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2 aprile 2010

Brutte notizie per Sacconi: la Cgil aumenta gli iscritti (di Roberto Farneti )

«Siamo la più grande forza sociale del paese». Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, non nasconde la propria soddisfazione nel sottolineare l’incremento delle adesioni al suo sindacato nel 2009. Una crescita significativa, non tanto per la quantità di tessere in più staccate rispetto al 2008 (11.312, pari allo 0,20%) quanto per come è avvenuta. In una fase di crisi economica, con le buste paga falcidiate dalla cassa integrazione, non era certo scontato che questo incremento potesse essere realizzato e che i maggiori consensi arrivassero dai lavoratori attivi (+22.241). Certamente, la maggior presenza nel mondo del lavoro degli immigrati ha giocato un ruolo non secondario, come dimostrano le 380mila tessere raccolte tra gli stranieri, pari al 14% sul totale degli attivi.
Da analizzare anche il “sorpasso” dei lavoratori del commercio su quelli dell’edilizia e sui metalmeccanici. Grazie ai 15.660 nuovi iscritti, la Filcams raggiunge quota 372mila e 268 che le consente di salire al secondo posto dietro la categoria dei lavoratori pubblici. Scende invece al quarto posto la Fiom, ma non per demeriti propri. Nel 2009 le tute blu guidate da Gianni Rinaldini sono comunque riuscite a interrompere una “striscia negativa”, mettendo a segno una crescita dell’1,29% sul 2008 (+4mila 618 unità). In un paese in cui il contratto precario è diventato la forma di accesso al mercato del lavoro più praticata, si segnala il dato positivo del Nidil (il sindacato dei lavoratori atipici) che registra una crescita netta del 15.55% (+5mila 602).


Con i suoi 5 milioni 746mila e 167 iscritti, la Cgil si conferma perciò il più grande sindacato italiano, con buona pace di coloro che vorrebbero vederla scomparire: la Confindustria, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi e il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. Che l’unità sindacale sia, in questo momento, assai lontana, lo dimostra anche la polemica scatenata ieri da Liliana Ocmin, segretaria confederale Cisl, sui dati forniti da Corso d’Italia («la Cgil dà i numeri al lotto, non è possibile che in soli otto mesi abbiano fatto 80mila iscritti in più tra gli immigrati»). Un commento «sgarbato e presuntuoso», ribatte il segretario confederale della Cgil, Enrico Panini, precisando che è «il dato del 2008» ad essere «sottostimato».
In tema di trasparenza, la Cgil non teme confronti. Anzi, per le iscrizioni al sindacato, dice Epifani, ci dovrebbe essere una certificazione. «Non lo chiediamo solo per gli altri - chiarisce - lo vogliamo anche per noi». Stesso discorso per quanto riguarda la democrazia sindacale e la rappresentatività. E’ normale che accordi che riguardano tutto il mondo del lavoro, come la riforma del modello contrattuale, siano stati elaborati e sottoscritti senza il consenso della Cgil? «Chi ci esclude lo fa contro la maggior parte dei lavoratori e dei pensionati», ha ricordato ieri Epifani.
Se questo può avvenire è perchè in Italia manca una legge che certifichi la rappresentatività dei sindacati e renda vincolante il voto dei lavoratori sugli accordi che li riguardano. E’ questo il contenuto della proposta che la Fiom intende fare arrivare in Parlamento e sulla quale ha iniziato ieri la raccolta di firme (ne bastano 50mila, ma l’obiettivo è di raccoglierne 100mila) davanti a decine di imprese metalmeccaniche in 18 regioni. I primi segnali sono più che incoraggianti. Alla Thales Alenia Space di Roma, in poco meno di due ore sono state raccolte 150 firme sotto lo sguardo compiaciuto di Gianni Rinaldini. «L’affermazione del diritto delle lavoratrici e dei lavoratori di votare sugli accordi contrattuali che li riguardano - ha sottolineato il leader della Fiom - rappresenta un’esigenza di democrazia che parla all’insieme della società e del Paese. E ciò tanto più in una fase in cui vengono messi in discussione diritti e tutele fondamentali dei lavoratori».


20 novembre 2008

Lettera di Evo Morales ai partecipanti del Doha Round

 «Il commercio internazionale può disimpegnare una funzione importante nella promozione dello sviluppo economico e nella diminuzione della povertà. Riconosciamo la necessità che tutti i nostri popoli si giovino dell'aumento delle opportunità e dell'incremento del benessere generato dal sistema multilaterale del commercio. La maggioranza dei membri dell'Ocm sono paesi in via di sviluppo. Vogliamo porre i loro bisogni e interessi al centro del programma di lavoro adottato nella presente dichiarazione.
Dichiarazione ministeriale di Doha dell'Organizzazione mondiale del commercio, 14 novembre 2001»
Con queste parole 7 anni fa cominciò il «round» dei negoziati dell'Omc. Sviluppo economico, diminuzione della povertà, bisogni dei nostri popoli, aumento delle opportunità per i paesi poveri sono davvero al centro dei negoziati in corso?
La prima cosa che devo dirvi è che se fosse così, i 153 paesi membri e soprattutto l'ampia maggioranza dei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere gli attori principali dei negoziati dell'Omc. Invece quel che stiamo vedendo è che solo un pugno di 35 paesi è invitato dal direttore generale a riunioni informali.
I negoziati dell'Omc si sono convertiti in uno scontro dei paesi sviluppati per aprire il mercato dei paesi in via di sviluppo in favore delle grandi imprese.



I sussidi agricoli del nord, che finiscono principalmente nelle mani delle compagnie agro-alimentari degli Stati uniti e dell'Unione europea, non solo continueranno ma aumenteranno. I paesi in via di sviluppo abbasseranno i dazi ai loro prodotti agricoli ma i sussidi reali elargiti da Usa e Ue ai loro prodotti agricoli non diminueranno.
Per i prodotti industriali, nei negoziati dell'Omc si pretende che i paesi in via di sviluppo taglino le tariffe doganali fra il 40 e il 60% mentre i paesi sviluppati abbasseranno le loro in media fra il 25 e il 33%.
Nei negoziati si preme perché nuovi settori dei servizi siano liberalizzati, mentre invece si dovrebbe escludere una volta per tutte dagli accordi dell'Omc i servizi di base quali l'istruzione, la sanità, l'acqua, l'eneregia e le telecomunicazioni. Questi servizi sono diritti umani che non possono essere oggetto di affari privati né di liberalizzazione che portano alla privatizzazione.
La deregulation e la privatizzazione dei servizi finanziari sono una causa, fra le altre, dell'attuale crisi finanziaria mondiale.
Il regime di proprietà intellettuale stabilito dall'Omc, ha beneficiato soprattutto le transnazionali che monopolizzano i brevetti, rendendo più care le medicine e altri prodotti essenziali, incentivando la privatizzazione e mercantilizzazione della vita.
I paesi più poveri saranno i veri sconfitti. La stessa Banca mondiale indica che i costi per la perdita di posti di lavoro, le restrizioni alle politiche nazionali e la perdita di entrate doganali, saranno maggiori dei «benefici» di cui parla «il round dello sviluppo».
Dopo 7 anni, il «round» dell'Omc è ancorato al passato e fuori sintonia rispetto ai fenomeni che viviamo: la crisi alimentare, la crisi energetica, il cambio climatico, la eliminazione delle differenze culturali.
Studi della Fao segnalano che oggi sarebbe possibile alimentare 12 miliardi di persone, quasi il doppio della popolazione mondiale. Invece c'è una crisi alimentare perché non si produce per il benessere umano ma in funzione del mercato, della speculazione e della redditività delle grandi compagnie che producono e commerciano gli alimenti. Per affrontare la crisi alimentare è necessario rafforzare l'agricoltura familiare, contadina e comunitaria.
Dobbiamo finirla con il consumismo, lo spreco e il lusso. Nella parte più povera del pianeta, ogni anno muoiono di fame milioni di esseri umani. Nella parte più ricca si spendono milioni di dollari per combattere l'obesità. Consumiamo in eccesso, sprechiamo le risorse naturali e produciamo residui che contaminano la Madre Terra.
I paesi devono dare la priorità al consumo di quello che producono in loco. Non possiamo privilegiare mai il mercato esterno a costo della produzione nazionale.
Il capitalismo vuole uniformarci tutti per fare di noi soltanto dei consumatori. Per il nord esiste un solo modello di sviluppo, il suo. Il modello economico unico si accompagna a processi di acculturazione di massa per imporci una sola cultura un solo modo di pensare. Distruggere una cultura e l'identità di un popolo è il danno più grave che si può fare all'umanità.
Perché questo sia un «round» davvero «dello sviluppo e ancorato al presente e futuro dell'umanità e del pianeta dovrebbe:
garantire la partecipazione dei paesi in via di sviluppo a tutte le riunioni dell'Omc;
mettere in pratica negoziati asimmetrici in favore dei paesi in via di sviluppo in cui i paesi sviluppati facciano concessioni reali;
rispettare gli interessi dei paesi in via di sviluppo senza limitare la loro capacità di definire e applicare politiche nazionali a livello agricolo, industriale e dei servizi;
ridurre effettivamente le misure protezioniste e i sussidi dei paesi sviluppati;
assicurare il diritto dei paesi in via di sviluppo di proteggere per tutto il tempo necessario le loro industrie nascenti come fecero nel passato i paesi industrializzati;
garantire il diritto dei paesi in via di sviluppo di regolare e definire le proprie politiche in materia di servizi, escludendo i servizi di base dall'Accordo generale del commerzio sui servizi dell'Omc;
limitare i monopoli delle grandi imprese sulla proprietà intellettuale, promuovere i trasferimenti di tecnologia e proibire i brevetti su ogni forma di vita;
garantire la sovranità alimentare dei paesi eliminando qualsiasi limitazione alla capacità degli Stati di regolare le esportazioni e importazioni di alimenti;
assumere misure che contribuiscano a limitare il consumismo e lo spreco di risorse naturali, a eliminare i gas serra e i residui dannosi per la Madre Terra.
Nel secolo XXI un «round per lo sviluppo» non può più parlare solo di «libero commercio» ma deve promuovere un commercio che favorisca l'equilibrio fra i paesi, le regioni e con la Madre natura.
Accordi come quelli dell'Omc devono essere conosciuti e discussi da tutti i cittadini e non solo da ministri, imprenditori ed «esperti». I popoli del mondo non possono più essere le vittime passive di questi negoziati e devono diventare protagonisti del nostro presente e futuro.


2 agosto 2008

La lettera di Evo Morales a Doha

 «Il commercio internazionale può disimpegnare una funzione importante nella promozione dello sviluppo economico e nella diminuzione della povertà. Riconosciamo la necessità che tutti i nostri popoli si giovino dell'aumento delle opportunità e dell'incremento del benessere generato dal sistema multilaterale del commercio. La maggioranza dei membri dell'Ocm sono paesi in via di sviluppo. Vogliamo porre i loro bisogni e interessi al centro del programma di lavoro adottato nella presente dichiarazione.
Dichiarazione ministeriale di Doha dell'Organizzazione mondiale del commercio, 14 novembre 2001»
Con queste parole 7 anni fa cominciò il «round» dei negoziati dell'Omc. Sviluppo economico, diminuzione della povertà, bisogni dei nostri popoli, aumento delle opportunità per i paesi poveri sono davvero al centro dei negoziati in corso?
La prima cosa che devo dirvi è che se fosse così, i 153 paesi membri e soprattutto l'ampia maggioranza dei paesi in via di sviluppo dovrebbero essere gli attori principali dei negoziati dell'Omc. Invece quel che stiamo vedendo è che solo un pugno di 35 paesi è invitato dal direttore generale a riunioni informali.
I negoziati dell'Omc si sono convertiti in uno scontro dei paesi sviluppati per aprire il mercato dei paesi in via di sviluppo in favore delle grandi imprese.
I sussidi agricoli del nord, che finiscono principalmente nelle mani delle compagnie agro-alimentari degli Stati uniti e dell'Unione europea, non solo continueranno ma aumenteranno. I paesi in via di sviluppo abbasseranno i dazi ai loro prodotti agricoli ma i sussidi reali elargiti da Usa e Ue ai loro prodotti agricoli non diminueranno.
Per i prodotti industriali, nei negoziati dell'Omc si pretende che i paesi in via di sviluppo taglino le tariffe doganali fra il 40 e il 60% mentre i paesi sviluppati abbasseranno le loro in media fra il 25 e il 33%.
Nei negoziati si preme perché nuovi settori dei servizi siano liberalizzati, mentre invece si dovrebbe escludere una volta per tutte dagli accordi dell'Omc i servizi di base quali l'istruzione, la sanità, l'acqua, l'eneregia e le telecomunicazioni. Questi servizi sono diritti umani che non possono essere oggetto di affari privati né di liberalizzazione che portano alla privatizzazione.
La deregulation e la privatizzazione dei servizi finanziari sono una causa, fra le altre, dell'attuale crisi finanziaria mondiale.
Il regime di proprietà intellettuale stabilito dall'Omc, ha beneficiato soprattutto le transnazionali che monopolizzano i brevetti, rendendo più care le medicine e altri prodotti essenziali, incentivando la privatizzazione e mercantilizzazione della vita.
I paesi più poveri saranno i veri sconfitti. La stessa Banca mondiale indica che i costi per la perdita di posti di lavoro, le restrizioni alle politiche nazionali e la perdita di entrate doganali, saranno maggiori dei «benefici» di cui parla «il round dello sviluppo».
Dopo 7 anni, il «round» dell'Omc è ancorato al passato e fuori sintonia rispetto ai fenomeni che viviamo: la crisi alimentare, la crisi energetica, il cambio climatico, la eliminazione delle differenze culturali.
Studi della Fao segnalano che oggi sarebbe possibile alimentare 12 miliardi di persone, quasi il doppio della popolazione mondiale. Invece c'è una crisi alimentare perché non si produce per il benessere umano ma in funzione del mercato, della speculazione e della redditività delle grandi compagnie che producono e commerciano gli alimenti. Per affrontare la crisi alimentare è necessario rafforzare l'agricoltura familiare, contadina e comunitaria.
Dobbiamo finirla con il consumismo, lo spreco e il lusso. Nella parte più povera del pianeta, ogni anno muoiono di fame milioni di esseri umani. Nella parte più ricca si spendono milioni di dollari per combattere l'obesità. Consumiamo in eccesso, sprechiamo le risorse naturali e produciamo residui che contaminano la Madre Terra.
I paesi devono dare la priorità al consumo di quello che producono in loco. Non possiamo privilegiare mai il mercato esterno a costo della produzione nazionale.
Il capitalismo vuole uniformarci tutti per fare di noi soltanto dei consumatori. Per il nord esiste un solo modello di sviluppo, il suo. Il modello economico unico si accompagna a processi di acculturazione di massa per imporci una sola cultura un solo modo di pensare. Distruggere una cultura e l'identità di un popolo è il danno più grave che si può fare all'umanità.
Perché questo sia un «round» davvero «dello sviluppo e ancorato al presente e futuro dell'umanità e del pianeta dovrebbe:
garantire la partecipazione dei paesi in via di sviluppo a tutte le riunioni dell'Omc;
mettere in pratica negoziati asimmetrici in favore dei paesi in via di sviluppo in cui i paesi sviluppati facciano concessioni reali;
rispettare gli interessi dei paesi in via di sviluppo senza limitare la loro capacità di definire e applicare politiche nazionali a livello agricolo, industriale e dei servizi;
ridurre effettivamente le misure protezioniste e i sussidi dei paesi sviluppati;
assicurare il diritto dei paesi in via di sviluppo di proteggere per tutto il tempo necessario le loro industrie nascenti come fecero nel passato i paesi industrializzati;
garantire il diritto dei paesi in via di sviluppo di regolare e definire le proprie politiche in materia di servizi, escludendo i servizi di base dall'Accordo generale del commerzio sui servizi dell'Omc;
limitare i monopoli delle grandi imprese sulla proprietà intellettuale, promuovere i trasferimenti di tecnologia e proibire i brevetti su ogni forma di vita;
garantire la sovranità alimentare dei paesi eliminando qualsiasi limitazione alla capacità degli Stati di regolare le esportazioni e importazioni di alimenti;
assumere misure che contribuiscano a limitare il consumismo e lo spreco di risorse naturali, a eliminare i gas serra e i residui dannosi per la Madre Terra.
Nel secolo XXI un «round per lo sviluppo» non può più parlare solo di «libero commercio» ma deve promuovere un commercio che favorisca l'equilibrio fra i paesi, le regioni e con la Madre natura.
Accordi come quelli dell'Omc devono essere conosciuti e discussi da tutti i cittadini e non solo da ministri, imprenditori ed «esperti». I popoli del mondo non possono più essere le vittime passive di questi negoziati e devono diventare protagonisti del nostro presente e futuro.

(Evo Morales)


23 luglio 2008

Adam Smith e la natura del prezzo reale

 

Il prezzo reale di ogni cosa, ciò che ogni cosa realmente costa all’uomo che vuole procurarsela, è la fatica e l’incomodo di ottenerla. Ciò che ogni cosa realmente vale per l’uomo che l’ha acquisita e che vuole disporne o cambiarla con qualcos’altro, è la fatica e l’incomodo che può risparmiargli e imporre agli altri. Ciò che viene acquistato con la moneta o con i beni è acquistato con il lavoro, alla stessa stregua di ciò che acquistiamo con la nostra stessa fatica fisica.



 

Qui il discorso si fa più confuso: che intende Smith per “la fatica e l’incomodo di ottenerla” ? Intende la fatica che fa per produrla o per produrre i prodotti che con essa sono scambiabili ? Si potrebbe dire che se questi prodotti sono equivalenti, la cosa sarebbe la stessa. Ma ciò da per assodato quel che va spiegato : l’equivalenza nello scambio è il prodotto di che cosa ? Dell’equivalenza del lavoro incorporato (allora la teoria del valore/lavoro di Smith presuppone quella di Marx) o è la risultante non del tutto logica di un intreccio vischioso di desideri, bisogni, memoria del lavoro prestato etc che viene ricoperto e glassato dal formalismo dei neoclassici ?

Smith non sembra accorgersi di questa ambiguità. Egli dice “Ciò che viene acquistato con la moneta o con i beni è acquistato con il lavoro, alla stessa stregua di ciò che acquistiamo con la nostra stessa fatica fisica”. Ma non è immediatamente così. La fatica di produrre un bene A non è immediatamente la fatica che serve per produrre il bene B scambiabile con il bene A.


21 luglio 2008

Adam Smith e un'altra teoria del valore lavoro

Ogni uomo è ricco o povero nella misura in cui è in grado di concedersi i mezzi di sussistenza e di comodo ed i piaceri della vita.
Ma una volta affermatasi la divisione del lavoro, con il proprio lavoro si può ottenere solo una parte piccolissima di questi. La parte di gran lunga maggiore deve essere tratta dal lavoro degli altri e quindi uno è ricco o povero secondo la quantità di lavoro di cui può disporre o che è in grado di acquistare. Il valore di ogni merce, per la persona che la possiede e che non intende usarla o consumarla personalmente ma scambiarla con altre merci, è dunque uguale alla quantità di lavoro che le consente di acquistare o avere a disposizione. Il lavoro è quindi la misura reale del valore di scambio di tutte le merci.



Questo passo è molto interessante e vanno fatte a tal proposito molte osservazioni :
La prima è che chi è in grado di procurarsi i mezzi di sussistenza e di comodo e i piaceri della vita non è ricco ma è capace o quanto meno potente.
Ricco è chi con la divisione del lavoro ha accumulato un gran quantitativo di beni durevoli da lui prodotti o di beni scambiabili (se non addirittura di beni-moneta) e può disporre di una grande quantità di lavoro altrui. Quindi la definizione di "ricco" presuppone quanto meno la divisione del lavoro se non un abbozzo di economia monetaria.
La seconda considerazione è che qui viene delineata una teoria del valore lavoro diversa da quella marxiana. Il valore di una merce non corrisponde al lavoro necessario per produrla in quanto merce, ma al lavoro che il possesso di tale merce può comandare verso chi volesse acquistarla

(naturalmente è possibile che nei fatti tali definizioni diverse diventino equivalenti per effetto di un gran numero di scambi).

Essa dunque è legata sia al grado di utilità attesa per una sola persona, al numero di persone per le quali ha un certo grado di utilità attesa, alla scarsità (e di riflesso al lavoro necessario per produrla in quanto merce). Naturalmente se tale concetto di valore/lavoro è più comprensivo, al tempo stesso è più vago. Comunque è molto interessante e andrebbe sviluppato.


18 luglio 2008

I prezzi reali secondo Adam Smith

 

Smith si pone poi le seguenti domande :

Qual è la misura reale del valore di scambio ? Ossia in cosa consiste il prezzo reale di tutte le merci? Quali sono le differenti parti di cui è composto e formato questo prezzo reale ?

Quali sono le differenti circostanze che talvolta fanno salire alcune o tutte queste differenti parti del prezzo al di sopra del loro livello naturale o ordinario ? Ossia quali sono le cause che talvolta impediscono che il prezzo di mercato ed effettivo delle merci coincida esattamente con quello che può essere definito il loro prezzo naturale ?

 

 

 

Su questi problemi che si pone Smith si potrebbero porre altre domande : deve esistere una misura reale del valore di scambio ? Il valore di scambio è lo stesso che il prezzo ? Esiste un prezzo reale ?

Esiste un prezzo naturale ?

E si possono fare alcune ipotesi di definizione (trattasi di ipotesi molto provvisorie) :

1) Il valore di scambio è un valore sempre variabile del rapporto tra il lavoro incorporato tra diversi beni.

2) Il valore monetario è il rapporto sempre variabile tra il lavoro incorporato in un bene e quello di un bene preso come riferimento.

3) Il prezzo è il rapporto tra il valore monetario di scambio (o meglio tra il lavoro incorporato in un bene espresso in moneta) e la domanda di questo stesso bene.


16 luglio 2008

Adam Smith, il valore d’uso e il valore di scambio

 

Smith distingue prima di Marx tra valore d’uso e valore di scambio : il valore d’uso è l’utilità di un oggetto, mentre il valore di scambio è il potere di acquistare altri beni che il possesso di tale oggetto conferisce.

Le cose che hanno massimo valore d’uso a volte per Smith hanno pochissimo valore di scambio (es. l’acqua o la luce del sole), mentre le cose che hanno massimo valore di scambio a volte non hanno nessun valore d’uso (es. i diamanti).

In realtà l’acqua in molti contesti ha un altissimo valore di scambio (ormai si dice che le guerre del futuro saranno guerre per l’acqua), mentre non è vero che un diamante non venga usato, dal momento che esso svolge un’attività simbolica notevole e conferisce potere e prestigio a chi lo porta.

 

 

 

Qui Smith notando questo apparente paradosso sfiora la concezione del valore come scarsità, dal momento che l’acqua sarebbe a portata di mano (per quanto necessaria), mentre i diamanti sarebbero rarissimi per quanto non certamente necessari per la sopravvivenza. Naturalmente il valore di scambio non si riduce alla scarsità, dal momento che ci sono cose rare che non hanno valore di scambio, dal momento che non hanno valore d'uso. Anche se nelle società capitalistiche di mercato ci sono distorsioni per cui la rarità di una cosa la rende immediatamente una cosa di valore, dal momento che il possesso puro e semplice di una cosa rara diventa l'uso stesso di quella cosa (es. nel collezionismo). Ma da questo a concludere che il valore di una cosa stia tutto nella rarità ce ne corre. Oltre tutto la rarità può anche essere definita come il correlato oggettivo del lavoro necessario a fare di una cosa una merce sul mercato, per cui la stessa teoria della rarità può essere collegata alla teoria del valore lavoro.

Si può dire che una cosa ha un valore di scambio ed è cioè merce quando dobbiamo ricorrere ad altri per procurarcela.

L’essere merce di una cosa è la situazione per cui quella cosa ha un rapporto con una relazione tra esseri umani

 

 


17 giugno 2008

Adam Smith e il ruolo del trasporto su acqua

Adam Smith dice che il trasporto su acqua ha consentito nell'antichità un mercato ben più esteso del trasporto su terra, con trasporti più veloci e meno costosi (in termini di erogazione di energia). Da ciò egli deduce che questo spiega perchè i primi progressi della civilità si siano verificati nelle vicinanze di un grande fiume e sulle coste del mare.

I popoli che sono stati i primi ad incivilirsi sembrano siano stati quelli attorno al Mare Mediterraneo, mare abbastanza calmo, con molti attracchi e con buona capacità di orientarsi.
La prima civiltà per Smith sarebbe stata quella egiziana, dove attraverso un'opera di attenta canalizzazione si sarebbe assicurata la possibilità di muoversi via acqua per tutto il territorio, promuovendo un rapido sviluppo economico e culturale. Così pure sarebbe successo in Cina e India. Ciò non sarebbe successo per buona parte dell'entroterra africano, privo di mari interni, per l'Asia a nord del Caspio con un clima più freddo, per la zona danubiana priva di un potere politico centrale che sfruttasse il corso del fiume sino al Mar Nero.



La fidanzata di Pensatoio (la chiatta) sul Ladoga

Le considerazioni di Smith sono in parte valide, ma non si spiega comunque perchè non ci sia stata antica civiltà lungo il corso del Danubio o sulla parte del Volga più meridionale o lungo il corso del Niger, o attorno al Mar Nero e Caspio. Lungo il Danubio si sarebbe dovuto formare un potere centralizzato che già dall'antichità ne regolasse il corso delle acque (non si può quindi spiegare la cosa con l'assenza di un unico Stato).

Inoltre lo sviluppo di civiltà lungo il corso di un fiume si spiega anche (e forse principalmente) con la possibilità di sviluppo dell'agricoltura e di un surplus agricolo in quelle zone (si pensi al limo egiziano), surplus che poi avrebbe causato un aumento dei commerci lungo il fiume stesso.

 

 


8 maggio 2008

Homer sum : Darwin e la posizione eretta

 

Per Darwin il vantaggio dell’uomo rispetto ad altre specie animali si è consolidato con l’assunzione della posizione eretta, resa possibile dall’appiattimento del piede, dall’abbassamento del bacino, dalla curvatura della spina dorsale e dal cambiamento della posizione della testa.

La posizione eretta ha consentito all’uomo di liberare le mani, di specializzarle nella manipolazione di cibo e utensili, nell’uso anche di armi, ma anche nella comunicazione e nella computazione.

 

 

 

Del resto la mitologia e la filosofia avevano già fatto propria tale intuizione sia attraverso la figura di Ermes, dio del commercio (in tedesco handeln) ma anche delle invenzioni (come la lira) sia attraverso Giordano Bruno che parla della mano come l’organo pienamente umano che ha consentito il progresso nella storia.


19 marzo 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : la speranza della politica

 Il quadro del capitalismo odierno che emerge da queste considerazioni ne sottolinea, a ben vedere, due aspetti: per un verso, le trasformazioni a cui assistiamo tutto sono meno che emancipate dalla politica, se non, nella misura in cui così è, per scelta essa stessa politica, e ciò che la politica ha deregolato non si vede perché la politica non debba riregolare; per l'altro verso, il nodo della fase attuale è il conflitto, tra capitalismi certo, ma anche dentro la sfera della valorizzazione, e perciò della produzione e del lavoro. Una definizione sintetica e felice della fase attuale mi sembra quella di François Chesnais, che in un suo saggio recente qualifica la 'globalizzazione' come quella configurazione particolare del capitalismo nella quale il capitale, tanto finanziario quanto reale, ha recuperato, grazie all'aiuto attivo degli stati più forti, una libertà d'azione pressoché totale; e che prosegue segnalando come la mobilità accordata ai capitali è l'elemento che permette agli investitori finanziari, ancora in larga misura nazionali, di far pesare sui governi la minaccia di disertare la piazza finanziaria d'origine, spingendo lo stesso capitale 'produttivo' a cercare rendimenti sicuri all'impiego del capitale denaro. Si è così instaurato un regime di accumulazione a bassa velocità che, se per un verso esige rendimenti elevati di breve termine che soltanto l'impiego finanziario può promettere, per l'altro verso ha il non tanto secondario effetto di deprimere le condizioni del lavoro e di evitare il ritorno dell'antagonismo sociale. Quell'antagonismo sociale che, assieme alla crisi dell'egemonia statunitense e al riemergere del conflitto tra aree capitalistiche del 'centro', aveva dato il via alla crisi del 'fordismo' alla metà degli anni sessanta, ben prima del doppio aumento del prezzo del petrolio e della saturazione della domanda di consumi (prima, cioè, di quegli eventi che, secondo taluni, sarebbero invece all'origine della crisi, in quanto rappresenterebbero l'emergere di un limite 'naturale' allo sviluppo).



"Se fissate con attenzione l'immagine, vi rubano il portafogli senza che ve ne accorgiate. Poco male, troveranno solo la copertina del blocchetto dei buoni pasto."

L'analisi può anche essere plausibile. Ma il livello di intervento politico in cui si è sregolato (quello nazionale) non è lo stesso in cui si dovrebbe riregolare (sovranazionale). Ed, al livello in cui si dovrebbe riregolare, le istituzioni sono ancora deboli, embrionali e , viste le mode ideologiche, quasi quasi ci auguriamo che rimangano così.


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