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6 marzo 2010

Alberto Burgio : il paese delle elite senza controlli

 

Si capisce che in questi giorni si parli tanto di corruzione. È giusto. Ma qualora se ne desumesse che il principale problema italiano sia l'illegalità, si commetterebbe un grave errore, già compiuto in passato.
La maledizione (cronica) di questo paese è un'altra. È la pessima qualità della sua «classe dirigente» (mai virgolette furono più opportune). Non solo della leadership politica: anche del ceto imprenditoriale e della stessa intellettualità. Il declino di un paese privo di una classe dirigente degna di questo nome è inevitabile. Prima ancora che il declino morale, quello civile, culturale e - come notò Pasolini - persino «antropologico». La corruzione e l'illegalità dilagano quando l'organismo sociale è malato in profondità. E la malattia, che ha spesso origini lontane, è in gran parte conseguenza delle cattive prestazioni di chi dispone dei poteri e degli strumenti della direzione e avrebbe il compito di operare per il progresso del paese.
Perché pessima la classe dirigente italiana? Perché a sua volta corrotta e propensa all'illegalità? C'è di peggio: la caratteristica più deteriore è una radicata connotazione castale che riflette la mancanza di «spirito pubblico», la sostanziale indifferenza per le sorti della collettività.
Se l'aspetto progressivo della modernità consiste nell'abolizione della trasmissione ereditaria dei ruoli sociali, in Italia la modernità non è mai arrivata. Siamo una società chiusa e immobile (anche sul piano generazionale), comandata da un'oligarchia determinata ad autotutelarsi. Fatte le debite eccezioni, la classe dirigente italiana si considera una corporazione e come tale tende a riprodursi. Chi ha (o sa) impiega il proprio potere per garantire se stesso e i suoi. Ne discendono, a cascata, familismo, particolarismo e autoritarismo. E un'attitudine parassitaria nei confronti del pubblico, considerato essenzialmente come terreno di conquista. A questo punto, legalità o corruzione fa poca differenza: non solo perché - come si è visto - le leggi fastidiose basta cambiarle a proprio uso e consumo, ma anche per l'estrema opacità delle procedure in base alle quali, in tutte le sedi e a tutti i livelli, si prendono le decisioni che veramente contano. 



Da questo punto di vista, la storia repubblicana - soprattutto negli ultimi vent'anni - non è granché diversa da quella dell'Italia liberale. Con una differenza. I teorici delle élite, da Mosca a Pareto e Michels, potevano permettersi di teorizzare l'inferiorità naturale del popolo, in particolare l'incapacità del proletariato di auto-organizzarsi. A loro giudizio, la necessità ferrea del comando oligarchico derivava dall'inferiorità fisica, biologica delle classi lavoratrici, ed essi potevano dichiarare questo convincimento, del resto suffragato dalla rigida gerarchia sociale. Oggi queste cose non si possono più dire, quindi ci si limita a praticarle. Il risultato è un elitismo pseudo-democratico, che assegna al «popolo sovrano», debitamente disinformato e rincoglionito, il ruolo della base di consenso e della massa di manovra.
Se questo è vero, il rischio maggiore si corre ogni qual volta questa classe dirigente medita grandi riforme per costituzionalizzare il proprio dominio e chiudere la forbice tra i nobili principi traditi e i miserabili fatti compiuti. Vengono i brividi a immaginare di questi tempi Bicamerali o Costituenti. Come pure a sentire Luca di Montezemolo discettare di nuove élite pubbliche, valori etici e riforme dello stato, lui che - del tutto legalmente - si è appena aumentato lo stipendio del 40% (parliamo di qualcosa come 5 milioni e mezzo di euro l'anno, per capirci), mentre la Fiat munge miliardi alle finanze pubbliche e - altrettanto legalmente - getta sul lastrico decine di migliaia di operai.
Morale: speriamo proprio che Berlusconi cada al più presto. Quando ci libererà dalla ingrata presenza sua e dei suoi cortigiani faremo festa. Ma sia chiaro che i veri problemi di questo paese saranno ancora lontani dall'essere risolti.


5 marzo 2010

Walden Bello : perchè il liberismo resiste

 Il recente crollo dell'economia globale - causato, tra le altre cose, dalla mancata regolamentazione dei mercati finanziari - ha ulteriormente eroso la credibilità del neoliberismo, che continua però ad esercitare una forte influenza sulla maggior parte degli economisti e dei manager economici. Per loro il neoliberismo resta il discorso per definizione, nonostante i suoi evidenti limiti.



Perché si continua a invocare i mantra neoliberisti, quando le promesse di questo approccio dottrinario sono state contraddette dalla realtà quasi a ogni passo?
Il neoliberismo è un approccio che vede nel mercato il regolatore fondamentale dell'attività economica e mira a ridurre al minimo l'intervento dello stato nella vita economica. In tempi recenti esso è stato identificato con l'economia stessa, data la sua egemonia in quanto paradigma di questa disciplina, dato cioè il fatto che il neoliberismo ha scalzato gli altri approcci in quanto forme legittime dell'agire economico.
Poiché l'economia è vista in molti ambienti come una «scienza dura», un po' come la fisica - essendo, ad esempio, l'unica scienza sociale per cui c'è un Premio Nobel - il neoliberismo ha avuto un'influenza enorme e pervasiva non solo nei circoli accademici ma anche in quelli politici (secondo una certa visione, nella hard science rientrano le scienze biologiche e le altre discipline basate su dati «oggettivi», mentre le scienze sociali sono relegate al ruolo di soft science in quanto viene loro attribuita minore validità scientifica, ndt). Mentre l'Università di Chicago, casa del guru del neoliberismo economico Milton Friedman, diventava la fonte della saggezza accademica, nei circoli dei tecnocrati il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale erano considerati le istituzioni chiave per tradurre questa teoria in politica, con un insieme di prescrizioni pratiche applicabili a tutte le economie.
È sorprendente realizzare come il neoliberismo sia diventato un paradigma egemonico solo di recente. Fino alla metà degli '70 del Novecento, l'ortodossia era l'economia keynesiana, che considerava necessaria per la stabilità e la crescita regolare una buona dose di intervento statale. In quello che veniva chiamato il Terzo Mondo, l'approccio dominante era lo sviluppismo, che prescriveva la teoria keynesiana alle economie che non erano state ancora sufficientemente penetrate e trasformate dal capitalismo. Lo sviluppismo aveva una corrente più conservatrice ed una più progressista, ma entrambe vedevano nello stato, e non nel mercato, il meccanismo centrale per lo sviluppo.
Ritengo siano tre i motivi per cui il neoliberismo resta dominante nonostante i suoi fallimenti.
Primo, in determinati paesi in via di sviluppo, come le Filippine, continua ad essere pervasiva l'idea che la corruzione spieghi il sottosviluppo. Poiché lo stato è considerato la fonte della corruzione, un rafforzamento del suo ruolo nell'economia, anche come regolatore, è visto con scetticismo. Il discorso neoliberista si lega molto chiaramente a questa teoria della corruzione, con la sua minimizzazione del ruolo dello stato nella vita economica e la sua idea che rendere più dominanti le relazioni di mercato nelle transazioni economiche a spese dello stato possa ridurre le opportunità di corruzione da parte dei soggetti economici e statali.
Ad esempio, per molti filippini, e non solo nella classe media, lo stato corrotto - e non le relazioni di disuguaglianza generate dal mercato e l'erosione degli interessi economici nazionali determinata dalla liberalizzazione del commercio e dei mercati finanziari - continua ad essere il principale ostacolo a un maggiore benessere. Esso è visto come il maggiore impedimento allo sviluppo e ad una crescita economica sostenuta. La corruzione naturalmente è da condannare per ragioni morali e politiche, ma questa presunta correlazione tra corruzione, sottosviluppo e povertà ha poca ragion d'essere.
Secondo, nonostante la profonda crisi del neoliberismo, non è emerso nessun discorso o paradigma alternativo credibile, sia a livello locale che a livello internazionale. Non c'è niente che assomigli alla sfida che l'economia keynesiana rappresentò per il fondamentalismo del mercato durante la Grande Depressione, agli inizi degli anni '30 del Novecento. Le sfide lanciate da economisti di successo come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Dani Rodrik restano dentro i confini dell'economia neoclassica, con la sua equazione tra welfare sociale e riduzione del costo unitario di produzione.
Terzo, l'economia neoliberista continua a proiettare un'immagine di «scienza dura» perché è stata completamente matematizzata. All'indomani della recente crisi finanziaria, questa sua estrema formalizzazione e matematizzazione è stata criticata dagli stessi economisti. Alcuni hanno sostenuto che il fine ultimo della pratica economica è diventato la metodologia e non la sostanza, e che di conseguenza la disciplina ha perso il suo contatto con i trend e i problemi del mondo reale. Vale la pena osservare che John Maynard Keynes, egli stesso una mente matematica, era contrario alla matematizzazione dell'economia proprio per il falso senso di solidità che quella le conferiva. Come osserva il suo biografo Robert Skidelsky, Keynes era «notoriamente scettico sull'econometria»; per lui i numeri erano «semplicemente indizi, stimoli per l'immaginazione», e non l'espressione di certezze o probabilità di eventi passati e futuri.
Perciò, per superare il neoliberismo bisognerà andare oltre l'adorazione dei numeri che spesso celano il reale, e oltre lo scientismo che si maschera da scienza.


5 agosto 2008

Il bilancio nell'Unione Europea

 

Il dibattito attorno alla legittimità delle istituzioni europee e al relativo deficit democratico dell'Unione accompagna l'Europa quale soggetto politico fin dalla sua creazione. Negli ultimi anni abbiamo osservato bassi livelli di partecipazione alle elezioni  europee, la presenza al parlamento Europeo di formazioni politiche esplicitamente anti-integrazione e sondaggi d'opinione di distanza dalle istituzioni comunitarie. Poi sono arrivate le vere e proprie opposizioni ad un processo di costruzione dell'Europa politica che non si era posto il problema della partecipazione dei cittadini. I «no» alla costituzione europea di Francia e Olanda e il più recente «no» irlandese al trattato di Lisbona possono essere interpretati anche come una rivendicazione dei cittadini a partecipare alla definizione del modello di Europa che si sta costruendo.
Le istituzioni europee operano senza un mandato chiaro e trasparente che i cittadini possano riconoscere facilmente, in questa maniera legittimando almeno in parte le istituzioni stesse.
Il deficit d'informazione
Ma il deficit più grande del procedimento decisionale comunitario è forse il deficit informativo. L'informazione che arriva ai cittadini europei riguardo le decisioni prese a Bruxelles è costantemente mediata dal punto di vista dei Governi nazionali. Quando si tratta di decisioni che vanno a vantaggio dei propri elettori sono frutto del lavoro fatto dai nostri rappresentanti a Bruxelles, quando si tratta di misure possibilmente invise, allora sono prese dagli «euroburocrati». Questa è un'asimmetria informativa preziosa per i politici ma che allontana tremendamente i cittadini dalle istituzioni comunitarie. I «no» alla costituzione prima e al trattato di Lisbona poi sono in qualche maniera frutto di quest'Europa costruita solo a Bruxelles. Il testo del trattato non è mai stato soggetto ad una discussione pubblica sui mezzi d'informazione, la Convenzione preposta alla redazione del testo «costituzionale» non è stata eletta, bensì designata, e i parlamentari che ne facevano parte non potevano proporre testo ma solo emendare quello redatto da Giscard d'Estaing e i suoi vice-presidenti. Il Trattato modificativo, quello di Lisbona, che doveva recuperare il no franco-olandese è addirittura stato redatto in segreto. A seguito di un percorso tanto lontano da qualsiasi discussione pubblica e pratica partecipativa, il fatto che la ratifica del testo non sia sottoposta a referendum in nessuno Stato Membro (tranne l'Irlanda!) è semplicemente coerente con l'impostazione di fondo.
Di fronte ad un quadro desolante dei rapporti tra l'Unione e i cittadini, le istituzioni europee in alcuni casi si danno da fare per recuperare la distanza esistente ed incrementare almeno in parte la propria legittimità. Uno degli esempi più emblematici è la consultazione aperta per discutere della riforma del bilancio comunitario. La discussione sul bilancio avviene fondamentalmente in seno al Consiglio ed è questo che raggiunge l'accordo definitivo (benché debba essere approvato anche dal Parlamento). Nel caso delle Prospettive Finanziarie 2007-2013 il Consiglio non ha raggiunto l'accordo su diversi punti, in particolare la riforma della politica agricola, l'incremento delle risorse per la Strategia di Lisbona e una maggiore coerenza dell'azione esterna. Buoni propositi che si sono scontrati con la richiesta di una riduzione del volume complessivo del bilancio da parte di Francia, Germania e Regno Unito all'1% del reddito dell'Unione.
Non essendo riusciti a chiudere le trattative nei tempi utili per l'inizio della nuova gestione finanziaria, si è proposta una revisione del bilancio di medio periodo per il 2009. La Commissione ha allora lanciato una consultazione pubblica sulla riforma del bilancio in modo da arrivare alla mid-term review con un processo partecipativo: alla consultazione hanno risposto 250 tra istituzioni nazionali ed europee, enti locali, centri di ricerca, imprese private, organizzazioni non governative e singoli cittadini. Considerando che la consultazione è stata aperta per circa 8 mesi in 27 paesi l'adesione appare ridicola. Questo è dovuto principalmente a due fattori: il primo è il deficit informativo di cui sopra, per cui l'esistenza della consultazione è resa nota solo all'interno dei circoli di Bruxelles e non è mai diventata dibattito pubblico negli Stati Membri.
Democrazia e sistemi complessi
Il secondo motivo sta nella complessità delle questioni che si richiedeva di affrontare come ad esempio: come conciliare stabilità e flessibilità all'interno dei quadri finanziari pluriennali? Come migliorare l'efficacia e l'efficienza dei sistemi di esecuzione del bilancio? Come garantire che le priorità di spesa rispettino gli obiettivi politici? Ad alcune questioni il trattato di Lisbona stava già dando risposta definendo gli ambiti di azione dell'Unione.
I processi che le istituzioni europee creeranno affinché si tratti di una riforma partecipata non sono però affatto chiari e la società civile europea si sta già muovendo per proporre delle alternative concrete all'attuale budget. Costruendo un network di organizzazioni in grado di coprire tutti gli aspetti rilevanti nella definizione del bilancio comunitario è possibile proporre una valutazione organica delle politiche comunitarie e una vasta gamma di raccomandazioni. La campagna Sbilanciamoci! - che già da diversi anni promuove in Italia la redazione di una finanziaria della società civile - ha iniziato un lavoro di questo tipo con alcune delle reti attive nel continente. Le analisi e le proposte alternative, provenienti da venti organizzazioni, reti e think tank che seguono costantemente le politiche di Bruxelles, sono stati raccolte nel volume «Budgeting for the future, building another Europe».
Il punto di partenza affinché i cittadini europei siano inclusi nei processi decisionali sta nella trasparenza delle procedure e dell'informazione. Sapere che tra i beneficiari compaiano ricchi latifondisti come la regina Elisabetta II, il Duca di Westminster e la duchessa di Alba o multinazionali alimentari come Nestlè o Tesco è essenziale per farsi un'idea di come i fondi comunitari debbano essere spesi.
La lotta alla povertà è considerata effetto collaterale di occupazione e competitività. L'inclusione sociale, che costituiva uno dei pilastri fondamentali della Strategia di Lisbona, dal 2005 non compare più quale obiettivo prioritario. Le politiche estere mostrano un'incoerenza di fondo tra commercio e aiuti allo sviluppo. L'esempio più lampante sono gli Accordi di Partenariato Economico (EPAs) con i Paesi ACP, accordi che per ora sono stati bloccati ma che sono in grado di destabilizzare gravemente l'economia degli stessi paesi africani che si presume l'Europa debba aiutare.
Il bilancio è uno strumento attraverso il quale i governi hanno il potere di decidere come generare risorse pubbliche e dove e come spenderle ogni anno.Anche nel caso dell'UE il budget è lo strumento chiave  per soddisfare i bisogni della società: sono dati che ci riguardano pertanto da vicino, parlano di noi, delle esigenze, dei diritti e del futuro di ognuno di noi. Restare al di fuori di tali questioni significa lasciare il nostro futuro nelle mani di pochi.

(Tommaso Rondinella)


2 agosto 2008

Eurostangata alla Bulgaria : troppa corruzione

 

La colpa: risultati «troppo scarsi» nella lotta a crimine organizzato e corruzione, illegalità impunita, mancata riforma del codice penale. La pena: taglio di 500 milioni di euro di finanziamenti, che si aggiungono ai 300 milioni già sospesi informalmente da gennaio. Come preannunciato da un duro rapporto del giugno 2007, la Commissione Ue boccia la Bulgaria su giustizia e legalità e revoca i fondi pre-adesione alle due agenzie incaricate di gestirli. È la punizione più grave mai inflitta dall'Europa a un paese membro. E tocca uno dei nuovi arrivati dell'est, nell'ultimo allargamento del gennaio 2007. I fondi per ora sono solo congelati, ma per il premier socialista Sergei Stanishev è un duro colpo. Ieri il governo si è visto recapitare la sesta richiesta di voto di sfiducia da parte dell'opposizione conservatrice, che affronterà in settimana. Nella mozione si legge: le sanzioni Ue sono per la Bulgaria «un danno morale e materiale». La coalizione dovrebbe reggere grazie alla sua larga maggioranza in parlamento, ma ne esce svilita in vista delle elezioni 2009. E alcuni partiti minacciano il boicottaggio.
Si difende il segretario del partito socialista bulgaro Kutev: l'Europa usa i nuovi membri come capro espiatorio dei suoi problemi attuali. Ma a bruciare è anche la mano leggera usata con i vicini rumeni. Insieme a quello bulgaro, a Bruxelles il portavoce della Commissione Leitenberger ha presentato un rapporto egualmente duro verso Bucarest, risparmiando però le sanzioni: là la lotta alla corruzione è più avanti, anche se c'è il vizio di usarla come strumento politico. Cerca di correre ai ripari il primo ministro bulgaro Sergei Stanishev, annunciando la creazione di una nuova agenzia antimafia: «La verità - dice - è che la Bulgaria sta ancora imparando come gestire il denaro Ue». Per il premier lo scandalo non è sufficiente a provocare una crisi di governo. Nel rapporto europeo si parla però di «corruzione ad alti livelli», e la Bulgaria negli ultimi anni ha visto abbondare i casi di «legami pericolosi» tra importanti personalità politiche, magistratura e gruppi criminali. Primo fra tutti, ironia della sorte, l'ex vicedirettore della Direzione generale incaricata di combattere il crimine organizzato, Ivan Ivanov, arrestato a marzo e poi liberato su cauzione con l'accusa, fra l'altro, di aver rivelato informazioni segrete a individui implicati nell'«economia grigia» bulgara - in pratica i resti del caos post-Urss degli anni Novanta, quando le gang prosperavano.
Oggi la Bulgaria segna i margini sudorientali dell'Unione, cerniera con Asia e Islam, e i malviventi si sono specializzati in traffici di confine: droga, prostituzione, contrabbando di carburante e auto. Tra gli arresti recenti c'è Aneliya Tsvetkova, presidente del tribunale amministrativo della cittadina balneare di Varna: avrebbe preso mazzette in una delle attività più visibili della criminalità bulgara: la speculazione edilizia, che colpisce soprattuto le zone costiere, verso la quale la società civile inizia però a mobilitarsi.
Secondo gli esperti, la mossa di Bruxelles è un avvertimento agli altri paesi balcanici candidati Ue. E insieme una concessione al crescente scetticismo verso l'allargamento a est.

(Lucia Sgueglia)


6 febbraio 2008

Girotondismi : dalle intercettazioni di Domenico Crea

 

«Duemila miliardi ... me li gestivo io per i cazzi miei... allora perché vi dico ragionate con le teste e non fate gli storti... perché ce ne sono certi da noi che sono storti e certi che sono intelligenti, mi hai capito? Che non sanno neanche che vuol dire... perché soffro quando penso... per una cazzata». Domenico Crea parla in auto con Antonio Iacopino. E aggiunge: «Ma no con uno stipendio, che cazzo te ne fotte dello stipendio. Cioè, ma quando hai me cretino tu che puoi fare? Ti prendi i 10mila euro di consigliere? E che cazzo sono? Quando io a quello storto di Battaglia gli ho detto vieni e fammi il direttore generale... che gli volevo dire? Quanti ne abbiamo 3mila 4mila miliardi... ci sei pure tu». Per i pm, queste parole evidenziano «la bramosia insaziabile di arraffare a piene mani denaro pubblico in quantità smisurata».

(Da il "manifesto" del 29/1/2007)

Qualcuno pure tra i blogger dice che la politica italiana non è poi tanto corrotta. Parte la rubrichetta "Girotondismi" che ospiterà piccoli ammiccamenti alla tesi che invece la politica italiana, per ragioni strutturali, è marcia. Forse lo è sempre stata, ma adesso la cosa sta diventando esiziale per la tenuta sociale del nostro paese, allo stesso modo con cui lo diventò negli anni Settanta. Ma se allora si sentiva un rumoreggiare di sciabole, adesso il rumore è quello di uno scricchiolìo....


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