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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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Quelli che la crisi l'avevano prevista

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6 maggio 2011

Giovanni Mazzetti : la malafede del nuovo Welfare

La tesi che qui cercherò di sviluppare è che quando sono iniziate le difficoltà del welfare, le precedenti conquiste hanno dimostrato di non essersi affatto consolidate, fino al punto di rappresentare almeno l’embrione di una nuova cultura. Alla prima fase di sgretolamento delle nuove istituzioni è poi subentrata una vera e propria rotta, che ci costringe a ricominciare dal punto di partenza, ciò che investe direttamente le forme della lotta di classe.

 

Per chiarire quanto sto cercando di dire prenderò spunto da un articolo di Galli Della Loggia sul Corriere della Sera del 17 gennaio 2010. Scrive Della Loggia, “la vulgata secondo la quale la democrazia è tale perché riconosce eguale valore ai diritti politici e ai diritti sociali – che però sarebbero in sostanza quelli del ‘lavoro’ – è sbagliata. Questa equiparazione si presta a molte obiezioni: la più importante è che mentre per essere riconosciuti ed esercitati i diritti politici (eguaglianza di fronte alla legge, elettorato attivo e passivo, diritto alla libertà personale, di parola, diritto di sciopero, ecc. ecc.) non necessitano di alcun contesto esterno particolarmente favorevole, viceversa il godimento dei diritti cosiddetti sociali e del lavoro in specie è perlopiù possibile solo se vi è un contesto economico esterno favorevole … Non poggiano, né possono mai poggiare su alcuna base solida definitiva”. Ora, a parte la stupidaggine di sostenere che, per essere goduti, i diritti politici non avrebbero bisogno di condizioni che permettano di esercitarli, sta di fatto che nella società è senz’altro diffusa la convinzione che i diritti sociali dipendano dalla “disponibilità di risorse”, e in periodi di “vacche magre” possano e debbano essere drasticamente ridimensionati: il “nuovo Welfare” di cui molti vagheggiano in evidente malafede.


20 maggio 2009

Francesco Piccioni : Cai è un modello contro i diritti del lavoro

Ritardi, manutenzione incerta, disservizi, carenza di organico. Alitalia torna in prima pagina, ma con i conti - spiega il socio di riferimento, Jean-Cyril Spinetta, presidente di air France - «al di sopra delle attese». Ne parliamo con Paolo Maras, segretario nazionale dell'SdL-trasporto aereo, steward ora in cassa integrazione.

Quanti problemi ha la «nuova» Alitalia?
Che si faccia il bilancio dei primi 100 giorni è doveroso, ma era già noto che i problemi principali - ritardi, inefficienze, organici e condizioni del lavoro - fossero irrisolti. Non a caso avevamo sempre detto che attraverso questa operazione non passa solo la trasformazione da Alitalia a Cai, ma un treno micidiale addosso a diritti, conquiste, condizioni di lavoro. E anche una visione diversa da quella di una compagnia di bandiera, che presuppone comunque un interesse dello Stato nel garantire servizi ai cittadini. Oggi vediamo anche Formigoni e Castelli strapparsi i capelli per Malpensa, dove non funzione più nulla e i passeggeri rimangono a terra. Certo, se gli organici sono insufficienti, sia a bordo che a terra, succede questo.

Eppure si era detto che si voleva creare una compagnia grande, forte e «italiana».
Fin dall'inizio l'obiettivo era di tenere bassissimi i costi e il personale ridotto all'osso, confezionando un pacchetto appetibile per il migliore offerente. Che in Cai sappiamo essere «mister 25%», ovvero Air France. Che ora dice - traduco - «come fate a ottenere risultati superiori alle aspettative»? In Francia sequestrano i manager, qui avete distrutto sindacato e lavoratori e nessuno dice niente...



Previsioni fosche per i vostri colleghi francesi...
Appunto. In secondo luogo, Spinetta ha sollevato la politica italiana e il governo (quello che diceva «ai francesi, mai») da ogni responsabilità per la cattiva gestione precedente alla vendita. L'unico «colpevole» è stato trovato nel sindacato. Tutti, senza eccezione. Noi siamo convinti che il peggio debba ancora arrivare. Il «problema Alitalia» non c'è più, come la monnezza napoletana. Ma se si pensa che deve ancora la fusione effettiva tra le cinque aziende che compongono oggi la nuova Alitalia, è facile prevedere nuovi «esuberi» causati da queste sinergie.

Ma se già ora nell'«operativo» gli addetti sono pochi...
Se una macchina che ha bisogno di quattro assistenti di volo la fai partire con soltanto due, la legge della «sinergia» funziona anche in quel caso. I numeri delle assunzioni fatte sono fortemente squilibrati rispetto agli stessi impegni iniziali. Gli assistenti di volo - a quattro mesi dalla partenza - sono sotto organico di oltre 400 unità. Si parla ora di 190 assunzioni, che non coprono le necessità.

Le politiche del trasporto dipendono sempre più dalle scelte europee. Come si fa a tenere il punto del conflitto senza una qualche sponda politica?
La vicenda Alitalia è andata come è andata proprio perché c'è una desertificazione della politica. C'è necessità di riportare competenze vere, non ideologiche - insomma esperienze vissute, «sapere di che si parla» - dentro certe istituzioni. Per esempio, credo che la scelta di Andrea Cavola, mio compagno di lotte per oltre 20 anni - di candidarsi come indipendente con Rifondazione, sia assolutamente giusta. La sensazione di questi anni è che non importa quanto tu abbia ragione, quanti lavoratori hai dietro; tutto il sistema - anche l'informazione, con poche eccezioni - si muove a tutela degli interessi del «grande capitale». Basta vedere il ruolo politico-mediatico del ministro Matteoli: di scioperi nel trasporto non si parla più, nemmeno a livello di annuncio, perché ogni giornalista sa che tanto lui li vieta sempre, con la precettazione.


18 maggio 2009

Emiliano Brancaccio : la beffa di Marchionne

 

La grande stampa, il governo e i vertici del partito democratico hanno salutato con euforia le recenti operazioni espansioniste della Fiat su scala globale. Oggi l’approdo nel mercato statunitense tramite l’intesa con Chrysler, e forse domani la conquista di Opel in Germania, sono stati interpretati come sintomi di quella italica capacità di “aggredire i mercati esteri” che è stata in questi giorni rimarcata dal presidente del Consiglio e da molti altri. I lavoratori tuttavia non dovrebbero lasciarsi ingannare da questa pioggia improvvisa di lustrini tricolore. La realtà infatti è che la Fiat ha acquisito il controllo strategico di Chrysler sotto la condizione che i sindacati americani accettassero un accordo capestro: congelamento dei salari, scatto degli straordinari solo oltre le 40 ore settimanali, cancellazione delle vacanze di Pasqua e di altre festività per due anni, pericoloso acquisto di una gran massa di azioni Chrysler da parte del fondo pensione dei dipendenti, e completa rinuncia agli scioperi fino al 2015. Massimo Giannini su Repubblica ha parlato di una soluzione responsabile e non ideologica da parte delle rappresentanze sindacali statunitensi. Ma sarebbe più onesta definirla una resa senza condizioni, che peserà non poco sulla localizzazione dei licenziamenti da un lato e dall’altro dell’Atlantico e che dunque costituirà un enorme problema per i sindacati italiani. Siamo insomma di fronte all’ennesimo episodio di quel generale processo di inasprimento della guerra tra lavoratori che sta sempre più caratterizzando l’evoluzione della crisi economica in corso.




Alla intensificazione del conflitto internazionale tra lavoratori la nuova strategia economica degli Stati Uniti contribuisce in misura significativa. Infatti, il ruolo dell’economia americana risulta oggi totalmente ribaltato rispetto agli anni passati. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti agivano da spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano gli americani lo compravano, e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso però l’America si ripresenta sulla scena internazionale in una veste opposta e feroce. Con i sindacati in ginocchio, il cambio del dollaro sempre più favorevole e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro. Con questa storica mutazione di ruolo da parte degli americani, il capitalismo globale in crisi si tramuta dunque in un gigantesco “beggar my neighbour”, lo spietato gioco delle carte in cui lo scopo di ognuno è di vincere saltando al collo del vicino. Degli effetti di questo gioco ci accorgeremo presto anche in Italia. Infatti, dopo avere incassato la resa dei lavoratori americani, Marchionne non esiterà a imporre pesanti ristrutturazioni nel nostro paese. La grande stampa parlerà anche in quel caso della necessità di un atto responsabile da parte dei sindacati? C’è da temerlo.

            Per i lavoratori italiani non vi è dunque alcun motivo per partecipare all’allegro revival nazionalista che è montato in questi giorni attorno ai colpi messi a segno dalla Fiat. Piuttosto, essi dovrebbero augurarsi che emerga presto un’alternativa di classe alla guerra mondiale tra lavoratori che la crisi capitalistica e la connessa fine dell’egemonia americana stanno alimentando. Questa alternativa si costruisce recuperando consapevolezza di un fatto evidente ma troppo a lungo dimenticato: il libero scambio dei capitali e delle merci può andare contro gli interessi della classe lavoratrice e dello stesso internazionalismo operaio. La questione allora non è se si debba o meno discutere di protezionismo. Il problema è di dare una declinazione di classe al tipo di barriere ai movimenti di merci e di capitali che si dovranno per forza introdurre se si vorrà evitare l’abisso di una competizione salariale planetaria e senza freni. In questo senso, sono maturi i tempi per esigere un blocco dei trasferimenti di capitale verso quei paesi che pretendono di affrontare la crisi puntando sull’abbattimento dei salari e sul peggioramento delle condizioni di lavoro. Nel silenzio assordante dei partiti del socialismo europeo, la sinistra europea farà bene a battere un colpo.


7 gennaio 2009

Sandro Padula : ridurre l'orario e reddito per tutti

 

Quattro decenni di piramidizzazione del debito capitalista e di new economy hanno avuto un impatto sociale negativo sulle condizioni di vita della classe lavoratrice. Oggi assistiamo ad una clamorosa inversione della tendenza alla riduzione della settimana lavorativa. Se nel secolo scorso le ore di lavoro settimanale si erano progressivamente ridotte, dalle 60-70 ore del 1860 alle 40 ore del 1960, oggi per riprodurre la vita sociale di 4 persone sono necessarie 80 e più ore di lavoro che, per giunta, non sono sufficienti neanche a riprodurre la vita di un nucleo di 3 persone.
Il "capitale fittizio", cioè quella enorme massa di diritti cartacei sulla ricchezza, ha giocato «una parte importante nella crisi del sistema complessivo almeno dagli anni 1960». Quando l'economia reale capitalistica ha grosse difficoltà di reinvestimento produttivo cerca di trovare denaro attraverso il capitale fittizio. Per intenderci, la Fiat negli anni '80 rastrellava molti soldi attraverso gli interessi ricavati dai buoni ordinari del tesoro che reinvestiva nell'economia reale. Il ricorso al capitale fittizio non è dunque una anomalia del sistema, ma un passaggio inaggirabile che però alla fine si rivela a sua volta una causa ulteriore di crisi.
È quanto spiega Loren Goldner nel suo Capitale fittizio e crisi del capitalismo (edizioni Ponsimor, pp 320, 17 euro). Militante americano, professore universitario e attento studioso di Marx, di cui fornisce una lettura eterodossa, e dei movimenti della classe lavoratrice di diversi paesi, Goldner analizza l'attuale sistema economico e finanziario internazionale aggiornando alcune idee di Rosa Luxemburg sul carattere vampiresco del sistema capitalistico, simile a quello che precedette e favorì l'egemonia della Gran Bretagna sul mercato mondiale.
La dollarizzazione e la finanziarizzazione dell'economia mondiale hanno ingenerato colossali piramidi di debiti, come quello degli Stati uniti che ammonta (calcolando debito federale, statale, locale, aziendale e personale) a 33 trilioni di dollari, pari a tre volte il Pil. Questo fenomeno si è riversato anche sui paesi in via di sviluppo che hanno visto le loro risorse saccheggiate da politiche antisociali e antiecologiche. Negli ultimi dieci anni i mutui ipotecari sono stati addirittura convertiti in una fonte di finanziamento per le spese più indispensabili dei salariati e dei ceti medio-bassi, colpiti dall'aumento delle disuguaglianze sociali. Ciò ha contribuito a far esplodere la crisi di solvibilità dei settori sociali già sfruttati. Gli Usa, che hanno fatto da battistrada a queste dinamiche, sono al tempo stesso diventati il paese più indebitato del mondo e una specie di fossile industriale. 



Ah, i paesi scandinavi...

Questa progressiva perdita dello "scettro imperiale" nordamericano, tuttavia secondo Goldner non affievolirà la disperata resistenza di quelle forze economiche e politiche che cercheranno di promuovere delle controtendenze per mantenere una qualche forma d'egemonia americana sul mondo, grazie anche ad una forza militare distribuita su scala planetaria, in modo aperto o coperto, in 110 paesi. Ne sono prova la «strategia geopolitica mirata a controllare i confini della Russia e della Cina», la forte presenza in Medio oriente delle Corporations che puntano a dominare i territori ancora estranei alla loro sfera di influenza e ricchi di materie prime. Gli Usa dominano ancora la maggior parte delle prime 200 Corporations del mondo ed hanno un grande peso «per mezzo di istituzioni internazionali quali l'Onu, il Fmi e la Banca mondiale, con le imposizioni - gli ultimi due - di programmi di aggiustamento strutturale a 100 paesi in via di sviluppo con l'effetto di provocare 60 e più fallimenti o quasi fallimenti di stati». Non è un caso se dopo la fine del sistema monetario internazionale a cambi fissi, avvenuta d'imperio il 15 agosto 1971, tutte le svalutazioni statunitensi del costo del denaro e quindi del dollaro hanno gravato sulle Banche centrali dei paesi che ancora insistono ad avere riserve monetarie in dollari. Di fronte a questa situazione - sostiene lo studioso americano - il XXI secolo sarà molto incerto e anche pericoloso se il declino egemonico degli Usa non verrà, per così dire, accompagnato da una rinascita delle lotte della classe lavoratrice a livello mondiale.
Lotte che, secondo Goldner, dovrebbero coalizzarsi attorno ad un programma minimo: abolizione della dittatura del dollaro e dei sovrabbondanti lavori socialmente inutili o nocivi; reddito minimo garantito su scala mondiale; riduzione dell'orario di lavoro quotidiano e settimanale (senza riduzioni dei redditi); ristrutturazione ecologica dell'economia e del rapporto città-campagna.


5 dicembre 2008

Danilo Zolo : Diritti universali, anzi...occidentali

 

La Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, viene considerata in Occidente come uno dei principali indicatori del progresso storico dell'umanità. È con questo significato che nei prossimi giorni verrà celebrata la sua ricorrenza sessantennale. Secondo numerosi autori, la Dichiarazione universale ha un grande merito sul piano etico, giuridico e politico: ha "fondato" i diritti umani e li ha resi "universali". La Dichiarazione del 1948 - si sostiene - ha mostrato che un sistema di valori può essere "fondato", e quindi universalmente riconosciuto, sulla base di un accordo internazionale sulla sua validità. Non è necessario alcun altro "fondamento".
Non ci sono dubbi che la Dichiarazione universale dell'Assemblea Generale ha profondamente trasformato la dottrina dei diritti umani. I diritti non sono più concepiti come un complesso di rivendicazioni sociali riconosciute e protette all'interno di un singolo Stato: essi coinvolgono e impegnano tutti gli Stati e tutti i popoli del pianeta. Sono parte del diritto internazionale generale.
Prima della fondazione delle Nazioni Unite i diritti erano concepiti come l'esito di lotte sociali e politiche all'interno di specifici ambiti storici e territoriali. Ed erano garantiti dalla permanente militanza dei cittadini coinvolti nelle rivendicazioni e nelle battaglie politiche secondo una concezione conflittualistica dei diritti, in larga parte ereditata dalle rivoluzioni borghesi, dal socialismo e dal sindacalismo.
Non a caso i diritti umani si sono affermati gradualmente e non all'unisono: la libertà religiosa è stata un effetto delle guerre di religione, le libertà civili sono state in larga parte una vittoria dei parlamenti borghesi contro i sovrani assoluti, le libertà politiche e i diritti sociali sono stati una conquista dei movimenti dei lavoratori salariati, dei contadini e dei disoccupati. E tutto questo è accaduto solo in Europa e negli Stati Uniti d'America, non altrove.
Tutto questo spiega perché la concezione dei diritti umani che è prevalsa nella Dichiarazione universale del 1948 è essenzialmente occidentale, ed è quindi impregnata dell'individualismo, del liberalismo e del formalismo giuridico occidentali. E questo spiega le successive dispute circa il fondamento e l'universalità dei diritti dell'uomo, e spiega anche le contestazioni subite della stessa Dichiarazione universale. 



Emblematica è stata la polemica, che ha avuto come epicentro Singapore, la Malesia e la Cina, e che ha dato luogo alla "Dichiarazione di Bangkok" del 1993. Gli Asian values sono stati opposti alla tendenza dell'Occidente ad imporre alla culture orientali i suoi valori etico-politici. Oggi le classi dirigenti di un numero crescente di paesi del Sud-Est asiatico sono impegnate a riscattare la propria identità politica e culturale all'insegna di valori come l'ordine, l'armonia sociale, il rispetto dell'autorità, la famiglia. In questa prospettiva l'Occidente viene concepito come il luogo dove i valori comunitari decadono sotto la spinta di un individualismo sfrenato che afferma diritti ma non riconosce doveri.
Nella visione individualistica e liberale dell'Occidente i diritti umani sono essenzialmente delle protesi normative a tutela della libertà personale, dei beni individuali e della privacy contro le interferenze degli altri soggetti e soprattutto delle autorità politiche. Questo concetto di libertà è del tutto estraneo alla cultura islamica, segnata com'è da un senso religioso di appartenenza alla comunità. L'individuo si identifica con essa non rivendicando diritti ma adempiendo doveri e cioè seguendo scrupolosamente regole collettive di comportamento politico-religioso.
Altrettanto si può dire per la tradizione confuciana cinese, sopravvissuta indenne alla violenta importazione dall'Europa del verbo marxista. Secondo l'etica confuciana la vita sociale è costituita da rapporti asimmetrici e gerarchici che si fondano su vincoli reciproci di mutua collaborazione e obbligazione, non su diritti e doveri paritari e contrapposti. Come è noto, la stessa nozione di "diritto" in senso soggettivo è estranea alla semantica della lingua cinese. Come ha ricordato Chung-Shu Lo, per rendere l'idea di "diritto" i primi traduttori di opere politiche occidentali dovettero coniare un nuovo lemma, chuan-li, che significa letteralmente "potere e interesse". Nella tradizione confuciano-menciana a dominare non è l'idea di diritto individuale ma lo è, al suo posto, quella di "relazione sociale fondamentale" (sovrano-suddito, genitori-figli, marito-moglie, primogenito-secondogenito, amico-amico).
Da questo punto di vista è molto significativa anche la polemica che è esplosa nel corso della seconda Conferenza delle Nazioni Unite sui diritti umani, che si è tenuta a Vienna nel giugno del 1993. In quella sede ufficiale si sono fronteggiate due concezioni dei diritti umani incompatibili fra loro. Da una parte c'era la tesi, sostenuta dai paesi occidentali, dell'universalità e indivisibilità dei diritti umani secondo la logica della Dichiarazione universale del 1948. Dall'altra c'era la posizione di gran parte dei paesi dell'America latina e dei paesi asiatici, con Cuba e la Cina in prima fila. Questi paesi ponevano al centro dei diritti umani i "diritti collettivi", in particolare lo sviluppo economico-sociale, e cioè la lotta contro la povertà e l'indebitamento dei paesi del Terzo mondo. Queste tesi polemiche erano già state alla base della "Banjul Charter on Human and People's Rights", approvata nel 1981 dall'Organizzazione dell'Unità Africana: in essa i diritti economico-sociali, concepiti come diritti collettivi dei popoli, avevano una netta prevalenza nei confronti dei diritti civili e politici proclamati dalla Dichiarazione universale.
È dunque chiaro che la dottrina dell'universalità dei diritti dell'uomo non può essere data per scontata, come non può essere data per scontata la sua efficacia, al di là delle proclamazioni che ne fanno gli esponenti della cultura politica occidentale, da Jünger Habermas a Michael Ignatieff, a Ulrich Beck, ad Antonio Cassese e a molti altri.
È difficile non percepire la gravità e l'urgenza dei problemi ai quali la dottrina dei diritti umani tenta di dare una risposta, e non condividerne l'ispirazione morale e le intenzioni. È sufficiente ricordare il fatto che oltre due miliardi di persone oggi soffrono per la violazione sistematica dei loro diritti. Le violazioni includono una lunga serie di atrocità e di violenze: fra gli altri il genocidio, la tortura, le esecuzioni sommarie, le sparizioni, gli omicidi politici, le violenze sui bambini, la schiavitù, le esecuzioni capitali di minorenni e di disabili, il trattamento disumano e degradante dei detenuti, ma anche e soprattutto la povertà assoluta, la fame, la guerra di aggressione. Allarmante è in particolare il dato che emerge dai documenti delle Nazioni Unite e che viene annualmente denunciato dai rapporti di Amnesty International: la violazione dei diritti è un fenomeno di proporzioni crescenti, che interessa un numero elevatissimo di Stati: oltre 150, inclusi tutti gli Stati occidentali.
E tuttavia resta molto alto il rischio che il progetto universalistico implicito nella dottrina e nella politica occidentale dei diritti umani operi di fatto - e sia percepito - come un aspetto di quel processo di "occidentalizzazione del mondo" che oggi investe le civiltà e le culture più deboli, privandole della loro identità e dignità. E questo sospetto grava in particolare sulle politiche internazionali di ingerenza militare "umanitaria" in nome della tutela e della diffusione dei diritti umani. In proposito le potenze occidentali hanno offerto prove devastanti e fallimentari: dalla Somalia ad Haiti, alla Bosnia Erzegovina, al Kosovo, all'Iraq, all'Afghanistan
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22 agosto 2008

Anestetica della politica : la deriva di regime di Zhang Jimou

Zhang Jimou è un regista che mi piace molto, soprattutto quando vuole dare un affresco di quel mondo contraddittorio che è la Cina contemporanea (Storia di Qiu Ju, Non uno di meno), ma anche quando rappresenta tale contraddittorietà attingendo alla storia antica più o meno mitizzata (Hero, La Città Proibita). Perciò sono rimasto meravigliato quando ho visto il riassunto della sua intervista ad un quotidiano cinese, riassunto da cui traspare un caso che spesso si è verificato in Europa tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, quello cioè dell'artista che cerca di proiettare il titanismo e il gigantismo spesso così suggestivi dalla dimensione dell'arte a quella della politica. Jimou sembra pensare che la dinamica sociale virtuosa sia analoga alla coreografia o anche ad un'orchestra sinfonica.
Tale proiezione è spesso falsante e pericolosa, perchè presume che il carattere demiurgico dell'arte possa essere trasferito alla politica, senza contare che l'arte ha a che fare con il possibile ed il soggettivo, mentre la politica ha un ambito più ristretto e al tempo stesso più concreto, legato com'è alla dimensione materiale ed alla intersoggettività. E vale comunque sottolineare che quando l'arte stessa si concretizza nella tecnica e nel lavoro collettivo (come ad es. avviene in un'opera di regia cinematografica) deve rispettare tutte quelle regole che devono presiedere alla gestione dei rapporti intersoggettivi (dunque le tutele del lavoro etc etc)
Operando senza riflessione critica questa proiezione, Zhang diventa come dice Luigi Manconi nel commento a tale intervista riportata, un corifeo di regime ed un apologeta del capitalismo selvaggio di Stato della Cina popolare, regime che consente di manipolare persino grandi masse per raggiungere gli effetti estetici desiderati. Anche Manconi però compie un errore abbastanza usuale ed altrettanto pericoloso e cioè quello di collegare tale infelice intervista alla categoria semplicistica del "dispotismo asiatico", categoria che ha incoraggiato solo a fare confusione ed ha costituito un comodo alibi per chi non volesse studiare le civiltà extraeuropee in dettaglio e nella loro specificità.



La ragazza del boss

In realtà l'atteggiamento di Zhang è proprio di una mentalità che trova alcuni picchi nel capitalismo cinese, ma che in realtà è ben distribuita in tutto il globo mondializzato : quanti registi occidentali non la pensano allo stesso modo circa i diritti sindacali ? Quanto deroghe si concedono ai registi con i loro set, agli scienziati con i loro team, ai medici famosi con le loro equipe, agli architetti con le loro maestranze, ai politici con i loro informali codazzi, ai maestri con i loro apprendisti, alle associazioni con i loro volontari ? Chi andrebbe a fare le pulci a tutti costoro soprattutto in tempi di paura di fuga di cervelli ? E, senza andare tanto lontano, chi crede davvero che nei luoghi di lavoro si rispettino i diritti umani quando spesso andare al cesso in una fabbrica o in una filiale aziendale viene spesso considerata una pericolosa azione sovversiva ?

Scandalizziamoci per Zhang, ma facciamoci anche un esame di coscienza.


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2 agosto 2008

Salari e produttività

 

«Se la produttività fosse così determinante nella distribuzione del reddito, come mai allora negli ultimi dieci anni i salari italiani sono scesi ai livelli più bassi d'Europa, mentre la quota dei profitti è aumentata di oltre dieci punti?». La questione, e più in generale i punti affrontati ieri da giuslavoristi e economisti nel corso dell'assemblea pubblica organizzata dalla sinistra Cgil, non è tecnica ma politica. Puntualmente evasa da un dibattito pubblico, che accompagna la trattativa tra sindacati e imprese sulla riforma del sistema contrattuale, ideologicamente monocolore.
Grosso modo la questione viene posta in questi termini: è necessario dare fiato ai salari, ma i salari stessi non possono aumentare se prima non aumenta la produttività del lavoro (che negli ultimi dieci anni è rimasta pressochè ferma) e così la competitività del paese. «Forse invece è giunto il momento di esplorare l'ipotesi contraria», è l'ipotesi lanciata dal sociologo Luciano Gallino: «La produttività non aumenta perchè i salari italiani sono troppo bassi». Due, le ragioni. «Se il costo del lavoro è generalmente elevato, perchè nessuno in base ad accordi contrattuali di un dato settore, è disposto a lavorare per meno, aumentare il valore aggiunto per ora lavorata (e cioè la produttività), diventa una necessità per le imprese». In secondo luogo, un elevato costo del lavoro renderebbe più convenienti gli investimenti in formazione che andrebbero tutti a vantaggio di una crescita della produttività (e che oggi sono invece del tutto disincentivati da un calcolo molto semplice: di lavoratori disposti a lavorare per un basso salario se ne troveranno sempre). Non solo: spostare il baricentro sulla contrattazione aziendale - secondo Roberto Pizzuti, del dipartimento di economia pubblica della Sapienza - «rischia di creare elevate e ingiustificate disparità di reddito, con conseguenti problemi di coesione sociale».
«Là dove non arriva la produttività, intervenga lo stato con la leva fiscale», è l'altra argomentazione che nel dibattito pubblico, anche a sinistra, va per la maggiore. Altro luogo comune fuorviante. Perchè se è vero che a livello fiscale si può chiedere la restituzione del fiscal drag (drenaggio fiscale), come anche un'aumento delle detrazioni fiscali per il lavoro dipendente, è altresì vero, spiega il giuslavorista Massimo Roccella, che in questo modo si rischia di far passare un messaggio negativo, di deresponsabilizzazione delle imprese. A dispetto del fatto che la stessa produttività del lavoro, ricorda Roberto Romano dell'ufficio studi della camera del lavoro di Milano, è cosa che riguarda il capitale come ha sottolineato anche l'ultimo rapporto del Cnel sul mercato del lavoro.
Che nel nostro paese ci sia una questione salariale è ormai sotto gli occhi di tutti gli osservatori statistici e stranieri. «Un declino in atto dall'inizio degli anni '90, che non riguarda solo il nostro paese ma che in Italia assume specificità negative più accentuate», ricorda Pizzuti. Negli ultimi sei anni, il reddito delle famiglie dei lavoratori dipendenti ha recuperato a malapena l'inflazione media, ma è cresciuto meno dei prezzi dei beni di più largo consumo; mentre il reddito delle famiglie di lavoratori autonomi o imprenditori è cresciuto del 13%. Le nostre retribuzioni sono inferiori del 43% a quelle tedesche, del 32% di quelle francesi. Anche la discussione su un indice più realistico per misurare l'inflazione sembra avvitarsi su se stessa: parlare di scala mobile oggi sembra una bestemmia, ma il punto è che non ci sono sistemi contrattuali privi di meccanismi di indicizzazione tesi ad accorciare le distanze tra prezzi e salari, aggiunge Roccella.
Come emerge dall'inchiesta di massa realizzata dalla Fiom, ieri ripercorsa da Eliana Como, giovane ricercatrice, un operaio metalmeccanico guadagna mediamente 1170 euro al mese, le donne 340 euro in meno. Un operaio su due vorrebbe lavorare meno ore, e il 75% dei metalmeccanici dichiara di fare un lavoro ripetitivo e monotono.

(Sara Farolfi)


2 agosto 2008

Intervista a Stefano Rodotà

 

«In un breve lasso di tempo si è consumato in Italia un cambiamento istituzionale e costituzionale di enorme portata. Anche se sia da parte di chi l'ha promosso, sia da parte di chi non è in grado di contrastarlo efficacemente, si tenta di ridurne la rilevanza. Prima continuavano a dire che non bisognava demonizzare Berlusconi, adesso si preoccupano di non rompere le condizioni del dialogo...» Stefano Rodotà esordisce così e lungo un'ora di conversazione non abbasserà la gravità della sua diagnosi.

Si può parlare di un cambio di regime, senza sentirsi rispondere che non c'è il fascismo alle porte?
Quella sul regime mi sembra una disputa nominalistica. Chiamiamolo come ti pare, io registro i fatti. Prima c'è stato un cambiamento del sistema politico indotto dalla legge elettorale. Adesso c'è un'accelerazione evidente della pressione sul sistema costituzionale. Che non incide soltanto, come s'è sempre predicato che si doveva fare, sulla seconda parte della Costituzione: tocca pesantemente la prima. Il principio di uguaglianza è stato violato eclatantemente, e tutto il quadro dei diritti è in discussione.

Ti riferisci al lodo Alfano?
Ovviamente, ma non solo. Mi riferisco al razzismo delle impronte ai bambini rom, alla xenofobia discriminatoria dell'aggravante per i clandestini, alla logica dei tagli in finanziaria che produrrà ulteriori diseguaglianze sociali, all'idea della stratificazione di classe ratificata con la tessera dei poveri. Come diceva...., i princìpi costituzionali non sono dei caciocavalli appesi: per essere effettivi richiedono una strumentazione adeguata. Una finanziaria come quella che stanno votando non è una strumentazione adeguata. E un'altra strumentazione decisiva gliela toglierà la riforma del sistema giudiziario annunciata per l'autunno.

Ma nel discorso corrente il sistema giudiziario non ha niente a che vedere con i diritti, è solo la macchina persecutoria di Silvio Berlusconi...
E invece l'autonomia della magistratura fu voluta dai costituenti - l'hanno ricordato Scalfaro e Andreotti - proprio come garanzia che i diritti delle minoranze non venissero cancellati dalla maggioranza di turno. L'autonomia non garantisce i magistrati, garantisce i cittadini. E mette un limite alla legittimazione politica: dice che la legittimazione popolare non autorizza chi vince le elezioni a mettere le mani sui diritti. L'esatto contrario del discorso di Berlusconi per cui chi vince può fare quello che vuole, e per fare quello che vuole dev'essere immunizzato dall'azione della magistratura. E' un punto cardinale dell'impianto costituzionale, se cade questo scricchiola tutto. La ministra francese della giustizia, aveva provato a fare un discorso simile a quello della destra italiana, ma è stata subito bloccata. In Italia invece gli anticorpi non ci sono, o quelli che ci sono non bastano. Ha ragione Zagrebelsky: o la Costituzione la si rilegittima non a parole ma a partire dai comportamenti dell'opposizione, o decade di fatto. Senonché come ben sappiamo è stata proprio la parte maggioritaria della sinistra ad aprire una breccia alla sua delegittimazione, insistendo per anni su una revisone della seconda parte della Carta che fosse funzionale all'efficienza del sistema politico, invece di verificare che fosse adeguata a rendere effettivi i principi della prima.

A proposito, di recente D'Alema, e con lui 15 fondazioni politico-culturali, ha rilanciato la forma di governo parlamentare e il sistema elettorale tedesco, con relativa autocritica sugli esiti di presidenzialismo strisciante del bipolarismo forzoso. Tu sarai contento, o no?
Certo che sì, proposi il sistema tedesco, con Aldo Tortorella, già quando si discuteva del Mattarellum. Ben venga questo rilancio oggi. Però, che il bipolarismo portasse agli esiti cui ha portato era prevedibile ed era stato previsto. E che Berlusconi volesse la bicamerale per riformare la giustizia lo si sapeva.
Anche se va ricordato che in alternativa alla bic
amerale Berlusconi agitava l'assemblea costituente...Torniamo a oggi: che margini di intervento ha la corte costituzionale sul lodo Alfano?

E' un'incognita decisiva. Ovunque il ruolo delle corti diventa sempre più decisivo, a cominciare dagli Stati uniti. Prima o poi il lodo Alfano arriverà davanti alla consulta, come pure l'aggravante per i clandestini. E voglio sperare che non si accuserà di faziosità il primo giudice che solleverà una questione di costituzionalità: nell'un caso e nell'altro è ben difficile sostenere che sarebbe «manifestamente infondata». L'appello dei cento costituzionalisti sul lodo Alfano poteva essere letto come un invito al presidente della Repubblica a non firmarlo, ma è comunque un avallo per i giudici a sollevare la questione di costituzionalità.

Ancora sull'uguaglianza. Il Pd ha approvato con argomenti egualitari l'estensione delle impronte digitali a tutti: così si sarebbe evitata la discriminazione contro i Rom. Sei d'accordo?
No: sono stupefatto. Era già successo negli Stati uniti, che parte della cultura democratica usasse l'argomento della generalizzazione dei controlli come garanzia di uguale trattamento: non pensavo che l'onda sarebbe arrivata anche da noi. Sarebbe questa l'uguaglianza, essere tutti controllati e sorvegliati? Qui c'è solo un segno spaventoso di subalternità culturale.

Da presidente del Garante per la privacy hai suonato più volte l'allarme contro la società della sorveglianza. Ma l'hai suonato anche contro l'abuso delle intercettazioni. Ci vuole o no, un freno alle intercettazioni?
E' un problema aperto dal '96, fu Flick a presentare il primo disegno di legge. Nell'ultima legislatura, fra maggioranza e opposizione, di proposte ce ne sono state otto: se si fosse davvero voluto fare una legge equilibrata, la si sarebbe fatta. Ma in realtà quello che oggi vuole il governo non è disciplinare le intercettazioni, ma restringerle, ammettendole solo per pochi reati (fra i quali non quelli finanziari), ridefinendo i criteri di rilevanza e impedendone la pubblicazione fino al dibattimento. Con questi criteri, per dire, non avremmo mai saputo nulla del caso Fazio. Sarebbe una forma di censura sull'opinione pubblica, nonché un gigantesco dispositivo di privatizzazione delle informazioni, consegnate a poche persone che potrebbero farne un uso ricattatorio e segreto. Ci sono altri metodi per disciplinare l'uso delle intercettazioni e per proteggerle: siamo pieni di studi tecnici e giuridici in materia.

Tu sei un europeista convinto, hai contribuito a scrivere la carta europea dei diritti. L'Europa può giocare un ruolo positivo contro questo processo di de-costituzionalizzazione italiano?
Il ruolo dell'Europa è ambivalente. La direttiva sui rimpatri dei clandestini è una direttiva europea. Ma è europeo anche il voto del parlamento di Strasburgo sui Rom: come dire che laddove c'è un residuo di democrazia parlamentare c'è ancora qualche garanzia. La commissione europea va giù dura sui diritti, ma il parlamento quando può la blocca. E se la carta dei diritti diventasse finalmente vincolante, entrerebbe in campo anche la corte europea: a quel punto le direttive sui rimpatri potrebbero essere impugnate.

Insomma, una pluralità di poteri giocherebbe a favore dei diritti?
Sì. E penso chedobbiamo augurarci che il trattato di Lisbona entri in vigore, per la carta dei diritti e per la corte di giustizia. Sono tutte scommesse, intendiamoci, ma di fronte alla stretta che si avverte in ciascun paese europeo - due esempi: in Gran Bretagna hanno portato a 42 i giorni di custodia cautelare senza garanzie; in Svezia vogliono mettere sotto sorveglianza ogni forma di comunicazione elettronica - dobbiamo puntare sull'Unione.

Lavoro: anche lì allarme rosso?
Sì, per il ridimensionamento del ruolo del sindacato e per la messa in discussione del contratto collettivo. Che altro non significa che la dimensione sociale e politica, non individuale, del lavoro. E poi, per le letture tutte in chiave esistenziale che sento dare del precariato, come se non fosse una condizione sociale di massa che richiede politiche sociali all'altezza.

Caso Eluana: come lo leggi?
E' un caso emblematico di come l'ampliamento delle libertà personali comporti un di più di politiche sociali. Il cosiddetto «diritto di morire», altro che essere complice dell'individualismo, della solitudine e del narcisismo come si sostiene, implica forti strategie di solidarietà e di responsabilità: dalle cure palliative alle strutture di sostegno. Dobbiamo rilanciare la dimensione sociale dell'esistenza umana, contro l'individualismo imperante che non dà né uguaglianza né libertà.

(Ida Dominijanni)


18 luglio 2008

Produttività e orario di lavoro

 

La produttività - e dunque anche la competitività del paese - nulla ha a che fare con l'aumento dell'orario di lavoro. E' quanto emerge dallo studio dell'Istat diffuso ieri, utile a smontare, nero su bianco, il chiodo fisso degli imprenditori, insistenti nel sostenere che per aumentare la produttività del lavoro (il vero tarlo italiano) è necessario aumentare l'orario di lavoro. E magari poterlo gestire unilateralmente senza i lacci e lacciuoli della contrattazione.
I dati diffusi ieri dall'Istat - nella serie storica dal 1993 al 2007 - mostrano l'esatto contrario. Nel 2007 il numero di ore complessivamente lavorate nel paese è aumentato dell'1,7% rispetto all'anno precedente, più della crescita del prodotto interno lordo (Pil) che è risultata pari all'1,5%. Ciò nonostante, la produttività (ossia il prodotto interno lordo per ora lavorata) è scesa dello 0,2%. Più in generale, dal '93 al 2007 il monte ore lavorate è cresciuto del 10,7%, mentre la produttività ha seguito tutt'altro andamento. Nella classifica dei trenta paesi più industrializzati, gli italiani sono tra coloro che lavorano di più e che guadagnano meno, secondo l'Ocse. Cosa che, secondo l'Istat, riflette alcune caratteristiche del nostro sistema produttivo: la forte presenza di piccole imprese che assorbono gran parte dell'occupazione dipendente e dove mediamente gli orari di lavoro sono superiori a quelli delle grandi imprese, come anche la modesta quota, pur se in crescita, di part time, fino alla pratica del 'secondo lavoro' che in Italia ha dimensioni rilevanti.
Per la prima volta l'Istat utilizza il «monte ore complessivo» delle ore lavorate per misurare la produttività. Un indicatore «importante», perchè considera nell'insieme delle ore lavorate (retribuite e non retribuite) anche gli straordinari. Dal '93 al 2007 le ore lavorate sono passate da oltre 41 milioni a poco meno di 46 milioni, e ancora più consistente è risultato l'aumento dei posti di lavoro (+ 13,7%). Nello stesso periodo, la produttività (e cioè il Pil per ora lavorata) mostra tassi di crescita molto bassi, con variazioni negative negli stessi anni ('96, '98, 2002, 2003 e 2007) in cui invece il monte ore lavorate si attestava su tassi di crescita superiori all'1% (e pari, rispettivamente, all'1,3%, all'1,9%, all'1%, all'1,2% e all'1,7%).
Scomponendo il dato per settori di attività, emerge che sono i servizi ad assorbire circa il 67% di tutte le ore di lavoro impiegate nel processo di produzione del reddito, mentre l'industria ne assorbe il 27,5% e l'agricoltura il 5,5%; nel '93, le quote risultavano pari rispettivamente al 61,9%, al 29,7% e all'8,4%. Interessante è anche il dato della pubblica amministrazione dove dal '92 diventa più vincolante il blocco del turn over e dove dunque il monte ore lavorate si contrae del 14,3%, con l'eccezione di sanità e istruzione, dove si registrano incrementi rispettivamente del 23,5% e dell'8,1%. Effetto anche, secondo l'Istat, della spinta crescente verso forme di lavoro più flessibili e verso regimi orari diversificati che interessano anche i lavoratori a tempo pieno. Osservando le ore lavorate per posizione professionale, emerge come sia il lavoro dipendente a contribuire maggiormente alla produzione del reddito. Infine, è in aumento il monte ore destinato a seconde attività (il 'secondo lavoro'), che nel 2007 è risultato pari al 5% delle ore complessivamente lavorate in posizioni lavorative dipendenti, e all'11% di quello degli indipendenti.
«Le ore lavorate tuttavia non riflettono la qualità e l'efficienza del fattore lavoro», avverte l'Istat. Ma la sostanza è che per aumentare la produttività, e dunque la competitività del paese, serve innovazione, di processo e di prodotto. Non si andrà molto lontano, come i dati dell'Istat mostrano chiaramente, continuando a far leva sull'orario di lavoro (straordinari e quant'altro) come industriali e governanti sostengono ormai quotidianamente.

(Sara Farolfi)

I salari reali sono grosso modo allo stesso livello di 15 anni fa, mentre il costo del lavoro per le imprese è salito di circa il 30%: è quanto sostenuto ieri da Mario Draghi nell'intervento all'assemblea dell'Abi, l'Associazione bancaria italiana. Il governatore di Bankitalia non si è limitato ad affrontare il tema salariale, ma ha parlato a tutto campo ripetendo, tra l'altro, che c'è il rischio che la Robin tax finisca per scaricarsi sui clienti delle banche che, sono state un po' bacchettate perché non tengono comportamenti trasparenti sulla portabilità dei mutui e su alcuni costi che accollano impropriamente (come la «commissione di massimo scoperto») ai clienti.
Draghi è parecchio preoccupato dell'andamento dell'inflazione che in Europa a giugno ha raggiunto il 4% tendenziale. La preoccupazione maggiore per il nostro banchiere centrale è che si possa affermare la convinzione di una inflazione permanente che sembrava confermata - prima dell'ultimo aumento dei tassi della Bce - «dalle aspettative dei mercati». Poi, secondo Draghi «nei giorni successivi al rialzo» da parte della Bce «la tendenza all'aumento delle aspettative di inflazione desunte dai mercati finanziari si è arrestata» e, secondo il governatore «sembra avviarsi una loro riduzione». Per Draghi, l'intervento della Bce ha «contribuito a evitare che i rialzi dei prezzi internazionali dell'energia e dei prodotti alimentari siano l'avvio a una rincorsa tra aspettative e determinazione dei salari».
Ancora una volta Draghi ha ripetuto che «contrastando il rialzo dell'inflazione si difende il reddito disponibile delle famiglie» visto che l'aumento dei prezzi «erode il potere d'acquisto,e abbassa il valore reale della ricchezza finanziaria, contribuisce al rallentamento dei consumi e della crescita». Secondo il governatore «l'accelerazione dei prezzi dall'estate del 2007 ha già portato fino a oggi a una minore crescita del reddito disponibile di oltre un punto percentuale che sale a 3 se si tiene conto della perdita di valore reale della ricchezza finanziaria». Di più: l'inflazione che si è prodotta negli ultimi 12 mesi «potrà ridurre i consumi di circa 2 punti entro l'anno prossimo». Insomma, da via Nazionale confermano i dati diffusi 24 ore prima dall'Istat che segnalava per il 2007 una caduta in termini reali della spesa per consumi.
Draghi ripete che «la stabilità dei prezzi è prerequisito per la ripresa della crescita» e sostiene che «una rincorsa tra prezzi e salari sarebbe rimedio illusorio». Tuttavia ha anche sottolineato che «le retribuzioni unitarie medie dei lavoratori dipendenti, al netto di imposte e contributi e in termini reali, non sono oggi molto al di sopra dei livelli di quindici anni fa». Nel frattempo, però, il costo del lavoro «per unità di prodotto è aumentato di oltre il 30%, contro il 20% della Francia» e una crescita pressoché nulla in Germania. Questo divario fra la capacità di spesa dei lavoratori e la capacità competitiva delle imprese riflette - dice il governatore - la stentata crescita della produttività e la mancata discesa dell'elevata imposizione fiscale. E questo spiega la «stagnazione della nostra economia». La descrizione dei fenomeni appare corretta, ma l'analisi del governatore è, invece, carente e punta il dito quasi unicamente sulla pressione fiscale e sulla mancata crescita della produttività. Che deriva, largamente, dalle scelte di investimento degli imprenditori, visto che - come ha confermato ieri l'Istat, le ore lavorate stanno seguitando a crescere.
Tornando al problema dei prezzi, Draghi a proposito del petrolio ha sostenuto che «occorre evitare di ripetere gli errori di politica economica commessi in risposta ai due choc petroliferi» degli anni '70: in pratica allora furono perseguite politiche monetarie fortemente espansive che, però, destabilizzarono le aspettative di inflazione. E fu poi necessario intervenire con politiche di segno opposto. Cioè, fortemente restrittive «con gravi ripercussioni sull'attività economica» e sulla crescita.

(Roberto Tesi)


8 luglio 2008

Retoriche del disumano

 

Dunque, le cose stanno così.
C'è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate.
Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura.
Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un'istantanea.
In pochi mesi, in nome dell'ammodernamento e dell'innovazione nell'arte del governo, abbiamo abbattuto ad uno ad uno alcuni dei pilastri fondamentali della modernità, a cominciare dall'universalismo dei diritti. Dal principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dal carattere personale della responsabilità giuridica. L'immagine che offre oggi il Paese è quella di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi.
È un'immagine inguardabile. Dovrebbe produrre un moto istintivo di disgusto, repulsione, vergogna, in chiunque si sia formato nell'orizzonte di valori di una sia pur debole e moderata democrazia. Invece non è così. Inutile nascondercelo: lo scandalo è tale solo per pochi. Tace miseramente - miserabilmente - quell'ombra di opposizione che non rinuncia a credersi e a fingersi governo senza più esserlo. Tacciono pressoché tutti gli opinion leaders (quelli che magari si commuovono per Obama, ma lasciano correre sulla schedatura del popolo rom). Con poche, nobili per questo, ma limitatissime eccezioni. Tace, e in qualche misura acconsente, anche quell'opinione pubblica fino a ieri considerabile «di sinistra», socialmente sensibile, «politicamente corretta»... Tace, magari soffre, ma tace. Per varie ragioni.
Perché questo ritorno in buona misura irrazionale al pre-moderno, all'imbarbarimento dello stato di natura, è argomentato con ragioni «pragmatiche», tecniche, efficientistiche, in qualche misura a loro volta «moderne»: perché «serve». Perché «funziona». Perché bisogna «fare».
Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni «genetiche», ma per ragioni «pratiche».
Non perché sono razzialmente «inferiori», ma perché razzialmente disturbano i suoi elettori. La nuova segregazione razziale ha il volto dell'imprenditore brianzolo dai metodi spicci ma efficaci, non più quello dell'ideologo berlinese della razza ariana.
E d'altra parte in un universo sociale sempre più complesso e indecifrabile, pagano le semplificazioni estreme: la logica atroce del «capro espiatorio».
Ma soprattutto la proposta indecente che viene dall'alto trova consenso nella società che sta in mezzo - nel grande ventre molle di quelli che cercano faticosamente di restare a galla nella crisi che cresce senza affondare sotto la soglia di povertà - perché in tempi di deprivazione le «retoriche del disumano» hanno un devastante potenziale di contagio. Chiamo con questo nome le forme del discorso che negano un tratto comune di umanità a una parte dell'umanità. Che con espedienti retorici pongono un pezzo di umanità al di fuori dell'umanità. Che appunto, in forma diretta o indiretta, tracciano un confine tra uomini e non-uomini, producendo un dispositivo di esclusione e segregazione. Che separano le persone da trattare «come persone» e quelle da trattare «come cose». E in alcune circostanze è drammaticamente gratificante, o comunque rassicurante - per chi è sempre più incerto sulla propria identità e sulla propria condizione sociale, per chi teme di «scendere» o di «cadere» -, essere riconosciuti «come persone» per differenza da chi tale non è. Godere del privilegio di appartenere alla categoria degli «uomini» per differenza da altri, da questa esclusa. Si troverà sempre un imprenditore politico spregiudicato, pronto a quotare alla propria borsa questa risorsa velenosa, ma potente. Questo acido sociale, che scioglie il timore sul proprio futuro in rancore e in consenso.
Questo accade oggi in Italia. La deprivazione economica e sociale che colpisce una fascia crescente di popolazione, si converte in deprivazione morale, in un quadro sociale ed economico che vede diventare sempre più intoccabile chi sta in alto (sempre meno redistribuibili le grandi ricchezze), e sotto la spinta di una retorica politica non più contrastata. Di un ordine patologico del discorso che non trova più anticorpi, perché le culture democratiche di fine novecento si sono consumate, nell'agire sconsiderato di un ceto politico a sua volta impegnato prevalentemente a salvare se stesso dal naufragio. Per chi non ci sta, si apre un periodo di sofferenza e responsabilità. Di secessione culturale. Una condizione da esuli in patria. Da apolidi. Per questo la tentazione di mettersi in coda, davanti alle Prefetture, per pretendere che siano rilevate anche a noi le impronte digitali, è grande. Non tanto per solidarietà. Ma perché siamo noi più che loro - i quali in grande misura sono cittadini italiani a tutti gli effetti e risiedono stabilmente sul territorio da decenni - i veri nomadi.

(Marco Revelli)

Il nazismo nell'individuare quello che ai suoi occhi era il parassita da combattere, sceglieva quello più pericoloso. Noi siamo più pavidi e scegliamo quello con cui anche il vile si può un po' allargare.
I rom hanno il torto di occupare zone di merda della città, cercando di adattarsi alla merda. E' questo che non perdoniamo a loro. Il voler sopravvivere. Ai nostri occhi questo adattarsi dà fastidio, questo loro stare insieme dà sui nervi, perchè noi non sappiamo più stare insieme. Ciò vale anche per i musulmani di viale Jenner che si adattano insieme ad un disagio (un cortile troppo piccolo) e generano il disagio a chi deve passare e non sa a sua volta adattarsi.
Soprattutto al nord ormai non si sopporta più niente. Si esce per lavorare e per fare la spesa. E qualsiasi schiamazzo, qualsiasi sguardo fa saltare i nervi, perchè sovrappone altre linee a quelle ordinate che tracciamo andando e tornando dall'ufficio o dal supermercato.
Al sud poi chi fa una vita di merda e disprezza lo Stato (le tasse, la registrazione, il poliziotto) si sente ad un certo punto cittadino quando può inveire ed escludere qualcun altro. Quando può bruciare un campo rom con l'ammiccamento degli altri. Quando filmato dalla telecamera può fingere di turarsi il naso dinanzi ad un mucchio di letame che due secondi prima ha alimentato con un lancio sguaiato.
Prima lo zingaro era tollerato, una figura da scansare. Ora deve scaricare la nostra frustrazione, deve pagare per aver elemosinato da anni senza vergogna, mentre noi ci vergogniamo pure di combattere per i nostri diritti.
In questo miscuglio vischioso di sentimenti la retorica del disumano occupa un livello più alto di giustificazione : la base elettorale di questi stragisti userebbe tranquillamente un linguaggio più franco e crudele, perchè pur di ammazzare ammazzerebbe pure se stessa.


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