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7 marzo 2011

Illogica logica : Enunciati, desideri ed imperativi

 Malatesta dice che sia le espressioni che asseriscono qualcosa e sono suscettibili di essere vere o false che le espressioni che esprimono un desiderio (“Vorrei che tu fossi qui”) o rivelano un comando (“Chiudi la porta”) sono delle espressioni complete, mentre le locuzioni tipo “vorrei”, “che” (che compongono le espressioni complete) spesso sono espressioni incomplete.                                  Malatesta poi dice che si dicono “enunciati” tutte le espressioni suscettibili di essere vere o false.Dunque “Vorrei che tu fossi qui” non è un enunciato perché esprime un desiderio e “Chiudi la porta” non è un enunciato perché esprime un ordine.

 

 

A nostro parere c’è da fare qualche precisazione.

Per “enunciato” si deve intendere la forma linguistica concreta ed empirica (pragmatica) in cui si esprime una proposizione.

La proposizione è il senso di più enunciati ed è l’equivalente a livello semantico di uno stato di cose. Afferrando una proposizione con un enunciato si asserisce qualcosa e dunque in tal caso l’enunciato è valutabile, cioè suscettibile di essere vero o falso.

Vi sono enunciati che servono ad asserire qualcosa ed enunciati che svolgono altre funzioni (ad es. impartire ordini). Ma in tutti i casi si ha a che fare con enunciati.

Almeno alcuni enunciati che non asseriscono qualcosa sono traducibili in enunciati che asseriscono qualcosa. Ad es. “Vieni qui” (imperativo) è traducibile in “Tu devi venire qui” oppure “Io ti ordino di venire qui”, che è suscettibile di essere vero o falso, in quanto descrive l’esistenza di un obbligo della persona a cui si parla, obbligo che può essere solo inferito da “Vieni qui”, oppure descrive l’esistenza di uno stato di cose (il fatto che io ordino ad un altro di avvicinarsi). Allo stesso modo “Oh, se tu fossi qui !” è traducibile in “Io vorrei che tu fossi qui”, che è suscettibile di essere vero o falso in quanto descrive uno stato psichico di chi parla, stato che è solo inferibile da “Oh, se tu fossi qui !”.

 

 

 

 

 

 

 


9 ottobre 2009

Odifreddure : pensiero negativo e pensiero positivo

Odifreddi dice che, poiché una gran quantità di persone continua a credere a dei, spiriti ed anime, la logica dovrebbe servire almeno a fare piazza pulita delle illusioni metafisiche, smascherandole per quello che sono, cioè parole impure da cui purificarsi mediante un igiene linguistica. Questo compito la logica lo svolge soprattutto nel campo delle nozioni filosofiche e per questo essa ha sempre costituito una parte essenziale della filosofia. Non ci sarebbe logica se il linguaggio non si fosse trovato ad un certo punto in una crisi determinata dalla scoperta di un pensiero negativo da affiancare a quello positivo. Fino a quando le parole si limitano a descrivere percezioni sensoriali, non c’è bisogno d’altro che di espressioni positive per descriverle, anche se ciascuna di queste qualità esclude tutte le altre dello stesso tipo. Ma nessuno direbbe che un oggetto non è giallo, verde, blu e viola, per dire che è rosso.


 

Qui Odifreddi sbaglia, perché crede che gli uomini nel rapportarsi alle cose percepite si limitassero a descriverle. Mentre invece essi sono attraversati da desideri. C’è chi desidera quella cosa rossa e non quella verde, per non parlare dei bambini che se vogliono una determinata cosa, puoi portare loro mille altre ma essi le rifiuteranno sempre. La logica del desiderio, del piacere e del dispiacere fa si che non ci sia bisogno della proibizione etica perché compaia la negazione. Quest’ultima rappresenta il momento di autonomia di una soggettività che nasce e che desidera. Per cui pure le cose percepite ed i colori finiscono per interdefinirsi anche attraverso le negazioni.

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23 giugno 2008

Adam Smith e l'origine della moneta

Adam Smith dice che nella fase di transizione dall'economia di autoconsumo all'economia commerciale basata sugli scambi, i singoli soggetti economici conservavano piccole quantità di beni rifugio (diversi a seconda delle latitudini : sale, bestiame, conchiglie, cuoio, zucchero, tabacco) da smerciare nel caso il proprio sovrapprodotto non fosse richiesto e dunque non fosse scambiabile. Questi beni rifugio sarebbero stati gli antesignani della moneta.



Tuttavia quelli che sono elencati come beni rifugio sembrano essere beni o facilmente reperibili (le conchiglie) o legati comunque all'attività di autoconsumo (il bestiame), diversi da quelli particolarmente pregiati (i metalli ad es.) che compariranno in un secondo momento.
E' necessario per accettare questa ipotesi studiare la storia della produzione e del consumo di tali prodotti (es. una storia del sale o dell'allevamento) per capire se le difficoltà di  approvvigionamento fossero tali da rendere tali beni difficilmente rifiutabili al momento dello scambio.


9 giugno 2008

Smith : divisione del lavoro ed estensione del mercato

 

Poiché è la capacità di scambiare che determina la divisione del lavoro, la misura di questa divisione è sempre limitata dall’entità di questa capacità o meglio dall’estensione del mercato. Quando il mercato è assai ristretto, nessuno può essere invogliata a dedicarsi interamente ad un’occupazione stante l’ impossibilità di scambiare tuta l’eccedenza del prodotto del proprio lavoro rispetto al proprio consumo contro parti del prodotto del lavoro altrui di cui abbisogna.

Nelle case solitarie e nei villaggi piccolissimi sparsi in zone così deserte come le montagne della Scozia, ogni agricoltore deve essere il macellaio, il fornaio ed il birraio della propria famiglia. In luoghi siffatti difficilmente si potrà trovare un fabbro, un falegname o un muratore a meno di 20 miglia da un altro dello stesso mestiere.



 

Smith anche qui confonde l’incremento della specializzazione del lavoro, reso possibile dalla presenza di un mercato dove si possa scambiare (ma in realtà questo mercato è semplicemente la compresenza di più esseri umani che possono scambiare delle cose tra loro e non tanto l’istituzione che noi conosciamo) con la nascita stessa delle specializzazione del lavoro, sorta da una pluralità di soggetti associati e dalla necessità di coordinamento di attività svolte insieme (es. la raccolta e la caccia). Non è dunque la capacità di scambiare che determina la divisione del lavoro, ma la capacità di scambiare può condizionare la misura di tale divisione.

 


1 aprile 2008

La divisione del lavoro secondo Adam smith (parte seconda)

La divisione del lavoro è determinata dalla stessa disposizione a trafficare per la quale con il baratto, l'accordo e l'acquisto otteniamo dagli altri la maggior parte dei servizi reciproci di cui abbiamo bisogno. In una tribù di cacciatori o di pastori qualcuno fa archi e frecce con maggiore rapidità e destrezza di tutti gli altri e frequentemente li scambia con i suoi compagni per bestiame o cacciagione. Egli trova che in questa maniera può ottenere più bestiame e cacciagione che se andasse egli stesso a cacciare. In considerazione del suo interesse la fabbricazione di archi e frecce diventa la sua attività principale ed egli diventa una specie di armaiolo....
E così la certezza di poter scambiare tutta la quantità del prodotto del proprio lavoro che eccede il personale consumo per parti del prodotto del lavoro di altri di cui si può avere bisogno, incoraggia tutti ad apllicarsi ad un occupazione particolare e coltivare e perfezionare il proprio talento o ingegno per quella particolare specie di attività. La differenza dei talenti naturali dei diversi uomini è in realtà molto minore di quanto si supponga e l'ingegno differente non è tanto la causa quanto l'effetto della divisione del lavoro...
(Con la divisione del lavoro) la differenza dei talenti si rende allora percepibile e aumenta gradualmente fini al punto che la vanità del filosofo preferisce ignorare qualsiasi somiglianza....
Negli animali gli effetti dei differenti talenti, mancando la capacità a barattare o a scambiare, non possono essere riuniti a contribuire minimamente a a migliorare il benessere e la comodità della specie. Ogni animale è ancora costretto a sostenersi e a difendersi da solo e non trae nessun vantaggio dai talenti altrui. Tra gli uomini invece gli ingegni più dissimili sono vicendevolmente utili e i differenti prodotti dei loro rispettivi talenti, per la generale disposizione a scambiare formano un fondo comune, dove ognuno può all'occorrenza acquistare parte del prodotto dei talenti altrui.




Questa concezione è fondamentalmente erronea e in parte incoerente, come ha argomentato anche Marx, anche se in essa ci sono osservazioni interessanti.
In primo luogo Smith ha ragione nel dire che la differenza di talenti è più frutto degli eventi che non di predisposizioni innate. Proprio per questo però la divisione del lavoro non può essere il frutto della tendenza a scambiare, dal momento che nessuno scambierebbe se non sapesse già produrre più di quanto spetta a se stesso. E tale capacità o è frutto di un abilità innata o è frutto di una divisione del lavoro già in atto che non è legata allo scambio. C'è quindi una sorta di contraddizione tra lo scarso ruolo che Smith dà alle abilità innate ed il modo in cui spiega la divisione del lavoro.
Invece bisogna partire da una serie di piccole differenze individuali ed una serie di esperienze maturate nei momenti liberi da incombenze immediate in cui si risolvono problemi più complessi ed in cui le abilità si vengono a perfezionare. Si può pensare che questi momenti liberi si venissero a creare soprattutto nella società basate sulla raccolta dei frutti della terra e sulla caccia. In tali piccoli gruppi queste minime differenze vengono valorizzate e si realizza una divisione del lavoro basate su di esse o sulla decisione di un capo. Tale divisione del lavoro innesta un circuito grazie al quale le singole abilità vengono ulteriormente raffinate. Un eventuale plusprodotto o una più rapida esecuzione di compiti vengono però immediatamente rese funzionali al gruppo. Lo scambio di cui parla Smith non ha niente a che vedere con il commercio, ma è semplicemente una delle modalità delle relazioni affettive e sociali esistenti in qualsiasi gruppo, per cui uno aiuta l'altro o uno dà una cosa ad un altro.
Solo quando in una società più complessa e dove c'è un'accumulazione maggiore di risorse, ci sarà anche la possibilità di gestire il proprio plusprodotto e dunque di scambiarlo in maniera sistematica. Tale possibilità accentuerà la divisione del lavoro e la produttività.
A conferma della erroneità delle tesi di Smith si può dire che nella società animali c'è spesso una divisione del lavoro (divisione del lavoro basata principalmente sulla differenza tra i sessi, come pure nelle società primitive) sia pure in mancanza dello scambio di cui parla Smith (si pensi al ruolo delle leonesse nella caccia).
Smith inoltre vede nello scambio para-mercantile l'unico modo di mettere in comune le diverse abilità, in quanto trascura il ruolo del linguaggio, almeno in questo caso, e dunque il ruolo della scienza e anche della filosofia.
Problema di una società comunista sarà quello di conciliare l'attenuazione o la cancellazione di una rigida divisione  del lavoro con le esigenze di una società moderna, potenziando il ruolo del linguaggio come mediatore tra le diverse esperienze e competenze.


29 gennaio 2008

Smith e la divisione del lavoro (1)

Adam Smith vede nella tendenza allo scambio dei prodotti l'origine della divisione del lavoro. Marx evidenzia che Smith scambia la causa con l'effetto, perchè è invece la divisione del lavoro che porta poi allo scambio sistematico dei prodotti e al commercio, mentre essa ha origine nell'organizzazione di ogni attività svolta collettivamente da più persone (es. il procurarsi il cibo, il trattarlo, il sorvegliare le scorte) etc.
Tuttavia le società basate sul commercio radicalizzano la divisione del lavoro, la perfezionano.

Citiamo Smith :
Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità.
Nessuno all'infuori del mendicante sceglie di dipendere dalla benevolenza dei suoi concittadini. E nemmeno il mendicante dipende interamente da essa. E' vero che la carità della gente di cuore gli fornisce l'intero fondo della sua sussistenza. Ma sebbene in questo modo venga in definitiva provvisto di tutto il necessario, questo non avviene, nè può avvenire man mano che se ne sente bisogno. La maggior parte dei suoi bisogni sono soddisfatti alla stessa maniera di quelli degli altri, con  accordo, baratto e acquisto. Con il denaro che uno gli dà egli acquista da mangiare. I vecchi abiti che gli regala un altro li scambia con altri vecchi abiti che gli vanno meglio.



Neanche il mendicante è libero dalla relazione mercantile. E il possesso del denaro non esime dallo scambio. Quello che Smith trascura è l'apparente assenza del lavoro. Il mendicante non fa un lavoro utile che consenta la sua remunerazione con il denaro. Non fa lavoro utile, ma lavora. Sta all'addiaccio, sorride a comando, ed è costretto a mimare la sofferenza che lo colpisce solo in certi momenti della giornata. Proprio per questo bisogna ricollegare i bisogni elementari al diritto attraverso un reddito di cittadinanza. Il lavoro deve essere lo strumento attraverso cui l'individuo ottiene ciò che va al di là del necessario. Il lavoro deve essere il mezzo a cui si può accedere non per placare i propri bisogni, ma per realizzare i propri desideri. Solo questo processo sul lato della soggettività può avvicinare l'astratta utopia liberista della libertà di lavoro, che altrimenti suonerebbe come ipocrisia o come devianza, iperbole.
Anche in assenza di mendicanza però, lo scambio così descritto da Smith si configura come straniamento. Forse esso fornisce strumenti per razionalizzare la nostra capacità empatica, la nostra tendenza a guardare il mondo dal punto di vista degli altri. Ma tali facoltà sono messe in moto in maniera distorta, subordinate come sono al raggiungimento di uno scopo che è esterno alla relazione stessa. Il fuoco dell'intersoggettività è intravisto come di sguincio, mentre ci si dirige verso l'oggetto del desiderio. Tale straniamento ha un costo : la rabbia e la frustrazione di non poter esprimere liberamente i propri bisogni e i propri desideri. Una rabbia che trova compensazione nel guadagno proveniente dalla scambio. Guadagno che è una sorta di riscarcimento, un denaro del pianto (Geldschmerz).
E del resto tutta questa mimica dell'altrui desiderio è il rovescio della paura che il proprio lavoro sia stato inutile (perchè magari non incontra il desiderio altrui). Come in un piano inclinato, al lavoro che non tende a soddisfare un proprio desiderio si somma la mimica che porta a solleticare il desiderio altrui. Un doppio straniamento. Una doppia falsità che vorrebbe compensarsi.
Invano.


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