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25 marzo 2009

Rossana Rossanda : Un'economia senza controllo e indirizzo: e siamo andati in mille pezzi

 

Che si tratti di una crisi "nel" capitalismo o, come pensa Immanuel Wallerstein, "del" capitalismo le sinistre non sembrano opporvi né una propria diagnosi né un'alternativa. Chiedono per il lavoro dipendente un aumento dei salari e per la disoccupazione più ammortizzatori sociali. E qui si fermano: non sono in grado di esigere che si sfondi il patto di stabilità, né che si tassino robustamente i ceti medioalti. Non solo perché hanno davanti per lo più governi di destra, ma perché è anche loro la persuasione che tassare i più abbienti ridurrebbe gli investimenti nella produzione. Come se da oltre un ventennio non fosse in atto una diversione dei profitti dalla produzione alla finanza, la cui "creatività" è stata agevolata dallo sparire dei controlli sugli scambi e dalla totale liberalizzazione del mercato, che si sarebbe riequilibrato da solo. La tesi di una oggettività delle "leggi economiche", sulle quali ogni intervento del politico sarebbe dannoso, si era aperta un varco nel Pci degli anni sessanta, e dopo l'ondata del 68 si sarebbe affermata con quell'inatteso «la produzione è un bene in sé» di Berlinguer, per poi trionfare infine nel 1989. Risultato: nei primi anni 2000 i redditi da lavoro e pensioni erano scesi di dieci punti nella composizione della ricchezza rispetto agli anni '70. Le banche hanno facilitato i prestiti per l'immobiliare a ceti mediobassi, già diminuiti nella possibilità di rimborsare i crediti. Oggi, a bolle esplose, istituti di credito e di assicurazione falliti, calo precipitoso dell'occupazione e dei Pil, né governi né media sono in grado di dirci a quale composizione del reddito siamo. Nel solo dicembre gli Stati Uniti hanno perduto quasi settecentomila impieghi, e la previsione della Cgil di perderne cinquecentomila in Europa appare già superata dai dati spagnoli, francesi e tedeschi. La domanda è paurosamente ridotta per il declino degli acquisti e la serrata del credito. Il sistema è ingrippato. Non è paradossale che il maggior tentativo di regolamentazione venga dal presidente degli Stati Uniti, che dell'intervento pubblico non fa un tabù, né si preclude, iniettando liquidità ad alcuni colossi del credito e dell'industria, una partecipazione pubblica alla loro futura gestione, che tassa i redditi più alti per estendere a tutti l'assistenza sanitaria e aiuta chi si è indebitato per un'abitazione? E promuove una redistribuzione del reddito e delle chances simile al New Deal, che ha preceduto il keynesismo vincente in Europa dopo il 1945. L'Europa non si accorda su nulla del genere, iceberg neoliberista in un oceano surriscaldato dalla crisi. 



Sinistre incluse. La proletarizzazione non è mai stata così vasta e mai così percepibile, sotto la pressione del modello di consumo e dell'informazione, delle inuguaglianze e dei bisogni. La base sociale della sinistra è cresciuta, ma è caduta la fiducia che un cambiamento di sistema sia augurabile e possibile. Perché? Sarebbe ora di chiederselo. Un primo punto è che nessuna delle sinistre ha fatto un esame della implosione dell'Urss, sulla cui esistenza si era appoggiata, né si interroga perché nulla abbiano lasciato dietro di sé i "socialismi" reali, velocemente trasformati in capitalismi selvaggi e autoritari dove ha retto un impianto statale o selvaggi e straccioni dove non ha retto. E' una colossale rimozione, che rende difficile il reimpianto d'una alternativa sulle masse annichilite dal crollo dell'idea comunista, che ha abbattuto non solo il comunismo, già in cattivo stato, ma anche lo stato sociale ("assistenziale"). Rimozione che è alla base di tutti i progetti di Trattato della Ue, che cadono non appena sottoposti a un referendum. Perciò l'Italia, quali che siano i governi, non ve li sottopone affatto. Ma più oltre, le sinistre europee si sono convinte, in quel passaggio, che esistono delle leggi oggettive dell'economia per cui ogni intervento politico sarebbe velleitario e dannoso. E' una tesi che si è fatta strada nel Pci fin dagli anni '60 e '70 e ha avuto appoggi anche dall'estrema sinistra. C'è del vero in questo procedere del capitalismo, ma ne è venuto che i meccanismi economici appaiono indecifrabili, perfino ai grandi operatori, cui i segnali della recente catastrofe erano del tutto sfuggiti. I flussi essenziali del vivere e del produrre, gli equilibri e gli squilibri sono determinati da una centralità sempre più astratta, in un mondo che patisce inuguaglianze crescenti e una imprevedibilità data per fatale. La sfera politica non ne sa e non ne può nulla, la rivoluzione è una pericolosa velleità, una regolamentazione sarebbe impossibile. E'qui la radice della degenerazione della sfera politica: consentendo al deprivarsi di ogni indirizzo e controllo dell'economia, si è sclerotizzata in casta autoreferenziale, sempre meno capace di intendere quella "società civile" che dovrebbe rappresentare.
Non che questa sia atona. Scombussolata dal dichiarato venir meno di una visione della storia come conflitto fra le classi e dal tonfo del liberismo che le era stato opposto, non manca di sofferenze e insofferenze. Riflessioni e analisi su parti di sé, rifiuti del sistema e abbozzi di un altro modo di vivere e produrre si sono moltiplicati. Maria Luisa Boccia ne ha steso la mappa più persuasiva, sottolineandone la frammentazione e incomunicabilità per la mancanza di nessi che non siano recepiti come artificiosamente sovrapposti. Di questa frammentazione sono esemplari due concetti radicali e polarmente distanti come il femminismo, le cui origini vanno ben oltre il sistema capitalistico, e l'ecologismo, che si forma a una certa soglia del suo sviluppo. Anche il "lavoro" ne è diventato un aspetto, perché, scollegato dal modo di produzione capitalistico, non appare che come oppressione di una certa categoria sociale, gli "operai", e generazionale, i precari. Essi stessi si vedono così quando si iscrivono al sindacato ma votano per la Lega, un partito che sperano protezionista e che addita il migrante come una minaccia per loro. In questo quadro anche un "partito del lavoro" non sarebbe diverso da un sindacato.
Così, alle convulsioni del capitale, le cui origini sfuggono e i cui sviluppi sarebbero imprevedibili, si accompagna la convulsione di soggettività incomunicanti. Il concetto gramsciano di blocco storico delle forze di cambiamento, che si svincolava dal semplicismo d'una centralità operaia intesa sotto un profilo meramente sociologico, è inutilizzabile fuori da ogni tentativo di interpretazione, per problematica che sia, d'una società complessa. La tesi postmoderna delle "grandi narrazioni" e dell'effimero ha reso uguali di segno arcaismi, fondamentalismi, individualismi, relativismi e differenzialismi ridotti al "cujius regio ejius religio," negazioni di un senso condiviso che riesca a cogliere interessi e diritti comuni in un rivolgimento che domanda meticciato di uomini e di idee. La stessa vicenda di Rifondazione comunista ha riflesso non tanto la "crisi della forma partito", grimaldello che apre tutte le porte e nessuna, quanto la incapacità di tener assieme le figure e i soggetti che si divincolano in un capitalismo maturo fino all'infracidimento: "lavoro" da una parte, "soggettività diverse" dall'altra, entrambi incapaci, nella loro separazione, di misurarsi con il tema cruciale del modo di produzione. Non credo che se ne uscirà senza sbrogliare questi nodi.


23 luglio 2008

La fede ad intermittenza di Tony Blair

La mia fede fonda i valori a cui mi riferisco, forgia la mia visione dell'umanità. Il mio impegno per l'Africa o le mie posizioni sul cambiamento climatico sono un suo riflesso. Ma ciò non vuol dire che tutte le mie decisioni passano attraverso il prisma della religione. Ho cercato sempre di fidarmi semplicemente di ciò che pensavo giusto. E' stato il caso dell'invio di truppe in Afhanistan ed Iraq.

(Tony Blair)




Caro Tony, la laicità per te è solo il momento per fare cazzate ?


5 luglio 2008

La crisi del miracolo economico laburista

 «Come la mattina dopo della sera prima» si dice qui dopo una notte di stravizi, quando ti aggiri come un fantasma alla ricerca di una tazzona di caffè da spararti in vena. A leggere i giornali britannici e a sentire i più ascoltati economisti, sembrerebbe che l'economia del Regno unito si trovi proprio nella situazione della mattina dopo della sera prima, con un brusco risveglio dopo un decennio di folleggiante benessere sotto il governo del Labour Party.
Vede nerissimo la Cbi (Confederation of British Industries), la Confindustria inglese, che annuncia 1) un aumento del 18 % delle chiusure di imprese (oltre 19.000 l'anno prossimo, la cifra più alta dal 2002 dopo la fine della bolla delle dotcom); 2) un tasso di crescita allo 0,4%, il più basso dal 1992; 3) un mercato immobiliare in crisi e che non risalirà prima di quattro anni; 4) 150.000 disoccupati in più, che porterà il totale a 1,79 milioni (circa il 6%).

L'inflazione galoppa verso il 4%
A conferma di tanto pessimismo, altre brutte notizie: il numero di case costruite quest'anno sarà il più basso da 63 anni a questa parte, cioè dal 1945: 147.700 unità contro le 203.900 del 2007, con un crollo del 27,6% in un solo anno. Ancora più preoccupante è che, nonostante la debolezza dell'offerta, dovuta proprio al ristagno di nuovi edifici, i prezzi delle case siano già scesi dell'8%. Per di più, il governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, ha annunciato che l'inflazione ha sforato il 3%, si situa ora al 3,3% e supererà il 4% a fine anno. La situazione economica è diventata così grave che i giornali chiamano il governatore per nome, Mervyn, proprio come si diceva Tony per Blair o Diana per la principessa. Con un ministro del tesoro, Alistair Darling, che per cognome fa appunto darling ("amore", "carino", "tesoro") si può immaginare il numero (e il livello) di battute su «quanto è carino dover stringere la cinta», «digiuna tesoruccio», e così via.
È tornata la parolaccia: «stagflazione», termine coniato nel 1974 per indicare un periodo in cui sono presenti insieme stagnazione e inflazione (di solito la recessione è associata a fasi di deflazione, di calo dei prezzi per mancanza di acquirenti, mentre i periodi d'inflazione sono invece associati a cicli di crescita: la stagflazione rappresenta quindi la perversa congiunzione di due patologie opposte). Perciò è tutto un chiedersi se sono tornati anche i terribili anni '70, con i sindacati carttivoni che pretendevano aumenti salariali per compensare l'inflazione.
Vista dal continente, per dieci anni la Gran Bretagna sembrava effettivamente un'isola felice, in crescita anche quando il resto del mondo stagnava, capace di evitare persino la recessione dopo l'11 settembre. Ma quale è stato il motore del miracolo britannico? La vulgata diffusa dagli ideologi del Labour somiglia a quella della Milano craxiana, «la Milano da bere» degli anni '80: qui si parlava della generazione di Blair come della Rockn'roll generation.
«La Gran Bretagna produce pochissimo, a differenza della Germania e del Giappone» mi dice Larry Elliott, nella sede del Guardian, di cui è il responsabile economico. Elliott è anche autore di vari libri sull'economia inglese: l'ultimo, sulla recessione, l'ha scritto insieme a Dan Aktinson, ed è appena uscito presso i tipi di The Bodley Head: The Gods That Failed: How Blind Faith in Markets Has Cost Us Our Future («Il dio che è fallito: come la cieca fede nei mercati ci sta costando il nostro futuro»).
Come c'era il New Labour, così c'era la New Economy, non più fondata su manifattura e industrie, ma su conoscenza e creatività. Elliott cita come esempio della vulgata dominante una frase di David Puttnam: «L'Inghilterra non è più 'un'isola di carbone circondata da pesce', secondo la famosa espressione del laburista Nye Bedvan, creatore del servizio sanitario nazionale nel 1946, ma 'un'isola di creatività circondata da comprensione (understanding)'».

Solo l'industria bellica è in salute
Certo è che dal punto di vista economico i dieci anni laburisti hanno acuito la deindustrializzazione perseguita da Margaret Thatcher. I lavoratori nell'industria sono passati da 4,3 milioni nel 1991 a 2,9 milioni nel 2007: un terzo in meno. Gli unici settori in cui il Regno Unito è ancora all'avanguardia sono quello farmaceutico e l'industria bellica: proprio in questi giorni si è appreso che nel 2007 la Gran Bretagna è stata il maggiore esportatore di armi al mondo. Ma la bilancia commerciale inglese è in rosso profondo per quanto riguarda i prodotti manufatturati: il deficit rappresenta circa il 6% del Prodotto interno lordo (Pil).
Il vero settore trainante dell'economia britannica è stata la City, la finanza, che dal 1996 al 2006 è cresciuta allo straordinario ritmo del 7% l'anno (il 200% in 10 anni) e che ha fatto di Londra una delle capitali globali del capitalismo globalizzato. Da questo punto di vista, l'Inghilterra rappresenta in grande quello che le isole Cayman sono in piccolo, una base offshore per investimenti globali. Sono i profitti all'estero di questi investimenti che hanno finanziato la crescita inglese e limitato il deficit. Nel 1992 l'Inghilterra era dovuta uscire dal serpente monetario europeo sotto gli attacchi della speculazione (in particolare del finanziere Gorge Soros) contro la sterlina, costretta (insieme alla lira italiana) a svalutare rispetto al marco tedesco. Ma da allora, e per dieci anni, la Banca d'Inghilterra ha praticato una politica di sterlina forte, tanto forte da sopravvalutarla (la sterlina valeva 3.000 lire e poi 1,5 euro). A sua volta la sterlina forte ostacolava l'export industriale inglese, ma rendeva più a buon mercato le importazioni, mentre favoriva l'afflusso di capitali. A sua volta l'afflusso di capitali nella City faceva lievitare il mercato immobiliare londinese con effetto a cascata su tutta l'Inghilterra. È così che l'occupazione del settore immobiliare è quella che in assoluto ha visto la crescita più rapida passando da 2,4 milioni di addetti nel 1991 a 4,5 milioni nel 2006, mentre nel settore finanziario in senso stretto l'occupazione è rimasta stabile a un milione di unità.
L'afflusso di capitali ha fornito allo stato un extra gettito che a sua volta ha consentito di aumentare le spese pubbliche. Contro la vulgata corrente, il Labour ha invertito la cura dimagrante thatcheriana e ha espanso la spesa pubblica che dal 1999 al 2006 è aumentata del 29% in termini reali. Parte di questa spesa è però andata a finanziare i privati attraverso iniziative a partecipazione mista. Però è cresciuto il numero di addetti all'istruzione (da 1,9 a 2,4 milioni di occupati: + 26%) e, soprattutto alla sanità (da 2,4 a3,3 milioni: + 37,5%). A confronto, «l'economia creativa» (tv, cinema, design, pubblicità...) è cresciuta sì del 49%, ma su un totale così basso (798.000 addetti nel 2006 contro 536.000 nel 1991) che mostra quanto sia sovrastimata la sua influenza.

Il governo chiede sacrifici a tutti
Ma con la crisi bancaria Usa e, soprattutto con l'inflazione importata, tutto questo bel castello si sta sfasciando e il circolo da virtuoso si tramuta in perverso. Già oggi la Gran Bretagna ha un deficit pubblico al 4%, diminuendo il margine di manovra del governo. Si discute sulle ragioni della crisi che si abbatte sull'isola (vedi articolo accanto), ma la sua realtà è indubitabile, e i consumatori già stringono la cinta. Ora il governo chiede sacrifici a tutti, ma quando ha provato a imporre una tassa di 30.000 sterline l'anno ai 20.000 finanzieri stranieri residenti in Inghilterra, ha sollevato un putiferio con tutta la stampa a difendere i poveri miliardari «costretti» a fuggire da una tale persecuzione.
Il governo si era preso tutto il merito della crescita economica. Ora rischia di addossarsi tutta la colpa della crisi e si trova ora preso in una tenaglia politica, oggetto della prossima puntata.

La City travolta da Wall Street

Ormai tutti gli economisti spiegano la recessione col meccanismo americano: anche in Gran Bretagna, come negli Usa l'economia tirava solo grazie a una politica di crediti facili che alimentavano sia il consumo delle famiglie, sia il mercato immobiliare: con la stretta del credito, queste due componenti sarebbero venute a mancare a l'Inghilterra sarebbe precipitata nella recessione. È l'opinione che Larry Elliott (vedi articolo accanto) mi ripete durante la nostra conversazione.
In realtà, le ragioni che hanno causato la crisi inglese sembrano diverse da quelle americane. Intanto, in Gran Bretagna non c'è stato nessun aumento vertiginoso dei mutui (vedi grafico accanto). Il numero totale dei mutui è cresciuto solo dell'1% l'anno (10% in 10 anni, da 10,5 milioni nel 1995 a 11,5 milioni nel 2005). Perciò la bolla immobiliare c'è stata quanto a crescita del valore delle case, ma senza corse all'indebitamento come negli Usa, e quindi senza un'ondata di mutui subprime. Né quest'ondata poteva esserci perché la Bank of England, a differenza della Federal Riserve americana, non ha mai concesso crediti facili. Mentre dopo il 2001 il tasso di sconto della Fed era negativo in termini reali (cioè inferiore al tasso d'inflazione), il tasso di sconto della Banca d'Inghilterra è sempre stato il più alto dei paesi industrializzati, proprio per tenere alto il valore della sterlina. Ancora oggi il tasso base è del 5%. E se si guarda la tabella dei tassi a 3 mesi pubblicata dall'Economist, si vede che in Gran Bretagna sono al 5,93% contro il 4,96% nell'area Euro e il 2,14% negli Usa. Gli alti tassi hanno impedito che la crescita del consumo fosse finanziata dal credito facile, anzi: contro l'idea di «spese pazze», «negli ultimi sei anni il consumo delle famiglie è sceso di tre punti percentuali rispetto al prodotto interno lordo» sostiene Chris Giles del Financial Times.
Infine, né in Gran Bretagna, né nell'area euro si è mai consolidata la pratica di re-ipotecare la casa al suo valore più alto per finanziare i propri consumi, pratica radicata solo nella cultura economica statunitense.
Wynne Godley, per anni direttore del dipartimento di economia applicata a Cambridge, mi dice al telefono che la crisi del credito in Gran Bretagna è cominciata molto più tardi che in America e quindi c'è uno sfasamento temporale. In realtà, la crisi è stata esportata in Inghilterra dalla politica della Fed e del tesoro Usa: per salvare il sistema bancario e per impedire un crollo di Wall street, le autorità monetarie Usa hanno semplicemente stampato carta moneta, sia iniettando liquidità diretta, sia con tagli drastici del tasso di sconto. Queste decisioni hanno provocato una svalutazione del dollaro rispetto a euro e yen. A sua volta la svalutazione che ha provocato il rincaro del petrolio e di altre materie prime. A loro volta i rialzi del petrolio e delle materie prime hanno innescato una spirale inflattiva che ha ridotto il potere d'acquisto dei cittadini che hanno così limitato i consumi rallentando l'economia.
Questa politica Usa ha spinto la Gran Bretagna a svalutare la sterlina che in un solo anno ha perso il 20% del suo valore rispetto all'euro (dalla cui area importa la maggior parte dei beni). La sterlina svalutata ha reso ancora più salato il conto delle materie prime importate (in particolare petrolio e alimentari), facendo impennare l'inflazione che non è stata compensata da nessun aumento salariale: da qui il rallentamento dei consumi e del mercato immobiliare.
Naturalmente nella capitale mondiale della finanza il vero effetto della crisi americana si è fatto sentire sulle banche. Basti pensare alla Northern Rock, la banca che aveva pesantemente investito nei mutui subprime Usa e che il governo britannico ha dovuto prima salvare e poi nazionalizzare a spese dei contribuenti.
La crisi del credito colpisce al cuore la principale industria inglese: la finanza. Capitale del credito e del mercato dei derivati, la City è la prima a risentire, e in modo più doloroso, della crisi del credito. E quando la City starnutisce, il mercato immobiliare si preende la polmonite.
Può sembrare curioso, ma a guardare gli annunci delle agenzie immobiliari, si scopre che, con la sterlina svalutata, in alcuni quartieri di Londra i prezzi degli appartamenti sono inferiori a quelli di Roma. E nella finanza il peggio deve ancora venire, perché, come mi dice Robin Blackburn (di cui la New Left Review ha appena pubblicato un saggio sulla «Subprime Crisis»), «mentre le banche Usa hanno confessato abbastanza presto i loro disastri, le nostre sono state molto più discrete e non ci hanno ancora detto tutto».



(Marco D'Eramo)


26 giugno 2008

Povertà ed etnie nella Gran Bretagna del dopo Blair

 

La condizione di povertà ha vari livelli. E' definito in condizione di povertà anche chi pur lavorando guadagna meno del 60% dello stipendio medio che in Gran Bretagna è definito di 100 sterline alla settimana per adulto single senza figli a carico, 183 sterline per una coppia senza figli a carico, 186 sterline per un genitore solo con due figli a carico e 268 sterline per una coppia con due figli a carico. La percentuale di indigenti varia in modo sostanziale a seconda dell'appartenenza etnica. Così per esempio il 65% dei cittadini del Bangladesh, il 55% dei pakistani, il 45% degli africani sono indigenti. I caraibici neri hanno una percentuale di indigenza attorno al 30%, gli indiani attorno al 25% come altre etnie «bianche». I «bianchi» inglesi hanno la percentuale più bassa di povertà, al 20%.
Per quello che riguarda la popolazione che appartiene o ha un background diverso da quello «bianco» la percentuale di povertà è molto più alta in qualunque categoria, nuclei familiari mono parentali, coppie, single. Le differenze sono maggiori nelle famiglie dove almeno un componente lavora. In queste famiglie circa il 60% dei bangladeshi, il 40% dei pachistani e il 30% degli africani sono registrati come poveri. Percentuali che superano di molto il 10-15% che riguarda gli inglesi bianchi. Questi ultimi si ritrovano in percentuali simili un po' in tutto il paese. Mentre gli appartenenti a minoranze etniche hanno percentuali molto diverse. Per esempio ci sono molti più poveri a Londra e nel nord del paese che nelle Midlands o al sud. Il 70% delle persone che vivono in stato di indigenza a Londra appartiene a minoranze etniche.
C'è poi un divario enorme rispetto alle donne. Secondo il censimento del 2001 circa il 15% degli uomini inglesi bianchi over 25 non hanno un lavoro pagato. Simili proporzioni si riscontrano in uomini indiani. Ma tra i bangladeshi, i pakistani, gli africani e i neri caraibici la percentuale è tra il 30 e il 40%. Per le donne, se tra le donne inglesi bianche over 25 la percentuale di quelle che non hanno lavoro è di circa il 30%, tra le donne africane si arriva al 50%. Ma il dato più impressionante riguarda le donne bangladeshe e pakistane: l'80% non è occupata. Anche se in possesso di una laurea gli uomini pakistani e bangladeshi hanno meno possibilità di trovare lavoro. Ancora una volta oltre alle donne sono i bambini quelli che soffrono maggiormente. Infatti due terzi dei bambini pakistani e bangladeshi vivono in condizione di povertà. Un dato che è il doppio rispetto ai bambini inglesi bianchi. Se un bambino su quattro tra i minori inglesi bianchi vive in povertà, ben il 74% dei bambini pakistani, il 60% di quelli bangladeshi e il 56% di quelli africani vive in condizioni di indigenza. Le associazioni che lavorano sulla povertà concordano nel sostenere che i pakistani e i bangladeshi sono nello scalino più basso, sono cioè i più discriminati anche sula qualità del lavoro e sui salari.

(Maeve Kelly)


25 giugno 2008

La middle-class ingannata da Blair

 

Quando fu incoronato primo ministro nel 1997 Tony Blair promise agli inglesi che sarebbero diventati tutti «middle-class». I dati pubblicati nei giorni scorsi dal ministero del lavoro e pensioni dicono che oggi la Gran Bretagna è un paese molto più ineguale di quando il new Labour salì al governo. Per l'attuale premier, Gordon Brown, non poteva esserci notizia peggiore. In un momento in cui la sua popolarità è ai minimi termini e quella del Labour nel suo complesso non gode certo di buona salute, la conferma che la povertà tra bambini e pensionati è aumentata rende il cammino di Brown verso un qualche tipo di risalita ancora più difficile.
Il gap tra ricchi e poveri in Gran Bretagna si è allargato. Quel che è peggio è che i dati riguardanti i minori che vivono sotto la soglia di povertà stabilita dal governo sono allarmanti: per il secondo anno consecutivo infatti centomila nuovi minori si sono aggiunti agli esistenti poveri. Un pessimo risultato per un governo che aveva fatto della eliminazione della povertà tra i bambini entro il 2020 uno dei suoi cavalli di battaglia. Impietosi i dati parlano chiaro. Il Labour non è riuscito, nonostante i miliardi spesi, ha raggiungere il suo obiettivo che era, nel 2005, quello di ridurre di un quarto la povertà tra i minori. Che tradotto significa che se il governo Brown vuole anche solo sperare di arrivare vicino all'obiettivo fissato per il 2010, dovrà trovare qualcosa come due miliardi e ottocentomilioni di sterline all'anno. Una sfida che gli analisti e i consultenti del Labour definiscono «tough», dura, visto che le casse dello stato sono già in un profondo rosso.
Il ministero del lavoro e pensioni rivela che la crescita economica che pure c'era stata all'inizio del terzo mandato laburista ha fallito nell'aiutare i meno abbienti. Le entrate del 20% di famiglie più povere sono diminuite dell'1,6% tra il 2005-06 e tra il 2006-07 mentre quelle delle famiglie più ricche sono aumentate dello 0,8%. Una disparità che è confermata dai dati riguardanti la crescente importanza della City rispetto all'economia. La forbice della diseguaglianza è oggi la più alta da quando sono disponibili dati in materia, cioè dal 1961. Il governo si è affrettato a controbattere che se il Labour non avesse fatto tutto ciò che ha fatto in questi undici al potere per combattere la povertà ci sarebbero oggi un milione e mezzo di bambini poveri in più e altrettanti pensionati. Il problema, fanno notare le associazioni che si occupano di povertà, è che Tony Blair aveva promesso ben altro.
Help the Age per esempio sostiene che il fatto che oggi ci siano trecentomila pensionati in più «è mortificante per il governo perché dimostra che le politiche adottate non sono state efficaci». Non solo, per l'associazione, «il problema è che quando gli anziani vivono contando su un'entrata fissa è per loro praticamente impossibile uscire dalla condizione di povertà».
Per Gordon Brown la pubblicazione dei dati sulla povertà è in qualche modo una doppia batosta. Infatti anche nei suoi dieci anni da ministro del tesoro, l'attuale premier, aveva fatto della lotta alla povertà la sua bandiera. La realtà dice che un bambino su cinque oggi vive in condizioni di relativa povertà. Sono infatti due milioni e novecentomila i minori che vivono in relativa povertà. E questo è il dato che non considera i costi della casa. Se si considerano anche i costi della casa, allora il numero sale a tre milioni e novecentomila. Per il secondo anno consecutivo dunque c'è stato un aumento consistente nel livello di povertà tra i minori.
Per Donald Hirsch, consulente della Joseph Rowntree Foundation che ogni anno pubblica un dettagliato rapporto sulla povertà, «i due miliardi di sterline messi a disposizione dal governo per affrontare il problema della povertà tra i minori negli ultimi due anni sono serviti a migliorare le condizioni di cinquecentomila minori. Ma per raggiungere l'obiettivo che il governo si è prefisso per il 2010 - ha aggiunto - cioè quello di ridurre drasticamente la povertà sarebbe necessario migliorare le condizioni di un altro milione e duecentomila bambini». Un'impresa titanica.
La metà dei minori che vivono in condizioni di indigenza sono in famiglie dove almeno un componente lavora. Quando poi i minori diventano maggiorenni e entrano nel mondo del lavoro la loro condizione non migliora. Infatti il tasso di disoccupazione tra gli under 25 è aumentato costantemente dal 2004. Un dato che è opposto rispetto a quello che riguarda gli over 25 tra i quali la disoccupazione è praticamente costante. Nel complesso tra il 2004 e il 2006 il numero di persone che vivono in povertà è aumentato di circa settecentocinquantamila persone. Attualmente ci sono tredici milioni di persone in stato di indigenza. Di queste un milione e mezzo sono giovani adulti di età compresa tra i 16 e i 24 anni. Due terzi sono single e senza figli a carico, molti vivono ancora con i genitori. Le donne in stato di indigenza sono più degli uomini (circa cinque milioni contro i quattro milioni di uomini).
L'altro dato inquietante riguarda le persone diversamente abili o con problemi di tipo psichiatrico. La povertà delle persone tra i 25 e i 65 anni arriva al 30%, il doppio rispetto a quelle senza problemi. Due milioni e duecentomila le persone che ricevono sussidi per oltre due anni. Di questi, tre quarti sono diversamente abili.

(Maeve Kelly)


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permalink | inviato da pensatoio il 25/6/2008 alle 3:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 marzo 2008

I pastorelli della campagna elettorale

 

Nei presepi napoletani di Via San Gregorio Armeno ogni condizione umana è sempre raffigurata da una sola statuina: la giovane con l'anfora sulle spalle che torna dalla fonte, il pastore con il piffero, il fabbro davanti all'incudine, la massaia alacre al lavatoio. Nelle liste di candidature, la cui presentazione si è conclusa ieri, il parlamento che uscirà dal voto del 13 aprile si configura già come presepio postmoderno, di cui ogni deputato è statuina.
Ecco lì a sinistra «la Giovane»; più in alto «il Manager»; in fondo «l'Operaio» accanto al «Generale»; nel Transatlantico «il Tassista», mentre «il Trentenne» uscito da una pubblicità antiforfora discute alla buvette con «lo Scienziato» telegenico prestato alla cosa pubblica (esempi non immaginari). C'è sempre da dubitare quando le categorie umane si trasformano in singolare maiuscolo. Fa paura quando gli ebrei diventano l'Ebreo, le donne la Donna. È una visione da Commedia dell'Arte: il giovin signore, la servetta, la locandiera e il figaro. Un'idea cristallizzata, stereotipata della società, come se ogni dirigente politico vedesse ciò che lo circonda solo attraverso i luoghi comuni di cui è vittima. A lungo andare, una concezione deleteria del mondo, perché lo riduce alla statica di un tableau vivant, e si preclude di percepirne la dinamica, i mutamenti. Ancora più deleteria è l'idea soggiacente di politica. Queste candidature di «esponenti della società civile» si presentano come una risposta all'antipolitica, alle accuse di casta. Deputati non saranno più politici, ma italiani qualunque, il cui anonimato è garanzia di genuinità: «cittadini veraci».
In realtà questo metodo di candidatura è l'operazione più eversiva messa in atto negli ultimi anni perché scippa ogni residua sovranità al popolo sovrano. Cosa faranno in parlamento queste figure se non appunto le belle statuine? Come oseranno ribellarsi a decisioni prese altrove? La Giovane si opporrà al leader che l'ha proiettata alla ribalta? E l'onorevole Operaio dirà no a chi lo ha sottratto all'indigenza di fabbrica? Non è neanche una riedizione del corporativismo: lì erano le Corporazioni a scegliere esponenti che dovevano promuoverne gli interessi. Ma quali interessi esprime la giovane cooptata come capolista solo per la sua età e per non aver mai fatto politica? È il più subdolo, buonista attacco alla democrazia rappresentativa mai visto, un'operazione letteralmente extraparlamentare, perché il parlamento vi si riduce a raccolta di figurine da incollare in un album Panini di nuovo tipo: non più calciatori ma deputati. Pare già di vederli i leader dei partiti scambiarsele scartando i doppioni: «Ce l'ho; ce l'ho; mi manca».
Per dirla tutta, è perversa l'idea che per fare una politica favorevole a un certo segmento sociale, bisogna inviare al parlamento un prototipo di quel segmento. Come la mettiamo coi bambini? Come si fa a fare una politica a favore dell'infanzia senza pueri a Montecitorio? Solo un anacronistico limite di età della nostra anacronistica costituzione vieta di candidare pupetti. Quanto sarebbero più efficaci manifesti e spot! Non più il candidato che abbraccia un bimbo, ma un candidato in braccio al leader. E poi, a elezioni avvenute, immaginate che bello: parlamentari con treccine e boccoli, da far sbavare un pedofilo. Infine deputate col biberon, senatori col ciuccio.

(Marco D'Eramo)


28 maggio 2005

Sperequazioni negli Usa

STATI UNITI
La scoperta delle classi
BRUNO CARTOSIO
Le classi sono fattori pesanti nella società statunitense odierna: a questa stupefacente conclusione è arrivato il New York Times, che sull'argomento ha aperto un'inchiesta in varie puntate. «Negli ultimi trent'anni», scrive il giornale, «il peso (dell'appartenenza di classe) ha continuato ad aumentare, invece che diminuire». La mobilità sociale - la possibilità di diventare ricchi essendo nati poveri o anche solo di migliorare la propria condizione - che era stata il sogno americano di milioni di individui si è progressivamente ridotta negli ultimi trent'anni e i figli condividono sempre di più la condizione sociale dei genitori. La cosa forse più interessante dell'inchiesta del Times è il suo candore. Esistono migliaia di pagine di studi sociologici, economici, storici, politici e culturali che hanno descritto la strutturazione in classi della società statunitense. Lo stesso giornale, bisogna dire, ha dato nel corso degli anni contributi di varia importanza alla lettura della società statunitense. Ma solo ora, sembra, giunge a tirare la conclusione epocale: le classi esistono e contano anche in una società e una cultura come quella statunitense che ha sempre fatto di tutto per negare la loro esistenza.

Anche oggi, nello stesso momento in cui mostra come le persone si scontrino quotidianamente con quelle che un sociologo chiamò «le ferite nascoste dell'appartenenza di classe», il giornale sostiene che la percezione generale della realtà è confusa: gli individui subiscono la sperequazione sociale, ma sono restii ad ammettere a se stessi che le sperequazioni esistono.

Ne sono vittime quando fanno i conti nelle proprie tasche, quando cercano casa e lavoro, quando mangiano, quando mandano i figli a scuola, quando si ammalano e così via, eppure fanno fatica, dice il giornale, ad ammettere che il sistema non gli sta dando quello che aveva sempre promesso. Alla loro confusione contribuisce il fatto che gli si offre una quantità di merci e servizi a prezzi sempre più bassi: beni e consumi una volta qualificanti in termini di classe, come i cellulari o i viaggi in aereo, le carte di credito o le stoviglie firmate Martha Stewart, sono diventati più universalmente accessibili. Lo sono, naturalmente, grazie a quello spostamento della produzione oltremare che ha sottratto posti di lavoro e redditi in patria. Gli articolisti Janny Scott e David Leonhardt non dicono quanti lavori deve fare una persona e quante persone, in ciascuna famiglia, devono lavorare per poter accedere a quei consumi (acquistati sempre più a credito), ma non c'è dubbio che il luccichio delle merci sia comunque abbagliante.

E' stata però una «scoperta sorprendente», scrivono, registrare che la mobilità sociale è più alta in Francia, Gran Bretagna e soprattutto in Canada e in alcuni paesi scandinavi che negli Stati Uniti (anche se, aggiungono sollevati, non è così bassa come in Brasile). Del resto, tra il 1979 e il 2001 i redditi al netto delle tasse dell'uno per cento più ricco della popolazione sono aumentati 139 volte (superando i 700.000 dollari annui), mentre quelli del venti per cento mediano sono aumentati del 17 per cento (arrivando a 43.700 dollari) e quelli del venti per cento più povero sono aumentati del 9 per cento. Per molti lavoratori la crescita dei salari ha superato quella dell'inflazione solo in alcuni degli anni Novanta e la riduzione dei programmi pensionistici ha reso malsicura la terza età.

D'altro canto, è aumentato il numero degli afroamericani benestanti, il che significa che i fattori razziali hanno perso un po' del loro valore costrittivo, e l'upper class è meno bianca-anglosassone-protestante di una volta. Tuttavia i segni più tipici del privilegio, l'accesso all'istruzione universitaria e la residenza nei suburbi più esclusivi, sono sempre più cose da ricchi. Infine Scott e Leonhardt citano il sociologo David Levine: «L'appartenere all'elite negli Stati Uniti offre una costellazione di privilegi che pochi al mondo hanno conosciuto; (ma) l'essere povero negli Stati Uniti mette in condizioni di disagio che non hanno uguali nell'Europa occidentale, in Canada e in Giappone».

Sono tutte cose che diciamo da molti anni. Così come abbiamo sostenuto, e cercato di mostrare, che il capolavoro politico delle classi dominanti statunitensi è stato quello di togliere redditi, servizi, protezioni sociali e rappresentanza politica e sindacale alle fasce deboli della società riuscendo a impedirne la sollevazione. Dalle mie parti, questo capolavoro si chiama «spennare il pollo senza farlo gridare». Ma se anche il New York Times, ora, si preoccupa vuol dire che forse è stato raggiunto il livello di guardia: di penne da togliere non ce n'è più e si rischia di strappare anche la pelle.

(bruno cartosio)


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