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30 agosto 2010

Limiti ed errori dell'interpretazione di Marx da parte di Colletti

Colletti poi sbaglia proprio perché non comprende (non a caso egli è seguace di Galvano Della Volpe) e non accetta la dialettica e l’esistenza di una logica specifica delle scienze della complessità sociale. In questo modo egli non può che presentare la legge del valore e la teoria del feticismo come la compresenza statica di due modi diversi di valutare gli stessi fenomeni. In realtà egli non tiene conto del fatto che l’equilibrio della legge del valore non è un equilibrio stabile, ma un equilibrio instabile tendente a crisi di realizzo e destinato a rompersi per sfociare in una rivoluzione del modo di produzione. In pratica il rovesciarsi della legge del valore nel feticismo delle merci è un processo che ha una natura temporale e si manifesta progressivamente quanto più il modo di produzione capitalistico tende a sussumere sotto di sé tutta la complessità della riproduzione sociale. Tale processo trova l’assenza di ordine ad un  livello (fenomenico) della realtà sociale e l’esistenza di un ordine che si compone inintenzionalmente ad un altro livello della realtà sociale stessa. Un ordine che però è sempre messo in questione dal carattere dinamico dei processi da cui esso viene astratto. Conseguentemente Colletti sbaglia pure a delineare la dicotomia tra teorie che considerano impossibile il funzionamento di un’ economia capitalistica e teorie che considerano eterno tale sistema. In realtà la Luxemburg dice che un sistema capitalistico può funzionare solo se inserito in un contesto pre-capitalistico (o più genericamente non capitalistico) ed è questo che storicamente si è verificato. Per cui la dicotomia delineata da Colletti è in realtà apparente e fuorviante. Anche quando interpreta la legge tendenziale della caduta di profitto come una legge ad effetti solamente differiti nel tempo, Colletti non tiene conto del fatto che Marx sta inserendo un modello nella concretezza della realtà e dunque la sua verifica va fatta nel tempo ed aggiornando sempre l’analisi, cosa che Marx faceva quotidianamente e testimonianza ne è il fatto che solo verso la fine della propria esistenza si era deciso a pubblicare un’opera con intenti più propriamente fondativi.

 

 

Dire poi che, con la caduta tendenziale del saggio di profitto, viene esclusa la lotta di classe dai fattori rilevanti per il passaggio dal capitalismo ad un altro modo di produzione, è sbagliato :  in realtà gli agenti storici sono quelli che fanno dire a Marx che l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. E questo perché la resistenza dei lavoratori può contrastare l’adeguamento del saggio di sfruttamento all’aumento della composizione organica del capitale. Dunque la legge esiste, ma si tratta di un’implicazione che si attiva solo al verificarsi di certe condizioni, condizioni che sono contingenti e sono legate alle scelte dei soggetti in campo. A loro volta queste scelte sono favorite (in un senso o nell’altro) dal contesto dato che è oggetto dell’analisi e del suo continuo aggiornamento. Dunque né determinismo né contingentismo perché la stessa dicotomia è astratta, in quanto presuppone una situazione storicamente vergine che non può essere assolutamente data.

Non è che tutto sia trasferito alla soggettività politica. Questa è solo l’organizzazione di una serie di interessi e bisogni attivati dalla tendenza, in cui l’organizzazione serve per gestire al meglio quella transizione che probabilmente si verificherà ma non si sa quando e con quali costi sociali e umani.

Colletti dice : “Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzioneDa questa proposizione si evidenza come il nostro autore non riesca a trarre le dovute conseguenze dal carattere temporale, storico e democratico dell’indagine conoscitiva : i fattori soggettivi sono continuamente ricompresi come dati nella scienza, ma la scienza stessa che ne deriva, la sua diffusione e/o la sua applicazione sono altri fattori soggettivi che cambiano lo scenario analizzato (ci sono profezie che si auto realizzano e profezie che si auto eliminano). Il corso del processo storico si apre e si richiude continuamente, il problema viene continuamente rielaborato e continuamente risolto e dunque non c’è dicotomia statica, ma interazione dinamica tra i due momenti della prassi collettiva autocosciente. Naturalmente per prassi non si intende un fare puramente soggettivo o idealistico, ma un processo in cui istanze soggettive e dati oggettivi sono in continua relazione dinamica

 

 


24 agosto 2010

Possiamo tutti desiderare il bene reciproco : risposta ad Ashoka

Non so perché un libertario si fa chiamare Ashoka. Il nome mi piace perché è quello dell’imperatore Maurya che, dopo aver insanguinato l’India con impegnative campagne militari, si convertì al Buddhismo giurando sul suo proposito di pace e lasciando per il suo regno documenti che attestavano tale giuramento.

 

 

Il blogger Ashoka è uno studioso della scuola austriaca di economia (Ludwig von Mises, Hayek, Bohm-Bawerk, Rothbard che è statunitense ma si rifà a loro) che a mio parere è molto interessante per quanto fortemente contrapposta, forse più che al marxismo, a qualsiasi istanza socialista di intervento dello Stato nell’economia e di redistribuzione delle risorse sulla base di criteri etico-politici. Ha fatto alcune osservazioni sui post pubblicati in questi mesi sulla teoria marxista delle crisi economiche. Egli sostiene che :

1.      Se fosse vero che l'imprenditore estrae un plusvalore dal lavoro ma non dal capitale ci dovremmo aspettare che le imprese con più alta intensità di lavoro garantiscano profitti più alti. Invece si assiste ad una tendenza generale che fa muovere il saggio di profitto verso un valore comune (quindi alta intensità di lavoro o di capitale non fa differenza).
Il tasso di profitto di TUTTE le imprese tende a ruotare intorno ad un certo valore medio, indipendentemente dalla loro quota di capitale.
Come si spiega?

2.      Marx scrive che il bust c'è perché le imprese investono in capitale e ne accumulano così tanto che il saggio di profitto va in negativo. A quel punto smettono di investire, il capitale cala, ritorna un saggio positivo e si ha un revival. Questa teoria non spiega però perché oggi, dopo 150 anni di accumulo di capitale, non siamo in perenne depressione con saggio di profitto sotto zero. Se fosse vero che il capitale si decumula durante la crisi è pur vero che se al contempo c'è una caduta generale del saggio di profitto allora come facciamo oggi, con imprese che hanno un'intensità di capitale molto superiore a quella di 150 anni fa, ad avere un saggio di profitto positivo?

3.       Se la crisi fosse causata dalla caduta del saggio di profitto dovuto all'accumulazione di capitale, dovremmo aspettarci una evoluzione ben precisa: I cicli  dovrebbero sempre più brevi e violenti. A ogni giro la quota di capitale è cmq maggiore del precedente e quindi si dovrebbe raggiungere prima il punto di crisi. Inoltre dopo un certo numero di cicli la quota di capitale dovrebbe essere così alta da tradurre il tutto in una perenne depressione (con magari rivoluzione annessa). Tutto questo non avviene.  I salari reali dei lavoratori dovrebbero ridursi ad ogni ciclo e quindi la condizione degli stessi dovrebbe peggiorare con il tempo. Anche qui non ci siamo.

4.      Secondo un’altra teoria nel capitalismo ogni imprenditore produce sulla base di una conoscenza limitata ed incompleta delle richieste del mercato. Il risultato è che ognuno produce sempre troppo o troppo poco e i prezzi di vendita oscillano sempre al di sopra o al di sotto dei valori. Questa sproporzione deriva dall’assenza di un piano e se riguarda un ramo della produzione particolarmente importante che può indurre squilibri in altri settori vitali, essa può far precipitare l’intera economia in una crisi generale” Anche qui giusta osservazione ma si manca il punto. Io non direi che c’è chi produce troppo o troppo poco ma che l’entrepreneur, quando decide di produrre il bene X e venderlo al prezzo Y, si trova in una situazione di incertezza: sa quanto paga ma non sa a quanto venderà e le sue previsioni si possono realizzare o venire deluse. Ciò che guida il continuo riaggiustamento che coordina l’economia è proprio il sistema di profitti/perdite che premia alcuni imprenditori e ne punisce altri: questo è il processo di mercato (alla Hayek ma spiegato molto alla buona).
Ora per come è scritta sembrerebbe che gli squilibri ci sono sempre ma a volte, non si sa bene per quale motivo, coinvolgono un settore importante e fan precipitare il tutto. Questa teoria non spiega nulla: sarebbe come dire che ci sono miliardi di scimmie davanti a macchine da scrivere e poi a una capita di scrivere la Divina Commedia.

5.      il metodo capitalistico dei prezzi relativi è un "second best" per coordinare la produzione ma è un "second best" che lavora abbastanza bene. La pianificazione è solo apparentemente un "first best" (se fossimo tutti identici in valori e desideri) ma poiché non lo siamo ed anzi siamo nettamente differenti gli uni dagli altri ecco che diventa un sistema non solo inefficiente e burocratizzato ma anche incapace di garantire benessere.

6.      Qui viene analizzata l'espansione, e si dice giustamente inflazionistica, del 1850-1873 ed il ruolo degli investimenti ferroviari. Guardiamo in sintesi cosa è successo:

 Inflazione monetaria --> espansione bancaria --> tasso di interesse sui prestiti che si abbassa.
 Le industrie che producono beni capitali (es. macchinari ma anche tutti quei beni che non sono direttamente beni di consumo) dipendono molto dal tasso di interesse. I loro investimenti infatti si ripagano sul lungo periodo ed il tasso di interesse è quindi fondamentale. Basso tasso di interesse ---> investimenti di lungo periodo diventano "profittevoli".
Se il tasso di interesse basso fosse causato da un aumento del risparmio (la gente risparmia di più, consuma di meno ora, per consumare di più in futuro) allora ci sarebbero le basi per una crescita "sana". Invece qui il tasso di interesse si abbassa perché c'è nuova moneta (specialmente i prestiti bancari in regime di riserva frazionaria) e quindi quello che accade è che i consumi aumentano e non diminuiscono.
Fase di boom: aumentano i consumi ed in contemporanea anche gli investimenti a lungo termine. Dato B*) è evidente che il tasso di interesse rimarrà basso solo temporaneamente e quindi questi investimenti sono "cattivi investimenti".

Dove c'è il boom? Nel settore dei beni capitali ovvero i mercati azionari e poi in quei settori che godono di particolari "incentivazioni" Statali. In quegli anni le ferrovie, negli anni '90 l'informatica, nel 2002-2006 il settore immobiliare.

Bust: il tasso di interesse sale x motivi microeconomici (non sto a tediarti ma se vuoi ti posto una storiella che lo spiega), gli investimenti si rivelano... cattivi investimenti e saltano quasi tutti assieme. Le borse fanno la stessa fine.

 

 

Premetto che non so rispondere esaurientemente a tutte le questioni poste. Ad es. il pensiero di Marx non si può esporre con cognizione di causa se non lo si studia approfonditamente in tutte le sue opere. Ma proverà a dire qualcosa :  

A.    C’è forse un errore nel ragionamento di Marx  relativamente al capitale costante (o lavoro morto). Il fatto che egli sia acquistato al suo valore non implica che esso non concorra a produrre un valore superiore. Cioè per esso vale la stessa dicotomia che c’è tra lavoro vivo e forza lavoro. Cioè altro è il suo valore e altro è il valore che produce. Questo perché in esso c’è il progresso tecnico-scientifico, che è lavoro cristallizzato, lavoro che non si risolve nel lavoro erogato per produrre materialmente la macchina stessa. La questione del capitale e del lavoro cognitivo non si pone soltanto adesso, come pensano i post-fordisti. Possiamo dire che il capitale sia come il moltiplicando di una operazione, mentre il lavoro vivo sia il moltiplicatore. Per cui lo sfruttamento c’è, ma non è quantificabile così facilmente e non si costituisce nel suo quanto nella singola unità lavorativa, ma si realizza in tutta la catena produttiva ed anche al momento in cui viene remunerata l’attività tecnico scientifica presupposta nella produzione di un bene capitale.

B.     Per questo motivo non si può studiare la questione della caduta tendenziale del saggio di profitto all’interno della singola impresa. Una singola impresa che aggiunge capitale costante espellendo capitale variabile non per questo ha una diminuzione dei profitti. Il fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto si deve guardare come qualcosa che riguarda il sistema aggregato delle imprese e si deve guardare non tanto al momento della produzione, ma al momento del realizzo. Se tutte le imprese sostituissero lavoro vivo con capitale costante, il realizzo sarebbe difficile e l’economia nel suo complesso sarebbe soggetta a crisi frequenti. I profitti avrebbero una flessione e così il saggio di profitto. Dunque la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto va collegata alle ipotesi sul sottoconsumo e le due tesi non vanno considerate come alternative tra di loro. Per certi versi esse sono come Scilla e Cariddi. Per altri versi una tendenza alimenta l’altra.

C.     Come è che allora la caduta del saggio di profitto non si è realizzata ? Bisogna considerare quello di Marx un modello che va integrato. Marx parla di controtendenze ed è molto discussa (come si può desumere dalle tesi espresse da Napoleoni) la tesi se le controtendenze rallentino solo la tendenza o la neutralizzino. A mio parere vanno tenute presenti la presenza di un contesto precapitalistico che permette al capitalismo di rimandare l’emergenza delle sua proprie contraddizioni (la tesi di Luxemburg), la tendenza all’oligopolio e la formazione di trust che permettono una maggiore razionalizzazione del mercato sia pure con storture sue proprie (le tesi di Kautsky, Hilferding e poi di Robinson, Galbraith e Sweezy), il ruolo delle guerre nella distruzione del capitale in eccesso e le esportazioni di capitale  sotto l’egida degli Stati nazione (la tesi di Lenin), gli sbocchi di merci all’estero attraverso una politica commerciale fortemente tesa all’esportazione (la tesi di Denis), la spesa pubblica come strumento per il mantenimento dell’equilibrio economico (la tesi di Keynes) ed in particolare la spesa militare (le tesi di Kalecki e poi della new Left americana), le lotte sindacali come mezzo per non abbassare troppo la domanda aggregata e permettere una maggiore stabilità delle economie di mercato (Hansen), l’esistenza di una semiperiferia socialista che ha consentito l’attenuazione delle contraddizioni capitalistiche ed ha fatto da cuscinetto tra il centro capitalistico e la periferia sottosviluppata (la tesi di Wallerstein), il mantenimento della domanda aggregata attraverso il credito al consumo e la pubblicità (Galbraith e Sweezy), lo scambio ineguale con i paesi in via di sviluppo (Emmanuel), il sottosviluppo funzionale (Gunder Frank), l’uso del debito dei paesi in via di sviluppo per rifinanziare le economie ricche (Samir Amin). Bisognerebbe studiare l’effetto combinato di tutti questi fenomeni per valutarne l’effetto sullo sviluppo del capitalismo negli ultimi 150 anni.

D.    Fare l’esempio delle scimmie alla macchina da scrivere credo sia fuorviante : le discipline legate al concetto di complessità e di caos evidenziano che sia in natura sia nella società si possono registrare mutamenti qualitativi, squilibri cumulativi legati a determinati valori della variabili in gioco. Perciò non è illecito pensare che in regime di incertezza legata ad un mercato che si vorrebbe autoregolantesi esistono momenti del ciclo che possono trasformarsi in crisi vere e proprie. La natura creditizia e monetaria delle crisi esemplificata da Ashoka non tiene conto del fatto che la spesa dello Stato serve ad integrare una domanda insufficiente e a questa è legata anche il flusso di liquidità in eccesso che viene considerato artificiale. Si può dire anche che l’intervento dello Stato ha dilazionato e aggravato una crisi che sarebbe stata più contenuta, ma si può dire anche che senza l’intervento dello Stato le crisi sarebbero più frequenti ed avrebbero portato ad una instabilità maggiore.  Ci vuole a tal proposito un certo coraggio a consigliare pazienza alle vittime del ciclo di autoregolazione del mercato. Sarebbe forse il caso che molti dei liberisti entusiasti vadano a fare sermoni edificanti sulla libertà e la responsabilità nelle zone più colpite dagli alti e bassi dei mercati: può darsi che convincano qualche centinaio di disgraziati losers, ma può anche essere che tornino carichi di impressioni coinvolgenti. Non è a mio parere un caso comunque che una crisi simile per gravità a quella del 1929 si sia verificata proprio alla fine di un trentennio in cui c’è stata una grande revanche in nome dell’attacco allo Stato sociale, all’Impero del Male, allo strapotere dei sindacati. A proposito credo invece che la crisi propria dell’intervento statale sia quella energetica e della stagflazione degli anni Settanta, ma non quelle finanziarie legate comunque alla carenza, potenziale o effettiva, di domanda.

E.     Infine il sistema socialista di distribuzione delle risorse. Su questo posso dire ben poco. La questione non mi sembra risolta da Mises ed Hayek (vedi qui) e ritengo che la pianificazione sovietica sia stata portata avanti più con gli strumenti neo classici che con quelli autenticamente ispirati a Marx (è la tesi di Boffito e, limitatamente alla diagnosi, è accettata anche da Graziani). Ma dovrei approfondire il tema e dunque mi fermo qui.

 

 


12 agosto 2010

Claudio Napoleoni : caduta del saggio di profitto e crisi di realizzo

 

La causa fondamentale che interrompe secondo Marx il processo di circolazione e produce le crisi è il declino del saggio di profitto : infatti quando questo saggio subisce una caduta tale da indurre i capitalisti a desistere dall’investimento e a mantenere il capitale nella forma monetaria in attesa di circostanze più propizie, la continuità del processo di circolazione è interrotta e scoppia la crisi. La caduta del saggio di profitto può essere legata sia alle cause di lungo periodo di cui si è già parlato prima, sia per l’impossibilità da parte dei capitalisti di vendere le merci a loro valore. Ciò che sta dietro alla diminuzione del saggio di profitto in un caso è assai diverso a ciò che sta dietro nell’altro caso : nel primo caso abbiamo a che fare con movimenti nel saggio del plusvalore e nella composizione organica del capitale, mentre rimane inalterato il sistema del valore. Nell’altro caso si ha a che fare con forze non ancora specificate ma che tendono a creare una generale carenza della domanda effettiva di merci, non nel senso che la domanda sia insufficiente ad acquistare tutte le merci offerte, ma nel senso che essa è insufficiente ad acquistarle tutte ad un soddisfacente saggio di profitto. 



In corrispondenza con questa alternativa, si sono sviluppate due linee interpretative del problema delle crisi, circa le cause che possano deprimere il saggio di profitto :

·         La prima di M. Dobb considera che il principio fondamentale della spiegazione delle crisi sia la caduta tendenziale del saggio di profitto, mentre la sproporzione tra produzione e consumo è solo un fattore subordinato. Per Dobb il consumo è un importante elemento incidentale e il conflitto tra produttività e consumo è un aspetto della crisi, ma rimane soltanto un aspetto, mentre Marx considerava la contraddizione entro la sfera della produzione tra crescente capacità produttiva e decrescente profittabilità del capitale (dunque tra forze produttive e rapporti produttivi nel capitalismo), il punto essenziale della questione. La crisi dunque appare come la reazione violenta che il sistema mette in atto nel tentativo di contrastare la legge della caduta del saggio di profitto. Infatti nella misura in cui la crisi rende improduttivo il capitale esistente o addirittura lo distrugge, essa determina una riduzione o annullamento del valore del capitale e quindi una riduzione della sua composizione organica, così che il saggio di profitto riprende a salire. In questa stessa direzione agisce anche l’aumento di disoccupazione che è prodotto dalla crisi, in quanto l’allargamento dell’esercito industriale di riserva riduce il prezzo della forza-lavoro occupata e crea le condizioni per una crescita del saggio di plusvalore, preparando il terreno ad una ripresa del processo di investimento. Da queste considerazioni che Marx ha sviluppato la teoria della crisi assume i connotati di una teoria del ciclo economico : crisi e depressione si configurano non come tempo difficile, ma come mezzo specifico a cui il sistema ricorre periodicamente per porre rimedio ai danni causati dalla prosperità. Un ritmo accelerato di accumulazione causa una reazione sottoforma di crisi, ricostituendo l’esercito di riserva, deprezzando il capitale e ristabilendo la vantaggiosità della produzione. Questa tesi malgrado il suo impianto classico ha avuto una posizione di minoranza all’interno della tradizione marxista, dove ha invece trovato più ascolto

·         La teoria delle crisi di realizzo per la quale la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In questo caso si tratta di teorie che provengono da autori che non concordano con Marx nel riconoscimento della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. All’interno di questa linea interpretativa si possono individuare due sottoclassi : la prima è quella per cui le crisi derivano da sproporzioni tra i vari settori della produzione. Secondo questa linea nel capitalismo ogni imprenditore produce sulla base di una conoscenza limitata ed incompleta delle richieste del mercato. Il risultato è che ognuno produce sempre troppo o troppo poco e i prezzi di vendita oscillano sempre al di sopra o al di sotto dei valori. Questa sproporzione deriva dall’assenza di un piano e se riguarda un ramo della produzione particolarmente importante che può indurre squilibri in altri settori vitali, essa può far precipitare l’intera economia in una crisi generale. Tale ipotesi è già presente in Marx dove parla della possibilità della migrazione di capitale da una branca di produzione ad un’altra e dove dice che tale migrazione può implicare una crisi. L’autore che per primo ha dato rilievo e diffusione a questa spiegazione è stato l’economista russo Tugan-Baranovskij, il quale respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo).


11 agosto 2010

Claudio Napoleoni : le crisi cicliche e la circolazione capitalistica

 

Quanto alle crisi cicliche che colpiscono periodicamente il sistema capitalistico, Marx ammette che esse sono fenomeni complessi che si producono per una serie di numerosi fattori : la crisi reale può essere spiegata per Marx solo con il reale movimento della produzione capitalistica della concorrenza e del credito, e cioè con i processi che caratterizzano l’intera struttura dei mercati e tutto il meccanismo finanziario che rende il sistema economico reale molto più complicato dei modelli analizzati da Marx. Per cui quest’ultimo può analizzare le crisi solo ad un alto livello di astrazione. A suo dire la forma generale con cui si manifesta la crisi nelle condizioni capitalistiche è quella di una interruzione nel processo di circolazione delle merci. Tale interruzione si ha nel momento in cui le due fasi della domanda e dell’offerta (Marx dice della compra e della vendita) si separano ed entrano in contraddizione tra loro : se A vende e poi non riesce a comprare da B a sua volta B non essendo riuscito a vendere ad A non può comprare da C e così via. In passato le crisi erano sempre sinonimo di carestia, cioè di insufficienza dell’offerta, della produzione. Adesso invece la crisi è crisi di sovrapproduzione che vede da un lato merci invendute e dall’altro bisogni insoddisfatti. 



Ma quale è la causa di tale separazione tra l’acquisto e la vendita ? Marx critica gli economisti che vedono la causa della crisi in questa separazione, in quanto la separazione è la forma generale della crisi, non ne è la causa. La possibilità della crisi è già contenuta nella circolazione semplice (M-D-M), cioè dovunque, dal semplice baratto (M-M) si sia passati a forme più sviluppate dello scambio e quindi alla comparsa del denaro che ha la funzione di separare nel tempo e nello spazio l’acquisto dalla vendita. Il produttore in questo caso non deve andare più in cerca (come nel baratto) di chi abbia ciò che egli desidera e che contemporaneamente desideri ciò che egli ha. Grazie al denaro egli può vendere il suo prodotto quando è pronto e acquistare ciò di cui ha bisogno quando gli pare. Se non che se la circolazione semplice delle merci contiene già la possibilità di una interruzione nel processo di scambio, essa non contiene alcuna causa reale perché tale interruzione si verifichi di fatto ed in forma generalizzata. Prova ne sia il fatto che, mentre non c’è crisi senza circolazione delle merci e del denaro, c’è stata invece circolazioni delle merci e del denaro molto tempo prima della produzione capitalistica e senza che si siano mai manifestate crisi. La mancata distinzione tra produzione mercantile semplice e produzione capitalistica è la ragione della differenza tra Marx e gli economisti classici, ed al tempo stesso la ragione del fatto che questi ultimi tendano a negare il fenomeno delle crisi. Uno degli esempi più significativi a questo riguardo è la legge degli sbocchi di Say, dove la giusta tesi che le crisi e la sovrapproduzione sono improbabili nella produzione mercantile semplice, diventa la falsa tesi che la crisi e la sovrapproduzione sono impossibili anche nelle condizioni storiche capitalistiche, al costo notevole di negare la specificità stessa della produzione capitalistica. Per Marx la circolazione del denatro come capitale contiene non solo la possibilità della crisi (come nel caso della circolazione semplice) ma anche la causa che la traduce in atto. Nel modello di circolazione capitalistica (D-M-D’) basta anche una riduzione del surplus di valore mediante cui D diventa D’ (che è l’incentivo della produzione capitalistica) perché il possessore del denaro (inteso come capitale) torni a considerare seriamente se valga la pena o meno che egli metta il suo D in circolazione, ovvero che egli investa il suo denaro nell’acquisto dei valori del processo produttivo (forza-lavoro e mezzi di produzione).


10 agosto 2010

Claudio Napoleoni : la caduta tendenziale del saggio di profitto

 

Parlando della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx afferma che per aumentare il plusvalore, il capitale deve accrescere la produttività del lavoro. Quest’ultima infatti (determinando una diminuzione del tempo di lavoro incorporato nei singoli prodotti e dunque una diminuzione del valore delle singole merci) determina anche la diminuzione del tempo di lavoro necessaria a produrre i mezzi di sostentamento dell’operaio. Essa riduce la parte della giornata lavorativa in cui la forza-lavoro riproduce se stessa per accrescere, all’inverso, il tempo di lavoro supplementare che l’operaio cede al capitale e cioè il pluslavoro e il plusvalore prodotto. Per aumentare la produttività del lavoro il capitale deve rivoluzionare costantemente la base tecnica della produzione introducendo nuovo capitale costante ed accrescendo la composizione organica del capitale. L’aumento della produttività del lavoro è sinonimo dell’aumento del saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento). Ma al tempo stesso con l’accresciuta composizione organica del capitale si ha una caduta del saggio di profitto e cioè del rapporto che il plusvalore ha non solo con il capitale variabile, ma con tutto il capitale (costante + variabile).

La legge è a doppio taglio : il saggio di profitto diminuisce non perché il lavoro divenga meno produttivo, ma proprio perchè diventa più produttivo. Il saggio della forza motrice della produzione capitalistica e se tende dunque ad affievolirsi, vuol dire che il destino di tutto il sistema è segnato. Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale è la missione storica del capitale, ma è appunto mediante tale sviluppo che lo stesso capitale crea le condizioni materiali di una forma più elevata di produzione : la ragione di vita del capitale diventa il suo limite e la sua ragione di morte. Il mezzo viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, cioè la valorizzazione del capitale esistente. Le forze che agiscono sul saggio di profitto sono il saggio del plusvalore e la composizione organica del capitale. Lo sviluppo della produttività del lavoro le fa aumentare entrambe, ma la composizione organica finisce per incidere maggiormente nel lungo periodo. 



A questo ragionamento è stata fatta la seguente obiezione : nel descrivere la caduta del saggio di profitto sembra che Marx assuma che il saggio di plusvalore rimanga costante, ma l’aumento della produttività del lavoro tende ad aumentare il saggio di plusvalore. Mentre i due fenomeni sono effetti opposti ma inscindibili dell’accresciuta produttività del lavoro, Marx compie l’errore di separarli considerando più rilevante l’aumento di composizione organica del capitale. Sia von Bortkiewicz che Sweezy criticano questa asimmetria, dal momento che le due variabili sono da considerarsi di importanza eguale, per cui non si può dire a priori quale delle due prevarrà. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio di profitto o se essi agiranno solo per affrettarne il declino è un risultato che non può essere previsto. Anche Joan Robinson ha criticato Marx dicendo che poiché la crescita della produttività del lavoro non ha limiti il saggio di plusvalore può svilupparsi in misura tale da prevalere sull’altra tendenza (la crescita della composizione organica di capitale). Le successive interpretazioni (Rosdolsky e Meek) hanno accertato che in Marx il saggio di plusvalore non rimane costante, ma il suo aumento non avrebbe impedito complessivamente la caduta del saggio di profitto. Un’altra critica possibile al ragionamento di Marx riguarda gli effetti che l’aumento della produttività di lavoro ha sulla composizione organica di capitale : infatti l’aumento della produttività riduce non solo il valore delle merci che entrano a comporre i mezzi di sussistenza della forza-lavoro, ma riduce anche il valore delle macchine e delle materie prime, così che all’aumento del volume fisico del capitale costante (composizione tecnica del capitale) non corrisponde sempre l’aumento della composizione organica (che è un espressione di valore). Su questo ha molto insistito Natalie Mosszkowska. Quest’ultima ha sottolineato il ragionamento di Marx dove questi dice che la produzione delle macchine costa meno lavoro di quanto il loro uso ne sostituisca e poiché il capitale non paga il lavoro, ma il valore della forza-lavoro usata. Per esso l’uso delle macchine è limitato dalla differenza tra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita : il che significa che il capitalismo introduce solo le innovazioni tecniche che possono moltiplicare più volte la produttività del lavoro e dunque il saggio del plusvalore. L’immissione sempre più immediata e diretta della scienza nel processo produttivo ha a sua volta aumentato la possibilità che, all’aumento della composizione tecnica del capitale, si accompagni un aumento assai più modesto della sua composizione organica. In realtà sia la Mosszkowska che Sweezy non riescono a ricostruire nei suoi termini reali il discorso di Marx. La loro critica fa perno su due argomenti : il primo è che l’incremento della fora produttiva del lavoro avrebbe la capacità di determinare una tale riduzione di valore del capitale costante da impedire l’aumento della composizione organica del capitale. Il secondo argomento è che il saggio del plusvalore possa in va di principio accrescersi di pari passo alla composizione organica del capitale, così da annullare gli effetti che questa ha sul declino del saggio di profitto. In realtà però Marx accenna anche al fatto che sia l’abbassamento del valore del capitale costante, sia l’aumento del saggio di plusvalore sono condizionati da limiti assoluti che sono quelli fisici legati alle materie prime e quelli naturali legati alla capacità di lavoro dell’essere umano : i processi organici vegetali ad es. non sono disponibili come quelli puramente meccanici o chimici. Oppure il pluslavoro giornaliero di due operai non può mai compensare il pluslavoro orario di cinquanta operai. Secondo altri interpreti (Gillmann e Pietranera) la caduta tendenziale del saggio di profitto ha avuto effettivamente luogo e si è di fatto realizzata nel periodo a cavallo tra i due secoli, ma che il capitalismo ha reagito ad essa con lo sviluppo del monopolio, entrando così in una fase qualitativamente nuova in cui quella legge non trova più applicazioni : ci furono due principali contromisure e cioè da un lato la formazione di varie specie di combinazioni industriali e bancarie, con l’intento di ridurre l’aria della concorrenza, controllare l’investimento della produzione ed eliminare e pratiche distruttive delle riduzioni dei prezzi. D’altro canto c’è stato un aumento progressivo della scala di produzione con l’intento di ottenere economie di scala ed innovazioni tecnologiche volte ad elevare la produttività del lavoro. Il risultato di questo processo è stato che la natura del capitale costante ha subito un cambiamento qualitativo che è stato nascosto dalla sua espressione quantitativa tradizionale. La sempre maggiore sostituzione di macchine più costose con macchine meno costose e la sempre maggiore economia nel consumo di materie prime hanno rallentato l’espansione quantitativa del capitale costante (sia nel valore che nella massa materiale dei suoi componenti). Questo spiegherebbe la relativa immobilità della composizione organica del capitale a partire dalla prima guerra mondiale, per cui nel periodo del capitale monopolistico il problema della caduta tendenziale del saggio di profitto diventa soprattutto il problema della realizzazione del plusvalore netto. Le nuove interpretazioni di Rossdolsky e le tesi di Gillmann rivendicano il crollo come un requisito essenziale dell’analisi di Marx, nonostante le perplessità di Dobb.


9 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : Il declino del determinismo e l'ascesa del leninismo

 

Se la fine del capitalismo non è dimostrabile scientificamente la fondazione del programma socialista diventa una fondazione idealistica, rimessa agli ideali soggettivi. Viceversa se quella fine è dimostrata scientificamente si è all’interno della teoria del crollo e l’intervento soggettivo può solo abbreviare o attenuare tale processo. La tesi della fine del capitalismo per ragioni economiche (Programma di Erfurt) cede il passo a quella del crollo per ragioni politiche (Hilferding) : il capitalismo non avrebbe più fatto naufragio per il progressivo inasprirsi delle crisi economiche o per un brusco arresto nel meccanismo dell’accumulazione. Infatti le sue possibilità di manovra si erano notevolmente accresciute : lo sviluppo dei cartelli e del credito avevano fornito di strumenti per controllare e mitigare gli squilibri. La crisi sarebbe maturata piuttosto nel quadro della politica imperialista, sulla base dei conflitti che sarebbero esplosi tra i maggiori stati industriali del mondo nella lotta internazionale per la conquista di nuovi mercati. Lo stesso Lenin non affermava la teoria del crollo, ma sosteneva che situazioni assolutamente senza via d’uscita non esistono mai e tantomeno per il capitalismo. Lenin diceva che sia la tesi della crisi come semplice disturbo, sia la tesi della crisi come crollo sono entrambe sbagliate. La borghesia si comporta come un brigante senza scrupoli che ha perduto la testa e commette una sciocchezza dopo l’altra, aggravando la situazione e affrettando la propria rovina. Ma non si può dimostrare che essa non abbia assolutamente nessuna possibilità di addormentare con una serie di piccole concessioni una minoranza di sfruttati, schiacciarne altri etc. tentare di dimostrare in precedenza che la situazione è assolutamente senza uscita non è altro che un gioco di idee. Lenin dice che la dimostrazione vera può essere data soltanto dalla pratica : per quanto il regime borghese possa attraversare una prodonda crisi rivoluzionaria, solo di partiti rivoluzionari consapevoli organizzati e collegati con le masse sfruttate può trasformare una crisi in una rivoluzione. 



I bolscevichi e Lenin criticarono la Luxemburg proprio per la sua teoria del crollo. E furono i menscevichi ad insistere sull’inevitabilità del crollo per rimproverare i bolscevichi che sembravano muoversi di più e più in fretta di quanto fosse giustificato dallo sviluppo del processo storico. La posizione bolscevica fu quella di chi, pur sottolineando la natura intrinsecamente contraddittoria del modo di produzione capitalistico, si guarda accuratamente dall’indicare una di queste contraddizioni come la causa capace di determinare da sola il crollo del sistema. Dopo il 1917 però i bolscevichi (Bucharin) affermano che con la rivoluzione d’ottobre il crollo del capitalismo è cominciato, ma non in termini di un collasso economico, bensì come un propagarsi della rivoluzione proletaria ai paesi capitalistici più sviluppati. Con la nascita dell’URSS la crisi del capitalismo si gioca su di un terreno politico e precisamente sul terreno della politica internazionale e della guerra : il centro dell’analisi è rappresentato dalla teoria dell’imperialismo di Lenin e della necessità in cui si trovano gli stati imperialisti di procedere ad una periodica riconfigurazione del mondo. La lotta per i mercati, le politiche protezionistiche, la guerra monetaria inaspriscono i rapporti tra i paesi e creano la base della guerra come mezzo per una nuova spartizione del mondo. Ma la guerra non risolverà le difficoltà del capitalismo, ma le complicherà in quanto tenderà a scatenare la rivoluzione all’interno dei paesi belligeranti. Si tratta di una fine catastrofica del capitalismo, ma non del crollo economico. La nuova forma del dilemma tra crollo economico e necessità della rivoluzione politica diventa il dilemma tra l’inevitabilità o meno della guerra tra stati socialisti e capitalisti : ci sarà cioè guerra o una semplice competizione tra sistemi economici con la resa di uno dei due oppure la nascita di una terza via che sintetizzi le due in conflitto ?


6 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : determinismo e teoria del crollo

 Si può obiettare che Marx non fu mai veramente un determinista, dal momento che diceva che sono gli uomini stessi che fanno la storia, seppure non in condizioni scelte da loro. Tuttavia nella misura in cui il soggetto de Il Capitale è il capitale stesso si capisce anche come la fine del capitalismo si potesse prospettare nei termini di un brusco arresto nel funzionamento del motore dell’accumulazione. Si lasci perdere la contrapposizione tra il Marx giovane rivoluzionario soggettivista ed il Marx vecchio determinista. La coscienza di questo problema la si può trovare anche nella trattazione marxiana della caduta del saggio di profitto : Marx dice che quello che inquieta Ricardo è che il saggio del profitto, forza motrice della produzione capitalistica, condizione e stimolo dell’accumulazione, sia compromesso dallo sviluppo stesso della produzione. Viene dimostrato in termini puramente economici (cioè dal punto di vista borghese) che la produzione capitalistica è limitata e relativa, è un modo di produzione semplicemente storico corrispondente ad una specifica epoca di sviluppo delle condizioni materiali della produzione. 



Questa frase di Marx fa pensare che la teoria del crollo è solo la fine del capitalismo visto dal punto di vista borghese. In realtà le tendenze oggettive hanno senso solo in quanto compaiano come condizioni e premesse reali della lotta di classe e cioè dello scontro tra soggetti. L’illusione che esse abbiano valore risolutivo genera le varie teorie del crollo. Inoltre se le vere contraddizioni del capitalismo sono sempre contraddizioni di classe è anche vero che l’esito dello scontro non può essere prefigurato in anticipo. Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzione


5 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : tendenze e controtendenze verso il crollo del capitalismo

 

L’attuazione della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto assume cioè l’andamento di un processo meccanico. Il meccanismo è questo : per aumentare il plusvalore il capitale deve aumentare la produttività del lavoro e cioè introdurre innovazioni tecniche, ma questo aumenta la composizione organica del capitale e cioè la percentuale del capitale costante rispetto a tutto il capitale investito. Si accresce cioè un fattore che deprime il saggio di profitto più di quanto non possa innalzarlo l’aumento del tasso di sfruttamento. Tutto il processo è quello di un motore che va in panne in forza dei meccanismi stessi che lo fanno funzionare, senza che il processo stesso sia influenzato in alcun modo dalla lotta di classe e dalla coscienza stessa dei protagonisti.



Ciò è tanto vero che Maurice Dobb ha sentito il bisogno di sottoporre questa legge a limitazioni così significative da metterne a repentaglio la consistenza stessa. Infatti egli pensa che Marx considerava tendenza e controtendenza elementi contrastanti da cui risulta il movimento generale del sistema. Il modo in cui egli difende la legge è quello stesso adottato dai critici nel respingerla : tendenza e controtendenza si bilanciano e non si può dire quale delle due alla fine prevalga. Proprio per questo Sweezy ha attaccato la legge in quanto se si afferma che tanto la composizione organica del capitale quanto il saggio del plusvalore sono delle variabili, la direzione nella quale il saggio del profitto cambierà diviene indeterminata. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio del profitto o se essi agiranno solo in modo da affrettarne il declino, è un risultato che non può essere valutato in linea di principio. Nel caso di Sweezy gli elementi soggettivi tornano ad avere tutto il loro peso, ma la validità della legge è completamente annullata : il sistema non è destinato al crollo ed il solo fattore che può abbatterlo è la lotta di classe, uno scontro in cui, oltre alle condizioni materiali oggettive, giocano tutti quei fattori oggettivi che sono la coscienza di classe, il grado della sua compattezza e organizzazione, l’efficacia dello strumento politico.


4 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura) : la seconda duplicità interna alla teoria marxiana delle crisi

 

Inoltre l’opera di Marx ha un’altra duplicità interna, tra la constatazione di processi materiali oggettivi e lo smascheramento di una falsa oggettività feticistica in cui si trasformano i rapporti sociali. Nell’argomentazione marxista sociologia ed economia si permeano a vicenda : la sintesi marxiana abbraccia tutti quei fatti storici e quegli istituti sociali che gli altri economisti considerano elemento irrilevanti se non addirittura di disturbo. E tuttavia al fondo una difficoltà rimane : in Marx c’è una teoria del crollo, cioè una dimostrazione scientifica per cui il sistema è ineluttabilmente, per cause determinate, destinato a finire ? A questa domanda sono state date risposte spesso tra loro inconciliabili. Pensavano di si due rivali irriducibili, Bernstein e Rosa Luxemburg. Dicevano di no rivali altrettanto irriducibili, Kautsky e Lenin. 



Una teoria del crollo è, nonostante le apparenze, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, in cui il termine “tendenziale” non deve trarre in inganno in quanto accenna solo al fatto che la legge in quanto tale è frenata dall’azione di cause antagonistiche che la contrastano o neutralizzano dandole il carattere di una semplice tendenza. Ma ciò non vuol dire che la legge sia annullata, bensì che la sua completa attuazione è ostacolata, rallentata e si verifica in un arco di tempo più lungo ed attraverso un processo più complicato. Questa legge ci permette di capire cosa Marx intenda quando parla di leggi naturali dello sviluppo capitalistico : essa delinea un processo nel corso del quale l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. Quindi essa finisce con l’esprimere un rapporto in cui le grandezze che contano sono il capitale costante ed il capitale variabile e cioè elementi interni al capitale stesso e non le classi sociali e cioè gli agenti storico-soggettivi con la loro lotta ed il loro scontro.


2 agosto 2010

Lucio Colletti (prima della cura): contraddittorietà e sopravvivenza del capitalismo

 

Tutta l’opera di Marx sembra fendersi in questa insanabile scissura provocata da due opposte istanze per cui la teoria deve parlare un duplice linguaggio : da un lato dimostrare come la contraddittorietà radicale si componga costantemente in un equilibrio, dall’altro deve mostrare come questo equilibrio si rompa continuamente in un movimento disordinato. La legge astratta per Marx deve essere colta assieme alla continua soppressione dell’ordine attraverso cui questa legge si realizza. La legge è determinata dal suo opposto, cioè dall’assenza di legge. La vera legge dell’economia è il caso, dal cui movimento si fissano arbitrariamente alcuni momenti in forma di leggi. Se l’opera di Marx non fosse simultaneamente una critica del capitalismo, un’analisi delle contraddizioni interne che lo minano ed al tempo stesso una ricostruzione del modo in cui malgrado tutto le contraddizioni sono superate ed il sistema esiste e funziona, rimarrebbero solo la vuota semplicità di uno dei due errori : o dimostrare non la contraddittorietà del sistema, ma la sua impossibilità (Rosa Luxemburg), oppure dimostrare non la continua e sempre in pericolo sopravvivenza del sistema, ma la sua eternità (Hilferding e Bauer).

Inoltre l’opera di Marx ha un’altra duplicità interna, tra la constatazione di processi materiali oggettivi e lo smascheramento di una falsa oggettività feticistica in cui si trasformano i rapporti sociali. Nell’argomentazione marxista sociologia ed economia si permeano a vicenda : la sintesi marxiana abbraccia tutti quei fatti storici e quegli istituti sociali che gli altri economisti considerano elemento irrilevanti se non addirittura di disturbo. E tuttavia al fondo una difficoltà rimane : in Marx c’è una teoria del crollo, cioè una dimostrazione scientifica per cui il sistema è ineluttabilmente, per cause determinate, destinato a finire ? A questa domanda sono state date risposte spesso tra loro inconciliabili. Pensavano di si due rivali irriducibili, Bernstein e Rosa Luxemburg. Dicevano di no rivali altrettanto irriducibili, Kautsky e Lenin. Una teoria del crollo è, nonostante le apparenze, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, in cui il termine “tendenziale” non deve trarre in inganno in quanto accenna solo al fatto che la legge in quanto tale è frenata dall’azione di cause antagonistiche che la contrastano o neutralizzano dandole il carattere di una semplice tendenza. Ma ciò non vuol dire che la legge sia annullata, bensì che la sua completa attuazione è ostacolata, rallentata e si verifica in un arco di tempo più lungo ed attraverso un processo più complicato. Questa legge ci permette di capire cosa Marx intenda quando parla di leggi naturali dello sviluppo capitalistico : essa delinea un processo nel corso del quale l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. Quindi essa finisce con l’esprimere un rapporto in cui le grandezze che contano sono il capitale costante ed il capitale variabile e cioè elementi interni al capitale stesso e non le classi sociali e cioè gli agenti storico-soggettivi con la loro lotta ed il loro scontro. 



L’attuazione della legge assume cioè l’andamento di un processo meccanico. Il meccanismo è questo : per aumentare il plusvalore il capitale deve aumentare la produttività del lavoro e cioè introdurre innovazioni tecniche, ma questo aumenta la composizione organica del capitale e cioè la percentuale del capitale costante rispetto a tutto il capitale investito. Si accresce cioè un fattore che deprime il saggio di profitto più di quanto non possa innalzarlo l’aumento del tasso di sfruttamento. Tutto il processo è quello di un motore che va in panne in forza dei meccanismi stessi che lo fanno funzionare, senza che il processo stesso sia influenzato in alcun modo dalla lotta di classe e dalla coscienza stessa dei protagonisti.

Ciò è tanto vero che Maurice Dobb ha sentito il bisogno di sottoporre questa legge a limitazioni così significative da metterne a repentaglio la consistenza stessa. Infatti egli pensa che Marx considerava tendenza e controtendenza elementi contrastanti da cui risulta il movimento generale del sistema. Il modo in cui egli difende la legge è quello stesso adottato dai critici nel respingerla : tendenza e controtendenza si bilanciano e non si può dire quale delle due alla fine prevalga. Proprio per questo Sweezy ha attaccato la legge in quanto se si afferma che tanto la composizione organica del capitale quanto il saggio del plusvalore sono delle variabili, la direzione nella quale il saggio del profitto cambierà diviene indeterminata. Se gli sforzi dei capitalisti riusciranno a stabilizzare il saggio del profitto o se essi agiranno solo in modo da affrettarne il declino, è un risultato che non può essere valutato in linea di principio. Nel caso di Sweezy gli elementi soggettivi tornano ad avere tutto il loro peso, ma la validità della legge è completamente annullata : il sistema non è destinato al crollo ed il solo fattore che può abbatterlo è la lotta di classe, uno scontro in cui, oltre alle condizioni materiali oggettive, giocano tutti quei fattori oggettivi che sono la coscienza di classe, il grado della sua compattezza e organizzazione, l’efficacia dello strumento politico.

Si può obiettare che Marx non fu mai veramente un determinista, dal momento che diceva che sono gli uomini stessi che fanno la storia, seppure non in condizioni scelte da loro. Tuttavia nella misura in cui il soggetto de Il Capitale è il capitale stesso si capisce anche come la fine del capitalismo si potesse prospettare nei termini di un brusco arresto nel funzionamento del motore dell’accumulazione. Si lasci perdere la contrapposizione tra il Marx giovane rivoluzionario soggettivista ed il Marx vecchio determinista. La coscienza di questo problema la si può trovare anche nella trattazione marxiana della caduta del saggio di profitto : Marx dice che quello che inquieta Ricardo è che il saggio del profitto, forza motrice della produzione capitalistica, condizione e stimolo dell’accumulazione, sia compromesso dallo sviluppo stesso della produzione. Viene dimostrato in termini puramente economici (cioè dal punto di vista borghese) che la produzione capitalistica è limitata e relativa, è un modo di produzione semplicemente storico corrispondente ad una specifica epoca di sviluppo delle condizioni materiali della produzione. Questa frase di Marx fa pensare che la teoria del crollo è solo la fine del capitalismo visto dal punto di vista borghese. In realtà le tendenze oggettive hanno senso solo in quanto compaiano come condizioni e premesse reali della lotta di classe e cioè dello scontro tra soggetti. L’illusione che esse abbiano valore risolutivo genera le varie teorie del crollo. Inoltre se le vere contraddizioni del capitalismo sono sempre contraddizioni di classe è anche vero che l’esito dello scontro non può essere prefigurato in anticipo. Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzione.


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