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16 febbraio 2009

E' opportuno dichiarare la propria faziosità

Il buon Etienne, cultore di logica, a proposito di una mia critica a Gnègnè sulla questione palestinese ha fatto le seguenti affermazioni :
Perché devo "aggiungere la mia posizione" per "evidenziare che i presupposti del proprio argomento non sono verità evidenti o condivise da tutto l'uditorio"?
Affermo: il sole gira attorno alla terra (A), ok?
Tu dici: no, non sono d'accordo, è la terra a girare attorno al sole (B).
A questo punto ci si ferma e si cerca di stabilire se sia condivisibile (A) o (B).
Dire: ma io sono un tolemaico cosa mi aggiunge? Nulla, perché al più "tolemaico" è una formula sintetica per dire che sono convinto di una serie di cose, fra cui che il sole giri attorno alla terra.
Gaza. Dico: "Sono pro Hamas" (o: sono pro Isreale, ovviamente è lo stesso)
Cosa stai dicendo?
O nulla (che vuol dire sono pro qualcuno?) oppure stai dicendo che il tuo sentimento di simpatia per una delle fazioni in lotta è talmente (lecitamente) intenso che assai difficilmente potrai arrivare ad un giudizio negativo sulla fazione per cui parteggi.
E siamo di nuovo al "Io sono biondo", "Io sono moro".
Il punto fondamentale è tu credi che la "faziosità" porti da qualche parte. E questo mi pare davvero contradditorio: se il termione fazioso significa qualcosa, allora è la negazione della possibilità di discutere. Se sono fazioso, sto con la mia fazione "a prescindere". Giusto o sbagliato sto con i miei.
Lecito, per l'amor di Dio. 

Ma  il discorso a questo punto non è più un qualcosa che serve per comunicare, ma solo una
funzione di coesione del gruppo, di motivazione dei suoi membri e cose del genere.
Purtroppo, pare che che coltivare questo atteggiamento porti solo a conflitti perché tra faziosi, PROPRIO PERCHE' NON SI PARLA, l'unico regolazione di interessi contrapposti è il menarsi.


Poi aggiunge :
"Sostituendo "i friulani" ad "Hamas" 
tu vorresti stabilire prima di tutto se dare più tutela ai friulani o no. Supponendo che tu voglia dare più tutela ai friulani, allora dirai che è stato commesso un genocidio perché questo è funzionale a ottenere leggi maggiormente tutelatrici dei friulani.
Ora, il punto è questo: in tutto questo procedimento il PERCHE' si dovrebbero tutelare i friulani o non tuleare i friulani, non è mai emerso.
Voglio tutelare e allora dico qualsiasi cosa che mi permetta di arrivare allo scopo.
Così facendo mi sottraggo eprò alla discussione: faccio una cortina fumogena anziché con granate al fosforo, con argomenti non conferenti.
 



Esempio di presupposto genetico : "Israele potrebbe ora avere più ragione di prima..."

Io suppongo che in ogni discussione vi siano dei presupposti genetici (non evidenti logicamente, non condivisi da tutti) che spesso non vengono esplicitati. E che operano di fatto nell'analisi e nella scelta degli argomenti, soprattutto su questioni "sensibili" (es. la questione israelo-palestinese). Essi possono de facto portare alla verità o all'errore, pure se spesso non sono traducibili in enunciati veri. Ad es. la simpatia per Israeliani (o per i Palestinesi) si può tradurre nell'enunciato "Gli Israeliani (o i Palestinesi ) hanno sempre ragione" ed interpretare ogni evento alla luce di questo presupposto. Con questo non vuol dire che il dialogo sia inutile, soprattutto se ogni attore del dialogo ha anche altri presupposti (logici, etici, politici) che il proprio interlocutore può cercare di mettere in contraddizione con il presupposto genetico suddetto. Se invece di dichiarare onestamente le proprie simpatie, si finge di guardare con atteggiamento neutro una questione, non si mettono tutte le carte in tavola e non si consente nemmeno di intraprendere un dialogo con le regole giuste. La cortina fumogena si ha quando la riserva mentale opera senza che sia dichiarata, mentre se la si dichiara essa può essere tradotta in una specie di postulato che può essere messo sotto pressione mettendolo in contraddizione con altri postulati condivisi dallo stesso soggetto.


10 giugno 2008

Cgil e partecipazione dei lavoratori all'impresa

 

Raffaele Bonanni e Maurizio Sacconi ne parlano quotidianamente. «Collaborazione» tra impresa e lavoro, dice il ministro del Lavoro (che pensa all'azionariato dei dipendenti). «Partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese», ripete il leader Cisl (che teorizza invece la presenza dei sindacati nei consigli di amministrazione delle aziende). Due ipotesi accomunate dalla volontà di superamento dell'antagonismo nei rapporti tra capitale e lavoro e l'approdo a un modello collaborativo. Un cambio di «cultura sindacale» che Emma Marcegaglia ha messo al centro della sua prima relazione davanti alla platea di Confindustria (ma i padroni sono da sempre contrari alla partecipazione dei lavoratori). E in Cgil?
Guglielmo Epifani, concludendo la conferenza d'organizzazione, ha posto una domanda: «Siamo sicuri che la versione tradizionale dei rapporti tra capitale e lavoro, per cui ci sono interessi non conciliabili o comunque distinti, sia ancora valida?». La confederazione di corso d'Italia non ha mai fatto mistero della propria contrarietà tanto alle incursioni di Sacconi, quanto allo storico cavallo di battaglia Cisl. Ma il tema della partecipazione dei lavoratori alla vita dell'impresa mai è stato tabù.
In Cgil il modello tedesco non viene considerato riproducibile in Italia, mentre l'azionariato non è considerato un modello di vocazione sindacale. Convince invece ciò che una volta si diceva «democrazia economica», il fatto cioè che i lavoratori possano partecipare e pesare nelle decisioni di impresa, su piani distinti da quelli di competenza della contrattazione. Susanna Camusso, segretaria della Cgil Lombardia, si dice convinta del fatto che una forma di partecipazione, «mai risolutiva comunque della condizione materiale dei lavoratori», potrebbe anche favorire la contrattazione. «Il conflitto non è a prescindere - dice Camusso - ma in funzione di un obiettivo». Alberto Morselli, segretario generale dei chimici Cgil, parla di un «sindacato partecipativo, sulla base di piattaforme rivendicative», e va a nozze anche con la «versione collaborativa dei rapporti tra capitale e lavoro». La segretaria generale dei tessili, Valeria Fedeli, lo definisce «un diverso modello di relazione industriale, che comunque andrebbe calibrato sull'assetto produttivo del paese, dove il lavoro, con la partecipazione, può godere di ulteriori vantaggi economici».
In quali sedi? «Potrebbero essere i consigli di sorveglianza, ma si potrebbero trovare anche altre forme», dice Camusso, che pensa a un sistema duale. Storicamente, è stato il cosiddetto «modello Iri» al centro del dibattito in Cgil sulla democrazia economica. Il congresso della Fiom dell'88, che tutti ricordano come «il congresso della codeterminazione», quello richiamava: un sistema informativo molto avanzato in cui tutte le fasi più importanti di un'azienda venivano discusse anche con le organizzazioni sindacali. Non se ne fece mai nulla. E anche allora le imprese non volevano saperne.
«La democrazia economica non si fa in un'azienda sola, ma con strumenti di politica economica e politica industriale», dice Giorgio Cremaschi (Fiom), «quello che propone Bonanni è una forma di aziendalismo, poi se davvero potessero esserci forme e luoghi per un ulteriore potere dei lavoratori, sarei favorevolissimo». Fermo restando, conclude, che si tratterebbe di una ulteriore via per i lavoratori, perché «la partecipazione non è il sindacato».
Alla Zanussi (oggi Electrolux) esiste ancora, ma solo sulla carta, un sistema partecipativo fatto di commissioni composte da rappresentanti sindacali e aziendali: in realtà non ha mai funzionato, racconta Cremaschi. Fallimentare - racconta Fabrizio Solari, segretario della Filt Cgil - anche il tentativo dell'azionariato in Alitalia, dove qualche anno fa è stato distribuito il 20% delle azioni tra i lavoratori come acconto degli aumenti salariali a venire. Quel che è certo però, dice Solari, è che «oggi le emergenze sono altre e hanno più a che fare con la legittimazione del sindacato dal basso, che con la sua legittimazione nell'impresa».

(Sara Farolfi)


16 marzo 2008

La Lovato, fabbrica che sembra dialogare

 

Se nella provincia di Bergamo c'è un alto tasso di infortuni, c'è un'azienda metalmeccanica che si distingue per il dialogo con i lavoratori, grazie a una serie di accordi siglati negli ultimi anni, che hanno portato a una «gestione condivisa» del sistema di sicurezza. Si tratta della Lovato Electric, di Gorle, produttrice di pezzi per l'automazione, che dà lavoro a 250 persone.
Come ci spiega l'Rsu Fiom Emilio Capitanio, i lavoratori della Lovato sono coinvolti nella gestione della sicurezza perché hanno ottenuto, grazie alla contrattazione integrativa, la «condivisione della valutazione dei rischi». In pratica, Rls (rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza) e Rsu possono accedere a livello informatico alla valutazione rischi, e sono costantemente informati sui metodi e le le valutazioni grazie a periodiche riunioni con l'Rspp (responsabile aziendale prevenzione e protezione) e il medico aziendale. Inoltre, hanno ottenuto un Rls in più rispetto a quello che spettava loro numericamente.
«Poter leggere i documenti di valutazione rischio, conoscere i metodi con cui si misurano le valutazioni, permette di lavorare con maggiore prudenza; praticamente nessuno di noi va "alla cieca", tanto che gli infortuni si sono ridotti a zero», spiega Capitanio. Un lavoratore ben informato sulle macchine e le sostanze che utilizza, insomma, si muove con più cura e può rivendicare meglio i propri diritti.
La Lovato Electric ha una lunga tradizione di dialogo, tanto che ha firmato un accordo per la «contrattazione permanente», che permette ai lavoratori di rivendicare nell'immediato quello di cui hanno bisogno, ma anche - dall'altro lato - mette in mano all'impresa un modo per richiedere le flessibilità di cui ha bisogno, sempre contrattate. Così le lavoratrici madri possono usufruire di speciali «mini-turni», fasce orarie 7-16 e 10-19 che permettono di conciliare le esigenze familiari con il lavoro, rispetto alle classiche 6-14 e 14-22.
Ma non basta: alla Lovato non sono obbligatori neanche i sabati comandati dal contratto nazionale. Ogni straordinario, dunque anche le 32 ore comandate e perfino l'ultimo sabato aggiunto nel recente contratto, è volontario: non solo deve essere contrattato prima con le Rsu, ma poi può essere scelto volontariamente dal singolo lavoratore. In questi giorni, poi, si sta ultimando un altro accordo: verranno retribuite anche ai neo-assunti (dal primo gennaio 2008) le 11,10 ore che invece sono state perse nella parificazione operai-impiegati ottenuta nel contratto nazionale.
Infine, vengono mostrati i bilanci alle Rsu e condivise le innovazioni strutturali: «Di recente - spiega Capitanio - abbiamo discusso il progetto della nuova linea di produzione». Può sembrare la «fabbrica delle meraviglie», ma evidentemente è un modello che regge se riesce a conciliare competizione sul mercato e rispetto dei lavoratori.

(Antonio Sciotto)


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permalink | inviato da pensatoio il 16/3/2008 alle 5:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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