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11 ottobre 2010

La sintesi neoclassica : il modello IS-LM

Il modello costruito fu chiamato IS-LM e molti videro in esso uno strumento utile, sia per individuare le condizioni necessarie per raggiungere l’equilibrio di piena occupazione, sia per scoprire le cause della disoccupazione o dell’inflazione. Tale modello teneva in esplicita considerazione le tre fondamentali propensioni descritte da Keynes (consumo, investimento, liquidità). Esso risulta pienamente compatibile tanto con il principio della domanda effettiva, che individuava in una caduta degli investimenti la responsabilità della crisi, quanto con l’idea che il reddito (e non i prezzi) svolgesse la funzione di meccanismo di riequilibrio. La riformulazione delle tesi keynesiane mediante ipotesi più generali di quelle di Keynes e proprie degli schemi di equilibrio economico generale, consentiva anche d’inserire nell’analisi macroeconomica sviluppi analitici che, pur non presenti nell’opera di Keynes avrebbero arricchito e rafforzato la teoria della domanda effettiva. Tali sviluppi riguardavano tre parti dell’anali keynesiana :

·         La funzione del consumo

·         La domanda di moneta

·         La relazione tra livello di occupazione e livello dei prezzi

 

Per quanto riguarda la funzione del consumo Keynes aveva ipotizzato una funzione del consumo molto semplificata e stabile nella quale le scelte di consumo e di risparmio dipendevano unicamente dal reddito corrente. Le analisi successive misero in discussione la stabilità di questa funzione e conseguentemente l’esistenza stessa di una relazione di proporzionalità da reddito corrente e consumo corrente. Duesemberry aveva osservato che in molti casi, al variare del reddito, i consumatori non adeguavano istantaneamente il consumo, ma rimanevano legati allo standard di vita precedente. Questa tesi fu approfondita e si giunse alla conclusione che i soggetti, pur in presenza di variazioni del reddito, non avrebbero modificato le proprie abitudini di consumo fino a quando non mutava il gruppo sociale di riferimento. Viceversa, allorché l’incremento del reddito era sensibile ed il modello di consumo da imitare diventava quello della fascia sociale superiore, il consumo sarebbe aumentato. Tendenzialmente sarebbe risultato che nel lungo periodo veniva confermata la tesi di Keynes della proporzionalità tra consumo e reddito mentre nel breve veniva evidenziata una sorta di vischiosità che rendeva poco sensibili le variazioni del consumo alle variazioni del reddito.

 

 

Pochi anni dopo la tesi della scarsa reattività del consumo di breve periodo fu ripresa da Modigliani e Brumberg nella teoria del ciclo vitale. Secondo costoro gli individui, nel decidere la quota di reddito da consumare in ciascun momento della propria vita lavorativa, più che al reddito corrente facevano riferimento ad altre variabili rilevanti in un orizzonte temporale più ampio (la lunghezza della vita attesa, il rimanente numero di anni di lavoro, la probabilità di ricevere un reddito non da lavoro). Ciò posto ciascun individuo, in forza del principio dell’utilità marginale decrescente ed in un ottica di massimizzazione dell’utilità intertemporale, avrebbe fissato come obiettivo una distribuzione uniforme del consumo nel corso della propria vita, con la conseguenza che negli anni produttivi, presumibilmente quelli centrali, avrebbe avuto una elevata propensione al risparmio in modo da accedere al livello stabilito di consumo negli anni della vecchiaia.

Molto simile alla precedente nella tesi proposta nonché nell’intenzione che rimase quella di individuare le debolezze della relazione reddito corrente – consumo corrente fu la teoria di Friedman sul reddito permanente. Questo studioso riprese la distinzione tra motivazioni di lungo periodo e di breve periodo delle scelte di consumo e confermò l’ipotesi della instabilità nella funzione del consumo del breve periodo. Inoltre la portata teorica del moltiplicatore risultò ridimensionata a ragione del fatto che nell’analisi di Friedman il consumo non era più posto in diretta relazione al reddito corrente (a sua volta estremamente sensibile alle variazioni delle componenti autonome della domanda aggregata), bensì alla stima che ciascun soggetto effettuava del proprio reddito permanente.

 


28 settembre 2010

La crisi degli anni Settanta apre alla rivoluzione tecnologica

Il vigore dell’accumulazione del capitale nel corso degli anni ’50 e ’60 conduce all’ascesa della potenza di imprese gigantesche multi nazionalizzate ed in forte competizione sul mercato mondiale (in rapporto con il declino relativo del predominio internazionale degli Usa). Ciò si traduce nel sensibile aumento del tasso di accumulazione, di concentrazione industriale e di internazionalizzazione del capitale, ma conduce anche (in concomitanza con i fattori già citati) ad una riduzione della sua redditività : è il ritorno del fenomeno di sovraccumulazione del capitale, annunciatore di crisi. Questo processo assume rapidamente l’aspetto di una transnazionalizzazione delle imprese interessate e delle economie industrializzate. Da una parte queste economie sono attraversate da flussi di merci, servizi, capitali, uomini ed informazioni con un’apertura senza precedenti sul mercato mondiale. D’altra parte la logica di funzionamento dell’accumulazione del capitale supera le basi nazionali e le strategie delle grandi imprese vengono concepite fin dall’inizio come strategie mondiali.

 

 

Ne risulta una parziale industrializzazione di una parte del terzo mondo, frutto dell’espansione e della concorrenza delle imprese transnazionali che trapiantano in certi paesi le loro attività più banalizzate. Di qui una tendenza ad una nuova divisione internazionale tra industrie di punta ed industrie mature, parallelamente ad una forte gerarchizzazione e ad una perdita di coerenza dei sistemi produttivi nazionali. Questi si trovano esposti ad una concorrenza esasperata e rinnovata nel suo contenuto, concorrenza che giunge fino a mettere in questione la rigidità dell’organizzazione fordista della produzione. La contraddizione essenziale deriva qui dal fatto che questo processo di transnazionalizzazione rimette in discussione e destabilizza i complessi modi di regolazione la cui efficacia dipendeva sino ad allora dalla loro coerenza entro delle economie nazionali, tanto per quel che concerne il ruolo degli oligopoli stabilizzati, che per quanto concerne le forme specifiche del fordismo e delle politiche di regolazione congiunturale. Queste ultime non hanno effetto che nella misura in cui gli stati possono controllare dei flussi nazionali significativi. Abbiamo qui il secondo grande fattore esplicativo dell’inversione della congiuntura lunga.

Mentre il modo di accumulazione, efficace nel periodo di espansione lungo si trova minato dall’interno dalla forza crescente dei salariati, il suo stesso successo viene così a porre in questione il potente modo di regolazione sul quale si regge. La convergenza di questi due processi conduce ad una vera implosione dell’ordine produttivo senza che tuttavia si assista al crollo delle economie interessate. E la crisi può giocare pienamente il suo ruolo di laboratorio sociale ed economico sulla base di un profondo spostamento dei rapporti di forza tra lavoro e capitale e di conflitti economici di grande portata sul mercato mondiale. L’insieme di ciò che costituiva l’equilibrio dinamico del periodo precedente è che conteneva l’innovazione nei limiti del socialmente tollerabile, si trova profondamente messo in discussione. L’innovazione fondamentale può avere libero corso in tutti i campi, quale che ne sia il costo sociale : la modernizzazione industriale e il correlativo aumento della disoccupazione lo testimoniano. La disoccupazione è il prezzo da pagare da parte dei lavoratori e della società per questo tipo di modernizzazione.

La depressione lunga ritrova così la sua funzione classica, la posta che essa mette in gioco per il capitale è la stessa : elaborare e mettere in atto nuove basi tecniche ed industriali, economiche e sociali. La depressione dovrebbe poter dare alla luce (come alla fine dell’800 e come negli anni ’30) forme nuove di rapporto salariato tali da assicurare risultato economico e ripristino del controllo sulle forze di lavoro. Nello stesso tempo e correlativamente, essa dovrebbe poter pervenire a dare forma alle rivoluzioni tecnologiche che premono dall’inizio degli anni ’70 ed hanno considerevoli poste in gioco.

 


10 settembre 2010

L'analisi marxista francese della stagflazione

In Francia gli economisti che si rifanno a Marx si dividono in due correnti :

·         Il gruppo di de Bernis secondo il quale bisogna iniziare da due leggi del profitto e cioè la tendenza all’uniformità dei tassi di profitto di Ricardo e la caduta tendenziale del tasso di profitto di Marx. Il modo di regolazione che garantirebbe l’equilibrio sarebbe costituito dall’articolazione della tendenza all’uniformità e dello sviluppo delle controtendenze alla caduta dei tassi di profitto nella misura in cui esse condizionano il processo di accumulazione del capitale. Ognuna di queste leggi si incarnerebbe in forme specifiche a ciascuno dei periodi lunghi di crescita, ossia in istituzioni regolatrici in grado di giocare il ruolo di procedure sociali necessarie al funzionamento ed alla dinamizzazione dell’economia. La crisi esploderebbe nel momento in cui la legge di uniformazione fosse messa in causa e le controtendenze alla legge della caduta tendenziale non funzionassero più, con la distinzione classica tra crisi regolatrici (le crisi classiche) legate all’insufficiente efficace delle procedure di regolazione (da cui la caduta del tasso di profitto) e crisi del sistema di regolazione (o grandi crisi) come l’attuale, quella degli anni 1921-1933 e quella della fine del XIX secolo (1873-1896). Crisi caratterizzate nello stesso tempo sia dalla caduta dei tassi di profitto, sia dalla messa in discussione della tendenza alla loro uniformazione nella misura in cui questa traduce dei movimenti necessari di capitale da un settore all’altro.

·         Gruppo di Barrere-Kebad-Weinstein. La loro interpretazione parte dalla specificità del capitalismo del dopoguerra, specificità risiedente in due elementi, da una parte l’esistenza di un regime di accumulazione intensivo del regolazionismo, da un’altra parte la messa in atto di rapporti e di forme strutturali istituzionalizzate che comportano negazione dei caratteri capitalistici. Si tratta di forme pubbliche di proprietà, riconoscimento dei diritti dei lavoratori etc., insieme di rapporti e di forme strutturali che rivelerebbe la presenza di una logica non operante a favore del profitto del capitale, manifestando anche una perdita di sostanza del capitalismo o ancora dell’espansione delle attività non mercantili legate in particolare all’assunzione su di sé da parte della collettività delle spese sociali. La messa in causa del modo di regolazione da parte statale di questi due spazi considerati come contraddittori avrebbe condotto alla crisi : l’economia mercantile capitalistica incontrerebbe limiti nuovi e forti, tenuto conto della pressione considerevole delle interdipendenze economiche e dei bisogni di attività non mercantili. Questa impostazione ha il merito di sottolineare l’importanza crescente di settori non lucrativi e del ruolo dello stato (che altri autori hanno analizzato in termini di crescita dei lavoratori improduttivi o della crisi dello stato assistenziale), ma è lecito dubitare del carattere di negazione della logica del profitto che tali attività porterebbero in sé. In realtà esse sono state instaurate storicamente sotto la spinta di conflitti sociali per permettere il perseguimento dell’attività del capitale privato in una abile divisione dei compiti ( e del resto queste attività sono state sempre meno importanti negli Usa) e piuttosto che una perdita di sostanza del capitalismo si potrebbe scorgervi una fantastica capacità di adattamento di questo sistema.

 

 


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