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22 marzo 2011

Non esiste disoccupazione volontaria

La teoria neoclassica parla di disoccupazione volontaria in quanto i lavoratori  giudicavano la disutilità del lavoro maggiore dell’utilità del salario, o perché in seguito ad accordi i lavoratori decidevano limitando così la concorrenza di non accettare salari al di sotto di un limite prefissato. In entrambi i casi la disoccupazione era definibile come volontaria. Infatti sarebbe stato sufficiente valutare in modo diverso la disutilità del lavoro oppure abbassare il livello minimo contrattuale, per indurre un aumento della domanda di lavoro degli imprenditori e ridurre così la disoccupazione ad un minimo trascurabile derivante dagli attriti connessi al ricambio di manodopera.

 

 

In realtà il primo caso (la disutilità del lavoro maggiore dell’utilità del salario) è un caso quasi impossibile in quanto il salario non dovrebbe nemmeno garantire quel pacchetto di beni necessario alla riproduzione della forza lavoro. Dunque si tratta di un’ ipotesi puramente immaginaria. E anche nel caso in cui il salario non garantisce tale pacchetto, comunque il disoccupato tende a lavorare in cambio di una parte di salario sufficiente (ripromettendosi di procurarsi in altro modo quel che manca). Solo se il disoccupato ha un’altra fonte di reddito o si riesce a procurare in altra maniera il pacchetto di beni necessario alla sua riproduzione, allora si ha un rifiuto del lavoro. In questo caso però non ci sarebbe disoccupazione ma inoccupazione oppure lavoro nero. In entrambi i casi ci troviamo di fronte comunque ad un problema sociale consistente in una inadeguata domanda (il lavoro mero è meno remunerato) e in una illegalità del mercato del lavoro.

Più realistica è l’ipotesi degli accordi con cui non si accettano salari al di sotto di un minimo prefissato. Ma parlare di volontarietà in questo caso è un marchiano errore logico. La disoccupazione volontaria presuppone la volontarietà di chi rimane disoccupato e non quella dei lavoratori che non accettano un salario minore di un limite prefissato.

E pure dire che si tratti dei lavoratori garantiti che non consentono l’ingresso dei disoccupati non è del tutto corretto. Infatti l’occupazione è il risultato del rapporto tra il livello salariale e il fondo salari disponibile. Se il livello salariale dipende dalla volontà dei lavoratori, il fondo salariale disponibile dipende dalla volontà dei datori di lavoro. Sbaglia quindi a questo proposito anche Keynes quando dice che il volume dell’occupazione dipenda solo da un certo livello dei salari reali. Egli considera, così dicendo, il fondo salari disponibile come un valore dato incontrovertibilmente, mentre dipende dalle scelte di investimento dell’imprenditore e dalla composizione organica di capitale che quest’ultimo vuole impostare.

 

 


7 ottobre 2010

La nuova macroeconomia classica e i suoi apostoli : Lucas, Kydland e Prescott

I contributi di Muth e Phelps  furono utilizzati per la costruzione di un paradigma alternativo a quello keynesiano, nel quale veniva respinta la nozione keynesiana di disequilibrio come conseguenza di rigidità, mentre si riformulavano i postulati dell’equilibrio economico generale in presenza di condizioni di incertezza, giudicando superfluo il postulato walrasiano dell’equilibrio come risultato dell’informazione completa di tutti i soggetti in tutti i mercati.

Lucas sostenne che i modelli keynesiani per quanto spieghino il ciclo non sono teorie dell’equilibrio, dal momento che Keynes considerava quest’ultima irrealizzabile, non essendo la disoccupazione spiegabile come conseguenza di scelte individuali. Lucas aggiunge, nonostante l’opinione di Keynes, che anche l’allontanamento dall’equilibrio doveva essere studiato sul fondamento di un modello di equilibrio, in quanto quest’ultimo è costruito per definizione in modo da poter predire come operatori con preferenze e tecnologie stabili sceglieranno di reagire ad una nuova situazione. Al contrario un qualunque modello di disequilibrio, costruito codificando semplicemente le regole decisionali che gli agenti hanno trovato utile usare in un qualche periodo precedente, senza alcuna spiegazione del perché queste regole sono state usate non sarebbe di alcuna utilità predittiva. Solo la nozione di equilibrio è collegabile ad una teoria coerente e predittiva. Il problema era di ampliare la nozione di equilibrio perché spiegasse anche quegli eventi fino ad allora ricompresi nella nozione di disequilibrio. A tal proposito Lucas propose di considerare i disequilibri non come eventi singoli ed autonomi, ma come fasi di un ciclo caratterizzato dal comovimento di alcune macrovariabili. Se si definisce il ciclo economico come comovimento di differenti serie storiche aggregate, si può giungere alla conclusione che non vi è alcun bisogno di qualificare le osservazioni restringendole a particolari paesi o a determinati periodi. Rispetto al comportamento qualitativo dei comovimenti delle varie serie storiche, i cicli economici sono tutti simili e dunque c’è la possibilità di una interpretazione unica del ciclo fondata sulle leggi generali che governano le economie di mercato piuttosto che su specifiche caratteristiche politiche o istituzionali di particolari paesi o periodi. Il primo passo da compiere per superare la nozione di disequilibrio consisteva appunto nell’assumere come oggetto d’indagine il ciclo economico e non singoli momenti di crisi. Lucas propone anche di definire l’equilibrio come una situazione di prezzi stabili piuttosto che come una situazione di pieno impiego delle risorse, rompendo il legame tra la nozione di equilibrio e quella di piena occupazione. Ciò che contava in un’economia di mercato era la quantità di risorse o di beni offerta o richiesta dal mercato, non la quantità esistente. Assumendo la perfetta flessibilità dei prezzi, si poteva definire mercato in equilibrio ogni mercato che avesse prezzi stabili, poiché tale stabilità era il segnale che il prezzo raggiunto aveva eguagliato la domanda e l’offerta. Le risorse di lavoro e di capitale che rimanevano inutilizzate andavano considerate come volontariamente escluse. L’equilibrio di ogni singolo mercato era un equilibrio mobile in relazione alla fase del ciclo prevalente in quel momento ed era un equilibrio che poteva non coincidere con la piena occupazione nel significato keynesiano. La natura volontaria o involontaria non era verificabile attraverso l’informazione diretta. L’unico modo praticabile per definire l’equilibrio e dunque l’ammontare di disoccupazione era quello di esaminare il movimento del prezzo del lavoro. Se il salario di mercato risultava stabile, bisognava dedurre che le risorse di lavoro disponibili erano esaurite e che la manodopera non impiegata apparteneva al serbatoio del tasso naturale di disoccupazione.

 

 

Il punto di partenza della nuova macroeconomia era una situazione di equilibrio generale caratterizzato dalla stabilità dei prezzi e della produzione a livello aggregato. I micro fondamenti di questa formazione erano individuabili nel comportamento ottimizzante dei soggetti, nella informazione per isole e nelle aspettative razionali. Ogni soggetto avendo come riferimento per le sue scelte solo il prezzo della risorsa da cedere (ad es. il salario) individuava la ripartizione più conveniente tra lavoro e tempo libero ed utilizzava nel modo più efficiente le informazioni disponibili per decidere la condotta da tenere nel futuro. Poiché nel periodo precedente sia i prezzi che la produzione non avevano subito cambiamenti, le possibili cause di variazione nelle scelte di ogni soggetto potevano scaturire solo da modificazioni nelle preferenze o nella tecnologia. Queste modificazioni avrebbero prodotto variazioni nei prezzi relativi con continui aggiustamenti nelle scelte individuali, ma con tutta probabilità né il livello dei prezzi, né la produzione aggregata avrebbero subito mutamenti di rilievo a causa della compensazione tra variazioni di opposto segno. Il quadro complessivo cambiava totalmente se invece si ipotizzava un cambiamento nel livello medio dei prezzi. Ogni soggetto poteva avere nozione di questa eventualità esaminando le variazioni del suo prezzo di riferimento, ma non aveva informazioni sufficienti per capire se si trattava di una variazione del suo prezzo di riferimento o di una variazione di tutti i prezzi. La decodificazione del segnale era imprecisa e gli operatori invece di mantenere inalterata l’offerta erano indotti a modificarla. Dando così inizio ad una nuova fase del ciclo. Le compensazioni tra i mercati, frequenti nel caso delle variazioni di preferenze e tecnologie, non si verificavano perché era la generalità dei soggetti a percepire la variazione del livello generale dei prezzi come una variazione del proprio prezzo. Da questa confusione scaturivano comovimenti dei prezzi, della produzione e degli investimenti a livello aggregato, così come si osservava nel ciclo reale. Ad es. una espansione della produzione si sarebbe fermata quando gli operatori si fossero accorti di avere sbagliato e ci si fosse resi conto dell’inflazione generalizzata : gli investimenti sarebbero scesi al di sotto del loro livello normale ma lentamente perché non vi sarebbe stata alcuna ragione per aspettarsi che questo riaggiustamento avvenisse rapidamente e potesse essere descritto come una crisi.

Individuato il motivo dominante del ciclo non nell’accumulazione del capitale ma nelle risposte razionali ai movimenti osservati dei prezzi, Lucas ricondusse i movimenti dei prezzi all’unica possibile fonte della variazione della quantità di moneta immessa sul mercato. I movimenti ciclici desumibili dai comovimenti di numerose macrovariabili dovevano essere attribuiti all’afflusso di nuova moneta. Da questa variazione esogena derivava un aumento generalizzato dei prezzi che, a causa dell’informazione limitata, veniva interpretato come un segnale di variazione dei prezzi relativi con conseguente crescita degli investimenti, dell’occupazione e del livello dei prezzi. L’utilizzo sempre più efficiente delle informazioni induceva poi negli operatori aspettative più aderenti del reale svolgimento dei fatti ed il ciclo iniziava così la sua fase discendente con il disturbo monetario provocante il ciclo reale che esauriva i suoi effetti. L’obiettivo della spiegazione del ciclo con il metodo dell’equilibrio fu raggiunto semplicemente ipotizzando uno shock esogeno in presenza di informazione incompleta degli operatori. Il messaggio conclusivo della nuova scuola si poteva riassumere nella esortazione a liberare i mercati dall’intervento dello stato e nell’evitare le politiche economiche di stabilizzazione in quanto inefficaci o controproducenti.

Dopo un iniziale consenso ci si è resi conto che una riduzione della spesa pubblica avrebbe prodotto effetti dannosi alle imprese per la ripresa della conflittualità nel rapporto di lavoro. Riprese vigore la tesi della necessità di una regolamentazione delle principali grandezze economiche al fine di assicurare alle imprese condizioni di stabilità monetaria ed interventi di sostegno nei settori più deboli. Divenne sempre meno convincente l’idea di base circa la possibilità di raggiungere posizioni di equilibrio nei singoli mercati nonostante l’incompleta informazione degli operatori e le tesi contrarie che assumevano ipotesi di lavoro fondate sul disequilibrio dei mercati come condizione normale di funzionamento delle economie industrializzate ripresero vigore. Anche il rigore analitico del ritorno a spiegazioni esogene del ciclo appariva fondato sulla fusione di due ipotesi (aspettative razionali e informazione incompleta) che appartenevano in fondo a concezioni teoriche opposte. Infatti non si poteva sostenere ragionevolmente l’ipotesi che gli operatori potessero cercare di informarsi su tutto tranne che sull’andamento del livello generale dei prezzi. Di conseguenza la possibilità di conservare i principi del comportamento razionale degli operatori per le decisioni riguardanti il futuro rimaneva in piedi solo quando il sistema economico non subiva shock esterni. 

Secondo Augusto Graziani per Lucas gli eventi economici futuri sono tali da poter essere desunti dalle conoscenze di oggi, mentre per i keynesiani gli eventi prevedibili sono del tutto marginali, mentre le grandi svolte rientrano nel dominio dell’imprevedibile. Inoltre per Lucas il mondo è retto da miriadi di decisioni indipendenti e capillari prese da singoli soggetti isolati, mentre per i keynesiano esistono, nel mondo dell’industria e della finanza, fulcri di potere le cui decisioni possono condizionare i destini di interi mercati.

 

Secondo Brancaccio la tendenza rappresentata da Lucas viene ulteriormente raffinata da F. E. Kydland ed E. C. Prescott i quali pure muovono dall’assunto che nella costruzione di un modello economico qualsiasi premessa è lecita, purchè il modello sia in grado di riprodurre correttamente l’andamento dei dati statistici osservati. Si può dunque anche accettare l’idea che una massaia si comporti come se ogni sua scelta derivasse da complicati programmi matematici di ottimizzazione. Quel che conta per questi economisti è che l’improvvida assunzione non trovi sostanziali smentite nei dati. Essi appaiono disposti a tutto pur di rendere compatibili teoria e dati. Basti notare che i loro modelli si fondano su ipotesi tali da rendere la piena occupazione dei lavoratori un risultato inevitabile, la cui smentita consiste di una mera disoccupazione volontaria. Questa abolizione per decreto della disoccupazione conduce poi ad una ragguardevole serie di implicazioni per la politica economica. Obiettivo chiave di Kydland e Prescott è quello di togliere legittimazione teorica a qualsiasi tentativo delle autorità monetarie di reagire ad una recessione con misure espansive. A tale scopo i due economisti affermano che in un mondo di agenti razionali sussiste un problema di incoerenza temporale nelle decisioni delle autorità politiche. Il concetto viene esposto ricorrendo all’esempio dei dirottatori : al fine di scoraggiare i dirottamenti aerei, la maggior parte dei governi segue la regola di non negoziare mai con i dirottatori. Si supponga tuttavia che, nonostante la politica annunciata dal governo, avvenga comunque un dirottamento. In questo caso le autorità potrebbero essere indotte a negoziare, visto che il prezzo richiesto dai dirottatori difficilmente supererebbe gli effetti devastanti della perdita di vite umane. Quindi la miglior politica sembrerebbe essere questa : annunciare di non essere disposti a negoziare, ma poi negoziare in caso di effettivo dirottamento. Se a questo punto si trasferisce il ragionamento in ambito economico, si potrebbe pensare che alle autorità monetarie convenga un atteggiamento analogo a quello appena descritto. Esse possono cioè annunciare una politica rigorosamente anti-inflazionista. I lavoratori di conseguenza si attenderanno prezzi bassi e dunque accetteranno salari monetari bassi. Le autorità monetarie potrebbero allora approfittare di queste previsioni smentendo gli annunci e attuando una politica espansiva. I prezzi aumenterebbero in modo imprevisto e i lavoratori tarderebbero quindi a reagire. La corsa dei prezzi e il ritardo dei salari potrebbe indurre le imprese ad aumentare almeno temporaneamente le occupazioni. In realtà, dicono Kydland e Prescott, l’idea che una simile incoerenza temporale tra annunci e decisioni possa dar luogo a risultati positivi è viziata dall’ipotesi inaccettabile che gli individui siano passivi, ossia che decidano le loro azioni in base alla sola dichiarazione di intenti delle autorità e non al loro comportamento effettivo. Ma nei fatti è proprio la tendenza o meno dell’autorità a smentirsi che si rivela decisiva, nel senso che non appena gli annunci del governo dovessero mostrarsi non credibili, i singoli ne terranno conto ed agiranno di conseguenza. Ad es. i sequestri di aerei da parte dei dirottatori diventeranno all’ordine del giorno. E gli stessi lavoratori non reputeranno più credibili le promesse anti inflazioniste del banchiere centrale. Partendo da questo tipo di esempi, Kydland e Prescott hanno attaccato i vecchi modelli keynesiani, accusati per l’appunto di cristallizzare il comportamento degli operatori privati in una serie di parametri fissi. Quei modelli erano rigidi e quindi inservibili, poiché non tenevano conto della reazione degli operatori alla maggiore o minore coerenza tra gli annunci dell’autorità politica e le sue azioni effettive. Da simili riflessioni i due autori hanno tratto suggerimenti politici secondo cui, per convincere i privati che i prezzi sono sotto controllo è necessario rendere assolutamente credibile la banca centrale legandole le mani e cioè vincolandola all’obiettivo della lotta all’inflazione.

 


6 ottobre 2010

La teoria delle isole di Phelps

La scuola di Chicago sulla base delle tesi di Muth cercò di elaborare una microfondazione della macroeconomia. Fino a quel momento microeconomia e macroeconomia erano studiate separatamente in quanto secondo i keynesiani ognuno dei livelli aveva regole proprie di funzionamento. Le decisioni anche se razionali dei singoli operatori potevano produrre risultati operativi sul piano dei grandi aggregati, l’informazione era incompleta, l’equilibrio nei singoli mercati non assicurava il completo assorbimento della produzione ed il pieno impiego delle risorse. I discepoli di Friedman ritennero superabile tale frattura, riformulando le relazioni tra microeconomia e macroeconomia tenendo conto dei seguenti principi generali :

1.      Conservare l’ipotesi del comportamento razionale degli operatori

2.      Riconoscere che l’informazione degli operatori sul funzionamento dei mercati era limitata

3.      Assumere il principio dei prezzi flessibili

4.      Porre come obiettivo principale la spiegazione delle fluttuazioni economiche

Bisognava ripristinare un legame teorico tra il comportamento dei soggetti individuali e l’andamento delle grandi variabili quali l’occupazione, il livello di prezzi e dei salari senza ricorrere ad ipotesi particolari sul funzionamento dei mercati ma assumendo comportamento razionale e condizioni di incertezza. Muth aveva ricondotto il tema delle aspettative sugli eventi futuri nell’ambito dei comportamenti razionali, ma rimaneva il problema dell’incertezza circa il comportamento degli altri soggetti che prendevano decisioni nei mercati : il contributo di Phelps sulla teoria delle isole aprì la strada per una soluzione di questo secondo tipo d’incertezza. Phelps cominciò con l’osservare che se l’informazione sui comportamenti degli altri soggetti era limitata e bisognava sostenere dei costi per acquisirla, si poteva argomentare che l’informazione era in fondo un bene immateriale scarso che ciascun soggetto avrebbe comprato in modo da eguagliare il costo marginale e il beneficio marginale. Tale circostanza derivava dalla necessità per i lavoratori di modificare l’offerta di lavoro in seguito a variazioni del salario nominale o del salario reale. Per individuare il comportamento dei lavoratori in risposta ad una variazione dei salari e in una situazione di informazione incompleta, si poteva immaginare una struttura localizzativa per isole nella quale i flussi d’informazione sul salario erano gratuiti all’interno di ciascuna isola ed invece costosi tra un isola e l’altra. La difficoltà di conoscere ciò che accadeva nelle isole vicine poteva indurre nei lavoratori di ciascuna isola ad una confusione molto simile all’illusione monetaria. Si supponga che, in seguito ad una diminuzione o ad una crescita della domanda,  i prezzi e i salari dell’intero arcipelago diminuiscano o salgano con una percentuale pressoché uguale. In questa eventualità l’offerta di lavoro non dovrebbe subire modificazioni poiché il salario reale è rimasto invariato. I lavoratori tuttavia ignorano ciò che è accaduto nelle altre isole poiché dispongono di una informazione locale, interpretano la variazione del salario come una variazione del loro salario ed offrono una quantità differente di lavoro creando posizioni di squilibrio nell’arcipelago. Questa confusione è destinata ad attenuarsi nel tempo, ma nel breve periodo è all’origine di una situazione in cui i singoli mercati sono in equilibrio perché i prezzi e le quantità verificate sono uguali a quelli attesi dagli operatori, mentre il sistema nel suo complesso (l’arcipelago) non è necessariamente in equilibrio. Il mercato del lavoro di ogni singola isola poteva essere considerato in equilibrio quando non vi erano lavoratori che si spostavano da un isola all’altra alla ricerca di un salario più elevato. Inoltre il mercato del lavoro per l’intero arcipelago poteva registrare anche una quantità elevata di disoccupazione a causa degli elevati costi di trasferimento da un isola all’altra. In questo modo l’equilibrio dei singoli mercati e la piena occupazione vengono descritti come fenomeni autonomi.

 

 

Secondo Brancaccio, Phelps fu il primo a contestare in modo formalmente rigoroso l’idea avanzata dagli economisti Samuelson e Solow per la quale esisterebbe la possibilità di una scelta politica (trade off) tra disoccupazione ed inflazione. Secondo questa visione, se le autorità di politica economica di un paese volessero ridurre la disoccupazione allora dovrebbero necessariamente effettuare politiche monetarie e fiscali tese ad espandere la domanda di merci. Questo implica però che dovrebbero anche accettare la conseguenza dell’inflazione. In quest’ottica le politiche monetarie e fiscali contano e contribuiscono a determinare l’andamento economico del sistema in modo decisivo e tutt’altro che neutrale dal punto di vista degli interessi da difendere. Samuelson e Solow ritenevano che l’idea di una scelta politica tra disoccupazione ed inflazione derivassero dal pensiero di Keynes, il quale, accettando che il salario reale debba coincidere con la produttività marginale dei lavoratori, sosteneva che, data la quantità di capitale disponibile, la produttività dei nuovi occupati tende man mano a ridursi. Il lavoro diventa via via abbondante e meno produttivo, per cui le imprese sono disposte ad assumere nuovi lavoratori solo se il loro salario reale diminuisce. Tale riduzione sarebbe avvenuta con l’aumento della domanda, la quale provocando inflazione avrebbe ridotto il potere d’acquisto dei salari ed avrebbe spinto le imprese ad assumere nuovi lavoratori nonostante la loro minore produttività. In realtà questa dimostrazione presentava numerosi punti deboli. Phelps si domanda : perché mai i lavoratori non reagiscono al fenomeno inflazionistico richiedendo a loro volta un aumento compensativo dei salari monetari ? Perché mai dovrebbero accettare di lavorare di più nonostante la riduzione del loro salario reale ? I monetaristi rilevarono che la possibilità di una scelta politica era in realtà una illusione monetaria che potesse sussistere solo nel breve periodo. Secondo Phelps infatti imprese e lavoratori sono come delle isole : essi conoscono solo i loro prezzi e salari, ma non sono in grado di rilevare istantaneamente le dinamiche dei prezzi e dei salari di tutti gli altri agenti economici. In un primo tempo dunque i lavoratori potrebbero non rendersi conto che i prezzi delle merci vendute dalle altre imprese stanno aumentando. A lungo andare tuttavia essi prenderanno coscienza della situazione e quindi reagiranno all’inflazione rifiutandosi di lavorare. Dunque non si può affermare che l’inflazione riduca la disoccupazione e tramonta anche l’idea keynesiana di poter intervenire politicamente sull’andamento delle variabili economiche. Il governo politico della moneta risulta alla fine neutrale ed ininfluente dal punto di vista della disoccupazione.

Queste teorie liberano i banchieri centrali da qualsiasi responsabilità in merito all’andamento di lungo periodo della disoccupazione e li autorizzano a fondare la loro azione quasi esclusivamente sul controllo dei prezzi. In realtà per Brancaccio il governo della moneta non è affatto neutrale, giacchè fa semplicemente da arbitro tra gruppi di interesse contrapposti

 

 


11 settembre 2010

Ancora la Polonia : NoiseFromAmerika non si arrende

Dopo il nostro post sulla Polonia, le perplessità sull’articolo di NoiseFromAmerika si sono moltiplicate, anche se non vogliamo pensare ad un propter hoc, ma ad un semplice post hoc, tanto che pure il Capo si è scandalizzato per questa ribellione in piena regola.

Comunque penso che il fatto che la tenuta polacca contro la crisi sarebbe stata  causata dalla liberalizzazione del mercato del lavoro del 2003 sia ormai una bufala riconosciuta dagli stessi autori o sponsorizzatori (“La teoria di LP magari non regge, anzi quasi sicuramente non regge perché è monocausale e queste cose hanno sempre una varietà di cause e concause”). E tuttavia essi insistono nel dire che la liberalizzazione del mercato del lavoro sia causa dell’aumento dell’occupazione in Polonia. Boldrin dice “secondo te gli FDI arrivano per caso? Non ti suggerisce nulla il fatto che questi liberalizzino il mercato del lavoro e, giusto lo stesso anno, cominciano ad arrivare investimenti dall'estero in quantità eccezionale?”.

 

Il Prof Boldrin controlla accigliato che nel suo blog non si apra una nuova road to serfdom

 

 

E allora smontare anche questa illusione e spiegare cosa almeno approssimativamente sia successo in Polonia. Vediamo :

 

1.      Perché nonostante i buoni tassi di crescita la Polonia nel 2003 aveva un tasso di occupazione del solo 51,2% ? In realtà non si capisce se si tratta del tasso di occupazione semplice (occupati/popolazione) o di quello specifico (occupati in età da lavoro/popolazione in età da lavoro). In secondo luogo il basso tasso di occupazione è in relazione con l’alto tasso di disoccupazione che passa dal già alto tasso del 10,2 % del 1998 al 19,9 % del 2003. In realtà dalla fine del socialismo reale vi è stato un crollo dell’occupazione nei paesi dell’Est, crollo a cui non hanno posto rimedio né i forti investimenti dall’estero né il basso costo del lavoro. Se poi la Polonia ha avuto un buon tasso di crescita del Pil non è stato certo per la strategia economica, ma proprio per i forti investimenti dall’estero che hanno continuamente stimolato, se non drogato, l’economia. La Polonia è un paese privilegiato anche rispetto agli altri paesi dell’Est : a partire dal 1989 sono stati investiti in Polonia 49,4 mld di dollari, più degli altri paesi dell’est. Inizialmente gli aiuti europei ai paesi dell’Est erano indirizzati solo a Polonia ed Ungheria. Mentre solo nel 1994 tali aiuti furono estesi agli altri paesi, dal 1990 al 1994 il governo polacco aveva già ricevuto l’equivalente di 1 mld di euro che divennero 1,7 mld alla fine del 1998, di cui il 44% fu speso in infrastrutture (investimento tipicamente keynesiano). Gli investimenti privati dall’estero riguardano però nel 2000 per quasi il 40% la privatizzazione del settore pubblico e nel 2001 tale privatizzazione rallenta, con la salita al governo degli ex-comunisti guidati da Alexander Kwasniewski e già FMI e OCSE cominciano ad “essere preoccupati” per lo stato dell’economia polacca. Nel 2001, con la rarefazione delle privatizzazioni, gli investimenti dall’estero si riducono del 30%. Riassumendo, lo stato dell’economia polacca è quello di una nazione sorvegliata politicamente, premiata inizialmente per il fatto di essere stata la prima nazione a ribellarsi all’Urss nel decennio che condurrà al crollo del socialismo reale, poi punita perché non procede alla svendita del suo settore pubblico con la necessaria solerzia. Senza gli stimoli artificiali procurati da questi investimenti di matrice politica ed imperialistica, la Polonia viene restituita alle sue difficoltà di un’economia in transizione.

2.      Infatti, un’altra delle cause della diminuzione del tasso di occupazione e del contestuale aumento della disoccupazione si collega ad un'altra situazione specifica della Polonia : una pesante ristrutturazione del settore agricolo. Già nel 1997, a fronte di una disoccupazione complessiva del 10,5% si registra un 25% di disoccupazione nelle zone rurali del Nord. Gli occupati agricoli rappresentano nel 1996 ancora il 26% dell’occupazione totale, ma in realtà nelle zone rurali vi è molta disoccupazione occulta. L’adeguamento ai parametri comunitari ha comportato la riduzione dei sussidi agli agricoltori, lo spostamento traumatico degli occupati dal settore agricolo a quello dei servizi : l’occupazione agricola dal 21% del 1998 passa al 15% del 2008 ed il processo non è ancora finito.  La cosa ha assunto tale rilevanza da consentire al partito dei contadini di essere indispensabile per la tenuta del governo Kwasniewski e di affossarlo quasi nel 2003. La disoccupazione rimane in tutti questi anni sempre a due cifre e l’aumento dell’occupazione in termini assoluti di questi ultimi anni, lungi dall’essere causato dal modello liberista di mercato del lavoro, è il frutto di questo lento spostamento che ha causato prima un forte aumento della disoccupazione e poi una diminuzione della stessa : le riforme del mercato del lavoro hanno magari facilitato questo riassorbimento, ma sono state facilmente digerite proprio perché l’urbanizzazione di lavoratori e lavoratrici che vivevano nelle campagne in condizioni di semipovertà ha comunque coinciso con un miglioramento della loro condizione sociale.  Dunque si tratta di una situazione specifica che non è per niente esportabile.

3.      Ma davvero poi le riforme del mercato del lavoro hanno prodotto qualche effetto ? In realtà ci troviamo ancora una volta ad investimenti che hanno una matrice politica : nel 2002, l’accordo ottenuto dall’allora primo ministro Miller ha reso ancora una volta la Polonia maggiore beneficiario tra i paesi dell’Est degli aiuti europei, per un totale di 13,5 mld di euro dal 2004 al 2006 (il 48,6% del totale degli accrediti accordati ai 10 paesi candidati). Per non parlare dei 6 mld di dollari da parte degli Usa per investimenti connessi all’acquisto da parte delle forze armate polacche di almeno 32 aerei F-16 della Lockheed Martin entro il 2008 (investimenti che superano ovviamente la spesa del governo polacco, spesa che comunque sarebbe stata fatta).

Dunque cari camerati libertari di NoiseFromAmerika, il liberismo non c’entra nulla. Ancora una volta è la politica che genera economia.

Evviva il moltiplicatore !!!

 


3 settembre 2010

Quando non si sa cosa dire : Noisefromamerika sponsorizza la Polonia. Ma si sbaglia e noi la corriggeremo…

Orfani dell’Irlanda, che si è cagata in mano come una Grecia qualsiasi, i liberisti ad oltranza cercano spasmodicamente una nuova terra di Bengodi, un nuovo Cile, dove la possibilità di muovere i lavoratori come si vuole si coniughi con la prosperità e la crescita economica.

Il nuovo candidato è la Polonia. L’ultimo articolo comparso su NoisefromAmerika infatti parla della patria del Wojtylaccio come di una nazione cui la crisi non ha fermato la crescita e spiega tale fenomeno con l’alto tasso di occupazione favorito da una legislazione che promuove la flessibilità del lavoro fin oltre i già comprensivi parametri UE. La chiave di volta del successo polacco sarebbe così la riforma della normativa sul lavoro del 2003, riforma che ha consentito un incremento dell’occupazione costituito quasi per intero da impieghi a tempo determinato. Questi impieghi hanno resistito alla crisi ed hanno costituito un baluardo tale da permettere alla Polonia di crescere anche in questi anni di crisi.

Dunque viva il liberismo, viva la prosperità !

Ovviamente sarebbe il caso di farsi qualche altra domanda, in modo da problematizzare la semplicità della ricetta.

Wojtyla riflette sull'articolo di Noisefromamerika...

 

Infatti, se l’aumento del Pil è dovuto anche alle conseguenze degli investimenti dall’estero, facilitati dalla permissiva normativa del lavoro in Polonia, si tratta di una sorta di dumping sociale che, in quanto tale, non può essere generalizzato. Dire che anche prima gli investimenti dall’estero fossero rilevanti non vuol dire niente, in quanto il fatto che gli Ide non portino frutti è dovuto alla mancanza di condizioni che riguardano soprattutto istruzione e tecnologia e non la flessibilità del lavoro (che invece è collegabile all’aumento degli Ide). Ma, se la ricettività è migliore, gli Ide aiutano eccome ad aumentare il Pil. Riassumendo : è possibile che la tenuta del Pil polacco sia legata ai forti investimenti dall’estero che arrivano nel paese, investimenti dovuti almeno in parte al dumping sociale legato alla normativa del lavoro, dumping sociale che, in quanto tale, può volgersi in beneficio solo a quelle nazioni che lo possono fare prima e meglio. E tra queste non ci possono essere paesi come Francia, Italia, etc etc.

Quindi l’Italia non può imitare la Polonia, come vorrebbero i pasdaran del libero mercato.

Analizzando però più nel dettaglio la situazione,meglio si vedono i fattori che hanno determinato la tenuta del Pil polacco, senza dunque favoleggiare sulle riforme del mercato del lavoro.

In primo luogo, il crollo non c’è stato perché le banche polacche non erano esposte particolarmente ai titoli tossici e quindi sembrano uscite indenni dalla crisi.

In secondo luogo, il fatto che la Polonia sia fuori dell’euro ha giocato un ruolo importante : è stata possibile infatti una svalutazione moderata dello zloty che ha migliorato la bilancia commerciale del paese, la quale nel 2008 aveva un passivo di 26.033 milioni di dollari, mentre nel 2009 il passivo era di soli 5.323 milioni di dollari.

In terzo luogo c’è stata una diminuzione delle tasse che ha consentito un aumento dei consumi. Tale diminuzione delle tasse non ha causato una diminuzione della spesa pubblica che è invece aumentata e di conseguenza è aumentato il debito pubblico, che nel 2008 era il 47,1 % del Pil, mentre nel 2009 ammontava al 51,4%, in un trend destinato a crescere.

In quarto ed ultimo luogo c’è un argomento che taglia la testa al toro liberista :

I 16,8 miliardi di zloty provenienti dai fondi Ue e impiegati l'anno scorso in Polonia hanno contribuito per almeno il 50% alla crescita del Pil polacco. Lo rileva uno studio realizzato dall'Istituto per la ricerca strutturale (Ibs). Secondo la ricerca Ibs senza i fondi Ue il Pil polacco sarebbe diminuito dell'1,2% rispetto all'1.8% di aumento realizzato dal Pil polacco nel 2009. E anche per i prossimi anni i fondi Ue reciteranno una ruolo di primo piano nella crescita economica del paese: secondo Ibs contribuiranno per lo 0,7% all'aumento del Pil 2011 e dello 0,9% nel 2012

Et voilà. La Polonia non la possiamo nè la vogliamo imitare.
Viva il liberismo e viva la prosperità !!!

 


11 aprile 2010

Maurizio Galvani :Disoccupazione, Usa in allarme. Boom export armi italiane

Timothy Geithner si dichiara preoccupato per la disoccupazione negli Stati Uniti. In un intervista alla rete Nbc, il segretario al tesoro sostiene che «il tasso dei senzalavoro rimarrà alto per un periodo molto lungo a causa della recessione». Non stiamo ai livelli di pochi mesi fa, ma Geithner sottolinea preoccupato come «in marzo hanno perso il lavoro altre 190 mila persone e la disoccupazione rimane pari al 9,7%». Il ministro difende l'operato dealla Casa Bianca e attacca «l'egoismo» delle banche, «di coloro che sono stati pagati per far correre enormi rischi». Mentre Geithner era intervistato, l'agenzie battevano la notizia del Dipartimento al lavoro, secondo la quale, il numero di richieste per i sussidi di disoccupazione - nella settimana conclusa il 27 marzo - è sceso di 6.000 unità a 439 mila richieste. Sempre in tema di mercato del lavoro, l'agenzia specializzata Challenger, Gray&Christams - che fornisce dati sull'occupazione nel settore privato - rivelava che «i licenziamenti programmati dalle aziende Usa, il mese scorso, erano calati del 55% (da 150,411 unità a 67,611). Un buon risultato che deve fare i conti con il trend pubblicato oggi dal Bureau del lavoro e le statistiche contraddittorie relative all'economia.


Ad esempio, l'indice dell'attività manifatturiera (Ism) a marzo è salito a 59,6 punti contro i precedenti 56,5 punti . Contemporaneamente, i tassi sui mutui trentennali sono in rialzo per la terza settimana consecutiva dopo che la Fed ha smesso di dare aiuti alle famiglie. Attualmente il mutuo è pari al 5,08% ed è destinato a salire nel corso del tempo secondo quanto anticipato dalla agenzia parapubblica Freddie Mac. L'edilizia non è più volano della ripresa: in febbraio - scrive la Bloomberg - la spesa è scesa dell'1,3% a 846,2 miliardi di dollari; il minimo dal novembre 2002 ovvero da sette anni.
Le speranze di una ripresa riguardano tutto il mondo sviluppato. In Gran Bretagna e in Giappone gli ultimi dati evidenziano un'accelerazione improvvisa della crescita. A Londra - dove a maggio si vota per rinnovare la carica del premier - l'indice Pmi (legato alla manifattura) ha avuto il balzo più alto degli ultimi 15 anni. A Tokio, invece, si confida sulla ripresa legata ai buoni risultati raggiunti dall'azienda automobilistica Toyota, 50% in più di vendita di auto nell'ultimo mese. Però la ripresa si basa anche con il rilancio di settori che hanno poco a che fare con l'etica di un investimento. In Italia, ad esempio. «tira» moltissimo l'industria degli armamenti e la Relazione preparata dal governo è esplicita: nel 2009 è stata autorizzato l'export di armi pari a quasi 5 miliardi di euro. Un aumento del 61,3% rispetto al 2008. Già, nel 2008, si era registrata una crescita del 28,5% rispetto al 2007, di cui la metà sempre venduta a paesi extra europei come l'Arabia Saudita. Aveva ragione l'economista statunitense Galbraith a sostenere che solo questi settori rimangono fiorenti durante le crisi.


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2 marzo 2010

Roberto tesi : piangono le Borse

 

Nuova giornata fortemente negativa per i mercati finanziari: le borse di tutto il mondo hanno chiuso con forti ribassi spiegati con il disordine finanziario e con informazioni macroeconomiche non buone. Secondo le prime stime, in Europa sono stati bruciati oltre 100 miliardi di euro di capitalizzazione: il Mib italiano è arretrato del 2,36%. Gli scivoloni più vistosi quelli di Tenaris (-11,6%) dopo la presentazione dei conti del 2009. E poi Fastweb (-9%) e Telecom Italia (-3,1%) sulla scia dei guai giudiziari. Perdite vistose, ma inferiori a quelle di Milano, anche per tutte le altre piazze europee con perdite tra l'1,5 e il 2 per cento. Ma le anche la borsa giapponese e le borse americane. Anzi, è stata proprio New York (il Dow Jones a ore dalla chiusura perdeva l'1,5%) a dare il via a una ondata di vendite e, quindi, di ribassi. Negli Usa a preoccupare è soprattutto l'economia reale.



Ieri sono stati diffusi tre indicatori: sussidi di lavoro, ordinativi e prezzi delle case. Per quanto riguarda gli ordinativi di beni durevoli (+3,0% in gennaio) l'incremento in un primo momento ha suscitato euforia. In seguito, però, una lettura più attenta dei dati ha portato a un ridimensionamento secco di quell'incremento che è derivato tutto dal settore aereo (+126%) mentre al netto del settore dei trasporti gli ordinativi sono diminuiti dello 0,6%. Altra delusione è arrivata dai prezzi delle case che seguitano a scendere a conferma che la crisi del settore immobiliare non è conclusa. Secondo la Federal Housing Finance Agency in dicembre l'indice ha fato registrare un ribasso dell'1,6%, nettamente peggio delle previsioni (e della speranza) degli analisti) che avevano stimato un incremento dello 0,4%.
Infine il lavoro: come ogni giovedì sono stati diffusi i dati sulle richieste iniziali di sussidi di disoccupazione nella settimana chiusa 5 giorni prima. C'è stato un nuovo forte aumento delle richieste e si è tornato a sfiorare la quota di 500 mila licenziati nella settimana. Di più: nelle ultime due settimane le persone che hanno perso il posto sono aumentate del 13% e questo incremento lascia prevedere che anche in gennaio il numero dei senza lavoro è destinato a crescere. Con riflessi sulla domanda di beni di consumo. E quindi sul Pil. In Europa, invece, a preoccupar è la caduta di fiducia dei consumatori francesi (l'indice è sceso a -33) e la crescita della disoccupazione in Germania: il tasso in gennaio è salto all'8,2%. Il tutto mentre la Commissione europea ha confermato una crescita modesta del Pil dello 0,7% insufficiente a riassorbire la disoccupazione che, anzi, continuerà a crescere.
Ma c'è una altro tema che tiene con il fiato sospeso i mercati: è la Grecia. O meglio i «trucchi» che hanno messo in atto alcune banche Usa per mascherare negli anni scorsi il reale deficit ellenico. Ieri nella seconda giornata di audizioni al Congresso, Ben Bernanke ha annunciato che la Fed Avvierà una indagine sulle transazioni nel mercato dei derivati operate da Goldman Sachs e da altre banche americane verso la Grecia, a causa del timore che possano essere state usate per aiutare il governo di Atene a nascondere il proprio debito. «Stiamo esaminando una serie di questioni collegate a Goldman Sachs e ad altre società e relative ad accordi con la Grecia su strumenti derivati», ha detto il presidente della Banca Centrale, sottolineando che anche la Securities and Exchange Commission, la Consob americana, sta esaminando la questione.
Bernanke ha sottolineato che i contratti swap relativi ai default sul credito possono essere utili a dissimulare, ma «ovviamente usare tali strumenti in modo da destabilizzare di proposito una società o un Paese è controproducente». Intanto però ci sono voci che utilizzando proprio i derivati (lo scrive il New York Times) le banche con scommesse simili a quelle effettuate in passato «starebbero ora spingendo la Grecia sull'orlo della rovina finanziaria».


24 giugno 2009

Dino Greco : Gm: il capitale fallisce? Viva il capitale!

 

La prima fase della grande riorganizzazione dei poteri capitalistici, nel settore dell'auto, si è dunque conclusa. La Chrysler alla Fiat, la Opel alla Magna, la General Motors, passando per il lavacro di un fallimento pilotato ma non per questo meno clamoroso e simbolicamente eclatante, nelle mani dello Stato nord americano, protagonista di un altrettanto spettacolare quanto inedito processo di nazionalizzazioni. Si è notato - a ragione - che queste vicende sono state caratterizzate da un prepotente ritorno della politica, del ruolo degli stati, assurti a protagonisti di fronte al più colossale disastro, industriale non meno che finanziario, del modo di produzione capitalistico che la storia contemporanea ci abbia consegnato. Abbiamo tuttavia già osservato come la via d'uscita intrapresa sia ben lontana da una riconsiderazione critica, di natura sistemica, capace cioè di affrontare, in termini davvero nuovi, diremmo: rivoluzionari, il tema della proprietà sociale, vale a dire di una presenza non puramente ornamentale (come in Chrysler) dei lavoratori nel governo e nella proprietà dell'impresa. Il capitale ha fallito: viva il capitale. Questo, con tutta evidenza, è l'epilogo (scontato?) di una crisi e di una risposta alla crisi medesima, che pare reiscriversi totalmente nel paradigma preesistente. Lo rivela il fatto che l'intervento pubblico resosi inevitabile per salvare il salvabile, è tuttavia dichiaratamente inteso come provvisorio e transeunte. Una scialuppa di salvataggio che lavoratori e contribuenti calano in mare per salvare se stessi. In attesa che un altro bastimento raccolga i naufraghi e riprenda la rotta.




Il fatto è che il movimento operaio e le forze della sinistra giungono del tutto impreparate - perché devastate da una sconfitta storica tutt'altro che metabolizzata - a questo default del capitalismo internazionale, a questa manifesta crisi dell'ideologia mercatista. E che, dopo l'89, dopo il crollo dell'Urss e il tramonto del modello imperniato sulla programmazione centralizzata e sulla proprietà statale dei mezzi di produzione, la ricerca si è totalmente arrestata.
Il solo modello possibile e pensabile, incardinato sul monolite liberista, continua ad essere quello che oggi registra la propria bancarotta, ma che, paradossalmente, si erge a terapeuta di se stesso, senza doversi misurare con opzioni radicalmente diverse. Dando prova di un'invidiabile disinvoltura pragmatica, i protagonisti ed ideologi dell'ordine sociale esistente, stanno medicando e restaurando, con il soccorso di fantastiche risorse pubbliche, il convoglio deragliato. Si riallineano binari e traversine, si proverà anche (forse) ad escogitare qualche dispositivo di sicurezza, ma l'ordine economico fondato sulla competizione dentro mercati in contrazione, dunque retto sull'imperativo che recita mors tua vita mea , non sarà neppure scalfito. E il tema cruciale di cosa e come produrre continuerà a rimanere un'aporia romantica, perché consegnato non all'autogoverno dei produttori associati, e neppure a libere e democratiche istituzioni, ma ai detentori del capitale e alle tradizionali logiche che presiedono alla sua più rapida remunerazione. L'Europa ha evidenziato, una volta di più, la propria impotenza politica, l'incapacità di intervenire nel confronto con un progetto proprio, capace di evitare la contrapposizione concorrenziale fra Paesi membri dell'Unione. Né, forse, era immaginabile il contrario, considerato il tratto smarcatamente liberista delle sue politiche economiche e sociali. La stessa Confederazione Europea dei Sindacati, la Ces, non è riuscita ad elaborare lo straccio di una posizione unitaria, tale da scongiurare il riprodursi di un conflitto fra sindacati e fra lavoratori, ciascuno rinchiuso in una difesa autistica - e perciò fatalmente perdente - del proprio particulare . Quanto all'Italia, questa Italia da operetta, governata da saltimbanchi, con un premier che si comporta come un novello Jean Bédelle Bokassa a luci rosse, è riuscita a restare in ermetico silenzio lungo tutta la durata del negoziato in cui era coinvolta la sua più importante impresa manifatturiera. Tutto è stato delegato alla Fiat e al suo più che volitivo manager. Nessuna condizione è stata posta a salvaguardia dell'occupazione e degli stabilimenti italiani. Neppure quando è a tutti parso evidente che la continuità di quei siti industriali e delle persone che vi trovano lavoro era (ed è) posta a repentaglio. Nessun ascolto è stato prestato al sindacato che ha rivendicato, ancora oggi senza successo, la convocazione di un tavolo di negoziato. Nessun interesse nazionale è stato difeso o semplicemente rappresentato nei confronti delle altre potenze entrate pesantemente in gioco. Nelle dinamiche internazionali, che pure non promettono nulla di buono, spicca, ancora una volta, una miseria tutta italiana, un provincialismo che racconta di una regressione, di una subalternità culturale e politica che stiamo pagando cara. Come lavoratori e come Paese.


23 giugno 2009

Francesco Piccioni : si cade, ma con lentezza

 

Un presidente della Federal Reserve deve essere severo e preciso, ma deve anche lasciare spazio alla speranza. Almeno sul medio termine, visto che ogni economista ricorda di Keynes - se non altro - che «sul lungo periodo saremo tutti morti».
Ben Bernanke lo è stato anche ieri, davanti al Congresso riunito per avere lumi sullo stato dell'economia americana. Non che avesse buone notizie da dare, ma ha voluto sottolineare che «la contrazione sta rallentando», lasciando intravedre una possibilità di ripresa «nella seconda metà di quest'anno». Ripresa moderata, beninteso, e comunque molto al di sotto del «potenziale» produttivo esistente.
La seconda metà dell'anno comincia tra meno di un mese, e non è chiarissimo dove Bernanke veda i segnali positivi. Lui stesso riconosce che anche il secondo trimestre - il primo si è chiuso con una caduta del pil pari al 5,7% - sarà negativo. E che la disoccupazione farà segnare presto nuovi record. Una previsione facile, ma che implica pesanti ricadute sulla popolarità del governo Obama da qui a qualche mese.
Tanto più che sempre lui ha spiegato ieri l'urgenza di approntare piani di riduzione del deficit pubblico, quindi di contenimento dei «programmi sociali». Gli enormi esborsi finalizzati al sostegno del sistema bancario hanno creato una voragine che va ridimensionata al più presto. Ne va della credibilità del dollaro - valuta di riserva e misura della maggior parte degli scambi -, della solidità dei titoli di stato Usa (che rischiano seriamente il declassamento, così come quelli inglesi), della fiducia degli investitori e quindi della tenuta del sistema finanziario globale.
Il governo - ha detto Bernanke - non può prendere in prestito «all'infinito» per far fronte alla domanda crescente. E le stesse banche Usa sembrano gradire poco le limitazioni (sugli stipendi dei manager, ma non solo) imposte dal conferimento dei prestiti previsti dal piano Tarp. Anzi, molte si stanno preparando a restituirli (la prossima settimana sarà resa nota la lista di chi lo farà), in modo da recuperare piena indipendenza operativa.



Le strategie «non convenzionali» adottate dalla Fed e poi anche dalla Bce non sono piaciute ad Angela Merkel, specie l'acquisto dei titoli del debito pubblico da parte delle banche centrali (un'evidente partita di giro), Bernanke si è detto «in rispettoso disaccordo» con la cancelliera tedesca, rivendicando la scelta fatta «per stabilizzare i mercati privati del credito». Fino a dirsi «convinto che riusciremo a uscire da questa politica di acquisti in tempo utile senza che vi siano conseguenze inflazionistiche».
Qesto è infatti l'ultimo fantasma che scorazza nel castello dopo i massicci finanziamenti pubblici alle banche. Per evitare la deflazione è stata immessa una quantità smodata di liquidità diretta o tramite il congelamento a zero dei tassi di interesse. In condizioni normali l'inflazione potrebbe impennarsi da un momento all'altro. Non avviene perché la domanda (consumi, case, beni durevoli, ecc) è ancora ferma. Ma nei prossimi mesi dovrebbe essere visibile l'effetto degli sgravi fiscali, con qualche soldo in più nelle tasche di chi sarà riuscito a conservare il lavoro. La scommessa di Bernanke si svolge su una lastra sottile di ghiaccio: passare alla fase di «ripresa» prima che il ghiaccio si sciolga e il pattinatore venga inghiottito a causa del suo stesso correre. Ma non può fare altro, con l'armamentario teorico di cui è brillante esponente.


22 giugno 2009

Bruno Cartosio : il crollo americano

 

Può apparire paradossale dirlo il giorno dopo la dichiarazione formale di bancarotta, ma sembra che il vecchio detto, «quello che va bene per la General Motors va bene per gli Stati Uniti», stia tornando di attualità. Pare che a pronunciare orgogliosamente quelle parole nei primi anni Cinquanta sia stato Michael Wilson, allora presidente di una trionfante GM che produceva più di metà delle auto vendute nel paese. Ora, a dirle con qualche esitazione e con le dita incrociate, sono quelli che cercano di spiegare che il salvataggio dalla bancarotta della GM coincide con il più ampio tentativo di salvare gli Stati Uniti. Tra questi è Barack Obama. L'ammissione del fallimento di un'intera gestione aziendale e l'amministrazione controllata, l'intervento finanziario diretto del governo, il ridimensionamento dell'azienda e il suo risanamento rappresentano in estrema sintesi i compiti che la crisi attuale impone a Obama di assumere su di sé.
Anche nel caso della GM come in quello della Chrysler, saranno contestuali il contributo del governo canadese e soprattutto la inevitabile disponibilità ad accettare il coinvolgimento finanziario diretto da parte di una United Auto Workers ridotta al lumicino e creditrice per 20 miliardi di dollari (era di 10 il credito con la Chrysler).
Fino a pochi anni fa la GM era il maggior datore di lavoro statunitense, con oltre un milione di dipendenti. Ora il suo posto è stato preso da Wal-Mart, e la GM è scesa a meno di un terzo dei suoi antichi dipendenti. La sua quota di mercato negli Stati Uniti è oggi inferiore al 20 per cento. L'auto, di cui GM era il maggior produttore mondiale, oltre che statunitense, è stata per quasi tutto il Novecento la punta avanzata della grande industria americana e le sue fabbriche hanno fornito il modello di organizzazione industriale adottato in tutto il mondo. E' stata il simbolo stesso del modo di vita statunitense e il perno attorno a cui si sono organizzati l'intero sistema stradale e dei trasporti, l'industria delle costruzioni (che dagli anni Cinquanta non ha mai smesso di creare espansioni suburbane prive di servizi di trasporto pubblico), i sistemi della grande distribuzione commerciale, dell'intrattenimento e del turismo. Per questo, sul piano simbolico, il fallimento della GM è un evento senza uguali.



Non è solo questo, tuttavia. Attraverso la Ford, che si è tenuta con la testa fuori dalle sabbie mobili; la più piccola Chrysler, che si spera sarà salvata dalla Fiat, dal sindacato e dal governo, e la GM, che Obama e il sindacato stanno cercando di riportare a galla, gli Stati Uniti cercano dunque di salvare la faccia, la storia e il futuro. Non perché l'auto sia il futuro; su questo sono in molti ad avere dei dubbi, se essa rimane quello che è stata finora. Ma perché se Toyota, Honda e compagnia giapponese-coreana e nel suo piccolo italiana, si sostituiscono alle «americane» occupando le quote di mercato lasciate libere da queste, il settore sarà occupato da aziende non sindacalizzate e dislocate lontano dalle aree dell'industrializzazione più antica. Ulteriore disastro sociale che si innesterebbe su quelli della deindustrializzazione degli ultimi vent'anni. Proprio mentre la UAW sta svenando i suoi iscritti e i suoi pensionati per salvare le aziende «di casa».
Obama ha ripetuto nei mesi scorsi che salvare l'industria dell'auto - le ex «Tre grandi» e le 4000 aziende fornitrici - voleva dire salvare il posto di lavoro di quasi tre milioni di addetti e che per questo sarebbero stati necessari grandi sacrifici, incluso l'investimento di altri 30 miliardi di dollari in aggiunta ai 20 già stanziati mesi fa. Vero e, probabilmente, giusto. È quello che sta facendo.
Ma bisognerà pur dire che i dirigenti dell'auto non meritano nessun salvagente. La loro stupida arroganza e irresponsabilità - di questo e non di altro sono frutto i SUV, gli Hummer, i van e i pickup di cui hanno riempito le strade nell'ultima ventina d'anni - fa tutt'uno con la loro colpevole miopia nel rapportarsi all'evoluzione della domanda interna e nell'indirizzarla. Nel caso della GM, otto mesi fa, nel celebrare il centenario della sua nascita, il presidente Rick Wagoner diceva, «Noi saremo i primi per i prossimi cent'anni».
Eppure il declino era in atto da almeno dieci anni. Forse, dopo la guerra irachena di Bush padre del 1991, avevano pensato che il petrolio non sarebbe più mancato per i successivi cinquant'anni. E solo un bel po' dopo l'inizio della guerra irachena di Bush figlio hanno cominciato ad accorgersi di avere sbagliato i conti. Ma era troppo tardi: ora, se saranno salvati, dovranno chiudere una quindicina di stabilimenti e oltre un terzo delle 6000 concessionarie nordamericane. E licenzieranno più di 20.000 operai.
Michael Moore aveva anticipato il futuro in Roger and Me, del 1989, mostrando i danni già allora provocati dal cinismo e dall'indifferenza della GM per il destino dei suoi lavoratori di Flint, nel Michigan. Roger Smith, il presidente GM che lui insegue nel film, era in cerca soltanto di più alti profitti e costo del lavoro più basso in altri luoghi. Erano gli anni del neoliberismo reaganiano e dell'offensiva antioperaia e antisindacale. La strada verso la bancarotta fu imboccata allora, sbagliando anche le politiche produttive e commerciali, le strategie economiche e finanziarie.
In questi ultimi anni, infine, nel cinismo, nell'incapacità e irresponsabilità che caratterizzano il microcosmo GM sono riprodotte come in uno specchio le tare che, più in grande, hanno caratterizzato l'amministrazione Bush. Ora tocca a Obama cercare di salvare il salvabile, come si dice, socializzando le perdite di una GM che ha fallito anche nel progetto di accumulare profitti. Il problema è che stanno tutti insieme, nella stessa fila, anche la Chrysler, le banche, le assicurazioni - tutti quegli strani, improbabili questuanti di cui si è parlato negli ultimi mesi.


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