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16 luglio 2009

Sergio Cesaratto : l'Italia s'è destra

 Massimo D’Alema sottolinea spesso che l’Italia è un paese strutturalmente di destra, e in effetti la sinistra non è mai andata al di sopra del 35% dei voti, e spesso, come in questa fase, ne è ben al di sotto. Ma quali ne sono le ragioni? La presenza della Chiesa Cattolica e del Vaticano è una motivazione sovente richiamata. Ma forse tale influenza, certamente ingombrante, è un risultato non la causa, e i motivi sono più strutturali, nella composizione sociale del paese. La base elettorale della DC era assai complessa, in una certa misura interclassista, e basata sulla spaccatura del lavoro dipendente fra tute blu, comuniste, e pubblico impiego, bianco. Il PCI annoverava fra le sue fila anche molti artigiani, che si sentivano allora vicini agli operai, mentre sono ora lontani dalla sinistra. Oggi le cose sono infatti cambiate. Le indagini dei politologi ci spiegano che il lavoro dipendente tende ancora a votare a sinistra, ma non tutto, lo fa soprattutto quello del settore pubblico, che ha perduto molti dei privilegi accordatigli dalla DC, quello più istruito e con reddito medio-alto. I politologi affermano con grande certezza che la base elettorale di Berlusconi consiste principalmente di casalinghe (queste caratterizzate da bassi livelli di istruzione) e di lavoro autonomo, ma oscillanti fra i due schieramenti sono anche il lavoro dipendente esecutivo e meno istruito, e i disoccupati[1]. In un mutamento genetico che è lo specchio del cambiamento dei valori dominanti, i giovani istruiti hanno teso a votare a destra nelle ultime elezioni . Lasciando da parte quest’ultimo gruppo, la questione è che lo zoccolo duro di Berlusconi, casalinghe e lavoro autonomo ha nel paese una ampiezza sconosciuta a nord delle Alpi.



La tabella mostra come sia il tasso di attività che quello di occupazione erano nel 2007 assai più bassi in Italia (62,5% e 58,9%, rispettivamente) che nell’Europa a 15 (71,8% e 66,8%), Spagna inclusa. Se si considera poi la solo componente femminile (50,6% e 46,8% in Italia contro 64,6% e 59,5% nell’UE), si capisce come attraverso Mike Bongiorno Berlusconi possa facilmente plasmare la mentalità di milioni di casalinghe poco istruite. Ma indipendentemente dalla televisione, è la stessa condizione di casalinga con il suo portato di isolamento che non favorisce la consapevolezza dei problemi e la maturazione politica. Per molti versi la medesima cosa si può dire per i maschi disoccupati, inoccupati o occupati in lavori precari. La medesima tabella mostra come rispetto a una media europea del 15,8% di lavoratori autonomi, nel nostro paese la quota sale al 26,4%. Senza volerlo demonizzare, il lavoro autonomo è costituzionalmente portato a un atteggiamento più individualista e meno solidale, ciò che si manifesta palesemente con l’elevata evasione fiscale fra esso annidata, tranne usufruire in maniera opportunistica dei servizi pubblici. In sintesi, in Italia lavorano in pochi, e la quota di quelli che lavorano consiste in maniera anomala di lavoratori autonomi. Una radice della debolezza della sinistra è certamente in questo.

Se questa è la fotografia, quali strategie si prefigurano per la sinistra, quali alleanze? Il tema delle coalizioni è tradizionale nella sinistra, da Gramsci all’esperienza socialdemocratica svedese basata sul sodalizio del partito operaio con quello dei contadini. In un articolo, già opportunamente discusso su E&P da Nicolò Bellanca, Cristiano Antonelli[2] ripercorre le politiche delle alleanze proposte o attuate dalla sinistra nel passato, e propone per il futuro che le nuove professionalità relative alla cosiddetta società dell’informazione diventino nuovo punto di riferimento (p.23), non attardandosi a difendere, da un lato le produzioni “fordiste” (p.14), e dall’altro le rendite che si annidano nel pubblico impiego (p.20). Le nuove professioni sembrano invero una base sociale un po’ ristretta per l’ambiziosa sinistra di orientamento “liberalsocialista” basata su una “coalizione per la crescita” propugnata da Antonelli; così come la sua apologia del passaggio a una società dei servizi - che in Italia sembra fatta di call center più che di terziario avanzato - in luogo della tradizionale manifattura (pp.13-17) appare contraddittoria con l’esaltazione della capacità di esportazione della piccola-media industria manifatturiera italiana, seconda in Europa, ci ricorda l’autore, solo a quella tedesca (p.18)[3]. Tuttavia, il richiamo di Antonelli alla necessità di pensare a coalizioni progressiste è importante, pur nella poco incoraggiante struttura socio-produttiva italiana sintetizzata nella prima parte di questo articolo. D’altronde un proposta politica di sinistra che sia concreta (ammesso che la sinistra sia interessata a questo, cosa che v’è da dubitare), deve puntare a difendere degli interessi e non altri. In questo senso si tratta di capire meglio la struttura del lavoro autonomo, distinguendo fra parassitismo (i topi nel formaggio di Sylos) e professionalità rilevanti per la competitività del paese; comprendendo come si possa recuperare il consenso nel mondo dell’artigianato e della piccola impresa, e così via. Il grande timore di questo mondo è riassumibile in una sola parola: tasse. Si può dire qualcosa di sinistra che consenta tuttavia un recupero di consenso in questa direzione? E alla casalinga di Voghera la sinistra può dire qualcosa di interessante (e farsi capire)? E come venire incontro alle paure del lavoratori indipendenti che sfuggono all’egemonia della sinistra - per esempio nei riguardi dell’immigrazione in maniera equilibrata? l dibattito è aperto: politologi e studiosi del sistema fiscale si facciano avanti[4].


16 giugno 2009

Nicolò Bellanca : la destra e le coalizioni

 Massimo D’Alema sottolinea spesso che l’Italia è un paese strutturalmente di destra, e in effetti la sinistra non è mai andata al di sopra del 35% dei voti, e spesso, come in questa fase, ne è ben al di sotto. Ma quali ne sono le ragioni? La presenza della Chiesa Cattolica e del Vaticano è una motivazione sovente richiamata. Ma forse tale influenza, certamente ingombrante, è un risultato non la causa, e i motivi sono più strutturali, nella composizione sociale del paese. La base elettorale della DC era assai complessa, in una certa misura interclassista, e basata sulla spaccatura del lavoro dipendente fra tute blu, comuniste, e pubblico impiego, bianco. Il PCI annoverava fra le sue fila anche molti artigiani, che si sentivano allora vicini agli operai, mentre sono ora lontani dalla sinistra. Oggi le cose sono infatti cambiate. Le indagini dei politologi ci spiegano che il lavoro dipendente tende ancora a votare a sinistra, ma non tutto, lo fa soprattutto quello del settore pubblico, che ha perduto molti dei privilegi accordatigli dalla DC, quello più istruito e con reddito medio-alto. I politologi affermano con grande certezza che la base elettorale di Berlusconi consiste principalmente di casalinghe (queste caratterizzate da bassi livelli di istruzione) e di lavoro autonomo, ma oscillanti fra i due schieramenti sono anche il lavoro dipendente esecutivo e meno istruito, e i disoccupati[1]. In un mutamento genetico che è lo specchio del cambiamento dei valori dominanti, i giovani istruiti hanno teso a votare a destra nelle ultime elezioni . Lasciando da parte quest’ultimo gruppo, la questione è che lo zoccolo duro di Berlusconi, casalinghe e lavoro autonomo ha nel paese una ampiezza sconosciuta a nord delle Alpi.



La tabella mostra come sia il tasso di attività che quello di occupazione erano nel 2007 assai più bassi in Italia (62,5% e 58,9%, rispettivamente) che nell’Europa a 15 (71,8% e 66,8%), Spagna inclusa. Se si considera poi la solo componente femminile (50,6% e 46,8% in Italia contro 64,6% e 59,5% nell’UE), si capisce come attraverso Mike Bongiorno Berlusconi possa facilmente plasmare la mentalità di milioni di casalinghe poco istruite. Ma indipendentemente dalla televisione, è la stessa condizione di casalinga con il suo portato di isolamento che non favorisce la consapevolezza dei problemi e la maturazione politica. Per molti versi la medesima cosa si può dire per i maschi disoccupati, inoccupati o occupati in lavori precari. La medesima tabella mostra come rispetto a una media europea del 15,8% di lavoratori autonomi, nel nostro paese la quota sale al 26,4%. Senza volerlo demonizzare, il lavoro autonomo è costituzionalmente portato a un atteggiamento più individualista e meno solidale, ciò che si manifesta palesemente con l’elevata evasione fiscale fra esso annidata, tranne usufruire in maniera opportunistica dei servizi pubblici. In sintesi, in Italia lavorano in pochi, e la quota di quelli che lavorano consiste in maniera anomala di lavoratori autonomi. Una radice della debolezza della sinistra è certamente in questo.

Se questa è la fotografia, quali strategie si prefigurano per la sinistra, quali alleanze? Il tema delle coalizioni è tradizionale nella sinistra, da Gramsci all’esperienza socialdemocratica svedese basata sul sodalizio del partito operaio con quello dei contadini. In un articolo, già opportunamente discusso su E&P da Nicolò Bellanca, Cristiano Antonelli[2] ripercorre le politiche delle alleanze proposte o attuate dalla sinistra nel passato, e propone per il futuro che le nuove professionalità relative alla cosiddetta società dell’informazione diventino nuovo punto di riferimento (p.23), non attardandosi a difendere, da un lato le produzioni “fordiste” (p.14), e dall’altro le rendite che si annidano nel pubblico impiego (p.20). Le nuove professioni sembrano invero una base sociale un po’ ristretta per l’ambiziosa sinistra di orientamento “liberalsocialista” basata su una “coalizione per la crescita” propugnata da Antonelli; così come la sua apologia del passaggio a una società dei servizi - che in Italia sembra fatta di call center più che di terziario avanzato - in luogo della tradizionale manifattura (pp.13-17) appare contraddittoria con l’esaltazione della capacità di esportazione della piccola-media industria manifatturiera italiana, seconda in Europa, ci ricorda l’autore, solo a quella tedesca (p.18)[3]. Tuttavia, il richiamo di Antonelli alla necessità di pensare a coalizioni progressiste è importante, pur nella poco incoraggiante struttura socio-produttiva italiana sintetizzata nella prima parte di questo articolo. D’altronde un proposta politica di sinistra che sia concreta (ammesso che la sinistra sia interessata a questo, cosa che v’è da dubitare), deve puntare a difendere degli interessi e non altri. In questo senso si tratta di capire meglio la struttura del lavoro autonomo, distinguendo fra parassitismo (i topi nel formaggio di Sylos) e professionalità rilevanti per la competitività del paese; comprendendo come si possa recuperare il consenso nel mondo dell’artigianato e della piccola impresa, e così via. Il grande timore di questo mondo è riassumibile in una sola parola: tasse. Si può dire qualcosa di sinistra che consenta tuttavia un recupero di consenso in questa direzione? E alla casalinga di Voghera la sinistra può dire qualcosa di interessante (e farsi capire)? E come venire incontro alle paure del lavoratori indipendenti che sfuggono all’egemonia della sinistra - per esempio nei riguardi dell’immigrazione in maniera equilibrata? l dibattito è aperto: politologi e studiosi del sistema fiscale si facciano avanti[4].


19 marzo 2008

Tibet e ambiguità

L'iniziativa del Dalai Lama di minacciare le dimissioni si presta a molte interpretazioni :
Vuole proteggere i propri connazionali dalla violenza cinese e mantiene un basso profilo ?
C'è una componente nazionalistica radicale che sfugge alla sua autorità morale e politica ?
Cerca di evitare l'accusa cinese di essere la longa manus di questa rivolta ?
Forse un po' tutte e tre le cose. Forse Tenzin Gyatso sarà il Rugova del Tibet, aspettando un altro Uck tibetano. Peccato che la Cina non sia la Serbia...




D'Alema mentre recita il mantra tibetano "Om mani padme hum..."

Campione di ambiguità come al solito è Massimo D'Alema, che difende la scelta di partecipare alle Olimpiadi, dicendo che le Olimpiadi saranno una premessa per poter manifestare ulteriormente per i diritti umani. Insomma, vogliamo alzare la posta ?
Come Gastone Moschin in "Amici miei parte seconda" pecchiamo per poterci pentire ?
Manifestiamo amicizia, per portare la protesta in casa cinese ?
O portiamo la protesta in casa cinese giusto come contorno agli euro italiani ?
Ci avviciniamo alla Cina, per mangiarla meglio, bambina mia ?
Ma svegliare il Dragone è roba per apprendisti stregoni, non per maestri del dalemone...


16 marzo 2008

Il pasticcio Kosovo

 

Il Kosovo come le ciliegie: una indipendenza unilaterale tira l'altra. Lo avevano preavvertito in tanti e alcuni, Stati Uniti e Unione Europea (Ue) in testa, avevano giocato alle tre scimmiette - non vedo, non sento e non dico cose sensate. Ora è Putin a dire chiaro al mondo di un «tentativo di creare un'organizzazione sostitutiva dell'Onu». Parla della Nato e stuzzica l'Ue. «E' poco probabile che l'umanità sia d'accordo con una tale architettura dei futuri rapporti internazionali. Penso che il potenziale di conflitto andrà solo aggravandosi». Un bel pezzo d'umanità probabilmente non è affatto d'accordo ad affidare il ruolo arbitro dell'Onu all'alleanza militare della Nato, da cui l'Ue fotocopia la sua politica estera. Stiamo alle ciliegie: Abkhazia, Ossezia del Sud già hanno chiesto il riconoscimento della loro indipendenza e poi, pronti allo scatto, il Nagorno Karabakh e il Transdniestr. E poi Adzharia e Nakhishevan. Tutti ad agitarsi, tutti a chiedere la loro indipendenza, a cominciare da pezzi decisivi dei Balcani. Prima o poi quelle ciliegine le raccoglieremo anche in Europa. Da costringerci a buttare via, ancora una volta, i nostri atlanti. Vuoi che sia colpa della politica egemonista americana e della non politica di Bruxelles, vuoi dell'intraprendenza della Russia di Putin, il dopo Kosovo albanese, anche senza i fuochi d'artificio temuti, sta diffondendosi come un'infezione inarrestabile. Senza vaccino in vista e medici all'altezza.
Il primo paese contagiato è stato ovviamente la Serbia. Crisi di governo aperta dal premier Vojislav Kostunica, dopo un'agonia di mesi. Sul Kosovo le posizioni politiche di quello che fu il blocco democratico anti Milosevic sono inconciliabili e rendono evidenti altre maggioranze di fatto. Giovedì scorso il parlamento impone al governo di vincolare ogni trattativa sull'ardua integrazione europea al riconoscimento formale dell'integrità territoriale della Serbia. Più o meno come chiedere a Bruxelles di rimangiarsi gli affrettati e parziali riconoscimenti del Kosovo albanese. I conservatori di Kostunica votano con gli ultra nazionalisti di Nikolic e a quel che resta dei socialisti del fu Milosevic. Il partito filo europeista del presidente Tadic va in minoranza. Nessun ribaltone comunque a Belgrado, ma l'11 maggio, data probabile, nuova conta elettorale. Auditel sul gradimento balcanico dello sceneggiato Europa.
In Kosovo intanto, lontano dai riflettori tv mondiali, inizia il percorso della indipendenza vigilata. All'andatura del gambero. Ad andare più indietro che avanti, a scontrarsi, sorpresa, non tanto serbi e albanesi sul fronte del fiume Ibar, a Mitrovica, quanto l'Onu e l'Ue. Esattamente quanto affermava prima Putin. Alti funzionari del Palazzo di Vetro hanno chiesto a Xavier Solana di non importunare più il Segretario dell'Onu Ban Ki-Moon. La richiesta insistita, non evasa e non accoglibile è la benedizione Onu alla missione europea in Kosovo. «Eulex» non solo nasce con un nome che suona male, ma rischia di non nascere affatto. Non come l'avevano raccontata.
Da New York avvertono che il periodo di transizione di 120 giorni previsto per il trasferimento dei poteri dalla missione Unmik alle autorità kosovare e alla missione civile Eulex «dovrà essere esteso». Nella sostanza l'Onu dubita che Eulex possa assumere il controllo della parte a maggioranza serba nel nord di Mitrovica e nelle enclavi dove la stessa missione Onu non ha alcun mandato per far applicare il piano Ahtisaari, sposato da Usa e Ue, ma sempre e soltanto una proposta buona per la parte albanese e respinta da quella serba. Insomma, fa dire Ban Ki-Moon a Solana e soci euroatlatici, non forzate troppo le regole altrimenti la Russia si arrabbia. Come? «Mosca ha già fatto sapere -ammoniscono dal Palazzo di Vetro- che durante la sua presidenza del Consiglio di sicurezza inserirà all'ordine del giorno in ogni occasione ritenuta appropriata la questione Kosovo».
Siamo alla prevedibile diarchia tra Nazioni unite e Europa unita, nel dubbio su quale dei due farraginosi organismi sia meno unito dell'altro. Assieme al più preoccupante quesito su quale «comando» riconosca realmente il contingente militare Nato legalizzato in Kosovo dall'Onu. Unmik si trova nella situazione paradossale di essere la sola presenza internazionale accettata nella parte serba senza avere strumenti per fare realmente da arbitro. Del resto, aggiungono gli stessi funzionari da New York, «l'Onu non può costringere i giudici serbo-kosovari a rientrare nei tribunali, come non può forzare i poliziotti serbi nelle enclavi a rispettare l'autorità di Pristina». L'ovvietà sotto gli occhi di tutti colta a Bruxelles soltanto grazie al timbro UN.
Nelle intenzioni Usa e Ue, l'Unmik sarebbe dovuta uscire di scena gradualmente lasciando Eulex e l'Ufficio civile internazionale (Ico) a sorvegliare l'indipendenza del Kosovo, ma all'Onu c'è anche la Russia che farà certamente pesare l'assenza di qualsiasi accordo formale sullo smantellamento della missione decisa con la Risoluzione 1244. Nazioni unite più che mai disunite rispetto ad un'Europa sparpagliata. Per non parlare della questione soldi dell'Onu che, per promessa americana e Ue, dovevano passare alla gestione diretta delle autorità kosovare. Su quale base legale? chiedono dal Palazzo di Vetro. Un'improbabile nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza con l'avallo di Russia e Cina?
L'altro inciampo dell'Europa atlantica di Solana sono i riconoscimenti internazionali del Kosovo. Almeno la metà di quelli con un seggio all'Onu, avevano promesso Stati Uniti e Ue. Citazione testuale d'agenzia: «All'Onu era stato fatto credere da Washington e Bruxelles che sarebbero stati fatti sforzi enormi» prima dell'indipendenza di Pristina «per assicurare che questo avvenisse, ma non è successo». Molte capitali di America Latina, Africa e Asia, interpellate dal Palazzo di Vetro, hanno riferito di non essere mai stati contattati da nessuno.
In questo balcanico «dilettanti allo sbaraglio», non deve stupire che Eulex stenti, segnata alla nascita da un'accurata lottizzazione nazionale che non coincide mai con una garanzia nei valori. Già narrano di «europei» che nel selezionare la loro squadra, neppure ascoltano i loro connazionali Unmik, in Kosovo da anni. Sto parlando di italiani. In questo caos, nell'attesa «consola» l'impegno dei vertici kosovari per lo sport. Progetto del neo Ct di calcio Edmond Rugova: convocare nella nazionale kosovara, assieme al portiere del Palermo Samir Ujkani e al laziale Valon Behrami, anche Nikola Lazevic, serbo di Mitrovica che gioca nel Torino. Se il Donadoni kosovaro ce la fa - ma dubitiamo - potremo finalmente mandare al diavolo Unmik ed Eulex, Ban Ki-Moon e Solana, Uck e Thaqi, Tadic e Kostunica e utilmente occuparci d'altro.

(Ennio Remondino)


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5 marzo 2008

Il Kosovo è un precedente

 Cosa cambia allora con il precocissimo riconoscimento della secessione kosovara? Letteralmente tutto. Hanno un bel dire gli Stati uniti e alcuni stati europei (Italia in testa) che il Kosovo costituisce un «caso a parte», che non crea un precedente nell'ordinamento internazionale. Proprio la mancanza di argomenti coerenti a favore dell'unicità del Kosovo ha portato buona parte dei paesi membri dell'Unione europea a opporsi all'indipendenza. Restando in Unione europea, la stessa unicità è rappresentata dalla Cipro-turca, che dal 1974 è di fatto separata dalla parte meridionale dell'isola (che, facendo un rapido conto, fa molto più dei dieci anni di separazione di fatto del Kosovo). Un caso, quello cipriota, che avrebbe già dovuto far riflettere sull'imparzialità dell'Unione europea in tema di condizionalità, di accordi di preadesione e di adesione per gli stati candidati o potenzialmente tali. Non deve quindi stupire se Cipro è fra i più strenui oppositori al riconoscimento del Kosovo.
Ma, e sia detto per inciso, la secessione unilaterale del Kosovo non costituisce affatto un caso sui generis ma una violazione del diritto internazionale. Il Kosovo paradossalmente rappresenta anche la «prima» secessione nel continente europeo a violare il principio dell'intangibilità dei confini, dal momento che non si tratterebbe più solo di riconoscere delle nuove frontiere dal punto di vista del loro statuto politico, ma da quello del loro tracciato. La logica che aveva governato, infatti, la nascita di nuovi stati negli anni Novanta del Novecento era stata quella di riconoscere solo le entità che costituivano unità amministrative federali territorialmente definite dai confini interni e non le entità semplicemente autonome all'interno delle federazioni.
Non solo, la secessione del Kosovo non sarebbe più mascherabile sotto la «rassicurante» veste del diritto, internazionalmente riconosciuto, all'autodeterminazione dei popoli. Sotto quella veste la Commissione Badinter era riuscita, strategicamente per quanto in modo del tutto inappropriato, a affermare la liceità delle secessioni delle Repubbliche jugoslave. Se il collasso della Jugoslavia era stato fatto rientrare nel paradossale teorema secondo cui l'intangibilità delle frontiere, al di là della loro moltiplicazione, è salvaguardata quando il principio dell'integrità territoriale non viene applicato solo alle frontiere internazionali ma anche a quelle federali, con il Kosovo indipendente si metterebbe fine a questa sorta di conservatorismo giuridico-territoriale.
A comprendere politicamente la natura giuridica della secessione in generale, e di quella kosovara in particolare, e a esplicitarlo nelle opportune sedi (Onu e Ue), restano la Russia e la Spagna. Al di là delle loro singole motivazioni, quello di cui sembrano consapevoli i due paesi è la conseguenza che essa può avere sulla stabilità internazionale. La specificità della secessione sta nel suo essere forma di dislocazione delle frontiere e sintomo di tensione del confine, mentre i fenomeni relativi sono espressione di una crisi d'ordine che investe oggi la comunità e l'ordinamento internazionale. Essa priva di ogni sacralità la fissità dei confini, fondamento della comunità internazionale, e minaccia una delle supernorme internazionali, il diritto degli stati all'integrità territoriale. Il timore che essa eroda la sovranità esterna degli stati, minata proprio dalla moltiplicazione di essi, e si riveli una minaccia in grado di sovvertire l'ordine giuridico e politico modificando il quadro della realtà internazionale, è il motivo per cui sino ad oggi aveva prevalso la tesi che non andassero messi in discussione quegli elementi di stabilità che hanno caratterizzato le esigenze della comunità internazionale dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Viene da domandarsi se stiamo assistendo alla fine del timore per la frammentazione dello spazio mondiale e all'emergere di strumenti giuridici idonei a superare la fissità delle frontiere.
Se anche così fosse, d'ora innanzi più che sull'obsolescenza bisognerà soffermarsi sulla costante (e a volte drammatica) rilevanza dei confini. Le rivendicazioni secessioniste, infatti, non sono dirette a estinguere lo stato e l'istituto del confine, ma alla costruzione di un nuovo stato e al disegno di nuovi confini. La secessione è ancora politica entro lo stato e non oltre lo stato. È l'infinita voglia di statualità, l'infinita voglia di «scegliere con chi vivere» a essere propria del fenomeno secessionista, da cui deriva la pretesa di sovranità per decidere chi escludere, con chi non voler vivere. Le rivendicazioni secessioniste valorizzano in ultima analisi lo stato e i suoi confini e la proliferazione di confini non fa che limitare ulteriormente la libertà di movimento dei singoli.
Quello a cui mirano i movimenti secessionisti è la piena coincidenza fra nazione, popolo e stato. Ma resta sempre uno spazio di non coincidenza fra stato e nazione. Uno spazio che si mostra nelle strategie messe in atto per raggiungere tale coincidenza, ovvero la necessità degli spostamenti di persone nei casi di difficoltà territoriale. Esso si esprime anche nelle conseguenze successive all'atto di separazione, ovvero nell'imbrigliamento di individui all'interno del nuovo stato di cui non riconoscono la legittimità e ai quali resta l'esercizio della forma individuale della secessione, la migrazione. E ancora si manifesta nella presenza costante di nuove minoranze all'interno delle nuove aggregazioni statali. La richiesta di sempre nuovi confini e di sempre nuove sovranità statuali nell'intento di trovare la piena reciprocità fra popolo, nazione e stato non fa che mostrare come nei nuovi stati potrà sempre esistere una nuova minoranza decisa a rivendicare lo stesso diritto esercitato da quella maggioranza che si era considerata una minoranza in un altro stato. È in questo perdurante spazio di non coincidenza che si dà ragione delle numerose richieste di secessione e che si mostra il paradosso più significativo: che la proliferazione di nuovi stati non porti, al di là di un certo numero «critico», a mettere in discussione la sopravvivenza stessa del sistema degli stati. Costringendoci, forse e una volta per tutte, a ripensare i concetti classici relativi alla natura e alla struttura di quella forma di spazialità politica, lo stato, intorno a cui si è strutturata la modernità.

(Costanza Margiotta)


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17 febbraio 2008

Kosovo : un altro segno dell'egemonia Usa

 Partiamo dalla Serbia, destinata anche questa volta ad indossare la veste del "cattivo" di sempre, necessaria alla politica balcanica degli Stati Uniti come i fantasmi comunisti sono indispensabili a Berlusconi in Italia. La Serbia, alla vigilia del voto, sa di dover subire l'amputazione del Kosovo, e deve scegliere quanto e come arrabbiarsi, visto che nessuno al mondo ha spiegato perché ciò debba accadere. Non lo ha deciso l'Onu, non potendo intervenire sullo status territoriale di uno stato membro. Se ne sta zitto e muto lo stesso Consiglio di Sicurezza che, oltre a Russia e Cina, ha attualmente al suo interno una maggioranza di paesi contraria a forzare le vecchie regole. Non lo ha deciso l'Unione europea, visto che non ne ha alcun titolo.
Non lo hanno deciso neppure gli albanesi del Kosovo che, da soli, avrebbero dovuto inserire le loro legittime aspettative d'indipendenza in una lista d'attesa planetaria lunga come quella per una Tac in molti ospedali italiani Alla fine, guarda che ti riguarda, ha deciso soltanto Washington. Ha deciso l'amministrazione Clinton, quando ha trascinato la Nato nei bombardamenti sulla Jugoslavia. Ha confermato l'amministrazione Bush per garantirsi la base militare di Camp Bondsteel, nata nel sud del Kosovo guardando all'Iraq. Gli Stati Uniti hanno scelto 20 anni fa l'alleanza con la componente albanese delle popolazioni dei Balcani, e l'Europa, portata per cultura condivisa e storia mondiale sofferta ad una vicinanza naturale con le popolazioni slave del sud, contraddice se stessa (e i suoi interessi) e si accoda. L'equivoco eterno su dove finisce la Nato e comincia l'identità politica dell'Unione.
I serbi sono europeisti, tutti. Sono internazionalisti per cultura, parlano le lingue ed amano viaggiare. Cittadini del mondo. I serbi hanno anche buona memoria, e questo, nella politica internazionale, non aiuta. Ricordano, per esempio, che l'attuale "ministro degli esteri Ue" Xavier Solana era, nel 1999, il Segretario generale della Nato che diede l'ordine d'attacco ai caccia bombardieri su Belgrado. Qual è dei due Solana quello che oggi sostiene l'indipendenza unilaterale del Kosovo albanese?

(Ennio Remondino)

Che l'Europa intenda agire in modo unitario seguendo le indicazioni delle Nazioni unite è una buona notizia. Se invece l'unità è ricercata per smantellare quel poco di legittimità rimasta all'Onu, allora ne diventa l'estrema unzione. Ritengo che al di là delle parole apodittiche la stessa Unione Europea non abbia alcuna intenzione di alterare il quadro dell'Onu, anche se questo in Kosovo ha clamorosamente fallito. I motivi sono essenzialmente due: l'Unione non è in grado di sostituirsi alle Nazioni Unite neppure se lo volesse. Non ne ha la forza e non ne ha l'autorità neppure per una situazione regionale come quella del Kosovo proprio per le implicazioni globali che questa ha. Inoltre, l'Unione europea è già parte integrante del fallimento dell'Onu in Kosovo. Il cosiddetto pilastro della Ricostruzione era ed è gestito dall'Ue. Avrebbe dovuto rappresentare anche il perno per un cambio sostanziale di stile di vita delle popolazioni e avrebbe dovuto far decollare un Kosovo non vincolato alle politiche socio-economiche della ex-Jugoslavia. L'economia è il fallimento più grave del Kosovo, quello che ha vanificato un minimo di benessere che avrebbe consentito il ritorno dei rifugiati, l'attenuarsi delle rivendicazioni e delle vendette e il ristabilimento di una vera sicurezza. Tutto questo non è avvenuto e si sono sprecati anni e risorse infinite per essere ancora, e forse peggio, alla situazione del 1999. Se alle ultime elezioni oltre la metà dei kosovari albanesi non è andata neppure alle urne significa che hanno perduto la fiducia in tutte le organizzazioni internazionali che hanno preteso di dettare le condizioni. Oggi più che della negazione di qualsiasi compromesso da parte serba e albanese, bisognerebbe prendere atto della perdita di autorevolezza di tutte le organizzazioni internazionali agli occhi dei kosovari, serbi e albanesi, affrontando il problema con una buona dose di umiltà. Con la tendenza attuale si avalla una posizione estremista ed un atto unilaterale con altrettanto estremismo ed unilateralismo a scapito dell'intero quadro generale istituzionale. 
In ogni caso senza una chiara presa di posizione del Consiglio di Sicurezza la missione parte malissimo. Tuttavia partirebbe malissimo anche se ci fosse una nuova risoluzione per una volta tanto sincera. Il cambio di responsabilità, la chiusura di Unmik, la decisione di lasciare Kfor e l'orientamento a riconoscere l'atto unilaterale d'indipendenza da parte dei kosovari albanesi dovrebbero essere sanzionati da una risoluzione che ammettesse il fallimento di Unmik e di tutte le iniziative dell'Onu; dovrebbe elencare quali nuovi sviluppi abbiano portato al passaggio di mano, e questi non ci sono. Dovrebbe ammettere l'impotenza internazionale di fronte alle pressioni di alcune lobby, dovrebbe ammettere l'inconsistenza del tessuto istituzionale kosovaro finora realizzato, dovrebbe ammettere che dopo nove anni il Kosovo non è in grado di gestire neppure un'autonomia controllata e nel frattempo lo si considera indipendente. Dovrebbe elencare tutti i paesi e i territori che possono rivendicare lo stesso trattamento di favore a partire da Taiwan, dall'Irlanda del Nord, dai Curdi iraniani, iracheni, turchi e siriani, dai paesi caucasici in lotta con la Russia, da quelli africani, dai Baschi in Spagna e Francia, dagli Uyguri, dagli Hui e dai Mongoli in Cina e così via. Dovrebbe dire quale regola fondamentale rimane valida per dare una parvenza di legittimità ad un ordine mondiale sfasciato. Dovrebbe infine dire cosa vogliono fare dei Balcani i soloni delle nazioni che si agitano nelle varie campagne elettorali. Gli accordi e la logica di Dayton cade e così cade la Bosnia Erzegovina, si riapre la questione della Voivodina, del Sandjak, degli albanesi della Macedonia e di quelli della valle di Presevo in Serbia, di quelli in Grecia, ecc. Ed infine dovrebbe indicare chi si debba far carico di gestire le conseguenze di un tale atto.


(Generale Fabio Mini)


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17 febbraio 2008

Un articolo sull'indipendenza del Kosovo di Ennio Remondino

Frequento il Kosovo ed il suo peggio da più di 10 anni. Gli sgherri di Milosevic e quelli dell'Uck, banditi che rappresentavano lo Stato e banditi che si sono fatti Stato, le bombe umanitarie della Nato e i risultati disumani delle bombe.
Ho visto le identità nazionali farsi nazionalismo e le nazioni imporre il loro Stato alle nazioni perdenti. Ho visto l'ingerenza umanitaria che diventa aggressione contro una parte sofferente, ho visto le sofferenze da esaltare perché utili al consenso e ho visto le sofferenze da occultare perché imbarazzanti. Accademia di cinismo internazionale irripetibile, il Kosovo, di cui sono stato, con Tommaso Di Francesco, uno dei molti narratori. Cronache di una catastrofe annunciata, destinate a perdersi nella opinabilità della lettura dei fatti e delle opinioni politiche sospette. Salvo che le riflessioni non vengano da fonti culturali terze, alte, e coincidano sorprendemente coi fatti.
La contraddizione, per esempio, tra nazionalità e Stato. «La nazionalità è un valore caldo: lingua, consuetudini, canzoni, paesaggi, cibi. Lo Stato è un valore freddo: leggi, regole, sicurezza e assistenza sociale. Si amano i valori caldi, ci si commuove per una canzone natia, non per un articolo di codice. Ma è quest'ultimo che permette ad ognuno di cantare, commuovendosi, le sue canzoni». Lo ha scritto lunedì scorso sul Corriere, Claudio Magris, intellettuale e uomo di cultura che i Balcani li possiede in modo naturale, come lo scorrere delle acque poderose del Danubio, ma con parole in grado di travolgere tutto.
Parole lisce, quelle di Magris, parole chirurgiche, che incidono a fondo. «La vergognosa guerra del Kosovo», per esempio. Un'Italia bugiarda (e non solo lei) aveva negato di voler sottrarre alla Serbia quel territorio sapendo, in realtà, di correre in «Soccorso dei vincitori». Leggo Magris e trovo il Kosovo delle mie inquiete frequentazioni, specchio all'incontrario di quel Kosovo che vedo raccontato e progettato da una politica internazionale paranoica e bugiarda.
La «nazionalità calda» di cui parla Magris la ritrovo nelle viscere della serbitudine silenziosa e arrabbiata del cine operatore storico di Rai-Balcani, Miki Stojicic. Lui che la sua lingua la mischia ad un buon inglese e ad un decente italiano, lui che le consuetudini antiche le contesta dal suo primo codino, un'era fa, ora grigio e rado, lui che le canzoni popolari serbe non le canta, ma te le fa ascoltare, lui che i paesaggi li vive attraverso la loop di una telecamera e i cibi li consuma per alimentarsi. Ovviamente la carne serba è la migliore del mondo.
I valori caldi di matrice kosovaro albanese li conosco in parte attraverso Ilir, l'interprete e assistente che affianca Miki. In pubblico parlano tra loro in italiano, in privato, torna il vecchio «jugoslavo» in versione meridionale. Ilir la sua identità nazionale «calda» la traduce nel parlare delle sue speranze di lavoro e prosperità nel trevigiano dei suoi dieci anni da migrante. Recentemente nel ritrovarsi nella tradizione laicamente maomettana della famiglia, cui concede l'eccezione del bicchiere di vino ma non quella di un piatto di maiale.
I «valori caldi» che invece fanno davvero paura sono quelli attorno. Sono quelli dei serbi di trincea, a Kosovska Mitrovica, dove la simpatia per noi italiani sta evaporando assieme alle speranze. Quelli dei serbi delle enclavi etniche grandi o piccole che si sanno condannati alla migrazione. I valori «caldi» albanesi che mi fanno paura sono quelli dell'ultima fila Uck, partigiani del 26 aprile, che aspettano soltanto l'occasione e l'ordine atteso per sfogare le loro frustrazioni nella violenza. Mi fa paura il carnevale perbenistico di una dirigenza politica mascherata in doppiopetto.
Ovviamente in Kosovo, uno cerca anche lo Stato. Torno a Magris e leggo: «Lo Stato è un valore freddo: leggi, regole, sicurezza e assistenza sociale». Leggi. Quali leggi? La legge del più forte, la legge del Canun, la legge della Jungla, le legge dei Clan criminali che si spartiscono territorio ed elettorato? Dov'è la legge in Kosovo, dopo 9 anni di lauta amministrazione internazionale Onu? Se c'è, io non l'ho vista. Qualche regole, forse, dopo 9 anni di fastosa missione internazionale Onu.
Ma quale regola varrà lunedì prossimo? La risoluzione Onu 1244, messa come cappello successivo ai bombardamenti Nato? La risoluzione premette che il territorio del Kosovo fa parte della Serbia, ma la premessa non farebbe parte dei contenuti, sentenzia qualche audace leguleio. Come un titolo di giornale non fa necessariamente parte del contenuto dell'articolo. La regola con l'eccezione incorporata, quindi. Se la regola è l'Onu, cosa c'entra l'Unione europea che sta arrivando? Qualcuno immagina una prossima risoluzione del Consiglio di Sicurezza in proposito col voto di Russia e Cina?
Sul concetto di «Stato freddo», il mio Kosovo parla attraverso le mille diversità della missione internazionale. I militari Nato, innanzitutto, che è noto, non parlano di politica né discutono gli ordini. Gli ordini però devono riuscire a capirli.
I militari di oggi sono colti e intelligenti. Sono gli ordini, spesso, ad essere cretini. I militari che non parlano però pensano, preoccupati di trovarsi di fronte ad ordini arzigogolati e incerti. I civili dell'amministrazione Unmik, obbligati alla riservatezza, restano civili e se non parlano, scrivono. Rapporto su criminalità organizzata e corruzione in Kosovo. La sintesi è che il fenomeno non può essere contrastato in quanto monopolio dell'attuale classe politica cui stiamo per affidare l'autogoverno, anzi l'indipendenza, perdipiù proclamata unilateralmente.
Lo «Stato freddo» che non c'è, non suscita evidentemente reazioni, calde o fredde, della politica internazionale e delle cancellerie. Aspettiamo tutti a commuoverci, in monda visione, per il nuovo inno nazionale kosovaro albanese che sentiremo per la prima volta domenica 17, lasciando al dopo la noia dei «codici freddi». Anche se, in assenza di quei «codici freddi», nel nuovo Kosovo non tutti saranno liberi di cantare, commuovendosi, le loro canzoni.

(Ennio Remondino)


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16 febbraio 2008

Il lato sporco dell'indipendenza del Kosovo

 Il governo fa intendere che la bandiera c'è già. Dovrebbe essere, forse, tricolore e avere in campo i «confini» del Kosovo e le «stelle». È giusto interrogarsi se siano quelle dell'Europa o quelle, più affidabili, degli Stati uniti che hanno costruito il Kosovo come zona franca per traffici oscuri - a partire dalle rendition della Cia come ha denunciato il Consiglio d'Europa - e più grande base militare dell'est con il sito di Camp Bondsteel edificato, nel disprezzo del diritto internazionale, presso Urosevac. Bisogna poi evitare l'accusa di volere la Grande Albania, che tutti ripetono di non auspicare ma che invece è sempre più evidente. Così verrà usata ogni dissimulazione per una costituzione almeno formalmente non etnica. C'è stato caos al tavolo tra esperti internazionali e leader albanesi nella definizione degli articoli costituzionali. Per evitare che a tutti appaia una proclamazione etnica come fu per Slovenia e Croazia, invece che il riferimento al «Kosovo patria degli albanesi» ci sarà la formulazione «patria dei kosovari». Quindi, mutuando l'ambiguità che fu già usata dalla Comunità internazionale per riconoscere l'indipendenza della Bosnia Erzegovina dove «bosniaci» erano tutti, ma tutti subito autoproclamati l'un contro l'altro e subito in guerra fra loro, ecco il principio dell'etnonimo «kosovaro». Che, se riconosce la legittimità sia degli albanesi kosovari che dei serbi kosovari, che dei rom kosovari, di fatto ammette il diritto ad una patria per i soli kosovari rimasti. Vale a dire gli albanesi, perché nel frattempo c'è stata una contropulizia etnica feroce quanto nascosta dai media, sono stati cacciati 300.000 serbi e rom, distrutti 150 monasteri ortodossi, con 1800 persone assassinate e altrettanti desaparesidos.


(Tommaso Di Francesco)


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11 giugno 2007

Facci cagare !

Dalemone : "Basta col partito di lotta e di governo ! "
Fassino: "Hanno ascoltato la tua telefonata con Consorte..."
Dalemone : "Perciò...sniff...sigh...Partito di lotta ! Che sfigaaaaaaaaaa....."


28 maggio 2005

La scalata al Corsera secondo Carlini

Immobiliaristi all'assalto di via Solferino
Nella scalata al Corsera Stefano Ricucci non si ferma. Anzi, a lui si affianca un altro immobiliarista: Danilo Coppola. Mentre scendono in campo i giornalisti, gli azionisti pensano di togliere il titolo Rcs dalla Borsa. Un'operazione costosissima
BRUNO PERINI
La «banda del mattone» all'assalto del Corriere della Sera. Potrebbe essere questo il titolo di giornata della battaglia che si sta giocando in via Solferino e dintorni per il controllo del più importante quotidiano italiano. Non si tratta soltanto di un'aspra guerra finanziaria che si gioca sul terreno editoriale ma di una vera e propria metamorfosi del potere: i nuovi rantiers, carichi di liquidità proveniente dall'alto valore degli immobili, foraggiati per questo da potenti istituti bancari come Capitalia, Popolare di Lodi o Intesa, protetti da alcuni settori del governo Berlusconi interessati a destabilizzare il Corriere della Sera, alleati in alcuni casi a centri di potere vicini ai Ds, come Unipol e Monte dei Paschi di Siena, sono dappertutto, nella battaglia per il controllo di Antonveneta, nella disfida in corso per il comando della Banca Nazionale del Lavoro e in mille altri meandri della comunità degli affari, pronti a dare l'assalto ai centri nevralgici del capitale a colpi di miliardi. Ieri, mentre l'immobiliarista Stefano Ricucci, snobbando le dichiarazioni di Giampiero Pesenti, Cesare Geronzi e Marco Tronchetti Provera, sfidava il patto di sindacato di Rcs, annunciando di essere pronto a rastrellare altro capitale del colosso editoriale controllato da Mediobanca, Fiat, gruppo Pesenti, Banca Intesa, Pirelli-Telecom, un altro esponente della «banda del mattone», tale Danilo Coppola, dichiarava alla stampa: «Il gruppo Rcs? Ci potrebbe interessare. Stiamo valutando cosa fare, potrebbe essere interessante entrare in questa partita». Ci manca una dichiarazione dell'immobiliarista Giuseppe Statuto, alleato di Coppola e Ricucci in Bnl, e la «banda del mattone» è al completo.Chi c'è dietro gli aggressivi raiders? A cosa mira Ricucci? Perchè continua a rastrellare azioni nonostante la potente barriera di sbarramento dei grandi azionisti di Rcs? Queste sono le domande più difficili a cui neppure esponenti di primo piano del gruppo editoriale sanno rispondere. Di certo Stefano Ricucci è visto di buono occhio dall'entourage di Palazzo Chigi e da alcuni esponenti della Lega, legati a loro volta al patron della Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani, finanziatore dell'immobiliarista. Al governo Berlusconi non piace per nulla la piega che ha preso il Corsera di Paolo Mieli e piace ancora di meno quel salotto di signori che controlla il gruppo Rcs; dunque se qualcuno lo destabilizzasse non gli dispiacerebbe affatto. Il Cavaliere si toglierebbe una spina nel fianco una volta per tutte. Vi è tuttavia un altro asse politico finanziario al quale Ricucci è legato, che passa attraverso la società Hopa di Emilio Gnutti, (con il quale condivide un accusa di aggiotaggio e insider trading), l'Unipol, socio e membro del patto di sindacato di Hopa, e il Monte dei Paschi di Siena che ha come riferimento politico dichiarato il presidente dei Ds Massimo D'Alema. Sono le cosiddette «relazioni pericolose» dei Democratici di sinistra. Non è un caso che i Ds tacciano su tutta la questione e non è neppure un caso che nelle battaglie per il controllo delle banche, vedi Antonveneta e Bnl, l'Unipol sia sempre dalla parte più «innaturale», ovvero sia alleata con gruppi finanziari filo governativi. Si dice che Fassino non veda di buon occhio queste anomale alleanze ma l'Unipol risponde cinicamente che gli affari sono affari. Ieri sono scesi in campo anche i giornalisti del Corriere della Sera. I fronti aperti dalla redazione di via Solferino sono due: uno contro «una minaccia esterna crescente che ogni giorno occupa le cronache di Borsa», di fronte alla quale «non c'è una capacità di difesa dell'azienda», e l'altro contro l'atteggiamento «ottuso e burocratico del management, ovvero dell'amministratore delegato Vittorio Colao, che rifiuta di fornire al giornale «le risorse indispensabili, in uomini e mezzi, perché il Corriere possa difendersi ed onorare il primato in edicola». L'accusa nei confronti di Colao che viene sussurrata nei corridoi della redazione è pesantissima: «E' un ragioniere, è soltanto in grado di guardare ai conti e alla gara di redditività con la Repubblica ma è miope e ottuso quando si tratta di valutare la situazione da un punto di vista politico ed editoriale. Se non intervengono gli azionisti, la guerra con lui sarà durissima».Le parole dei giornalisti sono altrettanto affilate nei confronti di Stefano Ricucci: «Il rastrellamento di azioni da parte di Stefano Ricucci, in assoluta mancanza di trasparenza, alimenta inquetudini... continua infatti a mancare la decisione da parte dei protagonisti di rendere il Corriere inespugnabile». Cosa significa rendere inespugnabile il Corsera? L'ipotesi migliore che viaggia in via Solferino è quella di una fondazione o un'accomandita che faccia da garante al quotidiano, l'ipotesi peggiore è che il gruppo Rcs venga tolto dalla Borsa in modo da impedire qualsiasi scalata. Un'ipotesi questa che comporterebbe un enorme esborso di quattrini perché il patto di sindacato dovrebbe lanciare un'opa oltre la sua quota di controllo, acquistando a prezzi molto alti anche il pacchetto nelle mani di Stefano Ricucci. 
 


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