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22 aprile 2009

Antonella Stirati : la condizione economica dei lavoratori

 

Negli ultimi mesi, sempre più spesso i media ci rimandano l’immagine di una classe lavoratrice impoverita, che stenta ad arrivare alla “quarta settimana”, o forse ormai anche alla terza. Un’indagine svolta dalla Fiom nel corso del 2007 attraverso un ampio questionario a cui hanno risposto ben 100.000 lavoratori e lavoratrici del settore metalmeccanico[1] ci dà un quadro della loro situazione economica – una situazione che può considerarsi rappresentativa di una condizione complessiva del mondo del lavoro dipendente.

Retribuzioni mensili nette
Le retribuzioni sono al netto di imposte e contributi e comprendono la parte aggiuntiva del salario contrattata in azienda (contrattazione di secondo livello) più eventuali premi e retribuzione aggiuntiva per straordinari e lavoro su turni normalmente svolti. I valori medi per vari sotto-insiemi sono riportati nella tabella 1.
Un terzo circa di tutti gli intervistati (operai e impiegati insieme) ha un reddito mensile compreso tra i 900 e i 1100 euro mensili. La grande maggioranza non supera i 1300 euro, e rimangono per il 75% sotto a questa retribuzione anche coloro che dichiarano di svolgere regolarmente lavoro straordinario, con 44 ore di lavoro settimanali.

I lavoratori precari (che sono il 9% degli intervistati) guadagnano in media 200 euro al mese meno dei lavoratori stabili, e differenze significative nella retribuzione sussistono anche a parità di età (cioè: non guadagnano di meno solo perché sono giovani). Le lavoratrici (che sono complessivamente circa il 20% degli intervistati) sono anch’esse fortemente penalizzate, con un reddito medio che rimane più basso di quello maschile anche a parità di orario di lavoro e di anzianità di lavoro. Tra i lavoratori intervistati invece non si hanno differenze di retribuzione media nelle diverse aree del paese.

Redditi familiari e condizioni di povertà
I valori medi del reddito familiare netto mensile per vari sottoinsiemi degli intervistati sono riportati nella tabella 2 qui sotto. Si hanno differenze significative tra operai e impiegati e tra i nuclei familiari meridionali e il resto del paese. Ma soprattutto, è basso - 2080 euro - il reddito medio familiare dell’insieme degli intervistati che hanno famiglie con figli conviventi, cioè le famiglie con tre o più componenti. E infatti una proporzione significativa delle famiglie con figli a carico percepisce un reddito familiare netto che è inferiore alla soglia di povertà relativa[2] stimata dall’Istat per l’anno 2006: il 14% delle famiglie con tre componenti ha un reddito inferiore alla soglia di 1280 euro mensili, ed il 22,5% delle famiglie con quattro componenti (che sono circa la metà delle famiglie con figli) ha un reddito inferiore a 1580 euro. Va anche considerato che la soglia stimata dall’Istat è molto al di sotto della soglia minima di reddito familiare “dignitoso” soggettivamente percepita dalle famiglie italiane, che è invece intorno ai 2400 euro mensili (Isae, la povertà soggettiva in Italia e in Europa, Roma 2007).

Nel Sud l’incidenza della povertà relativa è molto più elevata: complessivamente il 34,5% delle famiglie con tre componenti e il 47% di quelle a quattro componenti hanno un reddito inferiore alla la soglia di povertà. Ciò è legato alla maggiore diffusione di famiglie mono-reddito, che sono infatti ben il 53% in questa area del paese, contro la media nazionale che risulta dall’indagine, comunque alta, del 28%.

Spese per la casa
A fronte di redditi familiari bassi, le spese per la casa sono elevate. Infatti, nonostante la maggioranza degli intervistati (circa l’80%) viva in una casa di proprietà, una parte consistente sta ancora pagando un mutuo. Le rate mensili superano i trecento euro, e in moltissimi casi (v. Tabella 3), i 600.
Per chi paga l’affitto, le spese per l’abitazione rappresentano più di un quinto del reddito familiare complessivo in ben l’80% delle famiglie (cioè più di 400 euro mensili se prendiamo come riferimento il reddito familiare medio); Tra queste, una quota rilevante paga per l’affitto più di un terzo del reddito familiare (cioè più di 600 euro mensili con riferimento al reddito familiare medio).

Complessivamente il 63,6% degli intervistati sostiene spese per mutuo o affitto, con una spesa mensile generalmente molto onerosa.

Il rischio di perdere il lavoro
Nell’anno precedente l’intervista il 9% di tutti gli intervistati, e il 20% dei lavoratori meridionali, ha avuto un periodo di cassa integrazione. Inoltre, il 30% degli intervistati con contratto a tempo indeterminato (cioè, esclusi i lavoratori precari) ha dichiarato di considerare a rischio la propria occupazione nei due anni successiv i - segno di una crisi grave già in atto, prima degli effetti della crisi finaziaria internazionale.

Un quadro d’insieme
I dati appena visti confermano il quadro di un impoverimento del mondo del lavoro dipendente e in particolare, ma non solo, degli operai. Mostrano che i rischi di povertà riguardano non solo i giovani o i precari ma, tra i lavoratori su cui si è svolta l’indagine, i lavoratori con figli, anche quando hanno un lavoro stabile.
Fino a che punto la situazione descritta può considerarsi rappresentativa della società italiana?
In Italia i lavoratori dipendenti sono quasi 19 milioni. Di questi, più di due terzi sono lavoratori dipendenti nel settore privato, prevalentemente occupati nell’industria e costruzioni (5 milioni e mezzo) e nel commercio, ristorazione, trasporti (quasi 4 milioni). Il rimanente terzo del lavoro dipendente è occupato nel settore pubblico. Le retribuzioni medie (riportate ora al lordo di imposte e contributi a carico del lavoratore) in questi settori sono tra loro molto simili (v. Tabella 4). Il settore con retribuzioni mediamente più alte (30% in più che nell’industria) è quello della pubblica amministrazione, che è il comparto meglio retribuito del settore pubblico. Una differenza che tuttavia scompare se il confronto viene effettuato a parità di mansione/qualifica dei lavoratori[3]. Il lavoro dipendente complessivo è in aumento dagli anni ‘70 ad oggi, sia nella componente pubblica che in quella privata, mentre il lavoro autonomo, che conta complessivamente sei milioni di occupati, di cui una parte sappiamo essere di fatto subordinati, come i collaboratori (stimati a circa mezzo milione nel 2006), è in costante riduzione dagli anni settanta ad oggi.

I dati dell’indagine descrivono quindi una situazione reddituale assolutamente pervasiva nella società italiana. Anzi, va piuttosto sottolineato che essi peccano per eccesso, piuttosto che per difetto - in quanto provengono da un settore con una forte presenza sindacale, ed in cui le imprese di piccole dimensioni sono meno presenti che nella economia nazionale. Ad esempio, registriamo qui una presenza di premi di risultato contrattati in azienda pari all’80%, il doppio della media nazionale[4].
La situazione economica dei lavoratori qui descritta deriva da tendenze di lunga data, e parte dai cambiamenti nella distribuzione iniziati negli anni ‘80. Da allora tanto i salari reali contrattati che le retribuzioni di fatto sono cresciuti sistematicamente, in media, meno della produttività. La questione salariale non è quindi il frutto della recente stagnazione della produttività, e va affrontata come problema di redistribuzione del reddito dai gruppi sociali che negli ultimi decenni si sono progressivamente arricchiti verso il lavoro dipendente.

[1] Garibaldo e Ribecchi (a cura di) Metalmeccanic@, Meta Edizioni, 2008
[2]
La soglia di povertà relativa è definita come pari alla metà della spesa media per consumi nel paese di un nucleo familiare di ampiezza equivalente
[3]
L. Tronti, Pubblico e Privato nelle Retribuzioni, Lavoce.info, 2006; www.lavoce.info/articoli/pagina2492.html
[4]
Banca d’Italia, Relazione annuale, 2007; www.bancaditalia.it


21 aprile 2009

Stefano Perri : distribuzione del reddito e diseguaglianza. L'Italia e gli altri

Scriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si è fondato su un “doppio inganno”. Da una parte i lavoratori si appropriavano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ne ricevevano “la miglior parte”, con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale.

Dopo la crisi del ’29 e la seconda guerra mondiale, il processo di sviluppo è sembrato invece basarsi su una graduale diminuzione delle diseguaglianze che ha stimolato la domanda aggregata. Tuttavia, dagli anni settanta, le diseguaglianze sono tornate a crescere, con l’aggravante che nei paesi sviluppati la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. In molti hanno scambiato questa restaurazione del “doppio inganno”, che con la crisi attuale mostra tutte le sue contraddizioni, con la via maestra della modernizzazione.

In questo quadro il governo italiano ha varato una manovra del tutto inadeguata. Avendo appreso l’idea che le aspettative si auto-realizzano dalle storielle che è uso raccontare, Berlusconi sembra ritenere che bastino le sue esortazioni a consumare per ristabilire la fiducia. Soprattutto non sembra rendersi conto che la spesa per il consumo dipende dal reddito delle famiglie e che l’ insufficienza della domanda aggregata è il risultato del mutamento nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato in modo fondamentale l’ultima fase economica nei paesi sviluppati.

Vediamo come si è evoluta la distribuzione del reddito negli ultimi 20 anni, seguendo il recente rapporto dell’OCSE Growing unequal?[1] e confrontando la situazione Italiana con quella di altri paesi sviluppati: la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli USA. L’Italia sembra essere il paese che riesce a cumulare contemporaneamente alcune delle caratteristiche più negative dei paesi anglosassoni e di quelli del continente europeo. Queste note si riferiscono alla evoluzione della distribuzione del reddito precedente la crisi. Proprio per questo motivo mettono in evidenza alcune delle sue cause fondamentali.

L’aumento della diseguaglianza a partire dalla metà degli anni 70 è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota delle retribuzioni del lavoro sul reddito nazionale. Come si può vedere dal grafico che segue questa quota è diminuita consistentemente nei paesi dell’OCSE, ma è caduta in modo molto più pronunciato in Italia[2].

Come conseguenza in Italia la quota del reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi che stiamo confrontando:

La forte diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale. Secondo le stime del rapporto dell’ Organizzazione Internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2006[3].

La quota dei redditi da lavoro in Germania e Francia è diminuita seguendo l’andamento medio, mentre negli Usa e nel Regno Unito la quota è diminuita meno della media OCSE. Anche in questi paesi però la diseguaglianza è aumentata e nel caso degli USA enormemente. Sono state infatti all’opera anche altre cause, principalmente l’andamento del differenziale nelle retribuzioni del lavoro e l’effetto dei trasferimenti del reddito da parte dello stato alle famiglie e della tassazione, cioè il ruolo dello stato nel modificare il reddito disponibile delle famiglie rispetto al reddito di mercato.

La diseguaglianza nella distribuzione del reddito è rappresentata dall’indice di concentrazione dei redditi, l’indice Gini. L’Italia risulta avere verso la metà degli anni 2000 un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA tra i paesi considerati e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE. Germania e Francia hanno invece un indice Gini inferiore alla media, cioè sono paesi con una distribuzione del reddito notevolmente più egalitaria.

Negli ultimi venti anni la crescita dell’indice Gini è stata molto alta in Italia (inferiore solo a quella degli USA tra i paesi confrontati)[4].

E’ interessante per comprendere come si manifesta la diseguaglianza, confrontare i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione. Come si vede dai grafici, questo confronto mette in luce in modo drammatico la gravità della situazione italiana. Infatti, mentre sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media OCSE, il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media OCSE, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.

Vale la pena soffermarsi anche su uno dei dati più significativi presenti nel rapporto dell’OCSE, che svela il contenuto ideologico dell’identificazione del liberismo con una forte dinamica sociale e con ciò che si indica come meritocrazia. L’elasticità dei redditi intergenerazionali misura la probabilità che i figli mantengano lo stesso reddito dei padri. Più basso è il valore e più alta è la probabilità che i redditi cambino di generazione in generazione. L’Italia ha un valore molto alto per questo parametro. I dati della Francia e della Germania, mostrano che la mobilità sociale è favorita da una distribuzione meno diseguale del reddito e dalla robustezza delle istituzioni del Welfare, ancora in questi paesi non smantellate. Il sogno americano, la possibilità per ciascuno di migliorare indipendentemente dalle condizioni di nascita, è molto più effettivo nei paesi dell’Europa continentale che in quelli anglosassoni.

Vediamo ora come la distribuzione dei redditi è modificata dall’intervento pubblico, comparando i redditi di mercato con i redditi disponibili, calcolati tenendo conto dei trasferimenti dallo stato alle famiglie e della tassazione.

Secondo i dati OCSE in Italia l’effetto dell’intervento dello stato sulla diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è superiore a quello dei paesi anglosassoni e alla media OCSE. Tuttavia risulta sensibilmente inferiore a quello della Germania e della Francia. Guardando anche gli altri paesi dell’ Unione Europea, i cui dati non sono riportati nel grafico, l’Italia si situa in effetti agli ultimi posti nell’efficacia distributiva dell’intervento pubblico[5]. Occorrerà capire quanto la scarsa efficacia redistributiva dell’intervento dello stato relativamente agli altri paesi europei sia dovuta all’alta evasione fiscale e agli sprechi nella spesa pubblica e quanto dipenda dalla struttura stessa della tassazione e dei trasferimenti. Dalle elaborazioni dell’ OCSE risulta in particolare che la progressività dei trasferimenti, e di conseguenza il loro impatto redistributivo, è molto minore in Italia rispetto alla media degli altri paesi, tanto per quanto riguarda le persone in età da lavoro che per gli anziani. Quello che è certo è che la politica economica, sia in relazione agli obiettivi più immediati di stimolo della domanda aggregata, sia in relazione alla correzione delle cause strutturali della crisi globale e di quella del nostro paese in particolare, deve porsi come obbiettivo prioritario la maggiore efficacia dell’intervento redistributivo dello stato.

Il rapporto dell’OCSE cerca anche di stimare l’impatto dei servizi pubblici, principalmente relativi alla sanità e all’istruzione, sulla distribuzione del reddito.

Anche in questo caso l’efficacia redistributiva dell’intervento pubblico in Italia si rivela superiore a quella dei paesi anglosassoni, ma ora risulta inferiore alla media dei paesi OCSE oltre che alla Francia e alla Germania. Anche in questo caso, guardando anche agli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia si situa agli ultimi posti. Si capisce come una politica di tagli indiscriminati come quella prevista dalla finanziaria per l’istruzione, non può che aggravare una situazione già molto preoccupante.

I dati testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite (che si presentano spesso collegati tra loro). Questa redistribuzione è una delle cause più importanti dell’attuale crisi. L’Italia, in questo quadro, ha assistito ad un processo ancora più accentuato e ancora più squilibrato rispetto alla maggior parte degli altri paesi. Ne deriva la necessità di una riforma fiscale progressiva e redistributiva, sia in funzione di stimolo alla domanda aggregata nell’immediato, sia come condizione per un processo equilibrato di sviluppo nel lungo periodo.


27 marzo 2009

Gnègnè e il Programma di Gotha

 

Gnègnè nel dibattimento sul rapporto tra marxismo e giusta redistribuzione ha voluto portare una lunga citazione dal Programma di Gotha di Marx, dicendo che noi pseudo-comunisti abbiamo dimenticato tale lezione. In realtà è Gnègnè a non ricordare che questo passo è stato più o meno già discusso e tale discussione giace tra i vari commenti ai post del suo blog (già allora finì a schifo, come è usuale nelle discussioni con Gnègnè che non siano rituali di autocompiacimento).

Ma veniamo al passo di Marx  il quale dice :

Non affermano i borghesi che l’odierna ripartizione è “giusta”? E non è essa in realtà l’unica ripartizione “giusta” sulla base dell’odierno modo di produzione?

La cosa che mi premeva osservare è che nel post dedicato all’articolo di Lunghini, quest’ultimo non pone direttamente il problema della giusta ripartizione (e, ripeto, lo potrebbe fare), ma dice : “Secondo la teoria economica dominante (la teoria neoclassica, quella che viene insegnata nella maggior parte dei corsi universitari e praticata poi dai responsabili delle politiche economiche nazionali e sovranazionali), il prodotto sociale dovrebbe essere distribuito tra i diversi «fattori» della produzione in proporzione al contributo che ciascuno di questi fattori ha dato al prodotto”…e poi aggiunge “Gli stessi cultori della teoria dominante dovrebbero convenire che se il prodotto sociale si riduce, chi non ne ha meritato una parte dovrebbe restituire il maltolto.” Lunghini cioè parte da una teoria della distribuzione che lui attribuisce ai neoclassici e semplicemente fa notare che, seguendo tale teoria, è giusto attribuire ai lavoratori quasi tutto il prodotto sociale, soprattutto se quest’ultimo si riduce (senza contare che le riflessioni di Lunghini ormai da tempo prendono spunto da Marx, ma in termini di politica economica si rifanno a Keynes, che sulla iniqua distribuzione del reddito sicuramente ha speso più di una parola). Quanto alla attribuzione ai neoclassici di una teoria della giusta distribuzione (contestata da Gnègnè sulla base del carattere scientifico e bla, bla, bla…) è meglio citare un altro testo di Lunghini dove questi dice : “L’idea che il capitale, al pari degli altri fattori, sia produttivo ha ovvie e importanti conseguenze sul piano della teoria della distribuzione del reddito. Per Smith il profitto era determinato dal saggio naturale del profitto, per Ricardo era un residuo, per Marx il risultato di un rapporto di sfruttamento. Per la teoria neoclassica della produttività marginale (Philip H. Wicksteed, Knut Wicksell, John B. Clark e altri) il profitto (qui, l’interesse), come qualsiasi altra quota distributiva, era univocamente determinato - date le condizioni tecniche della produzione - dalla produttività marginale del capitale. Il principio della marginalità era già presente in Ricardo, che su di esso basava la determinazione della rendita (e solo di questa). Gli economisti marginalisti generalizzano questo principio: tutti i fattori (variabili) della produzione devono essere remunerati, in equilibrio, secondo la loro produttività marginale; che è misurata dalla variazione del prodotto totale provocata dall’aggiunta o dalla sottrazione di un’unità del fattore considerato, quando sia mantenuta costante la quantità degli altri fattori. Tale tesi ha due importanti implicazioni, una logica l’altra normativa, riconducibili a questa questione: una volta che tutti i fattori della produzione siano stati remunerati secondo la loro produttività marginale, secondo il loro ‘contributo’ alla produzione stessa, si sarà esaurito il prodotto totale? Se così non fosse - se il prodotto totale non bastasse per una siffatta distribuzione, oppure se restasse un residuo - si tratterebbe di una teoria logicamente insoddisfacente. In effetti non tutte le funzioni di produzione godono di questa proprietà, anzi una soltanto: perché il prodotto risulti esaurito, occorre che la funzione di produzione sia di un tipo speciale, omogenea lineare (cioè con rendimenti di scala costanti). Ma ovviamente non c’è nessuna ragione per sostenere che le funzioni di produzione, nella realtà, siano necessariamente di questo tipo: quasi che si trattasse di “una sorta di misteriosa legge naturale” (Joan Robinson). Conviene osservare, inoltre, che una teoria della distribuzione basata sul principio della produttività marginale presuppone che per ciascun fattore questa possa essere calcolata indipendentemente dalla distribuzione del prodotto; occorre, in altri termini, che il valore del capitale non vari al variare della distribuzione, e questo - come oggi sappiamo, e come si vedrà più avanti - in generale non è vero. L’implicazione normativa di questa teoria della distribuzione, d’altra parte, è che essa - quando sia soddisfatto il requisito di cui si detto - sembra fornire un principio di giustizia distributiva: ciascun fattore della produzione deve essere remunerato secondo il suo contributo alla produzione, ed esiste una unica configurazione distributiva di equilibrio, imposta dalle condizioni tecniche della produzione e che non può né deve essere modificata dall’azione umana. Il profitto (l’interesse), in particolare, trova così una piena e doppia legittimazione, analitica ed ‘etica’. E del resto la natura comunque implicitamente normativa delle categorie economiche della scuola neoclassica si rivela qua e là nei loro scritti, come ad es. in questa frase di Jevons per il quale “Ogni lavoratore riceve il valore di quel che ha prodotto, dedotto che se ne sia una porzione adeguata da corrispondere al capitale quale remunerazione dell’ astinenza e del rischio” (a tal proposito sarebbe interessante vedere quale valenza strettamente descrittiva abbiano concetti quali “astinenza” e “rischio” e soprattutto il fatto che vadano remunerati)

Ma continuiamo nella lettura del passo di Marx, il quale dice : “Mi sono occupato ampiamente del “reddito integrale del lavoro” da una parte e dall’altra parte dell’”ugual diritto”, della “giusta ripartizione”, per mostrare che delitto si compie allorché, da un lato, si vogliono nuovamente imporre come dogmi al nostro partito concetti, che in un certo momento avevano un senso, ma ora sono diventati rigatteria di frasi antiquate”. Da questo passo si desume che Marx  non dice che i concetti analizzati siano sempre stati erronei, dal momento che essi “..avevano un senso”. Adesso questo senso non lo hanno più, perché nel frattempo è successo qualcosa, la critica ha seguito l’evoluzione storica che vede nel 1875 represso nel sangue un tentativo rivoluzionario (la Comune di Parigi) ben più consapevole di quelli precedenti, per cui il suo fallimento non priva Marx della fiducia nel fatto che ormai la classe operaia è destinata a forgiare nel movimento reale i concetti di cui essa ha bisogno per realizzare i propri obiettivi. Dunque l’idea della ripartizione non ha senso laddove non c’è autorità terza a cui appellarsi dal momento che la classe operaia con la rivoluzione prenderà le leve del potere e realizzerà un mutamento del modo di produzione (sarebbe interessante comunque vedere se il mutamento del modo di produzione non sia una forma anche violenta di distribuzione dei fattori di produzione sulla base di una implicita teoria della giustizia e della presenza delle condizioni materiali che rendono possibile tale trasformazione). Dunque le categorie teoriche non sono in sé buone o sbagliate, marxiste o socialiste, ma lo sono alla luce degli eventi in corso e dell’adeguamento della teoria a quegli eventi (già avvenuti o imminenti). Quando si studia Marx, è pericoloso parlare del “pensiero di Marx”, in quanto qualsiasi compendio è solo la cristallizzazione di una sorta di sismografo del movimento che toglie lo stato di cose presente (il fatto che molte delle opere di Marx non siano pubblicate non è un caso, ma la conseguenza quasi necessitata del fatto che Marx è, parafrasando Canetti, cane del suo tempo)

Continuiamo con la parte più consistente della citazione : “Prescindendo da quanto si è detto fin qui, era soprattutto sbagliato fare della cosiddetta ripartizione l’essenziale e porre su di essa l’accento principale. La ripartizione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della ripartizione delle condizioni di produzione. Ma quest’ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione. Il modo di produzione capitalistico, per esempio, poggia sul fatto che le condizioni oggettive della produzione sono a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione, della forza-lavoro. Essendo gli elementi della produzione così ripartiti, ne deriva da sé l’odierna ripartizione dei mezzi di consumo. Se le condizioni di produzione oggettive sono proprietà collettiva degli operai stessi, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall’attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e, a sua volta, una parte della democrazia l’ha ripresa dal socialismo volgare) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si muova principalmente sul perno della distribuzione. Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perchè ritornare indietro?



Marx qui si badi bene, parla della ripartizione dei beni di consumo (mentre Lunghini parla del prodotto sociale nel suo complesso, che Marx divide in varie uscite, tenuto presente che sarà la classe operaia a gestirlo e dunque ad essa sarà andato grazie alla rivoluzione), inoltre dice che l’errore dei socialisti sta nel separare la distribuzione dal modo di produzione, mentre la prima è in un certo senso funzione della seconda. Non dice però che la questione della ripartizione non abbia senso, ma dice che essa verrà affrontata cambiando il modo di produzione. E aggiunge che qualsiasi distribuzione giusta cercando di rispecchiare le differenze esistenti tra gli uomini difficilmente si coniuga con l’eguaglianza. Ma questo implica che Marx si pone seriamente il problema della distribuzione e non lo considera problema da poco. Egli critica i socialisti per il fatto che vogliono ridistribuire il reddito, ma non vogliono toccare i rapporti di produzione (e cioè non vogliono toccare i proprietari dei mezzi di produzione), ma non perché il problema della distribuzione non sia rilevante.

Ora, come ho già avuto modo di dire, relativamente al contesto storico in cui si colloca un corsivo come quello di Lunghini, è difficile dire in che fase siamo : da un lato la classe operaia ha avuto da circa trent’anni sonore sconfitte, dall’altra però essa ha rivoluzionato nel secolo scorso la struttura della distribuzione del prodotto sociale (si pensi alla spesa pubblica, alle pensioni, all’assistenza), a partire dalle lotte fatte in fabbrica e dunque nei luoghi di produzione (e se è vero che la distribuzione è funzione della produzione, al tempo stesso una diversa distribuzione retroagisce anche sulla produzione, cosa che Marx sembra non aver sottolineato). Perciò non si deve valutare l’appello di Lunghini alla giusta distribuzione (qualora l’abbia veramente effettuato) alla luce di un’eventuale dottrina atemporale marxiana, ma alla luce della situazione concreta che viviamo adesso, del fatto che l’appello all’autorità terza non viene fatta sotto l’autoritarismo bismarckiano, ma in un regime politico che, seppure pericolante, è stato costruito dalle lotte operaie e ne rappresenta una tappa importante, se non gloriosa. In tale regime la classe operaia ha una voce sia pur non dominante (ed a volte flebile) e dunque l’appello al soggetto terzo ha un senso, laddove Marx parla di fronte ad uno Stato non democratico che va solo rovesciato con la violenza.

Gnègnè invece come al solito, nell’unire a suo modo produzione e distribuzione, ci vuole propinare

una sorta di non esplicito, ma ammiccante parallelismo tra la necessità marxiana di cambiare il modo di produzione attraverso la rivoluzione dei rapporti di produzione e il dogma della sintesi neoclassica che subordina il momento redistributivo alla crescita economica. Ma questo tentativo rimane una mistificazione.

 


17 marzo 2009

Marx e la giustizia

 

Anche il buon Mario è intervenuto nel velenoso dibattito tra me e Gnègnè, cercando di mettere un po’ d’ordine e di distacco e aggiungendo delle citazioni che possono tornare utili alla nostra riflessione.

Mario cita prima Gnègnè : “ed inoltre (Marx) ha sempre limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno)
Poi Marx : “Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte [la borghesia che oppone il proprio diritto alla forza del signore feudale, laico od ecclesiastico]. Essi dimenticano soltanto -prosegue Marx- che anche il diritto del più forte è un diritto [infatti è sempre esistita una legislazione anche sotto il Medioevo] e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma anche nel loro 'Stato di diritto'
E commenta : “
Possiamo dire, sviluppando il suo pensiero, che "è cambiata la forma ipocrita in cui si cela il primato della forza" in quanto tutti i cittadini sono formalmente uguali davanti alla legge?
Questa è una esplicitazione di ciò che è la struttura portante del pensiero Marxista, la constatazione che non esiste un "diritto" naturale o principi eterni ed immutabili, ma che tale fatto (in questo caso distribuzione)è l'esplicitazione di un rapporto "sociale" che sancisce in quel particolare contesto di relazione economica (in questo caso il capitalismo) ed in funzione dei rapporti di forza esistenti tra le classi (capitalisti, salariati) un diritto.
E conclude : “Certo è che un marxista o un comunista non si accontenterebbe solo di quello (in quanto al comunista interessano il possesso dei "mezzi di produzione").
Per chiudere, il punto della distribuzione è una delle questioni che "SICURAMENTE" differenziano un socialista da un comunista. Un economista liberale, negando che questo aspetto sia di per sé elemento di conflitto di classe (quanto meno non prendendolo neanche in considerazione), il problema "autonomamente" neanche se lo pone.
Però la differenza esiste
.”
Poi cita Homolaicus : “Il socialismo utopistico infatti puntava molto sulla "distribuzione", in quanto con questa categoria, che implica dei processi di carattere etico-sociale, si poteva meglio affrontare la questione della democraticità della società borghese.
Insomma il problema che Marx vuole affrontare in questo capitolo è quello di capire in che rapporto stanno produzione e consumo, poiché in astratto (o nelle pubblicazioni degli economisti borghesi) tutto sembra funzionare perfettamente: produzione e consumo praticamente coincidono, in quanto si supportano reciprocamente, in una sorta di mutuo condizionamento, ma in concreto, nella realtà sociale del capitalismo sembra essere la produzione a dettare un ruolo egemonico e lo prova il fatto che tra produzione e consumo "s'interpone la distribuzione che, in base a leggi sociali, determina quale quota della massa dei prodotti spetti al produttore"(p. 19). Infatti sotto il capitalismo "il ritorno del prodotto al soggetto [che lo produce] dipende dalle relazioni in cui questi si trova con altri individui. Egli non se ne impossessa immediatamente"(ib.); sicché in altre parole produzione e consumo non coincidono affatto, in quanto la distribuzione appare sempre squilibrata, iniqua, frutto dell'antagonismo sociale. Marx non si esprime esattamente così, ma non v'è dubbio che il suo pensiero sia questo.
E ancora : “a suo parere -e qui veniamo al punto forte di contrasto tra il socialismo scientifico e quello utopistico- il problema non è quello di come intervenire sul versante della distribuzione, al fine di cambiare, in favore dell'operaio, il rapporto tra produzione e consumo, ma è quello di come intervenire direttamente sulla produzione, poiché "il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione"(p. 20).
Su questo problema di natura economica ovviamente s'innesta quello di natura politica, i cui termini di confronto oggi vengono affrontati con maggiore flessibilità: riforme sociali, in direzione di un mutamento progressivo della distribuzione nell'ambito del sistema capitalistico, o rivoluzione politica, in direzione della conquista del potere per un ribaltamento immediato del modello capitalistico di produzione? Marx propendeva per questa seconda soluzione e il suo radicalismo lo porterà a rompere molto presto con tutto il socialismo utopistico.
Gli economisti borghesi, dal canto loro, erano su questo aspetto ancora più astratti dei socialisti utopisti, poiché nella distribuzione non vedevano neppure i problemi connessi ai conflitti di classe. Marx dice che secondo loro "la distribuzione si presenta come distribuzione dei prodotti e quindi essa è ben lontana dalla produzione e quasi autonoma rispetto ad essa"(p. 21). Gli economisti avevano interesse a mostrare questa diversità, in quanto non volevano che i critici della distribuzione ineguale facessero ricadere sulle forme della produzione i motivi dello scompenso tra produzione e consumo. Per il resto erano tranquillamente disposti ad ammettere che tra produzione e consumo vi fosse identità o reciproco condizionamento, ed erano del tutto indifferenti al fatto che -prosegue Marx- "all'origine, l'individuo non possiede alcun capitale, alcuna proprietà fondiaria. Fin dalla nascita esso è assegnato al lavoro salariato dalla distribuzione sociale"(ib.)."

Segnalo poi un’altra citazione da Gnègnè : “la distribuzione del reddito fra i fattori è parte del modo di produzione, non è indipendente da questo. Ne deriva tra l'altro (e anche questa conseguenza è stata esplicitamente tratta da Marx) che non è alterando la distribuzione che si cambia il modo di produzione, è il contrario che va fatto.
La frase di Marx di cui dubiti (e che non ricordo dove si trova, ma la cercherò) è appunto una critica a quelli che lamentavano l'ingiustizia della distribuzione, senza avvertire che parlare di 'giustizia' distributiva all'interno del modo di produzione capitalistico è una tautologia (perché il diritto borghese è determinato anch'esso dal modo di produzione borghese: all'interno di un 'sistema' che prevede che i mezzi di produzione spettano al proprietario e al capitalista mentre al proletario spetta solo la sua forza-lavoro, il capitalista si approprierà inevitabilmente del plusvalore, e questo non è affatto contrario al diritto. Lo sfruttamento marxiano è un concetto economico, non giuridico).
Quanto al resto, ripeto di nuovo: in *questo* modo di produzione, non c'è modo di impedire al capitalista di cercare l'investimento più redditizio. Se intervieni sulla distribuzione (tasse), almeno oltre un certo limite, il capitale andrà altrove, e il risultato sarà minor reddito (meno lavoro, ecc.). Se vuoi impedire questo (cioè se vuoi evitare che si smetta di produrre), devi intervenire sul modo di produzione, cioè devi, per l'appunto, espropriare il capitalista. Questo è quello che dice Marx (e quello che dico io): vedi un po' tu se è possibile agire sulla struttura con la magistratura o col fisco..."



Cosa dice Marx allora ? Lo sfruttamento non è immediatamente un illecito giuridico, ma semplicemente perché l’illecito giuridico dipende dall’ordinamento vigente che è il frutto della lotta di classe. Esso diventerà una sorta di illecito giuridico nella fase in cui il proletariato riuscirà ad imporre il suo dominio sulle altre classi e uniformerà il Diritto a questa sua egemonia. Ma per fare questo bisognerà aspettare una rivoluzione che avvenga in un arco di tempo ristretto ? Già i mezzi di produzione dovranno essere proprietà dei lavoratori ? L’astrazione del ragionamento di Gnègnè si rivela subito se ci facciamo questa domanda : in che fase stiamo adesso ? Non si può concepire (se non in termini molto generali) la periodizzazione storica come fatta di compartimenti stagni in cui o si è nel modo di produzione capitalistico (con tutte le sue conseguenze ideologiche) o si è nel modo di produzione successivo (ed allora la rivoluzione si è già compiuta con tutte le sue conseguenze ideologiche). Siamo nella lotta di classe, che è l’unica situazione concreta a cui ci possiamo rifare ed in questa fase c’è la possibilità che molti comincino ad elaborare quelle teorie e quelle categorie (morali, giuridiche, politiche) che debbono accompagnare il proletariato all’edificazione di una nuova società, per cui non è peregrino trovare una teoria della giustizia nella quale la situazione che dovrebbe verificarsi ad un certo punto della transizione rivoluzionaria venga elaborata come un sistema di diritti concepito astrattamente, come una teoria della giusta distribuzione del prodotto. Marx avrebbe riso a suo tempo se fosse uscita un argomentazione alla Lunghini, ma questo perché riteneva (teoricamente o per enfasi propagandistica) l’appello al diritto inutile in un momento di imminenza rivoluzionaria (e si sa che Marx abbia previsto fasi rivoluzionarie che non si cono invece concretizzate, ma anche questo fa parte di un programma di ricerca che va per tentativi ed errori, che si verifica compiutamente solo nella prassi). Ma ciò non implica che non sia possibile ricavare da Marx un’analisi in termini di teoria della giustizia che possa agire da strumento nella lotta di classe a livello di discussione teorica, di egemonia culturale, di lotta a livello parlamentare.
Dire che lo sfruttamento sino alla rivoluzione è necessario sino al raggiungimento di un punto massimo di produzione è non rendersi conto che la lotta di classe va intrapresa ben prima della rivoluzione e confondere l’”elogio” marxiano del capitalismo nel “Manifesto” con l’attendismo passivo di molti marxisti settari ed innocui di oggi, senza contare che da un secolo a questo punto, il capitalismo può aver benissimo raggiunto quel livello di produzione maturo perché la rivoluzione avvenga (può darsi che questo momento sia già passato e qualche occasione perduta…)
Cosa farebbe Marx oggi ? E ‘stupido domandarselo, come è stupido domandarsi “Dove sono i marxisti di una volta ?”. Essi sono dove possono essere a fanno e teorizzano quel che possono teorizzare sulla base del contesto materiale presente. E se agitando un modello di giusta distribuzione fanno comunque un’operazione legittima da un punto di vista marxista (e il fatto che fa bene lo si vede da come irrita chi retoricamente si appella al marxismo buono di una volta o ai lioni marxisti sudafricani…).
Marx non dice che non sia possibile aderire ad un’etica o ad una teoria della giustizia, ma pensa che l’appello al diritto o alla giustizia (appello che è sempre ad una istanza terza) non è possibile dove non vi sia un’istanza terza (vista la natura di classe dello Stato). Ma ciò non vuol dire che un intellettuale che partecipi alla lotta di classe (con maggiore o minore sincerità) non possa argomentare per una teoria della giusta distribuzione nell’ambito della lotta di classe, tentando non di appellarsi ad un’istanza terza, ma tentando (in quello che Agnes Heller chiamava polemicamente con Apel l’ambito “di discussione” e non di “dialogo”) di coinvolgere quanti più partecipanti possibili nella sua lotta. Il diritto del più forte soggiace anche allo “Stato di diritto”, ma questo non implica che l’istanza etica e rivendicativa sia nulla, ma che essa si situa nella lotta di classe e da sola sia destinata al fallimento, per cui chi si limita al solo richiamo al diritto potrebbe essere comunque funzionale allo stato di cose esistente. Ma come ho già fatto notare tale istanza muove Marx continuamente (altrimenti come potrebbe un piccolo borghese come lui fare quello che ha fatto) e tale spinta la si registra continuamente a livello linguistico (nella passione, nel sarcasmo, nell’invettiva). Per Marx l’appello al diritto è strategicamente inutile nel contesto dato, ma ciò non implica che sia inutile anche in questo contesto dato, o che lo sia anche nel momento in cui un intellettuale militante scriva un articolo (ed è stupido appuntarsi all’articolo come esempio tra i tanti di una inanità più complessiva, soprattutto se soggettivamente chi compie tale critica ci tiene ai buoni marxisti di una volta, ma non ci tiene ad esserlo personalmente un buon marxista di una volta…). Non è il senso di una teoria della giustizia ad essere in discussione (esso rimane in un ambito astratto), ma il proferimento di una teoria della giustizia ad essere valutabile strategicamente alla luce della lotta di classe (e dunque potenzialmente utile, inutile, dannoso a seconda del contesto in cui viene effettuato).
Sicuramente non esiste un diritto naturale, ma non è escluso che la forma che il Diritto assume nella transizione (e di cui i soggetti impegnati nella lotta di classe o quanto meno i borghesi alleati del proletariato nella lotta di classe) non concretizzi i diritti astrattamente enunciati nel momento in cui la borghesia è stata una classe progressiva e non li concretizzi almeno per il periodo in cui sarà ancora necessario uno Stato delle cui leve il proletariato si deve impossessare. Mentre il realismo politico intende l’etica solo come illusione dietro la quale si nasconde il rapporto di forza, nel marxismo la lotta di classe stessa si può concretizzare in una pluralità di posizioni etiche contrapposte una delle quali risulterà vincente proprio in quanto i rapporti di forza saranno decisi da processi materiali nei quali può essere rinvenuta una contraddizione dialettica, contraddizione che può essere declinata anche nel campo della discussione sul diritto e sull’etica (quando si dice che i rapporti di produzione capitalistici non possono tenere dietro all’aumento delle forze produttive non si fa riferimento anche alle conseguenze negative eticamente rilevanti di tale gestione privatistica delle forze produttive, gestione che porta a disordini, guerre, crisi etc etc ?)
Quando si dice che la centralità della distribuzione diventa teoricamente e praticamente un handicap, non si vuole dire che l’aspetto distributivo non abbia importanza, ma serve a costringere il proletariato a rendersi conto del fatto che non c’è indipendenza tra produzione e distribuzione, non a rassegnarci ad una certa distribuzione a certi rapporti di produzione assunti come dati : in altre parole sbaglia chi separa i due ambiti, non chi nel frattempo si adopera a migliorare la situazione in un ambito solo (se un partito nel frattempo che non riesce a cambiare i rapporti di produzione, pur consapevole di questo limite, combatte per migliorare la distribuzione, questo partito non solo fa benissimo ma certamente non sarebbe censurabile da un punto di vista marxista, mentre più ambiguo sarebbe un partito di sinistra che nell’ambito dello sviluppo trascuri le questioni redistributive per puntare tutto sulla crescita), anche perché la lotta per la distribuzione diventa nel lungo periodo anche una lotta per una crescita più equilibrata (e dunque non contraddice l’istanza marxiana di non impedire l’aumento delle forze di produzione, se questo piace agli idolatri della crescita)
L’ultima citazione di Gnègnè conferma quanto il nostro abbia un atteggiamento schematico, dal momento che parla di *questo* modo di produzione, senza pensare che in ogni momento ci troviamo di fronte ad un momento della lotta di classe (in alcune parti del mondo c’è addirittura una combattuta transizione tra modi di produzione precapitalistici e capitalistici, lotta che però è influenzata da quella tra capitale e lavoro nelle parti alte della filiera di produzione) per cui è astratto dire che ci troviamo in un certo modo di produzione e dunque il capitalista possa muoversi con il suo capitale come meglio crede. Ci troviamo in un momento della lotta di classe in cui è più difficile controllare il movimento dei capitali, ma ci sono stati momenti in cui tale controllo è stato più agevole (tutto dipende dall’esito della lotta di classe, dai processi economici, dalle soggettività in campo, dagli squilibri della condizione del proletariato nel mondo). Ma Gnègnè ha a cuore la schematizzazione e la semplificazione, dal momento che ha fretta di mettere Marx in una teca, di farci pensare che da lui è ormai possibile spremere tutto quello che può dare, di chiudere i conti (infatti per lui il contributo di Marx è la visione storica e dinamica dell’economia, una cosa che si può dire anche di Schumpeter o addirittura di Schmoller). Anche lui fa la sua lotta di classe e la fa in maniera conseguente, con la cazzimma che gli è propria.


24 ottobre 2008

Francesco Piccioni : il rapporto OCSE sulla distribuzione del reddito

 

Le statistiche sono fredde come armi da taglio, a volte. Il rapporto dell'Ocse lo è fin dal titolo: Growing unequal? (crescere diseguali?). E fotografa una tendenza ultraventennale in atto nei trenta paesi più industrializzati: l'aumento delle disegualianze di reddito tra le fasce più ricche e quelle più povere delle popolazioni.
Una tendenza nota, che tutti dicono di voler combattere, ma che va diventando sempre più cruda e irreversibile. I numeri sono impietosi, anche usando il coefficiente di Gini (oscillante tra lo zero - che designa la perfetta ugualianza tra tutti, ovviamente inesistente - e l'uno, usato per descrivere la situazione teoricamente opposta). I paesi più «equilibrati» sono Svezia, Danimarca e Lussemburgo, contrassegnati da un indice 0,25; mentre l'Italia è sesta tra i più diseguali, con un 0,35 battuta soltanto dagli Stati uniti e altri campioni della giustizia sociale come Turchia, Portogallo, Polonia e Messico. I centroamericani sono ultimi in classifica, ma hanno almeno il merito - al contrario di quasi tutti gli altri membri dell'Ocse - di aver ridotto il divario negli ultimi anni.
Per l'Italia si tratta di una conferma sconfortante. Qui «i figli di genitori poveri hanno molte meno probabilità di accedere alla ricchezza» (redditi più patrimoni), che peraltro è distribuita anche peggio dei redditi. Il 10% più ricco, infatti, controlla il 42% della ricchezza totale e il 28% delle entrate. Certo, gli Usa restano inarrivabili. Lì l'1% controlla addirittura il 33% della ricchezza. Ma l'Italia berlusconiana pare voler accelerare in questa infernale direzione. Il reddito medio annuale del 10% più povero è al di sotto dei 3.770 euro, mentre la media Ocse (che comprende, ricordiamo, paesi decisamente meno sviluppati del nostro, come Turchia, Polonia, Messico) è di 5.280 euro. Al contrario, il 10% più ricco ha un reddito medio superiore a quello di paesi decisamente più «produttivi», come la stessa Germania. Una riprova del fatto che la forte disugualianza non è in correlazione positiva con lo «sviluppo». Insomma, non incentiva la «competitività» tra poveri per migliorare la propria posizione sociale. Anzi.
I più penalizzati dalla povertà crescente sono proprio le fasce di età più basse, a cominciare dai bambini. Mentre gli anziani riescono a compensare meglio grazie a un qualche patrimonio (in genere l'abitazione in proprietà e l'oculata gestione della liquidazione). La povertà giovanile - redditi bassi o bassissimi, causa la precarietà del lavoro - è per ora contenuta soltanto dal sostegno di genitori e nonni. Impossibile quantificare le ricadute sociali, tra qualche anno, della fisiologica scomparsa di questo sostegno (altro che «scontro generazionale»).
Questa situazione implica un blocco assoluto della mobilità sociale. Che un povero possa «scalare» posizioni sociali è pressoché escluso; a meno di talenti eccezionali, la «capacità media» viene respinta indietro, perché - anche quando riesce a raggiungere un titolo di studio medio-alto - prevale sempre il rapporto familistico-sociale. Tanto è vero, dice l'Ocse, che «la mobilità sociale è generalmente maggiore nei paesi che registrano una minore disugualianza di redditi e viceversa». E ancora: «una maggiore egualianza delle opportunità va di pari passo con redditi meno diseguali».
Le ricette dell'Ocse per attenuare questa tendenza universale sono quanto mai vaghe. Ma vanno sottolineate alcune affermazioni. «L'unico approccio sostenibile per ridurre la disegualianza è di intervenire per bloccare la soggiacente disparità tra redditi da lavoro e da capitale». Ovvero «far sì che le persone siano in grado di lavorare e percepiscano stipendi sufficienti per il proprio sostentamento e per quello della famiglia». Qualcuno dovrebbe spiegare alla Marcegaglia (e a Sacconi e Veltroni) che persino per l'Ocse il salario non è una pura variabile dipendente dal profitto di impresa (magari «legato alla produttività»), ma va misurato sulla capacità di far vivere dignitosamente le persone e le famiglie. Visto il livello cui sono arrivate le retribuzioni italiane (le più basse della zona euro, ormai), l'obiettivo primario di un qualunque sindacato degno di questo nome dovrebbe essere il loro aumento. E in misura consistente.
Notevole anche il ruolo «redistributivo» individuato in servizi pubblici come la scuola e la sanità (che il governo vuole palesemente privatizzare). Anche perché l'avere un lavoro non è più sufficiente ad evitare di cadere nella povertà. «Oltre la metà delle persone povere appartengono a famiglie che percepiscono un reddito da lavoro»; ma se è part-time o mal retribuito il risultato è comunque tragico.

Quei «comunisti» dell'Ocse - l'organizzazione dei 30 paesi più industrializzati - smentiscono, forse senza volerlo, il luogo comune che ottenebra gli editorialisti mainstream degli ultimi trent'anni: «se volete che tutti stiano meglio, lasciate fare al mercato». L'espressione è menzognera anche per un altro motivo: il «mercato» è vecchio almeno quanto la scrittura (oltre 5.000 anni), mentre il capitalismo è decisamente più giovane (meno di tre secoli). Ma in così poco tempo è riuscito ad ampliare a dismisura le ineguaglianze, invece di ridurle.
Lì dove lo stato sociale è stato fatto arretrare - in Italia, negli Usa - il divario tra più ricchi e più poveri è esploso. Anche perché, spiegano, istituzioni come scuola, sanità ed edilizia pubbliche attenuano gli effetti della pessima distribuzione del reddito e contribuiscono ad avvicinare le «condizioni di partenza» dei giovanissimi. Solo se queste istituzioni sono forti può verificarsi una mobilità sociale verso l'alto. Altrimenti il mitico «merito» viene soffocato nella culla, prima ancora che possa manifestarsi.
Dalla metà degli anni '90 le disegualianze di reddito sono andate crescendo di pari passo con la riduzione delle politiche statuali di redistribuzione. Una constatazione che chiama imparzialmente in causa, per l'Italia, i governi di centrodestra così come quelli di centrosinistra. Entrambi politicamente strabici, con l'occhio attento solo alle imprese (e alle banche), in base all'indimostrato assunto che se le imprese guadagnano, va meglio anche per i lavoratori. Proprio in Italia la deregulation normativa, il blocco dei salari e la legalizzazione di forme contrattuali precarie hanno fatto crescere del 33% la disegualianza tra più ricchi e più poveri. La media Ocse, pur infame, si ferma a un +12.
Il governo attuale si propone evidentemente di rendere siderale questa distanza. L'accanimento nei confronti della scuola pubblica a tutti i livelli - dagli asili all'università - fa il paio perfettamente con lo smantellamento reazionario dei diritti del lavoro (dallo sciopero al reintegro, alle misure contro la pratica delle «dimissioni in bianco» firmate al momento dell'assunzione). Spiega sempre l'Ocse che laddove i sindacati sono stati indeboliti, i lavoratori hanno perso «protezione». Salariale e non solo.



Qualche blog, come il ben noto Gnègnè, in passato si è impegnato nell'evidenziare come le differenze tra i redditi siano collegate a dinamiche poco controllabili. Tuttavia i risultati di Danimarca e Svezia stanno lì a dimostrare come politiche economiche e sociali adeguate possono ridurre la forbice esistente tra i redditi ed attenuarne gli effetti negativi. La curva di Pareto rimane, ma risulta meno pericolosa.


9 maggio 2008

Marx e la razionalizzazione del rapporto di produzione

Per una società di produttori di merci, il cui rapporto di produzione generalmente sociale consiste nell'essere in rapporto coi propri prodotti in quanto sono merci, e dunque valori, e nel riferire i propri lavori privati l'uno all'altro in questa forma oggettiva come eguale lavoro umano, il cristianesimo col suo culto dell'uomo astratto, e in ispecie nel suo svolgimento borghese, nel protestantesimo, deismo, ecc., è la forma di religione piu corrispondente. Nei modi di produzione della vecchia Asia e dell'antichità classica, ecc., la trasformazione del prodotto in merce, e quindi l'esistenza dell'uomo come produttore di merci, rappresenta una parte subordinata, che pure diventa tanto píú importante, quanto più le comunita s'addentrano nello stadio del loro tramonto. Popolí commerciali veri e proprì esistono., solo negli intermondi del mondo antico, come gli dèi di Epicuro, o come gli ebrei nei pori della società polacca.

Quegli antichi organismi sociali di produzione sono straordinariamente più semplici e più trasparenti dell'organismo borghese, ma poggiano o sulla immaturità dell'uomo individuale, che ancora non s'è distaccato dal cordone ombelicale del legame naturale di specie con altri uomini, oppure su rapporti immediati di padronanza e di servitù. Sono il portato di un basso grado di svolgimento delle forze produttive del lavoro, e di rapporti fra gli uomini chiusi entro il processo materiale di generazione della vita, e quindì fra loro stessi, e fra loro e la natura: rapporti che sono ancora impacciati, in corrispondenza a quel basso grado di svolgimento. Tale impaccio reale si rispecchia idealmente nelle antiche religioni naturali ed etniche. Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, soltanto quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno per giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura. La figura del processo vitale sociale, cioè del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano. Tuttavia, affinché ciò avvenga si richiede un fondamento materiale della società, ossia una serie di condizioni materiali di esistenza che a loro volta sono il prodotto naturale originario della storia di uno svolgimento lungo e tormentoso.




 

Marx precisa che organismi sociali più semplici e più antichi di quello capitalistico sono appunto più semplici perché sono ancora invischiati nei rapporti naturali di specie. E dunque non hanno nulla a che fare con quella produzione forte ed accelerata che sarà possibile solo con il modo capitalistico di produzione. La completa razionalizzazione dei rapporti di produzione sarà possibile solo con il superamento del capitalismo, ma tale superamento è appunto condizionato da condizioni materiali di esistenza che il capitalismo renderà possibili. Tale funzione progressiva del capitalismo è ancora in divenire ? O si è del tutto esaurita ?

 

 

 

 

 

 


7 maggio 2008

Marx ed un abbozzo di modello socialista

 Immaginiamoci in fine, per cambiare, un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale. Qui si ripetono tutte le determinazioni del lavoro di Robinson, però socialmente invece che individualmente. Tutti i prodotti di Robinson erano sua produzione esclusivamente personale, e quindi oggetti d'uso, immediatamente per lui. La produzione complessiva dell'associazione è una produzione sociale. Una parte, serve a sua volta da mezzo di produzione, Rimane sociale. Ma un'altra parte viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri dell'associazione. Quindi deve essere distribuita fra di essi. Il genere di tale distribuzione varierà col variare del genere particolare dello stesso organismo sociale di produzione e del corrispondente livello storico di sviluppo dei produttori. Solo per mantenere il parallelo con la produzione delle merci presupponiamo che la partecipazione di ogni produttore ai mezzi di sussistenza sia determinata dal suo tempo di lavoro. Quindi il tempo di lavoro rappresenterebbe una doppia parte. La sua distribuzione. compiuta socialmente secondo un piano, regola l'esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni. D'altra parte, il tempo di lavoro serve allo stesso tempo come misura della partecipazione individuale del produttore al lavoro in comune, e quindi anche alla parte della produzione comune consumabile individualmente. Le relazioni sociali degli uomini coi loro lavori e con i prodotti del loro lavoro rimangono qui semplici e trasparenti tanto nella produzione quanto nella distribuzione.




Marx qui esemplifica un modello socialista e non comunista, in quanto il criterio di distribuzione è il tempo di lavoro e non il bisogno.

Come si può vedere una struttura del genere per Marx è trasparente, mentre quella mediata dal mercato non lo è. Il mercato per Marx  è uno strumento di informazione fuorviante. Un principio di opacità. Ciò non vuol dire che un marxista debba essere contro il mercato a priori, ma deve conoscerne i limiti e non pensare che sia uno strumento efficace di allocazione delle risorse.

 

 

 

 

 


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