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11 giugno 2009

Nicolò Bellanca : la politica delle coalizioni per la sinistra italiana

 La politica delle coalizioni è, suggerisce Cristiano Antonelli[1], uno strumento decisivo per una strategia non subalterna della sinistra italiana. Nel secondo dopoguerra, egli sostiene, abbiamo avuto due elaborazioni volte a rivendicare un ruolo di governo per le forze progressiste. La prima ha avuto, durante gli anni sessanta, nella Rivista Trimestrale di Claudio Napoleoni e Franco Rodano la sua maggiore sede di analisi. Essa argomentava che i ceti improduttivi distorcevano a proprio favore la distribuzione delle risorse, indebolendo la crescita nazionale. Quali percettori di rendite, tali ceti si annidavano specialmente nei settori, come quello immobiliare e quello del commercio, non esposti alla concorrenza del mercato comune europeo. Ciò, elevando i prezzi interni, riduceva il potere d’acquisto delle masse dei salariati, spingendoli a chiedere elevamenti retributivi che abbassavano l’efficienza delle imprese esportatrici. Rompere questa spirale viziosa era una formidabile opportunità per rilanciare la modernizzazione del paese: in nome della lotta alle rendite, un’alleanza tra il proletariato e la borghesia industriale avrebbe aumentato i salari in corrispondenza agli incrementi della produttività; l’accresciuta domanda solvibile avrebbe, a sua volta, favorito l’espansione dell’offerta industriale, con un’ulteriore innalzamento dell’efficienza.

La seconda elaborazione si colloca negli anni ottanta. È il modello dell’alleanza dei ceti produttivi, che si realizza nelle regioni dell’Italia centrale e che viene teorizzato soprattutto (anche se Antonelli non li cita) da Giacomo Becattini e Sebastiano Brusco. Stavolta la coalizione di interessi non si forma in negativo, ossia contro i rentiers: essa nasce per progettare il futuro e valorizzare gli agenti eterogenei che animano i distretti industriali. Artigiani, ex mezzadri, microimprenditori, salariati, s’impegnano lungo un processo di innovazione che è socio-istituzionale prima ancora che economico. Consapevoli che è terminata la lunga rincorsa basata sulle opportunità fornite dal ritardo tecnologico italiano, e che occorre realizzare forme di efficienza dinamica, questi ceti ricercano tra loro, con la regia politica della sinistra locale, una complementarità ex-post, la quale, a differenza di quella ex-ante del primo schema, non esiste già nelle circostanze date, ma va inventata e costruita.

Qui giungiamo agli snodi cruciali dell’interpretazione di Antonelli. «La sinistra a livello nazionale non seppe raccogliere e forse comprendere le potenzialità e la carica innovativa che si era sedimentata nella pratica locale. Di fatto quell’esperienza non seppe uscire dal suo ambito regionale. […] La crescita del Nord-Est avvenne senza che la sinistra potesse contribuire. [Nelle] regioni meridionali, il mito della grande fabbrica nelle industrie di base ad elevata intensità capitalistica prese drammaticamente il sopravvento» (pp.12-13). Dagli anni novanta, inoltre, sopraggiunge l’economia dei servizi e della conoscenza. La sinistra non coglie il cambiamento strutturale, leggendolo anzi sul solo versante della contrazione della base manifatturiera e della diminuzione dell’intensità capitalistica della produzione. In particolare, le sfugge la dinamica di un mercato del lavoro che si bipolarizza tra nuove categorie professionali che emergono e vecchie che vedono contrarsi prospettive occupazionali e retributive. Tra le vecchie, accanto agli operai, stanno ampie fette dei ceti medi, che restano estranee alle nuove forme di generazione della ricchezza e che subiscono spesso una mobilità sociale discendente. D’altra parte, alla sinistra sfugge che il paese riesce, pur tra gravi disuguaglianze, a cavalcare il mutamento, continuando a creare ricchezza e innovazione. Rischia così di consumarsi una sorta di vendetta storica: la sinistra che mezzo secolo fa lottava contro le rendite, organizza oggi una coalizione in difesa di rendite e posizioni acquisite, nei servizi pubblici così come nell’industria sindacalizzata.



Bisogna progettare, conclude Antonelli, la formazione di una coalizione per la crescita, che si proponga di: a) sostenere la parte del lavoro dipendente travolta dal cambiamento strutturale; b) valorizzare i nuovi ceti produttivi imperniati sulle professioni liberali e su microimprese di servizi avanzati; c) promuovere l’accumulazione del capitale umano capace di innovare; d) organizzare il territorio come fattore produttivo e bene di consumo finale.

Sulle stimolanti tesi di Antonelli vorrei avanzare quattro riflessioni, che vogliono provare a intendere meglio sotto quali condizioni effettive la sua politica delle coalizioni potrebbe avviarsi.

La Fondazione Symbola, per la promozione delle eccellenze italiane nel mondo, ha sintetizzato con piglio giornalistico i termini della nostra situazione. In Italia si contrapporrebbero 4A buone a 4D cattive. Le forze positive sarebbero i settori che trainano l’export dell’economia (nella quota mondiale delle esportazioni, l’Italia è, tra i paesi europei, seconda solo alla Germania): Abbigliamento-moda, Arredo-casa, Alimentari-vini e Automazione meccanica. Le forze malvagie sarebbero i pesi che rallentano la crescita: Debito pubblico (il terzo dopo quello di Giappone e Stati Uniti), Deficit energetico (tra il 2001 e il 2006 la bolletta energetica italiana è salita da 18,8 a 50 miliardi di euro), Divario nord-sud (il sud ha il 35% della popolazione, ma solo l’8% di export) e Differenziale fiscale (l’incidenza delle tasse sul PIL è tra le più elevate). Se potessimo davvero dividere con nettezza i buoni dai cattivi, creare e attuare una politica delle coalizioni sarebbe un gioco da bambini. Ma la diagnosi di Antonelli – secondo cui i massimi mali italiani sono l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche e il tessuto produttivo chiuso all’innovazione, agli investimenti esteri e alle nuove generazioni – è seria e quindi solleva difficoltà. Essa, se coerentemente perseguita, richiederebbe anzitutto interventi di modernizzazione degli enti pubblici e del sistema delle relazioni industriali. Il che comporterebbe che il ceto politico dei partiti e dei sindacati della sinistra dovrebbe tagliare i ponti con (parte almeno de)i gruppi sociali e (de)i quadri istituzionali che, come rileva lo stesso Antonelli, ne supportano l’esistenza. Ciò talvolta succede in situazioni traumatiche che facilitano l’affiorare di nuove leadership. Ma è arduo immaginare quale livello di trauma occorrerebbe, considerando che nemmeno la sparizione dal parlamento della sinistra più radicale, o la sequenza di sconfitte del neonato Partito democratico, sono finora riuscite a provocare significativi rinnovamenti del ceto politico dirigente.

In secondo luogo, la sua diagnosi comporterebbe drastiche misure di riorganizzazione del capitalismo italiano, nel quale «le grandi imprese non sono ancora riuscite a darsi una forma di governo societario realmente diverso da quello familiare» (Ugo Pagano, “Mercato, confronto di sistemi capitalistici”) e le imprese distrettuali appaiono sovente inadeguate a fronteggiare le più recenti traiettorie di cambiamento (si veda Gabi Dei Ottati, “Distretti industriali italiani e doppia sfida cinese”, in corso di stampa su QA Rivista dell’Associazione Rossi-Doria). Qui la domanda diventa: è possibile formare un’alleanza tra distretti e grandi aziende innovatrici contro distretti e grandi aziende che si limitano a sopravvivere? Va rimarcato che siamo su un terreno diverso dai casi storici menzionati. Negli anni 1960 i ceti produttivi lottavano contro i redditieri, negli anni 1980 alcuni sistemi economici locali si autorganizzavano; adesso avremmo invece che imprese o distretti simili tra loro per molti decisivi aspetti dovrebbero scontrarsi per differenziare le rispettive traiettorie evolutive. Ma un “capitalismo contro se stesso” è poco credibile, per le medesime ragioni per cui (al punto precedente) possiamo poco confidare in un “ceto politico di sinistra contro se stesso”.

In terzo luogo, Antonelli evoca la nozione di egemonia che, in Gramsci e dopo, indica la ricerca di consenso tra gruppi sociali mediante una leadership intellettuale e morale. Ciò, tuttavia, non può sempre ottenersi tramite un rawlsiano “consenso per intersezione”; al contrario appare plausibile, lungo la linea argomentativa svolta, che una riforma delle amministrazioni pubbliche e della governance del capitalismo nostrano possano realizzarsi con strategie che, proprio al fine di innescare nuove alleanze, inizino separando/opponendo certi gruppi da/ad altri.

Infine, la leadership intellettuale e morale non si improvvisa. La nostra società civile ha idee e persone all’altezza del compito. Ma le idee vanno valorizzate, le persone incentivate a “scendere in campo”, ed entrambe, idee e persone, vanno messe nella condizione di avere impatto. Il modo migliore per riuscirvi sta, a mio avviso, nel “rompere le righe”: nell’opporre conflittualmente certe strategie ad altre, certi gruppi ad altri. Come ci ha spiegato Albert Hirschman, sia i mercati che la democrazia hanno quali pilastri i conflitti, che svolgono insostituibili funzioni costruttive e trasformative. Nell’Italia odierna, essere riformisti/progressisti equivale ad essere conflittualisti


2 maggio 2009

E' uscito il nuovo libro di Emiliano Brancaccio

Per maggiori informazioni andate qui


3 marzo 2009

Anti-Blanchard : un tentativo di approfondimento

La madre di Carrie, punta dal puntiglio di un povero insetto, sogna un bel lanciatore di coltelli. Le auguriamo maggior fortuna. Passiamo alle argomentazioni svolte dal suo alter-ego. 


Ci si crede api operose, ma ci si scopre vespe fastidiose


1) Laclaire può forse avere ragione nel dire che dal modello di Blanchard non si desume che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la produzione, ma può negare che dal modello di Blanchard si possa desumere che la diminuzione dei prezzi faccia aumentare la domanda?

Eppure sembra che Brancaccio neghi (o limiti) proprio la relazione tra diminuzione dei prezzi ed aumento della quantità domandata:

cioè nella relazione (dimP implica aumZ implica aumY), Laclaire si concentra sulla seconda relazione (aumZ implica aumY), mentre Brancaccio sulla prima relazione (dimP implica aumZ) e quindi non ha bisogno di introdurre la curva dell’offerta per argomentare che la diminuzione dei prezzi non provochi un aumento della domanda e quindi della produzione (il fatto che l’aumento della domanda non provoca necessariamente un aumento della produzione non implica che non ci sia un rapporto altrettanto incerto tra discesa dei prezzi ed aumento della domanda).

Ovviamente la presunta confusione (grave, assai grave!) tra spostamento lungo la curva e spostamento della curva si avrebbe solo se Brancaccio effettivamente dicesse quello che Laclaire gli fa dire, ma probabilmente Brancaccio (come ho tentato di spiegare) non intende approfondire questo punto.

 

2) Il “tutt’altro” a cui accenna Laclaire (la liquidity preference) in realtà è trattato da Brancaccio a pagina 45-46 delle sue dispense, proprio come uno dei problemi relativi al legame tra diminuzione dei prezzi, abbassamento dei tassi d’interesse ed aumento della domanda. Dunque non è vero che la spiegazione keynesiana venga buttata. Anzi, l’idea della AD verticale è proprio l’esemplificazione diagrammatica dell’effetto teorico che molteplici critiche alla concezione neoclassica hanno motivato.

 

3) Quando poi discute dell’accezione di “naturale” nel campo dell’economia, Laclaire cade  a mio parere in un atteggiamento superficiale, definendo il tasso di occupazione naturale come quello oltre il quale una ulteriore espansione produce inflazione. In tal modo l’ulteriore espansione produce inflazione così come una ghiandola secerne un ormone senza evidenziare gli step esistenti tra un fenomeno e l’altro e le scelte economiche consapevoli che determinano l’inflazione stessa.

Che Laclaire giochi a fare l’indiana e faccia retorica  si evidenzia anche dal fatto che, quando riporta un passo di Brancaccio a pagina 54 dell’AntiBlanchard sostituisce “segue mumbo jumbo del perché lo è” alla frase “ciò sta ad intendere, come sappiamo, che a causa della trappola della liquidità e della scarsa sensibilità degli investimenti al tasso d’interesse…”. Tale sostituzione evita a Laclaire di doversi ringoiare l’affermazione che Brancaccio abbia buttato la spiegazione keynesiana in nome di un errore tecnico e non interpretativo (in questo frangente la pretesa di distinguere le due cose è un altro segno della retorica saccente e formalista di Laclaire).

A proposito di tale posizione Laclaire dice che il fatto che l’aumento di P non ha effetto depressivo su domanda e produzione non ha niente a che vedere con la verticalità di AD, in quanto un aumento di P aumenta a sua volta la produzione e perché la domanda è stata aumentata d’imperio con una manovra espansiva. Laclaire dimentica di dire che non è l’aumento di P ad aumentare la produzione, ma lo stesso aumento della domanda causato dalla manovra espansiva, mentre l’aumento di P è successivo all’aumento di domanda e della produzione e sarebbe causato dalla spirale inflattiva. E qui viene verificata la tesi di Brancaccio che l’aumento di P non ha nessun effetto depressivo su domanda e produzione, e non al momento in cui inizia la manovra espansiva come capziosamente sembra far credere Laclaire. L’apparente legame immediato tra Y e P (esemplificato dal diagramma della curva di offerta aggregata AS) passa in realtà (come si desume dalla spiegazione data da Brancaccio a pagina 20)  per l’aumento dell’occupazione necessaria a realizzare la produzione in eccesso, per il rafforzamento dei lavoratori e per l’aumento del salario monetario richiesto. Laclaire invece, misticamente rapita dalla visione del modello, intende tale relazione (intuitiva, a guardare il diagramma) come immediata e questo a mio parere la porta fuori strada.

Laclaire mi pare si confonda anche quando dice che l’aumento di Y è permanente a condizione che l’offerta sia originariamente elastica e non verticale. Essa dimentica che l’AD verticale rappresenta la domanda aggregata e non l’offerta che per Brancaccio può benissimo essere elastica.

 

4) Laclaire poi analizza il caso dell’innalzamento della conflittualità esemplificato da pagina 55 a pagina 57 dell’AntiBlanchard. Qui la sua idolatria per i diagrammi raggiunge il parossismo: Brancaccio dice “di conseguenza la AS trasla in alto…” dove il “di conseguenza” è un modo colloquiale per introdurre la corrispondenza dello scaricamento degli aumenti salariali sui prezzi a livello di diagramma. La sacerdotessa dei modelli (che basta guardarli perché ti parlino, un po’ come la Signora di Lourdes a Bernadette Soubirous) invece prende alla lettera il “di conseguenza” e s’incarta su chi nasce prima, l’uovo o la gallina, dicendo che la traslazione della AS verso l’alto (che, precisa, in realtà è verso sinistra, si badi bene! Ma come fa a fare queste precisazioni? Io direi che si sposta in alto a sinistra, come il grande Partito Comunista…) avviene non quando gli aumenti di W sono scaricati su P, ma quando gli aumenti di W sono superiori a quelli di P. Laclaire illustra anche un ulteriore possibilità per le imprese, cioè quella di contrarre l’offerta ed identifica tale contrazione con lo spostamento di AS, dicendo che, nel caso della spirale inflazionistica, AS non si sposta da nessuna parte perché il caso in cui W aumenta come P è già contenuto nell’aumento di P dovuto all’espansione descritto in precedenza (qui Laclaire dimentica che nel diagramma a pagina 56 la politica espansiva non c’entra niente)

Qui ed in tutta l’argomentazione che segue a me sembra che Laclaire confonda il livello dei prezzi con l’inflazione: se aumentano i salari monetari aumenta anche il livello dei prezzi (sempre che, come argomenta Laclaire, P sia comprensivo di W) e se le imprese scaricano l’aumento di W sui prezzi dei beni prodotti, P (e cioè il livello dei prezzi) aumenta ancora e nessun fenomeno neutralizza tale aumento ( scaricare l’aumento di W sul prezzo dei beni prodotti può al massimo neutralizzare l’effetto dell’aumento di W, ma non scongiurare l’aumento complessivo di P).

Comunque da questa pippa se ne esce solo dicendo che, quale che sia l’aumento del salario monetario,c’è da parte delle imprese uno scarico sui prezzi dei beni prodotti e questo diventa, mantenendo AD verticale, ininfluente per domanda e produzione.

La verticalità di AD, lungi dall’essere una novità irrilevante nella discussione è la traduzione a livello di diagramma sia delle critiche di Keynes e degli economisti post-keynesiani al paradigma neoclassico (v. pag.) sia delle tesi sul carattere non assolutamente esogeno del markup.

Sulla questione del carattere esogeno o endogeno del markup o di altri parametri, Laclaire fa una grande confusione in quanto una volta dice che il parametro ‘z’ è esogeno per Brancaccio, poi una volta corretta, dice che è endogeno. La sua è una lettura superficiale in quanto Brancaccio dice che markup e parametro ‘z’ di conflittualità non debbono più essere considerati entrambi esogeni.

 

5) Alla fine Laclaire ci propina la sua verità: la conflittualità va posta a livello di produzione ed ogni volta che la produzione si contrae o è anelastica ne risentono contemporaneamente salari ed occupazioni. Naturalmente il fatto che AD essendo verticale permetta all’offerta di non contrarsi è per Laclaire del tutto indifferente. In realtà l’offerta aggregata AS è una variabile dipendente da P e da Y, (cioè dal livello dei prezzi e dalla produzione) almeno nel grafico considerato ed a meno che non si voglia accettare la tesi di Brancaccio che i rapporti di forza tra le classi determinino quali variabili siano esogene e quali endogene. Il fatto che le imprese possano contrarre la produzione è proprio in un certo senso la conferma del fatto che il conflitto condiziona le scelte : il sistema delle imprese potrebbe scegliere di diminuire il markup, ma non lo fa e per evitare un rafforzamento dei lavoratori diminuisce la produzione, oppure scatena la spirale inflattiva.

Dire però che il conflitto stia tutto nell’evitare che la produzione si contragga è un assoluta mistificazione e così pure tradurre Marx come uno che agisce a livello di organizzazione sociale della produzione, senza sottolineare che ciò vuol dire mutare i rapporti di proprietà e dare facoltà di decidere come, quando e quanto produrre.

 


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