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14 marzo 2010

Zvi Schuldiner : passi indietro in Palestina

La settimana scorsa il senatore John Kerry, lunedì l'inviato Usa George Mitchell, ora il vicepresidente Joe Biden. Dopo mesi di paralisi seguiti al drammatico discorso del presidente Barack Obama al Cairo, sembra che il processo di pace in Medio Oriente torni all'ordine del giorno. Anche se 19 anni dopo la conferenza di Madrid, e quasi 17 dall'avvio del processo di Oslo, con tutte le pressioni degli Stati uniti, tutto quello che israeliani e palestinesi hanno accettato è di avviare una serie di negoziati indiretti. È difficile valutare l'obiettivo reale della visita di Biden in Israele. Tolto il dialogo israelo-palestinese, la questione davvero esplosiva è quella che riguarda l'Iran e i presunti sforzi del presidente Ahmadi Nejad per procurarsi una bomba atomica.


Biden arriva subito dopo la visita del comandante delle forze armate Usa. L'obiettivo di entrambi sembra chiaro: frenare un possibile attacco israeliano al reattore iraniano. La questione iraniana è un incubo regionale. Mentre la politica estera israeliana si è fondata su una costante esasperazione del pericolo di un Iran atomico, per la regione tutta Ahmadi Nejad è un pericolo perché appoggia elementi radicali islamici che combattono regimi arabi. Un possibile attacco israeliano non solo non risolverebbe la questione atomica, ma scatenerebbe reazioni tali da trasformare l'intero Medio oriente in un inferno.
I dirigenti israeliani continuano a giocare sulla politica della paura. Quando il presidente iraniano ripete le tiritere sull'inesistenza dell'olocausto o sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, non fa che alimentare le fiamme che Netanyahu e i suoi alleati vogliono tenere vive. La visita di Ahmadi Nejad a Damasco, l'incontro con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con i leader di Hamas, rafforzano l'immagine di un costante pericolo per Israele.
Gli Usa però non vengono solo per frenare Israele sull'Iran. Sanno, come la maggioranza dei leader arabi - inclusa la Siria - che la questione palestinese è la chiave per la calma e la stabilità e temono che la politica israeliana provochi invece una nuova deflagrazione. Il governo di Netanyahu si dichiara favorevole alla soluzione dei «due stati» ma molti credono, con buona ragione, che questo sia solo un artificio retorico. Il governo israeliano dichiara il congelamento delle nuove costruzioni nei Territori occupati, ma manda avanti tutti i progetti di colonie, trasformando Gerusalemme nel punto caldo che provocherà la nuova esplosione. Il sindaco di Gerusalemme e i suoi alleati sono dei veri piromani, il suo razzismo si traduce in un aperto attacco alla presenza palestinese nella città. Perfino Netanyahu, sotto forte pressione americana, ha insistito perché sindaco evitasse di pubblicare un nuovo piano cittadino il cui elemento chiave era la distruzione di case palestinesi nel villaggio di Silwan, nella parte est (palestinese) di Gerusalemme.
Il presidente dell'Anp Mahmoud Abbas deve aver preso troppo sul serio la retorica americana e ha rifiutato negoziati diretti con gli israeliani. Facendo così un gran favore a Netanyahu, che ha fatto la figura di quello che voleva il dialogo. Questo può confondere gli osservatori sprovveduti, ma non può nascondere il vero problema: i palestinesi sono divisi e la relativa tranquillità in Cisgiordania, o un certo miglioramento economico, non possono essere la base di un reale cambiamento.
Ora la pressione di vari leader arabi ha portato Abbas ad accettare negoziati indiretti. I colloqui indiretti sono un enorme passo indietro, e non possono occultare gli elementi di fondo del conflitto israelo-palestinese. La divisione - inimicizia, quasi odio - interna ai palestinesi permette al governo israeliano di proseguire con una politica tutt'altro che pacifica. Dietro la retorica di Netanyahu sui «due stati» si nasconde una costante espansione, la continua repressione nei Territori occupati, Gerusalemme inclusa, e il brutale accerchiamento nella grande prigione a cielo aperto che è oggi la Striscia di Gaza. Parole, cosmetica, formule vaghe non possono preludere a una soluzione reale. Forse è ora che Israele, e l'Europa, si rendano conto della reale dimensione del conflitto e delle sue potenziali, sanguinose implicazioni.


7 gennaio 2009

Danilo Zolo : a Gaza stiamo assistendo allo splendore del supplizio

 

La striscia insanguinata di Gaza è l'ultima testimonianza di una tragedia senza ritorno, ormai avviata verso la soluzione finale. In questi giorni migliaia di feriti e centinaia di morti, vittime dei bombardamenti e dell'attacco terreste della grande potenza nucleare israeliana, si sono aggiunti alle decine di migliaia di persone in condizioni disperate a causa della miseria, delle malattie, della fame. I ricatti finanziari e l'embargo imposto da Israele alla popolazione di Gaza non intendevano colpire soltanto il movimento di Hamas.
Né si può minimamente pensare, nonostante i fiumi di retorica versati dagli opinionisti occidentali, che l'operazione «Piombo fuso» fosse stata progettata per replicare ai razzi Qassam. In dieci anni questi rudimentali strumenti bellici non avevano provocato più di una decina di vittime israeliane.
Gaza deve scomparire, soffocata nel sangue: questo è l'obiettivo strategico delle autorità israeliane dopo il fallimento del «ritiro» voluto da Sharon nel 2005. Gaza verrà falciata come entità civile e come struttura politica autonoma: non a caso i missili e i carri armati israeliani stanno distruggendo accanitamente le sue strutture civili, politiche e amministrative. Gaza verrà ridotta a un cumulo di macerie e scomparirà come sta scomparendo la Cisgiordania, che ormai sopravvive come un relitto storico, come una sorta di discarica umana differenziata, dopo quarant'anni di illegale occupazione militare.
Quello che rimarrà del popolo palestinese sarà sottoposto per sempre al potere degli invasori in nome del mito politico-religioso del «Grande Israele». Rispetto a questo mito il valore delle vite umane è uguale a zero, nonostante il «diritto alla vita» di cui ha fabulato la Dichiarazione universale dei diritti umani nel 1948. Il 1948 è proprio l'anno dell'auto proclamazione dello stato d'Israele e della feroce «pulizia etnica» imposta dai leader sionisti al popolo palestinese, oggi rigorosamente documentata da storici israeliani come, fra gli altri, Ilan Pappe, Avi Shlaim e Jeff Halper.



In questi anni l'idea di uno stato palestinese è stata l'ultima impostura sionista, sostenuta dal potere imperiale degli Stati uniti, con la complicità dell'Unione europea. L'inganno è servito non solo a coprire un processo di occupazione sempre più invasiva dell'esigua porzione di territorio - il 22 per cento della Palestina mandataria - rimasta al popolo palestinese dopo la guerra di aggressione del 1967. L'inganno è servito soprattutto per avviare una progressiva e irreversibile colonizzazione dell'intera Palestina. Oggi non meno di 400 mila coloni sono insediati in Cisgiordania e le colonie si espandono senza sosta.
A Gaza e in Cisgiordania i leader politici palestinesi sono stati costretti all'esilio, incarcerati o eliminati con la tecnica feroce degli «omicidi mirati». Decine di migliaia di case sono state demolite e centinaia di villaggi devastati. Centinaia di pozzi sono stati distrutti e le riserve idriche sotterranee sequestrate e sfruttate per irrigare le coltivazioni delle colonie e dei territori israeliani. Migliaia di olivi e di alberi da frutta sono stati sradicati. Un fitto intreccio di strade che collegano le colonie tra di loro e con Israele - le famigerate by-pass routes - sono state interdette ai palestinesi e rendono ancora più difficoltose le comunicazioni territoriali, già ostacolate da centinaia di check point. A tutto questo si è aggiunta l'erezione della «barriera di sicurezza» voluta da Sharon, il muro destinato a stringere in una morsa la popolazione palestinese, relegandola in aree territoriali sempre più frammentate e dislocate. Nel frattempo Gerusalemme è stata trasformata in un'immensa colonia ebraica che si espande sempre più verso oriente, cancellando ogni traccia della presenza arabo-islamica e dei suoi millenari monumenti.
L'etnocidio del popolo palestinese si consuma nell'indifferenza del mondo, con la complicità delle cancellerie occidentali, l'omertà dei grandi mezzi di comunicazione di massa, il servilismo degli esperti e dei giuristi «al di sopra delle parti», il fervido sostegno del più ottuso e sanguinario presidente che gli Stati uniti d'America possono vantare. Per quanto riguarda il popolo palestinese, il diritto internazionale è un pezzo di carta insanguinata, mentre le Nazioni unite, dominate dal potere di veto degli Stati uniti, macinano acqua nel mortaio e lasciano impuniti gli infiniti crimini internazionali commessi da Israele. La triste vicenda di Richard Falk ne ha offerto in questi giorni l'ennesima prova. Ciò che sicuramente riprenderà vigore in un futuro molto prossimo - e sarà per tutti la tragedia più grave - sarà il terrorismo suicida dei giovani palestinesi, la sola replica «economica» al terrorismo di stato. E altissimo sarà il rischio di un allargamento del conflitto nell'intera area della mezzaluna fertile.
Che senso storico e umano ha tutto questo? Qual è il destino del Medio Oriente? Che funzione svolge la strage di uomini, donne e bambini palestinesi? Come si giustifica la spietatezza del governo Olmert e la complicità delle autorità religiose israeliane?
Una cosa sembra certa e è la funzione sacrificale di un lembo di terra tra i più densamente abitati poveri e disperati del pianeta. Chi persegue un obiettivo assoluto e si crede portatore della giustizia e della verità, si attribuisce un'innocenza assoluta e è sempre pronto, come ci ha insegnato Albert Camus, a imputare agli avversari una colpa assoluta e a spegnere la loro vita negando loro ogni speranza. Gaza è ormai un immenso patibolo dove si celebra di fronte al mondo una condanna a morte collettiva. L'umanità assiste allo «splendore del supplizio», per usare una celebre espressione di Michael Foucault. La pubblica esecuzione della condanna a morte dei propri avversari è uno strumento essenziale di glorificazione di un potere che si sente più che umano.


8 giugno 2008

Per un bilancio storico di Israele

 

Il sessantesimo anniversario della fondazione di Israele e della Nakba, l'espulsione di oltre 700.000 palestinesi dalle loro terre, ha suscitato com'era prevedibile commemorazioni e bilanci. Pochi - anche questo era prevedibile - hanno abbandonato le tradizionali interpretazioni teleologiche. Per i sionisti, Israele incarna la redenzione di un popolo martirizzato da secoli di antisemitismo; per i palestinesi, costituisce invece l'epilogo della lunga storia dell'imperialismo e del colonialismo occidentali. Queste letture contengono entrambe un nocciolo di verità. Difficilmente si potrebbe contestare l'appartenenza di Theodor Herzl e dei fondatori del sionismo alla cultura imperiale e colonialista europea della fine dell'Ottocento. Aldilà della retorica sionista, tuttavia, altrettanto incontestabile è la vitalità dell'attuale nazione israeliana, letteralmente «inventata» da tutti i punti di vista: territoriale, politico, culturale e perfino linguistico, grazie alla metamorfosi di un idioma antico in una lingua nazionale moderna. Ma questa realtà non è il prodotto di una diabolica causalità imperiale né di un messianico disegno provvidenziale. Si tratta piuttosto, come sottolinea Dan Diner, del frutto di una contingenza storica.
Israele nasce tra la fine della seconda guerra mondiale e lo scoppio della guerra fredda, in un momento eccezionale e transitorio di convergenza tra le grandi potenze, in un mondo scosso dall'Olocausto e posto di fronte a centinaia di migliaia di profughi in cerca di un tetto. Prima della guerra, soltanto la leadership sionista pensava di trasformare in uno stato la piccola colonia ebraica della Palestina (salvata nel 1942 dalle truppe alleate che bloccano l'avanzata tedesca ad El Alamein). I britannici vi erano ostili e ben pochi ebrei europei desideravano trasferirsi a Gerusalemme o Tel Aviv. Pochi anni dopo, al tempo della decolonizzazione, i sovietici difendevano la causa del nazionalismo arabo e le grandi potenze non avrebbero più potuto tracciare a loro piacimento le frontiere politiche del Medio Oriente. Insomma, Israele può essere interpretato come un miracolo o una tragedia della storia, secondo i punti di vista, ma non come un suo prodotto ineluttabile. Il fatto che i leader sionisti fossero in molti casi la versione caricaturale del colonialismo europeo (caricaturale perché incarnata da intellettuali paria) e che quelli palestinesi riproducessero tutti i tratti del nazionalismo antimperialista, non modifica il quadro d'insieme.



Opportunismo giordano
Specchio di questa contingenza fu la guerra arabo-israeliana del 1948, scoppiata al momento della proclamazione di Israele da parte di Ben Gurion, ma preceduta da una guerra civile ebraico-palestinese durante gli ultimi mesi del mandato britannico, dopo il voto favorevole delle Nazioni Unite alla divisione della Palestina. Agli occhi del mondo, la causa araba non era quella di un movimento di liberazione nazionale ma di un insieme di principati feudali che, opposti al dominio britannico, si erano compromessi con le forze dell'Asse durante la seconda guerra mondiale (e durante la guerra del 1948, cercheranno di tirare profitto dalla sconfitta araba, come la Giordania, il cui re sarà vittima di un attentato palestinese). Gli ebrei suscitavano invece la compassione dei paesi europei, come riconosceva esplicitamente Gromiko, ministro degli esteri sovietico, evocando nel suo intervento all'Onu lo sterminio nazista. Così si spiega la passività dei britannici durante il conflitto del 1948 quando, dopo quattro anni di mortiferi attentati sionisti contro l'autorità mandataria, si limitarono ad osservare i massacri e le espulsioni dei palestinesi. Così si spiega anche il sostegno sovietico alle forze sioniste, decisivo sul piano strettamente militare. L'esercito ebraico, formato dalla Haganah e dalle milizie del gruppo Stern, era dotato di armi cecoslovacche. Ben pochi, nel 1947, avevano tirato la lezione delle due prime intifada palestinesi (nel 1929 e nel 1936) o espresso dei dubbi sul progetto sionista, chiaramente formulato da Theodor Herzl fin dal 1897, di dar vita in Medio Oriente a uno stato europeo, «avamposto della civiltà» contro la «barbarie» orientale. Non solo i nazionalisti arabi, ma neppure i «sionisti culturali» come Martin Buber o il rettore dell'Università ebraica di Gerusalemme, Jeudah Magnes, furono ascoltati. Nessuno, all'epoca, commentò le analisi premonitrici di Hannah Arendt, che al momento del voto sulla partizione decise di interrompere la sua collaborazione critica con il sionismo (e la sua amicizia con Gershom Scholem).
La guerra del 1948 - la prima di sei guerre arabo-israeliane - è stata oggetto negli ultimi due decenni di ampie revisioni storiografiche che hanno definitivamente rimesso in discussione la vecchia tesi sionista dell'«aggressione» araba e della «fuga volontaria» palestinese. Il racconto della Nakba (catastrofe) da parte dei profughi è stato confermato dalla documentazione conservata negli archivi israeliani. Una divergenza rimane tra gli storici «funzionalisti» come Benny Morris, che vedono nella cacciata di oltre 700.000 palestinesi «il prodotto di un insieme di fattori e di un processo cumulativo», e gli storici «intenzionalisti» che, sulla scia di Ilan Pappe, descrivono invece un'epurazione etnica pianificata e sistematica. Benché non vi attribuiscano lo stesso ruolo, entrambi hanno messo in luce l'esistenza di un progetto di evacuazione forzata - il famigerato «Piano Dalet» - e documentato i massacri contro i palestinesi, da Der Yassin a Tantura, tipici delle guerre civili e dei conflitti senza legge: esecuzioni sommarie di civili, distruzione di case, a volte stupro collettivo delle donne. Le atrocità arabe, nella maggior parte dei casi reattive, furono ben più limitate.
Certo è che la condotta israeliana durante il conflitto si inscriveva nel disegno sionista di uno stato ebraico senza arabi. Potevano i palestinesi approvare un piano di divisione che attribuiva agli ebrei, un quarto della popolazione del paese, il 60% delle terre? Fatto sta che la guerra permise ai sionisti di ottenere molto più di quanto l'Onu volesse concedere. Nel 1947, gli ebrei possedevano circa il 10% delle terre della Palestina mandataria; nel 1949, alla fine del conflitto e in seguito alla promulgazione delle leggi che sancivano le espropriazioni, ne controllavano ormai l'85%. La «legge del ritorno» apriva le porte del nuovo stato agli ebrei del mondo intero, chiudendole invece a chi era stato cacciato dalla sua terra (nonostante una risoluzione dell'Onu che ne prevedeva la restituzione). In virtù di una delle tante ironie della storia, i primi a usufruire di questa legge saranno gli ebrei del mondo arabo, che il sionismo classico di matrice europea aveva sempre ignorato. Incarnazione dell'«arretratezza» orientale, essi furono sottoposti a un'intensa campagna di dearabizzazione e assimilazione ai codici culturali dell'ebraismo askenazita. Quanto ai palestinesi, essi daranno vita a una nuova diaspora e affolleranno i campi profughi di tutti i paesi limitrofi. Traumatizzata e impotente, la minoranza palestinese rimasta entro i confini del nuovo stato acquisirà una cittadinanza di seconda classe. Questi palestinesi continueranno ad abitare la propria terra diventata un paese straniero, nel quale saranno percepiti come una «quinta colonna». Mentre offriva una cittadinanza ai superstiti del genocidio nazista, un terzo della popolazione israeliana negli anni cinquanta, il nuovo stato creava una nuova massa di profughi palestinesi, autentici «paria» nel senso arendtiano del termine: esseri umani senza stato e senza diritti. Oggi, la memoria di queste vittime è sostanzialmente incompatibile con quella dell'Olocausto di cui Israele si vuole guardiano e redentore.


Israeliani nel ghetto
Iniziò dunque allora, dentro un'inespugnabile fortezza dotata di armi sofisticate e ben presto della bomba atomica, la costruzione di una «comunità immaginata» all'insegna della Bibbia, dell'ecologia e dell'Occidente: la Bibbia come fonte legittimante in ultima istanza; l'ecologia delle foreste verdeggianti al posto dei villaggi palestinesi cancellati; l'Occidente di una nazione di pionieri europei alleata degli Stati Uniti, la nuova potenza egemone del blocco atlantico. Tutti, illustra Pappe, hanno dato il loro contributo alla rinascita nazionale: dai militanti dei kibbutz (spesso avamposti militari più che isole di uguaglianza sociale) agli architetti che ridisegnavano le città, fino ai filologi, agli storici e agli archeologi che facevano riaffiorare la Palestina ebraica di duemila anni fa dalle macerie della Palestina araba moderna. Guardando oltre questa facciata, Arno J. Mayer interroga i paradossi di uno stato che sembra incarnare non il trionfo ma il fallimento del sionismo. Questi era nato, a detta dei suoi fondatori, per sottrarre definitivamente gli ebrei ai ghetti in cui l'Europa cristiana li aveva rinchiusi e in cui l'antisemitismo voleva ricacciarli. Lo stato cui ha dato vita vuole oggi costruire le mura di un nuovo ghetto - materiale e metaforico - in cui proteggere gli ebrei, separandoli ermeticamente dal mondo arabo circostante e facendone il bersaglio di un'ostilità radicale storicamente sconosciuta in seno all'islam.
Forse ha ragione Dan Diner quando scrive che Israele è stato, «fin dall'inizio, un progetto teologico-politico della modernità». Prendendo in prestito l'ideologia e il linguaggio dei nazionalismi novecenteschi, il sionismo ha secolarizzato un'aspirazione millenaria il cui postulato risiede nell'identità tra un popolo e una religione. La collisione con il mondo arabo diventa ancora più acuta nel momento in cui, dopo la crisi di tutte le ipotesi laiche, dal panarabismo al socialismo, i palestinesi sono rimasti imprigionati in un vicolo cieco dal quale sembrano voler uscire ridefinendosi come nazionalismo religioso, nella forma dell'islamismo radicale. Potremo allora assistere a guerre di religione in versione postmoderna dalle quali tutto potrà venir fuori tranne la democrazia. Questo è il dilemma di fronte al quale si trova Israele a sessant'anni dalla sua nascita. O diventerà davvero, come dice di essere, una democrazia, ritirandosi dai territori che occupa illegalmente e trasformandosi nello stato di tutti i suoi cittadini, senza distinzioni di appartenenza etnica, linguistica, culturale e religiosa, senza un diritto al «ritorno» riservato agli ebrei del mondo intero e negato ai palestinesi che furono espulsi dalla loro terra; oppure rimarrà uno «stato ebraico», e inevitabilmente la sua democrazia assomiglierà sempre di più a quella del Sudafrica bianco ai tempi dell'Apartheid. Nei tempi lunghi della storia - su questo punto Arno Mayer ha ragione -, non lo salveranno né la Bibbia né la bomba atomica.

(Enzo Traverso)


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16 marzo 2008

La crisi di Fatah

 

Samir Sbaihat scuote la testa. «Tutto è contro Fatah - dice alzando le braccia al cielo - anche la trattativa segreta tra Israele e Hamas (sul cessate il fuoco, ndr) sta minando quel poco di prestigio che era rimasto al nostro movimento. E, ora più di prima, i palestinesi si domandano: a cosa serve Fatah se la partita è solo tra Hamas e gli israeliani? E hanno ragione, visto che non raccogliamo niente al tavolo del negoziato».
Arrestato durante la prima Intifada (1987-'93) e deportato nel 1988 dagli israeliani in Libano, Sbeihat ora è un funzionario del ministero del lavoro a Ramallah. Soprattutto è uno degli esponenti della nuova generazione di Fatah che premono per un cambiamento profondo del movimento, non limitato a quello generazionale e fondato sui contenuti politici, sul programma, per contrastare la popolarità di Hamas. «Ma non mi faccio illusioni. Fatah è paralizzato, o meglio», precisa Sbeihat, «il gruppo dirigente è incapace di comprendere che il movimento sta morendo lentamente». In un clima reso pesante dall'assedio israeliano a Gaza, dirigenti e militanti stanno preparando il VI Congresso di Fatah, considerato, almeno dai più ottimisti, una possibile via d'uscita dalla crisi per forza politica che, sotto la leadership di Yasser Arafat, ha guidato per circa 40 anni la maggioranza dei palestinesi.
L'ultimo Congresso si tenne nel 1989 e da allora è cambiato quasi tutto. Arafat non c'è più e assieme a lui sono morti o usciti di scena circa un terzo dei 21 membri del Comitato Centrale e nessuno di loro è stato sostituito. Quelli ancora in carica hanno almeno 65 anni, in netto contrasto con l'età media della popolazione palestinese che è ben sotto i 30. Gli ultimi anni, segnati dal fallimento degli accordi di Oslo del '93 e del ruolo dell'Autorità Nazionale, formata in gran parte da uomini di Fatah, sono stati devastanti per il movimento che prima ha perduto la credibilità e il sostegno della popolazione e poi, nel 2006, è uscito sconfitto dalle elezioni legislative che hanno consegnato il potere ad Hamas. Infine, lo scorso giugno Fatah ha perduto anche il controllo di Gaza a causa di un maldestro, quanto ben finanziato dagli americani, tentativo da parte di uno dei suoi principali dirigenti, l'ex «uomo forte» Mohammed Dahlan, di far cadere il governo di unità nazionale del premier (di Hamas), Ismail Haniyeh.
La via del «rinnovamento» è però cominciata con il piede sbagliato. La preparazione del Congresso è stata affidata dal presidente palestinese e leader di Fatah, Abu Mazen, al negoziatore Abu Alaa, 74enne e conservatore, che lo scorso anno è stato tra i più insistenti nel chiedere l'espulsione del poco «allineato» Hani al Hassan (uno dei fondatori del movimento). Un'altra commissione, formata dal Consiglio rivoluzionario, sta preparando sotto la direzione dell'ex ministro degli esteri, Nasser Qidwa, la bozza di programma che verrà dibattuta al Congresso.
«Il fermento in Fatah è solo apparente - avverte il giornalista Maher Abu Qader - le primarie per la scelta dei delegati troppo spesso avvengono solo sulla carta. Il timore è che il gruppo dirigente in carica stia cercando di garantirsi la riconferma». Pare che solo in poche località i militanti abbiano potuto scegliere liberamente i delegati che, nella, maggior parte dei casi vengono nominati da famiglie locali.
«I membri del Comitato centrale dicono che 1000 forse1500 delegati andranno al Congresso - dice Samir Sbeihat - ma tra quelli ben pochi verranno nominati con le primarie, senza dimenticare che non potranno partecipare i rappresentanti di Fatah che vivono fuori dalla Palestina».
«Al Congresso - aggiunge Sbeihat - andranno d'ufficio tutti i dirigenti locali e nazionali in carica, più i sindaci, i deputati, i ministri e un numero elevato di membri delle forze di sicurezza». Dal carcere il «comandante dell'Intifada», Marwan Barghuti, si è espresso a favore di una partecipazione più ampia e visibile della base, attraverso le primarie, non sono nei Territori occupati ma anche in Siria, Libano e altri paesi.
Un suggerimento autorevole ma ignorato dai vertici del movimento. Non si conoscono peraltro la data (forse a luglio) e il luogo dove si terrà il Congresso (la vecchia guardia lo vorrebbe all'estero). Così quella che sarebbe dovuta diventare la «grande occasione» di Fatah, si sta rivelando una iniziativa di facciata, senza prospettive, e un campo di battaglia per dirigenti rivali senza sostegno popolare. Come Dahlan e Akam Balawi che, grazie anche ai siti internet gestiti dai loro supporter, si scambiano da settimane accuse reciproche di corruzione e spreco di fondi pubblici. I palestinesi intanto rimangono prigionieri dell'occupazione israeliana.

(Michele Giorgio)


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11 marzo 2008

La Palestina non esiste più

 

Da un secolo il movimento ebraico-sionista e poi lo Stato di Israele si trovano in una posizione di antagonismo con il mondo arabo. Via via l'interfaccia è diventato il popolo palestinese, ma l'ambigua collocazione della Palestina fra Egitto, Giordania e Siria non ha consentito un'autonomia definita se non in tempi recenti, attorno all'Olp di Arafat. Credere che siano i Qassam sparati da qualche postazione di Gaza la causa della «guerra» fra Israele e Palestina vuol dire non aver presente questo confronto storico. Gli ebrei si sono affermati in Palestina impossessandosi dello spazio materiale e immateriale, imponendo la superiorità conoscitiva ed economica, giovandosi degli aiuti che, malgrado le mai sopite lacerazioni dell'antisemitismo, hanno assicurato le forze dominanti. Essi erano il fattore innovativo, il progresso. La regione poteva avvantaggiarsi da quella presenza se non fosse stata un corpo estraneo e non fosse percepita come antitetica alla crescita della società locale. La proletarizzazione dei palestinesi costretti a lasciare i campi non ha fatto che radicalizzare il contrasto.
Il dramma della Palestina è che dalla Dichiarazione Balfour in poi l'elemento dinamico, in teoria vincente, non aveva come suo obiettivo precipuo l'integrazione ma l'alienazione, l'occupazione come premessa di allontanamento o espulsione, l'egemonia a fini espansivi e difensivi. Se si fa sfilare nella mente la sequenza di conflitti combattuti fra la comunità ebraico-israeliana e gli arabi - non solo i palestinesi - negli ultimi 70 anni, fin dalla grande rivolta araba fra le due guerre mondiali, non si troverà un «filo rosso» volto all'inclusione. Anche la decisione del De Gaulle-Sharon di ritirarsi da Gaza nel 2005, smantellando, dolorosamente, gli insediamenti dei coloni nella Striscia, ha avuto un'impronta - esibita ad arte per non suscitare troppa opposizione in Israele - che ricorda la punizione e la segregazione molto più che l'autodeterminazione. L'ultima iniziativa del discusso Arik rifletteva certo la stanchezza dell'opinione pubblica israeliana per la gestione di quell'enclave infernale, ma era ben lungi dal configurare un progetto di doppia e reciproca «liberazione». Non per niente le varie tappe di Camp David, Madrid, Oslo e, su un piano assai minore, Annapolis non hanno risolto nulla. Fra Israele e Palestina non c'è stata una Evian che statuisse i diritti e i doveri in modo irrevocabile. Ed Evian infatti seppe resistere sia alla furia della destra militare francese confluita nell'Oas sia ai dubbi dell'ala meno collaborativa del Fln algerino. In Palestina, la formula dei due stati per due popoli a cui quegli episodi diplomatici si ispiravano sta perdendo irrimediabilmente di senso perché il corso degli avvenimenti non è stato invertito non solo nel versante del «riconoscimento di Israele», ma anche e forse soprattutto nella ricomposizione delle fratture che si sono accumulate per colpa di tutti, colpe oggettive legate a fattori concretissimi come la terra, il potere o la geopolitica e colpe più sfuggenti indotte dalle derive ideologiche o identitarie.
Dal 1947-48, il problema centrale è l'accettazione di Israele da parte degli arabi e la contestuale accettazione da parte di Israele dell'onore o onere di appartenere al Medio Oriente e di doverne condividere i problemi di sviluppo e democrazia con strumenti diversi dalla guerra (comunque giustificata). Dal 1967 l'occupazione ha assunto un rilievo che è impossibile ignorare (ma che è ignorato da tante anime belle). Organizzare attentati suicidi o lanciare Qassam per vendetta o per rabbia sono atti criminosi. Ma se, come si finge di dire per tirare avanti con lo status quo a tempo indeterminato, la finalità fosse davvero la creazione di uno stato per i palestinesi, sia pure con alcune limitazioni alle prerogative consuete della sovranità, altrettanto scellerate sono: l'escalation permanente delle incursioni e degli atti bellici di Israele fatti passare per ritorsione contro le violenze e aggressioni subite (ma da quando si fa partire la spirale?), la moltiplicazione degli insediamenti ebraici nel territorio che è o dovrebbe essere dei palestinesi, la negazione ai palestinesi dei requisiti minimi della vita.
Ormai la Palestina non esiste più: né nella mappa martoriata di settlements, muri, check-points e macerie, né nella parodia di politica dove si cimentano gli spezzoni in cui la rappresentanza palestinese è scissa, essenzialmente fra due forze che fanno dell'inimicizia e della continua surenchère la ragione prima di visibilità e in prospettiva di legittimità. La profezia cara all'establishment israeliano sul «cattivo vicinato» si è pienamente autorealizzata. Ancora un piccolo sforzo e, dopo lo stato e la nazione, anche il popolo palestinese scomparirà dall'agenda politica con la complicità o nell'indifferenza delle élites arabe impazienti di essere cooptate nel sistema. Il mondo globale ha ben altre scadenze che non il salvataggio di un'entità residuale e perdente.

(Giampaolo Calchi Novati)


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11 marzo 2008

l'Olp e Vanity Fair

 

Il simulacro ha davvero preso il posto della realtà. Così, su Vanity Fair, la rivista considerata che più glamour non si può, tutti avrebbero immaginato di trovare lumi sugli aspetti più snob o sui gossip internazionali. Per esempio sulle costosissime scarpe che il «vanitoso» presidente dell'Anp Abu Mazen - che non ha mai smentito - avrebbe comprato in Italia, nelle Marche, per migliaia di euro mentre infuria la miseria palestinese e l'assedio della Striscia. Ma certo non venti pagine d'inchiesta e rivelazioni su i come e i perché del colpo di mano a Gaza di Hamas. Fatto, ecco il punto, per prevenire un altrettanto violento golpe preparato in quasi grande stile dall'eminenza grigia dei servizi dell'Anp, Mohammed Dahlan, in sintonia con gli Stati uniti. Un «Piano b» discusso e approvato da Bush, Condoleezza Rice e dal neocon David Wurmser. Uno scoop uscito, a bella posta, l'altroieri, nel giorno dell'arrivo in Medio Oriente proprio di Condoleezza Rice che si è trincerata dietro un infastidito no comment. Non è che proprio non ci fosse mai stato sentore di tutto questo. Anzi. Ma che a raccontarcelo fosse Vanity Fair e non una testata più «appropriata» tipo il Washington Post, non è da poco. Quel che vale però è il testo di Davide Rose, il solito vero giornalista, famoso per un libro-denuncia su Guantanamo. Che ci spiega alla fine che non sarebbero arrivati soldi a sufficienza per comprare, non le armi, ma i silenzi. Così, scoperto il tentativo di golpe, Hamas ha risposto in modo preventivo. Bisognava destituire il governo democraticamente eletto nel gennaio 2006 e insediare Dahlan a Gaza come rappresentante di Fatah. Risultato finale. Dahlan è scappato in Cisgiordania pronto a nuove avventure americane, a Gaza ha vinto Hamas. Ha perso però la Palestina, gettata nel fuoco di una guerra fratricida. Grazie alla Casa bianca che, ancora una volta, ha aperto le porte ai suoi nemici.

(Tommaso di Francesco)


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5 marzo 2008

I palestinesi in trappola

 Palestinesi e israeliani sono oggi le vittime del gioco di scacchi gli tra Stati uniti, sempre più attivi con la loro politica di terrore, Israele e la fazione militare di Hamas. E sfortunatamente il meccanismo funziona: in modo massiccio forze militari israeliane hanno iniziato, anche con i bombardamenti aerei, la feroce offensiva su Gaza seminando morte e distruzione anche tra i civili. E nelle ultime ore l'esercito israeliano ha confermato la morte di due soldati israeliani: è un segnale in più che rafforza la logica israeliana della guerra. Sangue e vendetta, vendetta e sangue, questa pare la regola del gioco. Il gioco sporco di due leadership criminali che porta alla morte, alla crescita dell'odio e allontana la possibilità di dialogo.
Ma attenzione. Non c'e simmetria. La politica demenziale dei fondamentalisti di Hamas non può, non deve farci dimenticare che la radice del problema sta nella continuazione della politica d'occupazione militare di Israele che gioca non solo con il futuro dei palestinesi ma anche con quello degli israeliani. Senza dimenticare le responsabilità della comunità internazionale che, mentre alimenta scenari di guerra in Medio Oriente, annuncia - come ad Annapolis - processi di pace falsi e sepolti in partenza. Gli stessi che, ora, Abu Mazen dichiara «sepolti» dalle macerie dei raid aerei israeliani


(Zvi Schuldiner)



Con la «gaffe» fatta l'altro ieri dal viceministro della difesa Vilnay sulla Shoah contro Gaza, l'ha chiarito lo stesso governo: potranno essere uccisi centinaia, migliaia di civili innocenti. Israele non fa più distinzione tra civili e combattenti. Nei mesi scorsi il governo ha inventato per Gaza l'appellativo di «entità nemica», categoria che non esiste nel diritto internazionale, proprio per giustificare l'uccisione di centinaia di civili. Olmert da giorni ripete che al sud c'è «una guerra», ma non dice che si tratta di un conflitto anche contro la popolazione civile palestinese. 
Israele non fa distinzione tra Hamas, al Qaeda, Hezbollah. Da un punto di vista della propaganda questo funziona: diranno che attaccano Gaza, perché lì c'è al Qaeda. Ma Israele deve ristabilire il potere di deterrenza perso dopo l'ultima guerra in Libano. Per questo motivo deve vincere militarmente. È per questo che ritengo inevitabile l'invasione. Se non la mette in atto, la sua immagine subirà un crollo agli occhi sia degli Stati Uniti sia del mondo islamico. L'attacco dovrà concludersi con l'eliminazione dell'intera leadership di Hamas e la consegna del potere nelle mani dell'Anp di Abu Mazen o - ipotesi molto meno probabile - una rioccupazione della Striscia.

(Jeff Halper)


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26 febbraio 2008

La Cisgiordania appartiene ancora ad Israele

 «Occupazione benevola», così per un buon numero di anni le autorità israeliane hanno descritto l'occupazione dei territori palestinesi. E «benevola» senza dubbio lo è stata, ma solo nei confronti dei coloni israeliani che hanno potuto espandersi a piacimento sulle terre strappate con la forza ai palestinesi. L'ultimo rapporto di Peace Now, diffuso ieri, rivela che nel periodo 2000-2007 le autorità di occupazione hanno respinto il 94% dei permessi di costruzione richiesti dai palestinesi nella cosiddetta «area C», ovvero il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo amministrativo di Israele, dove vivono circa 70 mila palestinesi (l'Anp ha piena giurisdizione solo sull'«area A», meno del 20% del territorio). Non solo, ma l'«Amministrazione civile» israeliana ha proceduto, con particolare efficienza, a demolire il 33% delle costruzioni illegali palestinesi mentre si è mostrata «comprensiva» verso l'abusivismo dei coloni. Sono stati emanati in totale 4.993 ordini di demolizione contro i palestinesi a fronte dei 2.900 per le costruzioni israeliane e sono stati abbattuti 1.663 edifici arabi e 199 case israeliane. Vale la pena di ricordare che per la legge internazionale le colonie ebraiche sorte in Cisgiordania dopo il 1967 sono illegali e rappresentano una violazione dei diritti palestinesi.
Peace Now ha calcolato che negli anni presi in considerazione per ogni permesso di costruzione concesso ai palestinesi sono stati emessi in media 55 ordini di demolizione e 18 edifici sono stati successivamente abbattuti. In sette anni ai palestinesi sono state concesse complessivamente 91 autorizzazioni edilizie mentre negli insediamenti colonici israeliani sono state costruite oltre 18.472 case.
«In queste condizioni i palestinesi non hanno alternativa che costruire senza permesso» ha scritto il movimento pacifista «e il 33 per cento di quelle abitazioni, vengono in seguito demolite». Dati che, sottolinea Peace Now, «confermano la discriminazione compiuta dalle autorità israeliane nei confronti dei civili palestinesi: il principio è che in Cisgiordania possono costruire solo i coloni». A riprova delle accuse di Peace Now c'è anche l'atteggiamento del governo israeliano verso gli oltre 100 avamposti eretti autonomamente dai coloni e che sono illegali anche per la legge dello stato ebraico. Ogni tanto il premier Olmert e il ministro della difesa Barak ne annunciano l'evacuazione, ma sul terreno non accade nulla.

(Michele Giorgio)


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15 maggio 2006

Liberazione.... dalla censura

Ancora una volta il governo israeliano cerca di difendere la politica oppressiva verso i palestinesi, nascondendosi dietro coloro che sono morti nei campi di concentramento nazisti.
La vignetta di "Liberazione" non ha fatto altro che ribadire il fatto che dalla propria storia lo Stato che si dichiara erede spirituale delle vittime della Shoah ha imparato ben poco.
http://www.canisciolti.info/modules.php?name=News&file=article&sid=8692
Non è incoraggiando la censura, non è con le pressioni perbeniste che le comunità ebraiche possono aiutare lo Stato di Israele ad uscire dall'empasse nella quale si trova dal 1967, ma facendo pressioni sul proprio governo affinchè rispetti le risoluzioni dell'Assemblea Onu di quello stesso anno
Intanto è bene che "Liberazione" non chieda scusa a nessuno. E sarebbe male che Bertinotti, alla ricerca di una quadra tra il suo ruolo istituzionale e le sue convinzioni politiche, costringesse il quotidiano ad essere il giornale della Presidenza della Camera.
Cominceremmo in maniera negativa e politicamente confusa un'avventura che potrebbe portarci ad accettare le più varie pretese di chiunque si senta in grado di mobilitare parti dell'opinione pubblica


26 maggio 2005

Un'iniziativa controversa da Israele

Appello a tutte le Ong del Tavolo Palestina

Venerdì 13 Maggio la Regione Emilia Romagna ha stipulato un accordo con il
"Peres Center for Peace" di Tel Aviv per sostenere il progetto "Saving
Children - Medicine in the Service of Peace" con uno stanziamento di 400.000
euro annui, per la durata di tre anni.
A questa iniziativa hanno già partecipato - o sono in procinto di farlo -
altre Regioni italiane (Toscana, Umbria, Calabria) ed altre realtà (Monte
dei Paschi di Siena, Unicoop Toscana, ed altre); mentre gli ospedali
israeliani si sono impegnati a una riduzione, fino al 50%, delle tariffe per
i ricoveri dei bambini palestinesi.
Tale iniziativa dovrebbe assicurare a un certo numero di bambini palestinesi
della Cisgiordania e di Gaza appropriate cure mediche e riabilitative in
strutture ospedaliere israeliane situate a Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme,
nonché realizzare, come supporto, un piano di formazione continua per medici
e infermieri israeliani, palestinesi ed emiliano-romagnoli. Fra i principali
obiettivi del piano, oltre a quelli suddetti, c'è anche quello di favorire
il dialogo e l'incontro tra Israeliani e Palestinesi, promuovendo la pace
nella regione mediorientale attraverso la cooperazione umanitaria.
Apparentemente degno di lode e fonte di orgoglio per le istituzioni
regionali, il progetto"Saving Children" è invece fonte di grandi ambiguità.
Invero, seppure i fondi stanziati dalla nostra Regione provengano
dall'Assessorato alla Sanita' e non da quello alla Cooperazione
Internazionale, questo tipo di intervento si configura come un sostegno
diretto ad uno Stato economicamente avanzato, Israele, che quindi non ne
avrebbe diritto.
Ricordiamo inoltre, se ce ne fosse bisogno, che l'occupazione militare dei
Territori Palestinesi da parte dello Stato di Israele continua ormai da 38
anni, e che la situazione ora si è ulteriormente aggravata con la
costruzione del Muro dell'Apartheid che soffoca, circonda ed isola le
maggiori città palestinesi le une dalle altre, mediante muraglie di cemento
alte 8-9 metri.
Sottolineiamo anche che in base alla IV Convenzione di Ginevra, tutti i
trattamenti a salvaguardia della salute della popolazione di un territorio
occupato devono essere a completo carico della nazione occupante, e dunque
in questo caso di Israele. Non è accettabile, invece, che la Fondazione
"Peres Center for Peace" svolga questo compito usufruendo di fondi esterni
che favoriscono il perpetuarsi della dipendenza, anche in campo sanitario,
della popolazione palestinese da Israele, secondo un consolidato criterio
della dipendenza di stampo coloniale al quale sembra aderire la stessa
Regione Emilia Romagna. E' evidente che in questo modo lo stato di Israele
evade per l'ennesima volta dalle proprie responsabilità politiche e dal
rispetto degli obblighi internazionali a cui è sottoposto, a spese, in
questo caso, della cittadinanza italiana.
Ci chiediamo quindi da che capitolo di spesa l'Assessorato alla salute
regionale andrà ad attingere per questa iniziativa.
Ricordiamo ancora, se ce ne fosse bisogno, che il cosiddetto "uomo di pace"
di nome Shimon Peres, è precisamente l'uomo che ha partecipato prima
all'elaborazione del Muro e partecipa adesso al governo di unità nazionale
di Ariel Sharon, e perciò è gravemente corresponsabile delle politiche di
occupazione, colonizzazione e segregazione perpetuate dal governo israeliano
nei Territori Occupati Palestinesi.
Ma c'è di più: quando il "Centro Peres per la pace" è stato fondato nel
1996, Peres ne ha assegnato la direzione a Carmi Gilon, fino ad allora capo
dei Servizi Segreti israeliani. Una relazione del gruppo israeliano B'Tselem
(25.10.99) accusa Carmi Gilon di aver praticato la tortura su migliaia di
palestinesi durante il suo incarico.
Ovviamente non lamentiamo che bambini palestinesi siano assistiti da medici
israeliani, bensì che si sia preferito sostenere le strutture sanitarie
israeliane piuttosto che investire nei Territori Palestinesi affinchè in un
futuro non fosse più necessario rivolgersi all'esterno - in questo caso,
alla Potenza che lo occupa militarmente - per garantire l'assistenza ed il
diritto di accesso alle cure sanitarie per il proprio popolo.
Chiediamo pertanto chiarezza alle nostre istituzioni, e di spiegare
pubblicamente le motivazioni che hanno spinto la Regione Emilia Romagna ad
aderire a questa iniziativa della quale già molto si sapeva e già molto si
era detto , in negativo, prima della firma di questo protocollo. Pensiamo
inoltre che l'esperienza e la conoscenza specifiche maturate dalle
organizzazioni che lavorano nel campo della cooperazione internazionale
possano essere valorizzate allorchè si configurino iniziative di detta
portata e significato politico che rischiano di gettare discredito sulla
valenza delle relazioni internazionali e transnazionali intessute lentamente
da attori istituzionali e non governativi in luoghi di conflitto come in
Palestina.

Aderiscono:
Coordinamento Toscano di Solidarietà con la Palestina - Dossier sul Progetto
"Saving Children" - gli "aiuti umanitari" che legittimano l' occupazione
della Palestina; Marzo 2005


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