.
Annunci online

  pensatoio passeggiate per digerire l'attuale fase storica
 
Diario
 


 

 

Sono marxista

 




Darfur Day

Annuncio Pubblicitario

gaza_black_ribbon






sotto la media l'Italia arranca, con questi media l'Italia crepa







  


        
Articoli di filosofia

Il futuro delle filosofie
http://www.italonobile.it/Il%20futuro%20delle%20filosofie.htm

L'argomentazione apagogica sulla verità in Vittorio Hosle
http://www.italonobile.it/Esiste%20verità.htm

Pensiero di Pensiero...
http://www.italonobile.it/pensiero%20di%20pensiero.htm

La teoria delle descrizioni definite di Bertrand Russell

La x è solo un segno ?

Dall'assenza del segno al segno dell'assenza

Dallo zero alla variabile


Frege e la negazione

Frege e l'esistenza

Senso e denotazione in G. Frege

Concetto e Oggetto in G. Frege

Frege e la logica

Frege e il pensiero

Concetto e rappresentazione in G.Frege

Funzione e concetto in G. Frege

Il senso e la denotazione dei concetti in Frege

La connessione dei concetti in Frege

Ontologia del virtuale
http://www.italonobile.it/Ontologia%20del%20virtuale.htm

L'eliminazione della metafisica di R. Carnap

Conoscenza e concetto in M. Schlick

Schlick e la possibilità di altre logiche

Tempo e spazio in Schlick

Schlick e le categorie kantiane

Apparenza e realtà in Schlick

Concetti e giudizi in Schlick

Analitico e sintetico in Schlick

Evidenza e percezione in Schlick

Giudizio e conoscenza in Schlick

Il reale secondo Schlick

La critica di Schlick all'intuizione

Definizioni e sistemi formali in Schlick

La logica in Schlick

La verificazione in Schlick

La verità in Schlick

Lo scetticismo nell'analisi secondo Schlick

Lo scopo della conoscenza in Schlick

Logico e psicologico in Schlick

L'unità di coscienza secondo Schlick

Schlick e la svolta della filosofia

Schlick e l'induzione

Matematica e realtà in Schlick


Alexius von Meinong e la teoria dell'oggetto


Bernard Bolzano e una logica per la matematica

Contenuto e oggetto in Kazimierz Twardowski

Jean Piaget e la conservazione delle quantità continue

L'attualità di Feyerabend

Sul Gesù storico
http://www.italonobile.it/La%20spartizione%20delle%20vesti.htm

La coscienza secondo Thomas Nagel
http://www.italonobile.it/la%20doppia%20vita%20del%20conte%20Dracula.htm

Filosofia e visione
http://www.italonobile.it/l'immagine%20della%20filosofia.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614562

Ermeneutica della luce e dell'ombra
http://www.italonobile.it/all'ombra%20della%20luce.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614557

Il test di Fantuzzing: mente e società
http://www.italonobile.it/Test%20di%20Fantuzzing.htm

Metafisica oggi
http://www.italonobile.it/metafisica.htm

La merce in Marx

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione


Globalizzazione economica e giuridica
http://www.italonobile.it/globalizzazione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615609

Guerra, marxismo e nonviolenza
http://www.italonobile.it/Guerra,%20marxismo%20e%20non%20violenza.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=615613

Utopia e stato d'eccezione
http://www.italonobile.it/utopia%20e%20stato%20d'eccezione.htm
http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=622445

Il reddito di cittadinanza
http://www.crisieconflitti.it/public/Nobile1.pdf

Keynes da un punto di vista marxista

Appunti marxiani 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10



STORIA DEI NUMERI E DELLE CIFRE NUMERICHE
http://www.italonobile.it/genealogia%20della%20matematica.htm

La comunicazione nel linguaggio scientifico e la filosofia

 http://pensatoio.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=614558



Lemmi Wikipedia da me integrati
Alexius Meinong
Bernard Bolzano
Storia dei numeri
Sistema di numerazione
Sistema di numerazione cinese
Sistema di numerazione maya


Il Capitale di Marx e altro
1 2  3  4  6  7  8  9
10  11  12  13  14  15  
16  17  18  19  20  21
22  23  24  25  26  27
28  29  30  31  32 

 

Dibattito su Emiliano Brancaccio
1 2 3

Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

DISCLAIMER (ATTENZIONE):
l'Autore dichiara di non essere
responsabile per i commenti
inseriti nei post. Eventuali
commenti dei lettori, lesivi
dell'immagine o dell'onorabilità
di persone terze non sono da
attribuirsi all'Autore, nemmeno se
il commento viene espresso
in forma anonima o criptata.







7 marzo 2011

Krugmanite : l'ipocrisia del mainstream sul Nordafrica

In realtà le analisi fatte da Eichengreen, Rodrik, Rogoff e Krugman rivelano solo l’ipocrisia del mainstream degli economisti. Da un lato essi non possono esimersi dal riscontrare che il problema è nella distribuzione del reddito, dall’altro sembrano considerare questa redistribuzione come un fatto che ha origini solo all’interno di questi paesi, senza contare le azioni dei paesi più ricchi e capitalisticamente avanzati del pianeta.

La sintesi neoclassica vuole venderci ancora le sue ricette : vu' cumprà ?

 

Krugman è addirittura ridicolo in questo doppio registro. In un articolo spiega che gli investimenti provenienti da paesi con una più debole domanda interna cercano i paesi in via di sviluppo, dall’altro lato nega che la politica della Fed c’entri qualcosa con l’aumento dei prezzi dei beni alimentari in questi paesi e se la prende, come Don Ferrante, con le stelle, il clima e la Cina che non vuole svalutare.

Rogoff parla di lavoratori qualificati che trovano lavoro e lavoratori meno qualificati che lo perdono, ma non spiega perché la quantità di lavoratori qualificati e competitivi sia così irrisoria rispetto al resto. Tutti constatano i fenomeni, ma pochi si fermano a cogliere le relazioni sociali esistenti tra di essi. Non è un caso.

Tutti stanno con i pantaloni in mano, ma si ostinano a correre nella direzione di prima. Hanno troppa paura che qualcuno tiri il guinzaglio con forza e li faccia stramazzare

 


27 febbraio 2011

Le rivoluzioni dell'Africa settentrionale secondo Rodrik, Rogoff e Krugman

Secondo Eichengreen le agitazioni in Tunisia ed in Egitto riflettono il fallimento da parte di governi nella distribuzione della ricchezza. Dal 1999 le due nazioni sono cresciute ad un ritmo di circa il 5% annuo. Tuttavia i benefici derivati dalla crescita non sono arrivati ai giovani insoddisfatti. La quota dei lavoratori al di sotto dei 30 anni è molto elevata il che implica prospettive molto più limitate da un punto di vista economico. A causa di un settore manifatturiero sottosviluppato, gran parte dei giovani lavoratori con scarse competenze e basso livello di educazione è forzato a ripiegare sul settore informale.

 

Dani Rodrik mette invece in evidenza il fatto che la Tunisia è posizionata al sesto posto tra 135 paesi in termini di miglioramento dell’Indice di sviluppo umano (Isu), mentre l’Egitto si è piazzato al 14° posto. Egitto e Tunisia hanno eccelso soprattutto su istruzione e sanità. L’aspettativa di vita della Tunisia (età media 74 anni) prevale su quella di Ungheria ed Estonia. Il 69% dei bambini egiziani va a scuola e lo stato in tutte e due paesi ha fornito servizi sociali e distribuito su vasta scala i benefici della crescita economica. Eppure alla fine non è bastato. Non sempre i miglioramenti economici sono ricompensati con la popolarità politica. Inoltre le buone politiche economiche non sempre coincidono con la buona politica. Tunisia ed Egitto (come molti altri paesi del medio oriente) sono rimasti paesi autoritari, governati da gruppi dirigenti corrotti e clientelari. Il governo egiziano si è posizionato al 111° posto su 180 paesi per quanto riguarda la corruzione.

Infine una rapida crescita economica non compra da solo la stabilità politica, fino a che non si consenta alle istituzioni politiche di svilupparsi e maturare rapidamente. La stessa crescita economica genera mobilitazione economica e sociale, cioè fonte primaria di instabilità politica.

Rodrik cita Huntington che dice che il cambiamento economico e sociale sviluppa la coscienza politica, ne moltiplica le richieste e ne amplia la partecipazione. Aggiungendo i social media (come Facebook e Twitter) le forze destabilizzanti azionate dal rapido cambiamento economico possono diventare enormi. Queste forze assumono maggiore potenza quando si amplia il gap tra mobilitazione sociale e qualità delle istituzioni politiche. La risposta alle richieste dal basso è un misto di compromesso, reazione e rappresentanza. Quando le istituzioni sono sottosviluppate, esse eludono queste richieste nella speranza che svaniscano da sole o che siano insabbiate dai miglioramenti economici. Questo modello si è dimostrato molto fragile.

Non è detto per Rodrik che un regime politico in grado di gestire queste pressioni dal basso sia democratico nel senso occidentale del termine. Basti pensare a sistemi politici che non agiscono mediante libere elezioni e con partiti politici concorrenti. Alcuni potrebbero fare riferimento a Singapore come esempio di regime autoritario durevole di fronte ad un rapido cambiamento economico. Ma l’unico tipo di sistema politico andato a buon fine nel lungo periodo è quello associato alle democrazie occidentali.

Sia Eichengreen che Rodrik parlano poi della Cina, e non è un caso.

Rogoff dice che la disuguaglianza in termini di reddito, ricchezza ed opportunità è probabilmente più elevata ora all’interno di ogni paese, rispetto a qualsiasi altro periodo dell’ultimo decennio. Le società per azioni hanno le tasche piene di denaro dal momento che il loro impulso all’efficienza continua a produrre enormi profitti. Ma la percentuale di lavoratori sta calando, a causa dell’alto tasso di disoccupazione, della riduzione delle ore lavorative e dei salari stagnanti.

I gradi di disuguaglianza tra i vari paesi stanno diminuendo, grazie alla costante e robusta crescita dei mercati emergenti. Tuttavia la maggior parte delle persone non guarda ai cittadini di paesi lontani, ma solo al proprio vicino.

I mercati azionari si sono ripresi, molti paesi vedono una impennata dei prezzi relativi agli immobili privati o commerciali. Il rialzo dei prezzi per le materia prime sta portando enormi entrate ai proprietari di miniere e campi petroliferi, proprio nel momento in cui i rincari degli alimenti base stanno scatenando rivolte alimentari e rivoluzioni su vasta scala.

A tormentare numerosi lavoratori poco qualificati c’è una elevata e prolungata disoccupazione. In Spagna la disoccupazione supera il 20% e non serve che i governi adottino misure di austerity.

Dati i livelli di debito pubblico registrati numerosi paesi, sono pochi i governi che possono operare una nuova redistribuzione dei redditi. Ad es. paesi come il Brasile hanno già livelli così alti di trasferimenti dai ricchi ai poveri che ulteriori manovre comprometterebbero la stabilità fiscale e la credibilità anti-inflazione. Paesi come Cina e Russia avrebbero maggiore libertà di azione per la redistribuzione, ma sono molto cauti per paura di destabilizzare la crescita.

Le cause della crescente disuguaglianza all’interno dei diversi paesi sono comprensibili : viviamo in un’era in cui la globalizzazione espande i mercati per gli individui supertalentuosi ma è in contrasto con il reddito dei lavoratori ordinari.  La competizione tra i paesi in fatto di individui qualificati e settori proficui costringe i governi a stabilire elevate aliquote fiscali per i ricchi. La mobilità sociale è ostacolata dal fatto che i ricchi mandano i figli in scuole private, mentre i poveri non possono permettersi nemmeno di mandare i figli a scuola.

Marx ha previsto che il capitalismo non avrebbe potuto sostenersi politicamente all’infinito, ma, contrariamente alle sue previsioni, il capitalismo ha sviluppato standard di vista sempre più alti per oltre un secolo, mentre i tentativi di attuare sistemi radicalmente diversi sono venuti a mancare.

Eppure con una disuguaglianza del genere, la situazione è vulnerabile e l’instabilità può esprimersi ovunque. Quaranta anni fa le rivolte civili e le manifestazioni di massa scossero il mondo sviluppato, dando vita a riforme sociali e politiche di ampio respiro.

Rogoff si chiede come si manifesterà il cambiamento e che forma assumerà alla fine il nuovo patto sociale e ritiene che è difficile ipotizzare che il processo sarà pacifico e democratico.

L’unico punto chiaro è che la disuguaglianza non è solo una questione a lungo termine. I timori sull’impatto della disuguaglianza tra i redditi stanno già frenando al politica fiscale e monetaria sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, i quali tentano di liberarsi delle politiche superespansive adottate durante la crisi finanziaria.

Rogoff conclude che la capacità dei paesi di gestire le crescenti tensioni sociali generate dalla profonda disuguaglianza separerà i vincitori ed i perdenti nel prossimo ciclo di globalizzazione. La disuguaglianza sarà la maggiore incognita durante il prossimo decennio di crescita globale.

Per Krugman si potrebbe stabilire un parallelo tra l’insurrezione egiziana e la rivoluzione popolare che travolse Marcos nelle Filippine nel 1986. In entrambi i casi, la gente è scesa in piazza contro un dittatore che era stato per molto tempo alleato degli Stati Uniti ed era stata mobilitata, più che da un’ideologia specifica, dalla corruzione percepita del governo. Le Filippine non sono diventate la Svezia, ma comunque liberarsi di Marcos fu una cosa buona. Molti commentatori hanno paragonato la situazione agli eventi che nel 1998 misero fine alla dittatura di Suharto in Indonesia. Ma per Krugman c’è una differenza fondamentale tra le rivolte in Indonesia e nelle Filippine  e quella in Egitto. Nei primi due casi le crisi politiche fecero seguito a gravi crisi economiche : Marcos cadde vittima della crisi del debito latino americano degli anni ’80. Suharto fu travolto dalla crisi finanziaria asiatica del 1998. Invece negli ultimi anni l’Egitto ha registrato una buona crescita, ma i frutti di questa crescita non sono arrivati agli strati più poveri e la disoccupazione giovanile è un problema enorme. Forse la morale della storia è che il prodotto interno lordo non spiega mai tutto.

 


20 luglio 2009

Recensioni del libro di Alberto Burgio "Senza democrazia"

 

Note a margine del libro “Senza democrazia. Un’analisi della crisi” di Alberto Burgio.

1. Controstoria del neoliberismo e cause della crisi.

Nella prima pagina dell’inserto “Finanza & Mercati” de “Il Sole 24 ore” di mercoledì 27 maggio 2009 campeggiava questa dichiarazione del banchiere David Renè James de Rothschild: “Governi e banche centrali hanno gestito bene la crisi”.
Di fronte a siffatti tentativi di falsificazione della storia, salutiamo con estremo favore voci critiche come quelle di Alberto Burgio, il cui nuovo libro (“Senza democrazia. Un’analisi della crisi”, DeriveApprodi, Roma 2009) ha il merito di riflettere sulla crisi inserendola in un ampio contesto storico e ricercandone le radici nella vicenda ultratrentennale del neoliberismo.
Questo largo angolo visuale, unitamente al confronto tra i caratteri del neoliberismo statunitense ed europeo (figlio della lezione gramsciana di “Americanismo e Fordismo”), è senz’altro uno dei maggiori pregi del libro, che offre al lettore una massa di informazioni di non sempre agevole reperimento.
Nell’elaborare la sua “controstoria” del neoliberismo, Burgio individua le cause di fondo della crisi nella sovrapproduzione di capitale e di merci, all’origine della quale operano le condizioni imposte al lavoro dipendente: deregulation del mercato del lavoro, precarietà e bassi salari. In sintesi: siamo di fronte a una crisi da sovrapproduzione figlia dei meccanismi di riproduzione del neoliberismo.
Secondo Burgio la crisi esplode, e non casualmente, nel momento in cui, dopo una fase di “guerra di posizione” durata circa un ventennio (1980-2001), il neoliberismo sferra l’attacco più duro e feroce alle conquiste sociali e politiche della c.d. “età dell’oro”, ossia dei trenta gloriosi anni che vanno dal dopoguerra fino alla fine degli anni 70 del novecento, iniziando una intensa “guerra di movimento” (dal 2001 fino al 2008) che ha come obiettivo principale l’asservimento totale e definitivo del lavoro e della forze sindacali agli interessi del capitale.

2. L’umanità davanti a un bivio.

D’altra parte, la portata sistemica della crisi parrebbe indurre la previsione di trasformazioni epocali. Anche sul punto l’analisi di Burgio è puntuale e rigorosa. Bando ai facili entusiasmi. Nessun scontato goodbye al neoliberismo è dietro l’angolo. Secondo l’autore la crisi pone l’umanità di fronte ad un preciso bivio: da una parte, la possibilità che il capitalismo, non soltanto difenda le proprie posizioni, ma le fortifichi e le estenda, trasformando la “rivoluzione passiva” neoliberale dell’ultimo trentennio in una vera e propria “restaurazione conservatrice” (come nella Germania post Weimar), con profonde e gravi conseguenze regressive anche sul piano delle libertà democratiche e dei diritti; dall’altra parte, si profila la possibilità di una “transizione egemonica forte”, ossia di una fuoriuscita dal capitalismo, la cui insostenibilità sociale, economica ed ecologica è ormai sotto gli occhi di tutti.
Questa seconda possibilità, tutta da costruire, si gioverebbe di taluni elementi di segno progressivo che la crisi sta facendo emergere e che Burgio, con grande puntualità e lucidità, individua nel ritorno alla centralità dello Stato e della politica (dopo anni di primato del mercato); nel ritorno alla centralità della produzione (dopo anni di primato della finanza) e, dunque, nella connessa possibilità di una riemersione “forte” del conflitto capitale/lavoro; nella crisi dell’unilateralismo statunitense e nel connesso spostamento del baricentro degli equilibri geopolitici verso la Cina, l’India e i paesi del sudamerica; ed infine, nell’assunzione, sul piano economico, di una sempre maggiore rilevanza dei fondi sovrani, ossia di ingenti masse di capitale appartenenti a paesi non capitalistici o comunque non asserviti all’occidente (es. Cina, paesi arabi ecc.).
Sugli esiti della sfida, Burgio non si avventura correttamente in alcuna previsione, ben consapevole del fatto che tutto dipenderà dall’evoluzione dei rapporti di forza in campo, dalla “coscienza operosa, dotata degli strumenti necessari a tradurre in realtà idee, giudizi e volontà” delle soggettività di sinistra e anticapitaliste e dalla loro capacità di sviluppare e mettere a frutto gli elementi progressivi sopra enucleati.

3. Il neoliberismo di “marca americana”: tra indebitamento privato e rivoluzione passiva.

In questo quadro, una delle parti più stimolanti del libro è certamente quella in cui l’autore, rispondendo all’interrogativo “perché non vi è stata difesa?” (al mortale attacco sferrato, a partire dagli anni 80 del novecento, al lavoro dipendente) e utilizzando categorie gramsciane, giunge alla conclusione per cui in Europa, a differenza che negli Stati uniti, il processo di affermazione del neoliberismo non ha assunto la forma di una “rivoluzione passiva”, bensì quella di una pura e semplice restaurazione, e ciò per l’assenza di una costruzione egemonica sul terreno materiale ed economico idonea a soddisfare, almeno in parte, le esigenze dei ceti subalterni.
Secondo una riflessione che Burgio conduce ormai da anni (iniziata quantomeno col suo “Gramsci Storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere”, Laterza, Roma-Bari 2003, e proseguita con “Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno”, DeriveApprodi, Roma 2007), ciò che Gramsci chiama rivoluzioni passive sono processi di trasformazione complessi della società caratterizzati da almeno tre elementi essenziali: la direzione dei processi di trasformazione economica, sociale e politica da parte delle classi dirigenti tradizionali; il soddisfacimento parziale delle istanze dei ceti subalterni, con conseguente, sia pur minimo, effetto progressivo; l’assenza di conflitto determinata, da un lato (a), dall’egemonia della classi dirigenti tradizionali e dall’altra (b), dalla debolezza e, in ultima istanza, dal trasformismo, delle forze politiche e sindacali “progressive” che rappresentano i ceti subalterni.
L’affermazione del neoliberismo negli Stati Uniti ha soddisfatto, secondo l’autore, tutti e tre gli aspetti salienti della nozione gramsciana di “rivoluzione passiva”.
In particolare, l’egemonia delle dottrine neoliberiste si è affermata, oltre (e prima) che sul terreno culturale (manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mass media, proposizione di valori e modelli di comportamento ecc.), sul terreno della struttura economica e materiale, attraverso la ricetta economica, favorita da precise scelte governative e del sistema bancario, del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati. Ricetta, questa, che ha permesso alla classe media e anche a strati della classe operaia statunitense di compensare la riduzione dei redditi di lavoro determinata dai processi di sistematico smantellamento del sistema industriale (in favore delle reti finanziarie) attuati dal capitale e di mantenere tendenzialmente stabile il proprio tenore di vita.
Il fenomeno non deve stupire se si pensa che, ad esempio, anche il “fordismo” ha costruito la propria egemonia sul terreno materiale, attraverso la politica degli “alti salari”.
Parafrasando Gramsci si potrebbe dire che negli Stati Uniti l’egemonia neoliberista “nasce dalla finanza (non più dall’industria) e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di intermediari professionali della politica e dell’ideologia”.

4. Neoliberismo europeo e trasformismo della sinistra: un’ipotesi di mera restaurazione?

Secondo Burgio in Europa il processo di affermazione del neoliberismo avrebbe avuto invece una dinamica differente in quanto non sarebbe stato determinato dalla costruzione di un impianto egemonico operante (già) sul terreno delle condizioni materiali dei ceti subalterni e, quindi, non sarebbe stato sostenuto da elementi di relativa progressività sul piano del soddisfacimento delle esigenze economiche dei subalterni. Tale conclusione muove dalla constatazione (esatta) per cui nei paesi europei (si pensi all’Italia) la ricetta del facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa generalizzati non ha operato, così impedendo l’affermazione della pur effimera base materiale dell’egemonia costituita dal coinvolgimento del lavoro dipendente nella speculazione finanziaria.
L’assenza di conflitto nell’affermazione del neoliberismo, secondo l’autore, sarebbe da imputarsi esclusivamente alla sua egemonia culturale (e non materiale) e al trasformismo delle forze politiche e sindacali di sinistra, pronte a saltare sul carro del vincitore e a recepire acriticamente i principi e i dogmi del nuovo vangelo economico.
Secondo tale ragionamento, il processo europeo di affermazione del neoliberismo sarebbe stato peggiore di una rivoluzione passiva, in quanto privo di quei minimi effetti di relativa progressività per i ceti subalterni che caratterizzano ogni forma di rivoluzione-restaurazione. Ci saremmo, pertanto, trovati in presenza di una pura e semplice restaurazione.
Pur condividendo l’impianto generale e l’analisi del libro, sul piano critico, ciò che, forse, può essere eccepito alla stimolante riflessione di Burgio è l’assenza di una ipotesi di ricerca tendente ad individuare l’esistenza di vie proprie e originali (“non di marca americana”) che in Europa l’egemonia neoliberista potrebbe avere sviluppato (anche) sul terreno materiale ed economico.

5. Il “caso italiano” e la funzione del debito pubblico.

Con riferimento all’Italia, ad esempio, ciò su cui bisognerebbe interrogarsi è la natura e la portata della forza egemonica sul terreno materiale della scelta di conferire in tutto il trentennio neoliberista - al di là dei tanti proclami ideologici sulle virtù del libero mercato (la “fanfara” neoliberista) - permanente centralità al debito pubblico (in luogo del debito privato). Quest’ultimo aspetto avrebbero forse meritato un maggiore approfondimento da parte dell’autore, e ciò anche in considerazione delle dimensioni socio-economiche del fenomeno. Si consideri che secondo i dati forniti da Luigi Pasinetti in un noto saggio pubblicato nel 1998 con il titolo “The myth (and folly) of the 3% deficit/Gdp Maastricht parameter” sul “Cambridge Journal of Economics”, nel caso dell’Italia, il debito pubblico è per la stragrande maggioranza (tra l’80 e il 90%) posseduto da soggetti residenti.
Come gli studi dello stesso Pasinetti dimostrano, una cosa è il giudizio sul processo di accumulazione passata del debito pubblico e altra e ben diversa cosa è la funzione che il debito pubblico svolge una volta formatosi. Il debito pubblico offre due facce della medaglia. Da un lato, è una passività per lo Stato (e, attraverso, lo Stato, per l’intera comunità), ma, dall’altro, rappresenta un insieme di attività finanziarie per il singolo individuo o le singole istituzioni (private o pubbliche) che ne detengono il possesso, permettendo loro di trasferire nel tempo il proprio potere di acquisito. Non esistono dubbi sul fatto che una tale funzione, nella misura in cui determina un effetto di spiazzamento delle attività finanziarie private a favore di quelle pubbliche, svolga un ruolo molto importante quale fattore di (relativa) maggiore stabilità finanziaria di un sistema. In altri termini, se si considera l’indebitamento totale (debito pubblico più debito privato), quei paesi (come l’Italia) che hanno un elevato debito pubblico mostrano un indebitamento privato decisamente più basso. Il che potrebbe essere una delle ragioni per le quali in Italia gli effetti della crisi non sono stati così devastanti come in paesi a elevato indebitamento privato quali gli Stati Uniti.

6. Ipotesi di lavoro.

Bisognerebbe chiedersi se la politiche del debito pubblico del trentennio neoliberista (ma analogo discorso si potrebbe forse fare, nonostante il contrario avviso dell’autore, per le politiche dei redditi e di concertazione introdotte con gli accordi del 31 luglio 1992 e del 23 luglio 1993 e che oggi, non a caso, Confindustria e governo Berlusconi si apprestano a smantellare con l’opposizione della sola CGIL) siano state solo finzioni sovrastrutturali o abbia portato concreti vantaggi materiali, sia pure minimi e transitori, ai ceti più deboli, così costituendo l’equivalente “di marca italiana” e sul terreno materiale, dei transitori ed effimeri vantaggi concessi ai ceti medi e agli operai americani attraverso il facile accesso all’indebitamento privato e ai guadagni di borsa. La transitorietà dei vantaggi materiali è, infatti, un dato comune anche alle ricette neoliberiste statunitensi. Basti pensare all’inferno nel quale il facile accesso all’indebitamento privato ha condotto oggi milioni di famiglie americane.
Se l’ipotesi di lavoro qui sommariamente abbozzata fosse fondata (debito privato sta agli USA come debito pubblico sta all’Italia) la categoria della “rivoluzione passiva” potrebbe essere recuperata anche per qualificare il neoliberismo di casa nostra. Il che non dovrebbe stupire né scandalizzare, ove si consideri che, per Gramsci, persino il fascismo, pur differenziandosi dal fordismo, era una “rivoluzione passiva” in virtù della componente corporativa che introduceva embrionali strutture di Stato Sociale.
La ricostruzione qui suggerita, infine, avrebbe il pregio di coordinarsi perfettamente con le ipotesi dell’autore circa gli sviluppi futuri della “crisi”, dando conto, con coerenza, della possibilità di involuzione, anche sotto il profilo delle garanzie democratiche di libertà, degli assetti politici ed istituzionali dei paesi occidentali, in termini di passaggio da una fase, per l’appunto, di “rivoluzione passiva” a una fase di vera e propria “restaurazione conservatrice”. Ragionando diversamente il possibile “salto di qualità” in termini di risposta regressiva delle classi dominanti non risulterebbe allo stesso modo apprezzabile.

Roberto Croce

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Il libro di Alberto Burgio sulla crisi economica e sociale che stiamo vivendo, senza nulla concedere alle semplificazioni, si propone come uno strumento di conoscenza e lavoro per tutti coloro che vogliono andare alla radice di questa crisi e della sua genesi. Il libro è di agevole e piacevole lettura anche per i non specialisti.
La ricostruzione, accompagnata da una ricchissima bibliografia, parte, infatti, dalla conclusione della seconda guerra mondiale e dal periodo storico 1945 -1975, noto come i «trenta gloriosi». Il nodo centrale della ricostruzione storica è l'analisi di come gli Usa modellarono una fase di crescita che sembrava avere introdotto per sempre nel capitalismo una dimensione sociale eliminandone la congenita instabilità e di come si è poi arrivati alla fase neoliberista degli ultimi trenta anni. Infine si analizza criticamente l'esplosione della crisi uscendo dagli schemi semplificatori di molti altri libri e articoli, in particolar modo per quanto concerne il rapporto tra finanza e industria. Si punta il dito sul modello di accumulazione sviluppatosi dagli anni Novanta e sullo squilibrio sistemico del capitalismo e si affrontano le trasformazioni sociali avvenute in Italia a seguito dell'avvento del neoliberismo. Rilevare lo squilibrio sistemico del capitalismo, che oltre che ai capitalisti, appariva superato al personale politico occidentale, compresi i vari riformismi, consente di fare emergere la parabola discendente della prassi e del pensiero riformista sia in Italia che in Europa.
Tutto ciò sarebbe sufficiente a consigliarne la lettura. In questo volume però si sviluppa, contemporaneamente, una linea di analisi più coraggiosa e ambiziosa della sola ricostruzione critica di questa lunga fase storica. L'autore, infatti, sviluppa una riflessione sul presente attualizzando la domanda che Antonio Gramsci si pose sul perché Mussolini avesse vinto; insomma perché, in particolar modo in Europa, la rivoluzione neoliberista non ha incontrato una resistenza sociale, per non parlare di quella politica, all'altezza delle drammatiche conseguenze sociali che provocava? Su cosa si è basato il consenso di massa ottenuto, dai Bush, dalla Thatcher, da Berlusconi? Burgio, dopo avere richiamato anche l'esigenza di una riflessione sulle trasformazioni antropologiche avvenute - consumismo e individualismo -, ricostruisce, fuori da ogni imbastardimento, il concetto originario di Gramsci di «rivoluzione passiva», cioè di processi di trasformazione economica, sociale e politica diretti dall'alto. Tale concetto per essere utilizzato richiede, oltre alla direzione dall'alto, che le trasformazioni diano parziale soddisfazione alle istanze poste dalle classi subalterne e che vi sia l'assenza o la carenza del conflitto sociale.
Notoriamente in Gramsci tale concetto era associato all'analisi del trasformismo delle classi dirigenti italiane. L'autore ci ricorda che per Gramsci le rivoluzioni passive, così intese, sono «restaurazioni progressive», vi è cioè la capacità delle classi dominanti di fare i conti con importanti processi di trasformazione della società. Così definito il concetto, egli ne trae la conclusione che mentre negli Usa esso è pienamente utilizzabile, in Europa, specificatamente in Italia manca la condizione della parziale soddisfazione di esigenze delle classi subalterne che sono state solo vittime e non parzialmente beneficiarie, come negli Usa, della bolla speculativa finanziaria. Ne esce un atto di accusa molto radicale sui gruppi dirigenti del riformismo europeo, visti come un esempio di trasformismo, e la ricerca di una spiegazione meno politologica della crisi della rappresentanza politica a sinistra. In questo quadro si indica come maturi una pericolosa crisi democratica. Sarebbe di grande interesse fare interagire il richiamo alla spiegazione antropologica, nella linea di Pasolini e altri, con il concetto di rivoluzione passiva, il libro ce ne offre un'opportunità.
Negli ultimi due capitoli si affronta l'oggi, sia attraverso una valutazione critica delle misure adottate dai governi di tutto il mondo per uscire dalla crisi, sia rispetto alle prospettive aperte di fronte a noi. Il libro sottolinea l'ambivalenza della situazione odierna, e quindi la presenza di un'opportunità per una svolta radicale, senza nascondere i pericoli che dobbiamo superare. Si polemizza con grande forza contro il rischio, a sinistra, di una nuova fase di «pensiero desiderante che scambia la congettura per previsione e la previsione per analisi», in favore di un realismo attivo, basato sul conflitto sociale, la soggettività e la democrazia. Si tratta di trarre profitto dalla crisi di egemonia del capitalismo prima che si avvii una possibile nuova rivoluzione passiva, se non una crisi senza uscite. Si indica la via di un diverso modello di sviluppo, riassumendo quanto già elaborato dai saperi critici che a sinistra hanno in questi anni costruito delle opzioni di politiche alternative, sottolineandole la concretezza a fronte dell'irrazionalità del capitalismo.

Francesco Garibaldo



Una guerra contro il lavoro. La rivincita del capitale sulle conquiste sociali del ciclo precedente. E’ questa, in definitiva, la cifra con cui Alberto Burgio legge ed interpreta – nel suo ultimo libro – la grande trasformazione neoliberista degli ultimi 30 anni. Avvincente come un romanzo e documentato come un atto d’accusa, si legge nella quarta di copertina. Vero! Con un’attenzione scrupolosa alle cifre, Burgio ricostruisce con chiarezza genesi e geografia di un disastro. Un crollo mondiale, concomitante e irrefrenabile, del Pil, della produzione industriale, del credito a imprese e famiglie, dei consumi e dell’occupazione. Esplosa per l’insolvenza dei lavoratori sottopagati o disoccupati, la crisi si dispiega aggravando precarietà e disoccupazione. Le conseguenze socio-economiche di ciò sono prevedibili e dirompenti, laddove l’entità delle risorse necessarie al contrasto assume proporzioni tali da scardinare ciò che resta delle retoriche rigoriste che questa crisi hanno concorso a determinare. La situazione italiana è, se possibile, ancora più drammatica. Debito pubblico, salari, precarietà, disuguaglianza, famiglie povere. L’effetto del keynesismo delinquenziale dell’establishment nazionale degli anni 80-90, eversivo in alcune sue componenti e capace di dilapidare alcuni fra i settori strategici del nostro sistema industriale. La società si dissolve nei suoi estremi: senza legge in alto, senza diritti in basso. Non si fa politica industriale e dell’innovazione ma la colpa di tutto viene scaricata sul costo e sulla produttività del lavoro. Della Costituzione democratica e fondata sul lavoro non rimane che una parvenza.
Il contesto in cui matura questa rivoluzione conservatrice è quello della globalizzazione neoliberista. Le conquiste degli anni 60-70 vengono messe fra parentesi e il capitale è ora in grado di restaurare il ciclo storico precedente. Con una valutazione che da sola richiederebbe un supplemento di analisi, Burgio ritiene che tale smottamento sia dovuto non poco alla fine dell’URSS, concepita come riferimento fondamentale e termine di paragone con cui il capitalismo è stato costretto a misurarsi. Una tesi alla Hobsbawm. D’accordo, ma fino a quando? E a quali costi per quei popoli sottomessi? Di certo però c’è che a partire dagli anni 80 il capitale si prende la sua rivincita. Cerca lo scontro campale e vince (controllori di volo USA, minatori inglesi, operai Fiat e non solo da noi). Luoghi e attori della democrazia vengono via via espropriati di ogni potere reale, che si concentra nelle mani di una tecnocrazia globale fatta di multinazionali, operatori finanziari e società di rating.
Ma perché il mondo del lavoro subisce così pesantemente senza reagire? L’analisi di Burgio è gramsciana: questioni di egemonia e di rivoluzione passiva. I mutamenti del lavoro dissolvono le condizioni che avevano favorito l’ascesa operaia laddove, con un controllo pervasivo dei media, il capitale si riappropria di una egemonia culturale, foriera di una vera e propria svolta antropologica.
Il degrado italiano, per parte sua, è anche figlio del degrado della sinistra, che introietta con zelo esagerato le teorie della governabilità e della modernizzazione su cui la incalza l’avversario. Se oggi siamo un paese intossicato e assuefatto a tutto è anche a causa del vuoto lasciato a sinistra. Fra le sue cause recenti vi sarebbe per Burgio un antico vizio nazionale: il trasformismo. La fine del PCI e la concertazione sindacale rappresentano, ai primi anni ’90, gli eventi che per Burgio marcano il passaggio di fase. L’A. è ben conscio del carattere epocale entro cui, anche da noi, maturano le cause dell’arretramento. E tuttavia, scrive, c’è sconfitta e sconfitta. E ad andare perduta è stata, prima di tutto, l’autonomia culturale e strategica. Ci si carica dell’interessa nazionale ma col risultato di avallare, in un paese iniquo e incline all’illegalità, un risanamento pagato tutto dal mondo del lavoro. Troppe concessioni, in sostanza, senza contropartite per il mondo che si vuole rappresentare.
A questo punto la replica non può che essere: qual’era l’alternativa? Si potevano aggirare i vincoli della nostra collocazione internazionale? All’estero è andata tanto diversamente? Era ipotizzabile la conservazione del PCI? E quanto a lungo? E che dire di un’alternativa antagonista a relazioni industriali già estenuate dalle sconfitte degli anni 80? La lotta infatti c’era stata, ma la si era persa e a più riprese. E questo Burgio, forse, non lo sottolinea abbastanza.
Di contro però, nessun protagonista di questi anni può chiamarsi fuori rispetto al disastroso bilancio politico e sociale che è sotto gli occhi di tutti. Che non ci fossero veramente alternative va’ argomentato e provato, sul piano storico e politico, alla luce di ciò che ne è derivato. E quest’onere è tutto di chi quelle scelte ha voluto e perseguito. In questo Burgio ha perfettamente ragione.
Oggi, con la crisi, possono effettivamente aprirsi nuove opportunità. Ma quali? La ricetta di Burgio, intellettuale e militante comunista, è un ritorno all’organizzazione e all’antagonismo sociale. Un ripristino dell’impianto classista laddove egli stesso deve ammettere una tendenziale estinzione delle classi sociali, sia pure come esito regressivo in atto Il ceto medio scompare forse come classe in sé, ma la sua soggettività (stili, valori, culture) resiste alla crisi materiale che la attanaglia. La sua proletarizzazione economica non prelude affatto, crediamo, ad una sua proletarizzazione socio-politica. Piuttosto è il proletariato che ci pare “cetomedizzarsi” sul terreno della soggettività.
C’è poi l’obiettivo di un ricompattamento politico, in grado di riportare a sintesi una soggettività oggi dispersa, precarizzata e colonizzata ideologicamente. Ma in che modo? Ciò che per il momento ci tocca constatare è che sotto la spinta potente delle retoriche populiste, in Italia come in Europa, prende corpo una drammatica secessione di massa da quel poco che è rimasto di tutte le ideologie novecentesche del movimento operaio. Del resto, se di svolta antropologica si è trattato, si capisce come il compito che abbiamo di fronte risulti a dir poco titanico.

Salvo Leonardi

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Da ormai dieci anni, dai tempi di Modernità del conflitto e attraverso il recente Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno , tutti pubblicati da DeriveApprodi, Alberto Burgio si impegna in un intenso corpo a corpo con i problemi della composizione, della soggettività e della lotta delle classi nella modernità capitalistica con i metodi e il rigore dello studioso messi al servizio di una militanza politica e intellettuale esplicitamente assunta. Questo suo ultimo lavoro - Senza democrazia. Per un'analisi della crisi , (DeriveApprodi, Milano 2009, pp.288, euro 15) - si propone di fornire ai lettori gli strumenti per comprendere l'attuale situazione del mondo del lavoro e della sinistra e per spiegare come i conflitti ineludibili che sorgono in luoghi e momenti diversi non riescano a collegarsi e a farsi rappresentare efficacemente. Senza democrazia : il titolo denuncia la situazione prodottasi nelle nostre società, nelle quali i soggetti implicati nei conflitti in passato definiti di classe non riescono a determinare le scelte generali. La grande speranza che il suffragio universale aveva aperto fin dal 1793, che le minoranze privilegiate sarebbero state accerchiate dalla volontà delle maggioranze consapevoli dei propri diritti sembra oggi illusoria.
In questi anni non sono mancate analisi lucide e rigorose della crisi e del rapporto fra la finanziarizzazione e la perdita di potere dei lavoratori organizzati. Non pochi economisti denunciano lo scandalo della costante riduzione dei salari in tutto il mondo capitalistico ma criticano anche la pura indispensabile richiesta di politiche di redistribuzione della ricchezza, proponendo invece vere e proprie politiche industriali. D'altra parte molte analisi sulla potenza dell'immaginario, abbinata a quell'invenzione della tradizione di cui le Leghe sono diventate esperte - che sono state messe in campo per spiegare la peculiarità del dominio esercitato dalla destra italiana nell'ultimo ventennio - trascurano spesso la contraddizione in ultima istanza e finiscono per limitarsi a una battaglia anche coraggiosa nel campo del costume, del quotidiano, dell'etica, o della contestazione del dominio biopolitico.
L'analisi di Burgio ha l'ambizione di analizzare le classi e le loro possibili soggettività dentro la crisi del capitalismo finanziario globale. Nei primi capitoli riassume e sistematizza le vicende della finanziarizzazione dell'economia e della politica di guerra della presidenza Bush, l'esplosione della "bolla speculativa" immobiliare, l'insolvenza generalizzata delle classi lavoratrici trascinate in una politica di credito al consumo che si era manifestata già nella crisi del '29. Ma per comprendere gli effetti sociali di questi processi utilizza la categoria gramsciana di "rivoluzione passiva" e l'applica al nostro presente. Specialmente nel quarto capitolo, "Egemonia e rivoluzione passiva", Burgio spiega i comportamenti collettivi di tanta parte del mondo del lavoro che in Europa e negli Usa come l'effetto dell'introiezione da parte della sinistra politica delle ragioni dell'avversario e dunque della superiorità del mercato capitalistico - che ha ben diverse finalità e razionalità - nel rispondere in ultima istanza ai bisogni economici, sociali e simbolici di tutti. A un capo di questo processo, l'implosione dell'Urss che «come ebbe a scrivere Guy Debord, ... tolse alle democrazie occidentali ogni incentivo alla virtù» e ai lavoratori organizzati, dall'altro il paradosso tragico dei fondi pensione.
La globalizzazione mercantile e finanziaria ha prodotto la ristrutturazione oligarchica dei centri di decisione. Le delocalizzazioni, le esternalizzazioni, i mutamenti dell' organizzazione del lavoro hanno contribuito a provocare una disgregazione corporativa della società, in cui il conflitto delle classi fondamentali è ideologicamente riletto come frizione, come concorrenza fra ceti e gruppi. Tale lettura è uno degli effetti della "rivoluzione passiva". A questo proposito, un passo del volume va raccomandato in particolare all'attenzione e lo cito quasi interamente: «Il mutamento trasformistico della sinistra italiana... è avvenuto nel segno della "scoperta della complessità" che ha indotto dirigenti politici e sindacali a dismettere la prospettiva classista». Contro letture riduttive e caricaturali, Burgio rivendica invece la modernità creativa del marxismo, per leggere le difficoltà attuali dei lavoratori e dei partiti che ad essi fanno riferimento ma anche per individuare le possibilità di un nuovo modello di sviluppo che ridia ad essi la capacità di autolegittimarsi anche soggettivamente. In un capitalismo in cui - come dice la presentazione editoriale del volume - «le forze produttive sociali si sono sviluppate in misura tale da surclassare le capacità metaboliche del capitalismo, che non è stato più in grado di metterle pienamente in valore e di alimentarne lo sviluppo in forme socialmente progressive» il volume permette di mettere meglio a fuoco una strategia, di lungo periodo, di emancipazione sociale.

Maria Grazia Meriggi


27 maggio 2009

Facciamo fallire il referendum sulle elezioni

 

Il 21 giugno saremo chiamati a votare, ancora una volta, su referendum elettorali. Certo, condividiamo il diffuso giudizio negativo sulle leggi vigenti per le elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Queste leggi espropriano le elettrici e gli elettori del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Oggi non sono gli elettori e le elettrici a scegliere i parlamentari, questi sono nominati dai capi-partito.
L'attuale sistema elettorale andrebbe trasformato radicalmente, per assicurare alle Assemblee elettive il pluralismo delle forze politiche e la massima rappresentatività del popolo italiano.
A tutt'altro, invece, mirano i quesiti del referendum del 21 giugno, che non riguardano il sistema delle liste bloccate e dunque le confermano. Il vero risultato giuridico del referendum sarebbe quello di consegnare il paese al solo partito che avesse un voto in più di ciascun altro, attribuendogli più della maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento: con appena il 30 per cento o il 20 per cento dei voti avrebbe il 54per cento dei seggi alla Camera. Inoltre dal Senato sarebbero escluse tutte le liste che non raggiungessero l'8 per cento.
Con la vittoria dei sì, si avrebbero un premio di maggioranza e una soglia di sbarramento enormi, senza precedenti nella storia istituzionale italiana e in quella di ogni paese civile.
Con tre quesiti, che modificano ben 67 punti delle due leggi elettorali, oscuri nella formulazione ma chiari nella finalità di manipolare il sistema di voto, si vuole imporre il bipartitismo coatto, al di là dell'effettiva volontà dei cittadini.
Con la vittoria dei sì, si impedirebbe qualsiasi ulteriore riforma elettorale.
Con la vittoria dei sì, sarebbe confermato un sistema che trasforma una minoranza elettorale in stragrande maggioranza parlamentare (tale da poter agevolmente cambiare la Costituzione a suo piacimento), e che ingigantisce il potere del capo di tale arbitraria maggioranza.
Un siffatto sistema elettorale viola la Costituzione, e deve essere rifiutato: il referendum deve fallire, attraverso la non partecipazione al voto o il rifiuto della scheda, per impedire la cancellazione della democrazia parlamentare e per rendere possibile una riforma elettorale che restituisca la parola ai/alle cittadini/e.

Per adesioni scrivere all'indirizzo:
fs.russo@tiscali.it

*** Associazione No al referendum elettorale: Gianni Ferrara, Pietro Adami, Cesare, Gaetano Azzariti, Francesco Bilancia, Claudio De Fiores, Tommaso Fulfaro, Domenico Gallo, Orazio Licandro, Enzo Marzo, Mario Montefusco, Francesco Pardi, Alba Paolini, Gianluigi Pegolo, Pino Quartana, Franco Russo, Giovanni Russo-Spena, Cesare Salvi, Lorenza Carlassare, Mario Dogliani, Roberto La Macchia, Mattia Stella, Massimo Villone, Paola Massocci, Domenico Giuliva, Andrea Aiazzi, Bruno Mastellone, Sergio Pastore, Luigi Galloni


17 aprile 2009

Forza Lega !

Stavolta sostengo la Lega nel suo ostruzionismo, nella sua difesa del particulare che sa almeno di corretta percezione dei propri interessi. E hanno torto i radicaloidi referendari, portatori d'acqua spesso in malafede delle forze politiche egemoni. A partire dalla necessità di scegliere i propri rappresentanti (ma è questa la democrazia ?), presupponendo erroneamente di poterne valutare l'affidabilità, alla fine si stanno facendo gli interessi di una riforma bipartitica del sistema elettorale. Si dirà, ma se il popolo italiano decide con il referendum in questo senso ? 



Ma allora, se il 55% degli Italiani (ma fosse pure il 70-80%),stabilisce che il restante 45 o 20 avrà più problemi nel farsi rappresentare in Parlamento, siamo di fronte ad una democrazia, o ad una dittatura della maggioranza ?


5 aprile 2009

The Guardian : l'ombra del fascismo

L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi come Primo Ministro italiano è apparso da lungo tempo sconcertante e vergognosamente ovvio. Sin da quando scese in campo nel vuoto politico creato nel 1993 dai simultanei scandali della corruzione governativa a destra e dal collasso del comunismo italiano a sinistra, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera e il suo potere politico per proteggere dalla legge se stesso e il suo impero mediatico. Durante il più lungo dei suoi tre periodi di detenzione del potere, il signor Berlusconi non solo ha consolidato il suo già forte controllo sull’industria dei mass media italiani – oggi egli ne controlla direttamente circa la metà – ma ha fatto approvare una legge che gli ha garantito l’immunità da ogni procedimento giudiziario. Poi, quando quella legge è stata dichiarata incostituzionale, il signor Berlusconi nuovamente rieletto l’ha riportata in vigore con una nuova formulazione lo scorso anno e l’ha reintrodotta nell’ordinamento giudiziario.
Il successo del signor Berlusconi è dovuto per un verso alla sua stessa audacia e molto più per l’altro in maggior misura alla sempre più profonda debolezza dei suoi avversari. La sinistra italiana in particolare è venuta meno al compito di dispiegare una opposizione efficace. Pur tuttavia l’ultimo atto del signor Berlusconi – l’unione nel nuovo blocco del Popolo della Libertà, completata ieri, del suo partito Forza Italia con Alleanza Nazionale che discende direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini – può aver lasciato una ben più durevole impronta sulla vita pubblica italiana di qualsiasi altro intervento precedentemente posto in atto da questo tycoon populista.



Differentemente da quanto accaduto nella Germania postbellica, l’Italia del dopoguerra non ha mai fatto i conti con la sua eredità fascista. Il risultato è stato che, mentre il neofascismo non è mai seriamente tornato in superficie in Germania, in Italia si sono verificate importanti continuità – leggi e funzionari ereditati dall’era mussoliniana, e la rinascita post bellica di un ribattezzato partito fascista – il tutto malgrado una nominale cultura pubblica antifascista. Queste continuità sono ora diventate più solide. E’ un giorno di vergogna per l’Italia.
E’ anche vero che AN ha percorso una lunga distanza in sessanta anni. Il suo leader Gianfranco Fini si è spogliato dei suoi vecchi indumenti politici e ha guidato il suo partito verso il centro. Per più di quindici anni ha operato come alleato del signor Berlusconi. Ora parla della necessità di un dialogo con l’Islam, denunzia l’antisemitismo e promuove un’Italia multietnica – prese di posizione che il signor Berlusconi con le sue campagne populiste contro gli zingari e gli immigrati e con la sua propensione per un razzismo soft troverebbe difficoltà a condividere.
Malgrado le sue lontane origini liberali l’Italia moderna è storicamente un paese orientato a destra. Rimane peraltro scioccante che un capo di governo tra i venti leaders mondiali nel vertice economico di questa settimana a Londra abbia ricostruito la sua base politica sulle fondamenta poste da fascisti e che ora come risultato rivendichi una probabile permanenza della destra al potere per generazioni a venire.


29 marzo 2009

La deificazione di una zucca

Il riferimento al testo di Seneca non è per dare dello zuccone a Berlusca, ma per evidenziare che siamo in una fase della storia della nostra Repubblica per cui qualsiasi cosa (e non chiunque) può andare al potere ed essere glorificato : questo è un effetto indesiderato del combinato disposto tra struttura politica democratica (un bene) e struttura mediatica fortemente monopolizzata (un male). Di Berlusca io parlo poco, rispetto ad altri blog, perchè rappresenta un paradigma politico-economico incommensurabile con il mio e quindi lo guardo con lo sbalordimento che si può avere alla vista di un marziano. Preferisco arrabbiarmi con quelli che potrebbero essere miei alleati politici e che (a mio parere) gli hanno permesso di proliferare come una metastasi in tutto il sistema politico italiano. 



Ritengo doveroso ricordare però che (mi perdonerete se l'esigenza di sintesi darà l'ìmpressione di essere semplificatorio) :
1) Berlusconi rappresenta la realizzazione di un piano eversivo (quello della loggia P2), riconosciuto come criminoso circa 25 anni fa.
2) Berlusconi rappresenta la legittimazione politica delle mafie, degli evasori fiscali e contributivi e cioè di quei soggetti che mantengono alto l'indice di percezione di corruzione del nostro paese, indice non paragonabile a quello della maggior parte dei paesi europei e/o sviluppati.
3) Berlusconi è colui che intende indebolire le garanzie dei lavoratori con il ricorso ad un'ideologia liberista la cui realizzazione per quanto utopistica (e dunque motivata da una pericolosa ipocrisia), porterà al massimo di danno per i lavoratori dipendenti.
4) Berlusconi intende svuotare e mutilare la Costituzione repubblicana attraverso modifiche deleterie per la liberale divisione dei poteri e l'indebolimento collegato del potere legislativo e del potere giudiziario.
5) Attraverso l'alleanza con la Lega, Berlusconi sta promuovendo una riforma federalista che aggraverà gli squilibri regionali esistenti nel paese e condannerà il Meridione ad altri decenni di sottosviluppo, con il rischio di una futura guerra civile.
6) Attraverso l'alleanza con AN e il culto della propria personalità Berlusconi sta favorendo un ritorno degli ideali fascisti all'interno del tessuto sociale. A questi si associano le pulsioni xenofobe alimentate dalla Lega.
7) Berlusconi con la sua alleanza sociale con gli imprenditori edili e trascurando l'impatto ambientale di qualsivoglia intervento pubblico o privato sul territorio, contribuirà alla devastazione di quel che resta dell'ambiente idrogeologico e biotico del nostro paese.


18 febbraio 2009

Tonino Bucci : tempi di bonapartismo : democrazia senza partiti

 

I partiti non sono più quelli d'una volta. Sembra una boutade . A prima vista sono ancora lì, ai posti di comando. I partiti continuano a raccogliere il consenso. I partiti sono ancora una formidabile macchina politica - magari assieme alla televisione - che funziona benissimo quando si tratta di formare le opinioni nell'agenda del senso comune. Eppure fatta salva la Lega - tra i partiti rappresentati in parlamento - quale formazione politica italiana oggi è in grado di rivendicare una connessione sentimentale con il proprio popolo? Se si richiama a mente l'articolo 49 della Costituzione - «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» - non si può fare a meno di notare la discrepanza tra l'affermazione sulla carta del principio e la sua applicazione nella realtà. I partiti attuali sono ben lontani dall'essere i veicoli della partecipazione del popolo alla costruzione della politica nazionale. L'unico "popolo" che conoscono è quello blandito dal linguaggio della strada, dal repertorio del populismo, dal vocabolario del razzismo e dell'odio per gli immigrati, il popolo chiamato al voto una volta ogni cinque anni per consacrare il leader, il capo, il depositario esclusivo della volontà popolare. Ai partiti non restano che le sirene del leghismo per far fronte alla disaffezione nei loro confronti.
Insomma, la crisi della democrazia può essere raccontata come la crisi dei partiti, l'incapacità loro di svolgere il compito prescritto dall'articolo 49 della Costituzione. Ma vale anche il contrario perché la crisi della politica non è solo l'effetto di una "democrazia senza partiti", ma anche lo specchio allargato di "partiti senza democrazia" diventati ormai organismi autoreferenziali. Di questa tesi hanno discusso di recente giuristi, sociologi e politici - quest'ultimi pochi per la verità - in un convegno organizzato a Roma dall'Associazione giuristi democratici con il titolo "La democrazia nei partiti, L'articolo 49 della Costituzione, 60 anni dopo".



Il fatto è che sono scomparsi i partiti tradizionali di massa che avevano scritto la Costituzione. Non ci sono più né la Dc, né il Pci, né il Psi, essendo ognuna di queste forze politiche frantumata nella complessa questione delle eredità. Cosa è cambiato? Che quel che oggi chiamiamo partiti sono in realtà «élites che si riproducono da soli per cooptazione», come dice Cesare Antetomaso, il portavoce della sezione romana di Giuristi democratici. «Dobbiamo rassegnarci alla trasformazione dei partiti in organismi autoreferenziali incapaci di ascoltare e mettersi in rapporto di scambio con i movimenti? E' una pia illusione sperare che i partiti si aprano a una maggiore partecipazione»? C'è un antidoto al leaderismo e al presidenzialismo? E, ancora, si può superare la scissione tra la politica e i conflitti "locali" di questi anni, come dimostrano i casi di No Dal Molin e No Tav?
Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto, l'autore di Principia iuris , la spiega così: se da un lato si depotenziano le regole democratiche e i dispositivi di controllo sul potere previsti dalla Costituzione, dall'altro aumenta il peso di oligarchie e ceti politici ristretti. Il fatto è che questo primato dei governanti sui governati, dell'alto sul basso, del potere sulla società è visto, secondo un'opinione molto accreditata, nel significato opposto a quello che ha: viene fatto passare cioè come la riscossa della democrazia rappresentativa in luogo della stantìa Prima Repubblica - quella dei partiti e del proporzionale. Cos'altro è il berlusconismo se non l'esaltazione della maggioranza, del principio "comanda chi piglia più voti", dell'identificazione tra volontà degli elettori e capo eletto? Il vecchio Marx coniò il termine "bonapartismo" per indicare la forma di governo corrispondente alla deriva autoritaria e personalistica della politica. Di fronte a conflitti sociali le classi dominanti scelgono il rafforzamento del potere esecutivo e la delega a un capo carismatico in grado di esautorare il parlamento e mobilitare in forma passiva il consenso delle folle.
Questa che sarebbe, ai giorni nostri, la crisi della politica a tutti gli effetti è spacciata, invece, ironia della sorte, per il coronamento della democrazia rappresentativa. Inquadrata sotto luce distorta il berlusconismo è la vittora degli elettori nei confronti dei partiti della Prima repubblica, degli elettori finalmente in possesso della prerogativa, attraverso il voto, di scegliere chi li comanderà senza più intralci e senza l'assillo di regole "anacronistiche" - tanto più poi se ispirate da una Costituzione "filosovietica". «Questa è una lettura falsa - argomenta Ferrajoli - non è la vittoria della democrazia rappresentativa, è la degenerazione del meccanismo della rappresentanza politica». Ferrajoli ne elenca almeno tre, di motivi, a sostegno della sua tesi. Innanzitutto, la rappresentanza si è verticalizzata. La personalizzazione della politica non solo ha fatto saltare il meccanismo di controllo della base sul vertice all'interno dei partiti, ma ha innescato un processo di delega verso l'alto in tutta la società in una esasperata verticalizzazione della rappresentanza. «Le maggioranze politiche che vanno al governo si autolegittimano come espressione della volontà popolare». Dietro l'enfasi del voto della maggioranza si nasconde il populismo, l'esaltazione del capo, lo sdoganamento dell'avversione anticostituzionalista, l'intolleranza alle leggi e ai limiti del potere. E', nella sostanza, l'incarnazione «di quella concezione politica antirappresentativa che Kelsen rinfacciava polemicamente a Schmitt. Kelsen contro Schmitt respingeva nella maniera più assoluta che si potesse parlare di volontà unica del popolo perché un'idea del genere avrebbe occultato il conflitto di classe che sempre attraversa la società. Lo diceva Kelsen, non un sovversivo».
Ma ci sono anche altre due cause, la commistione tra politica e affari, tra potere politico e potere economico - commistione di cui il conflitto berlusconiano di interessi è la variante più macroscopica, quand'anche non l'unica - e, al cuore di tutto, la degenerazione dei partiti. «Se i partiti sono di fatto oligarchie che si autoriproducono, se ormai c'è completa identificazione tra partiti e Stato possiamo ancora dire di vivere in una democrazia rappresentativa? L'interesse pubblico è tramontato dall'orizzonte del senso comune e tutti pensano che in fondo si fa politica solo per tutelare interessi privati». Come uscirne? Sono sufficienti le due provocazioni di Ferrajoli? Una è obbligare i partiti a osservare statuti democratici, pena l'esclusione a beneficiare dei finanziamenti pubblici. «Se vogliono affidarsi ai leader carismatici, ai capi facciano pure, ma allora rinuncino ai soldi dei contribuenti. L'altro messaggio è indirizzato invece alla sinistra radicale e ai segretari di partito: «rinunciate ad accumulare cariche pubbliche elettive e incarichi di dirigenza nei partiti. Sarebbe già una risposta alla crisi di sfiducia rinunciare a candidarsi. Fate liste civiche, liste aperte, liste di militanti di base, ma voi dirigenti restatene fuori».
Ma la perdita di contatto dei partiti con la società non dipende anche dalla loro incapacità di uscire dalla cultura patriarcale? Possono partiti monosessuati svolgere la funzione rappresentativa, anzi di più, promuovere la partecipazione diretta di donne e uomini alla politica nazionale secondo quanto prescritto dalla Costituzione? Ovvio che no. «I partiti nascono maschili - sostiene Alisa Del Re, docente di partiti politici e gruppi di pressione all'università di Padova - quando si incominciò a introdurre il suffragio universale maschile ci fu uno scombussolamento del sistema politico. Nulla del genere, invece, è accaduto col voto alle donne. Non è cambiato niente nei partiti da allora e i criteri di formazione delle élite dirigenti sono sempre gli stessi». Ma la (mono)sessuazione della politica non è un semplice problema di rappresentanza. Non è solo il fatto che le donne devono essere rappresentate. «Il problema sono le donne in quanto rappresentanti. Da questo punto di vista gli statuti dei partiti sono zone grigie. Non c'è nessun obbligo a comportarsi secondo quanto c'è lì scritto. Si dice rappresentanza paritaria dei sessi, ma poi la pratica è tutt'altra». La domanda può essere formulata anche in quest'altro modo: bastano le quote rosa a risolvere il problema? Forse sì, forse no, «in ogni caso il patriarcato - dice Imma Barbarossa (Prc, dipartimento laicità, differenze e nuovi diritti) - è una cosa molto complessa che non si abolisce per decreto e con le quote. Il patriarcato è un ordine culturale e molto dipende dalla capacità delle donne di portare il conflitto di genere nei partiti. La frase "il personale è politico" continua a essere valida».
Ma c'è un rimedio alla trasformazione dei partiti in organismi d'elite staccati dai conflitti della società e incapaci di richiamarsi agli elettori se non con le sirene seducenti e inquietanti del populismo? Nel loro convegno i giuristi democratici qualche terapia l'hanno indicata. Piaccia o meno questo è un altro discorso. Intanto la capacità della democrazia di rappresentare le istanze sociali dipende anche dalle cosiddette regole del gioco e dal sistema elettorale di cui si dota. La questione è nota perlomeno dai tempi della contesa fra John Stuart Mill e Walter Bagehot, sostenitore il primo del proporzionale, il secondo del maggioritario. E' quasi un leit motiv tra i giuristi, il ritorno al proporzionale è l'atto fondamentale per uscire dalla crisi della politica. Magari non sarà condizione sufficiente, ma necessaria sì. L'ubriacatura per il maggioritario da oltre un decennio a questa parte ha favorito il distacco del ceto politico, la personalizzazione, l'affarismo, l'incapacità di dare rappresentanza ai conflitti sociali. C'è poi chi vuole l'applicazione alla lettera dell'articolo 49 cioè l'imposizione per legge di statuti e norme democratiche interne. Il dibattito non è nuovo, ne discusse già la Costituente, ma questa sarebbe una lunga storia. Resta però il dilemma se i partiti possano trasformarsi in organismi democratici per decreto. Ma chi controlla i controllori?


10 febbraio 2009

Sbarramento e democrazia

  Chi scrive parte dal presupposto che la democrazia è il governo effettivo e concreto della comunità da parte di tutti i membri della comunità stessa. Qualsiasi limitazione di questa effettiva partecipazione è dunque una limitazione della democrazia. Ovviamente è difficile se non impossibile garantire materialmente questa partecipazione, per cui la democrazia funziona attraverso un meccanismo di rappresentanza, meccanismo che limita la democrazia, ma che ne garantisce al momento l'effettività.
Dunque la piena democrazia è la democrazia diretta, la democrazia rappresentativa è un male necessario per concretizzare almeno in parte l'ideale democratico.
Poichè però il meccanismo di rappresentanza è ormai consolidato sin dall'antichità si è forse finito con il perdere la consapevolezza che comunque l'ideale democratico è solo parzialmente realizzato. Ovviamente si aggiunge il fatto che le classi dominanti approfittano di questa rimozione per introdurre ulteriori limiti alla democrazia agitando il fantasma della governabilità.
Le stesse forze comuniste e della sinistra nel passato vicino e lontano hanno ceduto alla lusinga della semplificazione del quadro politico, soprattutto quando si credeva di poter sopravvivere ad ulteriori filtri della rappresentanza. Spero che questa fase serva di lezione ai comunisti (compresi il sottoscritto) affinchè garantiscano almeno il massimo della rappresentatività.



Sbagliato è comunque l'argomento sia di chi dice che ulteriori filtri alla rappresentanza vanno inseriti per impedire la frammentazione del quadro politico e la conseguente ingovernabilità, sia di chi dice che, dato che già il proporzionale elimina alcuni concorrenti alle elezioni, non c'è nessun vulnus ulteriore della democrazia ad inserire ulteriori filtri quali ad es. lo sbarramento.
I primi trascurano il fatto che in passato con il proporzionale l'Italia ha sì sofferto della brevità dei governi al potere, ma ha comunque legiferato anche in situazioni molto critiche e su materie molto importanti. Dunque la governabilità non ne è stata compromessa. Inoltre il problema della governabilità va affrontato al suo livello, cioè non quello della rappresentanza elettorale, ma quello della formazione del governo e dei gruppi parlamentari o del funzionamento degli organi che rappresentano i poteri dello Stato. Per una sintetica argomentazione contro la valutazione negativa della pluralità anche spinta dei partiti presenti in Parlamento si legga qui un piccolo corsivo di Luigi Cancrini con una citazione da Luciano Canfora
I secondi argomentano come chi ad un invalido al 60% causi un infortunio che aumenti la sua invalidità al 70%, il tutto con la giustificazione che quello invalido era ed invalido rimane (o come, nel caso si dica che va armonizzata l'esigenza di rappresentanza e l'esigenza di governabilità, chi di dieci persone ne ammazza una, argomentando che alle altre nove andrà 1/9 dell'eredità del defunto).



12 dicembre 2008

Benedetto Vecchi : due libri sul populismo globale

 

Il populismo, ovvero il nodo scorsoio della democrazia contemporanea. A scioglierlo ci provano in molti, da chi lo ritiene un residuo del passato che sarà rimosso dopo avere adeguatamente riformato le istituzioni politiche in termini di semplificazione e di centralità del potere esecutivo rispetto a quelli legislativo e giudiziario. Oppure, come manifestazione politica di quei paesi poco avvezzi alla democrazia. Letture tuttavia non convincenti.
In primo luogo, perché il populismo mostra tutta la sua radicalità politica non nei paesi dove lo sviluppo economico è più lento, come avveniva in passato in America Latina o in alcune realtà asiatiche, dove partiti e leader esplicitamente populisti facevano le loro fortune. La fine del Novecento ha infatti visto forze populiste conquistare sempre più consensi, arrivando a condizionare la vita politica se non a governare nazioni come la Francia, l'Italia, l'Olanda, l'Austria, gli Stati Uniti e la Russia di Vladimir Putin.
Dunque, un fenomeno politico che non è certo un'ingombrante eredità gettata con volgarità sul presente. Piuttosto va considerato come la forma politica che si misura con i problemi posti dalla crisi del neoliberismo e della globalizzazione. Insomma, una risposta innovativa ai conflitti sociali nei cosiddetti «punti alti» dello sviluppo capitalismo: è questa, infatti, la tesi di studiosi e leader politici affascinati dal discorso populisti. Per sgomberare il campo da equivoci va subito detto che il termine «innovativo» non esprime qui un giudizio, ma solo la constatazione che i partiti e i leader populisti riescono a elaborare analisi e proposte politiche più efficaci di altre, sfruttando al meglio i media e le forme di mobilitazione - dalla vecchia radio all'anziana televisione, alla caotica Internet, dagli sms al fascinoso volantinaggio - preposte alla formazione dell'opinione pubblica.



Le fragili identità
A confrontarsi con questo rovello sono due recenti libri che, sebbene siano nati in ambiti disciplinari e con prospettive diverse, sono tra loro complementari. Si tratta di Populismo globale (Manifestolibri, pp. 191, euro 18) e La ragione populista (Laterza, pp. 300, euro 20). Il primo è di Guido Caldiron, un giornalista e studioso da sempre attento alle evoluzioni della destra radicale europea. Il secondo è del filosofo argentino Ernesto Laclau, che ha dedicato molte opere alla comprensione di come funziona la democrazia sin da quando è salito in cattedra a Oxford su segnalazione dello storico Eric Hobsbawm dopo aver precipitosamente abbandonato il suo paese perché minacciato di morte dai gruppi paramilitari di estrema destra.
La complementarietà dei due saggi è data dal fatto che là dove finisce Caldoron inizia l'analisi di Laclau. Populismo globale è, infatti, è una documentata analisi sull'ascesa dei partiti e leader populisti, mentre La ragione populista definisce le coordinate filosofiche entro le quali si muove la cultura politica populista. Caldiron ne cerca le radici, Laclau evidenzia come l'albero è nel frattempo cresciuto. Entrambi, però, iscrivono il populismo nella sfera politica, cancellandone le basi materiali. Infatti, né Caldiron, né Laclau mettono mai in relazione il fatto che il populismo cresce laddove è presente una composizione sociale della forza-lavoro estremamente articolata e dove la precarietà è la condizione necessaria alla messa al lavoro del sapere, il linguaggio, la conoscenza, la capacità di sviluppare una «autonoma» cooperazione sociale. In altri termini, il populismo ha fortuna nei punti alti dello sviluppo capitalistico.
Guido Caldiron parte dall'elezione a presidente di Nicolas Sarkozy e dalla vittoria elettorale del Popolo delle libertà di Silvio Berlusconi. Entrambi sono leader populisti, che hanno saputo intercettare gli umori profondi dei rispettivi popoli, articolandoli in un programma politico con al centro la figura dell'individuo proprietario. Inoltre, tanto Sarkozy che Berlusconi hanno saputo creare un clima mediatico che ha posto con forza nell'agenda politica temi e argomenti che componevano il loro programma politico: l'insicurezza sociale, intesa come paura di una messa in discussione del proprio stile di vita; la presenza di nemici interni alla nazione - in Francia la cultura del Sessantotto e la racaille delle periferia, in Italia uno stato-vampiro e i migranti -. Per Caldiron è tuttavia importante comprendere come i temi dell'agenda populista siano stati quelli dei gruppi di estrema destra per i venti anni che hanno preceduto la fine del Novecento.
In nome del futuro
Ciò che colpisce nella ricostruzione di Caldiron dell'ascesa di Nicolas Sarkozy è la traduzione dei temi propri della «destra radicale» in una politica «per bene» fatta dal presidente francese e di come siano stati sapientemente usati all'interno della crisi dei partiti moderati e della destra francese alimentata dalla globalizzazione neoliberista per un ricambio generazionale e culturale di quegli stessi partiti. Con una novità, che rende il populismo contemporaneo radicalmente diverso da quello Novecentesco: le richieste di ordine e disciplina non vengono motivate in nome di un'armonica comunità originaria minacciata dalla modernità, bensì in nome del futuro.
Il popolo evocato da Sarkozy e da Berlusconi ha fatto esperienza della globalizzazione. È il popolo dove i singoli sono rappresentati come tanti imprenditori di se stessi proprietari di un capitale intellettuale e sociale che deve poter essere sfruttato al meglio senza i limiti posti dallo stato sociale. Della triade della rivoluzione francese preferisce infatti la libertà all'eguaglianza e alla fraternità: una libertà, si badi bene, che ha nel il mercato la sua unità di misura. Per questo motivo chi lo vuole rappresentare parla del futuro invece che del passato. A sostegno di questa lettura Caldiron cita il caso di Pim Fortuyn, il leader della destra populista olandese ucciso alcuni anni fa che non ha mai nascosto la sua omosessualità e che ha invocato la tutela dei diritti umani contro gli «indigeni» musulmani presenti o nati in Olanda. In questa particolare accezione, i diritti umani sono il perimetro di una civiltà che non tollera nessuna diversità. Così, l'accesso alla cittadinanza è quindi necessariamente selettivo.
Assistiamo così a un populismo che impugna l'arma dei diritti umani per tenere fuori i nemici dell'Occidente: per i nemici interni, invece, la «tolleranza zero» non è solo una politica dell'ordine pubblico, ma un marchio di fabbrica che non può essere contraffatto. Tesi presenti, ad esempio, nelle prese di posizione di intellettuali come Alain Finkielkraut, Christopher Hitchens, André Glucksmann che, seppur con un passato di sinistra, sono diventati i più strenui difensori della superiorità occidentale. Un ordine del discorso dilagante dopo l'attacco alle Twin Towers, dove la presidenza di George W. Bush ha fatto esplicitamente riferimento allo scontro di civiltà di Samuel Phillips Huntington per legittimare un politica interna decisamente populista.
Se si rimane però all'atlante della galassia populista proposto da Guido Caldiron si rimane colpiti più dalle differenze che dalle ripetizioni che si incontrano mettendo a confronto l'Europa, gli Stati Uniti, la Russia di Putin o l'Iran del presidente Mahmud Ahmadinejad. E rischia di smarrirsi in esso. Ma è proprio questa grande capacità di adattamento a realtà diverse che contraddistingue il populismo contemporaneo da quello del passato.
Il problema è dunque svelare la visione populista del Politico. Per dirla con le parole del filosofo Ernesto Laclau occorre stabilire la sua ontologia, perché il populismo «costruisce» il popolo, attraverso l'evocazione della sua assenza.
Mutanti e flessibili
Il populismo dunque come paradigma del «Politico», ma anche come un modo di organizzare uno Stato che ha preso congedo sia dalla democrazia rappresentativa che dalle alternative ad essa. È infatti uno stato, quello invocato dai populisti contemporanei, che eleva sì un leader al di sopra degli interessi parziali che confliggono nella società, ma stabilisce l'equivalenza, quindi la commensurabilità di un interesse economico, di uno stile di vita con un altro. Non è un caso che Ernesto Laclau utilizzi in maniera innovativa il concetto gramsciano di egemonia per spiegare la costruzione di un significante che abbia la capacità di rappresentare, superandoli, gli antagonismi e le differenze della realtà sociale.
Il popolo è un significante vuoto che va riempito, stabilendo appunto i criteri che stabiliscono la coesistenza e la commensurabilità tra le tante parzialità che compongono la realtà sociale. I populisti sono i traduttori dei diversi idiomi sociali in un linguaggio comune, quello del popolo.
È noto che nelle pratiche politiche populiste c'è il popolo è rappresentato come una «comunità organica di simili» e che occorre cancellare le divisioni introdotte dagli elementi estranei a quella stessa comunità. I populisti, insomma, sono sempre a caccia di nemici interni. Il discorso populista contemporaneo invece non cancella la eterogeneità e le differenze anche di classe, ma le riconduce appunto alla loro parzialità, che possono esistere solo se espresse in un significante universale messo a punto in una data contingenza. In questo testo di Laclau sono forti gli echi degli studi di filosofi come Jacques Ranciere e Alain Badiou quando si sono confrontati con l'impossibilità di pensare la politica al di fuori di una contingenza. Quella che vede la presa di parola di chi è dotato di una facoltà di linguaggio negata dai dominanti, come sostiene Ranciere; o laddove, secondo Badiou quando scrive sulla Comune di Parigi, si interrompe il corso lineare della storia a causa dell'irruzione del conflitto di classe nella scena pubblica. Laclau, invece, ritiene che c'è contingenza quando l'assenza del popolo viene evocata e presentata dal discorso populista. Il populismo è quindi la forma politica che risponde alla crisi della democrazia.
Occorre quindi guardare la «bestia» in volto senza averne paura. Una bestia che non si ritirerà dalla scena pubblica con la crisi del neoliberismo. Il limite dei due libri sta, però, nella rimozione, se non nell'irrilevanza del nesso tra i laboratori della produzione e la dimensione politica. È infatti in quei laboratori che il populismo, in nome dell'individuo proprietario, altro significante universale che attiene alla ragione populista, ha compiuto la prima operazione, traducendo in termini capitalistici le istanze di libertà e di autodeterminazione espresse dalla forza-lavoro. Una traduzione che gli ha dato forza, fino a condizionare l'agenda politica non solo di una nazione, ma di tutto il capitalismo contemporaneo indipendentemente da chi esercita il potere dell'esecutivo.


sfoglia     febbraio        aprile
 

 rubriche

Diario
Filosofia
Politica
Articoli
deliri
Schegge
Ontologia
Epistemologia
Storia
Ermeneutica
Conto e racconto
Comunismo

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

italo nobile
Periecontologia
blog filosofia analitica
porta di massa (filosofia)
Crisieconflitti
Blog di crisieconflitti
Rescogitans
Spettegolando
Being and existence
Josiah Royce
filosoficonet
Russell on proposition
Wittgenstein against Russell
Landini on Russell
Kalam argument
Internet enciclopedy of philosophy
Sifa
swif
Moses
Grayling
Bas Van Fraassen
Gilbert Harman
Nordic journal of Philosophical logic
Paideia Project
Ousia
Diogene : filosofare oggi
formamentis
riflessioni
Articoli filosofici
Ancient Philosophy
Dialegesthai
Hegel in MIA
MIA . risorse filosofiche
Gesù e la storia
piergiorgio odifreddi
renato palmieri
Dizionario sanscrito
Lessico aramaico
Cultura indù
Lessico indiano
Mitologie
Egittologia
Archeogate
Popoli antichi
Antichi testi cristiani
Bibbia
Testi biblici e religiosi
Agiografia
Eresie
Critica della Bibbia
Psychomedia
Rabindranath Tagore
La Pietà di Michelangelo
Sapere
google
Wikipedia
Libri in commercio
google traduttore
libri su google
Emiliano Brancaccio
Libri in commercio2
Dispense
crisieconflittiblog
l'ernesto
Essere comunisti
manifesto
Liberazione
Proteo Vasapollo
Appello degli economisti
Krisis
Rivista del Manifesto
n+1
Temi marxisti
Ripensare Marx
Gianfranco La Grassa
Ripensare Marx 2
Costanzo Preve
CriticaMente
Mercati esplosivi
Intermarx
Archivio marxista
35 ore
Gianfranco Pala
Contraddizione
falcemartello
Comunisti internazionalisti
Comedonchisciotte
Che fare
Teoria critica libertaria
Bellaciao
Anarcocomunisti
Informationguerrilla
Scambio senza denaro
Chaos
Guerra globale
Peacelink
Altraeconomia
Brianza popolare
indymedia napoli
Partito comunista internazionale
Prometeo
Giano
Cervetto
Rivoluzione comunista
P.C.internazionale (sinistra)
Teoria e prassi
Contropiano
Mazzetti
mazzetti2
vis a vis
Rotta comunista
Erre
Indymedia lavoro
Il pane e le rose
Articoli neweconomy
Noam Chomsky
Malcom X economia
La Voce.info
Z-Anarchismo
Iura Gentium
Domenico Gallo
Articolo 21
ansa
Openpolis
Asca (agenzia stampa)
Repubblica
Corriere della Sera
Adnkronos
Agenzia giornalistica italiana
Il Foglio
Informazioni on line
Rapporto Amnesty
Governo italiano
Inail
Avvisatore Parlamento
Inps
Istat
Censis
Rete no-global
Greenpeace
Utopie
Associazione pro Cuba
Rassegna stampa
Rassegna sindacale
Lucio Manisco
Nonluoghi
Osservatorio Balcani
Comunisti italiani
Rifondazione
Peace reporter
Centroimpastato
Democrazia e legalità
Società civile
Beppe Grillo
Alternative
Un mondo possibile
Laboratori di società
Antiutilitarismo
Mediawatch
Megachip
Le monde diplomatique
Report
Forum Palestina
Il filo rosso
Il Dialogo
Giulietto Chiesa
Guerraepace
Namaste
NensVisco Bersani
Unità
Sinistri progetti
Socialpress
Cafebabel
Terreliberedallamafia
Maria Turchetto
Carta
Carmilla
Lettera internazionale
Jacopo Fo
Globalproject
Attac
Anarchivio
Resistenze
Micromegas
Sbilanciamoci
War news
Tobin tax
Un ponte per
Uruknet
Lettera 22
Rainews
Reti invisibili
Centomovimenti
Euronews
Nidil Cgil
Chain workers
Cani sciolti
Ivan Ingrilli (sanità)
Sanità mondiale
Almanacco dei misteri
Rapporto Amnesty
Diritto del lavoro
Atlante geopolitico
Criticamente
Disinformazione
istitutobrunoleoni
Statistiche Bankit
Debitopubblico
Economia politica
Rasegna stampa economia
Dizionario economia
Cnel
formazionelavoratori
Confcommercio
Affari esteri
Teocollectorborse
Businessonline
Linneo economia
Economia e società aperta
Statistiche annuario ferrarese
Eures
Cgil Lombardia
Fondazione Di Vittorio
Fai notizia
Luogo comune
Zoopolitico
ok notizie
Wikio
La mia notizia
Youtube
Technorati
Blog
Answers
La leva di Archimede
Eguaglianzaelibertà
Liberanimus
Link economici
campioni pugilato
All words (dizionari)
Babelfish traduttore
Dieta
Cucina 2 : Buonissimo
Calorie
Cucina
Primi piatti
Dieta 2
Last minute
Dica 33
Schede medicinali
Dizionario etimologico
Dizionari
E-testi
Foto da internet
Ferrovie dello Stato
La Gazzetta dello Sport
Incucina
Cucina napoletana
Tabelle nutrizionali
Altalex
Pagine bianche
Calcola inflazione e interessi
Film Tv
Fuoco
Studium
Amica Mia di Pigura
prc valdelsa
Siddhartino
Altromedia
Trashopolis
lotte operaie nel mondo
vulvia
Korvo Rosso
La tela di Penelope
Conteoliver
Mario
Cloroalclero
Fronesis
Il mondo di Galatea
Polpettine
Tisbe
Lameduck
aiuto
Daciavalent
Arabafenice
Batsceba
Pibua
Guevina
Vietato cliccare
Cattivomaestro
Khayyamsblog
Francesco Nardi
Alex321
Ciromonacella
Comicomix
Devarim
Raccoon
La grande crisi del 2009 (cronache)
Giornalettismo
Zio Antonio
Radioinsurgente
Garbo
Vita da St(r)agista
sonolaico
serafico
jonathan fanesi
Valhalla
Millenniumphoenix
gianfalcovignettista
occhidaorientale
Undine
Capemaster
Mimovo
antonio barbagallo
Nefeli
Secondoprotocollo
Nessunotocchisaddam
Pragmi
Rigitans
Alessandro
Formamentisblog
Corso di traduzione letteraria
Filosofia del web
Mediamente
Psicopolis
Blog cognitivismo
Dswelfare
Caffeeuropa
Stefano Borselli
Domenico De simone
Andrea Agostini
democrazia diretta
Finkelstein
Movisol
Società e conflitto
menoStato
Settantasette
la Cia
misteri e cospirazioni
Globalizzazione
Centroimpastato
Tugan Baranovsky
Wright su reddito garantito
Contro il lavoro
Assenteismo e operai
Auschwitz e il marxismo
Cestim migrazioni
Salute naturale
Signoraggio
Umanitànova
Crisi della liquidità
Cooperazione tra cervelli
La Grassa su Bettelheim
Marx e Lange
Gramsci e la globalizzazione
Marx e la crisi
Prc quinto Congresso
Lessico gramsciano
Il virus inventato
Lotte disoccupati francesi
Biospazio
Storia nonviolenza
Tax justice network
Marx e la crisi
Seminari della controra
Valori e prezzi
Veti Usa a risoluzioni Onu
Anarchici
Nuovi mondi media
Stele e cartigli egizi
Libro dei morti
Egitto
Egitto2
Egitto3
Egitto4
Egitto5
Storia delle Brigate Rosse
Guide di Dada net
Aljazira.it
Arab monitor
Il Giornale
Cultura cattolica
Il denaro
Aldo Pietro Ferrari
Asianews
Storia della birra
Storia contemporanea
Dossier Legge Biagi
Ateneonline

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom