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1 aprile 2010

Cosimo Rossi :intervista a Carlo Guglielmi. Fermiamo lo smantellamento del processo de lavoro

«L'articolo 18 dello statuto dei lavoratori è un riferimento simbolico comprensibile e opportuno. Ma ciò che è sottoposto all'aggressione da parte di questa normativa, il cosiddetto collegato sul lavoro (ddl 1167/b) approvato dal senato, è tutto quanto il lavoro precario». Carlo Guglielmi, esponente dell'Associazione nazionale magistrati democratici, domani farà la relazione introduttiva all'appuntamento romano in occasione della giornata di incontri e convegni dedicati allo «smantellamento del processo del lavoro», che si svolgono in oltre una dozzina di città con la partecipazione di lavoratori, avvocati, magistrati, giuristi, sindacati, rappresentanti politici e istituzionali (per i dettagli sui singoli eventi: www.giuristidemocratici.it ). Approfittiamo quindi di Guglielmi per una valutazione di massima su una legge che, spiega, «incornicia la concezione economica del governo Berlusconi e stabilisce a chi far pagare la crisi».

Ancora Napolitano non ha promulgato la legge e gli sono stati rivolti numerosi appelli affinché non firmi. A parte questo, nel testo vi sono incongruenze evidenti col dettato costituzionale tali che la magistratura possa rimetterla alla Consulta?
Rilevo che sono già trascorse oltre due settimane da che il testo è alla firma del Quirinale, e che non è molto usuale. Se verrà rinviato alle camere, valuteremo di conseguenza. Ma non è un aspetto su cui possiamo intervenire: noi dobbiamo agire come fosse già legge.

E, in quanto legge, quali sono le sue caratteristiche più nefaste?
Intanto vorrei ricordare che ha viaggiato quasi due anni per quattro letture, uscendo dal parlamento assai peggiorata. Contiene un ulteriore smottamento degli enti bilaterali intesa a rendere il sindacato complice. C'è un attacco al pubblico impiego, non mitigato da concessioni alla lobby delle forze armate, che invece occorrerebbe estendere a tutti. C'è la possibilità di sostituire un anno di obbligo scolastico con l'avviamento professionale. Come giuristi, noi ci concentriamo sull'impatto della legge sul processo. E, sotto questo aspetto, non c'è un singolo articolo che non sia viziato da anticostituzionalità. Ritengo perciò altamente probabile che finisca all'attenzione della Consulta.

Quali sono gli aspetti più esplicitamente anticostituzionali?
Ad esempio l'arbitrato. Noi sosterremo ovviamente il contrario, ma la legge parrebbe sostenere che è possibile stipulare una clausola compromissoria del contratto, attraverso cui al momento dell'assunzione il lavoratore rinuncia per sempre a rivolgersi all'autorità giudiziaria per qualsiasi lesione dei suoi diritti. Dovrebbe invece rivolgersi a un collegio arbitrale che non decide in base al diritto ma all'equità, senza possibilità di appello. E' una palese violazione dell'articolo 24 della Costituzione, secondo cui "tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi".

Altri esempi?
Viene introdotto un termine secondo cui, dalla scadenza di qualsiasi contratto precario, decorrono 60 giorni per impugnarlo. Poiché sono contratti che di norma vengono reiterati, ciò sottopone il lavoratore a ricatto: costringendolo a scegliere se rivendicare un diritto oppure reiterare il contratto. Cosicché, chi ha un retroterra economico potrà impugnare il contratto senza reiterarlo, mentre chi non può dovrà subire la decorrenza e reiterare la precarietà. Ma c'è di più. Perché viene fissato che qualunque contratto precario pregresso potrà essere impugnato entro soli 60 giorni dall'entrata in vigore della legge. E, siccome nessuno è al corrente, questo significa il più grande condono gratuito degli abusi del lavoro precario nella storia italiana. A ciò si aggiungono anche aspetti grotteschi, come affermare che nel valutare i licenziamenti il giudice dovrà tenere conto dell'interesse oggettivo dell'azienda.

Perché il bene della Fiat è il bene del paese, per citare l'adagio più classico. Che però è stato a lungo, e in parte è ancora, un dogma anche della sinistra, sia radicale che riformista…
Ricordiamoci che la prima norma che ha reso possibile l'arbitrato secondo equità nelle controversie di lavoro nasce nel centrosinistra di Prodi del 1998. Quanto poi alle responsabilità, dei molti che ora si stracciano le vesti, nel corso di quasi due anni di discussione della legge non si è sentita gran voce: in primo luogo le forze politiche parlamentari, ma non mi sento di esentare nessuno.

Tantomeno i sindacati...
Cisl e Uil si sono già accomodante dentro la nuova norma. Anche perché hanno un certo interesse, in quanto viene loro demandata la certificazione e la qualificazione del rapporto - ad esempio autonomo piuttosto che subordinato - attraverso gli enti bilaterali, costituiti da datori e sindacati. La Cgil si oppone. Ma mi risulta difficile affermare che abbia fatto una grande battaglia nel paese.

Il punto è questo. A parte i convegni, sembra impossibile realizzare iniziative di massa su questioni sociali e civili che, nonostante la segmentazione del lavoro e la produzione, sono pressoché generali. E anzi: più le organizzazioni sono tradizioni meno sono capaci di mobilitare...
Questa è la fotografica del bellissimo convegno su questa legge fatto al Cnel dalla Cgil, con una vasta e concorde platea di professori, sindacalisti e giuristi. Ben diverso era se, oltre al convegno, la Cgil avesse inserito da subito questo tema nella piattaforma dello sciopero del 12 marzo. E' vero, tuttavia, che le organizzazioni di massa tradizionali sono implose in loro stesse. In questo quadro, il nostro convegno di domani è il primo punto di confronto con i magistrati, che sono coloro che poi dovranno applicare questa norma e eventualmente rinviarla alla Consulta e alla Corte di giustizia. Se poi il convegno lo metti dentro una giornata di mobilitazione nazionale, allora diventa anche azione politica. Ma è evidente che, se penso ai 60 giorni per impugnare tutti i contratti precari pregressi, mi sento di fronte all'urgenza di forme di intervento nuove e immediate rispetto a soggetti e pratiche tradizionali.


12 marzo 2010

Cinzia Gubbini : obbligo scolastico addio. Nasce l'apprendista per legge

E' legge. Appena sarà stipulato l'accordo quadro con le regioni, in Italia tornerà la possibilità di andare a lavorare a 15 anni. Nella pioggia di novità contenute nel disegno di legge 1167 B (il cosiddetto «collegato al lavoro») approvato l'altro ieri al Senato, viene anche stabilito senza colpo ferire che l'obbligo scolastico terminata la terza media può essere assolto attraverso il contratto di apprendistato. Che, giuridicamente, è niente di più e niente di meno di un contratto di lavoro.
Anche in questo caso, nello spirito dell'intera partita del collegato, niente viene fatto alla luce del sole. Si confondono le acque. Si traveste il lupo da agnello. L'incipit del comma 6 dell'articolo 48 dice tutto: «stante l'obbligo di istruzione...» e continua facendo riferimento alla famosa norma introdotta dal centrosinistra nella prima finanziaria del governo Prodi: l'innalzamento a 16 anni dell'obbligo scolastico. Della serie: tranquilli, non cambia nulla. Invece cambia tutto. Perché l'apprendistato non può in nulla essere equiparato a un percorso di formazione. E' un contratto di lavoro, che prevede anche la formazione, ma che viene definito dai singoli contratti di categoria. Anzi, dopo la (famigerata) legge Treu, che quanto meno introduceva l'obbligo alla formazione esterna all'azienda - ambizione che, va detto, non è mai decollata, sia perché le regioni deputate a questo compito hanno pochi soldi, sia perché le aziende se ne disinteressano - la politica del lavoro ha operato ai fianchi di questo istituto. La legge Biagi riformando l'istituto dell'apprendistato ha tolto l'obbligo della formazione esterna. E anche un recente regolamento del governo vira verso il concetto di «azienda formatrice»: non c'è bisogno che l'apprendista affini le sue capacità anche attraverso un percorso di studio. Basta quello che si impara a bottega. E il riferimento alla «bottega» non è casuale. Quale lavoro, infatti, si può immaginare per un ragazzino o una ragazzina di 15 anni? Certo non entreranno nelle stanze dei bottoni delle aziende, certo non andranno a imparare il mestiere del professionista. Parrucchiere, estetiste, operai. A nulla più possono aspirare i ragazzi che non vanno troppo d'accordo con i libri. Una tragica conferma di quanto rilevato con preoccupazione giusto l'altro ieri dall'Ocse: in Italia il reddito è influenzato dal lavoro dei genitori. Dalla propria condizione di origine non ci si riesce ad emancipare. La scelta del governo, tra l'altro, evidenzia anche una visione molto «old style» del mercato del lavoro: oggi come oggi bisogna studiare anche per diventare una brava estetista e una brava parrucchiera, altro che «azienda formatrice»


Il centrodestra nel periodo delle polemiche dopo l'annuncio del provvedimento, ha sempre rispedito le accuse al mittente. Sostenendo che questo nuovo percorso servirà, semplicemente, a contrastare la dispersione scolastica. Il disegno di legge, infatti, contiene anche una delega con cui si promette di riformare l'apprendistato. Quando e come, però, non è dato sapere.
«E' una scelta classista, scellerata e autolesionista», denuncia la senatrice del Pd Mariangela Bastico, che in aula ha chiesto invano risposte alla maggioranza sul futuro dell'apprendistato e sul senso di questa norma, senza mai ottenere alcuna risposta. «Con questa norma il governo - continua la senatrice - si appropria di un anno di diritto all'istruzione sottraendolo ai ragazzi, abbassa a 15 anni l'età di ingresso al lavoro, riduce le opportunità di futuro e blocca la mobilità sociale». Tra l'altro Bastico ricorda uno studio della Banca d'Italia secondo cui investire sull'istruzione ha una resa del 7%, addirittura dell'8% al sud. Insomma, che spendere soldi sull'istruzione sia un investimento non è solo un modo di dire.
Ma ovviamente la posizione della maggioranza è che si sta parlando a tutti gli effetti di formazione, tanto che non viene abrogata la norma approvata nella finanziaria del centrosinistra che - oltre a innalzare l'obbligo scolastico - innalzava anche l'età minima per l'ingresso al lavoro a 16 anni. Di questa scarsa chiarezza si preoccupa il sindacato: «Abbiamo rilevato - osserva Maria Brigida della Cgil Flc - come negando che l'apprendistato è un contratto di lavoro si rischia di fare peggio: legalizzare lo sfruttamento dei minorenni». Ma c'è anche un altro aspetto da rilevare: «La determinazione del governo in questo campo è formidabile, e dimostra una consolidata visione del mondo. Conoscono benissimo l'importanza della conoscenza e della formazione. Solo che deve essere appannaggio del famoso 20% della società: non è un diritto di tutti».


10 luglio 2009

Guglielmo Forges Davanzati : l'unità nazionale e le gabbie salariali

 La tesi secondo la quale occorre prendere atto del fatto che esistono ‘nuove’ modalità di organizzazione del lavoro e che esse si basano su rapporti cooperativi fra imprenditore e lavoratore viene reiteratamente usata per legittimare i provvedimenti di depotenziamento del sindacato e la riduzione del potere contrattuale del lavoro dipendente. Si tratta di quella “complicità tra capitale e lavoro” che è un punto fermo dell’elaborazione teorica del Ministro Sacconi. Partendo dalla legislazione sulla ‘flessibilità del lavoro’ avviata dagli anni ottanta e con significativa accelerazione nei primi anni duemila, il processo è fin qui giunto al sostanziale superamento della contrattazione nazionale[1]. Anche i più tenaci difensori di questi provvedimenti non si spingono a sostenere che dalla loro attuazione c’è da attendersi un aumento generalizzato dei salari: viene semmai sostenuto che – per il tramite del cosiddetto salario di ‘produttività’ – si registrerà un’accentuazione dei differenziali salariali nella direzione di maggiori premialità per il contributo individuale alla produzione e, dunque, di maggiore incentivo all’erogazione di impegno lavorativo.



La ratio che sottende questo provvedimento sta nella convinzione – tutta da dimostrare – che la modesta dinamica della produttività del lavoro delle imprese italiane, di gran lunga inferiore alle loro concorrenti europee, dipende dal fatto che, nel nostro contesto, non viene premiato il merito; e ciò, a sua volta, viene ricondotto a un modello di relazioni industriali che è stato tradizionalmente caratterizzato da una marcata centralizzazione. Occorre chiarire, a riguardo, che sebbene nessuno possa farsi difensore del demerito, così che l’esaltazione meritocratica finisce per diventare mera retorica, ad oggi non si dispone di alcun criterio oggettivo di misurazione della produttività individuale. Ed è necessario aggiungere che – poiché il lavoro concorre, insieme al capitale e alle materie prime, alla realizzazione del prodotto –  è teoricamente e praticamente impossibile imputare a un singolo fattore produttivo il suo contributo specifico alla produzione. In tal senso, premiare il merito è un dover essere che non trova alcun sostegno scientifico, e, conseguentemente, non può avere una sua traduzione nelle prassi aziendali. Ciò che le imprese verosimilmente fanno, in assenza di una quantificazione oggettiva del merito, è – nella migliore delle ipotesi – premiare chi si è dimostrato più affidabile (e, non per questo, più produttivo) e – nella peggiore delle ipotesi – attuare forme di discriminazione, a danno dei lavoratori meno ‘graditi’ e/o con minor potere contrattuale.
Stando così le cose, si può ritenere che il depotenziamento del sindacato ha, come effetto, innanzitutto una riduzione generalizzata dei salari e i costi connessi alla tutela aziendale dei diritti dei lavoratori. A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione, che attiene agli effetti di questi provvedimenti sull’economia meridionale, sulla base di una duplice constatazione.
1) Secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ, nel settore privato i salari al Nord sono mediamente più alti di 13.000 euro l’anno rispetto ai salari percepiti dai lavoratori meridionali, e, per quanto attiene al reddito pro-capite, il divario tra le due aree del Paese è aumentato nell’ultimo biennio dello 0,2%. A fronte della riduzione della quota dei salari sul PIL che ha interessato l’intero Paese nell’ultimo ventennio, vi è ampia evidenza empirica del fatto che – fatti salvi alcuni brevi intervalli congiunturali – il rapporto fra salari dei lavoratori meridionali e salari dei lavoratori settentrionali ha segnato una costante riduzione. L’Ufficio Studi di Banca d’Italia certifica che il processo di divergenza fra retribuzioni nel Mezzogiorno e retribuzioni nel Nord ha origine almeno a partire dall’inizio degli anni novanta e che, per quanto attiene al periodo che intercorre fra il 1990 e i primi anni duemila, l’incremento dei differenziali salariali su scala regionale si situa nell’ordine del 14%. Essendo minori in termini relativi i salari nel Mezzogiorno, i prezzi di vendita dei beni che le imprese meridionali vendono al Nord sono minori dei prezzi di acquisto dei prodotti del Nord da parte dei consumatori meridionali. Si è, cioè, già in presenza di un meccanismo spontaneo di deterioramento delle ragioni di scambio[2], stando al quale il libero scambio fra le due aree del Paese avvantaggia sistematicamente quella che, in partenza, ha il PIL più alto. Si può osservare, a riguardo, che la quota delle esportazioni del Mezzogiorno è stata in aumento, seppur lieve, negli ultimi anni, passando – su fonte ISTAT – di circa 1 punto percentuale dal 2006 al 2007. Poiché le imprese meridionali, tecnologicamente di retroguardia e di piccole dimensioni, riescono ad acquisire quote di mercato solo mediante la compressione dei prezzi e, dunque, dei costi di produzione, la ripresa delle esportazioni meridionali sembra dipendere dalla riduzione dei salari nel Mezzogiorno. Si consideri anche che le due voci principali di esportazione del Mezzogiorno riguardano i mezzi di trasporto e gli apparecchi meccanici, e che la gran parte delle esportazioni proviene da imprese la cui proprietà non è di operatori meridionali. Da un lato, i profitti provenienti dalle esportazioni vanno in parte a beneficio di imprese localizzate nel Mezzogiorno, ma il cui assetto proprietario è esterno all’area, così che non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri che vengano reinvestiti in loco. Dall’altro lato, la quota residua di profitti attiene all’esportazione di prodotti intermedi, che vengono lavorati e venduti da imprese all’esterno dell’area, generando incrementi di profitto e beneficio di imprese non meridionali; profitti che, comunque, sono ottenuti mediante riduzioni dei salari dei lavoratori meridionali.
2) L’ultimo rapporto ISTAT registra che, nelle regioni meridionali, oltre il 90% delle imprese censite ha un numero di dipendenti inferiore a nove. In tali condizioni, appare del tutto evidente che la contrattazione aziendale o non si fa o, se si fa, è al più un fatto meramente formale che si limita a ratificare l’asimmetria dei rapporti di forza fra datori di lavoro e dipendenti, asimmetria massima nelle micro-imprese. La conseguente prevedibile caduta dei salari dei lavoratori meridionali, a seguito delle nuove politiche del lavoro, non può che determinare un’accelerazione – politicamente indotta – dei differenziali salariali fra macro-aree.
Il ritorno alle ‘gabbie salariali’ è, in effetti, nell’agenda politica, come testimoniato dalle ripetute sollecitazioni provenienti soprattutto dalla Lega Nord e da Confindustria. E’ opportuno ricordare che il dispositivo delle gabbie salariali, vigente negli anni cinquanta-sessanta, manteneva ope legis i salari monetari dei lavoratori meridionali più bassi dei loro colleghi settentrionali, con un duplice argomento: i) essendo differente il livello dei prezzi fra aree del Paese, occorreva tenere basse le retribuzioni nominali nelle aree con prezzi più bassi; ii) essendo minore la produttività del lavoro nel Mezzogiorno, e poiché il salario è (deve) essere commisurato alla produttività del lavoro, occorreva comprimere le retribuzioni nelle aree nelle quali la produttività era minore. L’obiettivo e le motivazioni oggi non cambiano. Si aggiunge che la compressione relativa dei salari al Sud favorirebbe gli investimenti nell’area. E’ bene chiarire che nessuno di questi argomenti trova un adeguato sostegno teorico ed empirico. Innanzitutto, se anche il livello dei prezzi è inferiore nel Mezzogiorno, occorre considerare che i lavoratori meridionali accedono a una quantità di beni e servizi pubblici di gran lunga inferiore a quella dei loro colleghi settentrionali. A ciò si può aggiungere che, per il meccanismo perverso precedentemente descritto, quanto più il paniere dei beni di consumo dei lavoratori meridionali include anche prodotti del Nord (e del resto d’Europa), tanto minore è il loro salario reale. Si consideri che le rilevazioni ISTAT che vengono poste alla base del ritorno alle gabbie salariali non certificano un livello dei prezzi più basso per ogni bene di consumo nelle città meridionali. A titolo puramente esemplificativo, si può richiamare il fatto che i prezzi più alti dei prodotti dell’abbigliamento e delle calzature – fra tutti i comuni italiani - si registrano a Reggio Calabria[3]. In secondo luogo, la minore produttività dei lavoratori meridionali non è imputabile al loro scarso rendimento, ma a una struttura produttiva tecnologicamente di retroguardia sulla quale, con ogni evidenza, non possono incidere[4].  In terzo luogo, e per quanto attiene all’attrazione di investimenti, i riscontri empirici disponibili, riferiti agli ultimi anni, segnalano l’inesistenza di questo effetto. Sia sufficiente qui richiamare il fatto che, stando all’ultimo rapporto SVIMEZ, pure a fronte di un significativo calo dei salari nel Mezzogiorno, il tasso di crescita degli investimenti si è ridotto, nel precedente biennio, dal 2.4% allo 0.5%.¼br> L’impoverimento materiale dei lavoratori meridionali – già in atto e presumibilmente in crescita – viene in qualche modo compensato da un’operazione culturale che passa dalla retorica delle ‘vocazioni naturali’ – secondo la quale il Sud è naturalmente dedito al turismo e all’agricoltura – per arrivare al ‘pensiero meridiano’. L’apologia della lentezza, dell’analisi misurata e tranquilla del mondo che ci circonda viene contrapposta, con segno positivo, alla velocità che caratterizza gli stili di vita e i modi di produzione delle economie industrializzate più avanzate. E’ su questo duplice dispositivo che si cerca di mantenere l’unità nazionale che la gran parte dei provvedimenti di questo Governo sta seriamente mettendo in discussione


23 aprile 2009

Luigi Cavallaro : un contratto precario per tutti ?

 Nell’attuale babele delle forme di collaborazione all’impresa – una quarantina circa, con approssimazione per difetto –, una proposta come quella di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, volta all’istituzione di “un nuovo contratto per tutti” (come recita il titolo di un loro fortunato pamphlet da poco in libreria), sembra perfino ragionevole: tanto più ragionevole se si considera che, fin qui, la proliferazione delle tipologie contrattuali non ha fatto altro che aggravare il deprecabile dualismo che connota il nostro mercato del lavoro, con la casta degli outsiders condannata a patire in modo preponderante le conseguenze delle dosi massicce di flessibilità salariale e in entrata e uscita somministrate dai provvedimenti legislativi degli ultimi vent’anni.
L’apparenza però inganna. Si tratta infatti di una proposta che non solo poggia su un’interpretazione decisamente errata delle cause di quel dualismo, ma che – se dovesse tramutarsi in legge – rischierebbe perfino di provocarne l’irreversibile consolidamento, limitandosi semplicemente a ridistribuirne le conseguenze su una platea ben più ampia di lavoratori.
Vediamo perché. Come accennato, Boeri e Garibaldi propongono di sostituire l’attuale enorme congerie di tipologie contrattuali con un unico contratto a tempo indeterminato, caratterizzato da un sentiero graduale, “a tappe”, verso la stabilità. Più precisamente, il rapporto di lavoro dei neoassunti si snoderebbe dapprima in una “fase di inserimento”, che durerebbe fino al terzo anno d’impiego e sarebbe garantita dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori solo per ciò che concerne il licenziamento discriminatorio: il licenziamento disciplinare e quello per motivi economici o organizzativi darebbero luogo, invece, solo ad una compensazione monetaria crescente in funzione dell’anzianità di servizio, fino ad un massimo di sei mensilità di retribuzione per chi abbia raggiunto i tre anni di anzianità. Dopo il terzo anno di lavoro, infine, la tutela dell’art. 18 andrebbe estesa anche ai licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo e oggettivo, s’intende lì dove l’impresa abbia più di quindici dipendenti: per le imprese di dimensioni inferiori, infatti, la disciplina resterebbe tale e quale e di reintegra in caso di licenziamento illegittimo non se ne potrebbe (come già non se ne può) parlare.
Se questi sono i termini della proposta in questione, bisogna anzitutto rilevare che il contratto unico rappresenta indubbiamente un peggioramento della tutela che attualmente è garantita fin dall’assunzione a quanti sono impiegati a tempo indeterminato alle dipendenze di un’impresa con più di quindici dipendenti. Né vale in contrario obiettare che il 50% circa delle nuove assunzioni viene attualmente effettuato ricorrendo a tipologie contrattuali che escludono del tutto l’operatività dell’art. 18: si potrebbe agevolmente replicare che la proposta in discorso si limita a rendere comune a tutti questo destino di precarietà, quasi che il mercato del lavoro fosse uno di quegli ambiti in cui il mal comune equivale a mezzo gaudio.
Si deve peraltro aggiungere che codesta universalizzazione del precariato non è affatto necessaria rispetto all’obiettivo di superare il dualismo del mercato del lavoro. Nonostante il contrario avviso decisamente propugnato da Boeri e Garibaldi (secondo i quali “l’aumento dell’occupazione ha beneficiato grandemente dallo sviluppo di questi nuovi contratti”), non esiste alcuna evidenza che possa dimostrare che l’aumento dell’occupazione documentato dalle nostre statistiche dal 1995 in qua sia ascrivibile alla diffusione delle tipologie contrattuali atipiche: recenti studi, che hanno posto in relazione le variazioni della disoccupazione con le variazioni dell’indice di protezione normativa dei lavoratori calcolato dall’OCSE (il cosiddetto EPL, Employment Protection Legislation), hanno infatti evidenziato che la retta di regressione è pressoché piatta, anzi leggermente inclinata in modo opposto a quanto dovrebbe essere se la correlazione effettivamente esistesse, il che lascia supporre che variazioni del grado di protezione e variazioni della disoccupazione siano variabili sostanzialmente non correlate[1].
D’altra parte, se è vero che la crescita dell’occupazione si è accompagnata ad un aumento della povertà e, in specie, alla drastica diminuzione del tasso d’incremento delle retribuzioni (nell’industria manifatturiera il tasso di crescita dal 1998 al 2006 è stato del 2,6%, contro una media del 10,1% nei paesi dell’unione monetaria europea), sembra di poter dire che, più che una crescita dell’occupazione, il nostro Paese ha registrato negli ultimi dieci anni una redistribuzione della (dis)occupazione. Su un piano statistico, infatti, il legame fra la riduzione dell’EPL e la minor crescita dei salari appare meno evanescente di quello tra EPL e disoccupazione[2], e ciò suggerisce che un monte-salari progressivamente decrescente rispetto al reddito nazionale possa essersi distribuito su una più ampia fetta di lavoratori, dando luogo ad una nuova forma di “disoccupazione nascosta”: un fenomeno che afflisse la nostra economia negli anni precedenti al decollo del cosiddetto “miracolo economico”, a causa dell’elevata incidenza della manodopera nei settori agricoli a bassissima produttività, e che speravamo di aver ormai consegnato alla riflessione degli storici.
Queste considerazioni, che lasciano intendere come le cause del dualismo del mercato del lavoro non siano facilmente collegabili ad una presunta rigidità delle tutele (e men che meno ai salari elevati degli insiders), introducono ad un’ulteriore obiezione che può muoversi allo schema del “contratto unico a tutele crescenti”. Tralasciando il fatto che, nell’idea di Boeri e Garibaldi, la compensazione monetaria per il licenziamento intimato nei primi tre anni d’impiego sembra presentarsi come un firing cost, che l’imprenditore è tenuto a pagare a prescindere dalla legittimità o illegittimità del recesso, una domanda sorge spontanea, ed è la seguente: chi ci assicura contro il fatto che, al termine del terzo anno d’impiego, il datore di lavoro non licenzi il lavoratore adducendo, magari pretestuosamente, motivi economici e sbarazzandosene così con sei mesi d’indennità e subito dopo ne riassuma un altro da stabilizzare dopo tre anni e poi licenzi anche lui e così via all’infinito?



Boeri e Garibaldi, naturalmente, una risposta ce l’hanno: il “precariato transitorio”, per così dire, avrebbe come contropartita la “formazione” del lavoratore, l’accrescimento del suo “capitale umano”; completata la formazione, per l’impresa che ha così lungamente investito sarebbe “molto costoso” separarsi dal dipendente e assai più “redditizio” garantirsene le prestazioni a tempo indeterminato, con un contratto assistito dal regime di stabilità reale.
Una risposta del genere, tuttavia, non appare convincente per almeno due motivi: innanzi tutto, perché sembra postulare un gap di formazione degli outsiders rispetto agli insiders che non trova alcuna evidenza empirica (è vero invece il contrario, cioè che chi si affaccia oggi sul mercato è mediamente più istruito di chi vi si trova già); in secondo luogo, perché – invertendo la relazione logica fra domanda e offerta di capitale umano – nasconde l’essenza del problema, ossia l’appartenenza dell’insieme delle nostre imprese ad un sistema industriale con caratteristiche di specializzazione produttiva sostanzialmente diverse (e peggiori) rispetto a quelle dei maggiori paesi europei[3].
In effetti, si riflette troppo poco sul fatto che, tra il 1988 e il 2004, la crescita occupazionale percentualmente più forte si è avuta nei settori a media intensità di attività di ricerca e sviluppo, quella più forte in assoluto nei settori a bassa intensità di attività di ricerca e sviluppo e quella più debole, sia in termini percentuali che assoluti, nei settori con utilizzo di capitale umano qualificato. E ancor meno si considera la facilità con cui hanno trovato occupazione presso le nostre imprese immigrati privi di una formazione e di una cultura di base appena paragonabili a quelle dei nostri ventenni e trentenni o il fatto, del tutto speculare, che le nostre giovani teste d’uovo emigrino all’estero. Si tratta però di evidenze che infirmano gravemente la possibilità che l’“investimento in capitale umano” attuato durante il triennio di precariato immaginato da Boeri e Garibaldi possa dissuadere il datore di lavoro da “licenziamenti elusivi” del tipo di quelli prospettati in precedenza: la realtà è ben diversa, ed è che – data la specializzazione produttiva del nostro sistema industriale – non c’è praticamente “capitale umano” che le nostre imprese non possano adeguatamente rimpiazzare nel giro di pochi mesi.
C’è dunque il rischio che una proposta come quella di Boeri e Garibaldi, per quanto ispirata dalla volontà di eliminare il dualismo del nostro mercato del lavoro, possa costituire l’ennesimo strumento per consentire alle nostre imprese di perseguire il non commendevole obiettivo di continuare a disporre di un polmone di lavoro flessibile con il quale fronteggiare il (precario) andamento del ciclo economico senza alcuna tema di incappare nelle maglie delle procedure previste per i licenziamenti individuali e/o collettivi e, soprattutto, al cospetto dei giudici del lavoro. Boeri e Garibaldi, del resto, lo scrivono a chiare lettere: “Che sia frutto delle leggi o delle interpretazioni troppo rigide fornite dalla giurisprudenza, il risultato è lo stesso: licenziare, in Italia, è un’impresa davvero difficile”. Nemmeno questo è vero, ma ne diremo in una prossima occasione.

[1] Si veda sul punto Emiliano Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, in P. Leon, R. Realfonzo (a cura di), “L’economia della precarietà“, Roma, Manifestolibri, 2008, pp. 136-137. L’argomentazione è stata ulteriormente sviluppata in Id., Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, di prossima pubblicazione in “Quaderni DASES dell’Università del Sannio”. Ma ad analoghe conclusioni si perviene ormai anche da parte dell’ortodossia neoclassica: cfr. ad es. Oliver Blanchard, The Economic Future of Europe, “Journal of Economic Perspectives”, 2004, vol. 18, n. 4. Sull’argomento, da un punto di vista più squisitamente teorico, v. anche Riccardo Realfonzo, Guglielmo Forges Davanzati, Labour market deregulation and Unemployment in a Monetary Economy, in R. Arena, N. Salvadori (a cura di), “Money, credit and the role of the State”, Ashgate, Aldershot, 2004, pp. 65-74.
[2] Cfr. ancora Brancaccio, Il fallimento della deflazione salariale, loc. cit.
[3] Il ruolo decisivo della specializzazione produttiva delle nostre imprese nella peculiare conformazione della domanda di lavoro (e la riconduzione ad essa delle caratteristiche dell’offerta) è esaminato in Luigi Cavallaro, Daniela Palma, Come (non) uscire dal dualismo del mercato del lavoro: note critiche sulla proposta di contrato unico a tutele crescenti, di prossima pubblicazione in “Rivista italiana di diritto del lavoro”, 2008, dove conseguentemente si argomenta a favore dell’assoluzione dell’art. 18 dall’accusa di aver irrigidito i problemi del nostro mercato del lavoro.

9 Commenti


  1. Giuseppe Pappalardo scrive:

    Ho letto il libro di Boeri e Garibaldi e devo notare come in questo articolo dell’ottimo Cavallaro la critica si appunti solo su un aspetto della proposta complessiva dei due autori. Infatti, la proposta centrale è accompagnata da altre due proposte come il salario minimo e il salario sociale. Insomma siamo d’accordo o no a generalizzare lo strumento di protezione sociale costiutuito da un’indennità di disoccupazione decente? Rendere tale strumento universale, unico, trasparente. Non hanno forse ragione Boeri e Garibaldi quando fanno notare la cd. trappola della povertà? Non occorre fare chiarezza in tutte questa concerie di norme che fanno preferire ad un povero di restare povero?
    Grazie per l’attenzione.

    Risposta di Cavallaro:
    Per trasformare l’attuale indennità di disoccupazione in un sussidio che soccorra in ogni caso di inoccupazione non c’è necessità alcuna di istituire ad un “contratto unico” come quello proposto da Boeri e Garibaldi: si deve e si può pensare a un contratto unico che però non implichi alcun abbassamento delle tutele sul lavoro e si può e si deve pensare ad una qualche forma di reddito di cittadinanza per chi non abbia un lavoro. Ne riparleremo. Grazie per il commento.


  2. Rosario Santucci scrive:

    Interessante, documentata opinione critica. Sarebbe opportuno ampliare il discorso focalizzando l’attenzione sul modo di raccordare esigenze economiche e tutele del lavoro, spostando il discorso sulle flessibilità gestionali compatibili con il rispetto dei diritti sociali fondamentali del lavoratore. Temo che l’attuale crisi industriale porrà problemi più ampi (licenziamenti collettivi e ammortizzatori sociali) rispetto ai quali emergerà uno spettro che si aggira nel sistema di relazioni sindacali italiano: l’assenza o l’inadeguatezza delle regole sulla rappresentanza dei soggetti sindacali e sugli effetti degli accordi sindacali.

    Cavallaro risponde:
    Concordo nel rilievo che la crisi industriale porrà problemi rispetto ai quali emergerà l’assenza delle regole sulla rappresentanza dei soggetti sindacali e sugli effetti degli accordi sindacali. E’ un tema di cui ci occuperemo anche con proposte specifiche. Grazie per il commento.


  3. Nino Magazzù scrive:

    Praticamente si evince che Boeri e Garibaldi (sostenuti da Giavazzi) vogliano barattare il sussidio ordinario di disoccupazione con la precarietà per tutti. Insomma, vogliono istituire il modello danese (libertà di licenziamento + sussidio). Manca però il terzo pilastro, la politica attiva del lavoro, che costa.
    Inoltre, come sostenuto al parlamento europeo dai rappresentanti danesi, tale modello non è compatibile con la diminuzione della pressione fiscale ed in Danimarca funziona poichè questo paese è un piccolo ponte tra il mercato tedesco e quelli propriamente scandinavi, con il tasso d’occupazione più alto d’Europa ed un tasso di disoccupazione tra i più bassi.
    Insomma è un paese economicamente concentrato (come la nostra Lombardia, per fare un esempio).

    Credo invece che l’unica cosa auspicabile sia l’abrogazione della collaborazione (continuativa o a progetto non fa differenza) che è un mostro giuridico che spaccia per “pseudo-imprenditori” lavoratori dipendenti, l’inserimento di un’indenità nella sopravvissuta somministrazione a tempo determinato ed una forte limitazione (quantitativa e di tempo) della reiterazione dei contratti a tempo determinato.

    Se poi si vuole introdurre il sussidio ordinario di disoccupazione, che vale sui 12 miliardi di euro, che lo si faccia, ma senza barattare.

    Non posso che concordare con l’articolo.

    P.s.

    Inoltre il punto è che la diminuzione della quota salari/Pil conseguenza della precarizzazione può aumentare la domanda di lavoro solo in un’economia aperta neomercantilista. Con l’avvento delle economie emergenti che mangiano settori maturi (vedi l’abbigliamento) ed iniziano a dare corda in quelli della meccanica una politica deflazionista del salario può non produrre una diminuzione della disoccupazione.

    Cavallaro risponde:
    La collaborazione coordinata e continuativa senza vincolo di subordinazione è sempre esistita e sempre esisterà; il problema è costituito dalla frequente dissimulazione di un rapporto di lavoro subordinato sotto le mentite spoglie di una collaborazione coordinata e continuativa ed è agevolato da talune norme che oggettivamente la favoriscono. Ne riparleremo – unitamente al tema dei contratti a termine – nel quadro di una proposta complessiva sulle forme della collaborazione all’impresa che presenteremo prossimamente. Grazie per il commento.


  4. francisco genre scrive:

    Mi sembra che ci sia un fraintendimento in questo articolo. Boeri e Garibaldi si riferiscono alla formazione professionale svolta in azienda, da cui nasce il gap tra insider e precari che, essendo meno professionalizzati, possono essere lasciati a casa senza problemi. Probabilmente è vero che gli outsider sono più istruiti, ma oggi un laureato in facoltà umanistiche è già tanto se trovo posto in un call center.
    In bocca al lupo per il sito!

    Cavallaro risponde:
    Se oggi un laureato (e non solo in discipline umanistiche) fatica a trovare un posto che non sia in un call center dipende dalla qualità della specializzazione produttiva del nostro sistema industriale, che domanda per lo più personale con bassa qualificazione tecnico-professionale. Si tratta di personale che può essere formato molto rapidamente e altrettanto rapidamente sostituito, per cui la “formazione in azienda” non potrà quasi mai rappresentare un incentivo per l’imprenditore a stabilizzare il contratto. Grazie per il commento.


  5. Lorenzo Zoppoli scrive:

    Sono abbastanza d’accordo con la critica di Cavallaro al contratto unico, che in un recente scritto ho considerato un uso singolare delle categorie giuridiche a fini di edulcorazione delle statistiche socio-economiche (v. Il contratto a termine e le trappole della precarietà, in europeanrights.eu, newsletter 10/08). Ciò detto, è vero però che, nel quadro attuale italiano, quella proposta non va demonizzata, potendo costituire un percorso lungo il quale ricondurre a maggiore razionalità la panoplia di contratti e contrattini nati negli ultimi dieci anni e buoni soprattutto per chi, avendo validi uffici del personale o bravi consulenti del lavoro, vuole cumulare strumenti negoziali di contenimento del costo del lavoro e di sfruttamento dei soggetti più deboli sul mercato (ma sempre con il rischio di qualche disavventura giudiziaria). Probabilmente un contratto unico - davvero unico per tutte le imprese - che contenga certamente, dopo qualche anno di prova, maggiori garanzie di stabilità per i lavoratori, potrebbe essere un interessante strumento di semplificazione anche per le imprese più piccole. Nello scritto citato, ritengo ad esempio meritevole di considerazione la soluzione delineata nell’ultimo contratto collettivo per la somministrazione di lavoro.
    Approfitto comunque per rallegrarmi con Riccardo Realfonzo e tutti gli altri per la bella idea di questa nuova rivista online, augurandomi che riusciate a promuovere sempre dibattiti su temi così generalmente importanti ed utili anche per confronti interdisciplinari.

    Cavallaro risponde:
    Che occorra ricondurre a maggiore razionalità la panoplia di contratti nati negli ultimi dieci anni è affermazione sulla quale concordo. Che si debba farlo con un contratto unico che preveda “qualche anno di prova” (cioè qualche anno senza la stabilità reale garantita dall’art. 18) è tutt’altra questione, ed è qui che – ripeto – si appunta il mio dissenso. In un sistema produttivo che domanda per lo più personale con bassa qualificazione tecnico-professionale, che può essere formato molto rapidamente e altrettanto rapidamente sostituito, è infatti altamente probabile che l’allungamento del periodo di prova possa risolversi in un incentivo a sbarazzarsi del lavoratore prima che scatti l’obbligo della stabilizzazione. Grazie per il commento.


  6. Francesco Pirone scrive:

    Come è stato notato, la proposta Boeri-Garibaldo si completa con una revisione importante degli ammortizzatori, sulla quale l’articolo di Cavallaro non si sofferma abbastanza: l’introduzione di una forma di sussidio di disoccupazione non categoriale e di un reddito minimo garantito secondo un principio di cittadinanza. Si tratta di strumenti che proteggono i lavoratori nelle transizioni tra occupazioni temporanee (flexysecurity), ma naturalmente non sono capaci di garantire adeguati livelli d’inserimento lavorativo e sociale a lavoratori “deboli” come quelli con bassi livelli di professionalizzazione oppure in età più avanzata (gli over 45). Qui entrerebbero in gioco le politiche attive del lavoro che, tuttavia, non possono certamente risolvere il problema occupazionale in aree come quelle delle regioni meridionali dove il problema è un livello insufficiente di domanda di lavoro. Insomma, per farla breve, il mercato del lavoro italiano, per i suoi numerosi dualismi, non si presta a ricette uniformi e semplificatorie. L’assenza, tuttavia, di un sistema di ammortizzatori sociali adeguato al livello di flessibilizzazione dell’occupazione (avviata nel lontano ‘97), resta un punto critico cruciale da affrontare.

    Cavallaro risponde:
    Sono d’accordo nel rilievo che il mercato del lavoro italiano, per i suoi numerosi dualismi, non si presta a ricette uniformi e semplificatorie, come appunto quelle discusse criticamente nell’articolo. E ribadisco che non c’è alcun motivo teorico né alcuna evidenza empirica che suggeriscano che la precarizzazione dell’universo mondo del lavoro dipendente sia un prerequisito per la necessaria riforma del nostro sistema di ammortizzatori sociali. Grazie per il commento.


  7. Fernando D'Aniello scrive:

    Ho letto l’articolo di Cavallaro e lo trovo estremamente condivisibile.
    Vorrei però chiedergli qualche ulteriore riflessione non tanto sul libro di Boeri e Garibaldi quanto piuttosto sull’evoluzione dei diritti e delle tutele nel mondo del lavoro.
    Non sono un giuslavorista, ma devo dire che negli ultimi anni mi ha convinto il lavoro della Commissione Supiot e della proposta dei diritti di “prelievo sociale”.
    Supiot, in sostanza, ritiene che sia necessario definire un livello minimo di diritti e tutele da assegnare a tutti i lavoratori ed un’evoluzione progressiva, fatta per cerchi concentrici rispetto al “nocciolo duro” iniziale, definita sulla base non solo dell’anzianità ma anche della tipologia di lavoro svolto.
    L’idea nasce dalla constatazione che non si possa più definire tutto come lavoro subordinato ma che occorra inventare sistemi flessibili per disciplinare contesti diversi e spesso estremamente “precari”. Penso, ad esempio, al mondo della ricerca Universitaria: in tal senso interessante mi sembra la sentenza Raccanelli della Corte di giustizia Europea, sullo status del dottorando di ricerca (sentenza del 17 luglio 2008, Causa C-94/07). Cercao di restare nei limiti di un commento in un forum e mi fermo qui.
    Grazie per l’attenzione e complimenti per la rivista e per il sito.

    Cavallaro risponde:
    Interverremo senz’altro in futuro con ulteriori riflessioni sull’evoluzione dei diritti e delle tutele nel mondo del lavoro, anche con riferimento alle proposte della Commissione Supiot. Mi sembra però importante ribadire che la differenziazione del regime giuridico tra le varie forme di collaborazione all’impresa e nell’impresa deve poggiare non su presunte correlazioni tra riduzione delle tutele e aumento dell’occupazione, di cui non c’è alcuna evidenza empirica, ma su presupposti oggettivi legati alla natura della collaborazione stessa. Grazie per il commento.


5 aprile 2009

Fabio Sebastiani : il dramma crisi. Epifani si rivolge al governo

<<Silvio Berlusconi». E' l'unico nome che il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani pronuncia dal palco quasi a metà del suo discorso. E la piazza, anzi l'immensa distesa di giovani, donne, pensionati, lavoratori e migranti, quanti non se ne erano mai visti in una iniziativa del sindacato, risponde immediatamente con una sonora bordata di fischi. Il segretario della Cgil fatica a riprendere la parola. E se avesse citato Luigi Angeletti e Raffaele Bonanni, rispettivamente segretari generale della Uil e della Cisl, cosa sarebbe successo?
A parte questa "irriverenza" i tre milioni di ribelli, guerriglieri e fannulloni del Circo Massimo (2 milioni e settecento mila secondo gli organizzatori e solo 200mila secondo la questura) si comportano da veri e propri gentlemen.
Osservano composti il lungo minuto di silenzio in onore dei morti sul lavoro e degli sventurati che giacciono in fondo al "mare mostrum" Mediterraneo. Cantano e ballano "Bella ciao", accompagnati dal vivo dai Modena City Ramblers. Si commuovono, infine, alle note del film "Il postino" suonate da Louis Bacalov e alla lettura della lettera del figlio di un ex-tuta blu dell'Ilva da parte di Pierfrancesco Favino alias Giuseppe Di Vittorio.
Rispetto al 2002 non c'è poi così tanta differenza. Quella storia, fatta di attacco ai diritti e di una Cgil in solitario deve ancora concludersi, in fondo. Di diverso da allora c'è la crisi economica. E non è poco. Nonostante le difficoltà scandite dalla cassa integrazione e dai licenziamenti a Roma sono arrivati tanti lavoratrici e lavoratori, soprattutto dal Sud.
Ed è proprio battendo il tasto della crisi economica che Epifani imposta il suo discorso. Chiede, al Governo un tavolo urgente sulla crisi, e a Cisl e Uil il referendum unitario sull'accordo separato. Due richieste non nuove, che dal grande catino del Circo Massimo assumono però tutto un altro significato.
La crisi economica «non la si può affrontare con battute e con misure non all'altezza», dice il leader della Cgil. Ed è per questo che occorre aprire «un tavolo vero di confronto» tra governo e parti sociali. «Se sono vere le parole del nostro presidente del Consiglio, prima di partire per Londra, di non voler lasciare indietro nessuno, chiediamo formalmente - scandisce Epifani dal palco - di aprire subito un tavolo vero di confronto perchè si possa ascoltare realmente e concretamente le cose da fare per fronteggiare questa crisi». E questa richiesta, puntualizza il numero uno della Cgil, «non è una sfida ma un invito a verificare se è possibile avere un tavolo vero di confronto». «Non siamo in grado - prosegue Epifani - di fare previsioni attendibili ma se la ricchezza del paese crollerà nel 2009 del 4%, questa caduta non la si può affrontare con battute e misure non all'altezza dei problemi. Dietro questi numeri astratti, infatti, ci sono i problemi, le prospettive e la vita di milioni e di milioni di persone».



Per il resto, il leader della Cgil si limita a rimbrottare senza enfasi la Confindustria per aver firmato l'accordo separato e ad invitare gli altri due sindacati a sostenere la prova del consenso davanti ai lavoratori. «E' una bella contraddizione - sottolinea - aver accettato di tenere la consultazione alla Piaggio e averla negata alla Fincantieri». «Non si può giocare con la democrazia», ha concluso Epifani. Nel rilanciare i quattro punti della piattaforma Cgil (giustizia fiscale, tutele verso i pensionati, ammortizzatori sociali ed estensione della cassa integrazione ordinaria, politiche industriali) Epifani affaccia l'idea di un tetto agli stipendi dei manager. Citando l'esempio degli altri paesi industrializzati, il leader della Cgil spiega che il tema «non è da sottovalutare». «Non è giusto - afferma - che i manager guadagnino duemila volte più di un giovane apprendista o precario. Anche da noi, con i compensi dei cento manager più importanti si possono pagare i salari di diecimila lavoratori». Epifani conclude il suo intervento con una dedica un po' speciale. «Vorrei dedicare queste nostre giornate di mobilitazione a chi - dice - come la ragazza che ci ha scritto, non può nemmeno dire di aver perso un lavoro stabile perché non lo ha mai avuto». La prossima battaglia importante sarà sui precari? Lo sapremo presto. A giugno cominceranno ad uscire dalla pubblica amministrazione diverse migliaia di lavoratori precari.
Prima del segretario della Cgil hanno parlato diversi lavoratori e lavoratrici colpite dalla crisi. Hanno chiesto semplicemente alcune misure di sostegno al Governo. «Caro Berlusconi si faccia un decreto per i lavoratori dopo tanti decreti ad personam. Porti la cassa integrazione all'80% dello stipendio e allunghi la cassa integrazione ordinaria da 52 a 104 settimane». È stato questo l'appello di un operaio cassintegrato dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco, Mario Di Costanzo. Molto bello l'intervento di una giovane insegnante precaria di Cremona, Rossella Zelioli, che ha sottolineato il bisogno di «difendere la scuola pubblica», in linea con quanto più volte ripetuto dalla studentessa fiorentina Marta Lavacchini, intervenuta a sua volta dal palco. Al Circo Massimo è stata forte anche la presenza degli immigrati, che hanno applaudito il discorso di Joseph Walker. Il migrante ha chiesto «di superare i legami che la Bossi-Fini prevede tra permesso di soggiorno e rapporti di lavoro». «Chiediamo servizi e non bonus», ha ammonito infine la pensionata settantenne Enza Talciani di Roma.
Nel corteo anche tanti studenti. Secondo l'Unione degli Universitari almeno diverse migliaia e un po' da tutte le parti d'Italia . «Questa grande partecipazione - afferma l'Udu - sottolinea come gli studenti universitari chiedano a questo governo politiche differenti per uscire dalla crisi, che partano da un rinnovato senso di solidarietà fra lavoratori e studenti, fra giovani e anziani». Gli studenti hanno distribuito in piazza un kit con le loro proposte per sostenere l'università e il sistema formativo, «perchè un Paese che non investe in formazione è un Paese sempre in crisi». L'Onda, invece, ha "distribuito" scarpe contro il ministero della Pubblica istruzione. Diverse centinaia hanno partecipato al corteo dalla Cgil concedendosi un originale "fuori programma" in viale Trastevere, dove sono accorse le forze dell'ordine per impedire che gli studenti raggiungessero il portone del ministero.


5 aprile 2009

Antonio Sciotto : «Tavolo con il governo. Contratti, voto unitario»

 

All'inizio del suo intervento davanti all'enorme platea del Circo Massimo, Guglielmo Epifani non può che ricordare la giornata del 23 marzo del 2002, quella dei 3 milioni in piazza in difesa dell'articolo 18, che «scrissero una pagina storica, che nessuno ha scordato». E anche se dietro il palco c'è Sergio Cofferati, non si può fare a meno di notare che siamo in un'altra Italia, che sembra lontana anni luce, eppure l'antico circo romano riesce a essere ancora una volta pieno: oggi parlano gli operai in cassa integrazione, i precari sull'orlo del licenziamento, i medici che non vogliono denunciare gli immigrati, gli stessi - ormai tantissimi - stranieri che danno un contributo indispensabile alla nostra economia. E anche i pensionati, gli studenti dell'Onda. La parte di società colpita dalla crisi: e la Cgil chiede al governo un «confronto vero».
Epifani prende spunto dal G20 di Londra, dove Berlusconi ha chiesto - proprio lui - «attenzione all'umano e al sociale»: «Se quelle parole erano sincere, accetti finalmente di incontrarci». E poi si rivolge a Cisl e Uil: «Contro l'accordo separato hanno votato 3,4 milioni di persone, e quando lavoratori e pensionati si esprimono è una cosa che non si deve mai irridere. Ma noi siamo disposti a mettere tutto da parte se accettate di indire un referendum unitario. E accetteremo l'esito come vincolante». 




Questo il cuore del messaggio Cgil lanciato ieri, ma il segretario ha rievocato prima di tutto i passaggi che hanno portato al Circo Massimo: si parte dal 30 ottobre, la grande manifestazione sulla scuola, in quel caso unitaria, anche se quello stesso giorno ci fu con Cisl e Uil la rottura sul contratto; poi il 5 novembre, quando la Cgil presenta le sue 6 richieste al governo contro la crisi ormai galoppante; si passa al 12 dicembre, lo sciopero generale, articolato però per territori. Poi Epifani passa direttamente al 5 marzo, la manifestazione dei pensionati. Salta il riferimento allo sciopero congiunto del 13 febbraio di Fp e Fiom, vissuto con grandi contrasti all'interno della confederazione, ma poi fatto proprio da tutta la Cgil: un'omissione che ha fatto salire i malumori dalle due categorie.
Tornando al discorso sul governo, Epifani ha spiegato che «c'è un abisso tra quello che avrebbe potuto fare contro la crisi e quello che ha fatto finora». «A parte quello che è stato dato alle banche, ha stanziato solo 4 miliardi di euro: cifra così bassa che non ha paragoni rispetto a quanto hanno fatto all'estero». «Intanto il tempo passa, la cassa ordinaria si avvia per molti alla conclusione, senza che venga prolungata e resa più cospicua, come noi chiediamo. Tanti precari perdono il posto, ma per loro non è chiaro cosa sia disponibile, e comunque è poco e per troppo pochi. Perché non si attua una moratoria dei licenziamenti? Non si è sospesa la Bossi-Fini, e tanti immigrati con il lavoro perdono anche il permesso di soggiorno. Sulle donne si dicono tante parole in libertà, tacendo che nel 2009 rimarranno senza posto 340 mila lavoratrici in più. Ai pensionati si dà una social card che non funziona, invece di aumentare i loro redditi. Quanto ai dipendenti, e agli stessi pensionati, sono quelli che oggi pagano di più la crisi, e che nel 2008 hanno pagato 8 miliardi di euro in più al fisco mentre si allentava il contrasto all'evasione fiscale: perché non si parte dalla restituzione del fiscal drag?».
Domande rivolte al governo, insieme ad altre critiche: contro la manomissione del Testo unico sulla sicurezza del lavoro, contro le tante violazioni ai diritti degli immigrati ispirate dalla Lega, dai medici che denunciano alle ronde, contro l'indebolimento del diritto di sciopero. Da qui la richiesta di un tavolo al governo: «Per parlare di 4 temi: la politica industriale del paese, dalla crisi Fiat a quella della chimica; gli ammortizzatori sociali e lo stop alla cacciata dei precari; il reddito dei pensionati; la giustizia fiscale e la lotta all'evasione».
Ma c'è anche un messaggio alla Confindustria, a Cisl e Uil: «Il tavolo dovrebbe andare bene anche a voi». E ai due sindacati: «Queste battaglie le avremmo potute fare insieme, non ci può essere divisione». Ma poi il segretario Cgil passa al nodo dell'accordo separato sui contratti, e qui dice a Confindustria che «ha fatto un errore gravissimo a firmare senza la Cgil, perché poi si rischia di creare una confusione che danneggia anche le imprese». E a Cisl e Uil ricorda i 3,6 milioni di votanti al referendum, con i 3,4 che hanno detto no, e dunque propone una votazione unitaria: «Il nodo della democrazia e della rappresentanza è centrale, lì possiamo tentare un'intesa unitaria. Ma sapendo che per noi non ha senso votare una volta sì e una no: o c'è democrazia sempre, o non c'è mai». Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni risponde piccato che «il paese ha bisogno di piazze sindacali e non elettorali» e che «la Cgil sui contratti ha una linea antagonista ormai fuori dalla storia».
Dal palco hanno parlato, precedendo Epifani, alcuni delegati. Ha iniziato un operaio della Fiat di Pomigliano, che ha spiegato come ormai nello stabilimento campano si siano fatte 23 settimane di cassa, «e altre ci aspettano: ma il governo non fa altro che caricare i lavoratori quando protestano». Una giovane precaria della scuola ha parlato dell'ansia che prova ogni anno il 30 giugno, quando finisce il contratto, e poi si è riferita al prossimo primo settembre: «Forse io e altre migliaia di precari non avremo più il posto». Un lavoratore immigrato chiede agli italiani di stare vicini agli stranieri del paese, nelle battaglie «contro le leggi inique e il clima di xenofobia che il governo sta imponendo». Una pensionata ricorda l'umiliazione della social card, un medico di Palermo rivendica con orgoglio il suo rifiuto - e quello di tutta la Cgil - a denunciare gli immigrati bisognosi di cure.


21 marzo 2009

Roberto Croce :il piano confindustriale di riassetto dei diritti sociali

 

E’ un filo rosso (anzi nerissimo) quello che lega il recente disegno di legge delega finalizzato a introdurre rigorose (e incostituzionali) limitazioni al diritto di sciopero nei settori e nelle attività che incidono sul diritto alla mobilità e alla libera circolazione delle persone e il recente accordo quadro del 22 gennaio 2009 sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto tra Governo e parti sociali senza la firma della Cgil.
Senza più alcun pudore derivante dalla diversità dei ruoli, la filosofia dell’esecutivo e quella di Confindustria sono esplicitamente orientate verso i medesimi obiettivi, ossia: realizzare la totale subalternità dei diritti dei lavoratori alle esigenze dell’impresa e mettere al bando, criminalizzandolo, il conflitto capitale/lavoro.
In quest’ottica, affinché l’eutanasia del conflitto sia totale, non è sufficiente che il sindacato diventi una agenzia neocorporativa di servizi, è altresì necessario neutralizzare le forme di autotutela e di lotta sindacale che storicamente i lavoratori hanno conquistato. Da qui l’attacco al diritto di sciopero contenuto nei documenti in questione.
Il paragrafo 18 dell’accordo quadro prevede infatti che “le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita”.
Regole siffatte, a ben vedere, possono avere rilevanza giuridica solo se introdotte mediante un’apposita legge, secondo quanto previsto dall’art. 40 della Costituzione. Anche perché lo sciopero costituisce un diritto individuale del lavoratore che va esercitato collettivamente e cioè insieme ad un numero più o meno consistente di altri prestatori di lavoro. Sulla base del diritto attualmente vigente, non è concepibile che un qualunque sindacato possa avere il potere esclusivo di proclamare lo sciopero e perciò di decidere quando si possa legittimamente scioperare.



In questo contesto – proprio con la finalità di colmare il vuoto di fonte legislativa in materia di limitazioni al diritto di sciopero – è intervenuto l’esecutivo che, a supporto e sostegno dei piani di confindustriali, ha elaborato un disegno di legge delega volto a regolamentare e prevenire i conflitti collettivi con riferimento – si badi bene – non solo al settore dei trasporti, bensì, più in generale, alla materia della libera circolazione delle persone e della mobilità.
Gli aspetti più inquietanti e liberticidi del disegno di legge delega sono:
a) la soglia di sbarramento al 50% della rappresentanza sindacale per proclamare uno sciopero oppure, per chi non arriva a tale soglia, la possibilità col 20% della rappresentanza di dare vita a un referendum preventivo che porterà allo sciopero solo se raggiungerà il 30% dei consensi;
b) la previsione per via contrattuale dell’istituto dello sciopero virtuale;
c) la previsione per via contrattuale della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero dei singoli lavoratori;
d) l’introduzione di un “congruo anticipo” per le revoche degli scioperi;
e) il divieto generale – e qui si riporta testualmente – “di forme di protesta o astensione dal lavoro in qualunque attività o settore produttivo che, per la durata o le modalità di attuazione, possono essere lesive del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione”. Il che conferma l’intenzione della maggioranza di andare, in materia di limitazioni al diritto di sciopero, molto al di là del settore di trasporti propriamente inteso, coinvolgendo anche altri settori o attività che direttamente oppure solo indirettamente incidono sul diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione;
e) il potenziamento del sistema sanzionatorio sia sotto forma di rivalutazione dell’entità economica delle sanzioni nei confronti di sindacati e lavoratori e sia mediante l’introduzione di nuove fattispecie di illeciti amministrativi con riferimento alle condotte dei lavoratori;
f) la trasformazione della commissione di garanzia per l’attuazione della legge di regolamentazione del diritto di sciopero nell’ambito dei servizi pubblici essenziali in un organismo – denominato “Commissione per le relazioni di lavoro” - che di fatto sarà un gendarme con funzioni sanzionatorie e di controllo dei lavoratori e dei sindacati.
Quello a cui stiamo assistendo è il compimento dell’ennesima tappa di un processo di costruzione di un nuovo regime, contrassegnato dal prevalere di esplicite logiche securitarie, poliziesche e liberticide.
In particolare, nell’ambito delle relazioni sindacali e dei rapporti di lavoro, siamo di fronte al tentativo più organico fin qui elaborato dal padronato italiano (con la complicità del governo e di alcuni sindacati) di modificare alla radice gli assetti delle relazioni industriali così come si sono sviluppati, sotto l’ombrello della Costituzione repubblicana, dal dopoguerra ad oggi, così risolvendo in proprio favore gli esiti del conflitto capitale/lavoro.


6 marzo 2009

Maurizio Pagliassotti : la manifestazione di Torino

 

"Torino is olvueis on de muv", ovvero non sta mai ferma, declamava orgogliosamente anglofono uno slogan olimpico di tre anni fa. Bei tempi. Quando i fasti olimpici post industriali, post Fiat, post operai, post tutto dovevano seppellire quelli che oggi invece marciano e manifestano con cadenza settimanale per le vie di Torino, i lavoratori. Bandiere rosse sotto l'Unione industriale durante la settimana, bandiere rosse al sabato in corteo per la città. Lo schema ormai è fisso.
Ieri è stato il giorno dalla marcia per il lavoro organizzata dalla Cgil. Un serpentone umano, aperto dallo striscione "Contro la crisi una soluzione c'è: lavoro e contratti", ha camminato silenzioso da piazza Vittorio a piazza Castello. Due chilometri con poca musica, pochissimi studenti. Serrande dei negozi alzate e commercianti sulla porta con le braccia conserte a guardare: «Siamo preoccupati anche noi, è tutto fermo. C'è un contagio in corso».
Un corteo fatto di lavoratori con storie tutte dure, tutte: «Devi scriverla la vicenda della nostra fabbrica perché è urgente e nessuno ci ascolta, devi venire da noi a vedere!». Gli striscioni che si susseguono, sostenuti da molte mani, recano nomi di fasti industriali: Bertone, Pininfarina, Sandretto, Indesit, Ages, Cabind, Dayco, Skf... Un lungo elenco metalmeccanico interrotto da qualche chimico, Rai, Funzione pubblica, Benetton, De Agostini-Utet e persino due cioccolatai: Streglia e Caffarel. Per ogni striscione rosso con scritta gialla dalle cinque alle duecento persone dietro: sessantamila, dicono gli organizzatori.
Bandiere di partito presenti: solo quelle di Rifondazione. Bandiere del sindacato presenti: solo quelle della Cgil ovviamente, ma a differenza delle volte precedenti l'assenza delle altre organizzazioni sindacali è totale. La Cgil, insomma, è in piazza da sola: un elemento, questo, sottolineato dal segretario regionale Vincenzo Scudiere, secondo il quale «altre organizzazioni stanno assecondando il disegno del governo che tenta di isolare la Cgil. Manifestazioni come questa dimostrano però che la Cgil non è isolata». «Al centro di iniziative come queste continua a esserci il lavoro e la difesa dell'occupazione - sottolinea Agostino Megale della segreteria nazionale Cgil - E' evidente che se il ministro del Lavoro e il governo in una situazione come l'attuale pensano di poter agire con un disegno di legge delega che altera o modifica il diritto di sciopero, noi ci opporremo anche perché, come Cgil, insieme agli altri sindacati confederali, siamo sempre stati contro gli scioperi corporativi, che procurano disagi ai cittadini e che mettono l'uno contro l'altro».
«Cassa integrazione a zero ore, licenziamento, mobilità; cento, duecento, seicento a casa...»; le testimonianze ruotano intorno a poche parole per uno schema che è sempre lo stesso: il direttore del personale che convoca o manda una lettera e tutti a casa per un po', talvolta per sempre. Che fare? C'è la proposta del segretario del Prc Paolo Ferrero (presente ieri al corteo), la più banale che possa esistere: tassare rendite e alti redditi per redistribuire un po' di soldi (Obama, avete presente?). Una proposta che, ancora, non fa breccia nel sindacato, men che meno nel Pd; e non parliamo di ConfGoverno. Dice il segretario del Prc: «Dagli Stati Uniti giunge finalmente una notizia che parla di giustizia. In poche parole, si tassano gli straricchi per dare a chi si trova in stato di necessità. Se si facesse la stessa cosa qua da noi, si potrebbe sostenere il consumo attraverso una redistribuzione della ricchezza centrata sugli ammortizzatori sociali per chi perde il lavoro. Ma in Italia, con questo governo di estrema destra e questa finta opposizione, è impossibile pensare a questo. D'altronde nella manovra economica ombra scritta da Bersani non c'è parola su questo».
Giusto lì vicino c'è il solito banchetto, organizzato dal comitato regionale di Rifondazione, che vende pane a un euro al chilo: è preso d'assalto. Tutt'altro che una bella scena. Conclude poi Ferrero: «Rifondazione Comunista propone poi un pacchetto di lavori pubblici incentrato su ristrutturazione delle scuole italiane, tutte, e ricerca. Rifondazione boccia, perché dannosi e inutili, buchi nelle montagne e ponti». Rimando alla Tav esplicito, che da queste parti, fra pochi mesi, vedrà di nuovo un duro conflitto, tra l'altro su un territorio, la val Susa, già devastato da una crisi economica scoppiata all'improvviso e un po' artificiosa a detta di molti.
Assenti, come detto, Cisl e Uil, «i nuovi uffici di collocamento», come li apostrofano molti lavoratori in corteo. «A Torino sfilano i lavoratori che sentono la crisi - commenta il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - E' un problema per Cisl e Uil che non sono qua e che dovrebbero ascoltare di più i lavoratori. Da parte della Cgil è stata una prova di forza non indifferente».
Presente, invece, qualche esponente del Pd. Ci sono l'ex ministro Cesare Damiano (Pd), Antonio Boccuzzi, l'operaio scampato al rogo della ThyssenKrupp, e la senatrice Magda Negri: «Sono qui a Torino alla marcia della Cgil come sarei in qualsiasi analoga manifestazione della Cisl o della Uil». «Il problema è che Cisl e Uil manifestazioni e scioperi non ne fanno, anzi firmano gli accordi separati con il governo» commentano, dandosi di gomito, due lavoratori poco distanti.
La settimana che arriva sarà nuovamente bollente. Martedì processo ThyssenKrupp, mercoledì manifestazione Fiat più alcune occupazioni sparse sul territorio che potrebbero entrare in una fase di duro conflitto, anche con le forze dell'ordine.


6 marzo 2009

Fabio Sebastiani : la lotta dei lavoratori Tenaris

 Riconoscimento del Consiglio sindacale del gruppo, avvio del negoziato per un accordo quadro e formazione dei comitati salute-ambiente. Sembra una piattaforma "anni '60", in realtà è il punto più avanzato di rivendicazione che i lavoratori sono riusciti a tessere a livello mondiale nel gruppo Tenaris, una delle poche multinazionali del settore siderurgico. Appoggiati dalla Fism, il sindacato mondiale dei metalmeccanici, i vari rappresentanti dei lavoratori hanno lanciato il guanto di sfida direttamente all'amministratore delegato Paolo Rocca. La Tenaris, che ha stabilimenti oltre che in Italia, in Argentina, Canada, Brasile, Romania e Stati Uniti, ha rispedito al mittente le richieste, ma le tute blu non si sono fatte scoraggiare e per il 3 marzo hanno organizzato una "Giornata globale di azione Tenaris". Una iniziativa il cui tema sarà "Risposte globali a crisi globale". A Bergamo, presso la Dalmine, pezzo italiano di Tenaris, interverrà anche il vice-segretario della Fism Fernando Lopes.
Il Comitato dei lavoratori, che si è riunito pochi mesi fa a Calgary in Canada, ha discusso la situazione di crisi economica e finanziaria internazionale. Ed ha deciso che non ha alcuna intenzione di pagarne le conseguenze. Anche perché l'azienda fa utili a palate. «Il Comitato è cosciente che i prodotti realizzati dai lavoratori, in buona misura - si legge in un loro documento - sono direttamente collegati con il petrolio». Il petrolio, come altre commodities, sta diminuendo il suo prezzo di mercato. Di conseguenza, Tenaris vedrà diminuire i suoi margini di guadagno e il volume di vendita dei suoi prodotti. «Ciò in nessun modo - proseguono i lavoratori - non metterà a rischio la sua solidità economica». Il Comitato ha chiesto quindi a Tenaris di non trasferire la crisi ai suoi lavoratori. 



«E' chiaro che i lavoratori di Tenaris, diretti o terziarizzati - si legge ancora - in nessuna forma sono stati causa di questa situazione. Il loro sforzo quotidiano ha permesso a Tenaris di crescere e di beneficiare del periodo d'espansione finanziaria. Adesso, sarebbe inaccettabile che Tenaris volesse trasferire la crisi ai lavoratori che nulla hanno a vedere con la sua esplosione. Tenaris ha un fatturato annuale di 10 miliardi di dollari e 23.500 dipendenti. Quest'anno, il gruppo ha chiuso il 2008 con ricavi netti in crescita del 21% a 12,131 miliardi di dollari, un risultato operativo di 3,02 miliardi di dollari (+2%) e un utile che sale a 2,275 miliardi di dollari con un aumento del 10%. Non sembra quindi passarsela troppo male. «La crisi finanziaria internazionale è parte del rischio imprenditoriale e come tale deve essere assunto dall'impresa», scrivono i lavoratori. Le norme accettate dagli imprenditori del mondo nell'OCSE (l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) stabiliscono impegni sociali vincolanti «che non devono essere violati in situazioni di crisi». Il Comitato Sindacale Mondiale dei Lavoratori Tenaris chiede all'Azienda di comportarsi «in accordo con questi impegni internazionali».
«I peggiori timori del Comitato si stanno verificando», concludono i lavoratori. Molti lavoratori con contratto a tempo determinato in Argentina hanno visto i loro contratti annullati. Lavoratori permanenti in Canada sono stati sospesi dall'attività. Lavoratori in Romania stanno ricevendo il 75% del loro salario per i giorni non lavorati nel primo trimestre per il calo di produzione. Lavoratori permanenti in Italia sono in cassa integrazione a rotazione e i lavoratori a tempo determinato si sono visti rinviare l'assunzione a tempo indeterminato.
Tenaris è il primo produttore in Italia di tubi d'acciaio senza saldature per l'industria energetica, automobilistica e meccanica, con una capacità produttiva annua di 950.000 tonnellate di prodotti finiti, oltre 3.000 dipendenti e 5 stabilimenti.


5 marzo 2009

Loris Campetti : diritto di precedenza

 

Il diritto di circolazione dei cittadini viene prima del diritto di sciopero dei lavoratori. In realtà, davanti ai lavoratori c'è una schiera di soggetti con diritto di precedenza, a partire naturalmente dai consumatori. Tutti hanno più diritti dei lavoratori, così dev'essere, e ha ragione il governo Berlusconi a lanciare prima anatemi e poi leggi pesanti come pietre per ridimensionarne le pretese. Ha ragione, visto che quasi nessuno nelle sfere della politica sembra indignarsi e due dei tre sindacati più rappresentativi si dicono disposti a discutere una legge che cancella il diritto di sciopero nei trasporti. Una volta ancora la Cgil viene lasciata sola, il neo segretario del Pd Franceschini ha problemi più seri di cui occuparsi e dunque il ministro Sacconi può dire tranquillamente che un accordo separato in più non gli farà perdere il sonno.
Ma è proprio vero che i tranvieri ci impediscono di circolare? Non si direbbe, data la continua diminuzione del tasso di scioperosità. Né si può dire che vengano violate continuamente le regole ferree già esistenti per imbrigliare e rendere difficile la mobilitazione sindacale nei servizi di pubblica utilità: le contestazioni del comitato di garanzia riguardano lo 0,7% degli scioperi proclamati nel settore dei trasporti.
Allora, di che cosa stiamo parlando? Del fatto che ogni volta che si vogliono cancellare diritti sociali, sindacali, civili, di cittadinanza si inventano emergenze a palazzo Chigi e si rafforzano con la collaborazione attiva della maggioranza dei media. Che si tratti di bastonare gli immigrati e i rom, di speculare sugli stupri o sul diritto di morire quando non c'è più vita. L'emergenza è una forma precisa - lucida, per quanto autoritaria e populista - del nostro governo.



È scaltro Berlusconi, come scaltri sono i suoi ministri di punta. Partono dai sentimenti peggiori di una popolazione colpita dall'unica emergenza non riconosciuta, quella sociale. Parlano alla pancia, agli intestini del paese. Chi non ce l'ha con gli autisti degli autobus che non arrivano? Si comincia a colpire dove è più facile raccogliere consenso, per poi proseguire la caccia grossa contro tutti gli altri lavoratori. Il diritto di circolazione non è che un grimaldello per scardinare quel che resta in Italia del diritto del lavoro. Ha ragione uno dei più prestigiosi leader sindacali della stagione passata, il cislino Pierre Carniti, che in un'intervista al manifesto pubblicata a pagina 6, denuncia: dobbiamo smetterla di dire che quello che abbiamo è un governo cattivo, «è un governo di destra, è il governo dei padroni».
Sta diventando prassi lanciare la polizia contro gli operai che scioperano o difendono le loro fabbriche e le loro macchine, all'Alfa di Pomigliano come all'Innse di Milano. Legge e manganello, sono due buoni sistemi di persuasione. Due rotaie per portare il trenino italiano verso un futuro più ingiusto, più classista, più autoritario. La democrazia, il diritto di chi lavora a dire la parola finale sugli accordi che li riguardino, è soltanto un freno alla corsa del trenino.
Siamo matti noi, oppure è a rischio la democrazia di tutti?


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