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28 novembre 2011

Lettera alla Cgil : cosa dovremmo fare ?

Di fronte a questo continuo esercizio della lotta di classe da parte del capitale e dell’irrazionalità collettiva di governi e di estese parti dell’opinione pubblica, un sindacato come la Cgil deve comunque essere consapevole di stare di fronte a scelte che riguardano non solo l’interesse dei lavoratori, ma la sua stessa sopravvivenza come organizzazione. Gli scioperi e le iniziative scadenzate dal nostro gruppo dirigente nazionale non possono bastare. Sono anni che la Cgil svolge opera di supplenza politica con una opposizione che considerare “di sua maestà” è ormai indice di ottimismo. Ebbene, purtroppo tale opera di supplenza non va solo continuata ma radicalizzata, dal momento che la crisi della sinistra politica è irreversibile ed il suo comportamento di fronte a questa crisi è stata la dimostrazione di una soggettività politica oramai in coma: si va dall’incubo (propagandato per sogno) di un governo tecnico di unità nazionale con Fini e Casini all’inseguimento dei ciclisti del giro della Padania.

 

 

In questo momento l’opposizione considera Berlusconi come uno dei fattori causali più rilevante dell’attacco speculativo verso l’Italia. Tenendo presenti le componenti emotive ed irrazionali dei mercati finanziari, potremmo pensare che le dimissioni di Berlusconi, oltre ad essere un evento positivo in sé, darebbero un po’ di respiro allo spread tra titoli del debito. Tuttavia in questo contesto la sua caduta è il prodromo di una situazione peggiore: quella di un governo di centro e/o tecnico che, comprendendo il Pd, attuerebbe una politica deflazionista in maniera più conseguente, avendo probabilmente il consenso anche della Cgil. In altre parole la politica deflazionista associata al consenso sociale sarebbe la condizione imprescindibile perché i mercati finanziari, invece di tenere costantemente in apnea il paese, gli consentirebbero di tenere la testa fuor d’acqua per qualche minuto. Il fatto che il Pd, sia pure con uno stile apparentemente diverso, sia il garante di politiche economiche autoritarie e di classe, è dato già dal fatto che non abbia per nulla discusso il metodo autocratico della BCE che ha minacciato di non sottoscrivere i titoli del debito pubblico in scadenza (applicando il famigerato art. 101 del Trattato europeo). Tale ricatto è stato il mezzo con cui la BCE ha imposto la politica economica ad uno Stato sovrano, al di fuori di ogni dettato della carta costitutiva della UE. Il fatto che il Pd si sia affrettato a criticare Berlusconi, senza congiuntamente criticare il comportamento della BCE la dice lunga sul fatto che il Pd ormai è un partito di centro che ha completamente cancellato tutto ciò che ancora aveva della tradizione di sinistra. Di questo la Cgil deve prendere atto e rendere definitiva e compiuta la sua autonomia politica. Perché ciò si realizzi non bastano dichiarazioni o asserzioni del fatto che tale autonomia già sussista. Ci vuole una dichiarazione programmatica in cui il vero e proprio interlocutore politico del sindacato in questa congiuntura non è il governo Berlusconi, ma è l’Unione Europea.

In sintesi si tratterebbe di rendere una grande piazza italiana come piazza Tienanmen ed occuparla ad oltranza. Sarebbe l’unico atto a non avere una valenza meramente ritualistica. Opzioni più diplomatiche (a meno che non si tratti di una serie di scioperi serrati) non fermerebbero i nostri interlocutori e quindi non fermerebbero l’ulteriore esproprio dei lavoratori e l’indebolimento decisivo della nostra organizzazione, che da questo momento in poi rischia di diventare in modo definitivo subalterna a Cisl e Uil. Questo senza volere enfatizzare le conseguenze catastrofiche di una politica restrittiva così cruenta: il decadimento definitivo del meridione d’Italia, lo scollamento dell’unità nazionale, il potenziamento di organizzazioni criminali e malavitose che potrebbero anche tentare di farsi rappresentare direttamente nella scena politica, la desertificazione di intere aree produttive, l’emigrazione di frange crescenti di giovani in percentuali ben maggiori di quelle attuali.

Come già detto, la Cgil si trova di fronte a scelte veramente epocali. Nel 1992 essa scelse di avallare una politica dei redditi deflazionista e tale politica ha comportato lo spostamento di quote del Pil dal salario ai profitti. Tale politica è stata anche il presupposto da un lato per porre i fondamenti della crisi che si sta evidenziando ora e, d’altro canto, per la salita al potere del populismo mediatico e reazionario di una delle classi dirigenti più vergognose della storia di questo paese, classe dirigente il cui metodo di lavoro ha con una facilità sorprendente contaminato intere schiere di gruppi dirigenti di partiti e sindacati di opposizione, che faticano a distinguersi da coloro a cui si oppongono. Una scelta che confermi l’indirizzo deflazionistico della nostra politica economica avrebbe conseguenze ancora più scellerate e farebbe ulteriormente degenerare la tempra morale di un’organizzazione che ha bisogno di ben altro che non l’entrata in sonno in qualche ente bilaterale. La ratifica della firma dell’accordo interconfederale non fa ben sperare, in quanto vincola al ribasso e sul piano angustamente nazionale gli obiettivi dell’organizzazione, sia per quanto riguarda le alleanze, sia per quanto riguarda gli interlocutori. Se è così, la nostra decadenza è ufficialmente iniziata, per quanto qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo spostato questo inizio troppo in avanti.

 


5 aprile 2009

Fabio Sebastiani : il dramma crisi. Epifani si rivolge al governo

<<Silvio Berlusconi». E' l'unico nome che il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani pronuncia dal palco quasi a metà del suo discorso. E la piazza, anzi l'immensa distesa di giovani, donne, pensionati, lavoratori e migranti, quanti non se ne erano mai visti in una iniziativa del sindacato, risponde immediatamente con una sonora bordata di fischi. Il segretario della Cgil fatica a riprendere la parola. E se avesse citato Luigi Angeletti e Raffaele Bonanni, rispettivamente segretari generale della Uil e della Cisl, cosa sarebbe successo?
A parte questa "irriverenza" i tre milioni di ribelli, guerriglieri e fannulloni del Circo Massimo (2 milioni e settecento mila secondo gli organizzatori e solo 200mila secondo la questura) si comportano da veri e propri gentlemen.
Osservano composti il lungo minuto di silenzio in onore dei morti sul lavoro e degli sventurati che giacciono in fondo al "mare mostrum" Mediterraneo. Cantano e ballano "Bella ciao", accompagnati dal vivo dai Modena City Ramblers. Si commuovono, infine, alle note del film "Il postino" suonate da Louis Bacalov e alla lettura della lettera del figlio di un ex-tuta blu dell'Ilva da parte di Pierfrancesco Favino alias Giuseppe Di Vittorio.
Rispetto al 2002 non c'è poi così tanta differenza. Quella storia, fatta di attacco ai diritti e di una Cgil in solitario deve ancora concludersi, in fondo. Di diverso da allora c'è la crisi economica. E non è poco. Nonostante le difficoltà scandite dalla cassa integrazione e dai licenziamenti a Roma sono arrivati tanti lavoratrici e lavoratori, soprattutto dal Sud.
Ed è proprio battendo il tasto della crisi economica che Epifani imposta il suo discorso. Chiede, al Governo un tavolo urgente sulla crisi, e a Cisl e Uil il referendum unitario sull'accordo separato. Due richieste non nuove, che dal grande catino del Circo Massimo assumono però tutto un altro significato.
La crisi economica «non la si può affrontare con battute e con misure non all'altezza», dice il leader della Cgil. Ed è per questo che occorre aprire «un tavolo vero di confronto» tra governo e parti sociali. «Se sono vere le parole del nostro presidente del Consiglio, prima di partire per Londra, di non voler lasciare indietro nessuno, chiediamo formalmente - scandisce Epifani dal palco - di aprire subito un tavolo vero di confronto perchè si possa ascoltare realmente e concretamente le cose da fare per fronteggiare questa crisi». E questa richiesta, puntualizza il numero uno della Cgil, «non è una sfida ma un invito a verificare se è possibile avere un tavolo vero di confronto». «Non siamo in grado - prosegue Epifani - di fare previsioni attendibili ma se la ricchezza del paese crollerà nel 2009 del 4%, questa caduta non la si può affrontare con battute e misure non all'altezza dei problemi. Dietro questi numeri astratti, infatti, ci sono i problemi, le prospettive e la vita di milioni e di milioni di persone».



Per il resto, il leader della Cgil si limita a rimbrottare senza enfasi la Confindustria per aver firmato l'accordo separato e ad invitare gli altri due sindacati a sostenere la prova del consenso davanti ai lavoratori. «E' una bella contraddizione - sottolinea - aver accettato di tenere la consultazione alla Piaggio e averla negata alla Fincantieri». «Non si può giocare con la democrazia», ha concluso Epifani. Nel rilanciare i quattro punti della piattaforma Cgil (giustizia fiscale, tutele verso i pensionati, ammortizzatori sociali ed estensione della cassa integrazione ordinaria, politiche industriali) Epifani affaccia l'idea di un tetto agli stipendi dei manager. Citando l'esempio degli altri paesi industrializzati, il leader della Cgil spiega che il tema «non è da sottovalutare». «Non è giusto - afferma - che i manager guadagnino duemila volte più di un giovane apprendista o precario. Anche da noi, con i compensi dei cento manager più importanti si possono pagare i salari di diecimila lavoratori». Epifani conclude il suo intervento con una dedica un po' speciale. «Vorrei dedicare queste nostre giornate di mobilitazione a chi - dice - come la ragazza che ci ha scritto, non può nemmeno dire di aver perso un lavoro stabile perché non lo ha mai avuto». La prossima battaglia importante sarà sui precari? Lo sapremo presto. A giugno cominceranno ad uscire dalla pubblica amministrazione diverse migliaia di lavoratori precari.
Prima del segretario della Cgil hanno parlato diversi lavoratori e lavoratrici colpite dalla crisi. Hanno chiesto semplicemente alcune misure di sostegno al Governo. «Caro Berlusconi si faccia un decreto per i lavoratori dopo tanti decreti ad personam. Porti la cassa integrazione all'80% dello stipendio e allunghi la cassa integrazione ordinaria da 52 a 104 settimane». È stato questo l'appello di un operaio cassintegrato dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco, Mario Di Costanzo. Molto bello l'intervento di una giovane insegnante precaria di Cremona, Rossella Zelioli, che ha sottolineato il bisogno di «difendere la scuola pubblica», in linea con quanto più volte ripetuto dalla studentessa fiorentina Marta Lavacchini, intervenuta a sua volta dal palco. Al Circo Massimo è stata forte anche la presenza degli immigrati, che hanno applaudito il discorso di Joseph Walker. Il migrante ha chiesto «di superare i legami che la Bossi-Fini prevede tra permesso di soggiorno e rapporti di lavoro». «Chiediamo servizi e non bonus», ha ammonito infine la pensionata settantenne Enza Talciani di Roma.
Nel corteo anche tanti studenti. Secondo l'Unione degli Universitari almeno diverse migliaia e un po' da tutte le parti d'Italia . «Questa grande partecipazione - afferma l'Udu - sottolinea come gli studenti universitari chiedano a questo governo politiche differenti per uscire dalla crisi, che partano da un rinnovato senso di solidarietà fra lavoratori e studenti, fra giovani e anziani». Gli studenti hanno distribuito in piazza un kit con le loro proposte per sostenere l'università e il sistema formativo, «perchè un Paese che non investe in formazione è un Paese sempre in crisi». L'Onda, invece, ha "distribuito" scarpe contro il ministero della Pubblica istruzione. Diverse centinaia hanno partecipato al corteo dalla Cgil concedendosi un originale "fuori programma" in viale Trastevere, dove sono accorse le forze dell'ordine per impedire che gli studenti raggiungessero il portone del ministero.


5 aprile 2009

Antonio Sciotto : «Tavolo con il governo. Contratti, voto unitario»

 

All'inizio del suo intervento davanti all'enorme platea del Circo Massimo, Guglielmo Epifani non può che ricordare la giornata del 23 marzo del 2002, quella dei 3 milioni in piazza in difesa dell'articolo 18, che «scrissero una pagina storica, che nessuno ha scordato». E anche se dietro il palco c'è Sergio Cofferati, non si può fare a meno di notare che siamo in un'altra Italia, che sembra lontana anni luce, eppure l'antico circo romano riesce a essere ancora una volta pieno: oggi parlano gli operai in cassa integrazione, i precari sull'orlo del licenziamento, i medici che non vogliono denunciare gli immigrati, gli stessi - ormai tantissimi - stranieri che danno un contributo indispensabile alla nostra economia. E anche i pensionati, gli studenti dell'Onda. La parte di società colpita dalla crisi: e la Cgil chiede al governo un «confronto vero».
Epifani prende spunto dal G20 di Londra, dove Berlusconi ha chiesto - proprio lui - «attenzione all'umano e al sociale»: «Se quelle parole erano sincere, accetti finalmente di incontrarci». E poi si rivolge a Cisl e Uil: «Contro l'accordo separato hanno votato 3,4 milioni di persone, e quando lavoratori e pensionati si esprimono è una cosa che non si deve mai irridere. Ma noi siamo disposti a mettere tutto da parte se accettate di indire un referendum unitario. E accetteremo l'esito come vincolante». 




Questo il cuore del messaggio Cgil lanciato ieri, ma il segretario ha rievocato prima di tutto i passaggi che hanno portato al Circo Massimo: si parte dal 30 ottobre, la grande manifestazione sulla scuola, in quel caso unitaria, anche se quello stesso giorno ci fu con Cisl e Uil la rottura sul contratto; poi il 5 novembre, quando la Cgil presenta le sue 6 richieste al governo contro la crisi ormai galoppante; si passa al 12 dicembre, lo sciopero generale, articolato però per territori. Poi Epifani passa direttamente al 5 marzo, la manifestazione dei pensionati. Salta il riferimento allo sciopero congiunto del 13 febbraio di Fp e Fiom, vissuto con grandi contrasti all'interno della confederazione, ma poi fatto proprio da tutta la Cgil: un'omissione che ha fatto salire i malumori dalle due categorie.
Tornando al discorso sul governo, Epifani ha spiegato che «c'è un abisso tra quello che avrebbe potuto fare contro la crisi e quello che ha fatto finora». «A parte quello che è stato dato alle banche, ha stanziato solo 4 miliardi di euro: cifra così bassa che non ha paragoni rispetto a quanto hanno fatto all'estero». «Intanto il tempo passa, la cassa ordinaria si avvia per molti alla conclusione, senza che venga prolungata e resa più cospicua, come noi chiediamo. Tanti precari perdono il posto, ma per loro non è chiaro cosa sia disponibile, e comunque è poco e per troppo pochi. Perché non si attua una moratoria dei licenziamenti? Non si è sospesa la Bossi-Fini, e tanti immigrati con il lavoro perdono anche il permesso di soggiorno. Sulle donne si dicono tante parole in libertà, tacendo che nel 2009 rimarranno senza posto 340 mila lavoratrici in più. Ai pensionati si dà una social card che non funziona, invece di aumentare i loro redditi. Quanto ai dipendenti, e agli stessi pensionati, sono quelli che oggi pagano di più la crisi, e che nel 2008 hanno pagato 8 miliardi di euro in più al fisco mentre si allentava il contrasto all'evasione fiscale: perché non si parte dalla restituzione del fiscal drag?».
Domande rivolte al governo, insieme ad altre critiche: contro la manomissione del Testo unico sulla sicurezza del lavoro, contro le tante violazioni ai diritti degli immigrati ispirate dalla Lega, dai medici che denunciano alle ronde, contro l'indebolimento del diritto di sciopero. Da qui la richiesta di un tavolo al governo: «Per parlare di 4 temi: la politica industriale del paese, dalla crisi Fiat a quella della chimica; gli ammortizzatori sociali e lo stop alla cacciata dei precari; il reddito dei pensionati; la giustizia fiscale e la lotta all'evasione».
Ma c'è anche un messaggio alla Confindustria, a Cisl e Uil: «Il tavolo dovrebbe andare bene anche a voi». E ai due sindacati: «Queste battaglie le avremmo potute fare insieme, non ci può essere divisione». Ma poi il segretario Cgil passa al nodo dell'accordo separato sui contratti, e qui dice a Confindustria che «ha fatto un errore gravissimo a firmare senza la Cgil, perché poi si rischia di creare una confusione che danneggia anche le imprese». E a Cisl e Uil ricorda i 3,6 milioni di votanti al referendum, con i 3,4 che hanno detto no, e dunque propone una votazione unitaria: «Il nodo della democrazia e della rappresentanza è centrale, lì possiamo tentare un'intesa unitaria. Ma sapendo che per noi non ha senso votare una volta sì e una no: o c'è democrazia sempre, o non c'è mai». Il segretario della Cisl Raffaele Bonanni risponde piccato che «il paese ha bisogno di piazze sindacali e non elettorali» e che «la Cgil sui contratti ha una linea antagonista ormai fuori dalla storia».
Dal palco hanno parlato, precedendo Epifani, alcuni delegati. Ha iniziato un operaio della Fiat di Pomigliano, che ha spiegato come ormai nello stabilimento campano si siano fatte 23 settimane di cassa, «e altre ci aspettano: ma il governo non fa altro che caricare i lavoratori quando protestano». Una giovane precaria della scuola ha parlato dell'ansia che prova ogni anno il 30 giugno, quando finisce il contratto, e poi si è riferita al prossimo primo settembre: «Forse io e altre migliaia di precari non avremo più il posto». Un lavoratore immigrato chiede agli italiani di stare vicini agli stranieri del paese, nelle battaglie «contro le leggi inique e il clima di xenofobia che il governo sta imponendo». Una pensionata ricorda l'umiliazione della social card, un medico di Palermo rivendica con orgoglio il suo rifiuto - e quello di tutta la Cgil - a denunciare gli immigrati bisognosi di cure.


21 marzo 2009

Roberto Croce :il piano confindustriale di riassetto dei diritti sociali

 

E’ un filo rosso (anzi nerissimo) quello che lega il recente disegno di legge delega finalizzato a introdurre rigorose (e incostituzionali) limitazioni al diritto di sciopero nei settori e nelle attività che incidono sul diritto alla mobilità e alla libera circolazione delle persone e il recente accordo quadro del 22 gennaio 2009 sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto tra Governo e parti sociali senza la firma della Cgil.
Senza più alcun pudore derivante dalla diversità dei ruoli, la filosofia dell’esecutivo e quella di Confindustria sono esplicitamente orientate verso i medesimi obiettivi, ossia: realizzare la totale subalternità dei diritti dei lavoratori alle esigenze dell’impresa e mettere al bando, criminalizzandolo, il conflitto capitale/lavoro.
In quest’ottica, affinché l’eutanasia del conflitto sia totale, non è sufficiente che il sindacato diventi una agenzia neocorporativa di servizi, è altresì necessario neutralizzare le forme di autotutela e di lotta sindacale che storicamente i lavoratori hanno conquistato. Da qui l’attacco al diritto di sciopero contenuto nei documenti in questione.
Il paragrafo 18 dell’accordo quadro prevede infatti che “le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita”.
Regole siffatte, a ben vedere, possono avere rilevanza giuridica solo se introdotte mediante un’apposita legge, secondo quanto previsto dall’art. 40 della Costituzione. Anche perché lo sciopero costituisce un diritto individuale del lavoratore che va esercitato collettivamente e cioè insieme ad un numero più o meno consistente di altri prestatori di lavoro. Sulla base del diritto attualmente vigente, non è concepibile che un qualunque sindacato possa avere il potere esclusivo di proclamare lo sciopero e perciò di decidere quando si possa legittimamente scioperare.



In questo contesto – proprio con la finalità di colmare il vuoto di fonte legislativa in materia di limitazioni al diritto di sciopero – è intervenuto l’esecutivo che, a supporto e sostegno dei piani di confindustriali, ha elaborato un disegno di legge delega volto a regolamentare e prevenire i conflitti collettivi con riferimento – si badi bene – non solo al settore dei trasporti, bensì, più in generale, alla materia della libera circolazione delle persone e della mobilità.
Gli aspetti più inquietanti e liberticidi del disegno di legge delega sono:
a) la soglia di sbarramento al 50% della rappresentanza sindacale per proclamare uno sciopero oppure, per chi non arriva a tale soglia, la possibilità col 20% della rappresentanza di dare vita a un referendum preventivo che porterà allo sciopero solo se raggiungerà il 30% dei consensi;
b) la previsione per via contrattuale dell’istituto dello sciopero virtuale;
c) la previsione per via contrattuale della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero dei singoli lavoratori;
d) l’introduzione di un “congruo anticipo” per le revoche degli scioperi;
e) il divieto generale – e qui si riporta testualmente – “di forme di protesta o astensione dal lavoro in qualunque attività o settore produttivo che, per la durata o le modalità di attuazione, possono essere lesive del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione”. Il che conferma l’intenzione della maggioranza di andare, in materia di limitazioni al diritto di sciopero, molto al di là del settore di trasporti propriamente inteso, coinvolgendo anche altri settori o attività che direttamente oppure solo indirettamente incidono sul diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione;
e) il potenziamento del sistema sanzionatorio sia sotto forma di rivalutazione dell’entità economica delle sanzioni nei confronti di sindacati e lavoratori e sia mediante l’introduzione di nuove fattispecie di illeciti amministrativi con riferimento alle condotte dei lavoratori;
f) la trasformazione della commissione di garanzia per l’attuazione della legge di regolamentazione del diritto di sciopero nell’ambito dei servizi pubblici essenziali in un organismo – denominato “Commissione per le relazioni di lavoro” - che di fatto sarà un gendarme con funzioni sanzionatorie e di controllo dei lavoratori e dei sindacati.
Quello a cui stiamo assistendo è il compimento dell’ennesima tappa di un processo di costruzione di un nuovo regime, contrassegnato dal prevalere di esplicite logiche securitarie, poliziesche e liberticide.
In particolare, nell’ambito delle relazioni sindacali e dei rapporti di lavoro, siamo di fronte al tentativo più organico fin qui elaborato dal padronato italiano (con la complicità del governo e di alcuni sindacati) di modificare alla radice gli assetti delle relazioni industriali così come si sono sviluppati, sotto l’ombrello della Costituzione repubblicana, dal dopoguerra ad oggi, così risolvendo in proprio favore gli esiti del conflitto capitale/lavoro.


6 marzo 2009

Maurizio Pagliassotti : la manifestazione di Torino

 

"Torino is olvueis on de muv", ovvero non sta mai ferma, declamava orgogliosamente anglofono uno slogan olimpico di tre anni fa. Bei tempi. Quando i fasti olimpici post industriali, post Fiat, post operai, post tutto dovevano seppellire quelli che oggi invece marciano e manifestano con cadenza settimanale per le vie di Torino, i lavoratori. Bandiere rosse sotto l'Unione industriale durante la settimana, bandiere rosse al sabato in corteo per la città. Lo schema ormai è fisso.
Ieri è stato il giorno dalla marcia per il lavoro organizzata dalla Cgil. Un serpentone umano, aperto dallo striscione "Contro la crisi una soluzione c'è: lavoro e contratti", ha camminato silenzioso da piazza Vittorio a piazza Castello. Due chilometri con poca musica, pochissimi studenti. Serrande dei negozi alzate e commercianti sulla porta con le braccia conserte a guardare: «Siamo preoccupati anche noi, è tutto fermo. C'è un contagio in corso».
Un corteo fatto di lavoratori con storie tutte dure, tutte: «Devi scriverla la vicenda della nostra fabbrica perché è urgente e nessuno ci ascolta, devi venire da noi a vedere!». Gli striscioni che si susseguono, sostenuti da molte mani, recano nomi di fasti industriali: Bertone, Pininfarina, Sandretto, Indesit, Ages, Cabind, Dayco, Skf... Un lungo elenco metalmeccanico interrotto da qualche chimico, Rai, Funzione pubblica, Benetton, De Agostini-Utet e persino due cioccolatai: Streglia e Caffarel. Per ogni striscione rosso con scritta gialla dalle cinque alle duecento persone dietro: sessantamila, dicono gli organizzatori.
Bandiere di partito presenti: solo quelle di Rifondazione. Bandiere del sindacato presenti: solo quelle della Cgil ovviamente, ma a differenza delle volte precedenti l'assenza delle altre organizzazioni sindacali è totale. La Cgil, insomma, è in piazza da sola: un elemento, questo, sottolineato dal segretario regionale Vincenzo Scudiere, secondo il quale «altre organizzazioni stanno assecondando il disegno del governo che tenta di isolare la Cgil. Manifestazioni come questa dimostrano però che la Cgil non è isolata». «Al centro di iniziative come queste continua a esserci il lavoro e la difesa dell'occupazione - sottolinea Agostino Megale della segreteria nazionale Cgil - E' evidente che se il ministro del Lavoro e il governo in una situazione come l'attuale pensano di poter agire con un disegno di legge delega che altera o modifica il diritto di sciopero, noi ci opporremo anche perché, come Cgil, insieme agli altri sindacati confederali, siamo sempre stati contro gli scioperi corporativi, che procurano disagi ai cittadini e che mettono l'uno contro l'altro».
«Cassa integrazione a zero ore, licenziamento, mobilità; cento, duecento, seicento a casa...»; le testimonianze ruotano intorno a poche parole per uno schema che è sempre lo stesso: il direttore del personale che convoca o manda una lettera e tutti a casa per un po', talvolta per sempre. Che fare? C'è la proposta del segretario del Prc Paolo Ferrero (presente ieri al corteo), la più banale che possa esistere: tassare rendite e alti redditi per redistribuire un po' di soldi (Obama, avete presente?). Una proposta che, ancora, non fa breccia nel sindacato, men che meno nel Pd; e non parliamo di ConfGoverno. Dice il segretario del Prc: «Dagli Stati Uniti giunge finalmente una notizia che parla di giustizia. In poche parole, si tassano gli straricchi per dare a chi si trova in stato di necessità. Se si facesse la stessa cosa qua da noi, si potrebbe sostenere il consumo attraverso una redistribuzione della ricchezza centrata sugli ammortizzatori sociali per chi perde il lavoro. Ma in Italia, con questo governo di estrema destra e questa finta opposizione, è impossibile pensare a questo. D'altronde nella manovra economica ombra scritta da Bersani non c'è parola su questo».
Giusto lì vicino c'è il solito banchetto, organizzato dal comitato regionale di Rifondazione, che vende pane a un euro al chilo: è preso d'assalto. Tutt'altro che una bella scena. Conclude poi Ferrero: «Rifondazione Comunista propone poi un pacchetto di lavori pubblici incentrato su ristrutturazione delle scuole italiane, tutte, e ricerca. Rifondazione boccia, perché dannosi e inutili, buchi nelle montagne e ponti». Rimando alla Tav esplicito, che da queste parti, fra pochi mesi, vedrà di nuovo un duro conflitto, tra l'altro su un territorio, la val Susa, già devastato da una crisi economica scoppiata all'improvviso e un po' artificiosa a detta di molti.
Assenti, come detto, Cisl e Uil, «i nuovi uffici di collocamento», come li apostrofano molti lavoratori in corteo. «A Torino sfilano i lavoratori che sentono la crisi - commenta il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - E' un problema per Cisl e Uil che non sono qua e che dovrebbero ascoltare di più i lavoratori. Da parte della Cgil è stata una prova di forza non indifferente».
Presente, invece, qualche esponente del Pd. Ci sono l'ex ministro Cesare Damiano (Pd), Antonio Boccuzzi, l'operaio scampato al rogo della ThyssenKrupp, e la senatrice Magda Negri: «Sono qui a Torino alla marcia della Cgil come sarei in qualsiasi analoga manifestazione della Cisl o della Uil». «Il problema è che Cisl e Uil manifestazioni e scioperi non ne fanno, anzi firmano gli accordi separati con il governo» commentano, dandosi di gomito, due lavoratori poco distanti.
La settimana che arriva sarà nuovamente bollente. Martedì processo ThyssenKrupp, mercoledì manifestazione Fiat più alcune occupazioni sparse sul territorio che potrebbero entrare in una fase di duro conflitto, anche con le forze dell'ordine.


6 marzo 2009

Fabio Sebastiani : la lotta dei lavoratori Tenaris

 Riconoscimento del Consiglio sindacale del gruppo, avvio del negoziato per un accordo quadro e formazione dei comitati salute-ambiente. Sembra una piattaforma "anni '60", in realtà è il punto più avanzato di rivendicazione che i lavoratori sono riusciti a tessere a livello mondiale nel gruppo Tenaris, una delle poche multinazionali del settore siderurgico. Appoggiati dalla Fism, il sindacato mondiale dei metalmeccanici, i vari rappresentanti dei lavoratori hanno lanciato il guanto di sfida direttamente all'amministratore delegato Paolo Rocca. La Tenaris, che ha stabilimenti oltre che in Italia, in Argentina, Canada, Brasile, Romania e Stati Uniti, ha rispedito al mittente le richieste, ma le tute blu non si sono fatte scoraggiare e per il 3 marzo hanno organizzato una "Giornata globale di azione Tenaris". Una iniziativa il cui tema sarà "Risposte globali a crisi globale". A Bergamo, presso la Dalmine, pezzo italiano di Tenaris, interverrà anche il vice-segretario della Fism Fernando Lopes.
Il Comitato dei lavoratori, che si è riunito pochi mesi fa a Calgary in Canada, ha discusso la situazione di crisi economica e finanziaria internazionale. Ed ha deciso che non ha alcuna intenzione di pagarne le conseguenze. Anche perché l'azienda fa utili a palate. «Il Comitato è cosciente che i prodotti realizzati dai lavoratori, in buona misura - si legge in un loro documento - sono direttamente collegati con il petrolio». Il petrolio, come altre commodities, sta diminuendo il suo prezzo di mercato. Di conseguenza, Tenaris vedrà diminuire i suoi margini di guadagno e il volume di vendita dei suoi prodotti. «Ciò in nessun modo - proseguono i lavoratori - non metterà a rischio la sua solidità economica». Il Comitato ha chiesto quindi a Tenaris di non trasferire la crisi ai suoi lavoratori. 



«E' chiaro che i lavoratori di Tenaris, diretti o terziarizzati - si legge ancora - in nessuna forma sono stati causa di questa situazione. Il loro sforzo quotidiano ha permesso a Tenaris di crescere e di beneficiare del periodo d'espansione finanziaria. Adesso, sarebbe inaccettabile che Tenaris volesse trasferire la crisi ai lavoratori che nulla hanno a vedere con la sua esplosione. Tenaris ha un fatturato annuale di 10 miliardi di dollari e 23.500 dipendenti. Quest'anno, il gruppo ha chiuso il 2008 con ricavi netti in crescita del 21% a 12,131 miliardi di dollari, un risultato operativo di 3,02 miliardi di dollari (+2%) e un utile che sale a 2,275 miliardi di dollari con un aumento del 10%. Non sembra quindi passarsela troppo male. «La crisi finanziaria internazionale è parte del rischio imprenditoriale e come tale deve essere assunto dall'impresa», scrivono i lavoratori. Le norme accettate dagli imprenditori del mondo nell'OCSE (l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) stabiliscono impegni sociali vincolanti «che non devono essere violati in situazioni di crisi». Il Comitato Sindacale Mondiale dei Lavoratori Tenaris chiede all'Azienda di comportarsi «in accordo con questi impegni internazionali».
«I peggiori timori del Comitato si stanno verificando», concludono i lavoratori. Molti lavoratori con contratto a tempo determinato in Argentina hanno visto i loro contratti annullati. Lavoratori permanenti in Canada sono stati sospesi dall'attività. Lavoratori in Romania stanno ricevendo il 75% del loro salario per i giorni non lavorati nel primo trimestre per il calo di produzione. Lavoratori permanenti in Italia sono in cassa integrazione a rotazione e i lavoratori a tempo determinato si sono visti rinviare l'assunzione a tempo indeterminato.
Tenaris è il primo produttore in Italia di tubi d'acciaio senza saldature per l'industria energetica, automobilistica e meccanica, con una capacità produttiva annua di 950.000 tonnellate di prodotti finiti, oltre 3.000 dipendenti e 5 stabilimenti.


5 marzo 2009

Dino Greco : intervista a Giorgio Cremaschi

 

Greco Siamo di fronte a una crisi mondiale del capitalismo, del sistema fondato sull'onnipotenza del mercato, malgrado i nostri emuli di Milton Friedman, come Giavazzi, continuino a negarlo. Siamo davvero di fronte ad un salto d'epoca?

Cremaschi Assolutamente si. La crisi è mondiale, ma ognuno ci arriva con le sue disgrazie. E noi abbiamo le nostre. Ed entriamo in questa crisi sicuramente con un livello di democrazia, un livello di poteri sociali, un livello di salari e di diritti, che sono sprofondati nel lungo periodo. Io penso che abbiamo di fronte una caduta della produzione e una caduta possibile dei redditi, da anni '30. La crisi sta in qualche modo risolvendo quel conflitto che ha percorso tutti gli anni ottanta e novanta tra due facce del liberismo: una è quella che predica mercato e concorrenza, l'altra è quella populista e autoritaria inaugurata da Craxi, poi ereditata da Berlusconi. La crisi distrugge l'autonomia della Confindustria e del sistema bancario, le liberalizzazioni e il libero mercato. E lascia sul campo solo il modello autoritario e dirigista di Berlusconi e Tremonti. Questo produce la crisi. Il potere di vita e di morte sulle imprese ce l'ha il potere politico. Un potere politico però di destra, che ha una idea autoritaria della società.

Greco Questo accade nella "provincia Italia". C'è tuttavia una dimensione più ampia, a partire da ciò che accade nel cuore del capitalismo, negli Stati Uniti di Barak Obama. Ci troviamo qui di fronte al tentativo di inaugurare un nuovo corso, una sorta di new deal rooseveltiano. Ci sono alcuni atti, come l'intervento su GM, sulle banche, cose che solo un anno fa sarebbero parse delle pure aporie.

Cremaschi Quello che voglio dire è che mentre il liberismo di mercato è sempre di destra, a differenza di quello che dicono Giavazzi e Alesina, non è detto che il ritorno del pubblico sia sempre di sinistra.
Siamo di fronte al fatto che c'è il fallimento della globalizzazione. La globalizzazione liberista non funziona più. Il meccanismo si è rotto. E non riprenderà più come prima. Quando ci sarà l'eventuale ripresa economica, in mezzo ci saranno stati tali e tanti interventi della politica che quel tipo di globalizzazione lì comunque non ci sarà più.



Greco Esiste la possibilità che prenda corpo l'idea di rafforzare il sindacato come agente di sviluppo dell'economia, contrariamente alle strategie delle passate amministrazioni?

Cremaschi Non lo so. Secondo me, questo non c'è l'ha in mente neanche Obama. Il fatto è che si è precipitati in acqua e si è disimparato a nuotare. Se devo vedere cosa fa Obama, vedo cose contraddittorie. Da una parte dice "buy american", che è uno slogan protezionista classico, che sta avendo già delle ripercussioni, perché vuol dire che l'acciaio europeo muore e significa una competizione selvaggia. Nello stesso tempo la G.M. ha detto ai sindacati americani che la condizione per ripartire per avere gli aiuti di Stato, è dimezzare i salari. Quindi c'è sì un intervento pubblico, ma non è detto che sia democratico, progressivo e partecipativo. E' la crisi totale del post-fordismo. Tutti i governi vanno avanti per tentativi e la prima cosa che fanno è mettere in piedi meccanismi che fino a poco tempo fa erano tabù.

Greco Tuttavia alcune scelte di impronta sociale sono ben visibili: il rilancio del welfare, l'estensione delle tutele sanitarie fatte pagare ai ricchi. E poi, in campo internazionale, l'apertura al mondo musulmano, la proposta di ridurre drasticamente gli arsenali nucleari...

Cremaschi Si, ma se la domanda era sul lavoro, ti dico non lo so. I dati non ci sono . Non è detto che l'intervento produca effetti socialmente importanti. Se devo vedere i segnali rispetto alla domanda di fondo che fai e cioè se c'è una idea progressista di gestione della crisi, una idea che dica facciamo crescere i redditi dei lavoratori e redistribuiamo la ricchezza, oggi tendenzialmente questo non c'è.

Greco
Torniamo all'Italia. Le imprese che hanno investito in modo massiccio nella speculazione finanziaria adesso si trovano i portafogli pieni di titoli tossici e di derivati. Sono le imprese che hanno pensato di fare i soldi con i soldi anziché investire nel processo e nel prodotto. Adesso quello che chiedono è che si intervenga con il denaro pubblico per ripulire il loro portafoglio, piuttosto che innescare un meccanismo di sviluppo che cambi i comportamenti tenuti in questi decenni. Il modello che in Italia si sta realizzando, dentro questo blocco politico sociale, è il modello Alitalia? Cioè debiti in collo alla collettività, macelleria sociale e rimessa in campo di una imprenditoria fraudolenta ed usuraria?

Cremaschi
Tutto quello che si sta facendo oggi produce regressione sul piano sociale. C'è una politica sempre più aggressiva che vuol far pagare tutti i costi della crisi ai lavoratori, ma non è vero che c'è un ruolo puramente subalterno della politica rispetto all'impresa. E' vero l'esatto contrario. Penso che i padroni vanno con il cappello in mano da Berlusconi e con il bastone dagli operai. Il mercato sparisce definitivamente e diventa una cosa che viene riservata solo ai poveri. La competizione è tra loro.

Greco Il conflitto orizzontale che sostituisce quello verticale...

Cremaschi Questo è quello che sta avvenendo in Italia ancora più che negli altri Paesi. I Tremonti-bond sono il modo con il quale il Governo italiano controllerà il sistema bancario, senza neanche avere fatto l'operazione trasparente della nazionalizzazione. Quindi sarà un controllo preciso, diretto, ad personam. Perché è chiaro che a quel punto chi presta i soldi è il padrone.

Greco Veniamo al sindacato. Dopo lo sciopero di Fiom e Funzione pubblica, la mobilitazione della Cgil proposta per il 4 aprile è sostenuta da una piattaforma programmatica in grado di dare respiro a questa iniziativa, oppure siamo ancora in una fase in cui si naviga a vista?

Cremaschi Siamo ancora in una fase in cui si naviga a vista, perché manca una piattaforma anticrisi. E manca perché il sindacato è stato parte interna al processo di egemonia culturale dell'impresa e del mercato. E quindi è spiazzato. A volte capita che siano più a sinistra i governi dei sindacati, perché sono i governi a dire nazionalizziamo prima che i sindacati. Questo avveniva anche negli anni '30, peraltro. In Italia, l'attacco ai diritti, ai contratti è avvenuto attraverso la concertazione, facendo partecipare i sindacati al processo di liberalizzazione, privatizzazione, precarizzazione del lavoro. Se questo da un lato ha salvato il sindacato come organizzazione, dall'altro ne ha ridotto la capacità di "fare" sindacato, contrattazione, di essere nel sociale. L'hanno istituzionalizzato. Intanto i salari italiani sono i più bassi d'Europa. Per tantissimi lavoratori oggi il sindacato è una istituzione inutile, cosa che c'è molto meno negli altri paesi in cui c'è invece un riavvicinamento al sindacato. Da questo punto di vista la rottura attuata dalla Cisl sul sistema contrattuale è una cosa importante...

Greco In articulo mortis...

Cremaschi ...esatto. E' semplicemente un fermarsi un metro prima del baratro. Di per sé, tuttavia, non definisce un percorso. E' chiaro che se la Cgil avesse firmato l'accordo separato ci troveremmo in un regime sindacal-berlusconiano. Questo oggi non c'è, ma non è detto che ci sia la risposta.

Greco Oggi c'è una intera generazione, forse due, allo sbando, senza che sia possibile immaginare come la loro condizione materiale ed esistenziale possa essere recuperata. Nell'arco di poco meno di vent'anni si sono abbattuti su di loro veri e propri colpi di maglio: il ripetuto intervento sul regime pensionistico, la devastazione del mercato del lavoro, il taglio delle retribuzioni attraverso l'attacco al contratto nazionale e, infine, i licenziamenti di massa senza disporre di adeguati ammortizzatori sociali. Oltre alla risposta alla crisi, quella sistemica, esiste una linea plausibile di difesa, esiste una strategia anche pragmatica da riprendere in campo qui ed ora per rispondere a questa condizione che qui ed ora ha bisogno di risposte?

Cremaschi Nella crisi, il modello delle relazioni sindacali diventa un modello autoritario dove da un lato conta soprattutto il Governo e le sue decisioni, mentre in azienda c'è la complicità. Al sindacato si chiede di adattarsi a questo. La complicità non può che essere azienda per azienda e quindi non può che alimentare la guerra tra i poveri. Cisl e Uil hanno progressivamente accettato questa cosa. E sono dentro. La Cgil ha detto di no a questo, ma non ha nessuna risposta alternativa perchè vive nel rimpianto della concertazione. In questo c'è una similarità tra gruppo dirigente della Cgil e Partito democratico. Una similarità di posizione impotente. Come il partito democratico, rimpiange il periodo in cui era la sinistra che gestiva la politica economica di destra, quando Agnelli diceva a D'Alema: "solo voi potete fare certe cose". Il Pd rischia l'estinzione politica per inutilità. La Cgil rischia di trovarsi nella stessa situazione.

Greco La Fiom ha fatto della questione democratica la sua bandiera. Su questo tema è possibile ricostruire le basi di un rilancio di un sindacato moderno?

Cremaschi Quella della Fiom non è una specificità di categoria, è un'ipotesi di sindacato confederale. O la Cgil si ristruttura e si riorganizza usando l'esperienza della Fiom, oppure si balcanizza e la maggior parte verrà riassorbita nel modello Cisl, aziendalistico ed autoritario. La democrazia è il cardine della partita. Perchè è chiaro che scegliere fino in fondo la pratica della democrazia sindacale significa scardinare il modello di sindacato nato dalla concertazione.

Greco Una battuta sulla politica. Si è determinata nel Prc l'ennesima scissione. Gli scissionisti pensano ad un cartello elettorale che comprenda anche socialisti e radicali,con un occhio all'Udc. Poi c'è stato un appello di un gruppo autorevole di intellettuali per una lista unitaria di tutta la sinistra sotto un ombrello definito "per la democrazia" Che ne pensi?

Cremaschi Con tutto il rispetto, mi pare un'operazione senza futuro. Mi dispiace, perchè sono persone che stimo. Penso che oggi c'è bisogno di una critica radicale ed organizzata al capitalismo. Non siamo più di fronte alla caduta del muro di Berlino, ma di fronte alla crisi del capitalismo reale.

Greco Siamo anche di fronte alla crisi del bipartitismo?

Cremaschi Del bipartitismo non lo so. Siamo di fronte alla crisi della politica dell'alternanza, questo sì. In Italia Berlusconi ha occupato lo spazio della politica delle alternanze e quindi c'è il rischio che l'alternanza a Berlusconi tra cinque anni sia Fini. O si costruisce un'alternativa oppure l'alternanza ci sarà solo nella destra.


5 marzo 2009

Loris Campetti : diritto di precedenza

 

Il diritto di circolazione dei cittadini viene prima del diritto di sciopero dei lavoratori. In realtà, davanti ai lavoratori c'è una schiera di soggetti con diritto di precedenza, a partire naturalmente dai consumatori. Tutti hanno più diritti dei lavoratori, così dev'essere, e ha ragione il governo Berlusconi a lanciare prima anatemi e poi leggi pesanti come pietre per ridimensionarne le pretese. Ha ragione, visto che quasi nessuno nelle sfere della politica sembra indignarsi e due dei tre sindacati più rappresentativi si dicono disposti a discutere una legge che cancella il diritto di sciopero nei trasporti. Una volta ancora la Cgil viene lasciata sola, il neo segretario del Pd Franceschini ha problemi più seri di cui occuparsi e dunque il ministro Sacconi può dire tranquillamente che un accordo separato in più non gli farà perdere il sonno.
Ma è proprio vero che i tranvieri ci impediscono di circolare? Non si direbbe, data la continua diminuzione del tasso di scioperosità. Né si può dire che vengano violate continuamente le regole ferree già esistenti per imbrigliare e rendere difficile la mobilitazione sindacale nei servizi di pubblica utilità: le contestazioni del comitato di garanzia riguardano lo 0,7% degli scioperi proclamati nel settore dei trasporti.
Allora, di che cosa stiamo parlando? Del fatto che ogni volta che si vogliono cancellare diritti sociali, sindacali, civili, di cittadinanza si inventano emergenze a palazzo Chigi e si rafforzano con la collaborazione attiva della maggioranza dei media. Che si tratti di bastonare gli immigrati e i rom, di speculare sugli stupri o sul diritto di morire quando non c'è più vita. L'emergenza è una forma precisa - lucida, per quanto autoritaria e populista - del nostro governo.



È scaltro Berlusconi, come scaltri sono i suoi ministri di punta. Partono dai sentimenti peggiori di una popolazione colpita dall'unica emergenza non riconosciuta, quella sociale. Parlano alla pancia, agli intestini del paese. Chi non ce l'ha con gli autisti degli autobus che non arrivano? Si comincia a colpire dove è più facile raccogliere consenso, per poi proseguire la caccia grossa contro tutti gli altri lavoratori. Il diritto di circolazione non è che un grimaldello per scardinare quel che resta in Italia del diritto del lavoro. Ha ragione uno dei più prestigiosi leader sindacali della stagione passata, il cislino Pierre Carniti, che in un'intervista al manifesto pubblicata a pagina 6, denuncia: dobbiamo smetterla di dire che quello che abbiamo è un governo cattivo, «è un governo di destra, è il governo dei padroni».
Sta diventando prassi lanciare la polizia contro gli operai che scioperano o difendono le loro fabbriche e le loro macchine, all'Alfa di Pomigliano come all'Innse di Milano. Legge e manganello, sono due buoni sistemi di persuasione. Due rotaie per portare il trenino italiano verso un futuro più ingiusto, più classista, più autoritario. La democrazia, il diritto di chi lavora a dire la parola finale sugli accordi che li riguardino, è soltanto un freno alla corsa del trenino.
Siamo matti noi, oppure è a rischio la democrazia di tutti?


4 marzo 2009

Adriana Pollice : Pomigliano, fabbrica modello ora in lotta contro la chiusura

 

Un fitto incrocio di svincoli autostradali avviluppa la cittadella napoletana dell'automobile di Pomigliano d'Arco, un paese nel paese, 6 kmq circondati da varchi e cartelli, incuneati nei comprensori di Casalnuovo, Acerra e Pomigliano. I cinquemila dipendenti diretti Fiat hanno già fatto 19 settimane di cassa integrazione, da settembre a oggi. Torneranno a lavorare dal 9 al 16 marzo e poi di nuovo in cassa fino al 19 aprile. Il tempo libero lo passano a Roma, a presidiare la sede del governo per vigilare che agli incentivi statali sulla rottamazione sia legata la salvaguardia degli stabilimenti italiani; al Festival di Sanremo per raccontare a un paese sempre più distratto che a rischiare di perdere il lavoro sono loro ma anche altri come loro, circa 60 mila posti nel settore secondo le stime dell'amministratore delegato Fiat, Sergio Marchionne; a chiedere ai signori del Lingotto il piano industriale, promesso e mai messo su carta, rimandato a dicembre 2009 causa crisi. E a protestare: il 5 febbraio sono stati caricati dalla polizia mentre sfilavano in corteo sull'Asse mediano che collega la fabbrica ai paesi intorno, l'altro ieri sono tornati in piazza perché se chiude la fabbrica l'intera economia di Pomigliano andrà in ginocchio.
Se si considera l'indotto di primo livello, infatti, a ruotare intorno alla produzione auto sono circa 10 mila occupati, ma se si considerano anche le piccole e piccolissime imprese, non solo del settore metalmeccanico ma anche chimico e dei servizi, si arriva a 30mila. A rischio, ad esempio, sono i lavoratori Lear di Caivano che producono i sedili delle Alfa, in cassa integrazione i 900 dipendenti della sede avellinese della Denso, fornitori Fiat per climatizzatori e moduli raffreddamento motore. Alla Fma di Pratola Serra sulla graticola sono in duemila: costruiscono motori, nel 2008 ne hanno sfornati 350mila, quest'anno sono già a meno 100mila con il venir meno della commessa Gm per i propulsori da montare sulle Opel. «La situazione produttiva degli stabilimenti campani della Fiat - spiega Giuseppe Morsa - non è molto diversa. Infatti a Pomigliano nell'anno in corso si è lavorato per una settimana e alla Fma sono state solo due le settimane di lavoro. Anche l'effetto incentivi, per ora, non ha avuto nessun effetto da noi». Mercoledì scorso il governatore Bassolino ha partecipato all'incontro con i sindacati e il sindaco di Pomigliano, promettendo un filo diretto con il ministro delle attività produttive Claudio Scajola e con il presidente Napolitano, obiettivo farne un caso nazionale, obbligando il governo a spostare risorse al sud.



«Si sono mobilitati tutti - racconta Stefano Birotti, rsu della Fiom di Pomigliano - dai negozianti alle parrocchie. Nelle scorse settimana, i preti alla fine di ogni messa hanno letto un nostro comunicato stampa». Hanno lavorato solo quattro settimane dal ritorno dalle ferie, guadagnano 760 euro al mese, che la regione Campania ha deciso di integrare con ulteriori 200 euro, attraverso l'investimento di 20 milioni nella formazione. «Prima c'era la sindrome della quarta settimana, ora facciamo i salti mortali per arrivare alla terza», raccontano. A Pomigliano si fanno automobili dagli anni '70, quando si sfornavano le Alfasud e l'intervento dello stato nell'economia non era una bestemmia. «È lo stabilimento più esposto - spiega Maurizio Mascoli, segretario generale della Fiom campana - quello a maggior rischio chiusura». Oggi si producono Alfa 147, modello vecchio a fine corsa, la 159 e il Gt, tutti di fascia alta e quindi più colpiti dal calo delle vendite, anche perché esclusi dagli incentivi alla rottamazione a causa delle emissioni troppo alte. C'è la crisi, ma il provvedimento tampone del governo un po' di fiato l'ha dato a Melfi, dove si fanno gli straordinari per produrre la grande Punto con motore ibrido, oppure a Termini Imerese e a Mirafiori dove lavorano la Mito e la Multipla. A Pomigliano doveva arrivare la nuova 149, un miraggio durato poco: sembrava fosse stata dirottata a Cassino ma poi ci si è messa la globalizzazione.
La Fiat, infatti, sbarca negli Usa grazie all'accordo siglato con Chrysler: «La penetrazione del mercato americano avverrà con i modelli Alfa, e in particolare proprio con la nuova 149 - spiega Mascoli - realizzata sulle stesse piattaforme delle 147 e 159, solo che la produzione sarà avviata direttamente negli stabilimenti Chrysler, lasciando la Campania senza prospettive». Non solo States, gli stabilimenti brasiliani producono a pieno ritmo, come la fabbrica in Polonia, mentre la Fiat si avvia ad aprire anche in Serbia e, pare, in Turchia. A rendere più esplicite le intenzioni del gruppo le stesse parole di Marchionne: «Nei cinque stabilimenti italiani si producono 630mila automobili, in Polonia 400mila in uno solo». Una questione di competitività.
Un argomento un po' sospetto. Lo stabilimento di Pomigliano, infatti, ha riaperto i battenti da un anno. Il Lingotto alla fine del 2007 lo chiuse per tre mesi per un radicale ammodernamento e una un periodo di formazione intensiva dei dipendenti, un investimento da 110 milioni di euro, se si considerano anche i mancati guadagni. «Da primi della classe eravamo diventati degli incapaci - racconta Birotti - Nel 2003, quando la Fiat era sull'orlo del collasso, eravamo gli unici a vendere con l'Alfa 156 e 147, che vinsero il premio come auto dell'anno. Poi arriva Marchionne e ci dice che non sappiamo fare il nostro lavoro». L'azienda comincia a lamentare «condizioni ambientali» che rendono impossibile la produzione, diffusa indisciplina tra gli operai, scarsa competenza, oltre a macchinari obsoleti, e decidere di chiudere tutto per riprogrammare la struttura secondo il modello giapponese basato sulla filosofia produttiva della Toyota. Pomigliano doveva diventare una cittadella felice, lavoratori competenti alla catena di montaggio a sfornare modelli di lusso in piena armonia con la direzione, un magazine e un canale Tv interno per sfogare un po' di creatività repressa, come insegna Berlusconi, e persino spazi aggregativi per le famiglie la domenica, dove invitare personaggi di successo per spronare alla scalata sociale: «Noi lavoratori la sfida l'abbiamo vinta - spiega Birotti - e persino Hajime Yamashina, l'esperto chiamato dal Giappone, ha certificato che la nostra produzione era all'altezza degli obiettivi. La linea di montaggio, la finizione, gli spogliatoi o la mensa sono stati ammodernati ma la lastrosaldatura, ad esempio, resta da fare». La televisione, il giornale e i fuochi d'artificio sono stati accantonati, alcune zone sono state recintate e tra gli operai si stanno diffondendo voci secondo cui la struttura potrebbe essere messa in vendita un pezzo per volta, come il grattacielo degli uffici che si dice sarebbe nelle mire della Pirelli. «La Fiat oggi ha una produzione diffusa sul territorio nazionale - commenta ancora Mascoli - potrebbe quindi decidere di sfruttare la crisi per chiudere la maggior parte degli stabilimenti, soprattutto al sud, per puntare sulla delocalizzazione. Chiediamo da mesi di discutere con Marchionne, ma è sempre in America e questo è un altro brutto segnale».
La Fiom chiede al governo un vero piano anticrisi. Al primo punto l'aumento dell'indennità di cassa integrazione dal 65% all'80% del salario, esteso anche ai lavoratori atipici a partire dagli apprendisti, di cui se ne contano 300 a Pomigliano e 1.428 in tutto il gruppo Fiat, ma anche alle piccole imprese dell'indotto dove sono già partiti i licenziamenti in massa senza alcuna copertura, alla Sevel ad esempio si sono già bruciati mille posti. Una misura di sostegno al reddito che va ampliata nel tempo. La legge prevede che si possa ricorrere alla cassa ordinaria fino a un massimo di 52 settimane su 104, un anno su due, e con intervalli che dimostrino l'esistenza di una crisi congiunturale e non strutturale, altrimenti scatta la cassa integrazione straordinaria. «La crisi durerà per tutto il 2009 - spiega Massimo Brancato - e si farà sentire anche nel 2010. Bisogna aumentare le settimane di cassa ordinaria per evitare che Fiat ricorra poi a quella straordinaria, anticamera della mobilità». Sostegno alle imprese attraverso il credito agevolato per nuovi investimenti, ma anche impegni precisi sul piano industriale, che punti sugli stabilimenti italiani per la ricerca e la messa in produzione di modelli innovativi ecosostenibili. Attività formative da tenere in sede, finanziate dagli enti locali, ma anche sviluppo dei centri di ricerca come l'Elasis di Pomigliano, dove hanno già presentato progetti di ricerca che potrebbero vedere la partecipazione regionale.


4 marzo 2009

Luciano Gallino : ora c'è da aver paura

 

A questo punto, professore, dobbiamo davvero avere paura?

Penso proprio di sì. Quella della limitazione del diritto di sciopero è una strada che si sa dove comincia ma non si sa dove finisce. Anzi, lo sappiamo benissimo. Il governo comincia con i trasporti, poi passerà a tutti i servizi di pubblica utilità, poi al pubblico impiego e alla fine, per coerenza, la valanga investirà il settore privato.


L'obiettivo è inseguito da tempo. Perché ora si accelera?

Da un governo di destra c'era da aspettarselo. Crisi e disoccupazione oscurano l'orizzonte, il timore di perdere il posto di lavoro e un reddito per quanto minimo viene prima di tutto, lascia poco spazio alle battaglie per i diritti, per quanto sacrosanti. Il momento è buono per affondare il colpo. E' stato scelto con cura. E poi dobbiamo ammetterlo: molti italiani sono favorevoli a limitare il diritto di sciopero, almeno nei trasporti. Non servono i sondaggi per saperlo. Un sacco di persone sono d'accordo con le peggiori cose attuate o progettate da Berlusconi. Questo è il nostro problema.



Il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali è già stato limitato da due leggi. C'era proprio bisogno di una terza?

Ci si poteva accontentare di qualche ritocco, di una manutenzione ordinaria, di un aggiornamento. Invece qui siamo al giro di vite e molto stretto. E' vero che siamo ancora all'inizio dell'iter, ma l'inizio è pessimo. L'articolo 40 della Costituzione è sibillino. Dice che il diritto di sciopero «si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano». Se le leggi sono ultrarestrittive, come risulta dai paletti messi dal ministro Sacconi, ne consegue un drastico ridimensionamento del diritto di sciopero come fin qui esercitato nel nostro paese.


Questa è una legge antisciopero e, insieme, una legge contro la Cgil.

Non c'è dubbio che la Cgil è sotto tiro. Il segretario Epifani ha preso una posizione netta. Cisl e Uil sono più che disponibili. Però bisognerà vedere come si evolverà la situazione. L'ingordigia del governo è così grossa che persino Cisl e Uil potrebbero essere costrette a rivedere le loro posizioni.


Il ministro Sacconi, bontà sua, sostiene d'aver optato per la legge delega per valorizzare i contributi delle parti sociali.

E' vero il contrario. Una legge delega è una scatola vuota dove il governo può metterci quel che vuole.


Il ddl-delega approvato ieri dal consiglio dei ministri contiene leggere modifiche rispetto al testo anticipato dai giornali. In meglio o un peggio?

La sostanza non cambia. Non è certo una miglioria dire che "basterà" il 20% della rappresentanza per indire un referendum in cui almeno il 30% dei lavoratori dovrà approvare lo sciopero.


I referendum su accordi e contratti sono discrezionali, quelli sugli scioperi diventeranno obbligatori.

Con l'aggravante che per ottemperare alle macchinose procedure i tempi per fare uno sciopero diventeranno biblici.


Cose che succedono in un paese dove l'opposizione non c'è.

Se nemmeno una legge antisciopero riuscirà a imporre un minimo di unità ai pezzi sparsi delle sinistre, siamo davvero messi male.


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