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13 ottobre 2008

Emiliano Brancaccio : il depotenziamento del contratto nazionale è un' idea reazionaria

 

Dirò due parole innanzitutto sulla proposta Cgil-Cisl-Uil di riforma dei contratti. Leggo dal testo della proposta e ascolto dalle dichiarazioni più recenti dei segretari confederali - in particolare del segretario Epifani - che l´accordo permetterà di difendere il potere d´acquisto, e contribuirà ad accrescere e a ridistribuire la produttività.
Ora, qualsiasi onesto economista che abbia dimestichezza coi sistemi di relazioni industriali e con i dati riconoscerebbe che tutte le evidenze di cui disponiamo, sia storiche sia internazionali, indicano l´esatto opposto di quel che dicono i segretari confederali. I dati cioè ci dicono che se si affida al contratto nazionale il solo recupero dell´inflazione - per giunta parziale e tardivo - e si demanda al secondo livello la contrattazione sulla produttività, il risultato sarà il seguente: la crescita reale del monte salari si ridurrà. Non solo. Va anche precisato che la minore crescita del monte salari avverrà sia nelle realtà produttive arretrate sia in quelle più avanzate. Cioè i dati ci dicono che quando si depotenzia il contratto nazionale è vero che il ventaglio retributivo si allarga, ma è vero pure che si allarga verso il basso. Insomma, detto in parole semplici, non ci sarà niente da guadagnare e ci sarà solo da perdere, non solo a Napoli o a Palermo, ma anche per esempio a Brescia.



Er codista alla vaccinara....

Aggiungo poi un´altra cosa, sulla idea dei segretari confederali secondo cui il decentramento contrattuale farebbe aumentare la produttività. A questo proposito, abbiamo appena detto che una riforma come questa non solo spinge verso il basso le retribuzioni ma ne allarga pure il ventaglio, cioè aumenta i differenziali retributivi tra azienda e azienda, tra lavoratore e lavoratore. Ora, quando si allargano i differenziali salariali non solo il sindacato tendenzialmente si indebolisce, ma si presenta anche un problema di "struttura". Perché vedete, quando i salari sono abbastanza omogenei, cioè quando i lavoratori riescono ad alzare un muro salariale abbastanza uniforme, allora le differenze di produttività tra le varie aziende non potendo scaricarsi sui salari si riflettono sui tassi di profitto delle aziende stesse, cioè i profitti risultano diversi tra di loro. Ecco, in una situazione del genere, con l´alzata di un muro salariale uniforme, la situazione può essere oggettivamente virtuosa. Nel senso che i capitali meno efficienti non possono scaricare le loro debolezze sulle spalle dei lavoratori. Il muro uniforme dei salari cioè costringe i capitali a non cercare scorciatoie, li costringe ad ammodernarsi continuamente. E la produttività in questi casi cresce. Viceversa, riforme come quella proposta dai confederali puntano all´obiettivo di scaricare sui salari e non sui profitti le differenze di produttività. Queste riforme fanno cioè cadere il muro uniforme dei salari, che già da tempo era andato sgretolandosi. Il ventaglio salariale infatti si allarga, la struttura dei salari si disarticola, si decompone, si adagia come un mantello sul corpo imbolsito del capitalismo italiano. I salari insomma vengono differenziati in modo da scaricare su di essi l´onere di rimediare e di compensare le debolezze e le nefandezze di questo capitalismo. Con la conseguenza inevitabile che l´incentivo all´ammodernamento viene meno e la produttività quindi non accelera affatto, ma al contrario rallenta.
Dunque, sulla base di quanto detto, capirete che tutte le proposte di frammentazione della struttura salariale sono esattamente l´opposto di quel che si vuole fare intendere. Esse cioè non sono moderne, sono anti-moderne. Esse non favoriscono la dinamica dei capitali, ma al contrario ne premiano le pratiche più retrograde e parassitarie. Ed è quindi ovvio che queste proposte non favoriscono affatto la produttività, ma la deprimono. Pertanto, chi dice che queste riforme aumentano la produttività e i salari dei lavoratori può essere definito solo in due modi: o un emerito ottuso oppure un pugile a pagamento, nel senso di Marx. Fate voi. Guardate, questo tema, che appare vagamente economicistico, in realtà è politicamente cruciale. Perché noi non dobbiamo dimenticare di trovarci di fronte al secondo capitalismo più arretrato dell´area dell´euro. Il nostro è un capitalismo nel quale si lavora tanto: prendendo le imprese private con almeno 9 dipendenti - sulle quali è possibile una comparazione internazionale - vediamo che in Italia si lavora più di 1700 ore annue, contro le 1600 della media europea, le 1500 della Francia e le appena 1400 della famosa Danimarca. Inoltre, il nostro è un capitalismo nel quale si muore pure tanto: l´Italia è tra i primi nell´area euro per numero di morti sul lavoro in rapporto agli occupati, ed è prima in Europa per il numero di vittime per unità di prodotto. Insomma, non è azzardato affermare che siamo di fronte a un capitalismo da bestie da soma, da animali da traino. Un capitalismo in cui ancora oggi si producono merci a mezzo di vittime. E dunque non dobbiamo dimenticare di chiamare in causa chi, all´interno del sindacato, ha depotenziato il conflitto e ha scelto in questo modo di assecondare anziché di combattere questa arretratezza, questo capitalismo bestiale.
Permettetemi di concludere accennando a una riflessione di carattere più generale. Una questione per certi versi scomoda. Vorrei riflettere assieme a voi per un attimo sul seguente interrogativo: in un sistema economico totalmente aperto ai movimenti internazionali di merci, di capitali e di lavoratori, quali sono le condizioni di sopravvivenza di un sindacato conflittuale? Mi sembra una domanda importante, e quindi proviamo ad esaminare i dati per cercare di abbozzare una prima risposta. Ebbene, i dati ci dicono questo. La libera circolazione dei capitali è correlata statisticamente in modo significativo a una caduta della quota salari sul prodotto sociale. Inoltre, anche la libera circolazione dei lavoratori è correlata a una caduta minore, ma pur sempre significativa, della medesima quota salari. Insomma, i dati sembrano indicare con una certa chiarezza che in un sistema aperto ai movimenti internazionali di capitali e di lavoratori il sindacato conflittuale tende ad implodere. Questa è una evidenza che ci crea non pochi problemi. La nostra infatti è una tradizione e una vocazione internazionalista, lo sappiamo e ne andiamo fieri. Però l´evidenza è innegabile. E quindi dobbiamo tenerne conto, se vogliamo evitare di cadere in un vacuo idealismo internazionalista, come quello che caratterizza specularmente il Partito socialista europeo da un lato e i movimenti che simpatizzano con Negri dall´altro. E dobbiamo tenere conto di queste evidenze anche per un altro motivo. La cosa curiosa di questa epoca, infatti, è che sul versante del restringimento della circolazione dei lavoratori noi rileviamo iniziative politiche e legislative che appaiono al tempo stesso spregiudicate ma anche di successo. Non dimentichiamo che siamo arrivati a un passo dal reato di immigrazione clandestina, punibile col carcere fino a 4 anni. E noi lo sappiamo che tra i lavoratori, tra gli operai, esiste un diffuso consenso nei confronti di queste iniziative. Un consenso che badate, non sarebbe molto onesto liquidare considerandolo solo un rigurgito irrazionale e xenofobo. I lavoratori di fatto percepiscono che esiste un legame tra l´immigrazione e le loro condizioni di lavoro e di vita. E quindi reagiscono in base a quello che il mercato politico in questo momento gli offre. La politica offre loro di respingere l´immigrazione. La politica invece è muta sul versante opposto, quello del controllo dei movimenti di capitale. Ma allora la domanda che pongo è questa: per quanto tempo ancora noi potremo permetterci questo silenzio sul versante opposto, quello della circolazione dei capitali? Noi possiamo illuderci di sopravvivere se non ricominciamo ad impostare un ragionamento politico relativo al controllo dei movimenti di capitale? Noi possiamo continuare ad invocare la "liberazione" dei migranti se non ci preoccupiamo al tempo stesso di "arrestare" i capitali? Mi rendo conto che in un´epoca di riflusso si cerca di salvare il salvabile, e quindi si semplificano al massimo le vertenze e le rivendicazioni. Ma siamo sicuri che quella della semplificazione e del minimalismo vertenziale, sia la strada giusta per la sopravvivenza? La libera circolazione dei capitali incide in modo nascosto eppure diretto e violentissimo sulla contrattazione e sulla politica economica. Delocalizzazioni, scomposizioni della filiera, frammentazione del processo produttivo, totale irrilevanza della questione meridionale, tutto questo è legato alla libera circolazione dei capitali. Dunque, i tempi sono infausti, è vero, ed inducono ad un naturale atteggiamento difensivo, lo capiamo. Tuttavia ci sono buoni motivi per ritenere che la sopravvivenza di un sindacato conflittuale dipenderà pure dalla sua capacità di essere ambizioso, e di essere all´altezza delle sue ambizioni. Aprire una discussione sulla opportunità di riunificare il mondo del lavoro attorno alla parola d´ordine del controllo dei movimenti di capitale potrebbe rivelarsi una delle mosse necessarie per garantire la sopravvivenza di un sindacato conflittuale. E potrebbe anche rappresentare una delle soluzioni politiche di cui abbiamo bisogno per evitare una deriva fascista di cui avvertiamo per ora solo qualche sintomo.


29 novembre 2007

I sindacati rovineranno l'Italia e la camorra la salverà

La destrutturazione del contratto nazionale avallata dai sindacati in via di unificazione sarà una catastrofe dal momento che aumenterà l'ineguaglianza dei redditi su base territoriale, come già argomentato nel blog di Crisieconflitti. Alla iniqua distribuzione delle risorse prelevate dal fisco tramite il federalismo si aggiungerà questa ulteriore forma di espropriazione dei poveri per dare ai ricchi. 



L'unica forza che si può opporre a questo processo è la stessa che violentando il territorio e la salute dei cittadini del meridione sta svolgendo la sua accumulazione primitiva. Si tratta della camorra e delle delinquenza organizzata che in maniera sempre più diretta ed immediata troverà rappresentanza nelle istituzioni. Chissà se si spingerà sino ad avere un proprio partito. Se sarà così tra quindici anni ci troveremo a gestire una secessione che partirà dalle regioni meridionali, con punte di violenza che la Lega non si sognava proprio di  raggiungere


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