpite dalla crisi possono acquistare a prezzi infimi le imprese rovinate e trovare così condizioni più favorevoli di resistenza. Si ha poi una riduzione del tasso di salario e quindi un aumento del sovrappiù mobilizzabile dalle imprese rimaste attive. Come effetto dei due fenomeni precedentemente descritti si ha la ricostituzione di un tasso di profitto sufficiente

Nella misura in cui la crisi si trova iscritta in uno schema esplicativo della dinamica e delle fluttuazioni economiche con un ruolo specifico, il concetto di crisi è veramente costruito.

 


5 agosto 2010

Boyer : cicli economici Juglar e cicli Kondratiev

 

È la notevole ripetizione relativamente periodica delle crisi e delle fluttuazioni di questo tipo che Marx ed Engels avevano notato sin dal 1848 e che ha condotto l’economista francese Juglar a descrivere per primo nel 1860 la crisi come momento di cicli economici successivi, che saranno designati anche come cicli classici i cicli Juglar. Si lavora sulla base dell’analisi di serie statistiche cronologiche essenzialmente di prezzi. L’espansione nel lungo periodo. L’espansione nel lungo periodo è da allora riconosciuta come ritmata da cicli relativamente regolari di una ampiezza che va da 6 a 11 anni. Perciò la comparsa di crisi tende ad essere considerata una componente normale del movimento economico delle economie capitaliste. Tuttavia la periodicità dei cicli non è rigorosa ed i cicli stessi non sono identici né ella forma né nella durata. Alcuni piuttosto che parlare di cicli veri e propri, parlano di ricorrenze, o di oscillazione ossia di ricorrenza sistematica non necessariamente ciclica. Altri studi con statistiche più minuziose confermano l’esistenza di cicli anche se contestano la periodicità rigorosa. Inoltre l’interpretazione delle serie storiche è guidata da domande, da ipotesi e da schemi di analisi. Esse devono essere costruite per poter essere spiegate e poi ricostruite. Le crisi presentano ognuna caratteri specifici che variano secondo il carattere espansionistico o secondo la natura dei settori trainanti che giocano il ruolo principale ed hanno anch’essi dei propri specifici cicli. Cambia infine il paese che per primo entra in crisi e a partire dal quale la crisi si propaga internazionalmente attraverso la riduzione degli scambi commerciali e finanziari. Tuttavia propagandosi il ciclo si modifica. Il paese che entra in crisi per primo è generalmente, ma non sempre, quello del sistema economico dominante : dunque dell’Inghilterra nel 1800 e degli Usa nel 1900. È dunque il peso dell’economia dominante che trascina gli altri paesi nella crisi. Fino a quella del 1866 le crisi erano essenzialmente francesi ed inglesi, mentre dal 1870 in poi il processo di industrializzazione diventa principalmente americano e tedesco.

Quanto alla datazione delle crisi si dovrebbe adottare la seguente regola : la crisi è datata dal momento in cui si vede l’esplosione del fenomeno che fa da detonatore nel paese che si trova ad esserne il primo focolaio. La crisi del 1866 comincia in Inghilterra con la cessazione il 1 maggio dei pagamenti di una delle più importanti banche inglesi che trascina con sé il crollo del sistema creditizio e l’arretramento dell’attività industriale. Quanto ai cicli essi vengano datati da crisi a crisi, in quanto la ripresa, fenomeno graduale, è di datazione più difficile. La crisi diventa la vera unità di tempo economica e bisogna interrogarsi sulla loro apparente scomparsa dopo la seconda guerra mondiale. 


 

Diversi decenni dopo la scoperta di Juglar aveva messo in luce la periodicità delle crisi classiche, fu ipotizzata l’esistenza di fluttuazioni di tutt’altra ampiezza (quasi secolare) in particolare dall’economista russo Parvus, discepolo di Marx, nel 1896 e poi da Aftalion nel 1913 e Simiand nel 1931. Ma si attribuisce all’economista sovietico N. D. Kondratiev la prima grande sintesi sull’esistenza di movimenti lunghi e concordanti dei prezzi e della produzione, sulla base dell’analisi approfondita dell’evoluzione economica di diversi paesi industrializzati. Oggi si parla di cicli Kondratiev. Gli autori sopra citati hanno messo innanzitutto in evidenza grandi ondate nei movimenti dei prezzi : aumento generalizzato dei prezzi dal 1789 al 1816, caduta generale dal 1816 al 1850, aumento generalizzato dal 1850 al 1873, caro generale dal 1873 al 1896, nuovo aumento dal 1896 al 1914, nuovo calo dal 1920 fino al 1939. Poi si è mostrata un’altra corrispondenza tra il movimento dei prezzi e quello della produzione (Kondratiev) e tra il movimento combinato di questi due con quello del volume del commercio internazionale (Mandel).

Questo tre elementi la produzione agricola ed industriale, i prezzi (compreso tasso di salario e tasso d’interesse) e il livello del commercio estero, registrerebbero una successione di periodi di espansione prolungata di circa 25 anni e di periodi di depressione prolungata di durata approssimativamente simile. Questi periodi sono designati fase A e fase B dei cicli Kondratiev. Per ciò che concerne la produzione, le fasi B non sono dei periodi di calo in assoluto (come nel caso dei cicli Juglar), ma dei periodi di crescita rallentata in rapporto a quella delle fasi A che le precedono. Così per l’Inghilterra il tasso di crescita medio annuo passa dalla fase A alla fase B dal 4,6% all’1,2  nel secondo ciclo lungo e dal 2,2% all’1,2% per il terzo ciclo lungo ( mentre il tasso di disoccupazione cresce rispettivamente dal 3,7% al 5,1% e dal 3,4% all’8,7%).

Il movimento delle onde lunghe non presenta regolarità assoluta né nell’ampiezza, né nella tendenza ascendente o discendente, poiché le fasi A e B non solo si sovrappongono ai cicli Juglar, ma sono da questi realmente modellati. Schumpeter ha dimostrato che la forma dei Juglar si differenzia secondo la fase dei cicli Kondratiev in cui essi si situano : le fasi A appaiono la risultante di anni di espansione più numerosi e più vivaci delle fasi B e generalmente in una fase Kondratiev si trovano tre fasi Juglar. Ed è possibile operare una datazione delle fasi dell’onda lunga proprio a partire dai cicli classici dell’economia dominante di crisi in crisi. Ma in effetti la depressione prolungata è avvertita dai contemporanei come se cominciasse con l’entrata in fase di depressione di un ciclo classico e finisse con una ripresa. Così del resto gli storici delimitano la grande depressione alla fine del 1800 : dal 1873 (crisi) al 1895 (ultimo anno della depressione del ciclo classico).

Nella storia del capitalismo fino alla seconda guerra mondiale sono stati individuati tre cicli Kondratiev :

·         Primo ciclo con fase A dal 1789 al 1816 e fase B dal 1816 al 1847

·         Secondo ciclo con fase A dal 1847 al 1874 e fase B dal 1874 al 1896

·         Terzo ciclo con fase A dal 1896 al 1920 e fase B dal 1920 al 1945

Si vedrà che la congiuntura di crisi all’inizio degli anni’70, dopo un lungo periodo di crescita durato 25 anni, tenderebbe ad accreditare l’idea secondo la quale ci troviamo di fronte a due fasi classiche di un quarto ciclo Kondratiev.

 


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