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29 marzo 2010

La logica in Schlick

 

Qualche premessa

 

Per Schlick la scienza non è semplice collezione di conoscenze, ma un nesso organico e razionale tra conoscenze (quello che i greci chiamavano logos). Quando di due termini riduciamo l’uno all’altro, dobbiamo ritrovare un terzo termine che è il nesso tra i primi due : il sillogismo è appunto un terzo giudizio generato dalla connessione dei primi due.

Schlick poi distingue tra presupposti genetici (la via spesso casuale attraverso cui gli uomini stabiliscono i singoli giudizi) e presupposti valicativi (le dipendenze sussistenti tra i giudizi nel sistema compiuto delle verità). Egli, partendo dal presupposto che la negazione è solo un segno psicologico dell’imperfezione del nostro pensiero, elimina dai 19 sillogismi base (distribuiti in quattro figure) i 12 sillogismi contenenti giudizi negativi affermando che ce ne sono solo sette.

Schlick considera di rilevanza provvisoria dal punto di vista scientifico anche i giudizi particolari : infatti essi lasciano indeterminata quale parte di un intero insieme di oggetti viene intesa come sussulta da un concetto (inoltre, aggiungiamo noi, essi implicano l’esistenza di giudizi negativi del tipo “Alcuni non …”).

Un giudizio particolare scientificamente rilevante lo possiamo stabilire solo quando effettivamente conosciamo degli S che sono P. Un giudizio particolare per Schlick è solo un’abbreviazione imperfetta per il giudizio “S1, S2… sono P” : la traduzione di “Alcuni S sono P” in “x, y e z sono P” è la trasformazione dei giudizi particolari in giudizi universali.

Schlick poi dei sette sillogismi rimasti toglie quei sei dove c’è un giudizio particolare : rimane a questo punto solo il sillogismo “Barbara”e cioè ([tutti gli M sono P] Ù [tutti gli S sono M]) ® (tutti gli S sono P), dove tutti i giudizi sono universali. L’essenza di questa inferenza è per Schlick la sussunzione di un caso specifico sotto una proposizione generale.

Schlick aggiunge che il dictum de omni è una definizione del concetto di classe. Le dimostrazioni matematiche sono sillogismi del tipo “Barbara” in forma abbreviata con le premesse minori non esplicitate. Ad es. 1) Ogni triangolo rettangolo è così-e-così  2) ABC è un triangolo rettangolo 3) ABC è così-e-così.

In questo caso la correttezza della premessa minore è data da una definizione (o in geometria da una costruzione geometrica).

 

 

Sigwart e la geometria

 

Schlick poi passa alla discussione di alcune tesi di Sigwart per il quale :

  • Le inferenze geometriche solo apparentemente sono sillogismi
  • La geometria non ha solo a che fare con il rapporto di sussunzione tra concetti, ma deriva le sue proposizioni con l’ausilio di relazioni legiformi non contenute nelle definizioni ma radicate altrove

Schlick obietta che, nel moderno sistema rigoroso della geometria (Hilbert) sono usate solo le relazioni contenute nelle definizioni e dunque tutte le leggi di relazioni sono presentabili come rapporti di subordinazione tra concetti. E aggiunge che ogni concetto logico è un punto nodale di relazione. Questo che vale per la geometria vale anche per aritmetica ed algebra. Lo stesso calcolo è un’inferenza fatta sulla base di teoremi generali : i massimi principi costituenti assiomi o definizioni validi per tutti i numeri sono applicati di volta in volta a numeri specifici e le proposizioni così ottenute vengono poi a loro volta applicate ad altre espressioni numeriche. Anche le espressioni aritmetiche rientrano in questo schema, in quanto sono nient’altro che segni più complicati per indicare un numero. Per Schlick lo schema logico del calcolo sarebbe questo :

 

    1. La tale proposizione vale per tutti i numeri
    2. a, b… sono numeri
    3. La tale proposizione vale per a, b…

Egli conclude dicendo che tutto il calcolare è un sostituire (mettere simboli al posto di altri) e sostituire vuol dire sussumere. Ad es. noi otteniamo il valore di (a+b+c)2, considerando questa espressione come caso specifico dell’espressione (x + c)2 in cui il numero x ha in questo caso la forma specifica (a+b). La sostituzione di segni differenti per uno stesso concetto è una sussunzione nella quale i due concetti hanno la stessa estensione.

 

 

I sillogismi

 

Schlick poi dice che le inferenze rigorose di altre scienze non sono differenti logicamente da quelle matematiche ed ammette che il pensiero umano solitamente non si svolga in maniera logica, ma ritiene giustamente che la logica sia lo strumento migliore per sistematizzare il pensiero umano.

Schlick sostiene che :

  • I giudizi particolari non hanno utilità per una interconnessione rigorosamente sistematica.
  • La struttura di Barbara, unico sillogismo che garantisca la concatenazione sicura delle verità tra loro, ci insegna che la conclusione di un qualsiasi sillogismo non contiene mai una conoscenza che non sia presupposta come valida nella premessa maggiore oppure in ambedue le premesse dell’inferenza. La premessa maggiore di un sillogismo già presuppone per la sua validità la verità di giudizio che poi compare come conclusione. Infatti in Barbara noi siamo certi della correttezza della premessa maggiore solo quando ci siamo persuasi che davvero tutti gli M senza eccezione sono P. Di questi M però (per la premessa minore) fanno parte anche tutti gli S dei quali dobbiamo già sapere che sono P prima ancora di poter affermare la validità della premessa maggiore. Quindi, affinché si possa stabilire la premessa maggiore, deve esserci già noto che tutti gli S ammettono di essere designati dal concetto P.
  • Dunque in genere le premesse delle verità logiche sono ipotetiche e la logica di per sé non ci dà conoscenza. Essa è la certificazione sistematica delle conoscenze che riteniamo di avere. Essa struttura le nostre ipotesi, le nostre presunzioni e le nostre intuizioni in maniera che diventino conoscenza.

Schlick fa l’esempio dell’ipotesi scientifica :

    1. Nella propagazione di onde in determinate circostanze si presentano fenomeni di diffrazione e di interferenza.
    2. I raggi Rontgen sono propagazioni di onde.
    3. Nei raggi Rontgen in determinate circostanze si presentano fenomeni di diffrazione e di interferenza.

Schlick dice che in questo caso il sillogismo non serve affatto a derivare una nuova verità da proposizioni valide, ma svolge solo il ruolo di un filo conduttore nella ricerca di istanze empiriche che servano da sostegno alla validità dell’ipotesi da verificare che è in questo caso la proposizione (2). Quando ci chiediamo se il sillogismo produca nuova conoscenza, vogliamo sapere se in esso sia insita la garanzia della validità di detta conoscenza.

 

 

La logica come conoscenza analitica

 

Schlick poi dice che quando applichiamo “Tutti gli uomini sono mortali” ad un individuo ancora vivente, la conoscenza di un individuo non viene ottenuta attraverso il sillogismo stesso, la cui premessa maggiore già presuppone la validità della conclusione. Il vero avanzamento di conoscenza sta nel passaggio dalla proposizione “Tutti gli uomini che sono morti finora erano mortali” alla proposizione “Tutti gli uomini sono mortali” e questo passaggio viene compiuto già prima di aver stabilito la premessa maggiore. La nostra inferenza fa uso del ponte già in precedenza gettato dal particolare all’universale per procedere su di esso all’indietro. La questione della legittimità di quel passaggio costituisce il problema dell’induzione. Quest’ultima non ha niente a che fare con meri rapporti tra concetti, ma riguarda la realtà stessa designata dai concetti.

Schlick esamina anche l’obiezione per cui in proposizioni come “Ogni evento ha una causa” si afferma non l’universalità del numero dei casi individuali, ma la necessità è in ogni caso individuale di connettere il predicato con il soggetto. La proposizione in oggetto non constata solo che, in ogni caso in cui ha luogo un evento, è presente anche una causa, ma afferma che ad ogni evento appartiene di necessità una causa. A questa obiezione Schlick oppone le seguenti osservazioni :

  • Ciò presuppone che noi co(nosciamo) proposizioni del tipo indicato la cui validità per noi è assolutamente certa e ciò indipendentemente dall’esperienza che invece ci dice solo ciò che è e mai ciò che deve essere. In pratica in questo caso si presuppongono giudizi sintetici apriori ed un argomento che presuppone tali giudizi per noi non ha peso.
  • Anche in questo caso l’avanzamento di conoscenza non sarebbe dovuto al sillogismo, ma solo a quella facoltà del nostro spirito che ci assicura della validità della premessa maggiore, la quale nel sillogismo si inserisce già con il suo valore di verità

Schlick dice anche che, se applichiamo la proposizione che ogni evento ha una causa ad un processo specifico e quindi affermiamo che anche quest’evento è casualmente condizionato, questa conoscenza non ci sembra affatto nuova e sorprendente, anche se quell’evento fosse di un genere del tutto nuovo e mai osservato. Noi semplicemente lo inseriamo senza stupore nello schema del principio di causalità espresso dalla proposizione.

Schlick poi dice che si possono dare casi diversi da questo, nei quali la conclusione di procedimenti sillogistici (ovvero i risultati di un calcolo) ci sorprendono e ci pervengono come conoscenza inattesa. Ciò dimostra però, secondo Schlick solo che psicologicamente l’esito non era stato già pensato nelle premesse maggiori. Ciò non vuol dire che logicamente non fosse contenuto in esse. Noi non ci interroghiamo su cosa sappia questo o quell’individuo, ma unicamente su come i giudizi conseguano l’uno dall’altro e si connettano nel dominio della verità.

Schlick aggiunge che la verità “113 è un numero primo” può essere per uno scolaro qualcosa di nuovo. Non di meno esso si lascia derivare il modo puramente sillogistico dalle definizioni dei concetti “numero primo” e “113 e logicamente è dato contemporaneamente a tali definizioni. Egli conclude che si tratta dei rapporti ideali tra giudizi e non delle concatenazioni degli atti di giudizio che li presentificano nella coscienza e che sono ovviamente processi reali.

 

 

Alcune obiezioni

 

Schlick poi passa a criticare la teoria di Bradley, Riehl e Storring, secondo cui alcune inferenze deduttive sono sicuramente giudizi sintetici. Questi autori dicono che, in proposizioni tipo “(A>B e B>C) ® (A>C)” la conclusione contiene una verità che non è data in nessuna delle due asserzioni precedenti. Infatti nella prima premessa non si dice nulla circa C, mentre nella seconda non si dice nulla circa A. La conclusione che parla del rapporto di A con C sarebbe qualcosa di completamente nuovo. Riehl aggiunge che queste inferenze non sarebbero sillogismi dal momento che ad esse mancherebbe il termine medio, ma la loro forma sarebbe più semplice di quella sillogistica. Schlick obietta che questa classe di inferenze deve il suo particolare carattere alla natura peculiare dei concetti di ordine che ricorrono in esse, concetti come “maggiore di…” oppure “a destra di…”. Le inferenze in questione possono essere concepite come formulazioni abbreviate di sillogismi regolari di natura composta. La conclusione cioè in essi non segue immediatamente e senz’altro dalle premesse : può essere tratta solo con l’ausilio di certi principi che non vengono per sé enunciati, ma che pure entrano nei processi di rappresentazione sotto una forma intuitiva e che per questo passano inosservati. Questi principi tuttavia sono forniti dalle definizioni di quei concetti d’ordine che vengono usati nelle inferenze.

Secondo Schlick ad es. la relazione “maggiore di…” può essere paradigmatica, in quanto le inferenze affini si lasciano ricondurre a questo stesso schema. Ad es. “A è a destra di B” vuol dire ad es. che, se A e B sono due punti con ascisse positive, quella di A è maggiore di quella di B.

Schlick dice che, per giudicare se il contenuto della conclusione vada o no oltre il contenuto delle premesse, noi dobbiamo prescindere da tutti gli oggetti reali o intuitivi per i quali l’inferenza può valere, altrimenti corriamo il pericolo di prendere per una derivazione puramente logica qualcosa che in verità è stato solo un desumere dall’intuizione. Ma ciò significa che dobbiamo rifarci alle definizioni implicite dei concetti che compaiono nell’inferenza. I concetti implicitamente definiti tra i quali sussiste la relazione “maggiore di…” si chiamano numeri (infatti inferenze della forma considerata sono applicabili alla realtà solo laddove si tratti di oggetti numerabili o misurabili). Quindi le definizioni con cui abbiamo qui a che fare sono nient’altro che il sistema di assiomi della teoria dei numeri o aritmetica.

Schlick continua dicendo che, seppure la questione della completa incontraddittorietà  del sistema di assiomi dell’aritmetica non è stata ancora definitivamente risolta, si può dire che di solito in questo sistema di assiomi la relazione “maggiore di…” viene definita semplicemente con l’ausilio della proprietà della transitività (si intende per relazione transitiva una relazione R tale che soddisfi la condizione per cui, se valgono aRb e bRc, allora vale anche aRc).

Si vede subito, conclude Schlick, che, stando così le cose, non è più possibile affermare delle inferenze in questione che esse condurrebbero a conoscenze nuove. Al contrario esse dicono del tutto banalmente solo ciò che è contenuto per definizione nei concetti impiegati. Inoltre quelle inferenze possono essere presentate, anche se in maniera più complicata, nella forma classica del normale sillogismo “Barbara” nel qual caso allora compare come una delle premesse del sillogismo (essendo “maggiore di…” una relazione transitiva).

Schlick poi, da un lato ammette che, data la ricchezza di relazione celata nella definizione implicita, la proposizione “A è maggiore di B” contiene molto più di quanto sembri a prima vista e cioè che A è maggiore anche di tutti quei numeri che sono minori di B. Anche qui la conclusione non ci dice niente di nuovo ed anzi ci dice meno che la prima premessa.

Schlick infine critica la tesi di Durr per il quale nel concetto di B non è implicito che C sia minore di B. Schlick obietta che è implicito nel concetto di un determinato numero (il quale numero specifichi secondo l’esperienza il posto di B) che tale numero è maggiore di un certo altro numero (del quale l’esperienza abbia insegnato essere quello che individua la collocazione dell’oggetto C).

Schlick conclude dicendo che, nell’esercizio pratico del pensiero, tutte le nostre definizioni sono costituite in modo da correre parallelamente al rappresentare intuitivo, in quanto in definitiva devono pur sempre servire a designare ciò che è intuito attraverso i concetti. Tuttavia, dove, nell’interesse di un assoluto rigore, l’essenza dei concetti ci è lecito ravvisarla solamente nelle relazioni in cui essi stanno tra loro, consideriamo i concetti indipendentemente dai loro scopi, ecco che allora il tipo di inferenza usato diventa una vera e propria struttura sillogistica, un’inferenza da proposizioni generali. Dal momento che queste proposizioni sono semplicemente le definizioni da cui l’inferenza procede e non le si può concepire come principi secondo i quali si compie l’inferenza (tesi di Riehl).

Schlick dice che con quello che sappiamo sulla vera natura dei giudizi e dei concetti, tale risultato non arriva a sorprenderci. Come potrebbe accadere che, combinando fra loro dei giudizi, ne uscisse qualcosa che non fosse fin da principio contenuto in essi ? Concetti e giudizi non sono cose reali, configurazioni plastiche che, dispiegandosi e sviluppandosi, possano generare qualcosa di nuovo. Essi sono segni fissi che non hanno mai proprietà diverse da quelle che sono state loro attribuite mediante definizione. Per quanto si voglia concatenare tra loro concetti o giudizi, quello che ne potremo ottenere saranno forse nuove formazioni concettuali, mai però nuove conoscenze. Il puro pensiero consiste solo nello svolgere quello che è contenuto nelle premesse maggiori, cioè nel disciogliere quanto è raggruppato in esse.

Per Schlick l’origine delle proposizioni generali che fanno da premesse è diverso nelle diverse discipline ed aggiunge che, nelle pure scienze di concetti come l’aritmetica, esse hanno tutte il carattere di definizione. Egli chiarisce poi che, per la deduzione ovviamente, per l’inferire rigoroso stesso, non c’è più bisogno di alcuna esperienza, in quanto, per ottenere la proposizione che costituisce la conclusione di un’inferenza, si richiedono solo le proposizioni che costituiscono le premesse in quanto in esse è celata la conclusione e si tratta solo di tirarla fuori per mezzo dell’analisi.

 

 

I giudizi particolari e “Barbara”

 

Schlick non sembra cogliere il fatto che, se diciamo che “x, y, z sono P”, facciamo una descrizione e non un giudizio scientifico. E ciò accade anche quando diciamo che “Alcuni S sono P”, se ciò segue dall’osservazione che (x) Ú (y) Ú (z) sono P.

Scientifica invece è la deduzione che “Almeno un S è P” oppure  che (x) Ú (y) Ú (z) sono P, ma non l’affermazione in sé.

Che un giudizio particolare sia un’abbreviazione imperfetta per un giudizio estensionale (“S1, S2sono P”) è vero da un punto di vista ontologico-naturalistico, ma da un punto di vista ingenuo si può dire con ragione “Alcuni S sono P” anche senza aver visto determinati S che sono P.

Ma Schlick compie un errore marchiano nel dire che la traduzione di “Alcuni S sono P” con “x, y, z sono P” sia una trasformazione dei giudizi particolari in giudizi universali, Si tratta invece di un passaggio ad una serie di giudizi singolari, a meno che l’universalità non stia nell’uso delle variabili, ma a questo punto staremmo di nuovo all’indeterminazione di “Alcuni S sono P”.

Anche nel definire il sillogismo “Barbara”, Schlick è completamente fuori strada, dal momento che lo definisce come la sussunzione di un caso specifico sotto una proposizione generale, mentre nella forma canonica esso è la sussunzione di una proposizione generale (la conclusione) sotto un’altra proposizione generale (la premessa maggiore) per il tramite di una terza proposizione generale e cioè la premessa minore (“Tutti gli M sono P; Tutti gli S sono M; Tutti gli S sono P”). Se poi si usa la forma modificata con dei giudizi singolari (“Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; Socrate è mortale”) abbiamo la sussunzione di un caso specifico sotto una proposizione generale sì, ma tramite un altro caso specifico (“Socrate è un uomo”). A meno che Schlick intenda dire che “Socrate” sia il caso specifico sussunto attraverso il sillogismo al predicato “mortale”, essendo già sussunto nella classe degli uomini. In questo caso però la sussunzione avviene in presenza di una sussunzione già data (la premessa minore).

 

 

Calcolo numerico e deduzione logica

 

Quanto all’idea di interpretare il calcolo numerico come un’inferenza, ci sono problemi che vanno esaminati : ad es. che rapporto c’è tra la sostituzione di segni e la deduzione logica ?

Inoltre Schlick quando evidenzia lo schema logico del calcolo, trascura il fatto che nel calcolo la generalizzazione è implicita nell’uso stesso dei simboli, nell’uso cioè delle stesse cifre o delle stesse variabili. Dicendo che il calcolo è una sostituzione e che le sostituzioni sono delle sussunzioni, Schlick fa una descrizione più aderente, ma diversa dallo schema sillogistico prima presentato.

Egli ammette pure che tra matematica e logica non v’è nessun rapporto privilegiato, in quanto le inferenze rigorose di altre scienze non sono differenti logicamente da quelle matematiche.

Il punto probabilmente è che la logica è un metodo di sistematizzazione delle scienze e la matematica è stata una delle prime scienze ad essere sistematizzata e ad usare implicitamente il quantificatore universale nell’suo dei simboli al fine di generare proposizioni logicamente vere.

 

 

La verificazione delle premesse

 

La concezione di Schlick è molto originale, ma trascura la natura propria della verità logica, la quale astrae dalla verificazione delle premesse, per mettere invece in evidenza la connessione tra le proposizioni. La vera struttura del sillogismo infatti è : “Se tutti gli uomini sono mortali e Socrate è un uomo, allora Socrate è mortale”. Questa verità logica è tale a prescindere dalla verificazione estensionale (caso per caso) delle premesse. Dato “Se tutti gli uccelli hanno le ali ed il canarino è un uccello”, allora Giorgio, sapendo che Aldo ha un canarino, può inferire legittimamente che il canarino abbia le ali, senza fare la verifica che tutti gli uccelli abbiano le ali.

Schlick inoltre non tiene conto del fatto che la verifica completa di una proposizione universale è  impossibile (giacché non si può neanche dire con certezza se un insieme abbia un numero finito o infinito di elementi : ad es. dei leoni possono anche esistere su altri pianeti …).

Perciò la logica considera cosa sia vero data la verità di alcune altre proposizioni, per cui la verifica delle premesse non è rilevante (la logica comincia quando alcune proposizioni sono state già verificate o stipulate per vere). Essa è uno strumento per collegare proposizioni che si considerano vere per ipotesi, per convenzione o per evidenza empirica. La verità logica rispetto a quella fattuale si trova ad un livello meta-linguistico.

 

 

La conoscenza non è una proprietà logica

 

Schlick poi riduce il ruolo della logica a quello di motore di ricerca di istanze empiriche che sostengano la validità delle ipotesi da verificare. In realtà la logica, sistematizzando le credenze, consente anche di verificare le ipotesi assunte. Tuttavia sapere che da certe premesse derivino certe conseguenze è una conoscenza in più, dal momento che la conoscenza non è una proprietà logica delle proposizioni, ma il processo psicologico che consente la consapevolezza della verità di una proposizione. La conoscenza è un evento fenomenologico posto in essere da proprietà logico-ontologiche delle proposizioni.

Schlick confonde la verità logica con quella fattuale e vuole la certezza della verità della conclusione del sillogismo, mentre la verità logica è una verità metalinguistica che non si applica a proposizioni atomiche. Tuttavia essa ha un’ importanza pragmatica, dal momento che ci consente di orientarci razionalmente nei casi specifici grazie al fatto che rende più corrette le inferenze deduttive che effettuiamo quotidianamente (anche senza esplicitarle).

La conoscenza prettamente logica è la deduzione della conclusione dalle premesse. Altro è il fatto che la conclusione sia logicamente implicita nelle premesse, altro è il fatto (non vero) che la conoscenza della conclusione sia implicita nella conoscenza delle premesse, in quanto non esiste conoscenza che non sia esplicitazione (consapevolezza) e dunque una conoscenza implicita è una contraddizione in termini.

Schlick confonde :

  • La sua capacità e rapidità di apprendimento con l’assenza di qualcosa che debba essere appreso. Se avesse letto le ricerche sperimentali di Piaget sull’apprendimento infantile, con tutta la sorpresa legata all’apprendimento di cose “ovvie”, egli avrebbe forse cambiato idea.
  • Le verità logiche (rapporto tra proposizioni) e le verità di fatto (rapporti tra proposizioni e stati-di-fatto).
  • La costruzione di enunciati (opera del soggetto linguistico) ed il costituirsi di proposizioni (che sono stati-di-fatto ideali).
  • Una verità logica e la conoscenza di tale verità logica e dunque un rapporto sintattico con una relazione epistemica quale è la conoscenza (il primo del tutto autonomo dallo psichico mentre nel secondo l’aspetto psichico di consapevolezza ha un ruolo centrale).

Inoltre la deduzione logica può presupporre una conoscenza metafisica della relazione tra l’idea di “umano” e l’idea di “mortale”. Che questo legame sia un salto induttivo è un presupposto come un altro, ma il fatto che dipenda dalla realtà è vero sino ad un certo punto perché è sempre possibile reinterpretare una smentita ricorrendo alla sfera del Divino e dire “Sembra un uomo ma è un Dio” oppure “Essendo caro agli Dei, è stato assunto tra loro”. In pratica si può in ogni momento difendere il legame tra concetti da qualsiasi  rapporto di verifica con la realtà empirica.

 

 

 

Ogni evento ha una causa

 

Quanto all’analisi del principio di ragion sufficiente, Schlick ha ragione nel dire che esso potrebbe essere solo una proposizione sintetica a priori, anche se non è vero che argomenti che presuppongano giudizi sintetici a priori non possano essere presi in considerazione. Schlick poi sbaglia anche nel considerare ininfluente la premessa minore del sillogismo che costituirebbe il principio suddetto : egli infatti confonde la premessa maggiore con tutte le proposizioni (gli esempi particolari) che verificano la premessa maggiore stessa e tutte le proposizione legate a tale verifica. Anche qui dunque significato, verità e verificazione assumono un collegamento troppo stretto (è il riduzionismo neopositivista ad istituirlo). In realtà la supposta verifica  della premessa maggiore sarebbe in parte il sillogismo stesso e dunque essa non è implicita nella premessa maggiore, ma solo in entrambe le premesse (se ciò che dice Schlick fosse vero, non ci sarebbe bisogno di sillogismi).

Per fare un es. il sillogismo può avere la seguente struttura :

  1. Tutti gli x che hanno le proprietà A,B,C hanno anche la proprietà D.
  2. Socrate ha le proprietà A, B, C.
  3. Dunque Socrate ha anche la proprietà D.

Schlick invece fa un ragionamento con questa struttura solo apparentemente non sillogistica :

  1. Tutti gli x che hanno le proprietà A, B, C. hanno anche la proprietà D.
  2. Socrate ha le proprietà A, B, C … dunque D.

 

 

 

1/3 è un numero primo

 

Quando poi Schlick cerca di dimostrare che “1/3 è un numero primo”, pur essendo una nozione nuova per uno scolaro, si lascia derivare in modo puramente sillogistico dalle definizioni di “numero primo” e di “1/3”, egli trascura che una conclusione è tale proprio se le definizioni dei termini sono state così costituite, ma tale costituzione segue da proprietà che si attribuiscono attraverso progressive intuizioni noematiche, tali da rendere la conclusione suddetta una nozione nuova per uno scolaro. Solo dopo che tali intuizioni sono acquisite, si può strutturare il sapere conseguito in forma tale per cui la conclusione derivi analiticamente dalle premesse. Ma si tratta appunto di una modalità sistematica di organizzazione del sapere, non di una struttura essenziale delle proposizioni. I rapporti ideali tra le proposizioni (che non riguardano affatto la natura analitica o sintetica della conoscenza ad esse collegata) appartengono all’ontologia e solo di riflesso ad una costruzione formale ed utopisticamente completa della conoscenza (cristallizzata nella scrittura dei manuali o delle enciclopedie). La conoscenza concreta invece è un processo psicologico reale.

Schlick insomma ha una concezione della scienza come sistema già dato e verificato.

 

 

Conoscenza analitica e relazioni transitive

 

Quanto ai concetti d’ordine comparativi (es. “maggiore di …”), la nozione che Schlick usa di sillogismi regolari di natura composta è piuttosto problematica e sembra essere una categoria ad hoc per spiegare un’inferenza che non sembra lasciarsi ridurre ad un sillogismo. Concetti relazionali e comparativi come “maggiore di …” e “a destra di …” sembrano essere strutture ideali platoniche grazie alle quali è possibile una sorta di conoscenza sintetica a priori. Schlick ammette comunque che in queste inferenze la conclusione non segue immediatamente dalle premesse ed allora se si tratta di sillogismi almeno non si tratta di tautologie. I principi che non vengono per sé enunciati di cui parla Schlick sembrano proprio essere degli a priori, delle strutture ideali che caratterizzano gli enti relazionali (concetti d’ordine) che fondano questo tipo di inferenze.

Quanto al fatto che la relazione “maggiore di …” possa essere paradigmatica, in realtà ci troviamo di fronte ad una opzione riduzionistica (ad es. “a destra di …” riconducibile a  maggiore di …”), dal momento che è possibile anche una riduzione inversa (ad es.  maggiore di …” riconducibile a a destra di …”). Bisogna anche sottolineare che tale riduzione mantiene  un altro aspetto arbitrario proprio perché nessuno ci obbliga logicamente a simulare che “destra” sia sinonimo di “maggiore”. E’ molto probabile si tratti di analogie solo parzialmente applicabili.

Inoltre cosa intende in questa suo argomento Schlick per “intuitivo” ed “intuizione” ? Cosa differenzia l’individuazione di una definizione implicita da un’intuizione ? Poi dato un collegamento tra “a destra di …” e “maggiore di …” ed un altro collegamento tra “maggiore di …” e “numeri”, si può parlare di un collegamento dello stesso tipo tra “a destra di …” e “numeri” ? E tale collegamento è della stessa forza ? Qui dovrebbero parlare gli esperti di logica fuzzy.

Schlick poi per ridurre una presunta conoscenza sintetica a priori ad una tautologia, mette quale premessa di tale conoscenza la regola di deduzione che rende possibile il passaggio dalle premesse alla conclusione. E’ questa una procedura logicamente corretta ? E così facendo non si crea una terza premessa del sillogismo ? Quale figura logica si costituisce in questo modo ? A sua volta la regola di deduzione sembra essere la funzione proposizionale che schematizza l’intera inferenza e dunque sembrerebbe che il carattere tautologico dell’inferenza sia esemplificabile solo con una tautologia (dove la premessa del sillogismo è lo stesso sillogismo con le variabili al posto dei termini).

Schlick continua a presupporre che nelle premesse sia già tutta intera la conclusione (dicendo che aRb implica che a sia maggiore di tutti i valori inferiori di b) e che il carattere universale della premessa maggiore renda non sintetica l’intera inferenza. Inoltre egli pensa che la definizione implicita sia riducibile ad un sillogismo e per fare questo pare a volte ipotizzare sillogismi di nuova specie. Forse invece la definizione implicita contiene proprio quella che chiamiamo conoscenza sintetica a priori e ridurla ad un sillogismo potrebbe risultare aporetico, dal momento che l’esplicitazione delle relazioni implicite, con una verifica praticamente illimitata dei singoli casi ricompresi nella premessa maggiore, costituirebbe proprio la conoscenza della realtà ideale, conoscenza mai costruibile una volta e per tutte e dunque mai definibile come analitica.

Nel momento in cui Schlick ne vorrebbe dimostrare l’analiticità è costretto a fare quella verifica empirica che vorrebbe eludere e a rimettere in gioco la premessa minore di cui vorrebbe ridimensionare il ruolo. Senza contare che se la premessa minore fosse diciamo “ingoiata” dalla premessa maggiore, quest’ultima sarebbe in maniera ancora più evidente una funzione proposizionale saturabile illimitatamente proprio dai casi empirici, perdendo il proprio carattere solo formale che le si vuole attribuire.

 

 

Conclusioni : la natura delle definizioni implicite

 

Schlick presuppone che i concetti siano nostri artefatti, magari anche rigidi. Ma da dove deriva tale conclusione, visto che questa non viene accettata dall’Idealismo oggettivo  e dunque non va presa come una premessa indubitabile ? Per Hegel ad es. lo svolgersi del Concetto era conoscenza. Schlick non ci spiega nemmeno perché la contemplazione di nuove formazioni concettuali non sarebbe nuova conoscenza. Né perché non lo sia l’esplicitazione di ciò che è implicito. Una conclusione celata, una volta scoperta, non dà luogo ad una conoscenza ? E dire “Si tratta solo di tirarla fuori” non nascondo nel “solo” tutta le difficoltà e l’avventura della riflessione filosofica ?

Schlick nega in realtà l’evidenza del carattere storico sia della conoscenza, sia delle stratificazioni dei concetti che rendono possibile quest’ultima. I concetti poche volte nel corso della storia sono stati costruiti come in fabbrica, sapendo cioè perfettamente quello che c’è dentro. Le stesse definizioni implicite attinte da Hilbert non sembrano costruite e di esse spesso non sembriamo avere consapevolezza (per cui la costruzione della geometria euclidea è la croce e la delizia degli studenti).Esse sono talmente strane da motivare forse Wittgenstein a dire che la logica sia qualcosa che si mostra.

Infine, se nel sillogismo la premessa minore deriva da quella maggiore, attraverso il suo esplicitarsi estensionale, allora il processo inferenziale non è limitato solo alla deduzione della conclusione, ma anche alla verifica ed all’articolarsi delle premesse e dunque al rapporto di volta in volta empirico con l’illimitatezza del particolare.

 

 


22 marzo 2010

Definizioni e sistemi formali in Schlick

 

Le difficoltà dei rapporti tra percezione e memoria ed il ruolo dei concetti

 

Schlick dice che, se ho in mano un pezzo di metallo, non posso sapere se è argento sulla base della comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnemonica. Dobbiamo infatti ricorrere al concetto scientifico di argento (peso specifico 10,5 oppure peso atomico 108 etc.) e vedendo se il pezzo di metallo ha queste proprietà, veniamo a sapere se si tratta di argento o meno.

Schlick poi nota che anche la lettura di una scala, la posizione di un indice sono osservazioni sensoriali, riconoscimenti di immagini percettive e dunque sottoposte all’insicurezza di cui si è parlato prima. Egli da ciò deduce il fatto che ogni definizione si riferisce a caratteristiche che alla fine sono sempre di natura intuitiva. Schlick riconosce che la difficoltà per la quale erano stati introdotti i concetti è stata soltanto spostata, ma tuttavia con l’introduzione dei concetti è possibile, grazie a definizioni appropriate, trasferire quella difficoltà a livelli dove ogni errore può essere escluso con una sicurezza sufficiente per tutti gli scopi delle scienze individuali.

A tal proposito Schlick fa degli esempi :

  • Se il concetto di “pesce” è quello di un animale che depone uova e respira per mezzo di branchie, non si potrà mai cadere nell’errore di prendere una balena per un pesce.
  • Anche le caratteristiche del concetto di “argento” sono scelte allo stesso modo cosicché, per tutti i fini pratici come per quelli scientifici, il riconoscimento possa essere garantito con precisione sufficiente.

 

La necessità dell’intuizione

 

Schlick però intravede un’altra possibile obiezione e la sviluppa compiutamente : tale obiezione afferma che, essendo la definizione di un concetto consistente nella specificazione delle sue caratteristiche, queste, perché possano essere determinate con esattezza, debbono venire definite a loro volta e cioè risolte in ulteriori caratteristiche e così via. Le alternative sono a questo punto due :

  • Un regresso ad infinitum che renderebbe illusorio ogni definire.
  • Un arrivo a caratteristiche intuitive non suscettibili di definizione, che però per loro natura non sarebbero esatte e l’esito sarebbe lo scetticismo.

Schlick aggiunge che i vissuti empirici non sono oggettivamente indeterminati, ma tuttavia sono instabili e transeunti così da rendere problematica la loro riproduzione e la loro conoscenza, giacchè il ritenerli nella memoria va incontro a difficoltà già evidenziate.

Schlick poi riferisce la tesi dei logici (tesi forse di ispirazione aristotelica) per cui i principi primi della logica non solo non sono suscettibili di definizione, ma non ne avrebbero nemmeno bisogno : il contenuto dei concetti più semplici viene esibito dall’intuizione (ostensione).

Schlick argomenta che questa tesi o significa che l’intuizione non è confusa, ma chiara e distinta, oppure significa che la certezza assoluta non è né raggiungibile né forse necessaria (Gorgia e forse Stuart Mill). Secondo quest’ultima concezione, anche le proposizioni dell’aritmetica sono proposizioni empiriche che partecipano di quella mancanza di certezza che è propria dell’empiria. Quanto alla prima alternativa, aggiunge Schlick, essa dice che se il dato è fugace, c’è in esso qualcosa di costante ed è la legge che lo informa. Il problema per Schlick è cosa sappiamo di tali regole ? Come le possiamo conoscere se il nostro criterio sono sempre i contenuti intuitivi ?

Schlick esemplifica il proprio programma di ricerca con un dilemma : il contenuto di tutti i concetti può essere trovato solo nella dimensione intuitiva o il significato di un concetto può non essere riducibile a rappresentazione empirica e dunque dare luogo a conoscenza non effimera ?

 

 

Hilbert ed il ruolo della matematica nella logica

 

Schlick sostiene che la spinta per risolvere questioni di logica è venuta dalla matematica. All’inizio i matematici accettavano l’indefinibilità dei concetti elementari della geometria, ma, nel corso della storia hanno ridotto al minimo i concetti indefinibili e le proposizioni assiomatiche, evitando locuzioni del tipo “Dall’esame della figura segue…” oppure “Dal disegno si vede..”, locuzioni che richiamano sempre un ricorso all’intuizione. E’ stato Hilbert che ha portato a compimento il progetto di riduzione al minimo del fattore intuitivo sia nella definizione dei concetti che nella postulazione degli assiomi. Il principio di Hilbert fu quello di introdurre i concetti fondamentali senza previa definizione, ma attraverso una definizione implicita che passasse attraverso l’uso dei termini negli assiomi, in maniera da soddisfare immediatamente gli assiomi che li contengono.

Schlick tramite Hilbert argomenta che i concetti non hanno valore conoscitivo autonomo, ma solo all’interno di proposizioni (ad es. gli assiomi) da cui si inferiscono altre proposizioni. Con la definizione implicita non si crea qualcosa di nuovo, ma si reinterpreta la natura dei concetti usati il cui significato intuitivo non ha importanza. Tutti i concetti invece sono definiti solo attraverso il loro stare (ciascuno con tutti gli altri concetti) in quelle determinate relazioni stabilite dagli assiomi.

La geometria hilbertiana è caratterizzata da un sistema di proposizioni con parole come “punto”, “retta”, “piano”, “tra”, “fuori di”, i quali non hanno senso in sé, ma ricevono senso attraverso il sistema di assiomi e tutto il loro essere consiste nell’essere portatori delle relazioni stabilite dal sistema. A Schlick ciò non comporta alcun problema visto che i concetti non sono in sé nulla di reale ed egli argomenta verso tutti coloro che rimangono perplessi di fronte a concetti senza significato proprio e fa l’esempio della geometria dove ad es. nelle geometrie non-euclidee i concetti di retta, piano, punto stanno tra loro nelle medesime relazioni, ma hanno rappresentazioni intuitive diverse (ad es. la retta è un cerchio, il piano una superficie sferica).

 

 

Assiomatica e geometria

 

Per Schlick come per Carnap la conoscenza è conoscenza della forma (platonismo) e nella geometria analitica il punto è solo una tripla di numeri. La geometria non è propriamente scienza dello spazio, giacchè le configurazioni spaziali svolgono solo il ruolo di esempi intuitivi in cui le relazioni fissate in astratto nelle proposizioni geometriche si trovino realizzate. Secondo Schlick, mentre la definizione concreta rimanda ad un qualcosa di reale, all’intuizione, la definizione implicita rifiuta questo rinvio. Egli è consapevole che una pura rete sintattica può essere un mero gioco di simboli (formalismo). Ma ci sono scienze della realtà che applicano questi concetti alla dimensione dell’intuizione, anche se senza la sicurezza di un perfetto rigore.

Schlick dice che Kant, dando per scontato che i giudizi geometrici erano apoditticamente certi, si premuniva di spiegare perché. In realtà tale presupposto non è più tanto certo ed egli si rende conto che la coerenza resa possibile dalla definizione implicita si contrappone alla dimensione dell’intuizione del mondo reale, generando un rinnovato dualismo di marca quasi cartesiana. Schlick considera tale separazione un costo necessario per la chiarificazione dei termini del problema e per individuare le reali relazioni tra i due termini così nettamente distinti. Egli dice poi che non ogni gruppo arbitrario di postulati può essere assunto come definizione implicita di una serie di concetti. Gli assiomi ad es. non debbono contenere alcuna contraddizione, né devono implicarla e tale dimostrazione è un compito difficile che però è interno alla teoria in questione e può essere immaginato come risolto.

Schlick infine precisa che in matematica la definizione esplicita è una definizione che esprime un concetto mediante una combinazione di altri concetti, in modo tale che questa combinazione possa essere sostituita al concetto definito ovunque esso ricorra. La definizione implicita si ha quando una tale combinazione non può essere specificata.

 




Come riconosciamo l’argento ?

 

Per ciò che riguarda la tesi per cui la comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnesica non è affidabile per il riconoscimento di qualcosa (ad es. l’argento), c’è da dire che comunque non esiste un metodo migliore dal punto di vista della certezza, ma solo dal punto di vista dell’esattezza. Infatti il concetto scientifico di argento per essere costituito e verificato pure ha bisogno della comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnesica : certe proprietà (peso specifico etc), per poter definire l’argento o debbono essere assiomaticamente tali (per cui “argento” diventa un  nome per un qualcosa che abbia queste proprietà) oppure debbono essere ricavate da un oggetto il cui “essere d’argento” è stato desunto tradizionalmente e cioè tramite una comparazione tra rappresentazione percettiva e rappresentazione mnemonica.

Come abbiamo visto, Schlick ammette che alla fine il rinvio è sempre all’intuizione, ma pensa che le difficoltà si sono spostate ad un livello dove l’errore può essere escluso con una certa sicurezza. Il problema è che l’esempio della balena non ci aiuta per niente : infatti in tal caso la definizione di errore è correlata a come sia stato definito il concetto di “pesce”. Quest’ultimo a sua volta non ci è di aiuto, ma è il risultato di una linea di demarcazione che è stata tracciata e si spera possa essere condivisa da tutti, in modo da rendere stabili e sufficientemente prevedibili le comunicazioni relative a tali argomenti. La cosa vale anche nel caso del concetto di “argento” con l’aggravante che in questa variante la verifica cosiddetta scientifica presuppone l’uso di strumenti che non sono alla portata di tutti. In tal caso il riconoscimento diventa possibile solo a pochi, compromettendo la riproduzione diffusa e condivisa del sapere : Perché la definizione scientifica di argento deve essere accettata da uno che non ha gli strumenti per poterla testare ? Ed estendendo la portata di tale problema,  perché uno che non è potuto andare a scuola non deve credere ai miracoli ? Perché uno che non ha accesso empirico ad un acceleratore deve convenire sull’esistenza degli atomi ? Il suo approccio alla questione è, in tali casi, lo stesso di un cristiano all’epoca del Medioevo (dovrebbe cioè credere per il principio di autorità, perché lo dice Boncinelli e la maestra a scuola etc. ).

 

 

Il rinvio ad infinitum è per forza un fallimento ?

 

Il ricorso all’intuizione da parte di Schlick come punto ultimo del definire (almeno nel caso della definizione esplicita) si basa sul rifiuto del rinvio ad infinitum, ma quest’ultimo è per forza un segno del fallimento dell’impresa conoscitiva ? In realtà lo è solo per chi ritiene che i concetti e le definizioni siano costitutive del loro oggetto, dal momento che, in questo caso,  il loro operare non avrebbe né compimento né verifica. Ma se l’oggetto della definizione fosse esterno ad essa, esso potrebbe essere inesauribile, sfuggente e ciò non comporterebbe un fallimento a priori dell’impresa conoscitiva. Dire poi che i contenuti intuitivi siano ontologicamente determinati è un’assunzione che a rigore, dati i presupposti da Schlick stesso accettati (un’antimetafisica radicale), non si potrebbe fare gratuitamente : sarebbe già di per sé una indebita escursione nell’ontologia.

 

 

Aporie hilbertiane

 

Quanto alle tesi di Hilbert (che, come si vede non solo da qui, hanno avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione del Neopositivismo logico), c’è da dire che i termini nella sua assiomatica sembrano definire solo delle funzioni, con un formalismo sintattico che sembra rifiutare qualsiasi riferimento semantico. (anche se questo approccio ricorda metaforicamente l’ontologia dello Hua-Yen Sutra per il quale l’intuizione della verità è l’apprensione dell’intera rete interdefinita della realtà attraverso uno dei suoi nodi) Nel caso di Hilbert l’intuizione forse non si riferisce però all’aspetto semantico ma al valore di verità (che non è verificato empiricamente, ma attribuito assiomaticamente). L’assenza del ricorso all’intuizione fa sì che nei sistemi di Hilbert sia assente il livello della F-verità ? Del resto se presupponiamo che la teoria di Neurath sia un corollario filosofico delle indagini hilbertiane notiamo che anche in Neurath il riferimento all’intuizione ed alla realtà empirica spariscono dall’orizzonte teorico. Se la rete sintattica è completa in se stessa, come si può applicare all’intuizione ? Una soluzione potrebbe essere l’isomorfismo spinoziano di Wittgenstein ?

Intanto c’è da dire però che l’approccio hilbertiano comporta una chiusura monadistica del sistema stesso, nella quale i termini possono essere solo interni al sistema e non possono rivolgersi all’esterno senza che questo non implichi un’estensione del sistema (che deve reincludere questo contesto al proprio interno). Ciò implica il rischio di una chiusura reciproca dei linguaggi, monadi  complete, coerenti e chiuse ad altri sistemi linguistici. E va risolto il problema di come si possano rapportare tra di loro. Per Schlick, come abbiamo visto, ciò non implica alcun problema in quanto i concetti non sono nulla di reale. Ma considerare reale solo ciò che è isolabile o definibile in sé (come un’essenza aristotelica) è un residuo dogmatico. Per cui è necessaria una dialettica che renda possibile una rappresentazione ontologica che faccia da correlato agli strumenti che Hilbert ha elaborato (Imre Toth sembra essersi impegnato in un’impresa del genere).

Se la definizione implicita rifiuta il rinvio all’intuizione e dunque una sorta di asimmetria della rete concettuale, ciò non  presuppone una circolarità tra assiomi e teoremi, vista anche l’interdefinibilità tra i concetti di un sistema formale ?

Ed ancora il fatto che nella definizione implicita non può essere specificata la combinazione di concetti in cui si risolve un altro concetto, lo si deve alla circostanza per cui la definizione implicita è un rinvio circolare (e perciò infinito) ad una rete sintattica, tale da non consentire l’esplicitazione di una combinazione base finita di concetti ?

Possiamo accennare in ultimo al fatto che alcune tesi di Schlick circa il carattere sempre interno al sistema formale della dimostrazione sono state messe in questione dalla prova di Godel.

 

 

La geometria non è mera assiomatica

 

L’esistenza del concetto sussiste proprio nelle relazioni logiche che instaura con altri concetti e non nelle rappresentazioni intuitive con cui si lega kantianamente all’empiria. Schlick sembra confondere Concetto e Vorstellung, cosa che Kant ed Hegel non facevano. L’”esser funzione” proprio del Concetto non è una dimostrazione della sua inesistenza, ma una forma di esistenza che non è legata all’empiria, l’appartenenza ad un livello ontologico suo proprio. E’ Schlick che prima vincola la conoscenza all’intuizione e poi svilisce il ruolo della rappresentazione intuitiva. Ma è il suo punto di partenza validativo che è sbagliato.

Egli sbaglia a mettere sullo stesso piano sillogismi, sistemi deduttivi ed espressioni algebriche. Altro è l’applicabilità di un’espressione formale a diversi contesti (formalismo), altro è il valore di verità di una tautologia quale che sia il significato dei termini interni alle proposizioni. Quando Schlick dice che nella geometria analitica il punto è solo una tripla di numeri, è necessario essere cauti in quanto quei numeri comunque indicano linee che si intersecano, perché ci sono relazioni ben definite tra quei numeri e forse di tipo non unicamente aritmetico. Schlick si ostina a confondere la geometria con l’assiomatica, quando la geometria è un’applicazione concreta dell’assiomatica, applicazione volta a sistematizzare una teoresi sullo spazio (fisico, percettivo), teoresi a sua volta fondata su assunzioni intuitive o presunte tali.

 

 


15 marzo 2010

La critica di Schlick all’intuizione

 

Conoscenza non è intuizione

 

Schlick cerca di rispondere all’obiezione per cui la conoscenza dovrebbe essere una congiunzione più intima con gli oggetti di questo mondo. Egli dice che l’uomo può entrare in tale congiunzione, ma questa non è conoscenza, dal momento che la conoscenza presuppone una certa distanza, una elevazione del soggetto sull’oggetto ed uno sguardo dominante.

Egli vuole da un lato dimostrare che tutte le speranze che l’uomo legittimamente ripone nel conoscere vengono effettivamente realizzate con il designare mediante giudizi e concetti. D’altro canto egli vuole mostrare che nessun’altra funzione dello spirito umano può assolvere i compiti posti al conoscere.

Per quel che riguarda la pars destruens, Schlick dice che la concezione della conoscenza come immedesimazione tra conoscente e conosciuto non solo ha fallito perché non fosse possibile, ma anche perché comunque non sarebbe stata conoscenza.

Schlick esamina la tesi a tal proposito per cui esiste un processo in cui quest’immedesimazione si verifica e cioè l’intuizione : secondo questa teoria, se guardo (intuisco) una superficie rossa, il rosso è una parte del contenuto della mia coscienza e la esperisco direttamente. Solo in questo vissuto dell’intuizione immediata e non mai mediante concetti posso conoscere cosa sia il rosso. Solo l’intuizione insegna allo stesso modo cosa siano piacere e dolore, caldo o freddo.

Allo stesso tempo Schlick esamina l’ipotesi che l’intuizione sia una modalità di conoscenza diversa da quella mediante concetti, ma attacca la tesi intuizionista radicale per cui la conoscenza intuitiva riesce a fare quello che non può fare la conoscenza tramite simboli.

A tal proposito Schlick dice :

  1. Intuizione e conoscenza concettuale vanno in due direzioni opposte.
  2. La conoscenza distingue qualcosa che viene conosciuto e qualcosa con cui si conosce.
  3. Nell’intuizione, dove invece abbiamo solo l’oggetto (e non il concetto) non abbiamo alcuna somiglianza con la conoscenza.
  4. Quando mi lascio assorbire da un contenuto intuitivo non conosco l’essenza ad es. del rosso (che si ha solo con la comparazione e la concettualizzazione).
  5. Nell’intuizione gli oggetti sono dati e non compresi. Perciò una conoscenza intuitiva è una contraddictio in adiecto.
  6. L’animale intuisce in modo più completo il mondo circostante, ma non si può dire che esso conosca.
  7. Attraverso l’intuizione otteniamo un sapere intorno alle cose, ma mai un’intelligenza delle cose.
  8. Quando vogliamo conoscenza, sia nella scienza che nella filosofia, noi vogliamo una maggiore intelligenza delle cose.

Schlick vuole distinguere tra knowledge of things e knowledge of truths, knowing that e knowing what ed identifica la conoscenza con quest’ultima.

Egli si rifà di nuovo a Russell, quando dice che la conoscenza non è una relazione tra soggetto ed oggetto, ma una relazione posta dal soggetto tra più oggetti.

 

Il Cogito di Cartesio e la cosa-in-sé kantiana

 

Schlick esamina poi (sempre in maniera filologicamente superficiale) la concezione cartesiana della conoscenza intuitiva del Cogito. Egli dice che il Cogito esprime la verità incontestabile dell’esistenza dei contenuti di coscienza. Ma, aggiunge, non ogni verità è conoscenza, giacchè il concetto di verità è più ampio di quello di conoscenza. La verità è univocità di designazione e può essere conseguita anche in una definizione.

Schlick aggiunge che  Cogito ergo sum” è una definizione impropria del concetto di esistenza, e così la decisione di designare il vissuto come “Ego sum” oppure come “I contenuti di coscienza esistono”. “Io sono” è un fatto, non è una conoscenza. Se il concetto dell’esistenza ci fosse già noto da altri esempi e se, ad un esame dei processi di coscienza, trovassimo che essi corrispondono al concetto espresso, allora la proposizione di Descartes sarebbe una conoscenza, ma allora in questo caso torneremmo alla conoscenza intesa però non in maniera intuitiva.

Schlick dice che incorre in un circolo vizioso chiunque prenda la proposizione cartesiana per una conoscenza : “Ego sum” non ha bisogno di alcuna fondazione, perchè i fatti non hanno bisogno di essere assicurati da un’evidenza. Essi non sono né certi, né incerti, ma semplicemente sono.

L’errore cartesiano è stato elevato a principio filosofico dalla psicologia dell’evidenza di Brentano, per la quale ogni atto psichico è accompagnato da una conoscenza di questo atto e, poiché la conoscenza la si ha solo nel giudizio, in tutti gli atti psichici (e dunque in ogni percezione) è contenuto un giudizio. Schlick nota che da una psicologia empirica ci si aspetterebbe che ci faccia vedere in ogni atto psichico un giudizio quale elemento esperito ed invece Brentano fa un’inferenza per cui, poiché la percezione è conoscenza, essa deve contenere un giudizio. Schlick conclude che l’inferenza corretta dovrebbe invece essere che, poiché la percezione non contiene alcun giudizio, essa non è conoscenza.

A questo proposito, Kant, affermando che il rapporto iniziale tra soggetto ed oggetto è dato dall’intuizione, fu portato a considerare erroneamente quest’ultima come essenziale per la conoscenza. Schlick aggiunge che tale ruolo dell’intuizione impedì a Kant di smascherare quale pseudo-problema quello della conoscenza delle cose in sé : Kant avrebbe creduto che una tale conoscenza dovesse essere un’intuizione per cui essa rappresentasse le cose così come sono in se stesse. Kant dichiarò impossibile tale tipo di conoscenza in quanto le cose non possono essere ricomprese nel potere di rappresentazione del soggetto. A questa considerazione Schlick aggiunge che, anche se questo fosse possibile, noi faremmo esperienza delle cose ma non le conosceremmo. Dunque una conoscenza delle cose in sé è una contraddictio in adiecto, perché implicherebbe l’assurda pretesa di rappresentare delle cose così come sono, indipendentemente da ogni rappresentare.

 

La conoscenza come designazione

 

Schlick poi dice che, a chi avesse sempre saputo e tenuto ben presente che la conoscenza si genera attraverso una mera coordinazione di segni ed oggetti, non sarebbe mai venuto in mente di chiedersi se sia possibile una conoscenza delle cose così come sono in se stesse. Solo chi ritiene che il conoscere sia una sorta di rappresentazione per immagini delle cose nella coscienza può avere un idea del genere. Infatti, sulla base di tale presupposto, ha senso chiedersi se le immagini mostrino davvero le cose così come sono. Costui potrebbe sempre lamentare qualcosa di inadeguato nel processo conoscitivo, perché questo non sarebbe in grado di trasferire i propri oggetti nella coscienza senza alterarli sostanzialmente.

A tal proposito Schlick dice che il vero concetto di conoscenza non porta più a tali insoddisfacenti conclusioni : il conoscere per esso consiste in un atto, la semplice designazione, con il quale di fatto le cose non vengono alterate, in quanto al segno non viene richiesto di produrre un duplicato della realtà, ma solo una univocità di coordinazione. Mentre ogni immagine deve essere necessariamente presa da un qualche punto di vista e può dare solo una veduta prospettica dell’oggetto, quest’ultimo può essere designato così com’è. I segni impiegati hanno un carattere soggettivo, ma la coordinazione compiuta non mostra traccia di questa soggettività ed è, per essenza, indipendente dall’organo agente.

Dunque, conclude Schlick, ogni conoscere ci dà una conoscenza di oggetto come essi sono in se stessi. Infatti, comunque possa essere ciò che viene designato, apparenza o cosa in sé, è pur sempre esso stesso, come esso è, quello che nel conoscere viene designato, pur assumendo che nella nostra conoscenza siano accessibili solo apparenze dietro le quali ci sarebbero le cose in sé, che non ci sarebbero note. Tuttavia le cose in sé sarebbero conosciute insieme alle apparenze, non appena conoscessimo queste ultime. Infatti i nostri concetti sono coordinati alle apparenze, ma queste sono state assunte essere coordinate alle cose in sé. Ne segue che i nostri concetti designano anche le cose in sé, in quanto un segno di un segno è anche un segno per il designato.

 

Le riflessioni di Lotze e Nelson

 

Schlick poi parla della possibilità di una teoria della conoscenza : se il conoscere deve riflettere su se stesso, se deve decidere della propria validità, chi fa la guardia al guardiano (Sidgwick) ? E come si può conoscere prima di conoscere, come si può imparare a nuotare prima di entrare in acqua (Hegel) ? Da ciò Lotze non vedeva altra via d’uscita che fondare la teoria della conoscenza sulla metafisica, intendendola come uno strumento di conoscenza che non è a sua volta oggetto di conoscenza. Ma Schlick obietta che,  se il conoscere fosse analogo a questi processi intuitivi ci troveremmo in un’impasse, mentre nella sua teoria il conoscere è un processo di coordinazione che si può applicare a se stesso senza difficoltà.

Schlick esamina poi l’argomento di Leonard Nelson contro la teoria della conoscenza. Questi dice che, se il criterio di validità epistemologica non è una conoscenza, esso dovrebbe diventare oggetto di conoscenza, ma la validità di tale conoscenza presupporrebbe già la validità del criterio che dovrebbe essere oggetto di tale valutazione.

Schlick obietta a tale argomento che qualcosa, per essere noto, non ha bisogno di essere diventato oggetto di una conoscenza, per cui la catena inferenziale dello scetticismo di Nelson si interrompe. Inoltre la tesi che la conoscenza come designazione ed ordinazione degli oggetti sia solo un espediente in luogo di un tipo più perfetto di conoscenza, è in realtà molto contestabile. Infatti il conoscere inteso come comparare, designare, ordinare riesce a fare in maniera perfetta tutto ciò che noi nella vita e nella scienza richiediamo al conoscere e nessun altro processo potrebbe riuscire a farlo.

 

Conoscenza come ritrovare l’eguale

 

Schlick contrappone all’importanza dell’intuizione la tesi per cui ogni conoscere presuppone la constatazione di una eguaglianza, e cioè la constatazione che una determinata relazione o proprietà è uguale ad una relazione o proprietà osservata in precedenza. Egli esamina a tale proposito l’obiezione per cui la constatazione di un oggetto nuovo non può essere ricondotta al ritrovamento dell’uguale. Il mero “diventare note” da parte di certe datità è un esperirle non un conoscerle , anche se ci procura il fondamento per una conoscenza del vissuto complessivo che si compone di quelle datità. Quest’ultima conoscenza (consistente nel riconoscere come complesso l’Intero) è però solo del tipo più primitivo : non appena si voglia andare oltre questa magra constatazione non basta esperire tali fattori, ma bisogna che essi vengano denominati ed inseriti in una rete di relazioni.

A proposito poi della fenomenologia, Schlick dice che, finché l’analisi fenomenologica è un portare al soggetto gli oggetti da conoscere mediante visione di essenza, non c’è conoscenza, ma si fornisce solo il materiale per il conoscere, mentre la conoscenza è ordinare il materiale di conoscenza. Come conoscenza scientifica, Schlick considera come modello quello descritto da Kirchoff che parla di descrizione semplice e completa dei movimenti che hanno luogo in natura (a proposito della meccanica). Egli interpreta la “descrizione” come coordinazione di segni, la “semplicità” come uso minimo dei concetti elementari, la “completezza” come designazione univoca di ogni particolare.

 




Una questione di definizione

 

Schlick in realtà parte da una definizione precostituita di “conoscenza”, una conoscenza intesa come episteme e nega invece un’altra forma di conoscenza, quella che storicamente si è definita come gnosi. Egli nega cioè che la russelliana knowledge by acquaintance possa essere appellata “conoscenza” e ritiene che sia tale solo la knowledge by description. A tal proposito egli cita scorrettamente insieme sia Bergson (che possiamo definire un intuizionista senza descrizione) e Husserl (che invece ritiene possibile o anzi necessaria una descrizione di ciò che viene intuito con la noesi). Per l’intuizionismo filosofico la concezione per cui si deve distinguere quello che viene conosciuto da ciò con cui si conosce è la concezione concettualista della conoscenza in cui è almeno possibile (se non inevitabile) che il concetto (lo strumento della conoscenza) diventi alla fine l’ostacolo che impedisce in realtà di attingere l’oggetto stesso della conoscenza. L’intuizionismo non condivide l’idea che conoscere una cosa è conoscerne l’essenza (ciò non vale per Husserl) né confonde l’istinto con l’intuizione (come fa Schlick). Quando poi quest’ultimo dice che sia filosofia che scienza hanno cercato una conoscenza concettuale finge di non tenere conto proprio di tutte le correnti mistiche e nel campo delle scienze umane dello storicismo. Più avanti Schlick mostra di presupporre dogmaticamente che tutti chiediamo alla conoscenza le stesse cose, che nel caso qualcuno chieda qualcosa di diverso, tale richiesta sia meno giustificabile di quella promossa dallo stesso Schlick e che infine la stessa conoscenza intuitiva sia obbligata a dare al soggetto le stesse cose che dà la scienza discorsiva. Che i due ambiti possano essere complementari è un’ipotesi nemmeno presa in considerazione.

Voler distinguere infine knowledge of things e knowledge of truths è una velleità inconsistente, dal momento che la seconda è la versione metalogica della prima e dunque ad essa semanticamente equivalente.

 

 

Possibilità di diverse definizioni

 

Non si può inoltre escludere che l’oggetto ad es. della metafisica sia qualcosa impossibile da determinare e che dunque sia accessibile solo al knowing that e non al knowing what, nel senso che la sua essenza è l’esistenza, per cui il suo what è solo il that.

La relazione poi tra oggetti in cui consisterebbe per Schlick la conoscenza non potrebbe essere la consapevolezza dell’unità di una realtà solo in apparenza molteplice ? E l’intuizione di tale unità non può essere il ritrovare l’unità del soggetto all’interno stesso dell’oggetto ?

Di sicuro la conoscenza intuitiva non ha niente a che fare con la certezza : direbbe Goethe che non è una conoscenza che si prende e si porta a casa. Perché se si porta a casa è knowledge by description.

Né è vero che solo le F-verità siano conoscenza, dal momento che una definizione, soprattutto per chi non la stipula, può essere un momento di chiarificazione ed ogni chiarificazione non è comunque conoscenza ?

 

 

Il Cogito è un’intuizione pura ?

 

Quanto alla critica del Cogito, la prima cosa che va detta è che Schlick sbaglia ad identificare l’intuizione cartesiana con quella bergsoniana e con quella husserliana. Ma , a parte questo, c’è da dire che, dal momento che Schlick identifica la conoscenza con la determinazione tramite categorie, allora o si deve ammettere che le categorie sono eterne ed eterno è il processo di conoscenza (Platone, Buddhismo) oppure si deve spiegare come mai le esperienze fondanti che hanno generato le categorie non siano considerabili come conoscenza (ad es. stupore e conoscenza non sono assolutamente accostabili in Schlick). Inoltre quest’ultimo sbaglia a dire che l’esperienza degli stati di coscienza sia la fonte unica ed originaria del concetto di esistenza. Cartesio non voleva dire propriamente questo : la coscienza per lui è la fonte del concetto di autoriferimento (auto- fondazione) e dunque di prova indubitabile dell’esistenza, per cui il Cogito è sì un’esperienza, ma contemporaneamente una conoscenza (una riflessione), è cioè l’ascesa infinita ed intuitiva nella gerarchia dei meta-linguaggi.

Inoltre Schlick non prende assolutamente in considerazione il problema dell’apparenza o dell’illusorietà dell’empirico (problema basilare nel corso della storia della filosofia). Questa è quanto meno una ingenuità storiografica troppo forte che abbisogna di una adeguata giustificazione teoretica, giustificazione che Schlick purtroppo non ci dà.

 

 

 

La tesi di Brentano

 

La tesi di Brentano per cui in tutti gli atti psichici è contenuto un giudizio è in un certo senso analoga a quella che si sta portando avanti in questo saggio ed essa è estendibile anche agli eventi non-psichici in questa versione : qualsiasi proposizione è traducibile in un’asserzione ed in una proposizione metalinguistica (cioè in una proposizione epistemica). Quelli che Schlick chiama “fatti empirici” sono in realtà proposizioni descrittive, anch’esse traducibili metalinguisticamente.

Se si sottolinea il fatto che una proposizione, espressa in un enunciato, è anche un evento, allora l’evento, in quanto tale, è irriducibile alla conoscenza. Ma se si sottolinea l’aspetto proposizionale (semantico) di un evento, questo è a sua volta traducibile in proposizioni epistemiche (idealismo).

Schlick ha ragione nel dire che l’intuizione non può essere una conoscenza traducibile in enunciati (non è, come abbiamo detto, una conoscenza portatile), ma ha torto a contrapporre poi percezione a giudizio, giacché altrimenti, in maniera contraddittoria, ricostruisce un ambito epistemico alla percezione stessa e cioè apre la possibilità di una percezione senza pensiero e di una conoscenza non linguistica. Questa è la tesi di Leonard Nelson che Schlick si affretta a criticare senza tener presente che la netta separazione da lui operata facilita tale opzione.

Non è un caso infine che Schlick si contraddica (almeno parzialmente) pure quando dice che, in una coscienza con un certo grado di sviluppo,  non compaiano quasi mai pure percezioni isolate, per cui in ogni percezione ci sarebbe un po’ di categorizzazione e quindi di conoscenza. Ma poi egli si affretta a dire che tale conoscenza intuitiva non è quella di Bergson e Husserl, senza però fare una rigorosa verifica testuale e confondendo di nuovo le ben differenti concezioni dei due suddetti pensatori.

A proposito della fenomenologia, Schlick sbaglia anche quando ritiene che essa non sia conoscenza (che è ordinamento del materiale), ma semplice evidenziazione dell’oggetto. Infatti la visione delle essenze è una descrizione determinata dell’oggetto, visione in cui è implicito il giudizio e dunque anche la funzione che Schlick chiama pregiudizialmente ordinatrice della conoscenza.

 

La radicalizzazione di Kant

 

Schlick radicalizza la svolta kantiana riducendo la conoscenza ad un rapporto tra ente e sistemi di riferimento categoriali. Ma ciò esclude la posizione classica della conoscenza come approfondimento della realtà dell’oggetto ed attenua il rapporto tra verità e realtà.

Per Schlick il rappresentare le cose altera le cose stesse ? I sistemi categoriali appartengono al soggetto o rispecchiano modi di essere dell’oggetto ? Ciò perché nel primo caso viene spontaneo pensare a cosa possa essere l’oggetto privo di tali sistemi categoriali : non dovrebbe essere niente, altrimenti si finirebbe nell’Idealismo (che non mi pare essere la posizione di Schlick).

In realtà forse il problema della cosa in sé può spiegare perché siano possibili differenti rappresentazioni delle cose. Se le rappresentazioni possibili fossero alla fine solo una (come in Kant), l’esito idealistico avrebbe più plausibilità.

 

 

 

 

 

Rappresentazione e designazione

 

Schlick paragona la rappresentazione e la designazione: Tale paragone è improprio : la rappresentazione è un tentativo più o meno completo di conoscenza e può comprensibilmente mancare il bersaglio. La designazione è un associare un segno al denotato e può avere  carattere convenzionale. Dunque, a partire da questo improprio paragone, si può concludere che la coordinazione designativa raggiunge il suo obiettivo, ma proprio in quanto esso è più misero e modesto di quello della rappresentazione. Schlick invece riduce il conoscere a designare, quando il designare è solo una precondizione del conoscere. Egli definisce semplicisticamente ad es. la descrizione come mera coordinazione di segni, quando invece, essendo presente in essa anche la predicazione, trattasi non solo di coordinazione di segni, ma anche implicitamente di una generalizzazione e ciò rende l’analisi più complessa.

Inoltre non è solo la rappresentazione ad avere proprietà prospettiche, ma lo stesso pensiero categoriale, visto che gli schemi categoriali sono ora considerati molteplici. Il designare invece magari non cambia gli oggetti (ed a volte lo fa in maniera subdola), ma nemmeno li conosce in senso proprio.

Dire infine che, conoscendo le apparenze, conosciamo anche le cose in sé  è una conclusione in parte vera (critica a Kant da parte di Hegel), ma in parte giace su alcuni presupposti discutibili quali quello per cui il rapporto tra segno ed apparenza sia lo stesso che c’è tra apparenza e cosa in sé (per cui scatterebbe una sorta di proprietà transitiva). Un altro presupposto non indubitabile è, come abbiamo accennato sopra, che le differenti designazioni di oggetti non presuppongono a loro volta una teoria implicita per cui anche il designare potrebbe essere considerato un interpretare.

 

 

La riflessione della conoscenza su se stessa

 

Il problema della riflessione non è solo quello della sua impossibilità, se si parte dall’intuizione e dalla sua assoluta immediatezza, ma anche quello del rinvio ad infinitum se lo si guarda dal punto di vista della designazione, la quale è possibile, ma non è mai conclusiva, giacché rimanda sempre ad un’ulteriore designazione o del nome usato per designare o del rapporto stesso di designazione. Ciò evidenzia la circolarità infinita della relazione semiotica e della conoscenza da essa scaturita.

La riflessione evidenzia il fatto che il rapporto conoscitivo (intuitivo o semiotico) non è privo di problematicità, come invece Schlick ingenuamente ritiene. Questi poi sbaglia nel considerare la conoscenza la sola fase finale del processo conoscitivo (la determinazione univoca, l’ordinamento del materiale di conoscenza). Si deve invece ricomprendere l’intero processo che parte dallo stupore di fronte all’ignoto, passa per l’elaborazione dialettica e termina nella chiarificazione concettuale.

Pure nella critica a Nelson, Schlick non tiene conto del fatto che la valutazione dello stesso criterio di validità da un lato è necessaria (la filosofia non può evitare di mettere in dubbio qualsivoglia premessa o qualsivoglia regola conoscitiva) e d’altro canto implica l’oggettivazione di tale principio, altrimenti come esso potrebbe essere esaminato ? Se invece per Schlick il criterio può essere solo intuito (noto ma non conosciuto), egli non conferma senza volerlo le tesi dell’Intuizionismo filosofico o le metafisiche dell’apriori ?

Infine la tesi della conoscenza come comparazione identificante può ricomprendere nella propria fattispecie anche la stessa conoscenza mistico-intuitiva, dal momento che quest’ultima teorizza l’unità dell’oggetto e del soggetto in se stessi e quella dell’oggetto con il soggetto proprio attraverso l’autoriferimento psicologico (l’autocoscienza) o metalogico (la dialettica).

 

 

 


1 marzo 2010

Giudizio e conoscenza in Schlick

 

La conoscenza come riconoscimento e relazione

 

Schlick dice che conoscere un oggetto vuol dire ritrovare in esso un altro oggetto e la locuzione “in esso” ha un senso figurato. Per comprendere rettamente questo senso, si deve esaminare più da vicino il rapporto tra il concetto che designa l’oggetto e il concetto di come tale oggetto venga conosciuto.

Schlick dice che “Io conosco A come (in quanto) B” equivale a “Io conosco A che è B”.

Oppure “Io conosco che la luce è un processo di oscillazione” vuol dire

I concetti A (luce) e B (processo di oscillazione) designano un solo e medesimo oggetto ed il fenomeno può essere designato sia con il concetto di luce che con quello di processo di oscillazione” . Egli aggiunge che, a tal proposito, si può lasciar stare il caso irrilevante della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici (stessa origine, stessa definizione, stesso nome) come nel caso “La luce è la luce

Schlick continua dicendo che sussiste la possibilità che i due concetti, sin dall’inizio, sono diventati segni dello stesso oggetto in forza di una stipulazione arbitraria. E fa l’esempio di

La causa per cui due sostanze si combinano violentemente l’una con l’altra è la loro forte affinità chimica”. In questo enunciato i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica” designano una sola e medesima cosa. Il concetto di affinità chimica non aveva una sua precedente definizione e non era già noto altrimenti da altre enunciazioni. Per cui il giudizio era solo una definizione e non conteneva alcuna conoscenza.

Schlick fa un altro esempio :

La causa dell’azione attrattiva esercitata dall’ambra è l’elettricità”. In questo caso si pretende di spiegare un qualche fenomeno per mezzo di una qualitas occulta e così si ottiene semplicemente di designare la stessa cosa in due modi diversi.

Schlick dice che invece la conoscenza effettiva si ha quando due concetti designano lo stesso oggetto, non solo in virtù delle loro definizioni, ma in forza di nessi eterogenei. Si tratta cioè di due concetti definiti in modo diverso, per poi trovare oggetti che cadono in entrambi i loro domini. Si tratta di nessi reali (individuati attraverso l’osservazione) o nessi concettuali (individuati attraverso un’analisi successiva). Quest’ultima è la conoscenza di tipo matematico.

La conoscenza è scoperta della relazione tra oggetti e come tale viene designata da un giudizio (che però non deve essere né falso, né tautologico, né definitorio)

 

 

La distinzione convenzionale tra definizioni e giudizi

 

Schlick poi espone una tesi molto interessante : egli dice che la differenza tra definizioni e giudizi non definitori (assiomi e teoremi) è relativa dal punto di vista logico. Ciò non contraddice la natura della conoscenza giacchè questa relatività non è tale dal punto di vista storico : infatti se un giudizio  contenga o no una conoscenza dipende da quello che sapevamo prima che fosse emesso quel giudizio. Egli fa il seguente esempio :

se un oggetto, che noi designiamo con il segno x, ci è sempre stato noto attraverso le proprietà A e B,ed in seguito accertiamo che esso possiede anche le proprietà C e D, allora il giudizio “x possiede le proprietà C e D” contiene una conoscenza (sintetica). Questo giudizio però sarebbe solo una definizione se x ci fosse sempre stato dato attraverso le proprietà C e D.

Schlick precisa che all’inizio il termine “x” significa un concetto che è diverso nei due casi (prima è A, B ; nel secondo è C,D) e solo in seguito risulta chiaro che designa un solo oggetto. A tal proposito si può fare l’esempio di un bambino che in una notte buia conosce per la prima volta la neve con il tatto (fredda) e poi la mattina la vede con la vista (bianca) ed ottiene nuova conoscenza.

Schlick dice poi un’altra cosa interessantissima : quando però una scienza diventa una struttura armonizzata e compiuta non è più la successione casuale (temporale) delle esperienze a determinare cose sia definizione e cosa sia conoscenza. Le definizioni saranno i giudizi  che risolvono un concetto in maniera tale da costruire con esse il più alto numero possibile di concetti, riducendo i concetti di tutti gli oggetti al minor numero possibile di concetti-base.

Schlick parla dunque di conoscenza come di eguaglianza tra oggetti e di corrispondente identificazione di concetti. Lotze, Munstenberg e Meyerson pure hanno sostenuto che l’essenza del giudizio è una posizione di identità, ma tale identità per Schlick non è una tautologia.

Egli continua dicendo che, nel caso della neve, da un lato, c’è un’impressione visiva “x è bianca”,dall’altro un’impressione tattile “x1 è fredda”. All’inizio x ed x1  non sono lo stesso, ma nemmeno ci troviamo di fronte a due tautologie, come dice Lotze quando dice “S è S” e “P è P”, giacchè “x è bianca” non è una mera identità, ma una copula, cioè una sussunzione.

 

 

Lo spazio, il tempo e l’identità degli oggetti

 

Schlick poi parla della tesi di Benno Erdmann sulla subordinazione di un concetto ad un altro  secondo il contenuto. Il giudizio sarebbe la subordinazione di un oggetto nel contenuto di un altro, basata sull’uguaglianza di contenuto delle componenti materiali. Schlick obietta che, poiché contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono, la teoria della subordinazione equivale alla teoria della sussunzione per cui il giudizio è l’asserzione dell’appartenenza di un soggetto ad una classe.

Schlick poi esamina il problema di come identificare o eguagliare gli oggetti (x ed x1) designati dal pronome dimostrativo in “Questo è bianco” e “Questo è freddo”, tenendo presente che “bianco” non è “freddo”. Secondo alcuni (ad es. Herbart) tale identità la possiamo statuire solo riferendo “bianco” e “freddo” ad un oggetto secondo una logica cosa/proprietà e sostanza/attributo. Ma Schlick, come Lotze, rifiuta come metafisica questa impostazione. In realtà, dice Schlick, le proprietà vengono riunite in un aggregato e la base per formare questo aggregato sta nel presentarsi di queste qualità nel medesimo luogo ed al medesimo tempo e dunque l’identità statuita nel giudizio è l’identità di un punto spazio-temporale. La posizione nello spazio oggettivo ascritta alla neve può essere a sua volta definita mediante l’aggregato costituito dalla posizione del “bianco” nello spazio soggettivo della vista e da quello del “freddo” nello spazio soggettivo del tatto.

Schlick si pone poi il problema di come da una mera identità spazio-temporale possa già per noi venir fuori un’identità dell’oggetto. Cose che si presentano sempre insieme nel medesimo luogo ed al medesimo tempo non le possiamo semplicemente porre come identiche. Schlick aggiunge che indubbiamente noi abbiamo il diritto di compendiarle in una unità e di principio siamo liberi di compendiare attraverso il pensiero elementi qualsiasi, anche estremamente distanti nello spazio e nel tempo, semplicemente convenendo che alla totalità di questi elementi venga coordinato un concetto. Schlick continua dicendo che una tale unificazione non ha senso o scopo, se non là dove ci sia un motivo per farla, altrimenti mancherebbe al nuovo concetto ogni possibilità di impiego. Egli ipotizza che il motivo più forte è dato da una persistente coincidenza spazio-temporale ed articola il suo ragionamento dicendo che nella realtà sensibile spazio e tempo sono i grandi unificatori e separatori, e tutte le determinazioni con cui circoscriviamo e distinguiamo un oggetto del mondo esterno come individuo rispetto ad altri individui, consistono in definitiva di specificazioni di spazio e tempo.

Schlick fa l’esempio per cui supponiamo che più elementi A, B e C (ciascuno distinguibile dagli altri)  compaiono sempre in questo modo : quando c’è A, ci sono anche B e C, mentre B e C compaiono spesso senza A. Ora ABC viene considerato un’unità e l’elemento A ci apparirà l’essenziale dell’oggetto, mentre B e C appariranno proprietà che l’oggetto ha in comune con altre.

 

 

La localizzazione spazio-temporale

 

Schlick dice che l’analisi qui delineata va distinta dalla risoluzione positivistica di un corpo in un complesso di elementi (Mach). Infatti, dice Schlick

  • L’oggetto di cui parliamo non necessariamente deve essere un corpo, ma può essere un processo, uno stato
  • Si è usata la parola “elemento” nello stesso ampio senso della parola “oggetto”.
  • Non si è ancora affermato che un oggetto corporeo è nient’altro che un complesso di elementi. Anzi, la questione di come si debba pensare il rapporto di un oggetto con le sue proprietà resta completamente aperta. Qui si intendeva solo richiamare l’attenzione sull’indubbio diritto che si ha di designare collettivamente attraverso un concetto cose che sempre si presentano insieme.

Tale analisi, dice Schlick, può essere riproposta per qualsiasi tipo di conoscenza di oggetti del mondo sensibile. Infatti tutto nel mondo esterno è in un determinato luogo ed in un determinato tempo. Ritrovare una cosa in un’altra vuol dire assegnare ad ambedue il medesimo luogo nel medesimo tempo. Anche nella storia per Schlick c’è questa localizzazione spazio-temporale di quel che accade nell’umanità. L’identificazione nella maggioranza dei giudizi storici consiste nel fatto che l’autore di una determinata impresa viene identificato ad una determinata persona che appare anche altrove. E’ attraverso le personalità dei portatori dell’evento storico che principalmente si interconnettono gli avvenimenti storici stessi.

Schlick poi dice che nelle discipline esatte la conoscenza è più profonda : l’identificazione non è solo una posizione spazio temporale o un individuo che permane nel tempo, ma una legiformità : il calore ad es. è un movimento di molecole perché il suo comportamento può essere descritto attraverso le stesse identiche leggi che riguardano il comportamento di uno sciame di particelle in rapido movimento. Schlick poi parla della volontà che sarebbe una sequenza di rappresentazioni e sentimenti identificata solo attraverso coordinate temporali.

 

 

L’identità e la relazione

 

Schlick dice che la possibilità di identificazione, basilare per l’edificio della conoscenza, si presenta laddove l’oggetto è dato attraverso relazioni con altri oggetti. In tal caso conoscere significa ritrovare un solo e medesimo oggetto quale membro di diverse relazioni.

Schlick fa questo esempio :

dato un oggetto O, definito per noi dalla relazione R1 con un oggetto noto A1,

noi troviamo che lo stesso oggetto O sta con un altro oggetto A2 nella relazione R2.

Nel caso in cui O è un vissuto immediato di coscienza, l’oggetto è dato direttamente e non attraverso relazioni e conoscerlo vuol dire trovare che questo O è anche membro di una relazione R con A.

Schlick fa anche un altro esempio :

nell’enunciato “Un raggio luminoso è costituito da onde elettriche”, il concetto “raggio luminoso” non designa un vissuto d’esperienza e può essere osservato solo nel senso che i corpi posti sul suo cammino (es. granellini di polvere) vengono illuminati e che un occhio colpito dal raggio luminoso ha una sensazione di luce. Dunque esso può essere conosciuto solo attraverso la relazione (ad es. di causalità) con oggetti che possono magari essere osservati

Schlick conclude che non sussiste il minimo impedimento che i due oggetti “causa dell’illuminazione = raggio luminoso” e “onda elettrica” siano posti come identici tra loro perché una stessa cosa può avere certe relazioni con certe cose ed altre relazioni con altre cose.

Schlick però poi precisa che un oggetto A che sta con un altro oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non può stare nello stesso preciso complesso di relazioni con un terzo soggetto C (a meno che questo non sia lo stesso che B). Date tre cose A, B e K (ad es. due oggetti ed una relazione), due qualsiasi di esse determinano già da sempre univocamente la terza.

Infatti, precisa Schlick, la relazione “maggiore di…” può sussistere tra i numeri F e G ed anche tra F e H, ma “maggiore di…” è una classe di relazioni. Se invece la relazione è “maggiore di…in relazione del valore D”, allora G ed H (se F in tutti e due i casi è il primo termine della relazione) sono lo stesso identico numero. Schlick conclude che una cosa può avere relazioni uguali con cose diverse solo finchè tali relazioni non sono specificate sino all’ultimo dettaglio.

Schlick poi argomenta che la neve è sì causa sia del freddo che del bianco, però la relazione causale non è la stessa nei due casi, giacché i due processi causali sono processi naturali differenti. Le due cause non sono identiche ed in “La neve è bianca” non c’è un’identità del tipo “La luce consiste di onde elettriche”. Infatti in quest’ultimo giudizio il concetto di luce è definito come termine di una relazione causale. E per il motivo qui esposto la descrizione scientifica è lo stesso di una spiegazione causale.

 

 

Identità, sussunzione e concetti puri

 

Schlick poi dice che l’essenza dell’identificazione la si può percepire con la massima chiarezza nel caso di giudizi che si riferiscono a puri concetti.. Ogni conoscenza puramente concettuale consiste nella dimostrazione che un concetto definito attraverso gli assiomi (che statuiscono certe relazioni) compare al tempo stesso come membro di altre relazioni determinate. La piena identità (es. 2x2 = 2+2) si ha quando il concetto è determinato completamente da ciascuno dei due termini. Se però uno dei complessi non è sufficiente a dare una determinazione univoca, allora ha luogo un’identificazione parziale chiamata sussunzione. Schlick a tal proposito fa l’esempio di 2 = Ö4 dove Ö4, oltre il concetto ‘2’, contiene anche il concetto ‘(-2)’.

Egli conclude che ogni problema matematico la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è nient’altro che la richiesta di esprimere un certo concetto che è dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni. Schlick fa l’esempio per cui trovare le radici di un’equazione ad un’incognita vuol dire rappresentare i numeri definiti da quella equazione come una somma di numeri interi e frazionari (anche con infiniti membri).

Schlick dice poi che l’interesse della scienza empirica è per l’universale e dunque le identificazioni in questo campo sono quasi sempre sussunzioni (la x è una Y).

Un giudizio come “La luce gialla del calore delle D-linee dello spettro è un processo di oscillazione elettrica di circa 509 bilioni di periodi al secondo” descrive un’identità completa e dunque reversibile. Tale giudizio però per Schlick non è fondamentale come “La luce consiste di onde elettriche”.

Obiettivo delle scienze empiriche è quello di rendere perfettamente determinato l’individuale. In questo caso, dice Schlick, il concetto che fa da predicato (es. WASP) è un’intersezione di più concetti generali (White, Anglosaxon, Protestant). Tale determinazione dettagliata utilizza determinazioni quantitative perché niente come i numeri determina con precisione campi di concetti.

In sintesi la tesi di Schlick sul rapporto tra giudizio e conoscenza è la seguente :

  • Ogni giudizio designa uno stato di fatto
  • Se lo fa con un segno nuovo il giudizio è in realtà una definizione
  • Se tutti i segni sono già noti, il giudizio costituisce una conoscenza
  • Designare un oggetto per mezzo di concetti già coordinati ad altri oggetti è lecito solo se prima in quell’oggetto sono stati ri-trovati questi oggetti (e questo è il conoscere).
  • Il concetto coordinato all’oggetto che viene conosciuto sta con i concetti con cui l’oggetto viene conosciuto in relazioni di sussunzione.

 

 

 

 

 

 

“Io conosco A come B”

 

La prima osservazione da fare è : cos’è per un empirista un senso figurato ? Io credo che l’uso di alcune forme retoriche sia difficile da spiegare per un empirista radicale, perché egli proprio non riflette sulle condizioni di possibilità della relazione semiotica stessa e sulle sue ulteriori articolazioni.

In secondo luogo l’equivalenza tra “Io conosco A come (in quanto) B” e “Io conosco A che è B” non è assoluta come sembra. Quando dico “Io conosco A come (in quanto) B”, si esplica l’idea che ci siamo fatti di A, o ancor meglio l’idea che ci siamo fatti di A con il sentito dire, senza cioè nemmeno prendere una posizione precisa (del tipo “Io ritengo che A è B”).

Quando dico “Io conosco (so) che A è B” si fa riferimento al grado di stabilità di una conoscenza, o al grado di consapevolezza di uno stato di cose. Esso può voler dire “Sono certo che A è B” oppure “Sono consapevole che A è B”.

Naturalmente bisogna vedere come suona in tedesco (la lingua di Schlick) “Io conosco A come B”.

Anche nel caso della tautologia, dove i due concetti sono assolutamente identici, è possibile che ci troviamo non di fronte a due concetti, ma a due occorrenze dello stesso nome e dello stesso concetto.

A proposito dell’identità tra i due concetti “causa di una reazione violenta” e “forte affinità chimica”, quest’ultima è qualcosa di ben preciso e non si risolve solo nell’essere la causa dell’attrazione violenta. Dunque, dire che la causa è l’affinità chimica vuol dire aprire le porte ad un ulteriore descrizione che deve portare ulteriore conoscenza. Se poi l’affinità chimica si risolvesse nell’essere causa dell’attrazione violenta, essa sarebbe un mero nome per tale causa e solo in questo contesto si potrebbe parlare di definizione. Così però non si sarebbe di fronte a due concetti, ma ad un nome (“affinità chimica”) e ad una descrizione (“causa dell’attrazione violenta”). Naturalmente la distinzione tra nome (spesso un segno singolo) e descrizione/concetto non è assoluta. Entrambi sono segni della stessa realtà di cui uno viene eletto ad interpretante (la descrizione) dell’altro (il nome).

La qualità occulta di cui parla Schlick è come la virtus dormitiva di Moliere, ma comunque quel nome misterioso è un segno che va poi s-viluppato, un passaggio verso spiegazioni successive. Quindi non bisogna del tutto censurare l’uso di termini che non hanno un significato assolutamente chiaro. Essi sono propedeutici ad una ulteriore attività di chiarificazione concettuale.

 

L’esempio della neve

 

Sembra che per Schlick la vera conoscenza sia dunque una sorpresa, una novità che sovverte il senso comune. Inoltre non si capisce se per Schlick la conoscenza matematica, notando nessi concettuali prima non rilevati, sia o meno una conoscenza sintetica.

Schlick giustamente ritiene che la natura analitica o sintetica dei giudizi sia relativa allo stato delle conoscenze acquisite.

Nell’esempio fatto da Schlick del bambino che fa esperienza tattile e visiva della neve, in entrambe le esperienze vi è nuova conoscenza : la prima è quella che in un determinato contesto (ad es. il giardino di casa di notte) vi è qualcosa di freddo al tatto, poi questo qualcosa di freddo lo si chiama “neve”, poi vi è la seconda conoscenza (ottenuta il mattino dopo) per cui questo qualcosa di freddo (la neve) è di colore bianco.

Sempre relativamente a questa esperienza, il freddo avvertito dal bambino è quella sensazione precisa di freddo (tale da poter essere ricordata) : può una sensazione essere un predicato ? Schlick non si sofferma sulla costituzione della classe dei vari sense-data “freddo”. Per cui se il bambino non ha avuto altre sensazioni di freddo oltre quella, “x è freddo” prima di essere una predicazione, risulta essere una vera e propria identità (come “S è S” di Lotze). O meglio c’è un qualcosa che si risolve nella sensazione con cui appare al soggetto percipiente.

 

Sostanza/attributo e Tutto/parte

 

La tesi poi di Schlick per cui contenuto ed estensione di un concetto si corrispondono non tiene conto della differenza tra intensione (che è il concetto) ed estensione che sarà rilevata da Carnap.

La relazione sostanza/attributo equivale al rapporto totalità/parte tra l’intero (aggregato) e la proprietà presa in considerazione. Ma come parlare di medesimo luogo e medesimo tempo se non rispetto all’aggregazione di queste qualità ? Far dipendere l’aggregazione da una presunta convergenza spazio-temporale significa rovesciare il ragionamento. In realtà in questo caso il Tutto (oggetto metafisico) è la condizione di possibilità della sintesi conoscitiva che unifica “bianco” e “freddo” nel giudizio “Ciò che è bianco  è anche freddo”. Già nel solo primo giudizio “Questo è freddo” si è costituita una sostanza, e tale sostanza è l’insieme, prima implicito e potenziale (reso semplicemente dall’indicale), poi sempre più articolato, delle qualità in esame. Esso perciò è il soggetto logico delle successive proposizioni conoscitive (“Questo freddo è anche bianco”). Naturalmente le proposizioni successive dipenderanno dal coincidere delle varie sensazioni, ma questo coincidere non è l’aggregato arbitrariamente sincronico, ma una lineare attribuzione di qualità ad un soggetto già costituito che è il segno della oggettività della nostra scoperta : noi scopriamo progressivamente le proprietà di un insieme esistente.

 

 

La libertà di compendio del pensiero

 

Quanto al diritto ed alla libertà di compendiare elementi qualsiasi attraverso il pensiero, Schlick non si domanda da dove si desume questa libertà, come viene giustificato questo diritto. Come cioè il pensiero può coordinare un concetto ed unificare in tal modo elementi così estremamente distanti dal punto di vista spazio-temporale. Questo è il mistero della concezione meramente aggregazionistica della sostanza, mistero che Schlick nel suo empirismo radicalmente ingenuo non prova nemmeno a spiegare. Tale mistero si può spiegare solo cambiando metafisica (da quella aristotelica del soggetto e del predicato a quella monista del rapporto tra il Tutto e la parte), ma non uscendo dalla metafisica, altrimenti sparirebbe il livello concettuale di spiegazione.

Quando Schlick dice che una tale unificazione non ha senso se non là dove ci sia motivo di farla, egli subordina la sortita di un aggregato a motivazioni puramente pragmatiche per cui si spiega il fine di un operazione mentale, ma non il come né le condizioni di possibilità di tale operazione.

Da un lato Schlick parla di libertà di aggregare elementi spazio-temporalmente dispersi, dall’altro dice che il criterio di aggregazione è la contiguità e la coincidenza spazio-temporale. Ma allora che fine fanno la libertà ed il diritto così proclamati, dal momento che è il contesto empirico a scandire i processi di aggregazione ?

Quando Schlick fa l’esempio dei tre elementi (uno dei quali essenziale) è un peccato che egli non ci faccia un esempio più concreto : perché in tal caso l’elemento essenziale sarebbe la sostanza (la parte residua dell’aggregato), mentre gli altri due elementi sarebbero semplicemente le proprietà prese in considerazione in un dato momento. Perciò la tesi di Schlick (derivata dall’empirismo inglese), per cui a noi sembra che ci sia solo un individuo, prima di essere accettata va verificata con un esempio più concreto di proprietà essenziale, giacchè un elemento dominante riproporrebbe l’idea di sostanza anche a livello di elementi dell’aggregato.

 

 

 

 

Il problema dell’oggetto come coincidenza spazio-temporale

 

Quanto al fatto che l’oggetto non debba essere necessariamente un corpo, ci si può domandare in che senso un processo si distingue da un corpo o da uno stato di cose. Inoltre se la nozione volgare di oggetto sembra più vicina a quella di corpo, in che senso sarebbero da considerare oggetti anche processi e stati di cose ? Anche in essi c’è una coincidenza spazio-temporale di proprietà ? O nel definirli c’è una maggiore libertà effettiva ? Qual è il criterio per vedere cosa è una base e cosa invece un costrutto ?

Schlick ad un certo punto fa marcia indietro e parla del diritto che abbiamo di designare collettivamente, pur senza fondarlo (anzi, insistendo sulla natura puramente aggregazionistica della sostanza, tale diritto sembra per lo più un arbitrio). Sintomaticamente Schlick aggiunge che ad un’analisi più rigorosa (ma perché più rigorosa ?) l’identità dell’oggetto e del punto spazio-temporale sembra svanire. Ma allora l’impressione di arbitrio (e non di diritto) si rafforza e il tentativo di costituire l’oggetto si rivela fallimentare. Schlick in questo caso è come chi promette di costruire un edificio senza struttura metallica e poi sconsolato ammette che l’edificio si è disgregato. Il tutto senza pagare pegno.

Schlick non definisce più il giudizio da un punto di vista logico, ma lo riduce alla registrazione (o alla costituzione) di una coincidenza empirica. Ma per quanto riguarda i giudizi logico-matematici ? Schlick dice che il giudizio non ha alcuna fondazione, ma è solo il risultato di una coincidenza spazio-temporale di qualità. Cosa siano spazio e tempo e cosa siano le coincidenze spazio-temporali non lo si dice e magari per spiegarle ci si dovrebbe rifare agli oggetti innescando un ovvio circolo vizioso. Nell’applicare questa concezione alla filosofia della storia Schlick considera quest’ultima una mera sequenza di date, di fatti : una visione più  primitiva di quella di Carnap, che era più consapevole relativamente alle scienze umane. Ma se la storia è fatta di eventi che in maniera discontinua popolano il corso del tempo, dove è più la contiguità spazio-temporale, dove la localizzazione nello stesso spazio-tempo ?

Nelle discipline esatte, dove la conoscenza è più profonda, Schlick introduce improvvisamente un livello di analisi molto più complesso, con molti postulati nascosti in più di quello precedente (relativo alla storia) : cos’è infatti il comportamento del calore ? Che c’entra l’isomorfismo strutturale tra le leggi di due fenomeni con la coincidenza spazio-temporale di qualità ? Cos’è una legge ? Schlick insomma introduce nel discorso concetti indeducibili dal contesto precedente (quello cioè dell’attribuzione di una proprietà ad un soggetto e del legame tra due proprietà coincidenti).

La spiegazione fisiologica della sensazione di luce operata da Schlick risulta problematica : infatti che un’onda elettrica possa essere causa del vissuto luminoso è solamente una supposizione di un legame aleatorio. Il fatto che un oggetto A, che sta con un oggetto B in un complesso di relazioni ben determinato, non possa stare nello stesso complesso di relazioni con un oggetto C, non è una verità logica ma solo un assunto metodologico e pragmatico.

Nell’esempio fatto da Schlick dove, date tre cose, due qualsiasi di esse determinano già sempre univocamente la terza, in realtà la suddetta relazione non è così ovvia : infatti se A è Caio e K è la relazione “padre di…”, non si sa se la terza B (che chiameremo Tizio) sia il padre o il figlio di Caio, a meno che A non sia “Caio padre di…” o K non sia la relazione “padre di Caio”.

Nell’universo dei numeri ovviamente l’assunto metodologico di cui abbiamo parlato prima è effettivamente una verità logica, ma questo perché la sostanza del numero è la sua funzione, per cui due numeri tra loro indiscernibili sono in realtà lo stesso numero, mentre nel caso degli oggetti reali, due oggetti indiscernibili per quel che riguarda le loro intrinseche proprietà non è detto che siano lo stesso oggetto.

 

 

 

 

Descrizione e spiegazione

 

Schlick poi sbaglia nel dire che “La neve è bianca” sia un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche” (intendendo quest’ultima come relazione causale). Infatti anche la neve può essere intesa in termini di relazione causale se la s’intende come il concetto prodotto dall’identità “Questo che di freddo è un che di bianco”. Per cui in “La neve è bianca” già “la neve” contiene in sé la relazione causale con il freddo. In questo caso “la neve” ha lo stesso statuto de “Il colore” e “la luce”. Sono cioè degli oggetti cosali, che indicano realtà di per sé esistenti nello spazio e nel tempo. Il giudizio invece “Questo che di freddo è un che di bianco” non è effettivamente come “La luce consiste di onde elettriche”, ma questa differenza non vale nel caso di “La neve è bianca”.

Inoltre, seppure la genesi della sensazione di “bianco” sia diversa da quella di “freddo”, non ci troviamo di fronte ad un caso diverso da “La luce consiste di onde elettriche”, dal momento che anche l’accesso sensoriale alla luce è del tutto diverso da quello che si ha nel risolvere empiricamente il concetto “onde elettriche”. Dunque la differenza qualora ci sia va diversamente descritta.

Inoltre “La luce è onde elettriche” si può considerare in due sensi. Schlick lo considera un rapporto tra due concetti astratti (nessuno dei due sarebbe un vissuto di esperienza). Ma se invece “luce” si considera come un fenomeno empirico (risolvendolo nella sensazione ricevuta dal soggetto) , allora si tratterebbe di un’identificazione tra un fenomeno empirico e la sua causa (onde elettriche). In realtà dire, come fa Schlick,  la luce è causa” è un che di pleonastico, una mediazione inutile tra il piano fenomenico (le sensazioni luminose) e quello della causa  (le onde elettriche). Sarebbe come aggiungere, alla sensazione di calore ed al movimento degli atomi, il flogisto che medierebbe tra questi due termini. L’equivalenza di Schlick tra la spiegazione scientifica e la spiegazione causale però sarebbe in realtà per Whitehead e Husserl una concretizzazione malposta, dal momento che anche il rapporto tra onde elettriche e sensazione luminosa sarebbe difficile da concepire in termini causali (e nessuno pseudo-concetto intermedio, come abbiamo visto, potrebbe facilitarci l’operazione)

 

 

Concetti puri e scienza empirica

 

Inoltre il fatto che l’essenza dell’identità per Schlick la si può percepire con la massima chiarezza nel caso dei concetti puri è in contraddizione con i presupposti empiristici già espressi per cui l’identità equivale ad una coincidenza spazio-temporale di qualità.

La tesi di Schlick, per cui Ö4 può essere sia (+2) sia (-2) e dunque l’equivalenza è in realtà parziale e dunque si tratta di una sussunzione, va integrata ammettendo che la relazione di “radice quadrata di…” è come la relazione “multiplo di…”, per cui si tratta di una relazione che si può avere con più individui. Un’altra possibilità è quella di distinguere a livello simbolico la radice quadrata di 4 equivalente a (+2) e la radice quadrata di 4 equivalente a (-2).

Se per Schlick un problema matematico, la cui soluzione rappresenta sempre una conoscenza concettuale, non è che la richiesta di esprimere un certo concetto, dato attraverso certe relazioni, con l’ausilio di altre relazioni, allora forse trovare ad es. le radici di un equazione significa trovare un numero che sia il plesso delle relazioni costituenti la parte nota dell’equazione. Tuttavia con alcune specie di numeri (tipo i numeri relativi), la soluzione non è più univoca ma comprende più possibili risultati. Cioè anche nel mondo dei numeri l’univocità dei termini viene subordinata alle relazioni nelle quali essi sono coinvolti.

L’interesse della scienza empirica non è, come pensa Schlick, nella ricerca dell’universale e dunque le identificazioni in questo campo non sono sussunzioni. L’identità scientifica è in realtà una riduzione per cui diversi fenomeni sono ricondotti ad un solo livello di realtà.

Anche nel caso dettagliato della luce gialla intesa come processo di oscillazione elettrico, la locuzione “circa 509 bilioni di periodi al secondo” indica comunque una certa imprecisione del concetto. Inoltre la problematicità dell’equivalenza è data anche dal fatto che non si può dire che il processo di oscillazione sia il colore giallo. Naturalmente l’approssimazione all’esattezza è il presupposto del grande potere esercitato dalla tecnologia, potere che legittima la pretesa conoscitiva delle scienze. Infatti quando Schlick dice che obbiettivo delle scienze empiriche è di rendere perfettamente determinato ciò che è individuale, oltre a somigliare alla pretesa di Hegel di dedurre anche la penna con cui scriveva, rende perfettamente l’idea della scienza come sapere che vuole essere anche potere. Tale esattezza però ha come conseguenza la difficoltà di tradurre la scienza nei linguaggi storicamente comuni e l’allontanamento della scienza stessa da quel mondo fenomenologicamente inteso  a cui essa si vorrebbe relazionare sistematicamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


15 febbraio 2010

Le convenzioni e la distinzione Analitico/Sintetico in Schlick

 

Le scienze come reti di giudizi

 

Schlick riprende la distinzione formalistica (e dunque relativa) tra definizioni e giudizi conoscitivi e la applica alle scienze reali, dove la coordinazione è ottenuta tramite definizione e conoscenza. Il sistema delle scienze della realtà è, a suo parere, una rete di giudizi con le maglie coordinate a singoli fatti. Ci sarebbero due tipi di definizione : la definizione implicita e la definizione concreta. Quest’ultima interviene con i concetti che si riferiscono ad oggetti reali. Essa è una stipulazione arbitraria, consistente nell’introdurre, per un oggetto individuato, un nome apposito. Se incontriamo di nuovo un oggetto così designato, noi abbiamo un’esperienza.

Schlick continua dicendo che, dal momento che l’esperienza mostra i medesimi oggetti in diverse relazioni, si possono esprimere numerosi giudizi conoscitivi che formano una rete interconnessa, dati gli stessi oggetti designati dagli stessi concetti.

Finchè, per stabilire ogni singolo giudizio, c’è bisogno di una nuova esperienza, la rete conoscitiva consiste di giudizi che sono descrittivi o storici. Schlick dice poi che, scegliendo opportunamente degli oggetti tra quelli individuati dalle definizioni concrete, si possono trovare delle definizioni implicite tali che i concetti da esse determinati sono impiegabili per designare univocamente tutti quegli oggetti reali. Questi concetti infatti saranno connessi tra loro, attraverso un sistema di giudizi che concorda appieno con la rete di giudizi univocamente coordinata al sistema dei fatti. In questo caso, dice Schlick, tale sistema di giudizi, invece di essere ottenuto empiricamente, può essere completamente derivato per via logica dalle definizioni implicite dei suoi concetti di base, senza essere rinviati volta per volta ad una nuova specifica esperienza.

 

Scienze empiriche e definizioni implicite

 

Nelle scienze empiriche esatte, continua Schlick, si applica al mondo il sistema (esistente in matematica) dei concetti definiti implicitamente. Ad es. l’astronomia può registrare in maniera descrittiva le posizioni dei pianeti in tempi diversi (giudizi storici), ma può anche designare i pianeti attraverso il concetto di un qualcosa che si muove in conformità di certe equazioni (definizione implicita) ed allora dalle formule ad essi relative risulteranno in modo puramente deduttivo tutti gli asserti sulle posizioni passate e future dei corpi celesti nel sistema solare.

Il presupposto dell’intelligibilità del mondo è un sistema di definizioni implicite corrispondente al sistema dei giudizi d’esperienza. Schlick chiarisce giustamente che l’asserzione che esistano sempre concetti prodotti attraverso definizioni implicite, capaci di garantire una designazione univoca del mondo dei fatti, è solo un’ipotesi e perciò ogni giudizio su fatti reali che non sia una definizione né un giudizio puramente descrittivo è solo un’ipotesi.

 

Le convenzioni

 

C’è comunque almeno la possibilità di sistemare determinati concetti singoli in modo che essi si addicano alla realtà ed in modo che gli oggetti da essi designati possano sempre essere ritrovati in essa realtà. Schlick chiarisce che definire implicitamente un concetto vuol dire determinarlo attraverso le sue relazioni con altri concetti, ma applicare tale concetto alla realtà vuol dire scegliere un determinato gruppo dall’infinita ricchezza di relazioni del mondo e designandolo con un nome, compendiarlo in una unità.

Con una scelta adeguata è possibile ottenere per mezzo di un concetto del genere una designazione univoca di realtà. Schlick conclude che, quando un concetto viene determinato e coordinato in questo modo alla realtà, tale determinazione/coordinazione si chiama convenzione.

Lo studio sull’essenza/significato delle singole convenzioni usate nella scienza della natura è un compito importante.

Schlick dice che le condizioni di possibilità delle convenzioni sono presenti laddove la natura offra una continua e non interrotta molteplicità di relazioni omogenee, perché da tale molteplicità continua si possono sempre selezionare tutti i complessi di relazioni desiderati. Di questo tipo sono le relazioni spazio-temporali che formano il dominio proprio delle convenzioni. Infatti gli esempi più tipici di convenzioni sono quei giudizi afferenti un’uguaglianza di distanze spaziali e di intervalli temporali. Questa eguaglianza si può definire come vuole ed essere sicuri di trovare in natura spazi e tempi uguali conformi alla definizione.

 

L’esempio della misurazione del tempo

 

Schlick dice che l’essenza peculiare della convenzione è offerta dalla misurazione del tempo. In questo caso noi stipuliamo che i periodi di rotazione della Terra intorno al proprio asse devono essere considerati uguali e presi come base per la misurazione del tempo. Qui si tratta di una definizione concreta perché la stipulazione si riferisce ad un processo concreto di un corpo cosmico unico presente solo una volta. Si potrebbe prendere in tal caso come riferimento i battiti del polso del Dalai Lama, solo che non sarebbe pratico e la velocità del decorso dei processi temporali starebbe in rapporto con lo stato di salute del Dalai Lama : se questi avesse i battiti accelerati si dovrebbe ascrivere ai processi naturali un decorso più lento e le leggi naturali avrebbero una forma molto complicata. Prendendo invece come base la rotazione della Terra queste leggi hanno una forma più semplice.

Schlick conclude che la massima semplicità possibile delle leggi di natura è il criterio che determina la scelta definitiva di una definizione del tempo. A questo livello tale definizione diventa una convenzione, perché tale definizione non è più legata ad un processo concreto individuale, ma è determinato dal precetto generale che le equazioni fondamentali della fisica debbano assumere la loro forma più semplice. Queste equazioni fondamentali costituiscono le definizioni implicite dei concetti fisici fondamentali.

Una volta che un certo insieme di concetti è stato stabilito mediante convenzione, le relazioni tra gli oggetti designati da concetti non sono a loro volta convenzionali e le si deve apprendere dall’esperienza.

Schlick così riassume le cose già dette :

  • Vi sono due classi di giudizi di cui si compone ogni scienza della realtà
  • La prima classe sono le definizioni che mirano alla surrogazione dei concetti determinati concretamente con concetti determinati implicitamente.
  • Nella prima classe ci sono le convenzioni che garantiscono tale surroga fin da principio mediante idonea stipulazione.
  • La seconda classe sono i giudizi di conoscenza (o storici) che designano fatto osservati o pretendono di valere anche per fatti non osservati ed allora sono ipotesi.
  • Tra giudizi storici ed ipotesi la differenza non è assoluta : la classe dei giudizi storici si riduce a zero se si è consapevoli che empiricamente si possono cogliere nel momento presente (Agostino, Buddismo)
  • I fatti passati e quelli futuri si possono solo inferire . che siano stati osservati può essere un sogno o un’illusione.
  • Dunque anche i giudizi storici sono ipotesi.

 

 

Tautologie e giudizi analitici

 

Schlick poi accenna al tema della tautologia, dicendo che la matematica è fatta di proposizioni derivabili logicamente da definizioni e dunque assimilabili a definizioni, le quali sono sempre vere, ma non incrementano la conoscenza. Egli accenna poi al tentativo di Kant di superare la dicotomia tra tautologie ed F-verità con il teorizzare l’esistenza di giudizi sintetici a priori, grazie ai quali si potrebbe giudicare su fatti reali che ancora non ci sono stati dati dall’esperienza. Tali giudizi sintetici a priori sarebbero alla base delle scienze. Per Schlick tale illusione è dovuta al fatto che alcune definizioni ed alcune convenzioni ad un esame superficiale sembrano proposizioni sintetiche. Un esempio di queste proposizioni sono gli assiomi della scienza dello spazio. D’altra parte nella classe dei giudizi di esperienza ci sono diverse proposizioni (come il principio di causalità) che sembrano essere di una validità talmente incondizionata che li si può facilmente prendere per giudizi a priori.

Schlick, come Kant, definisce “giudizi analitici” i giudizi che ad un soggetto logico attribuiscono un predicato già contenuto nel soggetto logico stesso, cioè già facente parte della definizione di quest’ultimo. In questa definizione è dato lo stato di fatto designato da un giudizio analitico. La verità di un giudizio analitico è basata sulla definizione del soggetto logico e non in un’ esperienza (perciò i giudizi analitici sono apriori).

Quando si dice “Tutti i corpi sono estesi” il giudizio non si fonda su nessuna esperienza, giacchè se nell’esperienza incontrassi qualcosa di non esteso,  non potrei designarlo come “corpo”, in quanto contraddirei la definizione stessa di “corpo”. Dunque i giudizi analitici derivano dalle definizioni e ciò che li connette ad esse è il PDNC.

Correlativamente un giudizio è sintetico se di un oggetto asserisce un predicato che non è già contenuto per definizione nel concetto di questo oggetto.

Schlick poi dice che, mentre i giudizi sintetici sono estensivi, i giudizi analitici sono solo esplicativi. A tal proposito egli analizza la proposizione kantiana “I corpi sono pesanti” ed osserva giustamente che, se avessimo assunto anche la proprietà “essere pesante” nella definizione di “corpo”, allora avremmo di fronte un giudizio analitico.

Schlick aggiunge che non è vero che la distinzione tra giudizi analitici e sintetici sia incerta, giacchè non è vero che lo stesso giudizio possa essere analitico o sintetico. Tale opinione infatti dimentica che il giudizio ad es. “Tutti i corpi sono pesanti” non è affatto lo stesso nei due casi. Schlick infatti dice che la parola “corpo” nell’uno e nell’altro caso designa un concetto diverso, il primo che non comprende la proprietà “pesante”, il secondo invece che la comprende.

Schlick poi considera le definizioni e ritiene che esse siano giudizi analitici in quanto ci danno di un concetto solo le caratteristiche che gli appartengono. Egli aggiunge che si potrebbe con qualche ragione dire che la definizione compie una sintesi in quanto mette insieme in un concetto caratteristiche diverse. Essa però non diviene un giudizio sintetico perché al concetto non aggiunge alcuna caratteristica che sia a questo estraneo. Il giudizio sintetico designa l’aggregarsi di oggetti in uno stato di fatto, mentre la definizione designa l’aggregarsi di caratteristiche all’interno di un concetto.

 

I giudizi sintetici apriori

 

Schlick dice poi che la maggior parte dei giudizi nella vita quotidiana sono sintetici e fa i seguenti esempi : “Oggi per pranzo c’è del pesce”, “La Gallia fu conquistata dai romani”, “Il punto di fusione del piombo è più basso di quello del ferro”. Schlick commenta che dall’intero contesto risulta inequivocabilmente che i loro predicati non fanno parte delle caratteristiche dei concetti che in esse svolgono la funzione di soggetto logico.

Schlick poi esamina anche la possibilità di giudizi sintetici apriori e cioè giudizi dove si afferma che ad un oggetto compete sempre un predicato non contenuto nel suo concetto, senza tuttavia che la base per questa asserzione venga presa dall’esperienza. Lo stato di fatto che un tale giudizio designa è la coappartenenza reciproca di determinati oggetti non uniti da una definizione (ad es. un evento e la sua causa), senza che la garanzia della verità di questa coappartenenza sia un’esperienza.

Schlick si domanda con Kant cosa infatti in tutto l’universo dovrebbe mai poterci dare informazioni al di fuori dell’esperienza circa la coappartenenza di oggetti tra di loro diversi, visto che solo i giudizi apriori ci forniscono una conoscenza rigorosa ed universalmente valida. Egli ribadisce che i giudizi analitici si basano sulle relazioni dei concetti tra loro, mentre i giudizi sintetici si basano sulle relazioni tra oggetti reali. Tale concezione deriva da Kant, il quale asseriva che nel giudizio analitico il predicato verte sul concetto, mentre nel giudizio sintetico verte sull’oggetto del concetto perché in questo caso il predicato non è contenuto nel concetto.

 

Definizioni  e giudizi storici

 

Schlick poi afferma che ogni scienza di realtà rappresenta un sistema di definizioni e giudizi conoscitivi che in singoli punti (le osservazioni ? gli esperimenti ?) coincide direttamente con il sistema della realtà e viene disposto in modo tale che in tutti i punti restanti la coincidenza ha luogo da sé. Schlick aggiunge che quelle proposizioni del sistema dei giudizi con le quali il sistema si appoggia direttamente ai fatti reali li possiamo chiamare giudizi fondamentali (definizioni e giudizi storici). Schlick aggiunge  che, partendo dai giudizi fondamentali, viene retto passo per passo l’intero sistema, ricavando le singole pietre da costruzione mediante un procedimento puramente logico deduttivo (ad es. quello sillogistico). In questo modo anche ai membri del sistema deduttivamente generati corrisponderà uno stato di fatto della realtà.

Schlick poi dice che le singole scienze differiscono tra loro a seconda del modo in cui esse conseguono una continua univocità di coordinazione. Le discipline che usano un metodo più descrittivo (ad es. le scienze storiche) sono in grado di ottenere una completa coincidenza dei due sistemi (giudizi e fatti), ma solo in quanto esse assumono quasi esclusivamente giudizi fondamentali e su di essi non elevano alcuna costruzione. Dalla data di nascita di Napoleone non si può dedurre la sua morte e dunque i giudizi storici mancano di interconnessione e necessitano di un enorme quantità  di singoli giudizi indipendenti. Dunque le scienze storiche sono ricche di materiali, ma incapaci di previsioni sul futuro e dunque povere di conoscenze.

Del tutto diverso è il metodo delle scienze esatte : queste non renderebbero il numero dei giudizi fondamentali il più alto possibile, ma al contrario lo farebbero il più piccolo possibile, lasciando che sia l’interconnessione logica a portare i due sistemi ad una concordanza univoca. Schlick fa l’esempio dell’astronomo che, avendo osservato la posizione di una cometa in tre punti temporali differenti, è in grado di prevedere quale sarà la sua posizione in un qualsiasi altro momento oppure il fisico che, con un esiguo numero di leggi del moto, coordina la totalità dei processi meccanici con giudizi adeguati.

Schlick da ciò desume erroneamente che, meno sono i giudizi fondamentali alla base di una scienza, minore è il numero di concetti di cui essa si serve per designare il mondo, più alto è il livello di conoscenza al quale essa ci innalza.

Egli poi conclude dicendo che il lavoro scientifico non avrebbe senso se ciascun membro dell’insieme dei giudizi non fosse coordinato ad un membro dell’insieme dei fatti.

 

 Stationen. Dem Philosophen und Physiker Moritz Schlick zum 125. Geburtstag (Schlick Studien) (German Edition)



Una corrispondenza solo ipotetica

 

Schlick non spiega se per produrre un’esperienza l’oggetto a cui si ha accesso debba essere già stato nominato. Nel caso ciò fosse vero, Schlick presenterebbe una tesi kantiana per cui l’esperienza si ha solo se è già orientata da una rete di concetti. Inoltre la tesi per cui gli oggetti, distribuiti ognuno in diverse relazioni, permettano una molteplicità di giudizi conoscitivi richiama le tesi relazionistiche di Whitehead. Egli comunque non dice quali sono i criteri opportuni con cui scegliere gli oggetti individuati da definizioni concrete che dovrebbero magicamente condurci a definizioni implicite tali da evitare il continuo ricorso all’esperienza delle scienze empiriche esatte. Né dunque chiarisce come si attua e si verifica l’applicazione al mondo reale del sistema esistente in matematica di concetti definiti implicitamente.

A proposito dell’esempio dell’astronomia, Schlick non si domanda se i pianeti si muovano in conformità all’equazione data, né se è possibile verificare quale sia stato il comportamento passato dei pianeti e se dunque alla deduzione fatta corrisponda un’effettiva estensione di conoscenza. Né si spiega come il sistema di definizioni implicite sia corrispondente al sistema dei giudizi d’esperienza. Alla fine egli è costretto a dire che tale corrispondenza risulta essere solo un’ipotesi. E tale ammissione ci soddisfa pienamente, a patto però che essa porti già da ora il Neopositivismo ad abbassare la cresta. Ma questo purtroppo non succederà così presto.

 

Convenzione ed arbitrio

 

Schlick inoltre non chiarisce nemmeno come distinguere convenzione ed arbitrio : egli si appella ad una scelta adeguata di concetti, la quale però non è ben definita, per cui il criterio è annunciato, ma non effettivamente elaborato. Né si riesce a giustificare e fondare l’omogeneità di spazio e tempo che dovrebbe permettere la comparabilità tra le misurazioni

Quanto all’esempio della misurazione del tempo sono possibili queste considerazioni :

  • La definizione concreta è legata comunque ad un processo concreto individuale, ma il criterio di scelta di tale processo è il precetto generale di cui parla Schlick.
  • Se il riferimento sono i battiti del cuore del Dalai Lama, come si fa a sapere che questi battiti sono accelerati ? Sono accelerati rispetto a che ? Rispetto ad un criterio ? E su quale base questo criterio è adottato ? O rispetto ad un altro ritmo, precedentemente individuato ? E questa differenza che rilevanza può avere ?
  • Il criterio della semplicità o è strumentale ed utilitaristico, o se vuole avere rilevanza conoscitiva diventa metafisico, come nella tradizione pitagorica e platonica.
  • La scelta di processi meno influenzabili contingentemente presuppone un’ontologia o già una fisica in base alla quale si individuino i processi fisici meno alterabili. Ma questa fisica su quali misurazioni si può basare, se la scelta della misurazione presuppone la stessa fisica? Non stiamo davanti ad un circolo vizioso ?

Inoltre non si capisce bene se, dal momento che le relazioni tra gli oggetti d’esperienza non sono convenzionali, l’insieme di concetti convenzionali abbia o no relazioni interne a priori. Oppure se le relazioni tra concetti siano o no le stesse esistenti tra gli oggetti da essi designati. Oppure ancora se le relazioni tra concetti siano la cornice generale in cui si realizzano le relazioni più particolari tra i singoli oggetti. O ancora se le relazioni tra concetti siano la versione metalinguistica delle relazioni tra oggetti.

 

Le distinzioni interne alle tautologie

 

Nel dire che i giudizi matematici non incrementano la conoscenza, Schlick confonde la struttura logica di un sistema di proposizioni con la sua valenza epistemica e non considera il modo in cui scegliamo gli assiomi (nel caso della scienza dello spazio sarebbero riconducibili forse ad intuizioni fenomenologiche) né il fatto che la deduzione dei teoremi comunque è un processo conoscitivamente rilevante, altrimenti Euclide sarebbe importante non tanto per la geometria, ma solo per aver esemplificato un sistema assiomatico-deduttivo.

Lascia perplessi anche il fatto che Schlick ricomprenda il principio di causalità tra i giudizi di esperienza, quando invece è una funzione proposizionale (Kant lo definirebbe uno schema trascendentale) che solo con la saturazione delle variabili diventa una proposizione generale che comprende in sé (come suoi esempi) giudizi di esperienza.

Schlick non tiene nemmeno conto del fatto che i giudizi analitici sono diversi dalle vere e proprie tautologie o da proposizioni di auto-identità. Tali differenze invece vanno esplicitate ed analizzate nel dettaglio. Si può parlare di :

  1. Proposizioni L-vere : CKCpqpq. Si tratta di proposizioni molecolari che risultano essere vere quale che sia il valore di verità degli enunciati atomici che le compongono
  2. Proposizioni M-vere (matematicamente vere) : 2+2 = 4. Si tratta di proposizioni la cui natura non è ancora chiara (Kant le considera sintetiche a priori), ma che vengono spesso considerate esempio di proposizioni analitiche.
  3. Tautologie : “Esiste almeno una proposizione vera”. Si tratta di proposizioni che si riferiscono al valore di verità di sé medesime, direttamente o indirettamente.
  4. Proposizioni analitiche : “Il corpo è esteso” (Kant). Si tratta di enunciati atomici (S è P) dove il predicato è già compreso nella definizione del soggetto logico dell’enunciato stesso.
  5. Proposizioni C-vere (costruttivamente vere) : “Esiste almeno una proposizione”. Si tratta di proposizioni che costituiscono il loro positivo valore di verità nel momento in cui vengono espresse.
  6. Proposizioni T-vere (trascendentalmente vere) : “L’Assoluto esiste” oppure “La verità esiste”. Sono proposizioni che si riferiscono indirettamente al proprio valore di verità, esplicitando dimostrativamente tutte le implicazioni ad esso connesse.

 

 

La natura epistemica della distinzione analitico/sintetico

 

La stessa distinzione tra analitico e sintetico è solo epistemica : sintetico è ciò che non rientra già nel concetto di un oggetto, mentre analitico è il contrario. Magari ciò che in un dato momento storico è sintetico, può essere analitico in un  momento successivo. Schlick analizza la proposizione kantiana “Il corpo è pesante” ed osserva giustamente che, se avessimo assunto anche la proprietà dell’essere pesante nella definizione di “corpo”, allora avremmo di fronte un giudizio analitico. Ma sbaglia nel dire che questo non rende incerta la distinzione tra analitico e sintetico, in quanto tale distinzione non riguarda il concetto (nel senso di noema) di un oggetto, ma il rapporto tra tale noema ed un termine segnico (un nome), per cui la differenza è puramente epistemica e varia perciò da soggetto a soggetto, da epoca ad epoca, da contesto a contesto.

Schlick sbaglia a definire anche analitica una definizione, in quanto analitico è un giudizio che attribuisce una proprietà già compresa nella definizione (già data) di un concetto. Dunque esso individua un rapporto di una proprietà con una definizione già data di un soggetto logico. Alla definizione in realtà non si attribuisce né il carattere analitico né il carattere sintetico.

Anche la distinzione tra definizione e giudizio sintetico seppure interessante rimane problematica in quanto la definizione è il rapporto tra un nome proprio ed una descrizione (che si suppone essenziale), mentre la proposizione sintetica dovrebbe essere il rapporto tra almeno un nome proprio e proprietà o relazioni che non rientrano nella descrizione suddetta. Ed anche questa distinzione è in realtà più sfumata in quanto in principio la descrizione si elabora progressivamente attraverso una serie di proposizioni che risultano inizialmente sintetiche e solo dopo designano proprietà che rientrano in una definizione (ad es. “il leone è un grosso gatto con una criniera”, poi la definizione si articola in quanto si scopre che “La femmina della specie è più piccola e senza criniera” e “Usualmente sono le femmine a cacciare le prede che sfameranno il maschio e tutto il branco”). Ora nella definizione entreranno tutte le proprietà progressivamente scoperte, ma nel momento in cui le si scopre esse sono descritte da proposizioni sintetiche.

Invece irrigidire la distinzione potrebbe portare alla completa separazione tra i due tipi di giudizi, dal momento che, trattando di concetti, il giudizio analitico apparterrebbe al metalinguaggio, mentre quello sintetico al linguaggio oggetto. Alla fine sarebbe problematica la loro stessa coesistenza in un sistema di proposizioni e le difficoltà del rapporto ad es. tra matematica e realtà si approfondirebbero ulteriormente (sempre che la matematica la si voglia considerare come una disciplina composta da proposizioni analitiche)

 

 

 

 

L’aporia interna alle scienze di realtà

 

Molto superficiale è anche la pretesa di sostenere che le proposizioni del linguaggio quotidiano risultino “inequivocabilmente” sintetiche (qual è l’argomento che giustifica tale inequivocabilità ?), dal momento che ad es.  La Gallia fu conquistata dai Romani” è un enunciato che corrisponde a proposizioni diverse ad es. per chi ha scritto il testo e per chi lo legge la prima volta e “La Gallia” è un concetto diverso nei due casi.

Pure non abbastanza meditata è la riduzione di qualsiasi esperienza ad un’esperienza sensibile, riduzione che, unita all’inesatto presupposto per cui qualsiasi stato di cose debba essere ricompreso nella realtà sensibile, consente a Schlick di escludere indebitamente la possibilità di proposizioni sintetiche a priori. Seppure quest’ultimo concordi con Kant nelle ragioni della differenza tra analitico e sintetico (l’analitico come relazione tra concetti, il sintetico come relazione tra oggetti), il pensatore di Koenigsberg manteneva ferma una trascendenza dell’oggetto rispetto al concetto e dunque la necessità di una sintesi a priori che permettesse il collegamento tra a priori ed a posteriori, collegamento che fosse alla base dell’applicabilità della matematica al mondo reale.

Invece Schlick quando definisce le scienze di realtà si trova di fronte a giudizi analitici e giudizi sintetici del tutto separati e ne afferma la comune appartenenza ad un sistema di proposizioni in maniera del tutto dogmatica e aprioristica. Egli nemmeno prova a vedere come il sistema delle scienze si possa semplicemente appoggiare in certi suoi punti a fatti reali : perché lo possa fare è necessario che ci sia la possibilità di collegare proposizioni logico-matematiche e proposizioni empiriche, cosa che Schlick non si sogna nemmeno di tentare, al contrario del Carnap della Costituzione logica del Mondo (1928).

Quando Schlick presume  che tale passaggio verso i giudizi empirici sia assicurato da un procedimento deduttivo dimentica che il procedimento deduttivo può avere come risultato tali proposizioni solo se parte da proposizioni generali (ad es. con il quantificatore universale) o da funzioni proposizionali aventi la forma dell’implicazione. Come si possa partire da enunciati del genere è un altro mistero che Schlick non si sforza proprio di chiarirci. Forse non lo può fare, visto che ci vorrebbe un tentativo della metafisica a questo punto.

Quando poi Schlick si sofferma a descrivere le scienze storiche egli contraddice in parte la sua definizione più generale di scienze del reale, in quanto elimina quasi del tutto il procedimento deduttivo. Inoltre come le scienze storiche possono rimanere scienze prive come sono della dimensione generale  e cioè senza definizioni o proposizioni universali ? Quello che ne risulta è una caricatura dello storicismo e della sua visione dell’individualità. Anche quando dice che lo storico non può prevedere il futuro, Schlick da un lato esclude da questa impossibilità il fisico (e non si sa quanto giustificatamente) e dall’altro evita di citare i casi (non infrequenti) in cui le previsioni dello storico si sono avverate (si vedano quelle di molti marxisti circa l’esito dell’Ottobre sovietico).

Quanto alla differenza tra scienze naturali e scienze storiche, Schlick non tiene conto della minore complessità della natura fisica rispetto a quella storico-sociale (che ricomprende le specificità della natura fisica, ma ne presenta di nuove e più difficili da conoscere con esattezza), minore complessità che almeno in parte spiega tale differenza, che invece Schlick riduce ad una differenza metodologica, ad una superiorità intrinseca delle scienze esatte rispetto a quelle storiche. Egli, nel teorizzare che la maggiore conoscenza derivabile dalle scienze esatte si spiegherebbe con il minor numero di giudizi fondamentali da cui si parte, finge di dimenticare che non è il numero di giudizi fondamentali a fare la differenza, ma il loro grado di universalizzazione. In realtà, dato che le scienze esatte partono da proposizioni universali, alla fine il numero di proposizioni fondamentali (atomiche) su cui si basano è potenzialmente infinito.


9 febbraio 2010

Concetti e giudizi in Moritz Schlick

 

I concetti in funzione dei giudizi

 

Schlick dice che la definizione implicita comporta la riduzione dei concetti ai giudizi, in quanto i concetti sono definiti in base ai giudizi nei quali sono inseriti. Poiché in ogni giudizio compaiono concetti, il giudizio stesso determina i concetti e concetti e giudizi sono quindi tra loro correlativi. Per Schlick i concetti ci sono affinché ci siano i giudizi : seppure l’uomo designa oggetti per mezzo di concetti, egli fa questo solo per poter pensare e parlare su di essi, per poter emettere giudizi. Come i concetti  sono segni per oggetti, così i giudizi sono segni per le relazioni tra oggetti.  Schlick fa l’esempio di “La neve è fredda”, dove il bambino mette in rapporto la neve (bianca, fioccosa) e l’esser-freddo.

Schlick precisa che i giudizi designano non tanto una relazione, quanto il sussistere di tale relazione, il fatto che la relazione tra gli oggetti ha luogo. Egli aggiunge che, per designare una relazione come tale, non c’è bisogno di un giudizio ma è sufficiente un concetto (ad es. “simultaneità” o “diversità”), ma che certi oggetti siano di fatto simultanei o diversi lo si può esprimere solo con un giudizio. Schlick a tal proposito cita Stuart Mill quando dice che bisogna distinguere tra un certo ordine e l’indicazione che quest’ordine è un fatto attuale. L’essenza del giudicare consiste in una presa di posizione del soggetto giudicante. Il giudizio è il segno per uno stato di fatto ed uno stato di fatto può essere anche uno stato di fatto concettuale (es. 2x2 = 4) per cui c’è differenza tra “2x2 = 4 (giudizio) e “l’uguaglianza di ‘2x2’ e ‘4’” (concetto).

 

 

Le tesi di Brentano

 

Schlick giudica complicata ed artificiosa la tesi di Brentano secondo la quale la forma originaria del giudizio sia la proposizione esistenziale per cui “Un uomo è malato” è riducibile a “Esiste un uomo malato” oppure “La luce è un processo di oscillazione elettrica” è riducibile a “Non c’è luce che non sia un processo di oscillazione elettrica”. Egli inoltre critica Brentano per il fatto che vuole ridurre anche le proposizioni relazionali a proposizioni con un unico soggetto logico che viene riconosciuto o respinto. A tal proposito egli dice che le categorie di riconoscimento e rifiuto sono psicologistiche.

Schlick dice inoltre che nemmeno quei giudizi che sono manifestatamente proposizioni esistenziali possono essere considerati come giudizi costituiti da un solo soggetto logico (come giudizi non relazionali). Ad es. si prenda

A)    Il mondo è

B)    Il mondo è grande

Schlick afferma che chi pensa che (A) è costituita di un solo membro, in contrapposizione a (B), confonde semplicemente due significati diversi della parola “è” , dove in (A) “è” vuol dire “ha esistenza” (oppure “è reale”). Dunque in (A) oltre il concetto di “mondo”, c’è anche quello di “esistenza” o di “realtà”. Ogni proposizione esistenziale ha come senso di asserire che l’oggetto designato dal concetto è un oggetto reale  e perciò i giudizi esistenziali designano una specifica relazione di un concetto con la realtà.

 

 

 

 

 

 

 

L’esistenza dei concetti e la contraddizione

 

Schlick poi dice che nei giudizi in ambito puramente concettuale, l’esistenza ha un senso diverso che nelle proposizioni sul reale. Quando un giudizio afferma di un concetto che esso esiste, questo non significa altro che tale concetto non contiene contraddizioni. Il matematico ad es. ha dimostrato l’esistenza di un oggetto non appena è riuscito a mostrare che esso è definito senza contraddizione. Ciò vale per tutti i concetti puri che sono determinati attraverso definizioni implicite, le quali non sono soggette ad altra condizione che quella di essere esenti da contraddizioni.

Schlick continua dicendo che è ovvio però che la contraddizione non sia altro che una relazione tra giudizi e consiste nella compresenza di due affermazioni opposte riguardo allo stesso oggetto. Diventa chiaro che, nel caso dei concetti, la loro esistenza significa il sussistere di una relazione tra i giudizi che li definiscono. Schlick puntualizza che, anche nel caso di altre tesi, dove si distingue tra incontraddittorietà ed esistenza, comunque si tratta di relazioni tra più membri. Dunque ogni giudizio è costituito da più di un termine.

 

 

Critica del monismo logico

 

Schlick poi dice che, chi intende sostenere che certi giudizi, come quelli impersonali (tipo “Piove!”), sono costituiti da un solo termine, ebbene confonde il piano linguistico con quello logico.

Il linguaggio ovviamente è libero di esprimere anche le relazioni più complicate in una forma abbreviata. Ma ciò non deve portare a fallacie. Infatti tali brevi proposizioni, nonostante la forma semplice, designano uno stato di fatto complesso (“nevica” equivale ad es. a “cadono fiocchi di neve”).

Dunque per Schlick ogni giudizio è segno per un fatto ed un fatto comprende sempre almeno due oggetti ed una relazione tra di essi.

Egli poi dice che, affinché da un giudizio si possa vedere a quale stato di fatto sia coordinato, occorre che in esso siano contenuti segni specifici per i differenti membri dello stato di fatto e per le relazioni tra di essi. Dunque devono comparire almeno due concetti come rappresentanti dei due membri della relazione nonché un terzo segno che stia ad indicare la relazione stessa tra i due.

 

 

I concetti e i giudizi nella rete della conoscenza

 

Schlick poi disegna una interessante interrelazione tra concetti e giudizi : i concetti da un lato sono legati tra loro attraverso i giudizi, ma anche i giudizi sono legati tra loro attraverso i concetti, dal momento che un concetto che compare in una pluralità di giudizi stabilisce una relazione tra di essi.

Schlick afferma anche che ogni concetto deve ricorrere in più giudizi differenti se vuole avere un senso ed una funzione. Se infatti un concetto si presentasse solo in un unico asserto, questo non potrebbe essere che la sua definizione, altrimenti dovrebbe essere definito da altri giudizi, contraddicendo l’assunto. Ma cosa sarebbe un concetto che comparisse solo nella sua definizione ?

Dunque ogni concetto costituisce un punto in cui una serie di giudizi (tutti quelli in cui esso ricorre) si incontrano e, come un giunto li tiene tutti insieme : i sistemi della scienza formano una rete in cui i concetti rappresentano i nodi (i centri relazionali di giudizi) ed i giudizi i fili.

Schlick poi spiega l’essenzialismo aristotelico, dicendo che le definizioni di un concetto sono quei giudizi che lo mettono in contatto con i concetti che gli sono più vicini (a tal proposito egli cita Riehl che dice che la differenza tra concetto e definizione è la differenza tra potenza ed atto).

Egli aggiunge però che si devono comunque annoverare le definizioni tra i giudizi, giacché ad es. la scelta in matematica di considerare definizioni certi teoremi è una scelta pratica e convenzionale. Una volta in matematica si consideravano assiomi le proposizioni che apparivano più evidenti, mentre oggi si parte anche da assiomi meno evidenti che magari consentono delle semplificazioni.

Schlick applica questa distinzione sfumata tra definizione e conoscenza ulteriore anche alle scienze della natura e della realtà, dicendo che, quando diventano note altre proprietà di oggetti reali, i concetti relativi a tali oggetti diventano sempre più ricchi di contenuto nonostante i termini siano più fissi e costanti. La differenza tra definizioni e giudizi conoscitivi è magari storica perché il concetto di un oggetto è sempre definito inizialmente con quelle proprietà o relazioni attraverso le quali l’oggetto è stato originariamente scoperto. Schlick aggiunge (anticipando forse la teoria del mutamento di paradigma di Kuhn) che, con il procedere della ricerca scientifica, avviene spesso che, in un secondo momento, quello stesso oggetto, venga determinato in tutt’altro modo, cosicché le vecchie definizioni ora appaiono come giudizi derivati.

Schlick conclude giustamente che la conoscenza è costituita dall’interconnessione strutturale di concetti e giudizi e la sua possibilità consiste dall’essere i concetti collegati tra loro attraverso i giudizi

 



 

Tra concetti e giudizi un rapporto più articolato

 

Ma se i concetti sono riducibili a giudizi, vuol dire che la semantica è riducibile a sintassi ? Siamo di fronte ai presupposti di un riduzionismo computazionale ?

In realtà se il rapporto sintattico tra proposizioni non è turbato dalla semantica dei termini, comunque il significato della singola proposizione è relato al significato dei singoli termini (saturazione della funzione proposizionale).

Nel dire poi che l’uomo designa oggetti per mezzo di concetti e lo fa solo per emettere giudizi, Schlick fa l’errore di confondere i concetti con i meri segni con i quali l’uomo riporta le cose all’interno del linguaggio. I concetti infatti non sono segni di oggetti, se per oggetti si intendono i dati dei sensi, ma al massimo sono la versione intensionale delle classi.

Quanto alla tesi di Schlick per cui i giudizi sono segni per le relazioni tra oggetti, c’è da dire che anche alcuni concetti sono, a loro volta, segni di relazioni tra concetti (che a loro volta designano oggetti). Ad es. il concetto “neve” può ben essere la relazione tra i concetti “bianco” + “fioccoso” + “caduto dal cielo”. Perciò forse molti concetti sono l’unificazione in un solo termine di precedenti giudizi (attraverso le descrizioni di tipo russelliano).

 

 

Giudizi e asserzioni

 

Sulla tesi del giudizio come unione o separazione di rappresentazioni c’è da dire che, quando J.S. Mill afferma che una connessione di rappresentazioni non fa un giudizio, qui  si sovrappongono due cose : la concezione del giudizio come unificazione e la concezione del giudizio come asserzione aleticamente orientata. Naturalmente questa sovrapposizione si può rivelare un legame più profondo e coerente, se s’intende l’unificazione come sintesi che segna un passaggio di stato (un novum ) tra un enunciato morto (fatto di parti molteplici e scollegate tra di  loro) ed un’asserzione viva (con un significato unitario). Perciò il giudizio, inteso come unificazione, produce un’asserzione aleticamente orientata (Mill a tal proposito ha ragione a dire che il di più del giudizio è un problema metafisico intricato).

L’autocorrezione di Schlick relativamente alla natura del giudizio, inteso non più come designazione di una relazione, ma come segno dell’esserci effettivo della relazione stessa, è però rappresentata in maniera ambigua : altro è la saturazione di relazioni tipo xRy con oggetti più concreti ed altro è la differenza tra una proposizione asserita ed una messa tra virgolette.

Schlick ha ragione nel dire che l’oggetto di asserzione può sussistere anche a livello ideale : tale posizione è propedeutica a quella dell’esistenza di L-verità. Ma in questa tesi di Schlick c’è pure l’assimilazione di una L-verità ad una descrizione, cosa che rimanda ad un’ontologia della logica che forse non va d’accordo con l’attuale concetto di tautologia.

Nel dire che c’è differenza tra “2x2 = 4 e  il concetto di uguaglianza tra “4 e “2x2”, Schlick si ricollega alla nozione fregeana di asserzione. Ma quest’asserzione non può limitarsi ad essere una tonalità emotiva, un punto esclamativo ? E questa differenza si può considerare analoga a quella humeana tra impressioni ed idee ?

 

 

Le proposizioni esistenziali

 

Quanto alla tesi di Brentano, Schlick non si accorge che Brentano in un certo senso anticipa la tecnica logica di Russell delle descrizioni definite, caratterizzate da una proposizione esistenziale il cui soggetto è una variabile, per cui “un uomo è malato” diventa “esiste un x tale che x = uomo malato”, mentre “tutti gli uomini sono mortali” è riducibile ad una proposizione esistenziale attraverso la congiunzione rappresentata dal quantificatore universale (che si può ritradurre in

n-quantificatori esistenziali).

Piuttosto Brentano pensa che alcune proposizioni (tipo l’universale affermativo) siano riducibili ad un esistenziale  negativo, mentre invece l’universale affermativo è un insieme di esistenziali affermativi e ad essi è riducibile (la tecnica russelliana forse in questo ci può aiutare). L’intuizione di Brentano ci porta alla possibilità di fondare ontologicamente la dimensione apriorica dell’asserzione e dunque di interpretare quest’ultima come il fatto che la condizione di pensabilità di qualsiasi proposizione è il suo radicarsi nella dimensione transfenomenica dell’Essere : tutto ciò che si pensa deve avere uno statuto ontologico minimo e deve, in qualche accezione,  esistere. Quindi l’errore di Brentano sarebbe solo di non riportare tutti i giudizi a proposizioni esistenziali positive.

Schlick sbaglia a dire anche che affermazione e negazione siano psicologistiche. Infatti esse sono categorie logiche e sono perfettamente equivalenti a riconoscimento e rifiuto. La tesi di Brentano dell’unico soggetto logico si collega alla logica aristotelica della sostanza ed alla critica di Bradley alla teoria delle relazioni esterne (almeno così come è interpretata tale critica dalla ricostruzione polemica di B. Russell).

 

 

L’esistenza e il predicato

 

Alle obiezioni di Schlick circa la tesi di Brentano vale la pena fare le seguenti osservazioni :

  • Schlick sovrainterpreta Brentano ed alla fine critica una posizione che è solo una finzione di Schlick stesso. Brentano dice semplicemente che qualsiasi proposizione implica un giudizio esistenziale o meglio l’esistenza o l’inesistenza ad un dato livello ontologico del soggetto  della proposizione stessa. Perciò al massimo si può dire che Brentano dimostri che si possa ridurre una proposizione del tipo “S è P” in una del tipo “esiste un SP”. E Schlick può a sua volta rispondere che al tempo stesso “esiste un SP” si può tradurre in “S è P”. ma questo non implica la confutazione di Brentano, se non di quello pensato solo da Schlick.
  • Il mondo è grande” è pure traducibile monisticamente in “Esiste un mondo grande” in cui “mondo grande” è un unico soggetto.
  • La traduzione di Schlick di “Il mondo è” in “Il mondo è reale” si può al massimo concepire come una dialettica relazione tra una identità (“Esiste ciò che esiste”, giacchè il mondo è “ciò che esiste”) ed una differenza (dal momento che i due termini di una identità sono anche due termini di una differenza). Ma da un altro punto di vista dicendo che “Il mondo è” sia traducibile in “Il mondo è reale”, Schlick cerca di assecondare la tesi dell’esistenza come contingenza. Ma l’argomento di Brentano (la traducibilità di ogni proposizione in una proposizione esistenziale) evidenzia proprio il fatto che l’esistenza non è un predicato contingente, ma il fondamento della pensabilità di un soggetto logico, per cui “A non è reale” è una contraddizione dialettica che va superata nella proposizione “A è (reale)”.
  • Dire quindi che “Esiste SP” equivale a “S è P(esistente)” è un paralogismo che parte dal considerare l’esistenza un predicato. La critica di Kant alla prova ontologica invece apre la strada alla soluzione ontologica di Brentano, o meglio alla ontologia radicale di Meinong.

 

 

Pluralismo logico e monismo ontologico

 

La tesi poi di Schlick sulla esistenza logica (intesa come non-contraddittorietà) si presta alle seguenti considerazioni :

    1. Schlick si accanisce contro la pseudo-tesi dei monisti per cui ci sarebbe un unico soggetto logico delle proposizioni. Mentre invece il monismo sostiene che i soggetti logici possono essere molteplici, ma sono parti dell’unica Realtà ontologica, la quale viene intuita attraverso le deficienze del linguaggio, così ben evidenziate ad es. da Bradley
    2. La molteplicità di soggetti logici che Schlick cerca disperatamente di evidenziare è una molteplicità non di relazioni esterne, ma di relazioni interne tra un tutto e le sue parti. Lo stesso Schlick dice che l’esistenza dei concetti significa la compresenza e dunque la relazione reciproca tra i giudizi che li definiscono.
    3. Altro è dire che l’esistenza di un oggetto matematico si dimostra con la sua non-contraddittorietà, altro è dire che la sua esistenza sia la sua non-contraddittorietà.
    4. Se la contraddittorietà è in un certo senso per Schlick la compresenza di due proposizioni, la non contraddizione è la negazione di tale compresenza e dunque dovrebbe confermare addirittura una concezione monista dello stesso soggetto logico. A meno che non si argomenti rigorosamente sul principio di non contraddizione come filtro tra compresenze lecite ed illecite. Ma la mera accettazione del principio di non contraddizione è un argomentazione in tal senso ?

 

 

La struttura ambigua del fatto e il ruolo delle definizioni nella rete dei concetti

 

Schlick inoltre, analizzando “nevica” (che sarebbe composta in realtà), non argomenta sul perché l’enunciato composto dovrebbe essere basico (e più fondamentale) rispetto a quello monoterministico. Inoltre egli non spiega perché il linguaggio ha la possibilità di esprimere in forma monoterministica relazioni più complicate. Una ricerca del genere sarebbe troppo per la  faziosità dell’empirismo.

Schlick inoltre non argomenta neppure sul perché un fatto deve comprendere sempre due oggetti ed una relazione tra di essi. Analizzando il presunto isomorfismo tra linguaggio e realtà, egli fa anticipazioni impegnative sulla realtà che dovrebbero ispirare la struttura del linguaggio descrittivo, ma così incoraggia il circolo vizioso nel quale il linguaggio raffigura la realtà e poi si uniforma a tale raffigurazione.

Poi Schlick nel domandarsi retoricamente cosa sarebbe un concetto che comparirebbe solo nella sua definizione, dimentica che ci sono i concetti tautologici che hanno una struttura circolare, ma che si usano pur senza essere menzionati nella costituzione di tutti gli altri concetti (concetti del genere possono essere Il Pensiero di pensiero aristotelico e il Concetto hegeliano). Oltre tutto Schlick nella sua epistemologia riproduce il relazionismo che nega ontologicamente nella sua furia antimetafisica.

Quanto al carattere relativo della definizione e delle conoscenze che da questa dipendono, forse le definizioni nella rete della conoscenza descrivono quell’insieme di proprietà attraverso le quali si può dedurre e collegare il maggior numero delle altre  proprietà di un oggetto. Sarebbero una sorta di insieme che fa da snodo verso tutte le altre proprietà che sarebbero altrimenti in un certo senso divise ed inattingibili tra loro.


14 giugno 2009

Conoscenza e concetto in M. Schlick

 

Il senso della dottrina della conoscenza

 

Per Schlick lo scetticismo non è un atteggiamento concreto, dal momento che oggi la pratica scientifica e la vita quotidiana dell’uomo continuano per la loro strada senza farsi travolgere dall’istanza scettica.

Certo bisogna ammettere che il processo conoscitivo è una sorta di mistero e tuttavia ad es. nemmeno lo scettico può negare i risultati delle scienze, ma al massimo può dire che la scienza non sia conoscenza in senso proprio.

Secondo Schlick per fare scienza non c’è bisogno di epistemologia, così come ognuno può muovere i suoi arti senza conoscere la fisiologia. La conoscenza della fisiologia serve non a muoversi, ma  regolarsi razionalmente quando c’è una patologia. Così l’epistemologia serve alla scienza nei momenti di crisi. E alla filosofia della conoscenza si riduce la filosofia in generale.

Schlick (come Frege e Reichenbach) distingue tra il livello psicologistico e quello validativo, in cui si individuano le condizioni universali della conoscenza valida.

Alla filosofia si arriva da una qualsiasi questione scientifica di tipo specifico in quanto le scienze sono un sistema di scatole cinesi in cui la disciplina più generale fonda e racchiude quella più specifica. Ad es. per Schlick la filosofia comprende la fisica che comprende la chimica che comprende la biologia.

 

 

La predefinizione dell’oggetto dell’epistemologia

 

Per Schlick una scienza deve definire il suo oggetto e la teoria della conoscenza deve studiare un oggetto apparentemente ovvio : il conoscere, che però è in realtà un oggetto problematico.

Schlick critica quelli che vogliono definire la conoscenza ex-post (tipo Hegel e gli storicismi) e dice che questa è falsa serietà che nasconde il giusto punto di entrata in quanto la definizione dell’oggetto di una scienza comunque si basa su di una delimitazione di esso, se non esplicita quantomeno presupposta. Rimane in pratica la necessità di cominciare una scienza con una qualche determinazione concettuale dell’oggetto.

Schlick fa l’esempio della luce e dice che, nell’ottica che la luce consista di onde elettriche è un risultato, ma è chiaro che all’inizio il concetto di luce va determinato in tutt’altro modo (cioè fenomenicamente).

Schlick fa poi una sintomatica illazione e cioè :

  • Si deve dare una definizione sufficiente di conoscenza.
  • Nella scienza c’è conoscenza e progresso conoscitivo.
  • La scienza ha un criterio implicito per sapere se c’è conoscenza.
  • Bisogna renderlo esplicito.

 

 

 

La conoscenza come ri-conoscimento

 

Schlick aggiunge che il termine “conoscere” viene usato senza saperne il significato. Una previa definizione eviterebbe molti pseudo-problemi.

Egli fa un esempio del fatto che il termine “conoscere” viene usato con diverse accezioni :

  1. Sono sulla strada di casa
  2. Scorgo in lontananza qualcosa di scuro che si muove.
  3. Dal suo movimento, dalle sue dimensioni e da altre caratteristiche so che è un animale
  4. La distanza diminuisce e viene il momento in cui so che l’animale suddetto è un cane
  5. Esso continua ad avvicinarsi e presto so che non è un cane qualunque, ma il mio cane, Fido.

Schlick continua dicendo che :

A)    Si è saputo che quell’oggetto era un animale e non una cosa inanimata. Quell’oggetto in movimento non era completamente ignoto né mai apparso nell’ambito delle mie esperienze, ma appartiene ad una classe di oggetti che ho avuto spesso occasione di vedere e che da tempo designo come “animali”. In quella cosa oscura ho riconosciuto quelle caratteristiche (es. il movimento autonomo) che un oggetto deve avere per poter essere designato come animale. Nella percezione di quella cosa scura ho ritrovato la rappresentazione che corrisponde al nome di “animale” e con ciò l’oggetto è diventato qualcosa di noto.

B)     Cosa si intende, si chiede Schlick, con “So che quell’animale è un cane” ? L’immagine in oggetto (di nuovo con una formulazione provvisoria da precisarsi) concorda con la rappresentazione di una bene determinata classe di animali designati dal nome “cane”. Dire che ho conosciuto quell’animale, significa che sono in grado di designarlo con il suo giusto nome ed il nome è giusto perché viene generalmente usato per quella classe di animali a cui questo animale di fatto appartiene. Anche qui ritroviamo qualcosa di nuovo.

C)    Io conosco questo cane come il mio. Lo ri-conosco. Lo conosco di nuovo. Il cane che mi vedo davanti, lo qualifico come identico al cane che sono abituato ad avere d’intorno ogni giorno. Questo diventa possibile in quanto possiedo nel ricordo una rappresentazione più o meno precisa dell’aspetto del mio cane ed in quanto tale rappresentazione è uguale a quella che mi procura la vista dell’animale che mi sta venendo incontro (forma, colore, dimensioni, modo di abbaiare). Finora i nomi con cui potevo designare correttamente l’oggetto erano solo i nomi di classi, mentre adesso lo chiamo con un nome che spetta ad un solo individuo in tutto il mondo e con ciò l’animale è univocamente determinato come individuo.

Schlick dunque ribadisce che il conoscere consiste in un riconoscimento, cioè qualcosa di vecchio ritrovato in qualcosa di nuovo ed alla fine la conoscenza è dare il giusto nome. Poi egli riconosce che il fatto che una rappresentazione possa essere ritenuta come una rappresentazione già nota è un mistero, ma solo di tipo psicologico e perciò irrilevante come mistero per la teoria della conoscenza.

 

 

L’isomorfismo delle strutture matematiche

 

Schlick, partendo da un’opinione condivisa dagli esperti secondo la quale la storia della fisica fornisce esempi di accrescimento vero della conoscenza, ritiene che l’esame di uno qualunque dei casi di storia della fisica, ci può dare una risposta relativamente alla questione dell’essenza della conoscenza.

Schlick osserva a tal proposito che proprietà e leggi di propagazione della luce possono essere rappresentate con le stesse formule matematiche delle proprietà e delle leggi di propagazione delle onde. Sono stati riconosciuti gli stessi rapporti quantitativi della legge di propagazione delle onde (che ci erano già familiari).

Schlick aggiunge però, nel caso della vita quotidiana, si accertava direttamente l’uguaglianza tra due vissuti (percezione e rappresentazione), mentre nell’esempio del fatto scientifico, l’elemento comune ai due termini è una legge e cioè qualcosa che non può essere percepito direttamente, ma a cui si può arrivare solo indirettamente.

Schlick aggiunge che, se l’elemento comune è una legge, questa è una configurazione concettuale e laddove si tratta di concetti, uguaglianza e identità coincidono. Schlick conclude  giustamente (al modo di un monista, come Meyerson) che conoscere significa ritrovare una cosa nell’altra e fa, a tal proposito, degli esempi :

  • Uno storico stabilisce che l’autore dello scritto sulla Stato ateniese (ignoto) è Aristotele (noto)
  • Due parole di lingue diverse hanno la stessa radice.

Ricondurre qualcosa ad un’altra cosa

 

Schlick conclude che la conoscenza scientifica è ricondurre un fenomeno all’altro. Non occorre pensare che l’uomo abbia conoscenza solo laddove sia stato ritrovato ciò che è familiare in ciò che è estraneo. E fa l’esempio della ricerca scientifica, dove la riduzione delle leggi meccaniche a leggi elettromagnetiche equivale cognitivamente alla riduzione dell’elettricità a fenomeno meccanico.

Schlick attacca poi la stessa ipotesi che aveva adombrato e cioè la definizione di conoscenza come riduzione di ciò che non è noto a ciò che è noto. Egli infatti dice :

1)      Ciò che deve esserci spiegato deve sempre esserci noto, altrimenti come potremmo voler spiegare qualcosa se di essa non sapessimo nulla ?

2)      Il fattore di spiegazione a cui viene ridotto ciò che non è conosciuto non deve essere necessariamente qualcosa di nuovo. Infatti, quando per la spiegazione di certi fatti, viene avanzato un concetto nuovo o un’ipotesi nuova che li rende per la prima volta intelligibili, allora abbiamo la riduzione di qualcosa di noto a qualcosa di non precedentemente noto (l’opposto della formula citata in precedenza).

3)      Il fattore di spiegazione che rende possibile la conoscenza non è necessario che sia sso stesso qualcosa di conosciuto : può essere qualcosa che non siamo ancora in grado di ridurre ad altri fattori (un elemento ultimo).

4)      La formula “Da ciò che non è noto a ciò che è noto” deve essere generalizzata fino a convertirsi nella proposizione “La conoscenza è riduzione da una cosa ad un’altra”.

Schlick, a proposito della riduzione, dice che essa deve comportare la questione di a quali fattori è possibile ridurre ciò che si intende conoscere e deve altresì comportare la questione di per quale via si deve effettuare questa riduzione. Le singole scienze si pongono spontaneamente queste domande e si possono in esse individuare casi in cui si conosce la procedura di riduzione, ma non i fattori di spiegazione (es. la fisica matematica che ha avuto un esito a due uscite come la Relatività e l’ipotesi dei quanti), e poi casi in cui si sanno i fattori esplicativi ma non le procedure di riduzione (es. la riduzione dei fenomeni biologici a fenomeni chimici prima).

Schlick ammette che spesso ci si sbaglia su quali fattori devono essere addotti come principi di spiegazione e fa l’esempio del tentativo di ridurre tutti i fenomeni fisici a processi meccanici.

 

 

Principi e procedura di riduzione

 

Schlick poi a proposito del fine ultimo di tutto il conoscere dice :

A)    Ogni avanzamento conoscitivo sta nello scoprire, nel ri-trovare una cosa in un’altra e questa in un’altra, per cui ciò che viene spiegato diventa un insieme di fenomeni sempre più esteso.

B)      Il numero dei fenomeni spiegati mediante uno stesso ed unico principio, diventa sempre più grande ed il numero dei principi necessari alla spiegazione della totalità dei fenomeni diventa sempre più piccolo.

C)    L’insieme delle cose che servono da spiegazione e che non sono state ancora spiegate diminuisce costantemente.

D)    La conoscenza di livello più alto sarà evidentemente quella a cui si arriva con un minimum di principi di spiegazione non suscettibili essi stessi di una spiegazione. Rendere questo minimum il più piccolo possibile è quindi il compito ultimo del conoscere.

E)     Lo strumento per questa reductio ad unum non è tanto la filosofia speculativa, quanto le scienze, con il loro lavoro in comune e caratterizzate da una riduzione del numero delle leggi fondamentali che spiegano le altre leggi fisiche (all’epoca di Schlick meccanica, ottica, calore ed elettricità non erano ancora unificati, mentre ora sembrano separati solo meccanica ed elettrodinamica)

 

 

Il problema della designazione univoca

 

Schlick poi tenta di spiegare qual è la difficoltà dello spiegare ogni singolo fenomeno con un numero minimo di principi : sarebbe il fatto che ciò che è individuale andrebbe designato in maniera univoca ma con l’ausilio di nomi più generali, cosa che sembra impossibile.

Nel caso della conoscenza non scientifica, la designazione univoca si verifica con un nome individuale (es. il cane Fido). Nel caso della conoscenza filosofica invece, si designa un individuo tramite un nome appropriato ma generale e quindi non univoco. Per questo la conoscenza filosofica, secondo Schlick, non è vera conoscenza scientifica in quanto non vi è alcuna difficoltà a reperire o a costruire concetto generali che possano essere ritrovati in tutti i fenomeni del mondo. Ad es. sostiene Schlick, Talete credette di riconoscere in tutte le cose la stessa sostanza (l’acqua), ma no aveva ottenuto nessuna conoscenza autentica perché questa idea non lo poteva aiutare per determinare univocamente (mediante termini generali) le differenze individuali che ci sono tra un pezzo di marmo ed un pezzo di legno, mentre per la gente poco istruita conoscere equivale ad assegnare un qualche nome.

Sono le scienze matematiche a garantire la conoscenza dell’individuale con il massimo di generalità.

 

 

Percezione e memoria

 

Schlick dice giustamente che, se il conoscere è un ri-conoscere, esso è un comparare ed un identificare una rappresentazione percettiva ad una rappresentazione mnesica.

Per Schlick quando dico “Questo è un cane” comparo “questo” (il contenuto della percezione) e “cane” (il contenuto del ricordo).

Schlick riconosce che la c.d. rappresentazione mnesica è molto fugace e non può fare da punto di riferimento. Egli ipotizza che ciò che di un qualsiasi oggetto rimane nella nostra memoria sono certe proprietà specifiche dell’oggetto inteso nel suo insieme (qualità gestaltiche)

Schlick a tal proposito giustamente evidenzia che una comparazione di siffatte configurazioni sarebbe discutibile, data la loro vaghezza, ma ammette anche che i riconoscimenti avvengono con esattezza e sicurezza.

Schlick ipotizza pure che la rappresentazione percettiva richiami con forza quella mnesica e, a tal proposito, dice che è rilevante per la teoria della conoscenza il fatto che un conoscere nella vita quotidiana avviene in questo modo e possiede sufficiente sicurezza per tutti gli scopi pratici.

Schlick aggiunge che ognuno riterrà che sia esclusa la possibilità che io possa per errore scambiare un cane estraneo per il mio, a meno che non abbia subito forti cambiamenti nel tempo, ma a questo punto l’oggetto da conoscere sarebbe diventato un altro. Oppure, continua Schlick, si tratta di cani così simili da ingannarsi o ancora della mia memoria che è poco affidabile, ma in questo caso ci troviamo di fronte a possibilità teoriche, ad una “commedia degli errori” priva di importanza per la vita reale, tale ad aver luogo solo nell’immaginazione di Shakespeare e non nella vita reale.

Schlick poi riprende la tesi di Berkeley per cui non si danno in verità rappresentazioni generali. Cioè, quando penso ad una classe (un genere, una specie, un universale) io mi rappresento sempre un individuo specifico che è accompagnato da un pensiero secondario per cui quell’ individuo rappresentato sta per l’intera classe.

 

 

  

Dalla rappresentazione al concetto

 

Schlick a tal proposito un’aporia relativa alla tesi della conoscenza come comparazione in quanto se è già problematico comparare due rappresentazioni individuali (l’una percettiva, l’altra mnestica), figurarsi comparare una rappresentazioni individuale ed un rappresentazione generale che è già problematica in sé. Per cui il giudizio che attribuisce un individuo ad una classe è aporetico alla luce dell’idea della conoscenza come comparazione tra rappresentazioni. Schlick però, rifacendosi a ciò che quotidianamente succede, afferma che tale comparazione, avviene comunque laddove l’immagine percettiva concordi in grado sufficientemente elevato con rappresentazioni qualsivoglia di animali che io abbia imparato a designare come “cani”. Schlick comunque sembra riconoscere che, per quanto sufficiente dal punto di vista pratico e quotidiano, il modello della conoscenza usuale (definito “per comparazione”) non sia sufficiente per fondare scientificamente la conoscenza stessa.

E così, come Socrate e come Hegel, Schlick passa dalla rappresentazione al concetto, intendendo come concetto, qualcosa di chiaramente determinato, sicuramente identificabile con il massimo di rigore.

Per Schlick i concetti sono altro dalle rappresentazioni, in quanto queste ultime sono instabili e parzialmente indeterminate. Egli aggiunge però che i concetti, non essendo rappresentazioni, non sono reali configurazioni psichiche di un certo tipo e dunque non sarebbero niente di reale, ma solo qualcosa di pensato in maniera determinata.

I concetti sono come rappresentazioni con proprietà precisamente delineate. Tali proprietà sono le caratteristiche del concetto : esse sono fissate in specifiche determinazioni che costituiscono complessivamente la definizione del concetto. La totalità delle caratteristiche del concetto sono per Schlick il contenuto del concetto, mentre la totalità degli oggetti designati dal concetto costituisce l’estensione del concetto stesso.

 

 

La definizione e il concetto come coordinazione

 

Schlick poi dice che per mezzo della definizione si cerca di ottenere quello che non si ottiene nella dimensione delle rappresentazioni e cioè costanza e determinatezza assoluta. L’oggetto da conoscere non viene più confrontato con rappresentazioni vaghe, ma si cerca di vedere se ad esso convengano proprietà fissate mediante definizione. La definizione specifica il nome comune con cui devono essere chiamati tutti gli oggetti che possiedono le caratteristiche indicate nella definizione.

Schlick dice che il concetto svolge il ruolo di segno per tutti quegli oggetti le cui proprietà rispondono a tutte le caratteristiche definitorie del concetto.

Schlick giustamente considera oggetto tutto ciò che si può anche solo pensare e che si può designare, e quindi non solo cose, ma processi, relazioni, proprietà, finzioni. In pratica tutto ciò che può servire alla determinazione di un oggetto.

Schlick poi afferma che, non essendo il concetto qualcosa di reale, esso deve essere designato e sostituito da qualcosa di psichicamente reale (ad es. nel discorso da nomi), a tal punto che alcuni logici intendono il concetto come significato della parola. Schlick aggiunge che spesso anche delle rappresentazioni sostituiscono i concetti, ma esse sono solo sostituti. Non tenerlo presente è stato fonte di grossi errori filosofici. Schlick nega che i concetti siano legati al pensiero (come lo sono invece le rappresentazioni) : quando si pensa ad un concetto il processo si compie attraverso un vissuto particolare che appartiene a quella classe di contenuti di coscienza che sono designati come intenzionali. Come intenzionali si intendono i vissuti non solo presenti nella coscienza ma che includono anche un riferimento a qualcosa al di fuori di loro stessi. Questo “essere diretto a” è un atto mentale, una funzione psichica. Schlick aggiunge che tale funzione non solo è qualcosa d’altro da una rappresentazione intuitiva, ma non è neanche necessariamente legata ad essa. Appartiene a queste funzioni anche il pensare un concetto, l’essere diretti su di esso. Schlick conclude che la funzione concettuale è qualcosa di reale ma non lo è il concetto stesso. Il significato gnoseologico della funzione concettuale sta nel designare ed in questo caso designare non significa altro che coordinare. Dire che gli oggetti cadono sotto un determinato concetto è semplicemente dire che abbiamo coordinato ad essi questo concetto. I concetti insomma sono coordinazioni fissate tra segni ed oggetti designati.

 

 

Critica alle fenomenologia ed a Frege

 

Schlick poi si sofferma a criticare la fenomenologia dicendo che bisogna in effetti distinguere tra designazione come mera indicazione e designazione in quanto espressione, significato, senso. Ma ciò che vi è di comune in tutti questi casi è che si tratta sempre di una coordinazione e le differenze sono solo di natura psicologica. Se non fosse così non potremmo rispondere a nessuna questione gnoseologica perché nessun singolo vissuto è esattamente uguale ad un altro. E Schlick conclude che l’analisi fenomenologia, più viene esercitata (nel distinguere i diversi modi della coscienza) più si perde all’infinito senza procurare effettive conoscenze.

Schlick poi critica il realismo logico di Frege :egli infatti dice che alla tesi per cui i concetti non esistono, ma esistono solo le funzioni concettuali, è stato obiettato che matematica e logica hanno per oggetto i concetti e le loro relazioni che hanno un esistenza non reale, ma ideale. A questa tesi Schlick risponde che parlare di oggetti ideali porta a confusioni metafisiche dal momento che si contrappone al mondo reale un regno delle idee da esso indipendente, un mondo statico che esiste di per sé e che esisterebbe anche se non ci fosse alcun mondo reale. Così sorgerebbe il problema della relazione tra mondo reale e mondo ideale, con una moltiplicazione dei problemi filosofici. Schlick conclude che ci sarebbero inutili complicazioni che possono essere evitate accettando che n nessun modo l’ideale si può comparare alla realtà. Infatti la natura della verità e dei concetti consiste nell’essere dei segni che servono ad effettuare designazioni e coordinazioni. Il luogo della funzione concettuale è solo nella coscienza correlante ed è perciò privo di senso attribuire un’esistenza ai concetti indipendente dall’esistenza degli esseri coscienti. I concetti non sono nemmeno un momento di determinati processi di coscienza, perché così li si riterrebbe delle realtà psichiche, mentre essi non sono nulla di reale.

 

 

Critica al concetto di astrazione

 

Schlick continua la sua critica all’autonomia del concetto dicendo che anche la dottrina dell’astrazione è una tesi metafisica sulla natura del concetto : essa dice che un concetto si può generare dalle cose, facendo astrazione dalle loro proprietà individuali. Ma se questo fosse possibile si dovrebbe allora poter fare anche l’inverso, cioè ottenere una cosa reale da un concetto, aggiungendo ad esso delle caratteristiche ben determinate : ma questo è un non senso. Infatti da un concetto, aggiungendo caratteristiche specifiche, può al massimo venire fuori il concetto di una cosa individuale, ma mai la cosa stessa (in questo caso viene citato il tentativo medievale di dedurre l’individuo con il principio della haecceitas). Da un concetto, secondo Schlick, non può derivare nemmeno una rappresentazione, giacchè questa è pur sempre una forma di realtà psichica.

Schlick conclude la sua argomentazione dicendo che non si può pensare ad una cosa astraendo  da una sua proprietà e lasciando inalterate le altre. Ad es. non si può formare il concetto di sfera prima rappresentandomi una sfera reale e poi astraendo dalle sue proprietà fisiche, dal momento che non si può rappresentare una sfera che sia assolutamente senza colore. Perciò non si arriva ai concetti lasciando da parte certe caratteristiche, ma bisogna distinguere reciprocamente tutte le caratteristiche, designandole singolarmente. Tale distinzione è collegata dal fatto che le singole caratteristiche si possono variare l’una indipendentemente dalle altre e rappresentare diverse combinazioni di forma e colore.

Schlick termina dicendo che i concetti non sono altro che enti di ragione intesi a rendere possibile un esatta designazione degli oggetti per fini conoscitivi, così come ad es. il reticolo delle coordinate geografiche, che ci fingiamo esteso sul globo terrestre, ci permette di designare univocamente un luogo sulla sua superficie.

 

 



Scetticismo, crisi e necessità della filosofia

 

Schlick nella critica allo scetticismo da un lato ha ragione in quanto lo scetticismo non può egemonizzare la vita quotidiana. Ma questa non è una ragione perché il problema non rimanga filosoficamente rilevante e molto difficile da affrontare.

Non si può confondere a tal proposito livello teoretico e livello pragmatico del pensiero. Né si può partire subito con assunzioni del livello pragmatico di pensiero. Quest’ultimo infatti va chiarito nelle sue condizioni di possibilità che possono essere fondate solo teoreticamente.

Inoltre dire che la filosofia compaia nei periodi di crisi adesso non vuol dire più niente, dal momento che lo sviluppo tumultuoso della scienza e della tecnologia portano continuamente a situazioni (più o meno conclamate) di crisi, sia di tipo teorico e metodologico che etico (si pensi in fisica alle critiche alla Relatività ed alla meccanica quantistica, o ai problemi dell’unificazione, oppure in biologia alla forte diffusione attuale della teorie del theological design, oppure all’ingresso vorticoso delle biotecnologie). Rifiutare la riflessione filosofica sulle scienze e tendere a ridurre queste ultime a know how sarebbe socialmente una catastrofe, perché impedirebbe l’accesso di buona parte dei cittadini all’elaborazione ed al controllo sociale del sapere scientifico, generando squilibri e diffidenze che sarebbero compromettenti nei confronti dello stesso progresso scientifico.

 

 

Da dove si deve cominciare ?

 

La pretesa di Schlick di definire l’oggetto della filosofia o dell’epistemologia o di una scienza può avere un valore euristico se effettuata da un individuo che vuole sviluppare la propria prospettiva particolare. Ma nella storia del sapere si sviluppa in maniera condivisa una definizione che si evidenzia solo dopo diversi tentativi e dopo che la disciplina non è più giovane. Come diceva Hegel, si inizia da qualche parte e forse presumere troppo da questo inizio potrebbe rivelarsi un ostacolo (concentrando troppe energie su di una sola prospettiva) e condurre non più all’epistemologia, ma all’epistemolatria (cioè alla divinizzazione del metodo). Un punto di partenza empirico lascerebbe da parte sua del tutto non affrontato il problema dell’interpretazione del dato che invece ci riporterebbe al problema ontologico.

Insomma una definizione ex ante rischierebbe di essere un’astrazione fittizia, un fingere che la storia non ci sia stata e dunque una sottomissione subdola a qualche precipitato della storia stessa. Oppure ci possiamo trovare di fronte ad una definizione antistorica e capziosa che già presuppone una visione pregiudiziale ed ingiustificatamente negatrice.

Schlick nella sua illazione fintamente sillogistica compie l’imprudenza di considerare certo il progresso scientifico, di dedurre senza problemi da questo progresso l’esistenza di un criterio di discriminazione tra sapere e non sapere, di non chiarire chi debba svolgere e con quale metodo l’esplicitazione di tale criterio.

 

 

 

 

Il giusto nome ed altri dilemmi

 

Anche nella ricostruzione del riconoscimento percettivo di un oggetto, Schlick non si chiede come riconosca il carattere autonomo del movimento (grazie al quale distingue l’oggetto come animale), né si pone il problema del carattere non empirico della conoscenza alla luce del ruolo della memoria e dunque delle immagini (o quanto meno delle categorie) mentali.

Ancora, si può dire che quella che io percepisco è un’immagine ? Che la successione di proposizioni esemplificata da Schlick sia un accumulo di conoscenze e non una scelta problematica tra alternative ? Che esista un giusto nome ? Che vuol dire “giusto nome” ? Dietro a questo concetto non si nasconde un circolo vizioso, per cui la verifica della giustezza del nome si basa a sua volta sul giusto nome ? Da cosa dipende la giustezza del nome ? Dalla consuetudine ? E come si distingue la buona dalla cattiva consuetudine ? L’appartenenza di un individuo (es. un animale) ad una classe (es. una specie) è una verità logica o una F-verità ? Fido è de facto un cane ?

Insomma la ricostruzione di Schlick lascia molti problemi aperti.

 

 

 

L’aporia del ri-conoscimento e della memoria

 

Se la conoscenza è ri-conoscimento, cos’è il –conoscimento ?

La definizione rischia di essere un circolo vizioso o un’approssimazione all’infinito, una definizione per niente compiuta e dunque epistemologicamente incongruente. Infatti se la conoscenza è ri-conoscimento e dunque il –conoscimento è a sua volta ri-conoscimento, allora il ri-conoscimento è ri-ri-conoscimento e così via.

Inoltre cosa vuol dire “Il cane che sono abituato…” ? Non è già una classe di percezioni ? E come si forma una classe di percezioni ? Supponiamo che io abbia visto Fido una prima volta. Quando lo vedo una seconda a cosa lo posso comparare ? Il primo caso è già di per sé una classe ? E due sense-data quale grado di somiglianza devono avere per costituire una classe che sia identificabile con un individuo ? E come si può definire un individuo con una classe di sense-data distribuiti nel tempo ? In che senso una classe di sense-data si può definire un individuo ?

Ed ancora, cos’è il ricordo ? Come si può condividere all’interno di un atteggiamento empiristico una teoria del ricordo della folk-psychology ? Il rapporto tra vista e rappresentazione è lo stesso di quello tra ricordo e rappresentazione ?

E ancora, dare un nome individuale equivale a conoscere veramente ? Se la conoscenza si esprime in un giudizio ed un giudizio è predicare un individuo di un universale, perché il nome individuale dovrebbe essere conoscenza ?

Nelle teorie della conoscenza come ricordo e come appellazione troviamo la suggestione platonica del Menone e del Politico.

Ma qual è l’inizio della conoscenza umana ? Quando si può immaginare l’acquisizione nuova senza la preesistenza del vecchio ? E come la si può spiegare ? E tale interazione tra nuovo e vecchio non si può declinare alla maniera kantiana ?

In realtà Schlick non tiene conto del fatto che ogni questione attinente alla psicologia del conoscere ha delle condizioni di possibilità che presuppongono una teoria della conoscenza, per cui nessuna di esse può essere trascurata ai fini del ragionamento filosofico.

 

 

 

  

Riduzione e traduzione

 

Schlick poi non si rende conto che il carattere paradigmatico della fisica per la teoria della conoscenza è una sorta di teorema da dimostrare e non un assioma da cui partire. Egli ritiene in maniera superficiale che conoscere, spiegare e comprendere siano la stessa cosa. Come pure egli ritiene che l’isomorfismo a livello di struttura matematica tra leggi di propagazione della luce e leggi di propagazione delle onde voglia dire una identità tra i due tipi di fenomeni, mentre una tale deduzione non è assolutamente cogente. In realtà non si tratta di identità, ma di equivalenza strutturale; non si tratta di forma visivamente distinguibile, ma di relazioni quantitative che si determinano con calcoli e rappresentazioni numerico-spaziali.

Altro inoltre è dire che due configurazioni concettuali sono uguali e dunque identiche, altro è dire che due fenomeni hanno le stesse configurazioni concettuali (ciò non implica che i due fenomeni siano lo stesso). Nel secondo caso due fenomeni hanno la stessa configurazione ma non sono identici, ma solo equivalenti dal punto di vista della struttura matematica.

La riconduzione di un fenomeno ad un altro di cui parla Schlick può essere riduzionismo, ma può verificarsi anche il riconoscimento di una medesima struttura tra due fenomeni ed in questo caso non si ha riduzione, ma traduzione e Schlick a volte sembra abbracciare una concezione riduzionista, altre volte sembra oscillare verso l’idea di traduzione tra diversi livelli ontologici o fenomenici.

 

 

Traduzione di qualcosa in qualche altra cosa

 

Schlick dice giustamente che ogni riduzione dall’ignoto al noto, presuppone il fatto che l’ignoto sia almeno potenzialmente noto (e questo è un principio epistemologico della metafisica platonica ed aristotelica). Ma comunque nella conoscenza una trasformazione c’è e bisogna capire di quale trasformazione si tratti. Dal meno noto al più noto ?

Inoltre dei fatti visibili, ma non spiegabili, possono essere considerati come fatti noti ? Schlick confonde un po’ le acque e dunque trasforma la riduzione dell’ignoto al noto in riduzione del noto (il fenomeno che non è del tutto conosciuto) all’ignoto (un’entità ipotetica matematicamente determinata e perciò non del tutto sconosciuta). Comunque la sua posizione (che sembra collegarsi ad una sorta di traduzionismo) è che il passaggio da un x relativamente ignota ad una y pure relativamente ignota è comunque un progresso conoscitivo : noi diremmo che il progresso sta nell’equivalenza. Ma perché ci sia equivalenza qualcosa deve essere noto (altrimenti come facciamo a stabilire che c’è equivalenza ?).

Schlick ipotizza che ciò cui l’explanandum deve essere ridotto può essere qualcosa di ignoto, ma al tempo stesso di semplice e cioè di non riducibile ad altro. Giungere a tale principio però può essere considerato conoscenza ? Questa formalizzazione logica consente di compensare lo svuotamento semantico ? In realtà bisogna chiarire cosa sia la dimensione del semplice e della pura forma (uno dei problemi del platonismo in generale)  e cioè bisogna trasformare la dimensione formale in un contenuto noto che consenta di stabilire la natura cognitiva della traduzione di ciò che è complesso in ciò che è semplice.

Infine la formula generica coniata da Schlick (“la conoscenza è riduzione di una cosa in un’altra”), per quanto interessante, può essere migliorata dicendo che “La conoscenza è una pratica di traduzione a due versi da un linguaggio all’altro a da una cosa all’altra”. Ciò in quanto il termine “riduzione” soffre di eccessiva asimmetria cognitiva, simmetria che andrebbe a sua volta studiata e approfondita.

 

 

La spiegazione

 

Per quanto riguarda il rapporto tra principi esplicativi e procedure di riduzione, nel caso manchino i principi, abbiamo l’algoritmo matematico, le quantità ottenute vanno qualificate o meglio attribuite ad una determinata dimensione ontologica o fenomenica, mentre quando manca l’algoritmo, c’è solo una presunzione filosofica sulla natura e l’identità dei principi e tale presunzione può a volte portare chi fa ricerca fuori strada nell’individuare la procedura. Per cui, a nostro parere, per la scienza è essenziale trovare gli algoritmi, mentre l’individuazione dei principi o si effettua applicando l’algoritmo sino al suo limite di risoluzione oppure la si ottiene seguendo una visione filosofica.

A tal proposito, l’estensione illimitata della conoscenza la si può paragonare alla semiosi illimitata di Peirce ? O Peirce non immagina il rapporto explicans/explicandum come una variante del rapporto semiotico ?

Inoltre non è il numero dei principi che diminuisce in senso assoluto (se non con un’unificazione di tipo filosofico, svolta ad un livello superiore a quello fisicalistico dei principi esplicativi), ma il rapporto tra i principi ed i fenomeni che vanno spiegati. Inoltre differente è la spiegazione dei fenomeni e la deduzione dei principi : la prima avviene a livello di linguaggio oggetto, la seconda a livello di metalinguaggio. Inoltre altro è l’unificazione dei fenomeni tramite principi esplicativi e altro è l’unificazione di termini singolari sotto nomi e categorie generali. Schlick fa confusione tra queste diverse accezioni dell’unificazione concettuale e finisce con il pensare che la conoscenza scientifica sia la designazione univoca attraverso un termine generale, definizione un po’ ossimorica che intende il massimo livello di generalizzazione possibile di un termine esplicativo.

In realtà dire che non c’è difficoltà a trovare un termine categoriale generale è fingere che non ci siano stati 5000 anni di storia. Allora non era tanto facile e forse non lo è neanche ora, trovare un termine generale che vada bene per tutti i fenomeni e tutte le entità. Per quanto si possa fingere che il reperimento di un nome sia qualcosa di arbitrario o convenzionale, esso comporta già una disputa sull’interpretazione degli oggetti che si vogliono ricomprendere sotto il nome stesso. Tale operazione presuppone che si individui la proprietà comune a tutte le entità in questione.

Nel caso di Talete, quest’ultimo avrebbe trovato un fattore ontologicamente o fisicamente comune dei fenomeni ed al tempo stesso un’entità teorica con delle proprietà in grado di spiegare tutte le trasformazioni (ad es. la natura liquida del principio incoraggiò a pensare che la vita venisse dal mare o dai corsi d’acqua). Dunque Schlick banalizza quando descrive Talete come un astratto generalizzatore, quando egli è l’elaboratore di un abbozzo di teoria scientifica supportata da una concezione filosofica cognitivamente rilevante.

 

 

 

Memoria e mancanza di problematizzazione

 

Ma se per identificare il contenuto di una percezione mi serve un ricordo, per identificare il contenuto di un ricordo non mi serve un ricordo ancora anteriore ? Se cioè il contenuto della percezione non viene immediatamente identificato, perché dovrebbe esserlo quello del ricordo ? Su questa considerazione credo debba naufragare la concezione di Schlick.

In realtà la memoria o è un mistero che va ancora spiegato o si riduce ad una serie di credenze alcune esatte ed altre illusorie che in realtà non possono fare da vero e proprio riferimento cognitivo. Accettare a tal proposito tali credenze ancorandole al senso comune vuol dire negare la problematizzazione dell’ovvio che è il primo passo per la riflessione filosofica, la quale, per essere all’altezza del proprio compito, deve porsi in maniera radicale.

Dire come fa Schlick che un oggetto fortemente cambiato nel tempo è in realtà un altro oggetto, significa già presupporre un’ontologia fenomenista per cui l’essere è ciò che appare e dunque se appare diversamente è un essere differente. Tale concezione può servire ad evidenziare le conseguenze di un empirismo radicale, ma non può essere a sua volta assunta senza ammettere di trovarsi già nella dimensione ontologica dell’analisi.

Schlick ad un certo punto affonda nel senso comune : infatti molte situazioni importanti della vita (e non pochi casi giuridici) girano proprio attorno a quelle che Schlick chiama “possibilità teoriche” o “commedie degli errori” (si pensi alle identificazioni sbagliate da parte dei testimoni). Perciò considerarle marginali ai fini della teoria della conoscenza sembrerebbe un atto superficiale. Qui forse Schlick paga un atteggiamento addirittura antifilosofico (cioè privo assolutamente di  problematicità).

 

 

La rappresentazione fintamente individuale

 

Quel che poi Schlick (a proposito di Berkeley) chiama pensiero secondario, che si accompagna ad una specifica rappresentazione individuale, è in realtà la relazione semiotica e cioè un collegamento all’universale ed al rapporto uno/molti celato nello stare di una cosa per un’altra cosa. La rappresentazione in questo caso è il prototipo o meglio quello che si definisce simbolo. E’ vero che si tratta di volta in volta di una rappresentazione specifica, ma l’allusione all’universale sta nel fatto che possono essere usate più rappresentazioni specifiche (per parlare di cane posso rappresentarmi un San Bernardo, un bracco, un pastore tedesco).

Schlick compie poi l’errore di considerare dogmaticamente la predicazione come un caso particolare di comparazione ed in secondo luogo, in presenza di una comparazione, egli non cerca affatto di spiegare come essa avvenga. La teoria della comparazione inoltre non chiarisce perché una serie di comparazioni tra un immagine percettiva ed una serie di immagini mnemoniche risulti essere alla fine una comparazione tra l’immagine percettiva ed una rappresentazione generale. In pratica la teoria della comparazione adottata da Schlick presuppone come risolto il problema del rapporto uno/molti e cioè del come si concili la molteplicità delle rappresentazioni ed il loro appartenere alla medesima classe. Egli infatti alla fine deve ammettere che il modello della conoscenza per comparazione non è sufficiente per fondare scientificamente la conoscenza stessa.

 

 

Il concetto come segno ?

 

A proposito dei concetti, Schlick deduce indebitamente dal fatto che essi non sono rappresentazioni il fatto che essi non siano reali. Il criterio per distinguere il livello psicologico da quello logico diventa arbitrariamente un argomento per negare quest’ultimo.

In lui c’è un ambiguità : da un lato il concetto è un segno (per cui c’è un rapporto convenzionale con l’oggetto), dall’altro esso si concretizza in una definizione che deve essere comparata con il contenuto d’esperienza. In realtà l’errore di Schlick è appunto di considerare il concetto come un segno, mentre esso è il senso (sinn) del segno.

Schlick dice anche che, poiché il concetto non è reale, ha bisogno di un segno che lo sostituisca, ma tale concezione si rivela erronea in quanto anche degli oggetti reali  vengono sostituiti da segni e ciò non vuol dire che essi  non siano enti reali. In realtà il segno è l’occasione fisicamente data che ci evoca alla mente il noema che può liberamente riferirsi o meno ad un oggetto fisico corrispondente.

Anche la pretesa di Schlick di distinguere nettamente le rappresentazioni dai segni è infondata, dal momento che le stesse rappresentazioni sono segni complessi che si riferiscono a qualcosa d’altro. Ciò non toglie che esse abbiano delle proprietà (come enti in sé) e ciò vale per qualsiasi altro segno.

Anche designare i concetti come funzioni non è negare loro la realtà : reali non sono solo le sostanze intese in senso lockiano (aggregazioni di qualità). Oltretutto, come potrebbe un concetto oppure una classe avere una funzione unificante se non ci fosse un sottoinsieme di qualità comuni a tutti gli enti cui il concetto si riferisce? E tale sottoinsieme di proprietà (o essenza) perché non lo si dovrebbe chiamare reale ?



La funzione concettuale

 

Nel dire che la funzione concettuale è qualcosa di reale, ma non lo è il concetto stesso, Schlick opera una mistificazione : in primo luogo delinea la categoria dei contenuti intenzionali che includono un riferimento a qualcosa al di fuori di loro stessi. Qui egli già confonde i contenuti con gli atti intenzionali (ad es. il pensare). Bisogna allora chiarire che ci sono contenuti che sono intenzionati dalla coscienza (pensiero, desiderio, volizione) e  l’intenzionalità è un processo psichico che svolge una funzione semiotica di riferimento ad altro da sé, ma questo altro da sé è il contenuto stesso di coscienza che è il concetto e non ha niente di psichico. Esso a sua volta svolge una funzione logica rispetto agli elementi da cui è costituito (concetto-classe). Schlick confonde la funzione psichica che costituisce l’intenzionalità con la funzione logica che costituisce il concetto. E cerca mistificatoriamente di assorbire la funzione logica nella funzione psichica.

Anche nel ridurre i concetti a coordinazioni tra segni ed oggetti, Schlick opera un sofisma : in primo luogo la filosofia deve spiegare perché è possibile fissare una coordinazione tra segni ed oggetti designati e deve indicare cosa presuppone questa relazione. La coordinazione tra concetto ed una molteplicità di oggetti risulta problematica se il concetto non assume una dimensione ontologica. Quali sono le condizioni di possibilità di tale coordinazione? La convenzione è troppo debole per reggere un edificio del genere, giacchè non tenta assolutamente di elaborare una spiegazione, ma semplicemente cambia la dimensione in cui tale coordinazione si verifica. Inoltre Schlick si contraddice perché da un lato dice che il concetto è la coordinazione tra segni ed oggetti, e dall’altro dice che noi coordiniamo il concetto ad una molteplicità di oggetti. A questo punto, come si coordina il concetto (che a sua volta coordina segni ed oggetti) alla molteplicità di oggetti ? Si apre così un rinvio ad infinitum. La coordinazione del concetto agli oggetti non si può configurare come un atto di imperio della mente ed oltretutto, se il concetto fosse sempre un che di particolare che si applica a più oggetti, il mistero della funzione concettuale (il rapporto uno-molti) si presenta tale e quale ad un ulteriore livello.

 

 

Apologia del platonismo

 

Anche nel criticare la fenomenologia, Schlick opera una mistificazione : in primo luogo egli confonde i tipi di atti fenomenologici con i singoli vissuti, in quanto se i secondi sono infiniti di numero in linea di principio,  i primi (i tipi) possono essere classificati in un numero finito. Schlick poi trascura il fatto che, se l’importante è la relazione di intenzionalità, questa non può esserci se non c’è uno statuto ontologico minimo per entrambi i termini della relazione. Per cui l’oggetto di un atto intenzionale deve in un certo senso sussistere almeno ad un certo livello di esistenza.

A proposito della critica a Frege ed al realismo logico

·        Schlick non chiarisce perché la metafisica platonica sarebbe confusa. Non per tutti i platonici il mondo ideale è chiuso o fisso, o indifferente al mondo reale. La relazione tra ideale e reale è problematica, ma ciò non implica l’eliminazione di uno dei termini, giacchè dispute continue si registrano non solo nella metafisica, ma anche nelle scienze ed in altri ambiti di discorso.

·        Il realismo logico porta a delle complicazioni perché tenta di spiegare la natura dell’oggetto di logica e matematica, cosa che Schlick e l’empirismo radicale non tentano assolutamente di fare. Schlick da un lato nega la comparabilità tra reale ed ideale, dall’altro nega l’autonomia dell’ideale dal reale : ora per evitare la contraddizione l’ideale dovrebbe letteralmente sparire, ma può sparire l’oggetto di logica e matematica ?

·        La tesi per cui ideale e reale non si possono comparare è falsa dal momento che già tematizzarli nello stesso contesto implica almeno un rapporto minimo tra le due dimensioni.  Il fatto che un concetto possa essere strumento di organizzazione delle conoscenze andrebbe spiegato e la spiegazione dovrebbe fare riferimento alle proprietà oggettive dei concetti. Ma ciò darebbe eccessiva realtà al mondo ideale e perciò la funzione strumentale dei concetti va alla fine accettata acriticamente secondo Schlick. Inoltre negare la valenza semantica dei concetti rende ulteriormente misteriosa la loro funzione unificante rispetto alla molteplicità degli oggetti.

·        Se il luogo della funzione unificante del concetto è solo nella coscienza correlante, cosa impedisce a quest’ultima, libera da criteri esterni ed oggettivi, di muoversi nel più assoluto arbitrio ? Se un concetto unifica in maniera così estrinseca una molteplicità di oggetti, questi ultimi non hanno alcuna relazione oggettiva tra di loro. Infine Schlick si contraddice pure quando da un lato riduce la funzione concettuale a funzione psichica e dall’altro nega al concetto anche la realtà psichica : la conseguenza è che la funzione psichica finisce per essere assolutamente priva di termine di riferimento. Schlick denuncia le difficoltà dell’idealismo nel chiarire il rapporto tra dimensione ideale e dimensione reale, ma rimuove le difficoltà dell’empirismo radicale nel chiarire il rapporto tra dimensione empirica e fisicale con la dimensione logica e semantica.

 

 

L’astrazione e il concetto

 

Anche nella critica al concetto di astrazione Schlick argomenta in maniera sofistica : infatti la tesi dell’astrazione

  • O dice che un concetto (inteso come realtà autonomamente esistente) lo si può conoscere astraendolo dagli enti reali (ma in tal caso non lo si genera)
  • Oppure dice che un concetto (inteso come mero prodotto soggettivo) si genera astraendo alcune proprietà dai dati sensoriali (ma in tal caso il concetto non è autonomo da questi ultimi).

Nell’uno e nell’altro caso, l’argomento di Schlick per cui si dovrebbe generare un oggetto reale a partire dal concetto non ha le condizioni per essere valido : nel primo caso perché non c’è generazione, nel secondo caso perché il concetto viene concretizzato in un’esperienza, ma tale derivazione non è assimilabile ad un processo fisico di cui si può supporre la reversibilità.

In secondo luogo, proprio a questo proposito, la presunzione per cui l’astrazione (per essere condivisa teoricamente) debba essere reversibile è patrimonio solo della capziosità di Schlick : nemmeno in natura tutti i processi di trasformazione sono reversibili, eppure nessuno nega che si verifichino realmente.

In realtà il fatto che dal concetto non possa derivare la realtà empirica è proprio segno del fatto che si tratta di dimensioni ontologiche autonome (vedi il parallelismo spinoziano) alle quali l’uomo ha parimenti accesso attraverso diverse facoltà cognitive.

Il fatto che dal concetto non possa derivare nemmeno una rappresentazione non ha niente a che fare con la realtà dell’uno o dell’altra, ma solo con il fatto che concetto e rappresentazione appartengono a due diverse dimensioni, l’uno quella logica, l’altro quella sensoriale.

Infine Schlick ha ragione nel criticare l’astrazione se quest’ultima si esercita su di una rappresentazione che deve conservare almeno alcuni elementi di concretezza (es. la sfera deve avere comunque il colore). Ma se l’astrazione si effettua già con la descrizione (che permette di disaggregare una rappresentazione unitaria in una serie di qualità verbalmente o grammatologicamente espresse), allora essa risulta molto meno problematica. Schlick direbbe che questo passaggio dalla rappresentazione al piano verbale presuppone una designazione, ma la designazione è piuttosto la prova che i processi di astrazione non compromettono l’unità  dell’oggetto da cui essi prendono le mosse, che non il presupposto per effettuare l’astrazione stessa.

Infine Schlick nel paragonare i concetti ad un reticolo geografico finisce per invischiarsi in altre aporie, dal momento che non spiega cosa sia un’esatta designazione (sempre il problema del giusto nome), non chiarisce in che senso gli enti di ragione non esistano, non tiene conto del fatto che la designazione può comunque celare una classificazione e quest’ultima presuppone l’universale a cui attribuire l’individuo che va nominato. Da ultimo il considerare il concetto una finzione al pari del reticolo della mappa geografica  è in contraddizione con una precedente tesi di Schlick che negava appunto al concetto il carattere di finzione  ed infine ci riporta al problema di come tale finzione possa assicurare una designazione vera e corretta.

 

 

Epilogo

 

In sintesi la concezione di Schlick su conoscenza e concetto è fortemente aporetica e dunque insufficiente agli occhi dell’analisi filosofica. Il problema di Schlick è la sua oscillazione ambigua tra una forma di  conoscenza più concettualmente connotata e l’ancoraggio alla solita solfa empiristica. Questa ambiguità è alla radice delle numerose fallacie interne al suo ragionamento, giacchè da un lato deve garantire che certe funzioni conoscitive siano mantenute, dall’altro deve eliminarne, da buon antimetafisico, tutte le implicazioni ontologiche, finendo per darsi la zappa sui piedi.


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