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22 marzo 2011

Teoria : Dallo zero alla variabile

Inizialmente l’assenza di un numero ad un determinato livello implicava anche la possibilità di riempire quel livello con un numero qualsiasi, allo stesso modo in cui uno scatolo vuoto può essere utile per metterci quello che si vuole. L’uso dello 0, inteso come un numero, sia pure particolare, tra gli altri, rimuove questa disponibilità : lo 0 è refrattario come gli altri numeri ad essere un numero qualsiasi. Ma l’esigenza si ripropone ad un livello diverso, cioè quello algebrico.

 

Quando si tratta di individuare, per motivi didattici o scientifici, una quantità determinata ma tale determinazione non si è ancora verificata, si ha bisogno di un segno per designare un valore numerico indeterminato. I babilonesi parlano appunto di “quantità”, “lunghezza” e “area”. Dunque essi, per designare un valore numerico incognito, fanno riferimento all’ambito nel quale deve avvenire la determinazione numerica, ma in effetti si riferiscono alla classe a cui deve appartenere il valore numerico considerato. Ciò che è epistemicamente incognito viene designato con un termine che si riferisce alla generalità nella quale ciò che è incognito deve necessariamente appartenere : quale che sia la misura si tratta di una lunghezza, oppure di un’area oppure di un numero.  L’incognita (oggetto dell’episteme) ha come suo correlato semantico la variabile.

 


12 agosto 2010

Claudio Napoleoni : caduta del saggio di profitto e crisi di realizzo

 

La causa fondamentale che interrompe secondo Marx il processo di circolazione e produce le crisi è il declino del saggio di profitto : infatti quando questo saggio subisce una caduta tale da indurre i capitalisti a desistere dall’investimento e a mantenere il capitale nella forma monetaria in attesa di circostanze più propizie, la continuità del processo di circolazione è interrotta e scoppia la crisi. La caduta del saggio di profitto può essere legata sia alle cause di lungo periodo di cui si è già parlato prima, sia per l’impossibilità da parte dei capitalisti di vendere le merci a loro valore. Ciò che sta dietro alla diminuzione del saggio di profitto in un caso è assai diverso a ciò che sta dietro nell’altro caso : nel primo caso abbiamo a che fare con movimenti nel saggio del plusvalore e nella composizione organica del capitale, mentre rimane inalterato il sistema del valore. Nell’altro caso si ha a che fare con forze non ancora specificate ma che tendono a creare una generale carenza della domanda effettiva di merci, non nel senso che la domanda sia insufficiente ad acquistare tutte le merci offerte, ma nel senso che essa è insufficiente ad acquistarle tutte ad un soddisfacente saggio di profitto. 



In corrispondenza con questa alternativa, si sono sviluppate due linee interpretative del problema delle crisi, circa le cause che possano deprimere il saggio di profitto :

·         La prima di M. Dobb considera che il principio fondamentale della spiegazione delle crisi sia la caduta tendenziale del saggio di profitto, mentre la sproporzione tra produzione e consumo è solo un fattore subordinato. Per Dobb il consumo è un importante elemento incidentale e il conflitto tra produttività e consumo è un aspetto della crisi, ma rimane soltanto un aspetto, mentre Marx considerava la contraddizione entro la sfera della produzione tra crescente capacità produttiva e decrescente profittabilità del capitale (dunque tra forze produttive e rapporti produttivi nel capitalismo), il punto essenziale della questione. La crisi dunque appare come la reazione violenta che il sistema mette in atto nel tentativo di contrastare la legge della caduta del saggio di profitto. Infatti nella misura in cui la crisi rende improduttivo il capitale esistente o addirittura lo distrugge, essa determina una riduzione o annullamento del valore del capitale e quindi una riduzione della sua composizione organica, così che il saggio di profitto riprende a salire. In questa stessa direzione agisce anche l’aumento di disoccupazione che è prodotto dalla crisi, in quanto l’allargamento dell’esercito industriale di riserva riduce il prezzo della forza-lavoro occupata e crea le condizioni per una crescita del saggio di plusvalore, preparando il terreno ad una ripresa del processo di investimento. Da queste considerazioni che Marx ha sviluppato la teoria della crisi assume i connotati di una teoria del ciclo economico : crisi e depressione si configurano non come tempo difficile, ma come mezzo specifico a cui il sistema ricorre periodicamente per porre rimedio ai danni causati dalla prosperità. Un ritmo accelerato di accumulazione causa una reazione sottoforma di crisi, ricostituendo l’esercito di riserva, deprezzando il capitale e ristabilendo la vantaggiosità della produzione. Questa tesi malgrado il suo impianto classico ha avuto una posizione di minoranza all’interno della tradizione marxista, dove ha invece trovato più ascolto

·         La teoria delle crisi di realizzo per la quale la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In questo caso si tratta di teorie che provengono da autori che non concordano con Marx nel riconoscimento della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. All’interno di questa linea interpretativa si possono individuare due sottoclassi : la prima è quella per cui le crisi derivano da sproporzioni tra i vari settori della produzione. Secondo questa linea nel capitalismo ogni imprenditore produce sulla base di una conoscenza limitata ed incompleta delle richieste del mercato. Il risultato è che ognuno produce sempre troppo o troppo poco e i prezzi di vendita oscillano sempre al di sopra o al di sotto dei valori. Questa sproporzione deriva dall’assenza di un piano e se riguarda un ramo della produzione particolarmente importante che può indurre squilibri in altri settori vitali, essa può far precipitare l’intera economia in una crisi generale. Tale ipotesi è già presente in Marx dove parla della possibilità della migrazione di capitale da una branca di produzione ad un’altra e dove dice che tale migrazione può implicare una crisi. L’autore che per primo ha dato rilievo e diffusione a questa spiegazione è stato l’economista russo Tugan-Baranovskij, il quale respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo).


11 agosto 2010

Claudio Napoleoni : le crisi cicliche e la circolazione capitalistica

 

Quanto alle crisi cicliche che colpiscono periodicamente il sistema capitalistico, Marx ammette che esse sono fenomeni complessi che si producono per una serie di numerosi fattori : la crisi reale può essere spiegata per Marx solo con il reale movimento della produzione capitalistica della concorrenza e del credito, e cioè con i processi che caratterizzano l’intera struttura dei mercati e tutto il meccanismo finanziario che rende il sistema economico reale molto più complicato dei modelli analizzati da Marx. Per cui quest’ultimo può analizzare le crisi solo ad un alto livello di astrazione. A suo dire la forma generale con cui si manifesta la crisi nelle condizioni capitalistiche è quella di una interruzione nel processo di circolazione delle merci. Tale interruzione si ha nel momento in cui le due fasi della domanda e dell’offerta (Marx dice della compra e della vendita) si separano ed entrano in contraddizione tra loro : se A vende e poi non riesce a comprare da B a sua volta B non essendo riuscito a vendere ad A non può comprare da C e così via. In passato le crisi erano sempre sinonimo di carestia, cioè di insufficienza dell’offerta, della produzione. Adesso invece la crisi è crisi di sovrapproduzione che vede da un lato merci invendute e dall’altro bisogni insoddisfatti. 



Ma quale è la causa di tale separazione tra l’acquisto e la vendita ? Marx critica gli economisti che vedono la causa della crisi in questa separazione, in quanto la separazione è la forma generale della crisi, non ne è la causa. La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare. Se non che se la circolazione semplice delle merci contiene già la possibilità di una interruzione nel processo di scambio, essa non contiene alcuna causa reale perché tale interruzione si verifichi di fatto ed in forma generalizzata. Prova ne sia il fatto che, mentre non c’è crisi senza circolazione delle merci e del denaro, c’è stata invece circolazioni delle merci e del denaro molto tempo prima della produzione capitalistica e senza che si siano mai manifestate crisi. La mancata distinzione tra produzione mercantile semplice e produzione capitalistica è la ragione della differenza tra Marx e gli economisti classici, ed al tempo stesso la ragione del fatto che questi ultimi tendano a negare il fenomeno delle crisi. Uno degli esempi più significativi a questo riguardo è la legge degli sbocchi di Say, dove la giusta tesi che le crisi e la sovrapproduzione sono improbabili nella produzione mercantile semplice, diventa la falsa tesi che la crisi e la sovrapproduzione sono impossibili anche nelle condizioni storiche capitalistiche, al costo notevole di negare la specificità stessa della produzione capitalistica. Per Marx la circolazione del denatro come capitale contiene non solo la possibilità della crisi (come nel caso della circolazione semplice) ma anche la causa che la traduce in atto. Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione).


10 agosto 2010

Claudio Napoleoni : la caduta tendenziale del saggio di profitto

 

Parlando della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx afferma che per aumentare il plusvalore, il capitale deve accrescere la produttività del lavoro. Quest’ultima infatti (determinando una diminuzione del tempo di lavoro incorporato nei singoli prodotti e dunque una diminuzione del valore delle singole merci) determina anche la diminuzione del tempo di lavoro necessaria a produrre i mezzi di sostentamento dell’operaio. Essa riduce la parte della giornata lavorativa in cui la forza-lavoro riproduce se stessa per accrescere, all’inverso, il tempo di lavoro supplementare che l’operaio cede al capitale e cioè il pluslavoro e il plusvalore prodotto. Per aumentare la produttività del lavoro il capitale deve rivoluzionare costantemente la base tecnica della produzione introducendo nuovo capitale costante ed accrescendo la composizione organica del capitale. L’aumento della produttività del lavoro è sinonimo dell’aumento del saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento). Ma al tempo stesso con l’accresciuta composizione organica del capitale si ha una caduta del saggio di profitto e cioè del rapporto che il plusvalore ha non solo con il capitale variabile, ma con tutto il capitale (costante + variabile).

La legge è a doppio taglio : il saggio di profitto diminuisce non perché il lavoro divenga meno produttivo, ma proprio perchè diventa più produttivo. Il saggio della forza motrice della produzione capitalistica e se tende dunque ad affievolirsi, vuol dire che il destino di tutto il sistema è segnato. Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale è la missione storica del capitale, ma è appunto mediante tale sviluppo che lo stesso capitale crea le condizioni materiali di una forma più elevata di produzione : la ragione di vita del capitale diventa il suo limite e la sua ragione di morte. Il mezzo viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, cioè la valorizzazione del capitale esistente. Le forze che agiscono sul saggio di profitto sono il saggio del plusvalore e la composizione organica del capitale. Lo sviluppo della produttività del lavoro le fa aumentare entrambe, ma la composizione organica finisce per incidere maggiormente nel lungo periodo. 



A questo ragionamento è stata fatta la seguente obiezione : nel descrivere la caduta del saggio di profitto sembra che Marx assuma che il saggio di plusvalore rimanga costante, ma l’aumento della produttività del lavoro tende ad aumentare il saggio di plusvalore. Mentre i due fenomeni sono effetti opposti ma inscindibili dell’accresciuta produttività del lavoro, Marx compie l’errore di separarli considerando più rilevante l’aumento di composizione organica del capitale. Sia von Bortkiewicz che Sweezy criticano questa asimmetria, dal momento che le due variabili sono da considerarsi di importanza eguale, per cui non si può dire a priori quale delle due prevarrà. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio di profitto o se essi agiranno solo per affrettarne il declino è un risultato che non può essere previsto. Anche Joan Robinson ha criticato Marx dicendo che poiché la crescita della produttività del lavoro non ha limiti il saggio di plusvalore può svilupparsi in misura tale da prevalere sull’altra tendenza (la crescita della composizione organica di capitale). Le successive interpretazioni (Rosdolsky e Meek) hanno accertato che in Marx il saggio di plusvalore non rimane costante, ma il suo aumento non avrebbe impedito complessivamente la caduta del saggio di profitto. Un’altra critica possibile al ragionamento di Marx riguarda gli effetti che l’aumento della produttività di lavoro ha sulla composizione organica di capitale : infatti l’aumento della produttività riduce non solo il valore delle merci che entrano a comporre i mezzi di sussistenza della forza-lavoro, ma riduce anche il valore delle macchine e delle materie prime, così che all’aumento del volume fisico del capitale costante (composizione tecnica del capitale) non corrisponde sempre l’aumento della composizione organica (che è un espressione di valore). Su questo ha molto insistito Natalie Mosszkowska. Quest’ultima ha sottolineato il ragionamento di Marx dove questi dice che la produzione delle macchine costa meno lavoro di quanto il loro uso ne sostituisca e poiché il capitale non paga il lavoro, ma il valore della forza-lavoro usata. Per esso l’uso delle macchine è limitato dalla differenza tra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita : il che significa che il capitalismo introduce solo le innovazioni tecniche che possono moltiplicare più volte la produttività del lavoro e dunque il saggio del plusvalore. L’immissione sempre più immediata e diretta della scienza nel processo produttivo ha a sua volta aumentato la possibilità che, all’aumento della composizione tecnica del capitale, si accompagni un aumento assai più modesto della sua composizione organica. In realtà sia la Mosszkowska che Sweezy non riescono a ricostruire nei suoi termini reali il discorso di Marx. La loro critica fa perno su due argomenti : il primo è che l’incremento della fora produttiva del lavoro avrebbe la capacità di determinare una tale riduzione di valore del capitale costante da impedire l’aumento della composizione organica del capitale. Il secondo argomento è che il saggio del plusvalore possa in va di principio accrescersi di pari passo alla composizione organica del capitale, così da annullare gli effetti che questa ha sul declino del saggio di profitto. In realtà però Marx accenna anche al fatto che sia l’abbassamento del valore del capitale costante, sia l’aumento del saggio di plusvalore sono condizionati da limiti assoluti che sono quelli fisici legati alle materie prime e quelli naturali legati alla capacità di lavoro dell’essere umano : i processi organici vegetali ad es. non sono disponibili come quelli puramente meccanici o chimici. Oppure il pluslavoro giornaliero di due operai non può mai compensare il pluslavoro orario di cinquanta operai. Secondo altri interpreti (Gillmann e Pietranera) la caduta tendenziale del saggio di profitto ha avuto effettivamente luogo e si è di fatto realizzata nel periodo a cavallo tra i due secoli, ma che il capitalismo ha reagito ad essa con lo sviluppo del monopolio, entrando così in una fase qualitativamente nuova in cui quella legge non trova più applicazioni : ci furono due principali contromisure e cioè da un lato la formazione di varie specie di combinazioni industriali e bancarie, con l’intento di ridurre l’aria della concorrenza, controllare l’investimento della produzione ed eliminare e pratiche distruttive delle riduzioni dei prezzi. D’altro canto c’è stato un aumento progressivo della scala di produzione con l’intento di ottenere economie di scala ed innovazioni tecnologiche volte ad elevare la produttività del lavoro. Il risultato di questo processo è stato che la natura del capitale costante ha subito un cambiamento qualitativo che è stato nascosto dalla sua espressione quantitativa tradizionale. La sempre maggiore sostituzione di macchine più costose con macchine meno costose e la sempre maggiore economia nel consumo di materie prime hanno rallentato l’espansione quantitativa del capitale costante (sia nel valore che nella massa materiale dei suoi componenti). Questo spiegherebbe la relativa immobilità della composizione organica del capitale a partire dalla prima guerra mondiale, per cui nel periodo del capitale monopolistico il problema della caduta tendenziale del saggio di profitto diventa soprattutto il problema della realizzazione del plusvalore netto. Le nuove interpretazioni di Rossdolsky e le tesi di Gillmann rivendicano il crollo come un requisito essenziale dell’analisi di Marx, nonostante le perplessità di Dobb.


5 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : tendenze e controtendenze verso il crollo del capitalismo

 

L’attuazione della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto assume cioè l’andamento di un processo meccanico. Il meccanismo è questo : per aumentare il plusvalore il capitale deve aumentare la produttività del lavoro e cioè introdurre innovazioni tecniche, ma questo aumenta la composizione organica del capitale e cioè la percentuale del capitale costante rispetto a tutto il capitale investito. Si accresce cioè un fattore che deprime il saggio di profitto più di quanto non possa innalzarlo l’aumento del tasso di sfruttamento. Tutto il processo è quello di un motore che va in panne in forza dei meccanismi stessi che lo fanno funzionare, senza che il processo stesso sia influenzato in alcun modo dalla lotta di classe e dalla coscienza stessa dei protagonisti.



Ciò è tanto vero che Maurice Dobb ha sentito il bisogno di sottoporre questa legge a limitazioni così significative da metterne a repentaglio la consistenza stessa. Infatti egli pensa che Marx considerava tendenza e controtendenza elementi contrastanti da cui risulta il movimento generale del sistema. Il modo in cui egli difende la legge è quello stesso adottato dai critici nel respingerla : tendenza e controtendenza si bilanciano e non si può dire quale delle due alla fine prevalga. Proprio per questo Sweezy ha attaccato la legge in quanto se si afferma che tanto la composizione organica del capitale quanto il saggio del plusvalore sono delle variabili, la direzione nella quale il saggio del profitto cambierà diviene indeterminata. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio del profitto o se essi agiranno solo in modo da affrettarne il declino, è un risultato che non può essere valutato in linea di principio. Nel caso di Sweezy gli elementi soggettivi tornano ad avere tutto il loro peso, ma la validità della legge è completamente annullata : il sistema non è destinato al crollo ed il solo fattore che può abbatterlo è la lotta di classe, uno scontro in cui, oltre alle condizioni materiali oggettive, giocano tutti quei fattori oggettivi che sono la coscienza di classe, il grado della sua compattezza e organizzazione, l’efficacia dello strumento politico.


2 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura): contraddittorietà e sopravvivenza del capitalismo

 

Tutta l’opera di Marx sembra fendersi in questa insanabile scissura provocata da due opposte istanze per cui la teoria deve parlare un duplice linguaggio : da un lato dimostrare come la contraddittorietà radicale si componga costantemente in un equilibrio, dall’altro deve mostrare come questo equilibrio si rompa continuamente in un movimento disordinato. La legge astratta per Marx deve essere colta assieme alla continua soppressione dell’ordine attraverso cui questa legge si realizza. La legge è determinata dal suo opposto, cioè dall’assenza di legge. La vera legge dell’economia è il caso, dal cui movimento si fissano arbitrariamente alcuni momenti in forma di leggi. Se l’opera di Marx non fosse simultaneamente una critica del capitalismo, un’analisi delle contraddizioni interne che lo minano ed al tempo stesso una ricostruzione del modo in cui malgrado tutto le contraddizioni sono superate ed il sistema esiste e funziona, rimarrebbero solo la vuota semplicità di uno dei due errori : o dimostrare non la contraddittorietà del sistema, ma la sua impossibilità (Rosa Luxemburg), oppure dimostrare non la continua e sempre in pericolo sopravvivenza del sistema, ma la sua eternità (Hilferding e Bauer).

Inoltre l’opera di Marx ha un’altra duplicità interna, tra la constatazione di processi materiali oggettivi e lo smascheramento di una falsa oggettività feticistica in cui si trasformano i rapporti sociali. Nell’argomentazione marxista sociologia ed economia si permeano a vicenda : la sintesi marxiana abbraccia tutti quei fatti storici e quegli istituti sociali che gli altri economisti considerano elemento irrilevanti se non addirittura di disturbo. E tuttavia al fondo una difficoltà rimane : in Marx c’è una teoria del crollo, cioè una dimostrazione scientifica per cui il sistema è ineluttabilmente, per cause determinate, destinato a finire ? A questa domanda sono state date risposte spesso tra loro inconciliabili. Pensavano di si due rivali irriducibili, Bernstein e Rosa Luxemburg. Dicevano di no rivali altrettanto irriducibili, Kautsky e Lenin. Una teoria del crollo è, nonostante le apparenze, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, in cui il termine “tendenziale” non deve trarre in inganno in quanto accenna solo al fatto che la legge in quanto tale è frenata dall’azione di cause antagonistiche che la contrastano o neutralizzano dandole il carattere di una semplice tendenza. Ma ciò non vuol dire che la legge sia annullata, bensì che la sua completa attuazione è ostacolata, rallentata e si verifica in un arco di tempo più lungo ed attraverso un processo più complicato. Questa legge ci permette di capire cosa Marx intenda quando parla di leggi naturali dello sviluppo capitalistico : essa delinea un processo nel corso del quale l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. Quindi essa finisce con l’esprimere un rapporto in cui le grandezze che contano sono il capitale costante ed il capitale variabile e cioè elementi interni al capitale stesso e non le classi sociali e cioè gli agenti storico-soggettivi con la loro lotta ed il loro scontro. 



L’attuazione della legge assume cioè l’andamento di un processo meccanico. Il meccanismo è questo : per aumentare il plusvalore il capitale deve aumentare la produttività del lavoro e cioè introdurre innovazioni tecniche, ma questo aumenta la composizione organica del capitale e cioè la percentuale del capitale costante rispetto a tutto il capitale investito. Si accresce cioè un fattore che deprime il saggio di profitto più di quanto non possa innalzarlo l’aumento del tasso di sfruttamento. Tutto il processo è quello di un motore che va in panne in forza dei meccanismi stessi che lo fanno funzionare, senza che il processo stesso sia influenzato in alcun modo dalla lotta di classe e dalla coscienza stessa dei protagonisti.

Ciò è tanto vero che Maurice Dobb ha sentito il bisogno di sottoporre questa legge a limitazioni così significative da metterne a repentaglio la consistenza stessa. Infatti egli pensa che Marx considerava tendenza e controtendenza elementi contrastanti da cui risulta il movimento generale del sistema. Il modo in cui egli difende la legge è quello stesso adottato dai critici nel respingerla : tendenza e controtendenza si bilanciano e non si può dire quale delle due alla fine prevalga. Proprio per questo Sweezy ha attaccato la legge in quanto se si afferma che tanto la composizione organica del capitale quanto il saggio del plusvalore sono delle variabili, la direzione nella quale il saggio del profitto cambierà diviene indeterminata. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio del profitto o se essi agiranno solo in modo da affrettarne il declino, è un risultato che non può essere valutato in linea di principio. Nel caso di Sweezy gli elementi soggettivi tornano ad avere tutto il loro peso, ma la validità della legge è completamente annullata : il sistema non è destinato al crollo ed il solo fattore che può abbatterlo è la lotta di classe, uno scontro in cui, oltre alle condizioni materiali oggettive, giocano tutti quei fattori oggettivi che sono la coscienza di classe, il grado della sua compattezza e organizzazione, l’efficacia dello strumento politico.

Si può obiettare che Marx non fu mai veramente un determinista, dal momento che diceva che sono gli uomini stessi che fanno la storia, seppure non in condizioni scelte da loro. Tuttavia nella misura in cui il soggetto de Il Capitale è il capitale stesso si capisce anche come la fine del capitalismo si potesse prospettare nei termini di un brusco arresto nel funzionamento del motore dell’accumulazione. Si lasci perdere la contrapposizione tra il Marx giovane rivoluzionario soggettivista ed il Marx vecchio determinista. La coscienza di questo problema la si può trovare anche nella trattazione marxiana della caduta del saggio di profitto : Marx dice che quello che inquieta Ricardo è che il saggio del profitto, forza motrice della produzione capitalistica, condizione e stimolo dell’accumulazione, sia compromesso dallo sviluppo stesso della produzione. Viene dimostrato in termini puramente economici (cioè dal punto di vista borghese) che la produzione capitalistica è limitata e relativa, è un modo di produzione semplicemente storico corrispondente ad una specifica epoca di sviluppo delle condizioni materiali della produzione. Questa frase di Marx fa pensare che la teoria del crollo è solo la fine del capitalismo visto dal punto di vista borghese. In realtà le tendenze oggettive hanno senso solo in quanto compaiano come condizioni e premesse reali della lotta di classe e cioè dello scontro tra soggetti. L’illusione che esse abbiano valore risolutivo genera le varie teorie del crollo. Inoltre se le vere contraddizioni del capitalismo sono sempre contraddizioni di classe è anche vero che l’esito dello scontro non può essere prefigurato in anticipo. Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzione.


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