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4 marzo 2010

Enrico Comba : Claude Lévi-Strauss, la mente sistematica di un cuore selvaggio

 

«Odio i viaggi e gli esploratori», una frase indimenticabile, che apre il volume forse più letto e conosciuto di Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici (1955), una frase che rimane impressa indelebilmente anche nei lettori che non odiano affatto i viaggi e gli esploratori e che prediligono quella letteratura di viaggio al cui genere l'opera da cui è tratta nonostante tutto appartiene e che ha stimolato generazioni di viaggiatori e di ricercatori che si sono avventurati alla ricerca di tropici più o meno tristi. Una frase paradossale, dunque, che sembra riassumere i molteplici paradossi che caratterizzano l'opera e il pensiero di Lévi-Strauss: probabilmente l'antropologo più celebre e influente del Novecento, che tuttavia ha lasciato più critici che allievi, la cui opera è guardata con venerazione e rispetto ma per lo più scorsa frettolosamente dalle generazioni più recenti di studiosi.
L'antropologo francese ha avuto la singolare fortuna di poter assistere, nel corso della sua lunga vita, non solo al culmine della propria notorietà e del prestigio accademico e scientifico, ma anche al declino dell'interesse per le proprie opere, fin quasi alla tacita emarginazione, e infine alla lenta riscoperta e rivalutazione che si è fatta strada solo negli ultimi anni.
Sotto il segno dell'universale
L'opera immensa e straordinaria di Lévi-Strauss riscuote spesso reazioni contrastanti e diametralmente opposte: alcuni lo ammirano senza riserve e sono affascinati dallo stile raffinato ed elegante, mentre altri rimangono infastiditi e insofferenti di fronte al linguaggio a volte oscuro e a un argomentare fluido e sfuggente.
Eppure la figura di Lévi-Strauss segna una profonda trasformazione nella storia dell'antropologia: la disciplina, dopo aver assorbito gli stimoli e le sollecitazioni dovuti alla sua opera, non è stata più la stessa di prima. Il pensiero dell'autore di Tristi Tropici ne ha modificato la fisionomia, ne ha trasformato il ruolo e le prospettive, ne ha rinnovato l'autorevolezza e la notorietà. Lévi-Strauss ha rappresentato un genere di antropologia diversa da quella resa celebre, per esempio, da Malinowski: una ricerca dettagliata e approfondita di una singola realtà etnografica attraverso la ricerca lunga e sistematica sul terreno, lo sforzo di vivere come un nativo e di narrarne il significato e le implicazioni.
L'antropologia lévi-straussiana è piuttosto una ricerca comparativa di ampio respiro, che si propone di esplorare l'ampio spettro delle differenze e delle somiglianze tra le società umane per mettere in luce ciò che di universale le accomuna e le sottende. La sua opera sulle Strutture elementari della parentela (1949) ha costituito per oltre mezzo secolo un riferimento obbligato per gli studi antropologici e ha segnato una svolta nel modo di affrontare lo studio dei sistemi sociali. Quello che appariva come un caotico groviglio di usanze, costumi, regole e proibizioni estremamente variabili da una cultura all'altra comincia a prendere forma, sotto il rigoroso e sistematico esame dell'antropologo, mostrando l'esistenza di una serie di principi fondamentali che stanno alla base di tutta una vasta serie di fenomeni.
Le varie forme di prescrizione matrimoniale, che stabiliscono chi si può (o si deve) e che non si può (o non si deve) sposare, rimandano a un numero limitato di principi strutturali riconducibili al modello dello scambio. L'apparente disordine e confusione della variabilità culturale trova la propria giustificazione e possibilità di spiegazione attraverso l'individuazione di un nucleo di principi strutturali universali. Forse un meccanismo troppo semplice per spiegare adeguatamente la molteplicità dei fenomeni e delle situazioni empiriche, come è stato messo in evidenza dagli studi successivi, tuttavia il salto di qualità che quest'opera ha consentito di fare è stato immenso e ha fornito argomenti di discussione e di riflessione per i successivi cinquant'anni di studi e di ricerche.
Per Lévi-Strauss, questa ricerca di ordine nel caos delle percezioni e delle rappresentazioni è un'esigenza che si manifesta non soltanto nel lavoro dell'antropologo, ma più in generale in ogni sistema culturale umano. L'uomo è essenzialmente un «animale simbolico», la sua caratteristica fondamentale e universale consiste nel costruire un sistema di categorie attraverso cui dare ordine e significato al mondo che lo circonda. Così come ogni lingua si fonda su una particolare articolazione e scelta dei suoni, ciascuna cultura elabora un complesso sistema di classificazione della realtà, che si basa anch'esso su un numero limitato di regole e di principi ma che può dare luogo a un'immensa varietà di rappresentazioni.
È grazie all'opera di Lévi-Strauss, in particolare al suo volume sul Pensiero selvaggio (1962), che si è affermato ampiamente il principio secondo cui i popoli extra-europei non sono semplicemente dominati da un pensiero «magico», da superstizioni e credenze assurde e irrazionali, da concezioni empiricamente infondate, ma dispongono di complessi e articolati sistemi di classificazione e di descrizione del mondo. La conoscenza del mondo naturale, degli animali, delle piante, del territorio manifestata da molti popoli indigeni si rivelava, grazie alle pagine dell'antropologo francese, di un'inaspettata profondità e accuratezza. Non solo, ma questa propensione a classificare, osservare, descrivere, è stata ricondotta da Lévi-Strauss a una universale qualità intellettiva dell'uomo, che è indipendente dalle esigenze immediate di ordine materiale. La famosa frase, rivolta in modo critico alla teoria utilitaristica di Malinowski, in cui si afferma che gli animali per il pensiero indigeno sono non tanto «buoni da mangiare» quanto soprattutto «buoni da pensare», costituisce per l'antropologia un momento di svolta decisivo: viene di colpo restituita a tutta l'umanità, anche a quella più lontana ed esotica, la dignità intellettuale, la capacità di interrogarsi e di osservare, la curiosità di indagare e di scoprire, la necessità di porsi delle domande e di cercare delle risposte. A molti antropologi della seconda metà del Novecento questa enfasi posta da Lévi-Strauss sulla dimensione intellettiva della cultura è sembrata eccessiva e squilibrata: lo si è accusato di mentalismo e di intellettualismo, di trascurare in modo indebito gli aspetti più materiali dell'esistenza, come i condizionamenti ecologici e le esigenze della produzione economica, la dimensione corporea e le pratiche ad essa collegate. Tuttavia, rimane a Lévi-Strauss l'indiscutibile merito di aver portato una ventata di aria fresca in un settore che era rimasto a lungo intriso da radicati pregiudizi e da prospettive obsolete. 



La sua insistenza sul fatto che il pensiero umano funziona dappertutto secondo meccanismi identici e che gli uomini «hanno sempre pensato altrettanto bene» ha contribuito in modo decisivo ad abbandonare l'idea che vi fossero differenze sostanziali nelle facoltà intellettive e nelle capacità riflessive tra le società umane.
Nel regno del mito
A partire dagli anni Cinquanta, i principali lavori teorici di Lévi-Strauss si sono rivolti a un campo di studi particolare e alquanto inconsueto: quello dei miti. La scelta sembra apparentemente bizzarra: perché interessarsi per tanti anni e con tanto impegno a quel coacervo di storie improbabili, a quei racconti apparentemente incoerenti e fantasiosi provenienti dalle lontane foreste dell'Amazzonia o dagli altopiani delle Montagne Rocciose? Tuttavia, anche in questo caso, Lévi-Strauss è stato in grado di mostrare come dietro quell'insieme caotico di eventi e di narrazioni, che raccontano di incesti e di assassini, di uomini e di animali, di luoghi misteriosi e di poteri sovrumani, esisteva un ordine, un disegno nascosto. Sovrapponendo e confrontando fra loro una versione con l'altra, un racconto con un altro, cominciavano a emergere alcune linee guida che dimostravano come i creatori di quelle narrazioni avessero cercato di rispondere ad alcune importanti questioni, che riguardano anche noi, uomini e donne del XXI secolo.
L'analisi delle mitologie delle Americhe conduce Lévi-Strauss a individuare un sistema di pensiero in cui la distinzione tra la natura e la cultura svolge un ruolo centrale. In realtà, secondo Lévi-Strauss, questo tema è fondamentale per l'umanità nel suo complesso: come spiegare altrimenti la spontanea facilità con cui tendiamo a distinguere in modo netto e reciso tra noi umani e gli altri animali? Perché abbiamo la tendenza a porre una barriera tra l'uomo e, poniamo, il cane e lo scimpanzé e caso mai siamo disposti a riconoscere una certa affinità maggiore tra noi e il nostro cagnolino piuttosto che con una scimmia abitatrice delle foreste, quando la distanza genetica che ci separa da quest'ultima è molto più piccola di quella esistente tra noi e il cane e quando la distanza tra cane e scimmia è molto più grande di quella tra gli uomini e i primati?
Per rispondere a tali interrogativi occorre prendere in considerazione il ruolo del pensiero simbolico come fonte per la costruzione di un ordinamento del mondo in cui l'uomo vive. Tuttavia, le diverse società umane risolvono in modo diverso gli stessi interrogativi fondamentali e l'analisi delle mitologie amerindiane consente di mettere in luce proprio le modalità attraverso le quali quelle società hanno sviluppato il rapporto tra la natura e la cultura. Nella definizione del mondo umano e nella sua contrapposizione al mondo circostante, molte culture americane hanno sottolineato non tanto la radicale separazione e incommensurabilità tra una dimensione e l'altra, quanto piuttosto le varie forme di mediazione che rendono possibile il passaggio tra natura e cultura, tra animalità e umanità, tra continuo e discontinuo. Nei lunghi percorsi tortuosi che si addentrano nell'intrico delle mitologie americane e si snodano nei quattro ponderosi volumi delle Mythologiques (1964-1971), l'autore mostra come ogni mito richiami altri miti, della stessa popolazione e di altre popolazioni, più o meno vicine, in un continuo processo di rifrazioni e di trasformazioni. Dal sovrapporsi e intersecarsi dei motivi mitici comincia poco a poco a delinearsi un certo ordine, in cui il tema della cucina costituisce il fattore ricorrente. Il fuoco infatti costituisce un elemento di distinzione per eccellenza tra gli uomini, che padroneggiano il fuoco e mangiano cibi cotti, e gli altri animali, che fuggono impauriti alla vista del fuoco e che si nutrono di cibi crudi. Il fuoco costituisce così un essenziale strumento di trasformazione: è grazie all'impiego del fuoco che gli uomini sono in grado di trasformare il cibo crudo, prodotto della natura, in cibo cotto, risultato dell'intervento della cultura. I miti che narrano l'origine del fuoco sono poi connessi, in vario modo, con altri miti che raccontano l'origine dei maiali selvatici, che costituiscono la fonte principale di cibo ottenuto attraverso la caccia, e quindi la materia prima su cui si esercita l'arte della cucina. Questi a loro volta richiamano altri due elementi: il tabacco e il miele.
Che cos'hanno in comune il miele, il tabacco e il fuoco da cucina? Lévi-Strauss mostra, con un talento e una raffinatezza di riflessione ineguagliabili, come il miele costituisca una sorta di alimento già «cotto», cioè preparato, allo stato di natura, quindi senza l'intervento dell'uomo. Il tabacco, invece, richiede, per essere consumato, di venire bruciato: si ha così una sorta di eccesso di intervento culturale, che pone il tabacco in relazione con gli esseri soprannaturali. Così mentre il miele è un prodotto elaborato da esseri non umani (le api), il tabacco è un prodotto il cui consumo culturale implica la sua distruzione, per aspirarne il fumo. Tutti questi racconti finiscono quindi per parlare delle stesse cose e per elaborare in vari modi il tema delle molteplici forme di passaggio dal mondo naturale al mondo culturale e viceversa.
Allievo e testimione dei primitivi
Le analisi di Lévi-Strauss sono complesse, intricate, si sviluppano per centinaia di pagine e non sono quindi facilmente ripercorribili. Molti autori le considerano elaborazioni cervellotiche e infondate. Tuttavia, il lettore che abbia la pazienza di scorrere quelle pagine ne rimarrà affascinato e coinvolto: non potrà sfuggire alla sensazione che quelle storie, apparentemente strane e sconnesse, devono essere prese sul serio e, con esse, i loro lontani e remoti creatori. E allora il ricordo corre inevitabilmente alla lezione inaugurale, tenuta nel 1960 al Collège de France, al termine della quale l'antropologo francese volle tornare con il pensiero ai popoli della foresta tropicale presso i quali aveva svolto le sue prime ricerche e di cui si definì «loro allievo e loro testimone». Generazioni di antropologi si sono sforzati e ancora si sforzeranno in futuro di sviluppare le profonde conseguenze e implicazioni di questa affermazione, per alcuni aspetti sorprendente, di Claude Lévi-Strauss.


26 febbraio 2010

Hegel : la superficialità e lo Stato

Dapprima la superficialità par bene che sia compatibilissima, almeno con l’ordine e la quiete esteriore, poiché non viene a toccare, anzi nemmeno a sospettare, la sostanza delle cose. Perciò nulla essa parrebbe avere contro di sé, almeno per parte della polizia, se lo Stato non chiudesse in sé ancora il bisogno di più profonda cultura e di conoscenze, e non esigesse dalla scienza l’appagamento del medesimo.

Qui Hegel giustamente vede nella cultura sofistica un qualcosa di inoffensivo nell’ordine sociale (pensiamo a quanto sia stato coccolato dal consenso craxiano il tema del pensiero debole negli anni Ottanta, sino a quando gli stessi propugnatori si sono accorti della trappola e non hanno sopportato nonostante la mediocrità il triste destino che li attendeva). Inoltre vede, rispetto a tali opinion maker, anche lo Stato svolgere una funzione progressiva. Pensiamo ad es. ad una scuola pubblica che volesse fare sul serio. Quanto ci metterebbe a buttare buona parte dei giornali nella spazzatura ?


7 febbraio 2009

Premio Dardos

 

Questo premio è destinato a chi, con il suo blog,

"ha dimostrato impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali".



Il regolamento del premio è il seguente:
 - accettare e comunicare il regolamento visualizzando il logo del premio
- linkare i blog che ti hanno premiato
- premiare altri 15 blog meritevoli avvisandoli del premio.
 
Molto onorato di ricevere la segnalazione da Batsceba, giro a mia volta il Dardos a:


 
1) Studium
2) Altromedia
3) Trashopolis 
4) Vulvia
5) Pensare in profondo
6) Il mondo di Galatea
7) L'Orizzonte degli eventi
8) Batsceba
9) Karl Kraus
10) Il Vaso di Pandora
11) Mulini a vento
12)Occhichesannoguardare
13)Agorà di Cloro
14) Formamentis
15) Riccardo Realfonzo 

Meritevole di segnalazione, ma ha la struttura di un sito personale e non di un blog è il sito di Emiliano Brancaccio 






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8 giugno 2008

I comunisti e Luigi Nono

 

Anni settanta. Prima metà direi. Il Palazzo dello sport di Roma è gremito fino all'inverosimile. Roba picista della specie comunista: bandiere rosse + falci e martelli + qualche stellina carina il giusto. Concerto. Del Nuovo Canzoniere Italiano s'è in tanti: Giovanna Marini e il figlio Francesco, Paolo Pietrangeli, io con l'Alberto e il Paolo Ciarchi e altri musicisti e cantori. E Luigi Nono. C'è di che godere e si gode. Va Pietrangeli con la Contessa va la Marini coi Treni per Reggio Calabria vado io con la Cara moglie. Pugni alzati cori alla grande. Applausi a scroscio. Poi, Nono. Una cosa sua registrata con lui che armeggia a vista intorno a magnetofoni: suoni strani, altri, difficili da capire. Silenzio del pubblico. Poi, un fischio. Due fischi. Una selva di fischi. Nono imperterrito prosegue. Il Palazzo è tutto un fischio. Nono blocca i registratori. Silenzio. In quel silenzio Nono avanza e, solo, raggiunge il proscenio. Prende il microfono. «Compagni» - dice - «il Partito comunista italiano, il nostro partito, ha bisogno vitale di tutta la nostra cultura, di tutta la nostra intelligenza, di tutta la nostra arte e di tutto il nostro impegno». Si alzano in piedi alcuni ex zufolanti, in piedi commossi cominciano ad applaudire e io ora non posso proprio dire come proseguì l'intervento pieno di cuore e di mente di Luigi Nono e non posso dirlo perché tutti si alzarono in piedi e applaudirono e levarono i pugni e sventolarono le bandiere: non so se per la musica, certo per la forza morale di Luigi Nono che a muso duro e con la voce forte eppur trepida per l'emozione ci disse di che cosa abbisognava il comune partito.
Propongo questo ricordo a chi s'industria oggi per una nuova e altra sinistra di cui c'è grande bisogno: nuova e altra. E un secondo ricordo propongo: ebbe a scrivere Gianni Bosio, quarant'anni e più or sono «essere la politica il livello più alto della cultura». Il livello attuale della politica non gli dà ragione, anzi. Ma da Bosio ho imparato che ogni tanto l'intellettuale deve provare ad arrovesciarsi e allora io, che grossissimo intellettuale sono: 120 chili ca., dico essere la cultura il più alto livello della politica, laonde ragion per cui impegno primo è la difesa a oltranza di quello che abbiamo: dei nostri giornali, dei nostri istituti, dei nostri archivi, della nostra editoria, dei nostri valori: dal liberté egalité fraternité per intenderci al «proletari di tutto il mondo unitevi», e assumere come militanza il compito della diffusione della nostra stampa e riscoprire la propaganda elementare socialista ed entrare nell'associazionismo come propositori di iniziative fuori dalla logica dei grandi eventi spettacolari in favore di un fare minuto ma costante; e, questa, non è «la mini-cultura caricaturale della vecchia Internazionale comunista» come dice Nichi Vendola (il manifesto 20/5) e certo «c'è bisogno di un campo vasto come il mappamondo» come no? Ma dobbiamo essere capaci sempre di fare quei sette otto passi solitari che fece Luigi Nono in quel Palazzo dello sport per dire e dirci ciò che lui disse; e dobbiamo liberarci di tutte le presunzioni dirigenziali e dei presenzialismi multimediatici per imparare ad ascoltare e tornare davanti alle fabbriche e ai luoghi di lavoro per riscoprire il noi del fare comune contro l'io del dirigente e dare aria e fiato alla fantasia e inventarsi una piazza un'agorà e lì sollecitare tutti a dare il meglio di se stessi e a mettere a disposizione la propria intelligenza e la propria cultura perché di questo ha bisogno, più che dei frizzi e lazzi di candidati segretari o già segretari in pectore, una sinistra che davvero voglia essere nuova e altra: ma non è detto che lo voglia.

(Ivan Della Mea)


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23 maggio 2005

Un intervento del grande Paul Ricoeur

Un omaggio ad un pontefice (costruttore di ponti) della cultura mondiale, morto qualche giorno fa
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Il mio contributo verte sul paradosso che sta all'origine della traduzione e che, nello stesso tempo, è un effetto della traduzione, e cioè la caratteristica di un messaggio verbale di essere in un certo senso intraducibile da una lingua all'altra.

C'è un primo intraducibile, un intraducibile di partenza che sta nella pluralità delle lingue e che sarebbe meglio chiamare immediatamente, come von Humboldt, la diversità, la differenza delle lingue, che suggerisce l'idea di una eterogeneità radicale che dovrebbe rendere a priore impossibile la traduzione. E non è tutto: le lingue non sono differenti soltanto per la loro maniera di scomporre il reale, ma anche di ricomporlo al livello di discorso; a questo proposito Benveniste, replicando a de Saussure, osserva che la prima unità di linguaggio significante è la frase e non la parola. E la frase organizza in maniera sintattica un locutore, un interlocutore, un messaggio che vuole significare qualche cosa e un referente.

Proprio a questo livello l'intraducibile si rivela una seconda volta inquietante: non soltanto la scomposizione del reale, ma anche il rapporto del senso al referente: ciò che si dice nel suo rapporto a ciò su cui lo si dice: le frasi del mondo intero fluttuano tra gli uomini come farfalle inafferrabili. Non è tutto e nemmeno il più temibile: le frasi sono i piccoli discorsi sottratti a quei discorsi più lunghi che sono i testi. I traduttori lo sanno bene: sono i testi e non le frasi, non le parole, che vogliono tradurre i nostri testi. E i testi, a loro volta, fanno parte di insiemi culturali attraverso i quali si esprimono le differenti visioni del mondo, che d'altro canto possono affrontarsi all'interno dello stesso sistema elementare di scomposizione fonologica, lessicale, sintattica, al punto di fare di quella che viene chiamata la cultura nazionale o comunitaria una rete di visioni del mondo che entrano, in maniera occulta o manifesta, in competizione; pensiamo soltanto all'Occidente e ai suoi apporti successivi greco, latino, ebraico e ai suoi periodi di auto-comprensione alternativa, dal Medio Evo al Rinascimento, la Riforma, i Lumi, il Romanticismo.

Queste considerazioni mi portano a dire che il compito del traduttore non va dalla parola alla frase, al testo, all'insieme culturale, ma al contrario: impregnandosi attraverso ampie letture dello spirito di una cultura, il traduttore ridiscende dal testo alla frase e alla parola. L'ultimo atto, se così possiamo dire, l'ultima decisione, concerne la posizione di un glossario al livello delle parole; la scelta del glossario è l'ultima prova in cui si cristallizza, in fine, quella che dovrebbe essere una impossibilità di tradurre.

Ho parlato dell'intraducibile iniziale. Per attingere l'intraducibile terminale, quello che la traduzione produce, bisogna dire in che modo opera la traduzione. Poiché la traduzione esiste. Si è sempre tradotto: ci sono sempre stati mercanti, viaggiatori, spie, per soddisfare i bisogni di estendere gli scambi umani al di là della comunità di linguaggio. Gli uomini di una cultura hanno sempre saputo che c'erano degli stranieri con altri costumi ed altre lingue. E lo straniero è sempre stato inquietante: ci sono dunque altre maniere di vivere oltre alla nostra? Proprio a questa "prova dello straniero" la traduzione è sempre stata una risposta imparziale.


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