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31 maggio 2010

Tempo e spazio in Schlick

           

 

Tempo oggettivo e tempo soggettivo

 

Schlick dice che, dato che la temporalità è criterio di realtà, anche questo mondo “trascendente” reale deve essere temporale e dunque sarebbe errato l’assunto kantiano per cui spazio e tempo sono mere forme della nostra intuizione.

Egli distingue (come fa anche Bergson) tra vissuto soggettivo della successione temporale e determinazione temporale oggettiva :

A)    Il vissuto temporale è un che di immediatamente dato, di intuitivo, indefinibile ed indescrivibile. Insomma un mutevole fattore qualitativo che non fornisce nessuna determinazione oggettiva di intervalli nella sequenza di eventi. Esso è l’oggetto della psicologia (coscienza del tempo) ma non può essere un mezzo per misurare il tempo.

B)    La misurazione del tempo, la sua determinazione oggettiva avviene :

·         Con la scelta di processi periodici (passaggio di una stella attraverso il meridiano, coincidenza di una lancetta dell’orologio con un determinato punto del quadrante etc etc) i quali diventano punti di riferimento fissi nel decorso continuo dei nostri vissuti e che designiamo per mezzo di numeri.

·         In tal modo coordiniamo a tutti gli eventi una varietà unidimensionale, una configurazione puramente concettuale nella quale una volta scelti il punto di partenza ed il sistema di riferimento, ad ogni processo corrisponde in termini numerici (data, ore, secondi) una posizione determinata.

·         Questa serie continua può e deve venire estesa anche oltre la realtà data ed impiegata per l’ordinamento della realtà non data. Questa era la ragione per cui tale tipo di ordinamento poteva servire come criterio di realtà.

·         Nel regno della coscienza, ad ogni intervallo tra due numeri di quella varietà unidimensionale, corrisponde una differenza in quel fattore qualitativo della coscienza del tempo, in un vissuto cioè fatto di “subito”, “tra poco” etc etc. Naturalmente in riferimento alla realtà trascendente un tale fattore non viene esperito.

Kant, secondo Schlick, ha confuso tra vissuto intuitivo ed ordinamento concettuale, ma chi effettua la separazione deve chiedersi se la temporalità negata dai soggetti visti al mondo del reale è quella del vissuto della durata oppure è il mero ordinamento oggettivo. A tal proposito, Schlick asserisce che, nel criterio di realtà da lui elaborato, il tempo va inteso non come vissuto, ma come ordinamento concettuale : un oggetto è reale, se le interconnessioni dell’esperienza rendono necessario assegnargli una posizione determinata nella serie unidimensionale che noi coordiniamo alla successione esperita.

Schlick poi dice che l’ordinamento del continuo unidimensionale non designa soltanto l’ordinamento temporale del reale, ma può essere impiegato anche per l’ordinamento di altre datità intuitive (le altezze dei suoni, l’intensità di una sensazione). Tuttavia l’ordinamento temporale è qualcosa di unico che si riferisce ad una proprietà unitaria indivisa che inerisce a tutti i vissuti (questa è la considerazione anche di Kant).

Perciò dice Schlick è fuorviante parlare (come fa Mach) di una sensazione del tempo, in quanto si può parlare di sensazione solo in riferimento ad un determinato organo di senso. Inoltre, quando odo un suono, la percezione non consiste della percezione del suono più la percezione della durata, giacchè la durata è connessa con la percezione del suono altrettanto inseparabilmente quanto lo sono l’altezza e l’intensità del suono stesso. Infine la durata come proprietà inerisce non solo alle sensazioni, ma a tutti i vissuti e non c’è solo qualche organo sensoriale ad avere la sensazione del tempo, ma è l’intero Io che esperisce il tempo. La temporalità infatti svolge un ruolo peculiare per l’unità di coscienza ed il nesso mnemonico, che costituisce l’unità di coscienza, è un nesso temporale che fonda tanto la temporalità quanto l’unità di coscienza.

 

 

L’ordinamento temporale oggettivo

 

Schlick poi dice che l’ordinamento temporale oggettivo si riferisce anche alla dimensione realistica del mondo ed a ciò lo rende atto la sua natura puramente concettuale di segno. L’oggettiva validità della serie temporale è fondata sul fatto che un ordinamento del genere è superiore a tutti gli altri e ad esso vengono ricondotti i principi col cui ausilio viene costruito il sistema concettuale con cui designiamo i fatti del mondo.

Schlick aggiunge che i concetti con i quali ordiniamo temporalmente tutte le esperienze sono applicabili al mondo del reale, ma ciò non implica che essi, anche nell’applicazione realistica, abbiano il contenuto intuitivo che, nel loro uso immanente (fenomenologico), è costituito dalla temporalità del vissuto. Nel mondo reale, si domanda Schlick, si distingue l’ordinamento dei punti temporali da quello dei punti spaziali su di una linea ? Oppure il correlato realistico della successione temporale è solo un ordinamento non intuitivo conoscibile tramite concetti ?

Schlick a tal proposito dice che la tesi dell’oggettività del tempo intuitivo (sostenuta da Lotze) non è sostenibile in quanto l’ordinamento trascendente in quanto tale non può mai essere appreso intuitivamente (razionalismo). Schlick aggiunge che processi, a cui oggettivamente viene ascritta uguale durata, possono connettersi con vissuti differenti di temporalità (un’ora può infatti passare più o meno lentamente). Di principio non sussiste alcun limite alla variabilità della velocità che una coscienza soggettivamente ascrive ai processi. Possono esserci diverse immagini del mondo che si possono dare, a seconda che per esso si condensino una più o meno grande varietà di esperienze vissute. Ad es. se la nostra vita si condensasse in mezz’ora, le piante sarebbero per noi immutabili quanto lo sono le montagne. Se quindi in un solo e medesimo tempo oggettivo può venire esperito in tanti modi diversi, quale intuizione del tempo sarebbe reale ?

In realtà non sarebbe reale nessuna di queste intuizioni ed un corso oggettivo di processi non potrebbe essere né veloce né lento.

Schlick poi dice che per il tempo esperito c’è un momento che si distingue su tutti gli altri e cioè il presente, che solo siamo soliti chiamare reale. Tale privilegio non ha realisticamente senso : nel mondo reale realtà passata e realtà futura sono reali allo stesso titolo della realtà presente. Anche la Relatività di Einstein ci insegna che il concetto di simultaneità è un concetto relativo allo stato di moto dell’osservatore. Pertanto, se si riuniscono tutti gli eventi del mondo che sono presenti in un presente onnicomprensivo, tale riunione dipenderà dal sistema fisico rispetto a cui essa viene pensata come intrapresa. Fissare cioè uno stato totale del mondo come presentemente reale non è possibile in modo univoco. La distinzione tra passato, presente e futuro è soggettiva (Agostino). Per la Relatività, nella descrizione oggettiva del mondo, le determinazioni temporali dal punto di vista formali svolgono lo stesso ruolo delle determinazioni spaziali. Rispetto alla questione dell’oggettività, spazio e tempo stanno sullo stesso piano.

Schlick poi analizza un’altra argomentazione (di Mongrè) a favore della soggettività della temporalità vissuta :

  • Si immagini la corrente dei contenuti di coscienza scomposta in segmenti consecutivi ed i singoli segmenti scambiati di posto l’uno con l’altro, cosicché l’ordine di successione dei nostri vissuti ne risulti sconvolto.
  • Non ci sarebbe nessuna differenza però per il nostro esperire un tale riordinamento e si riterrebbe che i nostri vissuti abbiano mantenuto l’ordine di successione che avevano prima.
  • Infatti, prendiamo un qualunque momentaneo stato di coscienza : da cosa sappiamo che certi vissuti lo hanno preceduto e certi altri gli succederanno ?
  • Dal fatto che, in quello stato di coscienza, sono contenute determinate componenti designate come “ricordo di eventi passati” ed altri come “aspettativa di eventi a venire”.
  • Dunque, non appena avessimo presente quello stato di coscienza, dovremmo anche credere di avere esperito il passato custodito in esso come ricordo del tutto indipendentemente da quali vissuti abbiano realmente preceduto quello stato di coscienza.
  • Ma una variazione nella corrente dei vissuti che non venga esperita è una variazione fittizia.
  • Tutto questo vale solo, dice Schlick, se è permesso immaginarsi la corrente di coscienza scomposta in segmenti rigorosamente separati. Se ciò è tuttavia ammissibile, ne risulta che una vera successione intuitiva non viene mai esperita neppure nella coscienza stessa.
  • Solo differenze qualitative tra i contenuti di coscienza sono presenti e possono procurare il fondamento per il processo puramente logico dell’ordinamento unidimensionale del dato.
  • Date queste circostanze, è chiaro che non si dovrebbe parlare di esistenza oggettiva della temporalità intuitiva, mentre la coordinazione del continuo concettuale unidimensionale è più plausibile perché si manifesta già con l’ordinamento del dato.

 

 

La soggettività dello spazio

 

Schlick, a proposito della soggettività dello spazio fenomenologico, accenna alla distinzione tra  il sistema dei giudizi e dei concetti puri, in cui ciò che conta sono le mutue relazioni logiche, e il sistema di configurazioni intuitivamente spaziali ed i loro rapporti con cui i concetti e i giudizi puri sono coordinati. Si è in passato fatto notare che alle stesse ipotesi geometriche poteva essere dato un contenuto intuitivo vario per cui nessuno di questi contenuti appartiene essenzialmente a quelle proposizioni. I concetti sono meri segni per gli oggetti ed il significato che conviene ad un segno non è mai insito in esso come qualcosa di essenziale, ma viene ad esso conferito sempre soltanto attraverso l’atto della designazione.

Schlick dice che, se un oggetto lo ordiniamo entro un sistema tridimensionale di riferimento, con ciò non è ancora detto che a tale oggetto si debbano ascrivere proprietà spaziali intuitive. Potrebbe essere (come voleva Kant) che la spazialità competa solo alle nostre rappresentazioni sensibili e non sia affatto una proprietà della realtà trascendente. Non di meno, l’ordinamento dell’una, come dell’altra, può essere espresso per mezzo dello stesso sistema ternario di numeri ed in questa misura si tratta di un solo e medesimo ordinamento. Dapprima però ci è lecito designarlo come un ordinamento spaziale solo laddove esso rientri nella realtà esperita. Non si ha diritto di ascrivere alle cose in sé un’esistenza nello spazio, se questa parola significa qualcosa di intuitivo, giacchè il mondo trascendente a noi non è intuitivamente noto. Se non si facesse la distinzione tra relazione intuitiva ed ordinamento concettuale (e si volesse nel contempo credere che la prima sia sempre data insieme al secondo e costituisca il suo contenuto essenziale), si dovrebbe necessariamente concludere che il mondo reale è in effetti nello spazio. Un filosofo che non fa questa distinzione è Eduard von Hartmann, per il quale lo spazio della nostra intuizione è il solo oggetto che rientra nella definizione di “sistemi di riferimento quantitativi, tridimensionali, continui e commutabili nelle loro misure”. Questo però, argomenta Schlick, è completamente sbagliato dal momento che si trova, nell’aggregato di tutte le triple di numeri, una varietà che rientra ugualmente bene nel concetto indicato senza avere in sé tuttavia la caratteristica della spazialità.

Cosa infatti ci costringerebbe a concepire un numero come un intervallo intuitivamente rappresentabile di coordinate ?

Schlick aggiunge che di principio è impossibile definire lo spazio solo concettualmente. Ad un essere che non possedesse alcuna esperienza sensitivo-spaziale, potrebbe venir reso chiaro, mediante concetti, cosa sia lo spazio altrettanto poco quanto, ad un individuo nato cieco, potrebbe venir data una rappresentazione del giallo e del rosso mediante una semplice definizione.

 

 

La molteplicità di spazi percettivi

 

Si possono certo definire concetti di varietà cosicché lo spazio intuitivo cada sotto di essi, ma tale carattere intuitivo non può essere colto dalla definizione e perciò saranno pensabili altri oggetti nei quali il carattere intuitivo è sostituito da un altro che cade anch’esso sotto il concetto. Quindi, anche se l’ordinamento reale delle cose appartiene allo stesso tipo di varietà cui appartiene l’ordinamento spaziale delle nostre rappresentazioni percettive, da ciò non segue che debba venire attribuita anche ad esso spazialità nel senso intuitivo.

Fino ad un certo punto, secondo Schlick, per determinazione spaziale s’intendeva solo un attribuzione di qualità spazio-temporali come ci sono note dall’intuizione sensibile (le qualità primarie di Locke). Ma le qualità primarie sono considerabili ancora come oggettive ?

A  tal proposito Schlick dice di no, in quanto l’ordinamento oggettivo è uno solo, mentre di spazi percettivi ve ne sono molti. Egli dice che c’è sia uno spazio della vista che uno spazio del tatto ed uno spazio delle sensazioni motorie : ognuno di questi non somiglia all’altro. I vissuti della percezione di una forma sono diversi da quelli di una percezione tattile. Né si può isolare una qualità comune ad entrambi i vissuti che sia isolabile da essi come qualità propriamente spaziale. Schlick cita i casi di ciechi nati e poi operati che riscontrano una differenza totale tra spazio motorio e spazio visivo. Riehl dice che tutte le componenti fondamentali per la costruzione dello spazio (movimento, forma, grandezza, direzione) sono diverse per i due sensi e le rappresentazioni rispettive non hanno legame se non quello istituito dall’esperienza. Schlick aggiunge a questo che il collegamento tra diversi domini sensoriali avviene in modo che, a determinati dati spaziali (ad es. vista) corrispondono sempre certi dati degli altri sensi (ad es. vedo la lampada e tocco la lampada). In tal modo le esperienze spaziali dei diversi domini di senso sono fra loro univocamente coordinate e sono inseribili in un solo e medesimo sistema di riferimento. Il fatto che un cieco scrisse un testo di geometria intelligibile per chi vede era dovuto alla differenza tra spazio intuitivo e spazio concettuale.

Mach dice che tutti i sistemi di sensazioni dello spazio sono collegati da un comune vincolo associativo e cioè i movimenti che essi servono a dirigere. Schlick dice che, quando molte differenti qualità hanno uguale diritto ad essere ascritte alla cosa, è questo un segno che ad esse non competerebbe nessuna di tali qualità. Percezioni differenti non corrispondono solo a differenti domini di senso, ma anche a posizioni e distanze diverse all’interno dello stesso dominio. Dunque è sbagliato dire, come faceva Locke, che i diversi sensi ci forniscano le stesse testimonianze circa le proprietà spaziali delle cose.

Schlick dice che alcuni negherebbero il fatto che ci sia uno spazio della vista, uno del tatto etc, e dicono che lo spazio è il prodotto di fusione tra dati dei differenti domini sensoriali e dunque la rappresentazione dello spazio sarebbe comunque una. Schlick a tale argomento obietta che le rappresentazioni diverse sono associate tra loro, ma non si fondono non più di quanto la rappresentazione di una parola consista delle rappresentazioni del suono, dell’immagine grafica etc. per la formazione dell’intuizione di spazio non è affatto richiesto un concorso associativo di rappresentazioni da tutti i disparati domini di senso, perché altrimenti il cieco non potrebbe avere alcuna intuizione di spazio. Invece quest’ultimo ci è dato in più modi intuitivi differenti tra loro e tale differenza è segno della sua soggettività.

Schlick poi analizza l’ipotesi per cui solo uno degli spazi percettivi si applicherebbe alla realtà epistemologica, mentre gli altri sarebbero soggettivi. A questa tesi egli obietta che le qualità interne ad uno degli spazi percettivi presentano comunque incongruenze. Ad es. si prenda lo spazio percettivo visivo : in questo spazio ci sono date intuitivamente tutte le proprietà con cui noi dotiamo concettualmente l’ordinamento oggettivo delle cose ? Il nostro spazio ottico è quello fisico ?

Schlick lo nega recisamente. Infatti in primo luogo due linee sono a volte oggettivamente uguali anche quando sembrano diverse. In secondo luogo lo spazio ottico è non-euclideo, ma le esperienze si lasciano conciliare senza contraddizione in quello euclideo in quanto lo stesso sistema concettuale di ordinamento può essere posto alla base della descrizione dell’uno come dell’altro. La struttura dello spazio visivo diventa più complicata in quanto vediamo con due occhi e giriamo liberamente testa e corpo. Dunque lo spazio fisico-oggettivo non è identico allo spazio visivo : il primo lo possiamo concepire come una struttura concettuale erigibile sulla base dello spazio visivo dietro sacrificio dell’intuitività.

Schlick poi analizza la tesi per cui lo spazio percettivo oggettivo sarebbe quello tattile, ma Schlick obietta che lo spazio del tatto è ancor più vago di quello della vista e poiché esso è esteso su tutta la pelle, allora un solo e medesimo dato fisico-spaziale (es. la distanza tra due punte aperte di un compasso) lo si può presentificare in modo diverso a seconda del punto del corpo in cui le sensazioni hanno luogo.

Schlick poi analizza la tesi per cui lo spazio percettivo primario sarebbe quello senso-motorio. Secondo Heymans in questa classe di sensazioni c’è il fondamento dello spazio fisico euclideo in cui la scienza della natura ordina gli oggetti. Heymans assume che vi siano solo tre coppie qualitativamente diverse di sensazioni motorie (o sentimenti di direzione) corrispondenti alle coppie di concetti davanti-dietro, sinistra-destra, sopra-sotto e dice che i dati non meglio determinati per cui il cieco nato distingue tra direzioni diverse sono la qualità e la quantità del sentimento motorio.

Schlick obietta a tale tesi che le tre coppie di sentimenti di direzione poco hanno a che fare con la tridimensionalità dello spazio e aggiunge che le sensazioni motorie come tutte le grandezze psichiche non sono grandezze estensive, divisibili e combinabili in un’altra sensazione. Per rendere tali sensazioni accessibili alla descrizione quantitativa e al sistema degli elementi qualitativamente diversi, esse devono essere coordinate in un sistema numerico e come ciò avvenga è pienamente arbitrario (così come la scala delle temperature). Heymans, scegliendo il sistema numerico in modo che i numeri che servono da misura per i sentimenti motori si comportano da coordinate cartesiane, ma qualsivoglia altra coordinazione avrebbe reso giustizia ai fatti. Le operazioni di dimostrazione che nel suo sistema valgono gli assiomi della geometria, non fanno che svolgere ciò che è contenuto nelle presupposizioni da lui introdotte. Esse non hanno niente a che vedere con le sensazioni motorie. Perciò, conclude Schlick, lo spazio cinestetico anch’esso non è identico allo spazio fisico-oggettivo, ma è un continuum intuitivo, occasione per la costruzione concettuale dell’ordinamento oggettivo delle cose con cui i suoi dati corrispondono univocamente (allo stesso modo che altri spazio percettivi). Così ci si può rendere edotti della differenza tra ordinamento concettuale e configurazione intuitiva.

Schlick riassume le sue tesi in questo modo : lo spazio fisico e quindi le proprietà spaziali dei corpi fisici non sono intuitivamente rappresentabili e dunque le proprietà spaziali dei contenuti di rappresentazione non sono identiche a quelle degli oggetti fisici. Tale spazio fisico è al tempo stesso lo spazio metafisico in quanto rappresenta lo schema di ordinamento delle cose in sé.

Schlick fa l’esempio di un corpo fisico a forma di cubo che si offre alla percezione visualmente (con diverse prospettive) e tattilmente (facendo scorrere la mano sui suoi spigoli).

Ne risultano infiniti dati intuitivi rispetto ai quali la forma oggettiva del cubo è uno schema che li riporta tutti ad una formula e che non contiene più nessuno dei dati intuitivi, in quanto questi dipendono dalla posizione relativa del cubo rispetto agli organi di senso periferici. Tutte queste dipendenze nello schema sono completamente eliminate e così le intuizioni dello spazio (che sono soggettive) e rimane quell’ordinamento oggettivo che non dovrebbe più nemmeno essere designato come spaziale. Naturalmente con l’esclusione del “soggettivo”, continua Schlick, non è del tutto esclusa la relatività in quanto l’oggettivo non è necessariamente assoluto, dal momento che possono continuare a sussistere delle relatività che si basano sul rapporto dei corpi fisici tra loro (ad es. nelle misurazioni concrete), ma questi problemi appartengono alla filosofia della natura più che alla teoria della conoscenza.

 

 

Lo spazio in Kant e le cose in sé

 

Schlick poi accenna alla tesi di Kant sullo spazio e dice che :

I)                   Kant dice che lo spazio è intuizione pura, ma la sua nozione di intuizione pura non coincide con quello che designiamo come “intuitivo”.

II)                Kant basava la tesi dello spazio come forma a priori dell’intuizione pura sulla verità assoluta della geometria euclidea, ma tale assunto non è più condiviso

III)             Infine Kant fonda la soggettività di spazio e tempo sulla contraddizione in cui si involge la ragione se considera spazio e tempo come oggettivi. Per Schlick tali contraddizioni non sono così inevitabili, né se lo fossero la soluzione sarebbe per forza quella kantiana.

 

Schlick poi parte dalla conclusione circa la realtà delle cose in sé (con accezione diversa da quella kantiana) e dice che :

·         Le cose trascendenti sono intermediari reali tra i vissuti che mancano di connessione. Le realtà trascendenti costituiscono gli oggetti identici a cui si riferiscono parole de concetti dell’uomo nel suo rapporto con gli altri.

·         Il ruolo di tali oggetti identici non può essere assunto dai complessi di elementi (ossia dai fasci di qualità sensoriali) perché questo non sono mai gli stessi per differenti individui.

·         Tale fatto stabilito dalla fisiologia e dalla fisica, rende impossibile considerare le qualità di senso come proprietà delle cose in sé.

·         I concetti psicologici con cui designiamo le qualità di senso non li possiamo usare anche per la designazione degli oggetti trascendenti.

·         Questo lo fa il realismo ingenuo, che, attribuendo queste qualità agli oggetti in sé, conduce a contraddizioni asserendo determinazioni tra loro incompatibili.

·         Ad es. dichiarare del medesimo corpo che è rosso e non è rosso, freddo e non freddo.

 

 



Quale tempo ?

 

La tesi di Schlick secondo cui, essendo la temporalità criterio principale del reale, spazio e tempo non sono mere forme della nostra intuizione non spiega perché anche lo spazio sia assimilato al tempo e goda di questa interpretazione realistica.

A proposito dei processi periodici questi non sono (come dice Schlick) configurazioni puramente concettuali, ma processi fisici, naturali o artificiali, che vengono configurati come strumenti di misura di altri processi fisici. La misurazione è la messa in opera di una relazione ideale tra processi fisici. Inoltre dire che l’estensione dell’ordinamento temporale da ciò che è dato a ciò che non è dato è la ragione per cui la temporalità serve da criterio di realtà è una semplice petitio principii (Kant forse a questo proposito ha argomentato meglio).

Nel paragrafo in cui parla della temporalità del reale, Schlick mette le cose temporalmente determinate in connessione con il presente fenomenologicamente dato. Questo passaggio invece dà al reale un criterio temporale del tutto avulso dal vissuto e dunque bisognoso di ragioni filosofiche di tipo metafisico (perché l’interconnessione dell’esperienza è importante ? E perché l’interconnessione temporale è particolarmente importante ?)

Quanto all’ipotesi circa l’esistenza di una sensazione del tempo ed alcune proprietà di quest’ultimo, c’è da dire in primo luogo che non possono esserci sensazioni non legate ad un determinato organo di senso,  e che, per quanto si possa rendere oggettivo, il fatto che ci sia un ordine temporale è radicato sul vissuto soggettivo e dunque tale ordinamento non è completamente astraibile da questo vissuto e dalla generale dimensione della soggettività (dunque il reale è, contrariamente a quello che pensa Schlick, atemporale). Quanto alla durata di un fenomeno, essa non è già la correlazione tra questo fenomeno ed altri più brevi che si possono inserire in esso (come un’unità di misura all’interno di una lunghezza da misurare) ?

 

 

L’oggettività del tempo e l’arbitrio del significare

 

Quanto al carattere reale e fondamentale dell’ordinamento legato al tempo, ci sono due ipotesi : quella di Kant che si può ridurre all’argomento per cui riportando oggetti concettuali alla dimensione rappresentativa (legata alla proiezione del vissuto in forma rammemorativa o fantastica) il tempo costituisce un filtro ineliminabile. La seconda ipotesi è quella (propria di Schlick) della natura concettuale di segno dell’ordinamento temporale. Ma ciò vuol dire che per Schlick il concetto è ciò che si riferisce alla realtà che non è immediatamente data. E dunque che il concetto ha rilevanza ontologica.

Quanto alla soggettività con cui si percepisce il tempo, c’è da dire che altro è la durata soggettiva dei processi fenomenologici, altro è il rapporto (oggettivo ?) di successione tra diversi processi. Il caso è di domandarsi se ci sia una discrasia tra la percezione che noi percepiamo e quella che si verifica oggettivamente. Un processo può durare più o meno in riferimento al soggetto o allo strumento usato per misurarlo. Ad ogni momento usiamo diversi strumenti per misurare temporalmente un processo. L’oggettività dovrebbe trovarsi nel rapporto tra i due processi che vengono misurati. Ma cosa misura tale rapporto ? Uno dei processi ? Un terzo processo ? Cosa allora garantisce l’oggettività della misurazione ? Perché questa sincronizzazione riesce a verificarsi a livello sociale ?

Quanto alla Relatività di Einstein, essa porta ad una concezione multitemporale dell’orizzonte fenomenologico e ad una concezione atemporale della cosa in sé. Perciò la stessa concezione di Schlick della Relatività avvicina la teoria di Einstein ad una visione parmenidea di ciò che è, dove il prima e il dopo diventano soggettivi come la destra e la sinistra.

Per ciò che riguarda il carattere più oggettivo dell’ordinamento temporale concettuale rispetto alla temporalità intuitiva,  va detto che non ci sarebbe alterazione dell’ordine dei vissuti, se nel vissuto presente non fossero cambiati anche i contenuti dei ricordi. In caso contrario non sarebbe cambiato l’ordine soggettivo dei vissuti, ma semplicemente l’ordine oggettivo degli eventi. Questo si evidenzia proprio dal fatto che il ragionamento di Schlick si conclude paradossalmente con la negazione stessa dell’ordine dei vissuti. Il vissuto del passato è il ricordo e dunque l’alterazione dell’ordine temporale provoca anche un alterazione dei ricordi. Per quanto riguarda le aspettative il discorso è più complicato, in quanto esse sono molte rispetto ai ricordi ed alle percezioni che tendono invece a convergere verso un’unica descrizione.

Quanto al carattere meramente segnico dei concetti c’è una via di mezzo tra il considerare le rappresentazioni come essenziali ed il considerare il significato come mero conferimento convenzionale attraverso l’atto di designazione. Infatti le rappresentazioni si unificano nei concetti e non tutte però intorno agli stessi concetti. Dunque ci sono diversi concetti, la cui differenza è oggettiva e coincide con la differenza tra sinn, cioè con l’ordo idearum. Schlick invece fa dell’atto di significare un qualcosa di completamente arbitrario.

 

 

La molteplicità degli spazi percettivi è oggettiva

 

Circa invece la spazialità intuitiva ed il sistema tridimensionale di riferimento, Schlick ha ragione ad evidenziare come un sistema ternario di numeri costituisca solo una classe di oggetti, uno dei quali è lo spazio intuitivamente inteso. Ma dire che la realtà in sé non sia spaziale sembra essere una caduta in una forma di errore opposto ma speculare.

E’ sicuro poi Schlick che un ordinamento oggettivo non possa concretizzarsi, senza con questo violare il principio di non contraddizione, in diversi spazi percettivi ? Schlick vuole dire che lo spaziale non è intuitivo ? E ciò lo rende oggettivo ? E di spazialità che non sia visiva o motoria non si può parlare solo in termini metaforici ? Che cosa c’entrano i vissuti esemplificati da Schlick con la spazialità ? Non è che gli spazi sensoriali sono diversi perché ognuno di essi ricomprende diverse relazioni spaziali sintetizzando così ordinamenti parziali e distinti ?

L’esempio poi dei ciechi nati che vengono operati e riacquistano la vista, riscontrando una differenza totale tra spazio motorio e spazio visivo indica solo che i criteri di orientamento seguendo informazioni motorie sono del tutto diversi dai criteri di orientamento visivi.

Quanto alla tesi di Riehl per cui tutte le componenti fondamentali per la costruzione dello spazio sono diversi per vista e tatto e le rispettive rappresentazioni non hanno legame se non quello istituito dall’esperienza, c’è da precisare che la forma si può definire come occupazione di uno spazio, la direzione come una relazione tra due forme, mentre il movimento è un complesso di spazio e tempo direzionati. Ma tali elementi presuppongono lo spazio, non lo costituiscono. In realtà l’integrabilità dei diversi spazi percettivi è data forse dalla loro incompletezza, dalla loro apertura. Schlick però sembra interpretare (senza ragione plausibile a nostro dire) i dati tattili o visivi come dati spaziali del tatto o della vista. Tale riflesso condizionato alla fine risulta essere retorica fuorviante. In realtà sembra che lo spazio non sia un’intuizione, ma qualcosa di percettivo (ordinamento concreto) ma non di sensoriale, bensì di concettuale. Dunque il concetto si manifesta nella percezione ?

Quanto alla differenza tra spazio intuitivo e spazio concettuale, sembra utile domandarsi perché la geometria non sembri avere niente a che vedere con lo spazio percettivo o perché per Schlick altri spazi sensoriali non visivi siano irrilevanti per la geometria. Inoltre i movimenti diretti dalle sensazioni spaziali sono un vincolo di tipo non epistemologico ma pragmatico. Il fatto poi che la possibilità di ascrivere alle cose in sé molte differenti qualità renda queste ultime per niente inerenti alle cose dal punto di vista oggettivo è un presupposto dogmatico che andrebbe dimostrato ed è discutibile che esso derivi dall’applicazione del principio di non contraddizione.

Schlick inoltre sembra abbracciare l’idea (a nostro dire fasulla) che i diversi domini sensoriali diano informazioni spaziali tra loro incongruenti, ma il fatto che esse non siano identiche non implica che esse non siano integrabili.

Quanto alla negazione da parte di Schlick del concorso associativo di rappresentazioni per la formazione dell’intuizione di spazio, sembra giusto domandarsi se per Schlick la rappresentazione abbia un contenuto sensoriale e se la percezione non abbia nulla di concettuale. Egli non mette in conto la tesi che ogni spazio percettivo è un corredo di informazioni incompleto (più o meno ricco) ed integrabile con altri. Per cui tale tesi non impedisce al cieco di farsi un’idea dello spazio, né impedisce allo spazio di essere oggettivo ed ai singoli spazi percettivi di inerire oggettivamente alla realtà. Se ci fossero incongruenze all’interno di uno spazio percettivo, allora o questo spazio sarebbe inconsistente ( e dunque non sussisterebbe) oppure, se fosse possibile uno spazio percettivo con incongruenze, sarebbe possibile anche un oggetto che sia spazialmente configurato in maniera molteplice. E dunque sarebbe possibile una molteplicità di spazi oggettivamente inerenti alla realtà.

Quanto alla negazione di Schlick che lo spazio ottico equivalga a quello fisico va detto che :

·         Il fatto che due linee ci sembrano diverse non vuol dire che nello spazio intuitivo due linee appaiano diverse (può ben essere un errore di giudizio).

·         Il fatto che lo spazio visivo sia riemanniano non vuol dire niente. Inoltre com’è che, se lo spazio visivo è non euclideo, la geometria non euclidea sembra essere così controintuitiva ?

·         Se il medesimo spazio concettuale si adatta a due diversi tipi di spazi intuitivi, perché questi spazi intuitivi debbono essere tra loro incompatibili ?

Quando poi Schlick nega che lo spazio fisico coincida con lo spazio tattile, ci si deve domandare se sia giusto che nella sua analisi egli già presupponga l’immutabilità e l’oggettività della distanza tra due punte di un compasso. Una considerazione naturalistica di una facoltà sensoriale (legata al carattere esteso e pubblico dell’organo di senso del tatto) può essere inserita nella comparazione di tale facoltà (e del suo relativo spazio percettivo) con altre facoltà meno oggettivabili (e del loro correlativo spazio percettivo) ?

Circa la critica della tesi di  Heymans, è molto discutibile che le tre coppie di sensazioni motorie abbiano poco a che fare con la tridimensionalità dello spazio. Inoltre la geometria fenomenologica ipotizzata da Heymans può ben essere la radice delle geometrie assiomatiche successive.

Quanto alla tesi di Schlick per cui uno spazio concettuale può essere isomorfo con gli spazi intuitivi ma non è a sua volta uno spazio intuitivo, ci si può domandare se un qualcosa di isomorfo con uno spazio intuitivo non sia un concretizzarsi (e dunque un qualcosa di equivalente) in uno spazio intuitivo. Schlick poi dice che la traduzione di uno spazio percettivo in uno spazio concettuale non implica l’unicità a livello oggettivo di tale spazio percettivo. Ma perché allora la molteplicità di spazi percettivi equivale a sostenere la soggettività degli spazi percettivi stessi ? Da un lato è possibile la corrispondenza di più spazi percettivi ad uno spazio concettuale, ma d’altro canto non è possibile la sovrapposizione di più spazi percettivi ad una realtà oggettivisticamente considerata ?

Quanto all’esempio del cubo fatto da Schlick, va detto che l’aspetto sensoriale della cosa si può causalmente collegare alla relazione tra l’oggetto in sé e gli organi di senso, ma il contenuto informativo di tale aspetto (il suo sinn) non può essere ridotto a tale relazione causale.

 Quanto alla designazione come “spazio intelligibile” della collocazione delle cose in sé nella rete matematica con cui si rappresentano i rapporti spaziali, va detto che il termine è abbastanza calzante anche perché comunque la verifica di certe relazioni relative alla varietà pluridimensionale viene fatta rifacendosi alle proprietà spaziali intuitive.

 

 

 

 

 

La realtà delle cose in sé : una nostra tesi

 

Infine circa le conclusioni di Schlick sulla realtà delle cose in sé con accezione diversa da quella kantiana, la nostra ipotesi è la seguente :

1.      Gli oggetti in sé sono classi infinite di qualità.

2.      Ad ogni esperienza le classi infinite di qualità si prospettano in complessi finiti di qualità.

3.      Se non si adotta la tesi (1) non si spiega come si relazionino gli oggetti in sé con le qualità sensoriali e gli oggetti reali cominciano a somigliare alla cosa in sé, così come intesa da Kant e con tutte le aporie ad essa connesse.

4.      La fisiologia e la fisica non possono entrare nella riflessione filosofica sugli oggetti in sé, in quanto confondono il livello fenomenologico e quello fisico della questione. Infatti per spiegar l’esistenza degli oggetti fenomenologici usano ipotesi che vanno confermate con ulteriori osservazioni sugli oggetti fenomenologici, scatenando così un circolo vizioso e assimilando le cose in sé agli oggetti fenomenologici stessi.

5.      Le qualità sensoriali essendo il risultato di rapporti degli oggetti con altri oggetti (compresi i sistemi percettivi) non portano a contraddizioni.

6.      D’altronde le qualità sensoriali sono proprietà degli oggetti in sé, perché tali sono le relazioni che tali oggetti instaurano con gli altri. Gli oggetti in sé sono monadi conformemente ad una teoria monista delle relazioni interne.

 

 


3 maggio 2010

Logico e psicologico in Schlick

 

Lo statuto ontologico dei concetti e l’esperire

 

Schlick afferma che l’essersi resi conto che concetti ed altre configurazioni logiche non sono realtà psichiche ha condotto alcuni filosofi ad ascrivere alle configurazioni logiche un tipo particolare di “essere”. Successivamente si sono contrapposti i due ambiti (ideale e reale, concettuale ed empirico) e dunque è sorto il problema di come rapportarli  e Schlick conclude che la soluzione metaforica per cui le idee vengano contemplate non può più soddisfare. Schlick aggiunge che gli psicologisti sono almeno consapevoli del fatto che la rappresentazione ad es. di una ellisse, esistente nella mia coscienza, non è a sua volta ellittica. Dunque essi saprebbero che i concetti non sono realtà della coscienza, ma finzioni irreali che non possiedono una esistenza come quella delle rappresentazioni reali. Schlick analizza anche il termine “configurazioni concettuali” e dice che esso in modo ambiguo si può riferire tanto al concetto che alle rappresentazioni che lo designano, oppure, parafrasando Twardowski, tanto il contenuto (il processo psichico) quanto l’oggetto (in questo caso il concetto). A suo parere il platonismo stesso non è erroneo se si concepisce nel modo giusto il senso del termine “esistere” e quello del termine “indipendentemente”. Platone non fu in grado di risolvere i problemi relativi ai rapporti tra idee e cose reali, in quanto dire che le idee vengano colte immanentemente alle cose reali è una tesi che non vuole dire nulla.

Schlick fa poi un’analisi del termine “esperire” ed afferma che è sbagliato dire che le idee si esperiscano nelle cose, in quanto ciò che viene esperito è per definizione un contenuto di coscienza e l’esperire non è un atto che si dirige su degli oggetti e li fa propri (così come l’afferrare una cosa). Quando si dice “Io esperisco questo” voglio solo dire “Questo è un dato della mia coscienza”, per cui non si può distinguere tra il vissuto dell’esperire e quello dell’esperito, né si può distinguere tra il “sentire il blu” e “il blu sentito”. Dunque i concetti non vengono esperiti e non sono niente di reale e dunque non ci si presentano mai come componenti di un vissuto.

 

 

Gli oggetti intenzionali

 

Schlick poi denuncia il fatto che i filosofi tradizionali se una proposizione non è corretta usando il senso consueto delle parole, costruiscono comunque per le stesse parole un senso nuovo al fine di tenere in piedi la proposizione scorrettamente costruita. Egli critica Husserl, il quale teorizza che ogni contenuto di coscienza avrebbe un carattere intenzionale e sarebbe cioè diretto su di un oggetto (ad es. nel percepire, qualcosa viene percepito etc.). L’oggetto su cui si dirige l’atto di coscienza non viene esperito (ad es. l’oggetto giudicato non è realmente presente nella coscienza), ma l’intenzione (l’essere diretti sull’oggetto) sì e ciò vale anche per i concetti. Schlick, a tale proposito, dice che questa tesi collima con la sua (per cui non ci sarebbero concetti, ma solo funzioni concettuali) e che i concetti non sono contenuti reali, ma contenuti intenzionali della coscienza. Ma questo, si domanda Schlick, non porta alla psicologizzazione del contenuto intenzionale stesso ?

A tal proposito egli riflette anche sul tentativo di Husserl di non psicologizzare l’intenzionalità : Husserl infatti dice che si deve distinguere tra l’intuizione empirica (come la percezione) mediante la quale ci vengono date cose reali ed esistenti ed una pura visione eidetica, mediante la quale noi cogliamo in un puro sguardo l’essenza degli oggetti contemplati (quindi anche quella dei concetti) del tutto indipendentemente dalla possibilità o dalla effettività del loro esserci. Su questo tema Schlick dice che questa non è altro che una stretta applicazione della ben nota distinzione tra esistenza ed essenza, tra esserci ed essere. Noi possiamo emettere giudizi sull’essenza, sul che cosa di oggetti qualunque (e dunque anche di puri concetti) e costruire con tali giudizi intere scienze senza che vi si debbano frammischiare giudizi di sorta su di un esserci reale. Come possono esserci dati oggetti non-reali, concetti o giudizi dal momento che noi co(nosciamo) solo i contenuti reali di coscienza come dato ? A tal proposito Schlick ammette che ci sono altre accezioni del termine “dato” e cita Linke per cui il dato coincide con gli oggetti intenzionali (il percepito in quanto percepito, il ricordato in quanto ricordato etc.) senza considerare se a questi oggetti corrispondono presuntivamente almeno degli oggetti reali, oppure Herbertz per cui effettivamente reali sono tutti gli oggetti intenzionali. Schlick, dopo questa ammissione, ritorna a dire che egli designa come dato le realtà effettive di coscienza, quindi dei vissuti e delle occorrenze reali, trovandosi in accordo maggiore con l’uso linguistico ordinario. Egli aggiunge che Linke designa “Il regno del dato” come la sfera fenomenica a cui contrappone la sfera della realtà effettiva e non risolve il problema del loro mutuo rapporto.

 

 

I concetti come finzioni

 

Schlick poi conclude che le configurazioni logiche non sono alcunché di reale, non sono date unitamente ai processi psichici quali loro parti o aspetti, ma sono nostre finzioni. Egli precisa però che tutto il nostro sapere di esse deve essere in qualche modo contenuto nei reali processi psichici, altrimenti ci resterebbe ignoto e non sarebbe consaputo. Le nostre configurazioni psichiche solo imperfettamente corrispondono ai perfetti concetti che esse sono intese rappresentare. Come possiamo di questo venire a conoscenza per mezzo di quelle ? Si parla di un cogliere i perfetti concetti attraverso le configurazioni psichiche, ma così si eluderebbe il problema. I processi mediante i quali si realizzerebbe questo cogliere sono già determinati da ciò che viene colto e quest’ultimo è considerato come qualcosa che è lì a disposizione, verso il quale i processi reali di pensiero possono dirigersi. I rapporti logici appaiono come una norma sussistente che si pone di fronte ad essi regolativamente. In verità, dice Schlick, non è assolutamente possibile che i processi rappresentativi vengano determinati dagli oggetti ideali sui quali sono diretti : delle realtà possono venire determinate solo da altre realtà. I processi di coscienza in cui noi effettuiamo analisi logiche devono venire compresi unicamente nei termini della legiformità psicologica loro immanente, senza riguardo per ciò che essi significano. Come tali processi possano adempiere la loro funzione è giusto il problema. Quest’ultimo può essere così riformulato : dato che nulla c’è oltre i processi reali di coscienza, come è possibile che le relazioni reali psicologiche riescano a fare lo stesso delle relazioni puramente logiche senza tuttavia essere lo stesso che quelle e senza possedere la stessa incisività ?

 

 

Analisi di una macchina calcolatrice

 

Schlick, prendendo spunto da questo problema, fa una riflessione sulle potenzialità e sulle prestazioni di una macchina calcolatrice e dice :

  • La macchina calcolatrice è un apparato fisico il cui funzionamento viene interamente determinato da leggi fisiche e non dalle regole di calcolo dell’aritmetica. La tavola pitagorica non è una parte costitutiva della macchina.
  • Seppure le leggi di natura possano essere approssimate e non del tutto esatte ( a causa dell’infinito intrecciarsi di tutto ciò che accade) il risultato del calcolo non è influenzato perché tali variazioni fisiche non sono rilevanti.
  • Questo si potrebbe spiegare dicendo che è l’intelletto umano a dare significato ai caratteri numerici e ad interpretare come uno stesso segno caratteri leggermente diversi, introducendo ed usando un criterio di esattezza, trascurando le accidentalità del fenomeno individuale ed astraendo da esse.
  • Tuttavia se l’interpretazione ha luogo nell’osservatore, il fondamento necessario e sufficiente per tale interpretazione è già presente nella configurazione fisica.

 

Continuo e discreto

 

Schlick osserva pure che la serie dei numeri interi è discreta, mentre i processi naturali sono continui ed in quanto tali sono idonei alla misurazione di grandezze continue. Invece la macchina calcolatrice non misura un continuo ma computa unità discrete in processi fisici continui in cui stato iniziale e stato finale differiscono e tale differenza è misurabile come quantità discreta.

Non possiamo non indicare con assoluta precisione una distanza, ma possiamo escludere con sicurezza alcuni valori numerici. Ad es. non so la distanza tra la biblioteca e casa mia, ma di sicuro non è 10 centimetri. Ciò vale anche per le differenze : A e B  si somigliano ma non più di un tot e ciò mi consente di differenziarle e se voglio posso differenziarle ancor di più. Nulla ci impedisce di diversificare quanto si vuole segni etc.. Anche le configurazioni più complicate sono reciprocamente convertibili attraverso forme intermedie ed è dunque possibile (con l’aiuto di processi fisici continui) simulare delle discontinuità qualsivoglia. Anche per spazi estremamente ristretti è possibile ottenere una discretezza di configurazioni fisiche : ne è un esempio la calcolatrice ed anche la roulette dove la pallina si fermerà comunque su di un numero determinato.

Quindi, conclude Schlick, processi continui possono adempiere la funzione del discreto. Ciò contribuisce a risolvere il problema del rapporto tra concetti (discreto) e rappresentazioni (continuo psichico). L’incisività dei concetti sta nella loro discretezza, nel loro essere delimitati rispetto ad altri concetti, mentre la vaghezza di tutto il reale sta nella sua continuità.

La proposizione che configurazioni continue possono assumere la funzione di configurazioni discrete ha solo l’aria di un paradosso, in quanto si usa l’idea di continuità in un senso illimitato.

Ad es. le leggi di distribuzione degli errori mi danno una certa probabilità che la lunghezza di un pendolo che batte il secondo, abbia un valore tra i 99 ed i 100 cm. Ma se anche si chiedesse quanto è grande la probabilità che si dia un errore particolarmente rilevante come quello di considerare tale lunghezza superiore ai 50 metri, questa probabilità (con l’applicazione meccanica delle regole di distribuzione degli errori) sarebbe estremamente piccola, ma non sarebbe zero. E d’altra parte è di sicuro fisicamente impossibile che si arrivi a sbagliare nella misurazione sino a tal punto, giusto come è impossibile che la distanza dell’università da casa non sia in realtà più che 10 cm.

A tal proposito Schlick dice che nel caso  di errori così grandi i presupposti sotto i quali i calcoli probabilistici valgono non sono più considerati come soddisfatti. In questo senso assai ampio la continuità non si estende arbitrariamente fin dove si vuole. In linea di principio è impossibile specificare un punto fino al quale quei presupposti possono dirsi soddisfatti. Di conseguenza l’applicazione di considerazioni probabilistiche alla natura porta facilmente a ritenere che non vi sia affatto per noi in senso rigoroso discretezza e con essa assoluta determinatezza (giacchè la discretezza è differenziazione assolutamente determinata di configurazioni). Ma, obietta Schlick, questo non è corretto. La discretezza nel senso nostro è possibile entro la continuità. Certamente i limiti di ogni distinzione non sono mai determinati in modo assolutamente preciso, ma da questo non segue che la distinzione stessa non possa essere compiuta con piena esattezza.

Schlick poi in parte erroneamente ribadisce che il rapporto dei processi psichici con le relazioni logiche è un caso speciale della questione relativa al prodursi di configurazioni discrete e numerabili attraverso configurazioni continue. Egli trova esempi analoghi nella tesi di Poincarè per cui nell’analysis situs esperienze inesatte sono sufficienti alla fondazione di un teorema rigoroso. Infatti si vede da esse che lo spazio non può avere due o meno di due dimensioni né quattro o più di quattro ed allora ne può avere solo tre (essendo impossibile che ne abbia con valori frazionati). Inoltre è esatto dire che l’uomo ha due orecchi o due gambe perché sarebbe insensato attribuirgli 2,002 orecchi. Da ciò deduciamo che ci sono occasioni che ci danno l’opportunità di fondare verità esatte per mezzo di esperienze inesatte.

 

 

 

 

Il cervello come macchina calcolatrice

 

Schlick poi paragona il nostro cervello ad una macchina calcolatrice ed aggiunge che i processi continui del cervello conducono a certe fasi terminali analoghe alle cifre ed alle lettere delle macchine. La condizione per la fondazione dell’intera logica è data non appena sussista la possibilità di costruire configurazioni discrete. La possibilità di un esatta formazione logica dei concetti dipende solo da una rigorosa differenziazione o distinzione. Le relazioni tra grandezze discrete sebbene siano reali, possiedono lo stesso rigore dei rapporti tra concetti, ma le prime hanno una qualche realtà, mentre i secondi non esistono affatto. I logici idealisti sottolineano che tutte le leggi psicologiche sono vaghe e dunque l’assoluto rigore esisterebbe solo al livello ideale, ma questa, obietta Schlick, è una petitio principii in quanto lo psicologista può dire che ci sono processi psichici che hanno completa esattezza e cioè i portatori del logico. Non è corretto dichiarare semplicemente che le legiformità psichiche siano tutte vaghe, perché se il principio causale è universalmente valido, tutto ciò che accade si svolge secondo leggi che tollerano poche eccezioni (allo stesso modo delle regole della logica formale). Non le leggi sono inesatte, ma la nostra conoscenza di esse è imperfetta e nonostante ciò, alcune regolarità sono individuate con assoluta sicurezza. Schlick poi dice che le rappresentazioni intuitive possono svolgere interamente il compito dei concetti non appena vengano distinte l’una dall’altra con assoluta sicurezza giacché i concetti erano stati escogitati solo allo scopo di effettuare distinzioni nette. Tali distinzioni sono garantite dal fattore di discretezza all’interno della continuità di processi intuitivi e con ciò si risolve il problema della realizzazione delle relazioni logiche attraverso processi psichici.


 

 

Metafore della visione e noemi

 

La pratica, che Schlick contesta ai filosofi di dare senso nuovo alle parole per rendere tollerabili le proposizioni scorrette della filosofia, è in realtà un modus operandi proprio anche degli scienziati (si veda una riflessione di Frege a proposito dei termini scientifici e sulla libertà dello scienziato di dare senso nuovo a termini già usati) i quali spesso usano termini comuni per oggetti nuovi scoperti o ipotizzati oppure nella divulgazione usano metafore che poi rischiano di fuorviare chi legge e soprattutto il filosofo che vorrebbe elaborare i contenuti del loro lavoro (si pensi ai rimproveri che Sokal e Bricmont fanno ai post-strutturalisti francesi).

Schlick non spiega perché la soluzione platonica della contemplazione delle essenze sarebbe una soluzione metaforica. Perché forse la visione delle idee è metafora della vista degli oggetti sensibili? Ma perché “contemplazione” dovrebbe rinviare alla visione ? E se mettessimo “intuizione” la deriva metaforica sarebbe scongiurata ? In realtà quella che Schlick chiama impropriamente metafora è il legame continuo tra l’attività sensoriale ed il pensiero se non la sfera emotiva e fantastica, legame che non può essere reciso, come astrattamente pensano gli empiristi. Tale legame giustifica anche la tesi aristotelica della visione delle idee attraverso le cose, teoria che non a caso Schlick sembra non comprendere.

In che senso poi i concetti sono irreali ? E se le rappresentazioni non sono ellittiche ed i concetti non sono reali, che ne è dell’ellisse ? Come può un oggetto reale essere ellittico se l’ellisse non trova un posto qualsiasi nella gerarchia del reale ?

Inoltre il contenuto non è il processo psichico, ma il noema che si dà fenomenologicamente alla coscienza, mentre l’oggetto è la realtà di questo noema quando non è intenzionato da una coscienza. Il contenuto non è la rappresentazione se per quest’ultima si intende qualcosa di puramente psichico.

 

 

 

 

Si esperiscono oggetti

 

Schlick ha ragione nel dire che bisogna concepire  nel modo giusto termini “esistere” e “indipendentemente”, ma questo lo si può fare solo se si garantisce uno statuto ontologico minimo  a qualsiasi oggetto intenzionale.

Anche sull’analisi del termine “esperire” non si condivide l’approccio di Schlick :

  • In primo luogo, ciò che viene esperito non è il contenuto di coscienza, ma è un oggetto che diviene contenuto di coscienza. L’esperire è appunto questa ingredienza, questo accesso dell’oggetto al flusso di coscienza.
  • Se l’esperire infatti non è un evento che collega mente e realtà esterna, allora cos’è ?
  • Se  al blu (un quale) non corrisponde un oggetto non si può  dire che si faccia esperienza del blu, ma del mare ( del cielo, o di qualsivoglia cosa blu) attraverso il blu. L’esperienza è una percezione complessiva di un oggetto attraverso la messa in atto di tutte le facoltà sensoriali e il mettere conseguentemente insieme una molteplicità di dati di coscienza.
  • Può ben essere che dei concetti non si faccia esperienza, ma alcuni concetti possono ingredire (sotto forma di oggetti eterni) in un’esperienza. I concetti più che di esperienza possono essere oggetto di intuizione eidetica.

 

 

La realtà degli oggetti intenzionali

 

Quanto alla tesi di Schlick per cui l’oggetto intenzionale appartiene alla dimensione dello psichico, c’è da dire che :

  • Il contenuto c.d. intenzionale ha almeno un livello minimo di realtà altrimenti non lo si potrebbe nemmeno intenzionare.
  • L’intenzionare in generale è l’inserire un ente (facendolo diventare oggetto) in un contesto proposizionale e tale contesto è la funzione logica. Per cui l’intenzionare non è un processo soltanto psichico,ma un’articolazione della dimensione semantica.
  • L’oggetto intenzionale non è esperito, ma alcune volte è intuito eideticamente, oppure è oggetto delle specifiche facoltà che lo intenzionano (immaginazione, ricordo, credenza, desiderio)

Nel criticare la fenomenologia husserliana Schlick non si rende conto che altro sono i noemi, oggetto dell’intuizione eidetica, altro sono gli oggetti intenzionali, che sono molteplici come gli oggetti di esperienza e che sono condotti ad unità dai noemi (le essenze), così come gli oggetti di esperienza. Per cui l’analogia tra esistenza/essenza ed empirico/eidetico vale solo per i noemi, ma non per gli oggetti intenzionali i quali pure hanno un that (un loro livello di esistenza) ed un what (una loro essenza e cioè i noemi).

Gli oggetti c.d. non-reali (concetti, giudizi etc.) o sono ingredienti dei dati fenomenologici (es. concetti) o sono strutture metalogiche in cui vengono sussunti dati fenomenologici (es. giudizi). Tali strutture metalogiche sono a loro volta contenuti di coscienza, ciò in quanto i contenuti di coscienza (che ricomprendono anche gli oggetti intenzionali) non sono solo quelli sensoriali, ma anche gli oggetti di pensiero.

Schlick, denotando superficialità, non discute le tesi di Herbertz e nel discutere le tesi di Link non chiarisce cosa intenda per realtà effettiva di coscienza (“effettivo” in questo caso sembra servire solo per rafforzare la convinzione di chi parla), oltre a sognare un accordo con l’uso linguistico ordinario che serve solo a creare condivisioni di opinioni non verificate. Inoltre egli critica a Linke di non risolvere un problema forse mai risolto nella storia della filosofia (il rapporto tra sfera fenomenica e realtà effettiva), problema che si ripresenta pari pari a lui quando vorrebbe che il sapere circa le finzioni concettuali debba essere contenuto nei reali processi psichici. In questo caso la non-realtà dei concetti ricade tutta intera sul malcapitato che l’ha formulata.

 

 

Idee e psiche

 

Se poi i concetti non hanno essere, com’è che noi ci accorgiamo che le configurazioni psichiche non sono perfette ? Se i processi di coscienza in cui noi effettuiamo analisi logiche vanno compresi senza riguardo per ciò che significano, in che senso essi vanno compresi ? Andrebbero solo spiegati…

Schlick da un lato esclude ciò che le configurazioni psichiche significano e poi si chiede come esse assolvano la loro funzione di significanza : in questo modo costruisce da sé l’ostacolo presso cui la sua tesi va a sbattere.

In realtà attraverso l’analisi nei meri termini di legiformità psicologica non solo non è possibile sapere come esse adempiano alla loro funzione semantica, ma non è nemmeno possibile inferire la pura e semplice esistenza di una loro funzione semantica.

Infine dicendo che i processi psichici possono essere determinati solo da altre realtà,  Schlick confonde un isomorfismo logico (tra concetti e psiche) con un condizionamento causale, oltre a presupporre quel che va ancora dimostrato e cioè la non esistenza degli oggetti ideali.

 

 

 

La Natura ed il discreto

 

Quanto all’analisi della calcolatrice va detto quanto segue :

  • Tra l’apparato fisico e le regole di calcolo gioca un ruolo essenziale il sistema semiotico, che consente di spiegare e comprendere come si passa da un rapporto di causa/effetto ad un rapporto segno/designato e viceversa. Questo Schlick non lo tiene in debita considerazione.
  • E’ vero che il fondamento necessario e sufficiente per l’interpretazione sia già presente nella configurazione. Ma per poterlo teorizzare bisogna presupporre la tesi metafisica idealistica della Natura quale Spirito cristallizzato (Schelling)
  • L’interpretazione è una sorta di risoluzione : essa cioè dà un termine convenzionale all’Infinito e rende discontinuo il continuo, operando un’astrazione. Presupposto di ciò è la trasformabilità dell’Infinito in infinitesimo (cioè l’infinita approssimazione) resa possibile dalla coincidentia oppositorum. Dunque l’interpretazione la si può spiegare solo in un contesto metafisico.

Anche i processi fisici hanno internamente delle soglie (o almeno è possibile introdurne in maniera artificiale) e nei loro istanti sono riconoscibili (o ricostruibili) della configurazioni che scandiscono ad es. le misurazioni (ad es. le disposizioni delle lancette di un orologio).

Interpretare il problema del rapporto tra psicologico e logico, come un problema del tipo continuo/discreto è in parte un errore, dal momento che anche le rappresentazioni evidenziano una discontinuità presente in Natura (a meno che anche le rappresentazioni non trascendano l’ambito psichico).

 

 

La conoscenza come l’Infinito nel finito

 

Circa il rapporto tra la coppia continuo/discreto e le leggi di distribuzione degli errori, va sottolineato che :

  • Il continuo è in realtà l’esistenza di infiniti livelli di discontinuità. La discretezza possibile nella continuità non è assoluta, ma relativa al livello di analisi considerato.
  • La possibilità della conoscenza è data dal fatto che l’Infinito, autorappresentandosi nel finito, genera un’infinita possibilità di errore senza rilevanza pratica all’interno di una determinata banda (regione) finita che rappresenta l’area di adeguatezza conoscitiva. La conoscenza, cioè,  è l’Infinito nel finito (cioè la possibilità di dividere il finito in una infinità di punti, dei quali epistemologicamente uno è l’esattezza assoluta, gli altri sono l’errore irrilevante). La distinzione così può essere compiuta senza piena esattezza, ma con precisione soddisfacente per il livello di analisi considerato, con margini di errore poco rilevanti per gli obiettivi epistemici e pratici che ci si prefigge.
  • Tuttavia c’è una probabilità teorica anche minima di errori che vadano oltre la regione considerata. Tale probabilità ha l’equivalente ontologico che esiste almeno un mondo possibile in cui la lunghezza del pendolo che batte un secondo sia superiore a 50 metri.

 

 

Relazioni logiche e leggi psicologiche

 

Schlick poi fa spesso confusione tra esperienze inesatte e proposizioni come “L’uomo ha due orecchi” che sono ipotesi con pretesa di esattezza le quali hanno selezionato le esperienze che dovevano verificarle. Egli poi non si rende conto che c’è solo una ipotetica analogia tra le configurazioni fisiche del cervello e le configurazioni sintattiche della logica, ma egli è troppo dominato dal parallelismo arbitrariamente costituito tra logico/psichico e discreto/continuo.

Per fondare la logica non bisogna solo operare rigorose distinzioni (ed andrebbe spiegato a tal proposito come effettuare rigorose distinzioni tra rappresentazioni), ma bisogna anche spiegare come, da dei concetti distinti, è possibile individuare tra di essi delle relazioni necessarie. E comunque questo poco c’entra con la questione della relazione tra logico e psichico, ma riguarda la logica soltanto. 

Le relazioni tra grandezze discrete sono relazioni ideali applicate a cose empiricamente riscontrate, ma non sono di per sé reali nel senso inteso da Schlick. La relazione numerica, anche se applicata a due oggetti fisici, rimane per se stessa ideale. La relazione ordinante tra contenuti psichici è una relazione logica e non di tipo causale : Schlick avrebbe ragione se tra i contenuti psichici portatori del logico ci fossero rigorose relazioni psicologiche, ma non sembra che ci siano a livello psicologico o cerebrale  delle relazioni più vincolanti di altre, né rapporti di causa ed effetto più lineari o costanti.

Le leggi naturali non sono vere come quelle della logica, per quanto è possibile, riformulandole in modo assiomatico, farle assumere una forma logica. Tuttavia la loro verità è funzione sia degli assiomi che delle regole di deduzione, mentre le leggi logiche sono subordinate solo a queste ultime.

La distinzione che Schlick fa tra leggi naturali oggettive e nostra limitata conoscenza di esse sa molto di metafisica naturalistica e razionalistica e perciò andrebbe meglio giustificata e non certo alla luce dei presupposti epistemologici di Schlick.

 

 

 

 

 

 


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