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25 agosto 2010

Alla memoria di Sacco e Vanzetti

«Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra; io non augurerei a nessuna di queste ciò che io ho dovuto soffrire per cose di cui io non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui io sono colpevole. Io sto soffrendo perché io sono un radicale, e davvero io sono un radicale; io ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano» [...] (dal discorso di Vanzetti del 19 aprile 1927, a Dedham, Massachusetts).

«Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso. Aiuta i perseguitati e le vittime perchè essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e sarai amato dai tuoi simili.». (da una lettera di Nicola Sacco a suo figlio Dante)


6 ottobre 2009

Maurizio Matteuzzi : il risultato delle elezioni portoghesi

 Tutto secondo le previsioni o quasi. Ma il bello, ossia il difficile, comincia adesso.
Le elezioni politiche di domenica in Portogallo hanno confermato le previsioni della vigilia dando la vittoria al Partito socialista e al suo leader, il liberl-liberista José Socrates. Se il risultato è stato molto significativo dal punto di vista politico - perché la conferma è venuta dopo la crisi globale che (anche) in Portogallo ha picchiato duro e dopo la secca sconfitta del Ps nelle europee del giugno scorso -, il prezzo è stato pesante. Il Ps, sceso dal 45% delle ultime politiche del 2005 al 36.6% di domenica, ha perso mezzo milione di voti e la maggioranza assoluta passando da 120 a 96 deputati (su 230) nella prossima Assemblea della repubblica. Per cui ora, per i prossimi 4 anni, dovrà trovare alleati per mantenere la «stabilità» politica necessaria per uscire dalla crisi e ritornare alla crescita economica.
Confermata anche la disfatta del Psd e della sua leader Manuela Ferreira Leite, la «dama di ferro» esponente dell'ala più dura. Anche se i social-democratici - che in Portogallo sono destra allo stato puro - possono consolarsi con un modestissimo aumento di voti e seggi sul 2005 (29.1 contro 28.7%, 78 contro 72) sono rimasti lontanissimi da «ribaltone» e dalla alternativa di destra che speravano.



Confermata infine l'ascesa della sinistra radicale, anche se con qualche chiaroscuro. Il Bloque de Esquerda del popolare «Robin Hood» ex-trotzkista Francisco Louçã ha registrato un vistoso aumento di voti (dal 6.3 al 9.8%) e il raddoppio dei seggi (da 8 a 16), ha superato per la prima volta il vecchio Partito comunista e ha centrato il suo principale obiettivo - quello di impedire al Ps dell'«arrogante» Socrates la conferma della maggioranza assoluta -, ma non è riuscito nell'obiettivo di divenire la terza forza parlamentare e neanche di rendere i suoi seggi decisivi, sommati a quelli socialisti, per la maggioranza assoluta. Il Pcp di Jeronimo de Sousa a sua volta (in coalizione con i verdi) può vantare anch'esso un leggero progresso - che ne testimonia la vitalità non solo residuale - in percentuale e seggi (dal 7.5 al 7.8% e da 14 a 15), ma ha subito l'onta del sorpasso da parte degli «estremisti» del Be (e quindi dell'inversione dei rapporti di forza politici) e della retrocessione da terza a quinta (e ultima) rappresentanza parlamentare.
La vera sorpresa di domenica è stata la destra-destra del Cds-Pp, Centro democratico-sociale-Partito popolare di Paulo Portas, passato dal 7.2 al 10.5% e da 12 a 21 deputati, e balzato al ruolo di terza forza parlamentare: la disfatta del Psd gli ha tolto l'appellativo ironico di «partito del taxi» (nel senso che i suoi deputati stavano tutti in un taxi) e gli ha dato un ruolo che potrebbe rivelarsi decisivo per gli equilibri del prossimo governo Socrates. Stando ai numeri, la somma dei seggi socialisti e popolari danno la maggioranza assoluta.
Anche la somma aritmetica dei voti del Ps, del Bloque e del Pcp darebbero alle sinistre una comoda maggioranza assoluta in parlamento - il 54% -, ma un governo di sinistra appare molto improbabile se non da escludere a priori visti la differenza dei programmi e le posizioni reciprocamente belligeranti assunte in campagna elettorale. Le sinistre radicali bollano - non senza ragione - Socrates e le sue riforme come «liberisti».
In definitiva hanno vinto tutti. Numericamente hanno vinto la destra e la sinistra radicale, e perfino il Pds. Politicamente ha vinto il Ps nonostante abbia lasciato per strada mezzo milione di voti e più di venti seggi. L'unico sconfitto (anche grazie al sistema proporzionale vigente) è stato il bipolarismo del «voto utile» a cui si erano appellati sia Socrates sia Ferreira Leite. Ha vinto anche l'astensione, arrivata al 39% (nel 2005 fu del 35%), sintomo di una disincanto che per altri versi ha portato parte dell'elettorato del Psd a votare per il Cds-Pp e parte dell'elettorato socialista a votare per il Blocco di sinistra.
Ieri in Portogallo ci si interrogava sul prossimo governo: Socrates tenterà una coalizione o andrà - come Zapatero in Spagna - a un governo di minoranza cercando voti di volta in volta a destra o sinistra? E se tenterà la coalizione, andrà a sinistra (dopo la rivoluzione dei garofani del '74 non c'è mai stato un governo di coalizione di sinistra) o a destra? Col Cds o addirittura una «grande coalizione» con il Pds, come fu fra l'83 e l'85 sotto la guida di Mario Soares? Ma, con una sinistra «estrema» a quasi il 18% in parlamento e radici nel tessuto sociale, per il Ps portoghese sarebbe quasi un suicidio come è stato per la Spd tedesca.


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permalink | inviato da pensatoio il 6/10/2009 alle 10:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


26 giugno 2009

Marco Sferini : dalla parte del popolo iraniano

 

Ho avuto un interessante scambio di opinioni alcuni giorni fa con un giovane compagno, uno di quelli che mettono grande impegno nella quotidianità della lotta sociale e politica. Uno di quelli che alle due di notte è appunto capace di parlarti di Iran, sommosse popolari, imperialismo, teocrazia e libertà negate.
Riccardo tentava di convincermi, senza peraltro che io ne fossi convinto, che Moussavi non è un rivoluzionario e che sta anzi contrastando la giusta posizione internazionale iraniana: l’antimperialismo, l’antiamericanismo.
Tanta passione merita attenzione e, per questo, mi sono impegnato con lui in una partita di battute e controbattute via chat che si è prolungata per oltre venti minuti.
Ne è venuto fuori un quadro secondo cui io sarei stato una specie di radicale di sinistra e lui, invece, un comunista fedele ai principi del leninismo o giù di lì. Non so se Riccardo mi leggerà qui, ma voglio dirgli anzitutto che quella conversazione impersonale che abbiamo avuto mi ha fatto molto riflettere e, riguardo la questione iraniana, ho tratto le seguenti riflessioni…
Penso che i comunisti, e in particolare Rifondazione Comunista, debbano trovare sempre la direzione in cui volgersi sulla bussola dell’oggi proiettato velocissimamente nel domani. I fatti di Teheran sono caotici sia nelle espressioni di piazza che nel ritmo in cui si susseguono. Così come sono altrettanto veloci le fucilate che i Pasdaran riversano senza alcuna discriminazione e distinzione di sorta su chi meglio gli capiti a tiro. Nelle poche immagini che sono arrivate dalla capitale sciita, abbiamo potuto vedere una ragazza morire dopo essere stata centrata al petto da una di quelle fucilate. Il sangue si è sparso sul suo volto fino a coprirlo mentre intorno le si accalcava una folla che malediceva gli ayatollah, i Guardiani, i Pasdaran e ogni potere che in quel momento stava nelle strade a reprimere una giusta protesta. I comunisti devono sapere e dire che questa è la parte dalla quale stanno: quella di chi muore solo per aver reclamato il diritto di parola, di contraddizione, di contestazione.



Rosa Luxemburg per una vita ha detto e scritto che il comunismo è anzitutto libertà dal bisogno per i proletari, ma è anche una società in cui non può essere negato il dissenso che vuole migliorare quella stessa società, perché altrimenti altro non è che una sterile polemica.
Ecco, io credo che gli iraniani che a centinaia di migliaia sono scesi e ancora oggi scendono per le strade e nelle piazze della loro capitale non siano degli sciocchi servitori di un altro padrone, di un Moussavi che è stato anch’egli promotore di azioni tuttaltro che nobili.
C’è nella rivolta una richiesta di superamento della teocrazia di Khamenei e del suo dispotismo che lega le donne all’osservanza delle leggi coraniche e gli uomini alla rigida interpretazione del ruolo di maschi più che mariti, di sentinelle più che di fidanzati.
Ma c’è tutta una società che è difficile poter identificare con i confini del pensiero politico di Moussavi. La folla gli si raduna intorno perchè oggi è lui il simbolo della resistenza ad ogni costo al potere di Ahjmadinejad che è emanazione non delle elezioni, ma del consenso di Alì Khamenei e della sua potente corte teocratica.
Nel dare il nostro sostegno e la nostra simpatia alla grande protesta popolare non costruiamo nessun sillogismo che possa dire di attribuire questi sentimenti al candidato moderato alla presidenza dell’Iran.
La nostra storia ci insegna che laddove c’è un oppresso, ebbene lì stanno concentrate le nostre attenzioni e la nostra voglia di poter fare qualcosa di materialmente tangibile per prestargli aiuti, per dargli soccorso.
Ciò non significa, come mi replicava benevolmente polemico Riccardo, che all’improvviso diventiamo amici dell’imperialismo nel momento in cui contrastiamo un governo, un regime teocratico che, contro gli espansionismi economici e bellici americani, volge il suo interesse al petrolio di Hugo Chavez. E se Ahjmadinejad stringe la mano del presidente venezuelano, ciò non vuol dire che il primo sia diventato un socialista o che il secondo sia diventato un teocrate.
I semplificazionismi rischiano sempre di raffazzonare anche i perimetri delle vicende più palesi, meno articolate e semplici da individuare.
Per questo, a Riccardo e a quelle compagne e compagni che hanno avuto un brivido quando Rifondazione Comunista ha promosso una manifestazione davanti all’ambasciata di Teheran in Italia, dico che non siamo diventati dei radicali pannelliani, che siamo fermamente consapevoli della parte dove stare e da dove continuare a provare a lavorare per un mondo senza teocrazie, senza imperialismi e senza più i tanti bivi che ci vengono posti innanzi.


29 aprile 2009

Boccaccia mia statti zitta....

Leggendo un dispaccio Ansa sulle candidature di Rifondazione e Pdci (che voterò a queste Europee) non mi posso però esimere dall'esprimere il mio disappunto : Rifondazione aveva espresso il suo impegno (e per quanto la riguarda lo ha assolto) di non candidare segretari, per non presentare candidati specchietti per le allodole (cosa che partiti preistorici come il Pdl e l'Italia dei Valori non hanno proprio preso in considerazione). Sapevo che Diliberto scalpitava ed alla fine è riuscito a presentarsi come capolista al Centro. Ferrero (come si vede dalle dichiarazioni) ha incassato per carità tipicamente valdese.



E' dal 1998 che avevo nostalgia dei piccoli padri cossuttiani. A questo punto devo sperare che questo rimanga un laico cartello elettorale. Altrimenti la sopravvivenza elettorale ci costerà piccinerie... grandi come una casa...comune.


9 aprile 2009

Claudio Buttazzo : intervista a Vaclav Exner del partito comunista ceco

 

Sembra ancora lontana da una soluzione la crisi di governo nella Repubblica Ceca. Dopo le dimissioni del premier e leader del principale partito di destra (Ods), Mirek Topolanek, la situazione politica è in fase di stallo, bloccata dai veti incrociati dei vari partiti. L’Ods vorrebbe un reincarico a Topolenk. Ma il presidente della Repubblica, Vaclav Klaus, anch’egli dell’Ods, è intenzionato a dare l’incarico a qualcun altro. Il Partito socialdemocratico (Cssd) di Jiri Paroubek propone un governo a termine, sostenuto da una larga maggioranza, che duri fino alla fine di giugno per consentire alla Repubblica Ceca di portare avanti fino alla scadenza del mandato la presidenza di turno ceca nell’Unione Europea. E propone anche elezioni anticipate per il prossimo autunno.
Di diverso avviso la terza forza politica del paese, il Partito comunista di Boemia e Moravia (Kscm), che è, invece, fortemente contrario alla chiusura anticipata del parlamento, ritenendo che ciò sia irresponsabile di fronte alla crisi economica che attanaglia il paese. Un vuoto governativo non farebbe che aggravare la situazione.
Il Kscm propone che si dia vita a un governo di intesa nazionale con la partecipazione delle principali forze politiche e con una larga base parlamentare e di consenso nel paese; un governo che porti avanti la legislatura fino alla sua naturale scadenza, cioè fino alla primavera del 2010.
Per saperne di più sul senso e le finalità di questa proposta, abbiamo intervistato membro della segreteria nazionale del Kscm, Vaclav Exner, che è anche deputato e componente della Commissione Estri del Parlamento ceco.
Ecco il testo dell’intervista.

D. In cosa consiste esattamente la proposta del Partito comunista di Boemia e Moravia perla costituzione di un governo di intesa nazionale?

R. La nostra società, e di conseguenza anche il nostro parlamento, è oggi caratterizzata da una situazione di disordine, di divisione, di disorientamento. Sarebbe necessario che, per un periodo seppur limitato, le forze politiche principali si mettessero assieme (diciamo, da qui alle elezioni politiche del 2010), in modo da poter andare a una pacificazione della scena politica sulla base di un programma minimo che affronti le questioni più urgenti. Sono questioni di grane rilevanza che non possono essere affrontate da un governo con una scarsa base di consenso, da un governo costituito solo da uno o due partiti.

D. Concretamente, cosa dovrebbe fare un simile governo: affrontare i problemi della crisi economica?

R.
La crisi è il problema principale, anche se essa riguarda non solo la Repubblica Ceca, ma tutto il mondo. E un governo come quello che ha governato finora non è in grado di affrontarlo. Ma nel nostro paese la crisi si intreccia anche tutta una serie di altre questioni politicamente molto sensibili.
Ad esempio: la questione della privatizzazione di ulteriori settori produttivi di decisiva importanza. E poi: la questione dei fondi pubblici per la sanità e del modo come vengono utilizzati, come garantir l’effettivo accesso a tutti i cittadini alle cure sanitarie. Vi è, poi, il grave problema della crescente disoccupazione, fortemente connesso con la crisi economica. Si tratta solo di alcune delle grandi questioni che un governo di intesa nazionale dovrebbe affrontare e la loro soluzione dovrebbe avvenire sulla base di un grande impegno comune.





D. Avete, come partito comunista, delle proposte specifiche da avanzare per la soluzione della crisi economica?

R.
La nostra idea è che sia necessario smetterla di affrontare la crisi attraverso il pompaggio di ulteriori fondi pubblici a vantaggio delle banche e delle aziende, cioè degli stessi che hanno causato la situazione di crisi. A nostro parere, vanno affrontate le cause strutturali della crisi. Da noi c’è, ad esempio un problema di sovrapproduzione, e ciò soprattutto nel settore automobilistico. Questo è dovuto al fatto che la nostra economia è stata orientata soprattutto sul montaggio delle auto. E’ evidente che non si può più continuare con una produzione ce non ha poi alcuno sbocco di mercato. Noi riteniamo prioritario salvaguardare i posti d lavoro. E questo s può fare solo un massiccio e qualificato intervento pubblico, cioè un intervento pubblico nella costruzione di infrastrutture, nel risanamento e salvaguardia ambientale, nell’istruzione, nella cultura, nella scienza, nella ricerca. Si tratta di settori dove si possono creare posti di lavoro utili e stabili, lavoro buono. E si tratta, peraltro, di settori che richiederebbero quantità di investimenti pubblici assai minori di quello che si richiederebbe per la ristrutturazione dell’industria automobilistica.
In secondo luogo, sarebbe necessario sarebbe necessario sostenere uno sviluppo economico di tipo strutturale, interno, per quanto, in questo campo ci si scontra con gli impedimenti da parte dell’Unione Europea. Ma è, tuttavia, indispensabile creare le condizioni per lo sviluppo delle strutture economiche interne. Altri paesi, come la Gran Bretagna, l’Irlanda, i paesi nordici, si sono già mossi verso la ricerca di un vasto consenso politico e sociale interno, in modo che il governo potesse agire nell’ambito di linee largamente concordate.
Ciò è necessario per via dello sforzo enorme che è necessario per il percorrimento di vie nuove, verso uno sviluppo che favorisca la produzione ad alta tecnologia, l’utilizzo intensivo della scienza e il suo rapporto col lavoro umano, che deve diventare sempre più qualificato ed essere al meglio valorizzato.

D. A giugno si terranno le elezioni per il parlamento europeo. Come si prepara il Partito comunista di Boemia e Moravia a questo appuntamento?

R.
Io stesso sono uno dei candidati al parlamento europeo. Per la campagna elettorale abbiano già approvato il nostro programma. In questo programma, naturalmente, facciamo nostre un po’ tutte le questioni che sono già nel programma della Sinistra europea. Come tu sai, noi siamo presenti come osservatori nella Sinistra europea, non avendo ritenuto opportuno aderirvi pienamente per via di alcune riserve da parte nostra circa il giudizio sul nostro passato ed anche circa i meccanismi di democrazia all’interno della Se. E’ evidente che nel nostro programma chiediamo, innanzitutto, che la democrazia sia davvero rispettata all’interno dell’Ue. Per questo noi abbiamo fortemente contrastato l’approvazione del trattato di Lisbona. Un trattato che non risolve né il problema della burocrazia né il problema di deficit di democrazia nel funzionamento dell’Ue. Un forte accento, nel nostro programma, lo poniamo sulle questioni sociali, le quali sono state del tutto ignorate o accantonate dai vertici Ue. Col pretesto del supporto all’introduzione delle nuove tecnologie, il trattato di Lisbona ha in realtà avvantaggiato solo gli imprenditori, favorendo la disoccupazione e politiche antisociali ai danni dei lavoratori.
La borghesia cerca di favorire e utilizzare a proprio vantaggio la frantumazione, la divisione, le disparità tra i lavoratori delle singole nazioni e regioni in Europa.
E’ necessario che la Sinistra europea faccia di più per contrastare tutto questo, per unificare politicamente e sindacalmente i lavoratori in Europa, ma anche i lavoratori europei con quelli di tutto il mondo. Anche perché non possiamo pensare di poter risolvere la nostra crisi scaricandola sui lavoratori e sui paesi più deboli del resto del mondo, come vorrebbero le varie borghesie europee e dei paesi ricchi.
Occorre, poi, battersi per un salario minimo uguale in tutta Europa e anche per uno standard minimo di servizi e assistenza pubblica agli anziani, ai disoccupati, all’infanzia.
Noi ci impegneremo con tutte le nostre forze in questa campagna elettorale. Abbiamo già approntato il materiale di propaganda da diffondere nell’ambito delle nostre manifestazioni, elle assemblee pubbliche, ma anche porta a porta.
Per la prima volta abbiamo programmato iniziative elettorali di piazza non solo nelle grandi città, ma anche in quelle più piccole, facendo appello in questo senso alla mobilitazione di tutti i nostri iscritti.


6 aprile 2009

Roberto Ciccarelli intervista Isabelle Sommier : una generazione tradita

 Milleuristes spagnoli, «generazione mille euro» italiana, quella dei «650 euro» greca e, ancora, il Cpe in Francia nel 2005. Sono i volti della stessa crisi sociale che ha investito l'Europa ben prima di quella finanziaria. Una condizione che, ormai, apparenta gli studenti universitari con i precari quarantenni. Quelli che ieri erano in piazza a Londra e Berlino, Parigi e Roma. Già nel 2006, un rapporto Eurostat rivelava che il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni si era attestato in questi paesi intorno al 23 per cento. Ne è seguito un drastico allungamento del periodo di formazione ed una massificazione di impieghi al ribasso, come ha rivelato la recente inchiesta Almalaurea in Italia. Il risultato, osserva Isabelle Sommier, direttrice del Centre de recherches en sciences politiques della Sorbona, «è un diffuso sentimento di tradimento. Esiste in Europa un'intera generazione che si sente vittima di una promessa non mantenuta quando gli viene proposto un lavoro senza rapporto con la propria formazione». 



A Roma per una serie di incontri seminariali (e ieri al corteo per osservare da vicino il movimento italiano), Isabelle Sommier si è da sempre occupata del legame tra le proteste politiche e i movimenti sociali in Italia e in Europa. Un recente bilancio l'ha tratto nel suo ultimo libro La Violence révolutionnaire (Presses de Sciences-Po, 2008). «La disillusione è tanto più forte in quei paesi, come la Francia e l'Italia - dice - che hanno vissuto in pochi anni un salto tra la generazione dei genitori e quella dei figli iper-alfabetizzati. Questa generazione sente di avere perso l'indipendenza che i genitori hanno attribuito al sapere gratuito».

È questa la ragione della radicalizzazione dello scontro sociale in Francia come in Grecia?

Quando non si hanno sbocchi sul futuro, questo è il minimo. Bisogna dire, però, che è solo un'esigua minoranza che attribuisce a questi scontri un significato politico. La maggioranza, come in Grecia, si radicalizza per esasperazione. Sono presi dal fuoco dell'azione. In Francia ci sono gli stessi ingredienti, salvo la corruzione politica e sociale che non è delle stesse dimensioni. La radice però è comune: non esistono più mediazioni politiche a disposizione di questa generazione.

Quanto conta in questo processo la dissoluzione della sinistra?
I suoi militanti sono sociologicamente distanti dalle nuove generazioni. Questa dissoluzione non può essere attribuita solo alla mancanza di un lavoro politico sul territorio. I socialisti francesi sono il partito dei ceti medi. La crisi ha investito questa base sociale, ma loro sono troppo presi dai propri giochi interni per accorgersene. Le dico soltanto che è stata la Medef (la Confindustria francese, ndr) a chiedermi di fare un seminario sulla precarietà, non loro. Per la sinistra, la lotta contro la precarietà è poco più di uno slogan. Sembra essere più interessata al mandato parlamentare.
 
Pensa che il problema sia culturale?
Proprio così. La sinistra ha una cultura che non comprende ciò che Robert Castel ha definito désaffiliation sociale, cioè l'assenza della garanzia di un lavoro permanente che produce isolamento sociale. Con questo non voglio dire che la zona di vulnerabilità sociale sia unica per tutti. Esiste una forte separazione tra i movimenti di cui parliamo, ad esempio quello che da sette settimane sta mobilitando le università francesi, e i banliueusards. Non è raro vedere questi giovani aggredire gli studenti per derubarli durante le manifestazioni.

Come si spiega la crescita del Nouveau parti anticapitaliste (Npa) di Olivier Besancenot, dato all'8-10 per cento alle prossime europee?

Si spiega con il fatto che in Francia non c'è stata la cesura con i movimenti degli anni Settanta come in Italia. Sono storie diverse, ma per me questo è un elemento significativo. L'Npa rappresenta un'area militante, sindacale, culturale di origine maoista e libertaria che, a partire dalla crisi del '68 francese, è riuscita a radicarsi nei movimenti, penso a quello dei senzatetto, dei sans papiers e ad una serie di associazioni dei precari. Forte è anche la presenza nel sindacalismo di base attivo sin dagli anni Ottanta. A differenza dei socialisti e dei comunisti, questa area ha dimostrato una sensibilità per i cambiamenti sociali. Parliamo di una realtà consolidata che è diventata nel tempo una scuola politica. Molti socialisti, come Henri Weber, hanno iniziato da qui. La figura di Besancenot è il simbolo della nuova generazione: un laureato dequalificato che ha un master e fa il postino. Una parte del suo consenso viene dai trentenni che si riconoscono nella sua situazione e criticano la mancanza di un ricambio generazionale ostacolato da chi è andato al potere con il '68.

La Cgil ha mostrato timide aperture rispetto al movimento dell'Onda che ha riportato l'attenzione su questi problemi in Italia. Qual è il rapporto tra il sindacato, i partiti e i movimenti in Francia?

Di comunicazione. Lo si è visto nelle lotte contro il Cpe, contro la riforma universitaria e nello sciopero generale della settimana scorsa. Ricordo però, quando sono nate le prime associazioni dei precari, nei primi anni Novanta, la Cgt sostenne che non erano rappresentative. Dopo il movimento degli stagisti del 2005 l'atteggiamento è cambiato. La Cgt ha attivato comitati per i disoccupati, ha assistito i sans papiers nella ristorazione. Ha dovuto rispondere alla concorrenza dei sindacati di base.


26 marzo 2009

Manifesto sulla crisi di "Essere comunisti"

 «Detto tra noi, perché la Banca Mondiale non dovrebbe incoraggiare una maggiore migrazione delle industrie “sporche” verso i Paesi meno sviluppati? I costi dell’inquinamento pernicioso per la salute dipendono dai profitti che possono andare perduti a causa dell’aumento della morbilità e della mortalità. Considerata la cosa da questa angolazione, una quantità data di inquinamento dannoso alla salute dovrebbe prodursi nei Paesi che hanno i costi più bassi, che sono gli stessi ad avere i salari più bassi. Credo che la logica economica esistente nell’esportazione di un carico di residui tossici verso un Paese di bassi salari sia impeccabile. E noi dobbiamo prenderla in considerazione».

Da un memorandum a uso interno datato 12-12-1991 a firma di Lawrence Summers, vicepresidente della Banca Mondiale. 



Un tracollo annunciato

Muoviamo da questa autorevole nonché disgustosa dichiarazione, vecchia di diciassette anni, e chiediamoci: qual è la «logica economica» di cui essa parla e che così bene compendia? In riferimento a tale logica, c’è nel presente qualcosa di diverso rispetto ad allora? La percezione del passare degli anni favorisce, per così dire, uno sguardo strutturale sui problemi dell’oggi. Ed oggi abbiamo un gran bisogno di scavare oltre la superficie del quotidiano commercio politico, poiché – a quanto pare – arriva l’ora di scelte non lievi. Abbiamo da poco lasciato alle nostre spalle il fragore mediatico di una campagna elettorale segnata dalla spinta verso un’autoritaria e brutale semplificazione del quadro politico e, parimenti, funestata dal collasso della coalizione di sinistra, prodottosi al di là di ogni più nera immaginazione: un esito che ha fatto registrare il bel record di azzerare, per la prima volta nel nostro Paese, la presenza nel Parlamento nazionale di comunisti e socialisti (o, come suole dirsi in forma ellittica, della «sinistra»). In proposito, è stata comprensibilmente chiamata in causa la sciagurata operazione di Veltroni, il quale dopo aver scavato la fossa a Prodi e al suo governo ha fatto terra bruciata alla sua sinistra, ottenendo per sé un ben magro risultato e lasciando incontrastato il clamoroso decollo elettorale delle destre. Ciò è vero. Tuttavia, in primo luogo, il deflusso di voti sul lato «destro» in direzione del Pd, addebitabile al richiamo del cosiddetto «voto utile», non può oscurare la fuga di consenso sul versante «sinistro» (prevalentemente approdata a una scelta astensionista) da parte di un elettorato popolare disorientato e deluso: un elettorato duramente provato dall’involuzione delle proprie condizioni di vita, cui la sinistra non ha potuto né saputo offrire alcuna tutela. Ma, soprattutto, non possono essere sottaciuti, a monte di tutto, i fallimentari effetti di un’operazione politica – di cui la vicenda elettorale della Sinistra l’Arcobaleno è solo l’ultimo devastante tassello – tesa ad annichilire uno a uno i riferimenti identitari della rifondazione comunista. Fino all’ultimo colpo di maglio, che ha cancellato dalla scheda elettorale il simbolo del lavoro. In merito a ciò, ben si è espresso Luigi Vinci, sul numero 5 di questa rivista: «Quando un’identità collettiva viene persa (distrutta, dissolta) gli esseri umani che ne erano partecipi facilmente tendono a trovarsi senza identità, culturalmente deprivati, anomici, passivizzati, quindi ai margini del tessuto sociale, non già a cambiare identità». E prosegue: «Occhetto aveva in mente di avviare con il Pds una formazione antisistemica di tipo nuovo», ma ha ottenenuto soltanto «la dispersione di un enorme patrimonio militante (quando in capo a un paio d’anni Pds e Rifondazione comunista si assesteranno, si potrà constatare l’uscita dalla militanza politica, rispetto a quella di cui disponeva il Pci, di qualcosa come 700.000 persone)». Come si sa, la tragedia tende a ripetersi sotto forma di farsa. Ora, il congresso di Rifondazione comunista è chiamato a pronunciarsi sulla prospettiva a medio termine aperta da questo disastro elettorale e politico: a tale assise spetterà una valutazione degli errori commessi e delle relative responsabilità.
Su questa rivista proponiamo ulteriori «riflessioni sulla catastrofe della sinistra», su come raddrizzare la rotta di Rifondazione dopo il naufragio, sui compiti a breve che attendono i comunisti. E torneremo ancora su tutto ciò nel prossimo numero. Qui invece ci interessa subito aggiungere qualche considerazione circa il destino del Prc e, in generale, l’esistenza o meno di una forza comunista nel contesto politico del nostro Paese. La discussione di questi ultimi mesi ha riservato ampio spazio a chi, come Fausto Bertinotti, ha dichiarato (anche nel vivo della campagna elettorale) che si debba procedere risolutamente a un «nuovo inizio» e che in qualche modo ciò contempli il «superamento» del Prc e il suo confluire in un (supposto) più largo consesso: quello appunto della Sinistra l’Arcobaleno. Occorre sottolineare che una tale proposta non è di natura meramente congiunturale, nel senso preciso che essa – se vuole essere sostenuta da ragioni adeguate – non può semplicemente poggiare in negativo sulle urgenze della congiuntura politica, per quanto impellenti possano essere (poniamo: la costituzione del Pd e la sua capacità attrattiva). Se fosse adottata, la suddetta scelta verrebbe infatti a modificare progettualità di lungo corso, assetti strategici, riferimenti simbolici e ideali: occorre dunque indicare in positivo le condizioni sufficienti, i tratti fondamentali della sua realizzabilità. Mettendo per un attimo tra parentesi il micidiale responso dei fatti recenti, è al suddetto livello strutturale che l’ipotesi di «andare oltre» il coordinamento di singole forze autonome, per dare vita a una nuova e unica organizzazione politica genericamente di sinistra, mostra tutta la sua fragilità e inefficacia. Sancendo di fatto la liquidazione del potenziale strategico e ideale dell’opzione comunista.
Ma torniamo al nostro interrogativo di partenza. Si può certo essere più eleganti, evitare sgradevoli punte di cinismo; tuttavia la «logica economica» che ha mosso gli avvenimenti del mondo in questi anni non è cambiata nei suoi caratteri di fondo. E il ragionamento dell’allora vicepresidente della Banca Mondiale esplicita senza fronzoli il principio che a tale logica sovrintende: in sintesi, la spasmodica ricerca del massimo profitto, condotta con rapacità, avidità, disprezzo dell’etica. Una logica sistematicamente applicata a danno del benessere dei più e ponendo a repentaglio gli equilibri ambientali del pianeta; se necessario (ed è stato necessario) col sacrificio di intere popolazioni, immolate sull’altare dell’approvvigionamento energetico e della supremazia geopolitica. Di tali sopraffazioni, di una tale violenza di sistema siamo costretti quotidianamente a prendere atto. Senza andare troppo lontano, si sfogli anche solo il presente fascicolo. Si legga ad esempio quel che Simone Oggionni rileva nella sua introduzione all’inserto che dedichiamo alla precarietà: precarietà della vita e del lavoro di tanta gente, colpita dall’offensiva capitalistica di questi ultimi decenni. Oppure, sul fronte esterno (la metafora bellica è appropriata, poiché qui si tratta di una vera e propria guerra sociale), si mediti su quanto ci ricorda Gianmarco Pisa a proposito della condizione sociale dell’India e di un malinteso «miracolo» dell’economia globalizzata che, in quell’immenso Paese, produce quattro tra i dieci signori più ricchi del pianeta e, nel contempo, la condizione di indigenza estrema del 78% della sua popolazione, ridotta a vivere con meno di 10 dollari al mese.
Simili considerazioni alludono alle due domande dirimenti, cui occorre rispondere se si vuole collocare la ragione di una scelta al livello strutturale che le compete: 1) dal lato dell’oggettività, quali sono i dispositivi di funzionamento, i tratti fondamentali della realtà sociale in cui siamo immersi e 2) sul piano delle risorse soggettive, quali sono gli strumenti che riteniamo imprescindibili, posto che la si voglia cambiare radicalmente? Se diciassette anni fa – quando appunto avviammo l’impresa della rifondazione comunista – mi avessero chiesto di dare un titolo alle due conseguenti risposte, avrei proposto: per la prima, la società capitalistica globalizzata; e per la seconda, un partito comunista rifondato. Avrei detto così, esattamente come direi oggi.

Capitalismo e crisi

Dobbiamo guadagnare il piano d’analisi richiesto dai suddetti interrogativi. I momenti critici, durante i quali rallenta o drasticamente si interrompe il processo di accumulazione del capitale, costituiscono altrettante privilegiate visuali per osservare i meccanismi profondi che presiedono al funzionamento della compagine sociale e del suo modo di produzione. E, in effetti, nel corso di questi anni, il ritornello delle «magnifiche sorti e progressive» del capitalismo trionfante è stato sistematicamente smentito dall’irrompere di acute crisi di sistema. L’ultima, quella che sta ora investendo l’economia reale a partire dagli Usa e che non ha ancora manifestato tutte le sue conseguenze, è a detta di molti la più drammatica dall’ultimo dopoguerra: così la pensa Alan Greenspan, ex presidente della Federal Reserve. E c’è chi, come George Soros, evoca sulla medesima lunghezza d’onda il terribile ’29 del secolo scorso. Nei fatti, si fa consistente la tendenza alla recessione: negli Stati Uniti, si prevede che quest’anno 28 milioni di persone richiederanno la tessera annonaria (è questo uno dei principali parametri che misura lo stato di crisi: erano 17 milioni nel 2001). Accanto a ciò, perdono seccamente quota le vendite dei colossi automobilistici e considerevoli porzioni di capitale sono bruciate nei mercati finanziari. è la crisi dei famigerati subprime: a oggi, calcoli approssimativi la quantificano in perdite complessive per oltre cento miliardi di dollari.
Così, scriviamo mentre sta andando clamorosamente in pezzi uno dei più tenaci miti del neoliberismo. L’intervento pubblico in economia – tacitamente apprezzato nella forma di trasferimento di denaro pubblico al sistema delle imprese, ma formalmente relegato dall’ideologia dominante tra le anticaglie della pianificazione socialista e del compromesso socialdemocratico – torna visibilmente sulla scena del mondo. è la vecchia storia della «socializzazione delle perdite» in tempi di crisi (altra faccia della privatizzazione degli utili in tempi di vacche grasse). Quando si tratta di soccorrere profitti e rendite finanziarie, non si bada a spese. Si veda in proposito la vicenda della Bear Stearns, quinta banca d’investimenti d’America: si è mosso in prima persona l’attuale presidente della Fed, Ben Bernanke, a garantirne il salvataggio tramite l’intervento di un altro colosso bancario, la J.P. Morgan Chase, per il cui servizio le casse pubbliche hanno assicurato una linea speciale di credito attraverso cui è fluito il prestito di una somma enorme a condizioni di estremo favore. Provvidenza che, tuttavia, non mette affatto al riparo dal licenziamento i 14.000 dipendenti della banca «salvata».
Il suddetto caso rende conto emblematicamente delle dinamiche dell’attuale «capitalismo da casinò». La Bear Stearns è trascinata al collasso in quanto esposta verso la Carlyle, la potente finanziaria dei private equity (seconda nel mondo dopo Blackstone), la quale a sua volta aveva subìto il tracollo di uno dei suoi principali fondi d’investimento. I private equity sono gruppi specializzati in operazioni puramente speculative: comprano aziende manifatturiere per poi valorizzarle (leggi: ristrutturazioni e licenziamenti) e rivenderle entro due o tre anni. Ma perché ciò avvenga, occorre un’economia che giri, con consumi in crescita. In tempi di magra, la Carlyle ha investito nella cartolarizzazione (trasformazione in obbligazioni) di mutui immobiliari apparentemente sani: non dunque di soli titoli-spazzatura si tratta, ma di titoli pregiati del mercato immobiliare, garantiti dal riconoscimento delle «tre A» (il massimo indice di affidabilità) da parte delle società di rating. Invece, il fondo Carlyle – e con esso la Bear Stearns – è stato travolto da una crisi fatta di pignoramenti immobiliari, rate di prestito non pagate, obbligazioni invendute.
Alla base di tutto – ha ragione Galapagos – c’è «l’esigenza di milioni di cittadini Usa di avere una casa; l’aver accettato, per questo, di pagare tassi d’interesse altissimi sui mutui e poi di aver fatto diventare la casa stessa una sorta di borsellino dal quale estrarre soldi per coprire bisogni primari (sanità, istruzione) non forniti dallo Stato, acquistabili privatamente rinegoziando il mutuo, mano a mano che il boom immobiliare faceva salire il valore delle case». In definitiva, alla base della crisi c’è ancora una volta «la pessima distribuzione dei redditi». E quando la «bolla» scoppia, mentre i poveri cristi restano col classico cerino in mano, lo Stato corre in soccorso del sistema finanziario: ricapitalizzando le banche private con i soldi dei contribuenti, comprando dalle banche le attività in mutui immobiliari, praticando tassi bassissimi alle banche in difficoltà e facendosi dare in garanzia obbligazioni senza valore. Oggi è lo Stato che copre la speculazione, assumendo su di sé il rischio finanziario: «La rimonta dei mercati finanziari è da ascrivere pressoché interamente al ruolo dello Stato e dei poteri pubblici, i quali stanno dando luce verde istituzionalizzata al “rischio morale” e al gioco d’azzardo» (Joseph Halevi). Questo è il capitalismo (globalizzato), bellezza.
Certamente, anche se per la grande maggioranza dei comuni mortali gli effetti di una crisi generalizzata si concretizzano sempre allo stesso modo, come compressione di redditi e diritti, i momenti critici non sono però tutti uguali, non sono attivati sempre dai medesimi fattori, essendo ciascuno configurabile secondo determinate caratteristiche di fase. Lo stesso vale per i periodi di espansione economica. Negli anni Novanta abbiamo assistito al boom dei prodotti informatici, dunque a un’espansione dell’economia classicamente trainata dall’innovazione tecnologica: anche qui, vi furono crescita degli investimenti e dei consumi aggregati, bengodi degli extraprofitti. E, come sempre, superfetazione di fenomeni speculativi, straripamento nel superfluo e nell’eccesso. Poi, alla fine del decennio il tonfo, il deprezzamento verticale dei titoli e la crisi delle dot-com, le società del comparto tecnologico: una crisi protrattasi fino al 2002.
Anche quel tracollo trascinò via con sé, assieme al valore delle azioni, un’inossidabile mitologia che era tornata a farsi largo nelle file della sinistra tecnocratica, ma anche tra alcuni epigoni dell’operaismo nostrano: il vecchio mito del progresso tecnologico, riproposto nelle scintillanti vesti della «new economy». La crisi mise a nudo la fragilità di un tale ottimismo apologetico, mostrando quello che Marx più di cent’anni prima già sapeva: e cioè innanzitutto il fatto che il progresso tecnologico, applicato al processo produttivo, è lungi dall’essere esente da contraddizioni. Da un lato, c’è il contenuto obiettivamente progressivo dell’innovazione, in quanto essa rende tecnicamente possibile risparmiare tempo di lavoro, accrescere il tempo libero disponibile (disposable time) e, insieme, disporre di una maggiore quota di beni e servizi. Ma d’altro lato c’è l’uso sociale, specificatamente capitalistico, che contraddice il carattere «naturalmente» progressivo di questa stessa opportunità tecnica. Così, la concezione mitologica del progresso tecnico ha oscurato il fatto che esso non è identico alla (né si traduce immediatamente in) redditività, nel senso che la sua utilizzazione tecnicamente ottimale – misurata in base a spese in ricerca e sviluppo, grado di intensità del capitale, contenuto di informazione nei diversi cicli produttivi, grado di sofisticazione tecnica – non necessariamente coincide con le esigenze del processo di valorizzazione del capitale. Tanto è vero che può darsi la disponibilità di nuove tecniche unita alla loro non utilizzazione (o sottoutilizzazione). Nel caso specifico, la mobilità delle nuove tecnologie (informatica, microelettronica, telecomunicazioni) aveva già palesato dei precisi limiti: la loro diffusione era stata condizionata dagli alti costi occorrenti per metterla in opera e dall’alto livello di acquisizione tecnologica che l’acquirente doveva complessivamente assicurare. La saturazione del mercato dei prodotti hi-tech ha poi fatto il resto. Sta di fatto che la macchina produttiva, che sembrava lanciata alla massima velocità, a un certo punto si è bruscamente fermata, ingolfata da un eccesso di produzione che il mercato non ha potuto smaltire (anche qui, una vecchia storia ottocentesca: crisi di sovrapproduzione).

Slowdown, un rallentamento strisciante

Come si vede, i fattori che hanno prevalentemente condizionato la crescita e, successivamente, la crisi nel decennio scorso sono diversi da quelli che hanno caratterizzato la ripresa dei successivi anni 2003/2005, fino all’attuale fase recessiva. è stato sottolineato che nell’attuale congiuntura non è in gioco – come invece lo fu allora – alcun effetto dovuto all’innovazione tecnologica. Dal 2003, la ripresa è stata condotta all’insegna di «più moneta, più spesa militare, meno tasse per i ricchi» e la crescita «è ripartita grazie all’indebitamento delle imprese e delle famiglie povere» (Riccardo Bellofiore): un fenomeno che ha evidenziato «la sussunzione alla finanza» degli stessi redditi da lavoro. Da queste medesime fonti è poi deflagrata la crisi in cui siamo immersi.
Tutto ciò è vero. E tuttavia occorre aggiungere che tutte le fasi critiche degli ultimi tre decenni vanno inquadrate su di uno sfondo che è a esse comune: un «ciclo lungo» che rende conto di una strisciante crisi strutturale del modo di produzione capitalistico. In un recente articolo, Immanuel Wallerstein annotava: «Cosa fanno i grandi capitalisti se vogliono fare soldi in tempi di bassi profitti? Incominciano a spostare i loro denari dalle imprese di produzione alle imprese finanziarie». Va segnalato che la storia contemporanea di quel che lui chiama «bassi profitti» ha propriamente inizio oltre trent’anni fa. Infatti, così prosegue Wallerstein: «La storia implicita, dal 1970 a oggi, è stata un’altra: quella del debito, un sempre maggiore debito. Le corporations chiedono prestiti, gli individui chiedono prestiti, gli Stati chiedono prestiti. Tutti vivono al di sopra delle proprie possibilità, delle proprie entrate. […] Ma i debiti hanno un piccolo problema: a un certo punto ci si aspetta che vengano restituiti. Se questo non avviene c’è una crisi o una bancarotta oppure se sei una nazione un drammatico calo dei cambi monetari. Questo è quello che chiamiamo una bolla». Wallerstein in realtà allude al fatto che c’è, dietro le crisi, uno sfondo ove agisce una propensione al rallentamento dell’accumulazione capitalistica e una tendenza alla caduta del saggio di profitto.
Dopo la crescita sostenuta degli anni Cinquanta e Sessanta (tra il 1960 e il 1973 con un tasso di sviluppo medio del 5%), la quale permise in Occidente l’accesso al consumo di beni durevoli alle fasce medio-basse della popolazione, oltre che un sostegno ai redditi assicurato dai meccanismi di welfare, le aree «centrali» del mondo imboccano una strada stretta, segnata da un rallentamento economico persistente e generalizzato (slowdown). Le rilevazioni statistiche concordano nell’indicare la metà degli anni Settanta come l’inizio di un lento ma costante declino di profitti e investimenti, produttività e occupazione. La produttività globale, parametro che misura l’efficienza del sistema capitalistico, considera il valore (non dunque la grandezza fisica) dell’output prodotto in rapporto a quello dell’input, costituito dai mezzi necessari alla produzione. A partire dal ’73, la pluridecennale tendenza negativa dell’indicatore produttività è stato il segnale di una riduzione (o sottoutilizzazione) delle capacità produttive, a sua volta espressione della diminuzione delle possibilità di investimento redditizio, della debolezza della domanda effettiva, dell’aumento dei prezzi energetici, della consistenza del cosiddetto costo del lavoro. Questo è il ciclo lungo che ha fatto da sfondo al succedersi di fasi espansive e ricorrenti fasi critiche.
Ciò resta agli atti di una compiuta indagine analitica, nonostante alcuni rilevanti fattori di controtendenza e alcune epocali novità, che hanno in qualche modo contenuto il trend negativo. Tra i fattori strategici messi in campo su scala planetaria dall’impresa capitalistica ed essenzialmente finalizzati al contenimento dei costi c’è stata la diffusione dello sfruttamento del lavoro, ovvero la crescente proletarizzazione della popolazione mondiale (con buona pace degli pseudo-teorici della «fine del lavoro») e, entro questa cornice, il profondo rimaneggiamento dell’organizzazione del lavoro e il connesso dispositivo delle «delocalizzazioni». Attraverso la deverticalizzazione dei processi produttivi, si è sostituita in primo luogo la produzione in patria di semilavorati e componenti a elevato contenuto energetico con il loro acquisto dall’estero, così da attenuare gli effetti della dipendenza energetica. In secondo luogo, sono stati decentrati i processi produttivi particolarmente labour intensive, onde ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto. L’attività manifatturiera si è tendenzialmente ridotta al montaggio di parti del prodotto la cui fabbricazione è stata delegata a Paesi che garantissero un minor costo del lavoro (ossia un maggiore sfruttamento). In definitiva la parcellizzazione produttiva ha portato, in patria come all’estero, abbattimento di diritti e aumento dell’intensità del lavoro: è precisamente questa incessante ricerca di surplus a buon mercato ad aver gettato nel gorgo della precarietà lavorativa ed esistenziale i milioni di persone che popolano le periferie interne ed esterne al cosiddetto Primo mondo. A questo espediente anti-crisi se ne è aggiunto un secondo, poderoso e diffusamente posto in opera in tutti questi anni: quello che va sotto il nome di «keynesismo bellico». Esso è risultato doppiamente utile: a monte, come volano dell’economia (trainata dalla produzione di armi) e, a valle, nel suo esito operativo, con il controllo manu militari dell’approvvigionamento energetico e del suo prezzo. Che un tale espediente abbia comportato alcune centinaia di migliaia di morti è cosa evidentemente considerata normale sulla via del «progresso» dell’Occidente.
Sul versante degli eventi epocali, un sicuro effetto sullo stato di salute dell’economia capitalistica hanno avuto, per un verso, l’implosione del «socialismo reale» e, per altro verso, l’irruzione sulla scena economica della locomotiva cinese. Quanto al primo, non vi è dubbio che l’89 abbia segnato il decollo dell’epopea neoliberista, il dispiegarsi senza più remore delle politiche monetariste e dell’attacco frontale alle conquiste operaie dei decenni precedenti. In proposito, mi pare molto pertinente l’avvertenza di Emiliano Brancaccio: «Ritengo che andrebbe maggiormente indagato il legame tra la crisi dell’Unione Sovietica di Breznev – della quale emerse palese l’incapacità di inseguire gli Stati Uniti nella corsa all’egemonia politico-militare – e la svolta monetarista del 1979-80. La questione assume un certo rilievo se si ritiene – come io credo – che la minaccia sovietica entrasse in modo niente affatto trascurabile nella «funzione di produzione» del compromesso keynesiano e socialdemocratico dell’Europa occidentale». Tutt’altro discorso merita il ruolo della Cina e del suo «socialismo di mercato» nell’attuale panorama internazionale. Si tratta di un tema decisivo per le sorti del mondo, su cui peraltro questa rivista avrà modo di pronunciarsi più diffusamente, cercando di privilegiare l’informazione puntuale e il rigore problematico che una tale complessa questione richiede. Nell’ambito del nostro ragionamento, interessa solo rilevare il fondamentale sostegno che l’impennata produttiva cinese ha sin qui offerto non solo al Pil mondiale ma anche alla copertura del crescente debito statunitense: una gigantesca partita di giro, che però per gli anni futuri è appesa a una contesa per l’egemonia globale, economica e militare.
Un’ultima osservazione: la messa in opera dei suddetti dispositivi anticrisi nonché la conquista di nuovi mercati, di nuovi acquirenti solvibili (si pensi appunto ad immense platee di consumatori potenziali quali la Cina, l’India o la stessa Russia), posto che arrivino a contrastare il declino economico latente, sono comunque destinate a porre seriamente in questione la tenuta ambientale del pianeta: in questo senso, c’è un gigantesco problema di qualità dello sviluppo e non pare proprio che la «spontaneità del mercato» sia il contesto più idoneo ad indicare soluzioni.

Per un comunismo rifondato

Ci fermiamo qui nell’illustrazione dei devastanti guasti che affliggono la nostra contemporaneità e che definiscono l’insostenibilità dell’attuale «equilibrio» globale. Un equilibrio strutturalmente fondato sul disequilibrio: sulla generale regressione del vivere associato, sull’esponenziale involuzione delle condizioni sociali e di lavoro, sulla sistematica violazione delle compatibilità ambientali. In un tale contesto, l’oggettività del conflitto di classe non è forse mai stata così drammaticamente visibile.
Di qui, dalla pesantezza di questi dati, nasce la consapevolezza dell’insostenibilità dell’ordine vigente e, con essa, della necessità di una prospettiva radicalmente alternativa. Di quella che noi continuiamo a chiamare una prospettiva comunista. Fa bene Vladimiro Giacché a insistere, nel contributo che presentiamo su questa rivista, su tale «necessità». Non avrebbe senso discutere sull’opportunità di mantenere aperto anche nel nostro Paese il progetto politico del consolidamento di una forza comunista organizzata – che agisce nella società non semplicemente come un’opzione culturale o una vaga intermittenza del cuore – se a monte non vi fossero ragioni di fondo che hanno a che vedere con una società diversa da quella in cui, nostro malgrado, ci troviamo a operare. Una prospettiva generale, che oggi appare indubbiamente appannata. I nostri quotidiani comportamenti, i singoli atti politici, le lotte sociali e territoriali, condotte su temi specifici, sarebbero molto meno forti se – accanto al loro valore vertenziale – non rinviassero a un orizzonte, a un senso più profondo che le connetta a una progettualità politica (o storico-politica) più generale. Se le parole non sono dei meri suoni al vento, cos’altro dovrebbe essere quella che abbiamo chiamato un’«alternativa di società»? Persino negli attuali santuari del potere economico si riconosce che ancora oggi capiremmo molto poco della struttura dell’odierna compagine sociale e delle sue dinamiche profonde senza la potente lente d’ingrandimento offerta dall’impianto analitico marxista. E indiscutibilmente i comunisti, nonostante i drammi storici e le sconfitte subìte, più di ogni altra tradizione di pensiero e di azione hanno provato a operare alla luce della forza analitica di quell’impianto e a sondare la possibilità di una reale alternativa al modo di produzione capitalistico.
In Italia, nell’ultimo quindicennio, Rifondazione comunista ha preso su di sé l’arduo compito di innovare senza disperdere la ricchezza di questa tradizione. Ha provato a connettere il meglio del passato con una necessaria apertura sperimentale, volta al presente e al futuro. Ha ritenuto che una forza comunista, nell’attuale panorama europeo, potesse realisticamente disporre di un potenziale elettorale che gravitasse tra il 10 e il 15 per cento. Lo pensava Libertini, quando fondò il Prc: e non era andato lontano dal vero, prima che altri – qualcuno sin dall’origine dell’impresa meno convinto, qualcun altro arrivato più tardi – ci mettessero lo zampino (in proposito, non si rifletterà mai abbastanza sul peso che hanno nel corso storico le responsabilità dei gruppi dirigenti).
Due decenni fa eravamo convinti che una strategia comunista possibile e decisiva dovesse esprimersi (e ottenere consensi) in uno dei punti alti dello sviluppo capitalistico. Oggi, credo, si debba in parte aggiornare questa visione: c’è un mondo unificato dalla globalizzazione capitalistica. Le periferie sono «interne» ed «esterne» al Primo mondo e quello che avviene all’esterno riguarda molto più da vicino l’interno: basta vedere, per non fare che un esempio, il peso dei «fondi sovrani» cinesi nel sostegno all’equilibrio economico e finanziario anche dell’Occidente. Tuttavia, ritengo che un pezzo essenziale di quell’impostazione resti valido: una parte importante della partita si decide «al centro». Da questo punto di vista, occorre essere consapevoli del fatto che oggi non si può dire che esista una proposta comunista per le società cosiddette avanzate che sia articolata e compiuta. I conti con il passato non sono stati davvero fatti (intendo nel dettaglio di una riflessione scientifica sull’esperienza novecentesca); e l’idea di una società davvero alternativa al capitalismo è oggi più evocata che praticata. Avanzo la tesi che tale attuale deficit non dipenda tanto da un’intrinseca insufficienza delle finalità generali di chi si dichiara comunista (le quali, in estrema sintesi, sono sorrette dalla convinzione che, se resta questo modo di produzione, l’umanità è fottuta); quanto piuttosto da una fragilità del fattore soggettivo. Fragilità che ovviamente è anche il frutto di una dura sconfitta storica.
Tutto ciò è attualmente dentro i simboli e il nome del comunismo: per così dire, fa parte della sua storia contemporanea. Sappiamo che la situazione (ideologica) odierna non è soddisfacente; e sappiamo che nel mondo ci sono espressioni tra loro assai diverse del «comunismo». Ciò non impedisce di ritenere che i destini dei diseredati e del mondo come tale – oggi persino a maggior ragione – debbano essere affidati a questa prospettiva generale (che, come ho detto, andrebbe affinata e consolidata). Conseguentemente, non penso che ci si possa accomodare dentro un «campo» (che oggi non c’è); né che dei comunisti che operano in un Paese come l’Italia possano semplicemente funzionare da terminali di un coerente movimento comunista internazionale (che, in un senso rigoroso, non c’è). C’è invece – dove si è – da ricostruire un insediamento sociale, da ricucire un impianto ideale che sia patrimonio di larghe masse, da promuovere la forza di un «senso comune» (che purtroppo, oggi, i nostri avversari hanno rimodellato). E c’è anche, ovviamente, il necessario compito di curare i rapporti e mantenere un’attenzione particolare nei confronti delle forze comuniste che, a vario titolo, operano nel mondo. Anche quando si tratti di realtà che ci appaiono controverse. In definitiva, come sempre abbiamo sostenuto, noi distinguiamo tra un atteggiamento problematico e uno liquidatorio. Ci atteniamo al primo. Questa è stata e continua a essere la carta d’identità di «Essere comunisti».


16 gennaio 2009

Dacia Maraini : le immagini saranno più forti delle bombe

 

Tre, cinque giovani uomini camminano portando in braccio dei bambini avvolti in lenzuoli bianchi. Li tengono riparati come per difenderli dal freddo e dal vento, camminando in mezzo ai detriti. Ma da come cadono all'indietro le piccole teste sulle braccia dei giovani padri si capisce che quei bambini sono morti.
Due, tre donne se ne stanno sedute in quella che si indovina essere un'aula scolastica, con le pareti tappezzate di disegni infantili dai colori squillanti. Le donne stringono al petto dei fagotti avvolti in coperte colorate. Lì per lì potrebbero essere prese per delle madri che tengono in braccio i figli addormentati. Ma dal colore livido delle facce si capisce che sono bambini senza vita.
I giovani uomini camminano verso qualcosa che potrebbe essere una tomba, seguiti da altri uomini. Non gridano, non danno segno di dolore. Le donne nell'aula scolastica anche loro se ne stanno composte, sedute immobili con la testa china, i volti seri coperti da fazzoletti a fiori bianchi e neri.
Sono due fotografie che prendono a pugni lo stomaco, uscite sui giornali più popolari. Cosa ci dicono queste fotografie? Che il mondo sta uccidendo i suoi piccoli. Un segno che, quando appare nell'universo animale, è sintomo di una volontà di suicidio della specie. Uccidere bambini vuol dire sopprimere il futuro. E sopprimere il futuro vuol dire togliere di mezzo la speranza e la gioia di vivere.
Sappiamo quanto sia complicata e difficile questa guerra. Sappiamo che Israele è un Paese minacciato, non tanto dai palestinesi quanto da gran parte dei Paesi islamici, soprattutto dall'Iran che ha dichiarato piu volte di volerla distruggere. Certamente questo crea un irrigidimento della difesa ad oltranza. Ma sinceramente non crediamo che i bombardamenti ciechi che uccidono tanti civili, colpevoli solo di abitare in quella piccola striscia, sia un buon sistema per risolvere la questione.
Una prova di forza, lo capiamo. Ma quanto la forza militare riesce a risolvere le cose? Sono riuscite le bombe a pacificare un Paese come l'Iraq? Sono riuscite le bombe a liberare l'Afghanistan dai tirannici Talebani? La risposta abbastanza evidente è no. Possibile che queste esperienze recentissime non abbiano insegnato niente a un Paese civile come Israele?
Per fortuna molti israeliani in questi giorni stanno protestando contro questi bombardamenti. E non sono solo intellettuali, ma gente comune, di tutte le classi e tutte le età. I bombardamenti oltre che micidiali sono inutili. Più che inutili, decisamente dannosi per il futuro del Paese. Ognuno di questi bambini è un motivo di risentimento in più, un motivo di rabbia e uno sprone all'odio. Come non capire questo semplice meccanismo di causa ed effetto?



Qualcuno ha parlato di ingenuità. Sono ingenui i pacifisti, si dice. Il mondo procede solo per rapporti di forza. Quindi è inutile fare i buonisti quando tutto è rapina, dominio, vendetta, voglia di distruzione. Si salva solo chi si mostra più forte.
Ammettiamo che sia così. Che il mondo sia regolato solo dai rapporti di forza. E allora io dico che Israele sottovaluta pericolosamente la forza di quei piccoli corpi morti che colpiscono l'immaginazione di chi guarda. L'immaginazione ha una forza che non possiede nessuna bomba, nessun fucile, nessun razzo al mondo. L'immaginazione partorisce dolore. Il dolore partorisce giudizio. Il giudizio partorisce indignazione. La grande madre immaginazione, anche quando se ne sta nascosta e silenziosa, alla lunga non può che vincere sulla palese brutale forza degli esplosivi.


15 gennaio 2009

Ilan Pappe : la furia sacrificale di Israele e le sue vittime a Gaza

 La mia visita di ritorno a casa in Galilea è coincisa con l’attacco genocida israeliano contro Gaza. Lo stato, attraverso i suoi media e con l’aiuto del mondo accademico, ha diffuso una voce unanime - persino più forte di quella udita durante l’attacco criminale contro il Libano nell’estate del 2006. Israele è ancora una volta divorata da una furia sacrificale che traduce in politiche distruttive nella Striscia di Gaza. Questa autogiustificazione spaventosa per l’inumanità e l’impunità non è soltanto sconcertante, ma è un argomento sul quale soffermarsi se si vuole comprendere l’immunità internazionale per il massacro che infuria a Gaza.
E’ anzitutto fondata su bugie pure e semplici trasmesse con una neolingua che ricorda i giorni più bui dell’Europa del 1930. Ogni mezz’ora un bollettino d’informazioni su radio e televisione descrive le vittime di Gaza come terroristi e le uccisioni di centinaia di persone come un atto di autodifesa. Israele presenta sé stessa al suo popolo come la vittima sacrificale che si difende contro un grande demonio. Il mondo accademico è reclutato per spiegare quanto demoniaca e mostruosa è la lotta palestinese, se è condotta da Hamas. Questi sono gli stessi studiosi che demonizzarono l’ultimo leader palestinese Yasser Arafat nel primo periodo e delegittimarono il suo movimento Fatah durante la seconda intifada palestinese.
Ma le bugie e le rappresentazioni distorte non sono la parte peggiore di tutto questo. Quello che indigna di più è l’attacco diretto alle ultime tracce di umanità e dignità del popolo palestinese. I palestinesi di Israele hanno mostrato la loro solidarietà con il popolo di Gaza e ora sono bollati come una quinta colonna nello stato ebraico; il loro diritto a restare nella loro patria viene rimesso in dubbio data la loro mancanza di sostegno all’aggressione israeliana. Coloro che hanno accettato - sbagliando, secondo la mia opinione, di apparire nei media locali sono interrogati e non intervistati, come se fossero detenuti nelle prigioni dello Shin Bet. La loro apparizione è preceduta e seguita da umilianti rilievi razzisti e sono sottoposti all’accusa di essere una quinta colonna, un popolo fanatico e irrazionale. E ancora questa non è la pratica più vile. Ci sono alcuni bambini palestinesi dei Territori Occupati curati per cancro negli ospedali israeliani. Dio sa quale prezzo devono pagare le loro famiglie per poterli ricoverare. La radio israeliana va ogni giorno negli ospedali per chiedere ai poveri genitori di dire agli ascoltatori israeliani quanto è nel suo diritto Israele nel suo attacco e quanto demoniaco sia Hamas nella sua difesa.
Non ci sono confini all’ipocrisia che una furia sacrificale produce. I discorsi dei generali e dei politici si muovono in modo erratico tra gli autocompiacimenti da un lato sull’umanità che l’esercito mostra nelle sue operazioni “chirurgiche” e dall’altro sulla necessità di distruggere Gaza una volta per tutte, naturalmente in un modo umano.
Questa furia sacrificale è un fenomeno costante nella espropriazione israeliana, e prima ancora sionista, della Palestina. Ogni azione, sia essa la pulizia etnica, l’occupazione, il massacro o la distruzione è stata sempre rappresentata come moralmente giusta e come semplice atto di autodifesa commesso da Israele suo malgrado nella guerra contro la peggior specie di esseri umani. Nel suo eccellente volume “I risultati del sionismo: miti, politiche e cultura in Israele”, Gabi Piterberg esamina le origini ideologiche e la progressione storica di questa furia. sacrificale. Oggi in Israele, dalla destra alla sinistra, dal Likud a Kadima, dall’accademia ai media, si può ascoltare questa furia sacrificale di uno stato che è molto più indaffarato di qualsiasi altro stato al mondo nel distruggere e nell’espropriare una popolazione nativa. E’ molto importante esaminare le origini ideologiche di questo modo di comportarsi e derivare, dalla sua larga diffusione, le conclusioni politiche necessarie.
Questa furia sacrificale costituisce uno scudo per la società e per i politici in Israele da ogni biasimo o critica esterna. Ma ancora peggio, si traduce sempre in politiche di distruzione contro i palestinesi. Senza nessun meccanismo interno di critica e senza nessuna pressione esterna, ogni palestinese diventa un obiettivo potenziale di questa furia. Data la potenza di fuoco dello stato ebraico può soltanto finire in più massicce uccisioni, massacri e pulizia etnica.
L’assenza di una qualsiasi moralità è un potente atto di auto-negazione e di giustificazione. Ciò spiega perché la società israeliana non può essere modificata da parole di saggezza, di persuasione logica o di dialogo diplomatico. E se non si vuole usare la violenza come mezzo di opposizione, c’è soltanto un modo per andare avanti: sfidare frontalmente questa assenza di moralità come una ideologia diabolica tesa a nascondere atrocità umane. Un altro nome per questa ideologia è Sionismo e l’unico modo di contrastare questa assenza di moralità è il biasimo a livello internazionale del sionismo, non solo di particolari politiche israeliane. Dobbiamo cercare di spiegare non solo al mondo, ma anche agli stessi israeliani che il sionismo è un’ideologia che comporta la pulizia etnica, l’occupazione e ora massicci massacri. Ciò che occorre ora non è tanto una condanna del presente massacro. ma anche la delegittimazione dell’ideologia che ha prodotto tale politica e la giustifica moralmente e politicamente. Speriamo che importanti voci nel mondo possano dire allo stato ebraico che questa ideologia e il comportamento complessivo dello stato sono intollerabili e inaccettabili e che, sino a quando persisteranno, Israele sarà boicottato e soggetto a sanzioni.
Ma non sono ingenuo. So che anche il massacro di centinaia di innocenti palestinesi non sarà sufficiente per produrre questa modificazione nella pubblica opinione occidentale; è anche più improbabile che i crimini commessi a Gaza muovano i governo europei a mutare la loro politica nei confronti della Palestina.
Ma noi non possiamo permettere che il 2009 sia un altro anno, meno significativo del 2008, l’anno di commemorazione della Nakba, che non sia riuscito a realizzare le grandi speranze che noi tutti avevamo, per la sua potenzialità, di trasformare il comportamento del mondo occidentale verso la Palestina e i palestinesi.
Pare che persino il più orrendo dei crimini, come il genocidio a Gaza, sia trattato come un evento separato, non connesso con nulla di ciò che è già avvenuto nel passato e non associato ad una ideologia o a un sistema. In questo nuovo anno, noi dobbiamo tentare di riposizionare l’opinione pubblica nei confronti della storia della Palestina e dei mali dell’ideologia sionista come i mezzi migliori sia per spiegare le operazioni genocide come quella in corso a Gaza sia per prevenire cose peggiori nel futuro.



Questo è già stato fatto, a livello accademico. La nostra sfida maggiore è quella di trovare un modo efficace di spiegare le connessioni tra l’ideologia sionista e le politiche di distruzione del passato con la crisi presente. Può essere più facile farlo mentre, in queste terribili circostanze, l’attenzione mondiale è diretta ancora una volta verso la Palestina. Potrebbe essere ancora più difficile quando la situazione sembra essere “più calma” e meno drammatica. Nei momenti “di quiete”, l’attenzione di breve durata dei media occidentali metterebbe ai margini ancora una volta la tragedia palestinese e la dimenticherebbe sia per gli orribili genocidi in Africa o per la crisi economica e per gli scenari ecologici apocalittici nel resto del mondo. Mentre i media occidentali non sembrano molto interessati alla dimensione storica, soltanto attraverso una valutazione storica si può mostrare la dimensione dei crimini commessi contro i palestinesi nei sessanta anni trascorsi. Perciò il ruolo degli studiosi attivisti e dei media alternativi sta proprio nell’insistere su questi contesti storici. Questi attori non dovrebbero smettere di educare l’opinione pubblica e, si spera, di influenzare qualche politico più onesto a guardare ai fatti in una prospettiva storica più ampia.
Allo stesso modo, noi possiamo essere in grado di trovare un modo più adeguato alla gente comune, distinto dal livello accademico degli intellettuali, per spiegare chiaramente che la politica di Israele - nei sessanta anni trascorsi - deriva da un’ideologia egemonica razzista chiamata sionismo, difesa da infiniti strati di furia sacrificale. Nonostante l’accusa scontata di antisemitismo e cose del genere, è tempo di mettere in relazione nell’opinione pubblica l’ideologia sionista con il punto di riferimento storico e ormai familiare della terra: la pulizia etnica del 1948, l’oppressione dei palestinesi in Israele durante i giorni del governo militare, la brutale occupazione della Cisgiordania e ora il massacro di Gaza. Come l’ideologia dell’apartheid ha spiegato benissimo le politiche di oppressione del governo del Sud-Africa, questa ideologia – nella sua variante più semplicistica e riflessa, ha permesso a tutti i governi israeliani, nel passato e nel presente, di disumanizzare i palestinesi ovunque essi fossero e di combattere per distruggerli. I mezzi sono mutati da un periodo all’altro, da un luogo all’altro, come ha fatto la narrazione che ha nascosto queste atrocità. Ma c’è un disegno chiaro che non può essere solo fatto oggetto di discussione nelle torri d’avorio accademiche, ma deve diventare parte del discorso politico nella realtà contemporanea della Palestina di oggi.
Alcuni di noi, in particolare quelli che si dedicano alla giustizia e alla pace in Palestina, inconsciamente evitano questo dibattito, concentrandosi, e questo è comprensibile, sui Territori Palestinesi Occupati (OPT) - la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Lottare contro le politiche criminali è una missione urgente. Ma questo non dovrebbe trasmettere il messaggio che le potenze occidentali hanno adottato volentieri su suggerimento israeliano, che la Palestina è soltanto la cisgiordania e la Striscia di Gaza e che i palestinesi sono solo la popolazione che vive in quei territori. Dovremmo estendere la rappresentazione della Palestina geograficamente e demograficamente raccontando la narrazione storica dei fatti dal 1948 in poi e richiedere diritti civili e umani eguali per tutte le persone che vivono, o che erano abituati a vivere, in quella che oggi è Israele e i Territori Occupati.
Ponendo in relazione l’ideologia sionista e le politiche del passato con le atrocità del presente, noi saremo in grado di dare una spiegazione chiara e logica per la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Sfidare con mezzi non violenti uno stato ideologico che si autogiustifica moralmente, che si permette, con l’aiuto di un mondo silenzioso, di espropriare e distruggere la popolazione nativa di Palestina, è una causa giusta e morale. E’ anche un modo efficace di stimolare l’opinione pubblica non soltanto contro le attuali politiche genocidarie a Gaza, ma, si spera, anche a prevenire future atrocità. Ancora più importante di ogni altra cosa ciò dovrebbe far sfiatare la furia sacrificale che soffoca i palestinesi ogni volta che si gonfia. Ciò aiuterà a porre fine alla immunità dell’occidente a fronte dell’impunità di Israele. Senza questa immunità, si spera che sempre più la gente in Israele cominci a vedere la natura reale dei crimini commessi in loro nome e la loro furia potrebbe essere diretta contro coloro che hanno intrappolato loro e i palestinesi in questo ciclo non necessario di massacri e violenza.


15 gennaio 2009

Mariuccia Ciotta : ma chi è antisemita ?

 

Vediamo i corpi maciullati e sentiamo le ferite, non c'è nessun'altra notizia oggi da «prima pagina», e invidiamo, chi, molti giornali, parlano d'altro, immunizzati da un dolore pervasivo alimentato dalle immagini irriproducibili inviate dalle agenzie e on line. Non sono fotografie di guerra ma di un massacro, non sono l'atto di difesa di una nazione ma una rappresaglia, che giustifica il disumano. La percezione del dolore ha una doppia identità, c'è qualcosa che va al di là della visione dell'orrore, non solo i bambini (un terzo delle vittime), non solo gli uomini e le donne accatastati come rifiuti, c'è un'altra inquietudine che ci prende di fronte alla notizia, fonte Onu, della casa stipata di palestinesi e poi bombardata, eliminazione sistematica, macello programmato. Qualcosa che dice come tutta l'azione armata israeliana sia sotto il segno della «punizione» indiscriminata, non più «effetti collaterali», civili uccisi per accidente mentre l'obiettivo è Hamas, piuttosto la deliberata intenzione di fare strage del nemico inteso come popolo intero. E che tutto questo avvenga per calcoli elettorali - la dimostrazione che Olmert, Livni e Barak sono più muscolosi di Netanyahu - e per anticipare la presidenza Obama, dà la misura di qualcosa di molto diverso dal diritto di Israele alla difesa.



Gaza siamo noi, abbiamo detto, è giusto. Identificarsi con le vittime, però, è facile. Il problema è che Israele siamo noi. Chi ci accusa (Polito ieri sul Riformista, con argomentazioni taroccate) di dare spazio a sentimenti antisemiti quando critichiamo la politica di massacro israeliana, si trova a condividere la corruzione di un'entità materiale e simbolica che ci appartiene. Abdica a se stesso perché Israele fa parte della nostra storia, la sua memoria è la nostra, nasce dentro l'Europa ne è l'estensione. Come si può non vedere che quell'indiscutibile diritto degli ebrei alla loro terra è minato innanzitutto dai loro governanti e da chi indulge nella giustificazione della barbarie? Invece di riproporre il solito ritornello di chi è contro e pro lo stato di Israele, di giocare a chi ha cominciato prima, perché non si difendono i principi e gli ideali che sessant'anni fa hanno dato ai sopravvissuti del nazismo un luogo per vivere? E che non avrebbe dovuto toglierlo ad altri.
È la cultura della morte adesso a prevalere, la dissipazione di un comune sentimento di opposizione allo sterminio. Le manifestazioni che ieri hanno attraversato il continente europeo sono un gesto di rifiuto, un altolà al cinismo politico che attende i risultati della carneficina. Chi ha vinto e chi ha perso. La striscia di Gaza è una tomba dove giacciono le nostre speranze. E non ci sarà nessuno che senza vergogna potrà equivocare il vero significato della mobilitazione generale perché si fermi la mattanza, in assenza di un'iniziativa dell'occidente, prima di tutto dell'America, che il presidente eletto vuole ricondurre alla democrazia dopo otto anni di violazione dei diritti umani, prolungati dalla scia di sangue in Palestina. Il mondo dovrà ripartire da lì, dai quei 360 km quadrati di territorio, per conquistarsi il diritto al futuro.


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