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21 febbraio 2012

La recessione è un male necessario?

Gli economisti ortodossi, dopo aver dovuto ammettere che gli eretici avevano ragione nel dire che una politica economica restrittiva porterà alla recessione, non abbandonano la loro faccia di bronzo, forti del fatto di godere delle grazie dei padroni del vapore e di poter dire perciò tutto quello che vogliono. Ora la parola d’ordine è: la recessione è un male minore e necessario.

Ci prova Daniel Gros che afferma che i tagli fiscali negli Usa sono stati seguiti da deficit maggiori senza però verificare se oltre alla successione temporale ci sia un rapporto di causa ed effetto tra i due fenomeni. Inoltre Gros dimentica che la strategia dei tagli fiscali è solo una delle strade e cioè quella più connivente con le esigenze del Capitale e dunque la strategia più debole in quanto non è detto che le imprese investano i capitali che i tagli mettono loro a disposizione. Perché ci siano aspettative positive per gli investimenti ci vuole paradossalmente un segnale di tenuta se non di aumento della domanda interna per consumi, cosa possibile solo se non si attaccano i diritti ed i salari dei lavoratori.

 

 

Gros dice che un disavanzo inferiore deve portare nel tempo ad un debito più basso, sebbene questo peggiori nel breve periodo. Ciò sarebbe dovuto al fatto che la riduzione della spesa farebbe diminuire la domanda solo nel breve periodo, ma dopo poco l’economia ritornerebbe al livello precedente. Anche l’aumento parziale del premio di rischio a seguito del peggioramento dell’indebitamento nel breve periodo dovrebbe essere compensato dall’impatto a lungo termine della riduzione del deficit sul livello del reddito.

Come potete vedere siamo al mondo magico di De Martino : l’economia ritornerà al suo livello precedente come le maree, come l’alternarsi delle stagioni, come nei proverbi sapienziali. Quando e come non ci è dato sapere. Con il liberismo la scienza non è triste, ma inesistente, sostituita com’è dalla ricette della nonna e da un ignorabimus. Nel frattempo al lavoratore non resta che stare sotto ed impegnarsi nel blowjob.

 

 


28 settembre 2011

Lettera alla Cgil : c'entra qualcosa il referendum ?

Un’altra ipotesi inquietante circa l’attacco speculativo ai titoli del debito italiano lega tale attacco all’esito referendario. Il giorno 17/6/2011 l’agenzia Moody’s mise sotto osservazione il rating tricolore in vista di un possibile downgrade. Le ragioni addotte erano una perdita di consenso del governo che non aveva avuto il via libera degli elettori sulle scelte circa il nucleare e l’acqua pubblica, oltre che l’incertezza circa la realizzazione di riforme tese ad aumentare la produttività e a diminuire la rigidità del mercato del lavoro (quest’ultimo è un mantra costante per l’Italia e, come al solito, mira a noi). È molto probabile che, nel caso dell’Italia, l’oligopolio finanziario mondiale, ansioso di investire nella distribuzione privatizzata dell’acqua e di speculare sugli improbabili investimenti a lungo termine sul nucleare, abbia mal incassato la scelta democratica dei cittadini italiani ed abbia cercato di raggiungere gli stessi obiettivi (se non obiettivi più ambiziosi) attraverso questi attacchi speculativi.

 

 

L’Fmi si associava a questo giudizio sottolineando maggiormente la scarsa crescita, ma metteva in collegamento quest’ultima con politiche eccessivamente restrittive. Questo lato del ragionamento non a caso è stato lasciato sospeso tranne che nel ridurre le imposte alle imprese. Ora già si parla di privatizzazioni corpose (vedi la recente proposta di Lamberto Dini). A questa tesi qualcuno potrebbe obiettare che in realtà la crisi del debito degli ultimi tre mesi ha riguardato anche altri paesi (Portogallo e Irlanda in particolare), ma, mentre prima l’Italia sembrava essere ancora lontana da un attacco speculativo, ad un certo punto la situazione è precipitata e questo si può collegare all’ipotesi in oggetto.

 

 


12 marzo 2011

Galbraith : la retorica della Federal Reserve

Le imprese non prendono denaro in prestito perché costa poco, ma perché ritengono che darà profitti. Durante la recessione del 2003 il tasso di interesse della Riserva federale ha subito una dozzina di correzioni verso il basso. In quanto sagge ed efficaci misure contro la recessione, le correzioni in questione hanno incontrato l’approvazione sia della vox populi che di autorevoli commentatori. Che bello questo schema semplice, indolore, apolitico, gestito da professionisti e personalità pubbliche al di sopra delle parti !

 

 

 

Nessuna sgradevole polemica, nessuna inutile controversia. Ma anche nessun effetto.

Alla fine, la ripresa arriverà, ma non grazie ai provvedimenti della Federal Reserve.

 

 

 

 


13 dicembre 2010

Keynes da un punto di vista marxista

Le conseguenze paradigmatiche della rivoluzione marginalista

 

La rivoluzione marginalista ha consumato una cesura storica tale per cui il pensiero dell’economia classica non viene più insegnato né tematizzato nei corsi universitari di economia politica, a meno che non lo si faccia con intento polemico o filologico. Per Marx a questo si aggiunge la valenza politica del suo pensiero, per cui fare riferimento a lui diventa compromettente per il docente che lo fa, dal momento che egli è etichettato, segnato, costretto in qualche modo ad essere considerato parziale e tendenzioso.

Questa vicenda ha portato ad una differenza di lessico, di metodologie e di stili tra l’economia classica e marxiana e l’economia neoclassica da non consentire  nemmeno parzialmente una unificazione scientifica. Da un alto questa può essere una ricchezza (la pluralità di paradigmi), dall’altro un problema (la loro incommensurabilità).

Keynes però ha smosso un po’ le acque, dal momento che analizzando le situazioni di squilibrio e di crisi ha in maniera a volte dissimulata descritto i fenomeni dell’economia riprendendo alcune intuizioni. Quello che si farà allora in questa sede è di analizzare alcuni temi della storia del pensiero economico più recente anche alla luce della riflessione marxista.

 

 

 

Necessaria una riflessione più approfondita sulla natura della moneta

 

La prima considerazione da fare è che in realtà, al contrario della riflessione marxista, in quella contemporanea non vi è una adeguata riflessione sul mistero della moneta, della sua insorgenza nella storia, delle sue proprietà ontologiche, sulla sua creazione da parte delle autorità monetarie.

Ciò non vuol dire che non siano stati scritti libri sulla moneta, ma ogni testo ha colto ed enfatizzato un lato della questione, senza articolare l’analisi in tutti i suoi aspetti.

Senza una riflessione il più possibile completa su un tema come questo non è possibile dare un quadro vero del ciclo economico. Anzi, si incorre spesso in tesi apodittiche come quella di Robertson per cui le imprese possono accedere illimitatamente al credito, quando invece si tratta di un accesso più facile rispetto ad altri soggetti sociali, ma il termine “illimitato” viene usato qui in maniera solo enfatica. Ecco, qui il marxismo ci può aiutare a seguire il ruolo della moneta nella storia, la sua evoluzione al mutare del contesto, la sua strutturale ma dinamica, ambiguità.

 

 

 

Plusvalore e conseguenze inflattive dell’espansione del credito

 

La tesi di Robertson sugli effetti inflattivi del maggior credito alle imprese per investimenti si collega al problema marxiano dell’estrazione di plusvalore. Anche quando apparentemente l’imprenditore abbia dato salari alti ai propri lavoratori e non li abbia eccessivamente sfruttati, la tendenza ad accumulare capitali si esercita in modo tale da rendere questi salari più bassi attraverso l’inflazione. Un liberista direbbe che il problema sono gli alti salari che hanno costretto l’imprenditore a cercare fondi altrove, ma ciò sarebbe vero se l’investimento fosse sempre pari all’eccesso di massa salariale erogato. In realtà il problema è sempre l’anarchia tipica del capitalismo e la corsa all’accumulazione che il carattere individuale ed opaco delle decisioni di investimento comporta. Questa corsa, come Keynes argomenterà, ha effetti imprevedibili e la sua caoticità è la fonte delle crisi successive.

E tuttavia l’indipendenza dell’investimento dal risparmio è solo il velo della lotta di classe attraverso l’inflazione : il capitale non solo si svincola dalla esigenza di redistribuzione, ma la sanziona.

 

 

 

 

 

Keynes e Marx

 

Anche Keynes poi ammette che il movimento dei prezzi comunque permette di vendere tutte le merci poste sul mercato. Questo naturalmente non impedisce la crisi di sottoconsumo, in quanto in questo modo la merce non viene venduta al suo valore. Il sottoconsumo non è la tesi per cui materialmente le merci rimangono a chi le ha prodotte, ma la tesi per cui la realizzazione del valore non si verifica. Questo sembrano non capire i liberisti che criticano la teoria del sottoconsumo.

Keynes senza apparentemente studiare Marx riprende alcuni temi marxiani : Da questa esposizione di Napoleoni del pensiero di Marx c’è l’intuizione fondamentale dei concetti keynesiani di trappola della liquidità (“La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare”)  

e del ruolo delle aspettative delle imprese nella determinazione degli investimenti (“Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione)”).

Inoltre quando Keynes separa le decisioni di risparmio da quelle degli investimenti rielabora l’intuizione di Tugan Baranovskij del carattere anarchico perché atomizzato della produzione capitalistica. E quando dice che quanto più ricca è la collettività, tanto maggiore tenderà ad essere il divario tra la sua produzione effettiva e quella potenziale e tanto più palesi e stridenti saranno i difetti del sistema economico, egli determina in una sua specificazione la tesi marxiana per cui all’aumento delle forze produttive corrisponde una crisi crescente dei rapporti di produzione.

Infine l’attenzione di Keynes sull’efficienza marginale di capitale e sulla sua curva decrescente ricorda molto la questione della caduta tendenziale del saggio di profitto. Anche l’individuazione dei fattori antagonistici alla progressiva caduta dell’efficienza marginale del capitale (incremento demografico, guerre, progresso tecnologico) ricordano molto Marx. E anche il rapporto tra la curva di tale efficienza marginale e il tasso di interesse.

Keynes però ha evidenziato ad es. le differenti propensioni al consumo legate al reddito e questo è un argomento decisivo per criticare la tesi di Tugan Baranovskij per cui la crisi di sottoconsumo si risolve con un certo grado di investimento. C’è una parte di risparmio che non viene investita né consumata, ma viene tenuta in forma liquida. E questa diventando più grande può essere un fattore di crisi. Inoltre Keynes, come dice Joan Robinson, attacca proprio la relazione necessaria tra risparmi e profitti che sembra accettata anche da Marx. Ma, a mio parere, per farlo deve essere approfondita la natura della moneta nella sua forma di moneta di credito e forse qui va studiata l’interpretazione che di Marx dà Graziani.

Queste novità radicali del keynesismo hanno avuto anche come conseguenza il fatto che le critiche a Keynes e il declino della sua influenza dovuto ai processi storici in corso siano state condivise da parte del marxismo in quanto questo consente una semplificazione del quadro analitico (la fine di ipotetiche terze vie), per quanto con effetti al momento catastrofici per la classe operaia, dal momento che manca (con il crollo del socialismo reale) una credibile teoria della transizione.

 

 

 

 

Il risparmio come fattore di indebolimento della lotta di classe

 

Uno dei fenomeni che ha interessato le società opulente a partire dalla seconda guerra mondiale è stata la possibilità di risparmio da parte anche di frazioni della classe lavoratrice.

Questo è legato alle tesi di Strachey e di Lenin. Quest’ultimo ci spiega (anticipatamente) la tesi di Strachey dicendo giustamente che la possibilità degli operai di partecipare ai profitti deriva in realtà dalla condivisione opportunistica dei proventi dell’imperialismo. In realtà all’inizio i capitali esportati sono soprattutto legati allo sfruttamento, all’immagazzinamento e alla distribuzione di fonti di energia a buon mercato (grazie alla guerra), per cui alla fine il basso costo dell’energia consente di aumentare i profitti e di redistribuirli in minima parte sotto forma di aumenti salariali, mantenendo intatto il saggio di sfruttamento. Con il passare degli anni però l’esportazione di capitale comprende anche altre branche produttive e dunque determina una fuoriuscita più massiccia di forza lavoro, per cui tale compromesso finisce per mostrare la corda. Il fatto che il consumo dei lavoratori possa realizzare parte del plusvalore (la critica di Sweezy a Luxemburg) implica la tesi di Strachey per cui la lotta sindacale avrebbe eroso una parte di plusvalore che avrebbe mantenuto in equilibrio il sistema, ma l’equilibrio è garantito solo se tutto il plusvalore viene eroso e redistribuito in maniera equa, cioè senza differenze di reddito che generino differenti propensioni al consumo che a loro volta causino la trappola della liquidità.

La formazione di risparmi individuali più capillarmente diffusi è stato uno dei fattori di corruzione della classe lavoratrice e della formazione di un ceto medio che ha introiettato le aspirazioni e le correlate paure legate alla detenzione di capitale e dunque ha fatto in modo che ad es. nell’attuale crisi la priorità più che l’erogazione di servizi sociali e di sussidi fosse il salvataggio delle banche, in quanto depositarie dei sogni e dell’immaginazione del risparmiatore medio, garanti del fatto che all’interno del flusso caotico dei capitali rimanga qualcosa di identificabile come proprio, nel mentre i processi economici ti tolgono il terreno da sotto i piedi. Tutto sommato, un mercato di capitali serve a farti nutrire speranze e paure sino in punto di morte e a farti morire sognando guadagni o perdite future, magari in nome dell’affetto per i figli come Papà Goriot o Papà Grandet nell’opera di Balzac.

 

 

 

Il risparmio come consumo futuro

 

Tra i critici di Keynes c’è von Hayek per il quale il risparmio è in realtà consumo futuro. Questa osservazione è per certi versi giusta, ma nel caso di von Hayek è fuorviante in quanto dilaziona soltanto l’equilibrio, non tenendo presente il fatto che tale dilazione non finisce in un punto determinato del tempo futuro, né dunque esclude che i punti in cui si verifica risparmio senza contestuale investimento si possano addensare in determinate fasi temporali e dare luogo a crisi più forti.

In realtà l’approccio di questi liberisti è ideologico in quanto tende a trasmettere un atteggiamento identico verso tutti i momenti recessivi quali che siano, ma non si traduce in pratiche razionali e scientificamente fondate. La complessità diventa una ragione per riesumare le vecchie buone abitudini e non una ragione per passare ad un livello superiore di conoscenza e di prassi. In alcune sue versioni le vecchie buone abitudini vengono declinate con formalismi dal sapore genialoide, ma alla fine si traducono in uno slogan, un proverbio che può confermare l’uditorio o l’elettorato nella propria esistenza, lasciandolo alla fine più fesso di prima.

Inoltre dire come fa Hayek, che il sistema monetario si deve adeguare al sistema reale presuppone che si possa conoscere il sistema reale. Lo schema invece è quello dove il sistema monetario, non per esigenze di pianificazione, ma per esigenza di profitto, cerca di anticipare le svolte dell’economia reale. La produzione di moneta diventa la produzione di una merce come le altre e dunque soggetta all’imprevedibilità delle scelte di produzione.

 

 

 

 

 

 

 

Pastori e greggi

 

Per quanto riguarda il carattere atomistico delle scelte di investimento, c’è da dire che, con il passare del tempo, la molteplicità dei soggetti decisori provoca l’imprevedibilità dell’evoluzione economica per la maggior parte degli operatori, ma tale molteplicità ha solo le briciole del mercato, che è invece è dominato dalle corporations che cercano con alterne vicende di controllare il mercato. Il gregge è falsamente libero, nel senso che soggettivamente si sente libero, ma le sue decisioni non hanno impatto sul mondo esterno, per cui è costretto “per convenienza” a seguire le decisioni dei pastori. Le scelte dei pastori invece hanno ragioni e finalità necessariamente occulte. Sono arcana imperii.

Inoltre come dice Keynes, gli investimenti finanziari non rappresentano un atto di fiducia razionale nel destino di una impresa, ma una scommessa con ritorno più a breve possibile sul fatto che un titolo sia appetito da tutta la platea degli investitori. Alla fine i pastori con la loro enorme movimentazione fanno una sorta di  proposta influente e il gregge si accoda. La decisione di merito non c’è o la si fa in pochi, il gregge si succhia le informazioni che i pastori permettono di diffondere ed elaborare e si comporta di conseguenza. In questo caso si creano le condizioni per cui la nostra influenza potenziale sullo stato dell’economia è nulla, legata a coloro che ci forniscono le informazioni e la loro interpretazione. La vicenda reale di un’impresa viene anticipata e distorta molto tempo prima dalle aspettative indotte che si hanno su di essa. Per cui anche il destino di una impresa viene affidato al capriccio del mercato finanziario a cui essa risponde diventando essa stessa operatore più o meno grande di questo mercato.

Il risultato è l’interessante paradosso descritto da Keynes nella sua metafora del concorso di bellezza, ma si tratta di un paradosso che rispecchia la situazione del gregge e molto poco quella dei pastori. Il paradosso però mantiene un interesse : il conformismo va verso una sorta di iperbole che conferma come il ruolo e le interazioni tra soggetti condizionano la percezione stessa della realtà. Si potesse rovesciare in positivo, probabilmente ci troveremmo con strumenti cognitivi che consentirebbero alla classe di sbrogliare molti dei nodi in cui il movimento operaio si è trovato nel corso della sua storia. Inoltre Questo è anche un modo per cominciare a demistificare l’ideologia che cerca di strutturare l’economia come se fosse una scienza oggettiva e non una prassi intersoggettiva

 

 

 

Keynes e il ruolo degli investimenti

 

Altri limiti dell’impostazione keynesiana sono l’eccessiva enfasi sul ruolo degli investimenti, quando l’incremento degli investimenti spesso risulta in un economia di mercato, per l’irrazionalità sostanziale delle motivazioni che li pongono in essere, solo un tentativo di eludere la crisi di sottoconsumo determinata dallo sfruttamento e dalla diversa propensione al consumo delle classi dominanti rispetto al proletariato.

Keynes dice che un incremento degli investimenti diventa un potente stimolo alla domanda, ma non tiene conto che specularmente esso diventa uno stimolo ancor più forte alla produzione (aumentando la capacità produttiva che, dati gli attuali rapporti di produzione, deve essere messa in opera) e dunque, se esso volesse pur essere una soluzione della crisi, ne diventa in realtà solo una dilazione che rende alla fine la crisi più forte e più gravida di conseguenze.

La fase di eccesso di investimenti è dovuta in realtà alla tendenza a massimizzare il profitto da parte di chi inizialmente regge la competizione del mercato (e con ciò comprendiamo sia i fattori esogeni tanto amati da Denis sia quelli più endogeni di chi riesce a vincere la competizione e a mobilizzare più capitali). La crisi scatta quando tutti questi investimenti si rivelano improduttivi per la minore capacità di consumo legata all’estrazione di plusvalore ed alla conseguenze della lotta di classe scatenata dal capitale (riduzioni salariali, disoccupazione etc)

 

Keynes e la distribuzione del reddito

 

Altro limite di Keynes è il fatto che egli, nonostante molte sue dichiarazioni, cerca di slegare la spesa pubblica (attraverso il debito pubblico) dalla questione della redistribuzione del reddito.

Keynes non ha fatto della distribuzione del reddito un fattore determinante dell'occupazione nella General Theory.

Questo sembra contraddire però la sua stessa consapevolezza che se la propensione a consumare non è molto inferiore all’unità, un incremento relativamente piccolo dell’investimento porterà ad una occupazione piena. Se invece la propensione marginale a consumare non è molto superiore a zero, potrà essere necessario un forte incremento dell’investimento per produrre un’occupazione piena. Nel primo caso la disoccupazione involontaria sarebbe una malattia facilmente guaribile, benché atta a dare disturbi se lasciata svilupparsi. Nel secondo caso può essere meno variabile ma capace di sterilizzarsi ad un basso livello senza spostarsi nonostante gli stimoli. Dunque una cattiva distribuzione del reddito può produrre una disoccupazione più refrattaria, con i soggetti che percepiscono più alti redditi che sono meno propensi al consumo.

Dunque, perché gli stimoli all’economia abbiano effetto sull’occupazione, c’è bisogno di una manovra che redistribuisca il reddito in modo da aumentare la propensione al consumo. La redistribuzione del reddito, lungi dall’essere il risultato delle manovre monetarie, diventa il presupposto perché le politiche di stimolo possano ottenere gli effetti desiderati (questa potrebbe essere una lezione per tutti i liberal che si limitano a manovre monetarie e si prestano inevitabilmente alle critiche dei seguaci di Friedman).

 

 

Keynes e la direzione degli investimenti

 

Keynes ragiona però come se la natura oligopolistica del mercato non sia una eventualità più che probabile e dunque accetta la natura pluralistica delle decisioni di investimento, non solo dal punto di vista descrittivo, ma anche da quello prescrittivo, per cui egli

nega che lo Stato possa occuparsi della direzione che debbano avere gli investimenti (questa posizione è messa forse in questione solo negli ultimi anni). Questo è un limite della sua riflessione che si ripercuote su molti dei suoi epigoni. Da un lato fa pensare che la sua strategia sia tesa solo ad evitare una crisi ad una economia capitalistica, quando invece un maggior controllo ed indirizzo degli investimenti può preparare il terreno a trasformazioni più radicali e rivoluzionarie. Dall’altro lato può portare ad una spesa assolutamente cieca ed in continuo aumento, mancando il vaglio di un controllo più razionale della stessa e dunque associarsi ad un regime politico qualunque (nazista, clientelare) ed essere travolta assieme al regime nel quale sia stata applicata. Mentre il controllo cosciente degli investimenti aumenta il grado di responsabilità politica dei governi, l’interpretazione puramente quantitativa della spesa pubblica deresponsabilizza i governi e li rende schiavi della conquista del consenso puramente a fini elettoralistici.

Infine Keynes ritiene idealisticamente che l’abolizione dello standard aureo sopprimerà ogni lotta per la conquista degli sbocchi e liquiderà le cause economiche delle guerre, ma Denis ha giustamente evidenziato che la matrice delle guerre è più complessa e a conferma va detto semplicemente che nel 1931 il gold standard fu sospeso e nel 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale.

 

 


4 novembre 2010

Schumpeter e Rostow

Schumpeter invece dà all’innovazione tecnica una rilevanza maggiore e dunque contesta le tesi stagnazioniste e nega il ruolo svolto dalla conquista dei mercati esteri nello sviluppo delle economie capitalistiche. Egli ritiene che sia assolutamente gratuito ritenere che le iniziative suscettibili di sostituire le colonizzazioni vengano ad essere inevitabilmente meno importanti quale che sia il significato che si vuole attribuire a questo aggettivo. Al contrario è possibile per Schumpeter che la conquista dell’aria possa avere una importanza superiore a quella dell’India : non bisogna confondere le frontiere economiche con quelle geografiche. Per Schumpeter le analisi marxiste dell’imperialismo sono solo divagazioni perché i grandi gruppi hanno esercitato assai scarsa influenza sulla politica estera ed anzi essi si uniformano alla politica dei loro paesi piuttosto che non determinarla secondo i loro interessi. A suo giudizio sebbene non ci sia da temere una scomparsa delle occasioni di investimento, il capitalismo verrà comunque meno, ma le ragioni sono sociologiche giacchè si tratterebbe della decomposizione della borghesia. Secondo Schumpeter la remunerazione del capitale è essenzialmente la ricompensa delle innovazioni realizzate dagli imprenditori dinamici. Ma il progresso tecnico diviene sempre più il monopolio di specialisti addestrati che lavorano su ordinazione facendo diminuire progressivamente i redditi della borghesia che si ridurranno a salari analoghi a quelli che remunerano le normali mansioni amministrative. Il potere della borghesia diminuirà nella stessa misura dei suoi redditi e sarà così la fine del capitalismo. La tesi di Schumpeter, secondo Denis, deriva dalla tesi del reddito del capitale : se il profitto non è un prelievo sul valore creato dal lavoro e se invece è solo la giusta remunerazione dell’imprenditore che innova, allora è chiaro che la burocratizzazione del processo di innovazione tecnologica deve effettivamente determinare il progressivo venir meno dei profitti.

 

 

W. W. Rostow distingue nell’evoluzione economica e sociale di ogni regione del mondo le seguenti fasi :

·         Società tradizionale

·         Condizioni per il decollo

·         Decollo

·         Progresso verso la maturità

·         Era del consumo di massa

Egli ha lo scopo di stabilire che la storia sociale è sempre la stessa in tutte le parti del mondo ed in tutte le situazioni, sicchè quella attuale si spiega semplicemente in base a determinati scarti cronologici e determinati ritardi che caratterizzano alcune regioni del globo rispetto alle altre. Tale tesi però viene a negare deliberatamente che il progresso degli uni e il ritardo degli altri possano essere dei fenomeni complementari la cui contrapposizione costituisce la caratteristica fondamentale del periodo storico in cui ci troviamo a vivere.

Rostow sull’imperialismo afferma che mentre il colonialismo è praticamente morto, il capitalismo ha conosciuto uno sviluppo straordinario. Secondo Denis però tutto questo non significa che sia finito lo sfruttamento economico dei paesi sottosviluppati. Per convincersene basterà dare uno sguardo alle cifre relative allo sviluppo degli scambi tra zone industrializzate e paesi sottosviluppati.  Del resto, dice Denis, quando Rostow ha descritto l’economia britannica del 1800 ammette il ruolo dell’apertura dei mercati di Cina, Asia ed Africa nella risposta al problema della sovrapproduzione e descrive anche la consapevolezza dei gruppi delle grandi imprese nel vedere nelle colonie una possibilità di salvezza. Per Denis la teoria di Rostow è una ideologia che consente ai gruppi dirigenti dei paesi sottosviluppati di credere in un futuro decollo.

Rostow dichiara che il saggio di sviluppo di un’economia dipende da :

·         La propensione a sviluppare la scienza di base

·         La propensione ad applicare la ricerca scientifica ai fini economici

·         La propensione ad accettare le innovazioni

·         La propensione a ricercare il benessere materiale

·         La propensione a consumare

·         La propensione ad avere figli

Secondo Denis si può riassumere la teoria di Rostow dicendo che per lui il progresso dipende dalla propensione a progredire. Anche le sue raccomandazioni alle nazioni sottosviluppate sono assolutamente vuote in quanto egli afferma di fatto che non c’è progresso perché non si desidera il progresso. La sua ideologia liberista secondo Denis lo porta anche a richiedere un intervento dello stato a livelli minimali.

 

 


3 novembre 2010

Denis : modelli di crescita economica

C’è comunque una obiezione di fondo per i costruttori di modelli : essi ambiscono a definire una spiegazione meramente endogena del processo evolutivo delle economie capitalistiche : una spiegazione che sia tale da giustificare ogni periodo dell’evoluzione economica sulla semplice base di quello precedente e così di seguito all’indefinito prescindendo dall’intervento di un qualsiasi fattore esterno. A questo proposito Schumpeter parla ironicamente di un ciclo che comporta e pretende un impulso iniziale, un qualche perturbamento intervenuto nell’industria della produzione delle mele al tempo di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre. L’idea di una spiegazione puramente endogena del ciclo non è altro che una nuova manifestazione di quel concetto della scienza economica libera da ogni legame con la storia e capace di formulare delle leggi universali del tipo di quelle della fisica. Tale concezione è però erronea perché i fatti economici sono connessi in modo indissolubile all’insieme degli avvenimenti sociali e perché questi subiscono costantemente delle trasformazioni delle quali nessun modello matematico è in grado di rendere conto. Da questo punto di vista un modello come quello di Fellner è già meno criticabile perché l’autore fa intervenire il progresso tecnico e dunque un fattore esterno come elemento essenziale della propria impostazione teorica. Anche in Fellner tuttavia non è dato di riscontrare alcuna discussione generale intorno ai fattori storici che potrebbero avere la capacità di ingenerare e di mantenere lo sviluppo delle economie capitalistiche. In particolare quando si tratta di valutare le possibilità di sviluppo dei paesi del terzo mondo ci si accorge ben presto che i modelli astratti sono inefficaci, per cui spesso gli economisti affrontano il problema dello sviluppo e dell’avvenire del capitalismo ispirandosi più al metodo degli storici e dei sociologi che non agli schemi degli economisti matematici.

 

 

Si può così comprendere che, nonostante gli sforzi notevoli sviluppati dai teorici del ciclo, le politiche economiche governative siano rimaste essenzialmente empiriche. Dopo il 1933 esse sono molto superiori e sono adeguate ad attenuare le fluttuazioni cicliche. Basti pensare al fatto che i governi, quando si preannuncia una crisi, aumentano le loro spese invece di ridurle come si faceva un tempo. Nel valutare però l’entità dell’aumento delle spese pubbliche si procede nell’ambito di un piano prevalentemente indicativo.

I modelli dello sviluppo pongono l’accento sul fatto che una economia capitalistica debba svilupparsi ad un certo ritmo se non vuole precipitare in una situazione che diverrebbe rapidamente insopportabile. Non è più possibile pensare ad uno stato stazionario, dal momento che si frenerebbe l’investimento quando l’ammontare di risparmi sarebbe ancora cospicuo e ciò determinerebbe la recessione. Tuttavia né Keynes né i suoi discepoli ci forniscono una analisi soddisfacente dei motivi dell’investimento e quindi dei fattori che determinano lo sviluppo.

Attualmente si collega al pericolo delle crisi e delle recessioni quello costituito da un ritmo medio di sviluppo insufficiente in un lungo periodo di tempo. Tale pericolo di stagnazione era stato già denunciato da Alvin Hansen che nel 1938 aveva pronosticato questo esito dicendo che avrebbe determinato una disoccupazione insopportabile. Tale previsione non si è realizzata a breve, ma potrebbe essere messa in relazione con la stagflazione degli anni ’70.

Lo sviluppo economico pretende degli interventi continui da parte dello stato e soprattutto un incremento costante della spesa pubblica, ma gli economisti si domandano se un tale processo possa proseguire all’infinito.

Hansen sottolinea che le economie capitalistiche mature sono ormai entrate in una fase in cui si manifesta una tendenza nettissima all’arresto dello sviluppo della produzione. Gli investimenti divengono quanto mai esigui soprattutto se si eccettuano quelli per la costruzione di abitazioni e per i lavori pubblici. Un simile fenomeno dipenderebbe da tre cause :

·         In primo luogo non vi sono più nel mondo terre ricche e disabitate da occupare

·         La popolazione dei paesi industrializzati tende a divenire stazionaria

·         Il progresso tecnico per la sua realizzazione non ha più bisogno di tanti capitali come ne aveva un tempo

Se il capitalismo vuole sopravvivere deve trovare nuove occasioni d’investimento, mentre la tendenza ad aumentare gli investimenti pubblici spinge l’economia verso forme di socialismo.

 

 


29 ottobre 2010

Hansen, Samuelson ed Hicks

Poco tempo dopo i lavori di Kalecki, l’economista americano Alvin Hansen avanzò un suggerimento che, per spiegare il ciclo, tendeva a combinare il meccanismo del moltiplicatore con il principio dell’accelerazione di Clark, trascurando la considerazione della durata di costruzione delle attrezzature. Come Kalecki, Hansen utilizza la teoria del moltiplicatore, introducendo un intervallo di tempo tra il momento in cui viene a formarsi un reddito e quello in cui aumenta il consumo. L’investimento tende a determinare un aumento del reddito nazionale che è uguale ad n volte il suo ammontare. Ma un simile incremento si realizza progressivamente e soltanto se l’investimento viene rinnovato di continuo in ogni periodo di tempo. Durante la fase necessaria al verificarsi di un tale processo si ha dunque in ogni periodo un consumo che dipende dal reddito della fase precedente.

 

 

Questi suggerimenti furono ripresi dall’economista americano Paul A. Samuelson la cui equazione significa che il reddito nazionale di un certo periodo n è uguale al consumo sommato all’investimento totale e che questo consumo e questo investimento sono determinati dalla situazione e dall’evoluzione precedenti di tale reddito stesso. Risolvendo l’equazione si dimostra che una spesa governativa costantemente rinnovata viene ad ingenerare un reddito nazionale, il cui ammontare subisce delle oscillazioni : esso aumenta durante la fase della prosperità, poiché l’investimento risulta stimolato dal precedente sviluppo del reddito nazionale. Ma dato che il ritmo di incremento di quest’ultimo non può non diminuire e ciò determina l’arresto della crescita del reddito nazionale e poi il suo regresso.

Il modello di Samuelson è stato utilizzato dall’economista inglese J. R. Hicks il quale intorduce l’idea che l’ampiezza delle fluttuazioni è limitata dall’esistenza di una particolare barriera costituita dal pieno impiego delle forze di lavoro. Secondo Hicks i modelli matematici non fanno mai apparire le fluttuazioni dei prezzi dei beni che pure sono un fenomeno caratteristico del ciclo. Bisogna allora per comprendere quest’ultimo, ammettere che nella fase di prosperità l’investimento superi il risparmio, in virtù della creazione di credito da parte delle banche. Il che determina il rialzo dei prezzi. Dopo un certo periodo però le banche vengono indotte dalla riduzione dei loro coefficienti di liquidità ad elevare il saggio dell’interesse e ciò esercita un azione deprimente sull’investimento che cade ad un livello inferiore al risparmio : così la produzione si contrae e regredisce, mentre i prezzi si abbassano.

Sembrerebbe che i paesi capitalistici dispongano ormai di strumenti adeguati,  tali cioè da permettere loro di prevedere l’evoluzione della congiuntura, onde agire su di essa e condizionarla. In realtà l’effettiva portata di modelli è più ridotta. In primo luogo la molteplicità dei modelli costituisce un elemento di insormontabile incertezza per chi voglia utilizzarli, al punto che i politici a volte manifestano anche un dichiarato scetticismo nei confronti delle elaborazioni dei teorici. A volte è possibile una integrazione tra modelli diversi, ma in questo modo si possono venire a stabilire equazioni così complicate che non sarebbe possibile trovarne la soluzione teorica. Perché i modelli teorici possano essere adoperati per prevedere l’evoluzione della congiuntura, bisognerebbe conoscere le grandezze che intervengano nelle equazioni utilizzate in modo più preciso. Ma per quanto i diversi lavori di contabilità nazionale hanno consentito di realizzare notevoli progressi sul terreno del calcolo delle quantità globali, rimangono pur sempre dei gravi margini di incertezza. Ad es. l’investimento netto di un periodo determinato (grandezza fondamentale nell’equazione di Kalecki) e l’investimento autonomo (essenziale nell’equazione di Samuelson sono conoscibili in maniera molto approssimativa in quanto di fatto indistinguibili da altre grandezze con le quali sono intrecciati nei processi concreti.

 


28 ottobre 2010

Le tesi di Kalecki

In questi anni in cui l’area socialista si era estesa e le lotte anticoloniali si erano acuite, ci sono stati degli studi che cercano di utilizzare gli strumenti analitici di Keynes allo scopo di costruire un modello dell’evoluzione di un’economia di mercato da cui poter trarre precise indicazioni sulle cause della crisi periodica di sovrapproduzione ossia della recessione. In tal modo si pensava che sarebbe dovuto diventare possibile intervenire tempestivamente e non solo per portare rimedio alle crisi, ma anche per impedire che scoppino.

 

 

Uno dei primi modelli matematici è quello di Michail Kalecki, il quale parte dal presupposto che l’investimento dipenda dai saggi di profitto previsti, i quali a loro volta dipendono dal saggio corrente del profitto : più il profitto è grande e più l’attrezzatura in capitale esistente è piccola, più grandi saranno i saggi di profitto attesi dai nuovi investimenti. Kalecki utilizza anche lui la teoria del moltiplicatore e sostiene che i profitti dipendono dagli investimenti, poiché il risparmio dei capitalisti deve essere uguale all’investimento. Contemporaneamente sostiene altresì che occorre un determinato  volume di profitti perché venga a formarsi una data quantità di risparmio. L’autore ammette infine che l’attrezzatura esistente dipende dall’investimento realizzato in un precedente periodo di tempo. L’idea di Albert Aftalion sulla funzione del tempo necessario alla costruzione delle attrezzature sta evidentemente al centro di una simile spiegazione e Kalecki la combina con l’ida classica dell’influenza del saggio del profitto sull’investimento e con la teoria del moltiplicatore. Kalecki però riteneva che la propensione al risparmio fosse solo il rapporto tra risparmio stesso e profitto, in quanto pensava che il risparmio fosse solo opera dei capitalisti.

Poco tempo dopo i lavori di Kalecki, l’economista americano Alvin Hansen avanzò un suggerimento che, per spiegare il ciclo, tendeva a combinare il meccanismo del moltiplicatore con il principio dell’accelerazione di Clark, trascurando la considerazione della durata di costruzione delle attrezzature. Come Kalecki, Hansen utilizza la teoria del moltiplicatore, introducendo un intervallo di tempo tra il momento in cui viene a formarsi un reddito e quello in cui aumenta il consumo. L’investimento tende a determinare un aumento del reddito nazionale che è uguale ad n volte il suo ammontare. Ma un simile incremento si realizza progressivamente e soltanto se l’investimento viene rinnovato di continuo in ogni periodo di tempo. Durante la fase necessaria al verificarsi di un tale processo si ha dunque in ogni periodo un consumo che dipende dal reddito della fase precedente.

 


27 ottobre 2010

Denis : la concorrenza monopolistica

Sia le conclusioni di Harrod che la teoria di Kaldor, per l’attenzione data ai processi decisionali delle imprese rivelarono un punto debole nell’analisi di Keynes che andava approfondito : il processo di formazione dei prezzi. Keynes non aveva proposto sostanziali cambiamenti in questo campo alla teoria neoclassica e aveva in modo implicito accolto la tesi che i produttori subissero i prezzi. Nella fase dello scambio gli stessi soggetti che determinavano l’andamento delle principali grandezze economiche apparivano semplici recettori di meccanismi e di decisioni impersonali sui quali non potevano esercitare alcun potere. Bisognava proseguire perciò lungo la strada degli studi sulla concorrenza monopolistica intrapresi da Kalecki, Chamberlin e Joan Robinson. Questi contributi confermavano l’esistenza di un potere decisionale degli imprenditori capitalistici i quali oltre ad avere la responsabilità di stabilire cosa e quanto produrre, potevano in particolari condizioni di mercato fissare anche i prezzi. I mercati furono così distinti in due grandi categorie : quella dei mercati concorrenziali o flex-price nei quali i prezzi si formavano nel modo previsto dalla teoria tradizionale e quella dei mercati monopolistici o di concorrenza imperfetta o fix-price, nei quali i prezzi erano amministrati dalle imprese tenendo conto di due variabili : il costo di produzione normale e il margine di profitto (mark-up) che consentiva di finanziare l’espansione dell’attività produttiva. Posta questa distinzione l’analisi fu portata verso un maggiore approfondimento delle scelte imprenditoriali  relative alle componenti del prezzo nei regimi di concorrenza imperfetta.

 

 

Le conclusioni raggiunte rafforzarono le tesi di Keynes sulla centralità delle decisioni di investimento anche avendo come termine di riferimento la singola impresa. Infatti il costo normale fu collegato al grado di utilizzazione atteso della capacità produttiva (confermando l’opinione di Keynes che i cambiamenti della domanda del breve periodo non avessero una influenza diretta sul prezzo perché le imprese adeguavano l’offerta mantenendo fissi i prezzi). Il margine di profitto invece fu fatto dipendere dalle strategie di crescita delle imprese nel lungo periodo e dall’eventuale maggiore convenienza dell’autofinanziamento rispetto al finanziamento esterno. Le decisioni delle imprese sui prezzi furono così collegate alle decisioni di investimento e viste come il risultato di calcoli di convenienza che investivano la previsione della domanda del bene veduto, il presumibile saggio d’interesse medio del mercato e il prevedibile andamento dei salari.

 

 


26 ottobre 2010

Le tesi di Nicholas Kaldor

Anche nello studio della distribuzione gli studiosi post-keynesiani assegnarono una priorità netta alle decisioni di investimento degli imprenditori, considerate ancora una volta autonome e svincolate dalle decisioni di risparmio. Kaldor, richiamando tesi di Keynes e Kalecki, sviluppò la teoria del moltiplicatore come teoria della distribuzione nell’ipotesi che i percettori di profitto e di salari avessero propensioni al risparmio diverse. Secondo loro in un sistema economico in condizioni di pieno impiego, se le propensioni al risparmio degli imprenditori capitalisti e dei lavoratori sono diverse, allora le decisioni di investimento, oltre a determinare il livello della produzione e dell’occupazione, sono anche la causa principale della distribuzione del reddito tra profitti e salari. Nell’opinione di Kaldor la classe degli imprenditori capitalisti nel suo insieme era depositaria di un potere ancora più ampio di quello ipotizzato da Keynes, poiché dalle sue decisioni dipendevano non solo la quantità di prodotto da consumare e da accumulare, ma anche le quote di prodotto spettanti al salario ed al profitto. La tesi di Keynes a cui Kaldor si ispirava era quella per cui se gli imprenditori decidono di spendere una porzione dei loro profitti in consumo, il risultato è un aumento di profitti ottenuti dalla vendita di beni di consumo per un ammontare esattamente uguale alla somma dei profitti che sono stati spesi in quel modo. Ne deriva perciò che qualunque quota dei profitti gli imprenditori destinino al consumo, l’incremento di ricchezza resta invariato. I profitti come fonte di incremento del capitale per gli imprenditori sono un orcio di vedova che non si vuota mai, qualunque porzione del suo contenuto venga destinato ai lussi della vita. Un aumento del consumo degli imprenditori aumenta i loro profitti totali di un identico ammontare per cui i capitalisti guadagnano ciò che spendono e i salariati spendono ciò che guadagnano.

 

 

Kaldor afferma che il saggio di profitto dipende dal saggio dell’investimento e dalla propensione al risparmio dei capitalisti. Per Denis però la relazione causale va invertita giacchè il saggio dell’investimento lungi dall’essere la causa del livello raggiunto del saggio di profitto ne è al contrario la conseguenza. Forse Kaldor era consapevole di questa obiezione e forse per questo ha costruito un modello in cui alla spiegazione della distribuzione si associa quella dello sviluppo economico. In tale modello Kaldor sostiene che il saggio dell’ammortamento e quello del risparmio sono entrambi funzione di quella parte del reddito nazionale che va ai profitti. Con la sua analisi Kaldor cerca di indicare contemporaneamente il tasso d’investimento, il saggio di sviluppo e la parte effettiva dei profitti nel reddito nazionale, dunque cerca di spiegare perché una determinata economia si sviluppi ad un certo ritmo e perché il reddito nazionale vi si distribuisca secondo certe proporzioni tra profitti e salari. Per fare questo però, secondo Denis, egli rovescia la relazione causale precedente determinando il tasso dell’investimento a partire dal saggio di profitto e dalla quota dei profitti nel reddito nazionale. Inoltre nella sua analisi il processo che conduce all’equilibrio è del tutto diverso da quello descritto da Keynes. Per quest’ultimo quando il risparmio normale è superiore all’investimento, vi è contrazione della produzione e si entra in una fase recessiva. Nel modello di Kaldor invece si assiste semplicemente ad un ribasso dei prezzi con una contestuale modificazione nella distribuzione dei redditi. In altre parole questo modello sembra ignorare completamente i fenomeni di espansione e di recessione.

Secondo Graziani il caso della Gran Bretagna, afflitta da una debolezza cronica nella bilancia dei pagamenti, spinse Kaldor ad applicare alle economie aperte il suo modello di distribuzione del reddito, formulando il famoso circolo virtuoso delle esportazioni : un aumento delle esportazioni, ottenuto anche mediante una svalutazione, consente di espandere la produzione : grazie ai rendimenti crescenti, i costi unitari cadono e la maggiore competitività consente di guadagnare ulteriore terreno nei mercati esteri, creando un avanzo nella bilancia commerciale. Poiché un avanzo esterno equivale ad un investimento e gli investimenti determinano i profitti, gli imprenditori ricevono ulteriori stimoli ed il processo si riproduce. Di qui il favore con cui Kaldor considerò sempre la gestione dei cambi esteri come strumento per il controllo della produzione e dell’occupazione. Kaldor fu anche il primo a riconoscere che, nel caso dei paesi in via di sviluppo, nessuna politica dei cambi potrebbe far nascere dal nulla una struttura industriale inesistente : la protezione doganale sia pure temporanea del mercato diventa allora necessaria. Kaldor secondo Graziani non ritenne mai che le autorità monetarie possano controllare la quantità di moneta : non possono espanderla, perché maggiore quantità di moneta implica maggiore credito bancario e le imprese potrebbero rifiutare di indebitarsi ; non possono ridurla perché distruzione di moneta implica un rimborso effettuato da un impresa a corto di liquidità. Kaldor auspica una politica di tassi di interesse moderati, non tanto allo scopo di stimolare le decisioni d’investimento, quanto per evitare la formazione di una classe di rentiers improduttivi. Il problema acquista rilievo ancora maggiore in relazione al debito pubblico, perché tassi elevati aggravano l’indebitamento dello stato.

 


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