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1 febbraio 2012

L'Apologia di Socrate : gli accusatori

 

Oti men umeis, oi andres Atenaioi, peponthate upò emon categoron, ouk oida.

Che cosa voi, o uomini ateniesi, abbiate provato per mano dei miei accusatori non lo so (non ho visto).

In questa prima frase dell’Apologia di Socrate c’è un’intera impostazione filosofica, c’è tutta la tragedia che Socrate denuncia nel prosieguo dell’opera. Si tratta di una filosofia in parte consapevole, in parte suggerita dalla lingua stessa, in questo caso il greco antico.

Cominciamo da oi andres Atenaioi, dove c’è la precisazione che si tratta di andres. Da un lato ciò allude all’emarginazione delle donne, cosa che però Socrate non voleva sottolineare. La cosa importante è che Socrate precisa chi sia l’oggetto a cui si attribuisce il predicato. Sarebbe stato possibile infatti anche dire oi Atenaioi, ma Socrate circoscrive la classe di individui a cui si rivolge. Sembra, forse inconsapevolmente, che Socrate voglia evidenziare come bisogna essere precisi quando si predica qualcosa di qualcuno. Proprio perché il predicare è un’operazione pericolosa.

La chiave di tutta questa frase è nella parola categoron. Il termine “categoria”, usato da Aristotele per indicare i modi in cui l’essere si predica delle cose nelle proposizioni, è collegato all’accusare. Entrambe le accezioni derivano dal dire qualcosa di qualcuno. Nel caso filosofico si descrive attribuendo un predicato ad un oggetto. Nel caso giuridico si accusa qualcuno di qualcosa.

Gli accusatori sono coloro che in pubblico (agoreuo è soprattutto parlare in pubblico) dicono qualcosa (di negativo) di qualcuno. Soffermiamoci ancora su agoreuo : la radice è ag- che significa rompere, spezzare da cui deriva anche aghios (santo, separato), aghnos (puro, separato), aghnumi (rompere). Il rompere produce una molteplicità e ciò si rivela nel prefisso aga-(molto) e nell’avverbio agan (molto, troppo). Questa molteplicità viene messa in serie da un primo, un capo (agos) che si separa dagli altri (come puro e santo) ed, in quanto forte e buono (agathos), conduce (ago) la molteplicità e la raduna (agheiro). L’agorà è questa molteplicità radunata che è assemblea, piazza, mercato, foro, in cui ci può essere agòn (riunione vel rissa vel lotta vel gara vel processo), in cui si gira, si vagabonda e si compra (agorazo) oppure si mendica (agurthazo). Nell’agorà si verifica tutto quello che si può verificare in una molteplicità che occupa uno stesso luogo. Come pure si parla in pubblico (agoreuo) e si parla di qualcuno e contro qualcuno (kathagoreuo).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il parlare di qualcuno è già un atto che porta in sé una certa violenza e già il parlare è un frantumare un senso unitario in tanti suoni attraverso la bocca e i denti. Come la predicazione fa sì che una molteplicità di oggetti venga condotta sotto un concetto, così il predicare qualcuno, accusandolo, di qualcosa mobilita una molteplicità di persone contro un escluso secondo la procedura del capro espiatorio. In questo modo, la molteplicità riceve da questa violenza un’identità che non aveva. Essa può essere identificata grazie a colui che essa esclude, emargina, bandisce. Le categorie sono gli strumenti, i pregiudizi attraverso cui questa violenza viene esercitata, la rete attraverso le quali viene cacciata ed imprigionata (agreuo) la preda della collettività, lo strumento appuntito con cui si marchia il bestiame. Praedicatum è l’essere reso noto, l’essere elogiato o bandito. L’attributo (ad-tribuere) è ciò che viene affidato, assegnato, imputato a qualcuno e l’imputazione è l’incidere una tacca a qualcuno. L’argomentum, ciò di cui si parla, è ciò che viene fatto brillare, ciò che è evidenziato, ciò che è indicato. Il giudizio ha un carattere sia conoscitivo che giudiziario ed è un attribuire che è anche un separare, un dividere, un dare a ciascuno ciò che gli è proprio. Caino, dopo che ha ucciso Abele, viene prima scovato, poi marchiato (il marchio di Caino) in quanto nessuno, al di fuori di Dio, potesse disporre di lui ed infine bandito. L’oggetto di cui si parla è un criminale che viene catturato, marchiato, imprigionato o bandito. Con questo meccanismo sociale, il capo (agòs), che si è separato (aghios) dalla società, rompe (aghnumi) il legame sociale e crea una molteplicità (agorà) che, perché possa essere controllata, va indirizzata contro qualcuno (kathagoreuo).

Dunque il processo e l’accusa di Socrate sono una metafora di un procedimento conoscitivo, di una dissonanza cognitiva, di una opinione che si rivela falsa, ed al tempo stesso un evento politico, una presa o un consolidamento del potere. Platone attraverso il processo a Socrate mette le basi per una teoria della conoscenza che non permetta più che si verifichi un errore, perché l’errore cognitivo ha conseguenze politicamente rilevanti che possono essere gravissime.

C’è in questa frase anche tutta la tesi che Socrate svolge nella sua apologia, il rovesciamento di prospettiva che presenta ai suoi giudici: coloro che lo hanno riconosciuto colpevole stanno facendo del male a se stessi. Coloro che colpiscono sono a loro volta colpiti.

Infatti Socrate dice : cosa abbiate provato (sofferto) per mano dei miei accusatori, questo io non lo so, non l’ho visto (oida ci dice che, per la lingua greca, la conoscenza è figliuola dell’esperienza, dell’immediatezza di un vedere). E’ una presa di distanza, uno scansarsi: i miei accusatori volevano colpirmi, ma hanno colpito voi e io non so cosa possiate provare.Voi volevate giudicarmi e attribuirmi una colpa, ma alla fine avete marchiato a fuoco voi stessi. I miei accusatori, convincendovi a etichettarmi, vi hanno etichettato.

 


10 giugno 2011

Conto e racconto : notazione ellenistica o notazione ebraica ?

Ebrei hanno influenzato Greci o viceversa?

Sarà il caso di precisare prima che l’antenato comune è sicuramente la scrittura ieratica egizia.

311-310 a.C. papiro greco di Elefantina.

286-246 a.C. monete di Tolomeo II Filadelfo

78 a.C. monete della dinastia asmonea in Israele.

Nel contempo alcuni hanno notato che numerosi brani dell’Antico Testamento indicano che i loro estensori erano versati nell’arte di cifrare le parole per mezzo dei valori numerici delle lettere ebraiche. A questo punto o l’utilizzo dei numeri con le lettere più antico risale all’ VIII-VI secolo a.C. o i testi biblici sono meno antichi di quanto si pensasse.

Comunque è indubitabile la comune ascendenza egizia.

 

La numerazione alfabetica greco-ebraica ebbe nel Mediterraneo orientale il ruolo che la numerazione latina ebbe nel Mediterraneo Occidentale.

Tale numerazione ha comportato un valore numerico per ogni parola o gruppo di parole.

Poi ha incoraggiato quella pratica poetica, mistica e religiosa che viene chiamata isopsefìa presso gli Gnostici greci e ghematrìa presso i Cabalisti ebraici.

Anche se il collegamento tra scrittura e notazione numerica è molto più antico:

bullet Presso i Sumeri molti dei erano collegati ad un numero (Anu al 60, Enlil al 50, Ea al 40, Sin al 30, Samas al 20, Ishtar al 15)
bullet Sargon il re assiro riteneva che 16.283 fosse il numero del suo nome (epigrafe del VII sec. a.C. a Khorsabad)
bullet Il compilatore di una tavoletta babilonese si firmava 21-35-35-26-44.
bullet In greco  Svetonio evidenzia l’equivalenza tra il nome Nerone e la frase “egli uccise la propria madre”
bullet 300 (Tau = Croce) + 18 (ΙΗ = prime lettere di Iesus) + 31 (anni di Cristo) + 16 (anno del regno di Tiberio coincidente con la Crocifissione) = 365 = Fine del mondo.
bullet 17 in cifre romane (XVII) anagrammato diventa VIXI (ho vissuto, vissi) e cioè “sono morto”
bullet 666 = Lateinos – Diocles Augustus – Qsar Neron – Luther(nuc) – Vicarius Filii Dei
bullet Un principe medievale con il nome che assommava a 284 cercava sposa il cui nome assommasse a 220 in quanto 284 e 220 sono numeri amichevoli cioè numeri i cui divisori sommati riproducono l’altro numero (divisori di 220 sommati 1+2+4+5+10+11+20+44+55+110= 284  mentre divisori di 284 sommati 1+2+4+ 71+142= 220)

 

Nel I sec. d.C. il poeta Leonida di Alessandria versifica distici ed epigrammi isopsefi (nel distico la somma dei valori del primo verso doveva essere uguale alla somma dei valori del secondo verso).

Tale parallelismo lettera/numero si ripercuote anche nelle somiglianze in diverse lingue tra termini quali “conta, contare” e termini come “racconto, raccontare”

Italiano               Contare            Raccontare

Tedesco            Zahlen              Erzahlen

Francese            Conter             Conter

Ebraico            Saphor             Saper

Cinese              Shu                  Xushu

 

 

Presso gli Arabi invece erano diffusi i cronogrammi per fare commemorazioni.

Es. Anno del distacco di Ahmed ibn Ali ibn Abdallah, eroe del Nord-Ovest marocchino dal potere alawita = 1335. 1335 diventa 94+331+90+761+59 e cioè “Maometto salva il mondo dalla miscredenza”.

 

Si sviluppa in tal modo la numerologia, metodo di interpretazione /previsione/speculazione magica.

Esempi:

 

Gli alfabeti cifrati furono anche conseguenza di questa pratica.

 

La numerazione alfabetica risolse in parte il problema delle cifre.

Ad es. 768 si poteva scrivere in 3 cifre piuttosto che in 21

 rimanendo fermi però ad un principio additivo che limitava le possibilità della numerazione scritta.

 


8 giugno 2011

Conto e racconto : la notazione numerica ebraica

Anche gli scribi israelitici ed i matematici greci si dotarono di notazioni numeriche equivalenti allo ieratico egizio, ma utilizzarono le lettere (in ordine consecutivo) dei rispettivi alfabeti.

 

L’alfabeto fu l’ultimo perfezionamento della scrittura adattabile ad ogni inflessione di ogni lingua articolata e dava la possibilità di scrivere tutte le parole con un piccolo numero di segni fonetici (lettere).

Esso fu opera dei Fenici, commercianti spinti da un bisogno comprensibile di concisione.

Il commercio diede diffusione al loro sistema:

sulle coste mediterranee (Greco, Latino, Etrusco)

a sud ( Moabiti, Ebrei, Nabatei )

a est ( Aramei, Siria, Persia, India)

 

Ci fu dunque  un tentativo di sovrapporre ordine alfabetico ed ordine numerico.

Ebrei usarono numerazione alfabetica

Per le date del calendario

Per i paragrafi dell’Antico Testamento

Per le pagine delle opere scritte

 

                      

Ebraico

352= beth+nun+sin (2+50+300)

C’era un tabù sui numeri 15 e 16

Infatti essi non erano raffigurati tramite yod+he (10+5) e yod+waw (10+6)

Questo perché yod+he+waw+he (JHWH) era il nome di Dio, che era pregno di energia e quindi tabù.

Per 15 e 16 si utilizzavano

Waw+teth (6+9)  e   zain+teth (7+9)

Questo fu uno dei primi esempi di operazione casuale non costituita sulle basi numeriche solite.

Per distinguere i numeri dalle lettere, si metteva sulla lettera che significava il numero un piccolo puntino o un apostrofo, oppure una linea su gruppi di lettere o un doppio apostrofo a sinistra della lettera (virgolette?)

Inoltre per i numeri da 400 in poi si combinava Tav (400) con centinaia già note.

Oppure

Si utilizzava, come faceva la Kabbalah, Kaf (20) Mem (40) Nun (50) Pe (80) Sade (90) con al termine un particolare modificato.

Per le migliaia si mettevano su ogni lettera due punti (x1000) fino a 999.999.

 


2 maggio 2011

L'anarchismo ? Meglio quello metodologico...

Edoardo Acotto (un tipo per il resto simpatico e sensibile), nel corso di una discussione sull’importanza filosofica delle scienze cognitive e del rapprto tra filosofia e scienze,ha sottoposto ad alcune critiche il testo di una mia conferenza sulla filosofia della mente.

Egli afferma che a lui non risulta che Wittgenstein abbia “dissolto” il mentale, ma semplicemente ne ha posto la non oggettivabilità fuori da determinati giochi linguistici (che per lui non comprendevano le neuroscienze). A questa osservazione rispondo che la questione filologica può essere affrontata con più tranquillità. Vale la pena notare però che alcuni filosofi, appartenenti alla stessa comunità costituita in parte proprio da Wittgenstein (si pensi a G. Ryle e N. Malcolm, il quale parla di tecnica di W. per dissolvere i fenomeni mentali ), hanno, sulla scia delle riflessioni del pensatore austriaco, effettuato proprio una operazione di dissoluzione del mentale in una serie di convenzioni linguistiche. Quando Acotto dice che il mentale per Wittgenstein non è oggettivabile al di fuori di determinati giochi linguistici cosa intende ? Quale importanza hanno per Wittgenstein i giochi linguistici in cui il mentale è oggettivabile all’interno di una intrapresa conoscitiva ?

Quanto alla struttura autoreferenziale della coscienza, nel testo della conferenza si dice semplicemente che la struttura autoreferenziale non è propria solo della coscienza, ma di tutta un’altra serie di oggetti che sono propri della filosofia e della religione (Dio, il logos, il concetto, l’essere), per cui si può dire che, se anche la mente ha una struttura autoreferenziale, questa struttura non è lo specifico della mente.

Non si capisce poi perché si debbano considerare (come sembra fare Acotto) le immagini mentali solo in relazione all’attività cerebrale e non si possa invece analizzarle per come esse si danno, fenomenologicamente. Questo darsi non è qualcosa di impegnativo per valutare la natura di tali immagini e della mente che dovrebbe essere l’insieme che le contiene. Il problema è : si danno delle immagini mentali ? Dalla risposta a questa domanda si può vedere se è possibile il confronto filosofico tra una posizione dualista ed una posizione monista. Se qualcuno nega il darsi delle immagini mentali, c’è semplicemente l’impossibilità di confronto con chi invece asserisce che a lui sono date delle immagini mentali. Spesso si fa confusione tra il considerare le immagini mentali come causate da stati cerebrali, il considerare le immagini mentali come versioni epifenomeniche di stati cerebrali ed il considerare infine le immagini mentali come assolutamente non esistenti. La terza tesi sembra quella che Acotto attribuisce ad una teoria dell’identità, ma questa tesi non può essere confrontata con quella dualista perché ognuna di esse ha almeno una premessa che è contraddittoria con la premessa accettata dall’altra tesi.

Se ammettiamo che siano date immagini mentali, si può poi discutere della loro relazione con gli stati cerebrali o con altri eventi del mondo fisico. Quello che è secondo me assurdo è proprio l’eliminativismo, a meno che non sia possibile che ci siano alcuni esseri umani a cui non siano date immagini mentali e la conseguenza in questo caso sarebbe solo che non ci sarebbe una teoria unitaria con cui spiegare alcuni eventi che riguardano la vita umana.

Si può anche non presupporre l’esistenza di due livelli separati, ma si deve presupporre (sempre che non si neghi che siano date immagini mentali) l’esistenza di fenomeni tra loro diversi (le immagini mentali e gli stati cerebrali) e ci si può chiedere quale sia il tipo di rapporto esistente tra di essi.

Il fatto che si dica “il cervello computa” (un lapsus interessante quello di Acotto) a mio parere non è un semplice ed innocente espediente comunicativo. Si tratta invece di una sorta di linguaggio (come il gramelot di Dario Fo) che permette al riduzionismo di risultare più plausibile, in quanto i termini che evidenziano il carattere psichico di alcuni oggetti o di alcuni eventi (o atti) vengono trasferiti  dalla mente a quegli oggetti o processi fisici inseriti in una operazione che vorrebbe però del tutto togliere la dimensione psichica dal vocabolario delle scienze (si pensi a Churchland). Dunque il gramelot suddetto serve a buttare la polvere sotto il tappetino, o meglio a presentare il babau fisicalista come se fosse doppiato da Cristina D’Avena. Il cervello è tutto, ma è panpsichista a seguito di un contratto pubblicitario.

Quanto alla mia presunta tecnofobia, si tratta di una svista del lettore (che ci ha ricamato poi una sua personalissima pippa sul “che ne sai tu di un campo di grano…”). Infatti ho detto che non l’IA, ma la sfida all’IA, la discussione sull’IA diventano un pretesto per ristabilire le gerarchie tra gli uomini. La macchina da cui fuggiamo è la rappresentazione demoniaca che ci siamo fatti della tecnologia.

Quanto alla visibilità del dominio, Acotto parla per sé e crede di poter parlare per tutti. Così l’esperimento scientifico non dimostra niente (e siamo anche d’accordo), ma l’anarchia (felicemente priva di dialettica) consente uno sguardo immediato e limpido sulla realtà sociale ed assegna anche le responsabilità a destra e manca. Cosa si veda non si sa, ma non è importante : gli stati cerebrali sono lì. Speriamo ci sia pure il Quarto.

 

 

Quanto alle questioni dei rapporti tra scienza e filosofia, i filosofi attendono gli scienziati alla dogana del linguaggio storicamente comune, e questo perché gli scienziati, quando riportano in quel linguaggio tutta la loro scienza, ritornano ad essere vittime di tutti gli idola con cui dicono di aver combattuto nel corso della ricerca. Non è tutta colpa loro. Anche se gli stronzi, visto che leggono male quello che scrivono i loro interlocutori e fanno filosofia peggio dei filosofi di cui parlano male, forse sono loro.

Penultima cosa : perché non ho citato il giovane Dennett. Sono in difetto e dovrei approfondire ma uno che dice in nota alla fine di un paragrafo sulle immagini mentali “non avendo trovato niente che abbia i tratti di immagini vere e proprie, neppure al livello personale, possiamo allora concludere che ‘immagine mentale’, in quanto espressione referenziale, è priva di valore sotto qualsiasi circostanza”, beh, credo che sia uno di quei casi di individui con cui sia inutile confrontare le rispettive esperienze.

Questo non vuol dire che si rifiuti il dialogo con gli scienziati. L’importante è che nessuno venga all’appuntamento con la boria del creditore. Anche perché qui siamo tutti cattivi pagatori.

Ultima cosa : sono marxista, ma non penso ci possa essere una visione marxista del mondo. Il marxismo cerca di costituire un orizzonte in cui l’atteggiamento teoretico venga accantonato e dove il sapere rientri nelle pratiche (Marx direbbe “nella prassi”) attinenti all’intersoggettività, all’emancipazione, di cui uno dei soggetti è la cosiddetta comunità scientifica. Da buon platonico credo che l’attività teoretica vada mantenuta, ma come livello personale di elaborazione, come momento eccentrico rispetto al legame sociale, come fuga creativa in attesa di una nuova modulazione del legame sociale stesso. Dunque non sono metafisicamente un materialista, né penso che la scienza possa risolvere problemi filosofici, anche se il filosofo può trarre spunto da essa per rielaborare la sua personale visione delle cose, di cui non può esservi trattato scientifico, bensì solo  una comunicazione che si rivolga a tutti, ma singolarmente. La scienza invece può risolvere problemi pratici e può organizzare meglio il lavoro sociale. Questo non vuol dire che non ci possa essere confronto tra filosofi né tra filosofi e scienziati. Il primo però va fatto senza principi precostituiti (e con libertà ermeneutica) ed il secondo sarà un confronto tra la scienza ed il linguaggio comune, a cui la prima si deve sempre inchinare, anche se ha licenza di rinnovarlo, non senza passare per un duro combattimento.

 


4 marzo 2010

Hegel : la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero

 

Che la filosofia, poiché è lo scandaglio del razionale, appunto perciò è la comprensione del presente e del reale, non la ricerca di un al di là, che sa Dio dove dovrebbe essere, o del quale si sa ben dire dov’è, cioè nell’errore di un unilaterale e vuoto raziocinamento.
Se la riflessione, il sentimento o qualsiasi aspetto assuma la coscienza soggettiva, riguarda il presente come cosa vana, lo oltrepassa e conosce di meglio, essa allora si ritrova nel vuoto e poiché soltanto nel presente v’è realtà, essa è soltanto vanità.
Intendere ciò che è, è il compito della filosofia, poiché ciò che è, è la Ragione. Del resto, per quel che si riferisce all’individuo, ciascuno è senz’altro figlio del suo tempo ed anche la filosofia è il proprio tempo appreso con il pensiero. E’ altrettanto folle pensare che una qualche filosofia precorra il suo mondo attuale, quanto che ogni individuo si lasci fuori il suo tempo. Se la sua teoria, nel fatto,oltrepassa questo, se si costruisce un mondo come deve essere, esso esiste sì, ma solo nella sua intenzione



Spesso si considera Hegel un metafisico. Ma qui vediamo un pensatore assolutamente secolare.
Hegel è ossessionato dal presente e del tempo che nel presente si risolve. Il sapere filosofico positivo riprende la teoresi che vede tutto sub specie aeternitatis. Esso vede tutto sub specie praesentiae e della presenza egli ripercorre le ragioni, unica condizione perché il presente possa essere tolto ed essere ricompreso solo come passato. Il presente è la Ragione perché c’è una ragione perché il presente sia. E il fatto che il presente sia in quanto presente, con la sua incontrovertibilità, la sua opacità, il suo essere ostacolo, è una cosa che va spiegata. Hegel toglie, come farà Marx, il dover essere e l’ipotesi, il precorrimento. Forse perché tale anticipazione è un togliere il presente prima che abbia maturato i suoi effetti, prima che ciò sia possibile.
Tuttavia, è possibile immaginare. L’immaginazione non è filosofia e forse neppure scienza. E’ appello al possibile, uno sguardo su di esso che si risolve nella speranza, come se un certo possibile possa essere reale, possa diventare fruizione per sé ed ostacolo per gli altri.
Marx pure nega la possibilità dell’ipotesi, ma ne chiarisce meglio le ragioni. Perché il presente possa essere tolto non è possibile l’immaginazione di un solo uomo. Perché questa agli altri non può essere imposta. Il precorrimento è filosoficamente possibile solo nel farsi progetto e nell’appartenere ad una comunità di ricerca (e di dialogo, di comunicazione, di lotta). L’utopia non sta nel suo essere immaginaria. Sta nel suo essere solitudine e tirannia. Nel suo essere ostacolo per gli altri. Perché il comunismo è lo stato in cui la mia libertà è condizione per la libertà di tutti gli altri.


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7 ottobre 2008

La mia Banca è differente...

Ratzinger : "Le banche crollano. Solo la Parola di Dio è una solida Realtà. La Parola di Dio è un mattone.O Signore, dacci la tua Parola chiara e perfetta, i tuoi servi ti ascoltano"



Dio (nel suo fulgore) : "F-f-f-f-f....orse  era  m-m-m-m-m...eglio  c-c-c-c-...he  t-t-t-t-t-t...i  stavi  z-z-z-z-z...itto"


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13 luglio 2008

Simboli : Abramo

Abramo ha un'etimologia controversa. Egli è ab-ram (il Padre è esaltato) o ab-raham (il padre delle moltitudini). In tutti e due i casi, ma soprattutto nel secondo possiamo dire che Abramo sia un simbolo stesso di Dio, in quanto Uno che è all'origine dei molti.
Anche quando esce fuori dalla sua dimora (patria) per generare la moltitudine (i popoli del libro), egli è come Dio che in quanto Uno deve uscire fuori di sè (alienarsi) per generare la molteplicità.
Il suo è il primo Esodo, in cui rinuncia a ciò che ha e a ciò che è per acquisire 77 volte tanto. Così come Dio che uscendo fuori di sè, genera un altro sè (il mondo) e dunque si moltiplica.
Nel suo uscire dalla propria dimora, Abramo è simbolo dell'avventura e del rischio, in un certo senso dell'investimento che dovrebbe generare maggiore profitto.
Abramo è disposto a sacrificare suo figlio per il patto con Dio che gli assicura la progenie di un popolo, così come Dio sacrifica suo Figlio per la salvezza del genere umano.
Nel sacrificio, Abramo è simbolo delle fede che sopravvive contro tutte le probabilità (Pascal), della fede in Dio che media tra la sua perdita e la sua ricompensa.
Alla fine ciò che è sacrificato è un surrogato, un sostituto : il sacrificio umano viene sostituito dal sacrificio di un animale. La sostituzione genera una sorta di duplicazione, perciò qui si biforca la storia di due sacrifici, quello del capro sgozzato (Isacco) e quello del capro cacciato nel deserto (Ismaele). E da qui si diparte la storia della gemellanza che tanto ha avuto ruolo nel mito  e nella storia di Gesù Cristo. 
 



Secondo leggende islamiche e tardo giudaiche, Abramo da un lato è generato da Jibril (l'Arcangelo Gabriele) e nascosto in una caverna (come Zeus, come Cristo, come Lazzaro che rinasce dalla caverna in cui è sepolto). D'altro canto Abramo è ucciso (o quasi ucciso) dal  Re cacciatore Nimrod, timoroso di lui (così come Ares uccide Adone e Caino uccide Abele).
Come Uno che genera i molti Abramo, soprattutto nel Medioevo (si pensi a Reims e Notre Dame), assume fattezze androgine (si pensi al seno di Abramo) e, come Gesù, tiene i fanciulli sul suo grembo, riconoscendo la propria discendenza (l'atto del padre di tenere sulle ginocchia il neonato coincide con l'atto di riconoscerlo)


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4 luglio 2008

Non c’è più religione : Marx e la prova ontologica

 

La prova ontologica non significa altro che “Ciò che io mi rappresento realmente è una rappresentazione reale per me”. Ciò agisce su di me ed in questo senso tutti gli dei, sia quelli pagani, sia quello cristiano, hanno posseduto un esistenza reale. Non è stato l’Apollo delfico una potenza reale nella vita dei Greci ?

Qui non significa nulla neanche la critica di Kant. Se uno pensa di possedere 100 talleri, se questa non è per lui una qualunque rappresentazione soggettiva, se egli crede in essa, i cento talleri immaginati hanno per lui lo stesso valore di 100 talleri reali. Egli ad esempio farà dei debiti su questo suo dato immaginario ed agirà come hanno fatto gli Dei, su cui l’umanità tutta ha fatto dei debiti. L’esempio di Kant avrebbe potuto rafforzare la prova ontologica.

Dei talleri reali hanno la stessa esistenza degli Dei immaginati. Ha forse un tallero reale esistenza al di fuori della rappresentazione, sia pure di una rappresentazione comune a tutti gli uomini ?

Portate della carta moneta in un paese in cui quest’uso della carta non si conosce ed ognuno riderà della vostra soggettiva rappresentazione.




 

Anche qui Marx da un lato compie alcuni errori tipo il trascurare il ruolo che nell’argomento ontologico ha il concetto di Massimo di tutti i pensabili” (Anselmo) o di Perfezione” (Cartesio).

D’altro canto anche qui Marx ha delle intuizioni formidabili, dal momento che, anticipando con Hegel l’ontologia degli oggetti sociali che viene falsamente attribuita a Searle, nota come i talleri dell’esempio kantiano sono rappresentazioni che hanno un effetto reale e quindi una determinata accezione di realtà ed al tempo stesso sono inconsistenti se non condivise socialmente, per cui Kant usa come esempio un oggetto che svuota il suo argomento.

Personalmente ho usato l’esempio dei cento talleri in maniera opposta a come lo ha usato Marx. A mio parere  cento talleri reali” sono un concetto del tutto diverso da “cento talleri pensati”, dal momento che l’essenza dei cento talleri, le loro proprietà non sono quelle fisiche, ma sono appunto la rete di relazioni e di effetti che si costituiscono a partire dall’oggetto fisico stesso nel momento in cui esiste effettivamente. Come dice Enzo Cannavale in La grande Magia di Eduardo De Filippo “L’immagine del panettiere se non gli date l’immagine dei soldi, col cavolo che vi dà l’immagine del pane. Padrò, questi sono la schifezza di tutte le immagini….

I cento talleri pensati non sono per niente cento talleri, ma sono la rappresentazione di un pezzo di carta o di metallo. Se i cento talleri non funzionano, non sono cento talleri.


27 giugno 2008

Non c'è più religione : Marx e la morte di Dio

Menzionando qui un tema famigerato, le prove dell'esistenza di Dio, osserviamo che Hegel ha completamente rovesciata, vale a dire rigettata, questa prova teologica per giustificarla.
Ma che razza di clienti sono quelli che l'avvocato non può strappare alla condanna altrimenti che ammazzandoli ?
Hegel interpreta per es. la deduzione di Dio dal mondo in questa maniera "Poichè il contingente non è, allora Dio o l'Assoluto esiste". Ma la prova teologica suona invece "Poichè il contingente realmente è, allora Dio esiste". Dio è la garanzia del mondo contingente.



Dio è morto, Marx è morto e neppure io mi sento tanto bene... 

Qui Marx sbaglia dal punto di vista logico, ma ha un'intuizione storica eccezionale.
Sbaglia dal punto di vista logico, perchè nell'implicazione "Se il mondo esiste, allora Dio esiste", qualora questa sia vera, il mondo può anche non esistere, mentre Dio esiste necessariamente.
Inoltre quel che la prova teologica vuole dire è che il mondo non esistendo autonomamente, presuppone qualcosa che esiste in maniera assoluta (autonomamente) e cioè Dio.
Marx però intuisce che dietro quel che verrà chiamato successivamente "la morte di Dio", c'è l'istanza hegeliana di cancellare la distinzione tra Dio e il mondo cosmico-storico.


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4 ottobre 2007

Homer sum : l'antropologia prima dell'antropologia

Prima dell'antropologia come disciplina esisteva già l'immensa letteratura dell'esotismo e di viaggio, costituita da resoconti di missionari, viaggiatori, esploratori, mercanti e soldati. All'interno di questa tradizione prevalevano moralismo, pregiudizio e meraviglioso.
Accanto a tale letteratura c'era quella rappresentata da Montesquieu e Rousseau che subordinava il discorso sulle altre culture alla critica della società nella quale si era inseriti. La figura del selvaggio serviva per la polemica religiosa o per la critica all'assolutismo politico. Non ci si sofferma tanto sulla specificità delle società avocate come pretesto, ma queste ultime servono per un'operazione di rovesciamento. 



Alle negazioni libertine della religione condotte attraverso lo strumento comparativo, si contrappone ad es. un'opera come "I costumi dei selvaggi americani" di Lafitou che vuole dimostrare che una concezione religiosa dell'Essere supremo è presente in tutte le società primitive. All'origine non c'è l'assenza di Dio, ma la sua presenza.
Ma l'Uomo ?


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