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2 agosto 2008

Bush l'Africano

 

«Africa Endeavor» (Sforzo dell'Africa): così è denominata l'esercitazione militare conclusasi ieri in Nigeria, sotto il comando del generale della U.S. Air Force, David A. Cotton. Vi hanno partecipato 21 paesi africani (Nigeria, Benin, Botswana, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Capo Verde, Ciad, Gabon, Gambia, Ghana, Kenya, Lesotho, Malawi, Mali, Namibia, Ruanda, Senegal, Sierra Leone, Uganda e Zambia), più la Svezia. Per una settimana, oltre 200 militari africani sono stati addestrati all'uso del C3IS - il sistema statunitense di comando, controllo, comunicazioni e informazioni - così da rendere possibile «l'integrazione e l'interoperabilità» tra le forze armate dei paesi partecipanti. In realtà, attraverso attività come lo «Sforzo dell'Africa», il Pentagono si sforza di portare sotto il proprio comando il maggior numero di eserciti africani.
Fervono infatti i preparativi per il varo ufficiale, previsto per il 1° ottobre, del nuovo comando statunitense unificato, il Comando Africa (AfriCom). La sua «area di responsabilità» comprenderà 53 paesi africani: quasi l'intero continente che, nella geografia del Pentagono, è oggi diviso tra Comando europeo, Comando del Pacifico e Comando centrale (la cui «area di responsabilità» comprende, oltre al Medioriente, il Corno d'Africa, Sudan ed Egitto). Solo l'Egitto resterà sotto il Comando centrale. L'AfriCom, che ha cominciato a operare nell'ottobre 2007 quale sub-comando di quello europeo, è «ancora nella sua infanzia», ma il Pentagono lo sta facendo crescere rapidamente attraverso una intensa attività.
Scopo dichiarato dell'AfriCom non è quello di aumentare la presenza militare Usa nel continente, finora limitata a una task force per il Corno d'Africa dislocata in una base a Gibuti, ma di «sviluppare nei nostri partner la capacità di affrontare le sfide per la sicurezza dell'Africa». Per questo il nuovo comando si concentra nell'addestramento di militari africani, nel quale gli Stati uniti sono da tempo impegnati. Tale attività è particolarmente intensa nell'Africa occidentale. Essa si svolge nel quadro della operazione «Africa Partnership Station», che prevede la dislocazione di navi da guerra lungo le coste dell'Africa occidentale, con a bordo personale militare anche di altri paesi (finora Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo).
Nei primi sette mesi dell'operazione, iniziata nel novembre dell'anno scorso, sono stati visitati 19 porti in 10 paesi e addestrati 1.500 militari. Il Pentagono non esclude comunque la possibilità che vengano dislocate altre basi Usa in Africa, garantendo però che ciò avverrà «in pieno accordo con i paesi ospiti». In Ghana una squadra di tecnici, inviata dal comando di Napoli delle forze navali Usa, ha effettuato una prospezione idrografica del porto di Tema nel quadro di un programma mirante a «migliorare la sicurezza marittima in tutto il golfo di Guinea». In Liberia sono arrivati i Seabees, i battaglioni della U.S. Navy addetti alla costruzione di basi, formalmente per «restaurare due ospedali, dotandoli di elettricità e acqua corrente». L'«aiuto umanitario» è infatti uno dei compiti dell'AfriCom, nel quadro della crescente militarizzazione degli aiuti statunitensi all'estero: circa un quarto passa oggi attraverso il Pentagono.
Perché l'Africa occidentale sia così importante emerge da un comunicato della marina Usa: «Il 15% del petrolio importato dagli Stati uniti proviene dal golfo di Guinea, regione ricca anche di altre risorse: nostro scopo è quindi stabilire un ambiente marittimo sicuro per permettere a tali risorse di raggiungere il mercato». Secondo le proiezioni, entro il 2015 questa regione fornirà il 25% del petrolio importato dagli Usa. Gli interessi in gioco sono enormi: in Nigeria, maggiore produttore petrolifero dell'Africa, il 95% della produzione è in mano a poche multinazionali, tra cui la Shell che ne controlla oltre metà. Lo stesso avviene in Ciad il cui petrolio, esportato attraverso un oleodotto che attraversa il Camerun, è controllato da un consorzio internazionale capeggiato dalla ExxonMobil. Tale dominio viene però ora messo in pericolo dalla ribellione (anche armata) delle popolazioni e dalla concorrenza cinese. Da qui il piano del Pentagono di rafforzare la presenza militare statunitense e alleata in questa regione. Non a caso l'esercitazione Steadfast Jaguar, con cui la «Forza di risposta della Nato» ha raggiunto nel giugno 2006 la piena capacità operativa, si è svolta a Capo Verde in Africa occidentale.
Non tutto però va come vorrebbero al Pentagono. Inizialmente era previsto che il quartier generale dell'AfriCom, attualmente situato a Stoccarda, avrebbe dovuto essere dislocato in Africa a partire dall'ottobre di quest'anno. Il governo sudafricano si è però opposto, riuscendo a far adottare tale posizione alla Sadc, la comunità per lo sviluppo di cui fanno parte 14 paesi della subregione. Anche altri paesi (Libia, Marocco, Algeria, Senegal) si sono detti contrari. Lo smacco più grave, per il Pentagono, è venuto dalla Nigeria, che non solo si è rifiutata di ospitare il quartier generale, ma si è detta contraria alla sua installazione in qualsiasi altro paese dell'Africa occidentale. Solo la Liberia ha dato la disponibilità. Per il momento dunque il quartier generale dell'AfriCom, il cui personale dovrebbe essere aumentato da 350 a circa 1.200, resterà a Stoccarda. Il Pentagono non rinuncia però al piano di dislocarlo direttamente in Africa. A tale fine sta lavorando con vari strumenti (compresi sicuramente i servizi segreti) per portare dalla propria parte le élite militari africane.
Siamo dunque di fronte a una crescente penetrazione militare statunitense in Africa, mirante al controllo soprattutto di aree strategiche, come il Corno d'Africa all'imboccatura del Mar Rosso, e di aree ricche di petrolio e altre risorse, come l'Africa occidentale. Questa politica di stampo coloniale sarà tra non molto attuata direttamente dal Comando Africa che, per controllare tali aree, farà ancor più leva sulle élite militari, minando i processi di democratizzazione, provocando altre guerre e facendo aumentare le spese militari di quei paesi con gravi conseguenze per le popolazioni già impoverite.
Merita qui ricordare che, durante la tratta degli schiavi, fu proprio dalla regione guineana che venne deportato il maggior numero di giovani uomini e donne, costretti a lavorare nelle colonie americane delle potenze europee. Nel XIX secolo questa regione fu soggetta all'occupazione coloniale europea: Francia, Gran Bretagna e Portogallo si spartirono il territorio, sottoponendolo alla rapina sistematica delle risorse. Gli stati della regione conquistarono l'indipendenza tra il 1958 e il 1975. Non è terminata però la loro dipendenza dalle potenze ex coloniali e da altre grandi potenze, che non hanno mai cessato di interferire nella loro economia e nella loro politica. La lotta per il controllo delle ricche risorse della regione ha provocato una grande instabilità politica: colpi di stato, guerre civili, assassini di esponenti politici, secessioni, dittature basate sulla corruzione e sulla violenza. Per l'Africa, il «lungo cammino verso la libertà», di cui parla Nelson Mandela nell'autobiografia, non è ancora terminato.

(Manlio Dinucci)

Francia, Cina, Stati uniti... Al business della sicurezza in Africa sono in molti ad attingere, in modo diretto o indiretto. È rientrata in campo anche la Russia, pallido erede della passata «guerra fredda» con gli Usa di stampo novecentesco, che ha imprese attive nel settore minerario dall' Angola al Sudafrica. Nel continente, l'unico settore che mostra continuità con il passato sovietico è quello della vendita delle armi. I vecchi arsenali rimasti sul continente e gli enormi serbatoi in dismissione dagli ex paesi satelliti dell'Urss, vengono immessi in un mercato mai saturo. La spesa per le armi è sempre consistente in Africa e i paesi dell'ex-Patto di Varsavia sono pronti a fornirne attraverso i mediatori giusti.
Sul continente africano, sono almeno un centinaio le imprese di sicurezza di vario genere, prevalentemente deputate a proteggere gli interessi delle grandi multinazionali nell'estrazione del greggio o nel traffico di diamanti. Un esercito di «magager della sicurezza» che forniscono materiale, uomini e consulenze militari private. Un business che prolifera accanto al commercio «ufficiale» di armi da parte delgli stati e alimenta la vendita delle armi private. Un intreccio di interessi in cui mettono le mani, a vario titolo, tutte le potenze che mirano alle risorse dell'area.
Così, se Israele interviene direttamente nel Mar Rosso, in altre aree dell'Africa - dove è presente nei circuiti di smercio dei diamanti dell'Africa australe e della Sierra Leone - assume un ruolo di «subcontractor» degli Stati uniti ai quali fornisce mercenari e servizi di sicurezza nelle situazioni in cui gli Usa non intendono figurare direttamente. Il business delle armi e della sicurezza prospera per le grandi potenze come Italia o Gran Bretagna anche per vie indirette, attraverso la delega ad alcuni paesi africani a cui vengono forniti velivoli e materiali, e nella tendenza a premere per l'invio di truppe di «interposizione» (con relativo indotto) nei luoghi dei conflitti. Come nel caso dell'Italia alla Libia. Nella fascia del Sahel, anche Iran e Arabia saudita forniscono consulenza militare alle varie fazioni in lotta. In Somalia, né la guerra civile, né i pirati che infestano le coste hanno dissuaso le società petrolifere dall'investire in loco. Presenti soprattutto i cinesi, che hanno negoziato col governo di transizione l'esplorazione della regione del Muddug, a 500 km a nord di mogadiscio a tassi agevolati e assicurando la sicurezza. Il gigante cinese - secondo produttore di petrolio al mondo e grande acquirente in Africa -, è intervenuto a scompaginare i giochi di Francia e Usa anche nel mercato delle armi e della sicurezza. E però, archiviata la logica novecentesca del mondo diviso in due blocchi, gli interessi confliggenti delle grandi potenze assumono portata diversa nell'arena del mercato globale, dove può ritrovarsi una comunanza di interessi. Così, se la Cina cerca rame o cobalto in Africa ed entra in conflitto con gli Stati uniti, capita anche che diventi un «subcontractor» per le multinazionali Usa che producono direttamente in Cina, magari usando quello stesso cobalto.

(Geraldina Colotti)


23 luglio 2008

Così l'Africa sforna mostri

 

Una volta si era soliti dire: «Dall'Africa sempre qualcosa di nuovo». Le ultime novità hanno però un sapore stantio di antico. Stando agli indizi che trasmette la grande politica, l'Africa produce «mostri». L'unico caso singolo, salvo errore, su cui il vertice dei G8 si è dilungato è stato Zimbabwe. Nessun altro regime autoritario ha meritato la censura delle potenze. Ora è intervenuta anche la giustizia. Dopo le inchieste e i procedimenti, sia pure in consessi diversi, su Ruanda, Sierra Leone, Liberia e Congo, la Corte penale internazionale, silente o impotente in tante altre fattispecie criminogene, ha chiamato alla sbarra Omar al-Bashir, presidente del Sudan.
Al di là delle verità e delle mezze verità sui suoi progressi, l'Africa è ancora teatro di situazioni critiche. I processi di democratizzazione sono difficili e pieni di contraddizioni. La guerra è uno strumento corrente di politica. Vulnerabile e senza coperture, l'Africa paga tutto: così debole da aggiungere la sua voce alle condanne per non essere delegittimata in toto. L'incriminazione di Bashir è un brutto colpo per i tentativi dell'Unione africana di gestire in proprio l'emergenza in Darfur inseguendo una riconciliazione che diventa sempre più aleatoria. La giustizia, si sa, non è tenuta, se è giustizia, a osservare i tempi della politica.
Un eventuale processo contro il capo dello stato in carica stride intanto con i tentativi già stentati per allestire un corpo delle Nazioni unite che, integrando i reparti forniti dall'Ua, avrebbe dovuto porre un freno alle violenze nel Darfur. Per molto tempo si è deprecato che l'opposizione dei soliti «riluttanti» impedisse una risoluzione. Poi, quando la risoluzione è stata adottata dal Consiglio si sicurezza, addirittura un anno fa (con presidenza cinese), gli stati non-africani che dovevano fornire truppe, logistica e fondi hanno cominciato a tirarsi indietro dando qualche alibi all'ostruzionismo del governo sudanese. Forse si è perso troppo tempo a perseguire una soluzione militare o para-militare anche da parte dell'Onu. Forse la politica ha esaurito le sue chances o non è interessata a risolvere i «buchi neri» in periferia visto che possono essere strumentalizzati per finalità che nulla hanno a che vedere con la democrazia, la pace e lo sviluppo.
Nel Darfur c'è un'insorgenza provocata da cause remote come l'esercizio della sovranità, l'etnia (non la religione), il controllo delle risorse e da cause più contingenti che si riallacciano agli assetti di un paese instabile come pochi. La contro-insorgenza si è fatta più accanita mentre si stava chiudendo il conflitto «storico» fra nord e sud. Di per sé il Darfur è parte del nord ma è una sezione marginale, fuori dell'asse del Nilo su cui si è costituito lo stato sudanese, e ha vissuto quasi sempre in una condizione di irrequietezza e turbolenza. Bashir non voleva perdere anche su questo fronte? I ribelli hanno sperato di strappare concessioni simili a quelle date ai sudisti? Sullo sfondo, accanto al grado maggiore o minore di autonomia delle regioni «esterne» rispetto a Khartoum, hanno giocato fattori come la desertificazione, la sedentarizzazione dei nomadi, la dislocazione di popolazioni verso terre migliori. Che un processo così complesso sia destinato a essere aggravato da una gestione autoritaria e cruenta del potere è sicuro, ma è a dir poco improbabile che possano avere un esito migliore le interferenze dall'esterno, operazioni militari con mezzi pesanti, atti d'imperio decretati a distanza da forze che hanno altre mire.
Il paradosso della politica e della giustizia internazionale, ma anche delle reazioni a livello di media e opinione pubblica, è che si sanzionano più gli abusi commessi all'interno che non le aggressioni e occupazioni di territori di altri stati. È come se la guerra fra stati o contro uno stato (purché nella direzione centro-periferia) sia malgrado tutto una soluzione accettata o accettabile. Tutti diventano implacabili non solo davanti alle discriminazioni o alle violazioni dei diritti dell'uomo o delle minoranze ma anche alla repressione di un movimento di insubordinazione o di una rivolta aperta. Va tenuto presente ovviamente, per realismo, il doppio standard che beneficia le potenze al vertice del sistema, garantiti loro e i loro protetti da una sostanziale impunità a prescindere dalle loro trasgressioni, e che penalizza i paesi minori, per non parlare dei paesi che a torto o a ragione sono iscritti nella «lista nera». Il Sudan figura da anni fra i «cattivi» perché ha un governo che ha praticato l'integralismo islamico ma alla fine soprattutto perché occupa una posizione nevralgica sul confine della barriera di contenimento dell'islam politico. È un dato di fatto tuttavia che la Cecenia, il Tibet e appunto il Darfur colpiscono l'attenzione - oltre che la macchina farraginosa dell'azione internazionale - come non avviene per l'Iraq o l'Afghanistan o la Palestina. Anche in Africa, d'altronde, l'Etiopia ha potuto portare a termine e continuare quasi inosservata la sua invasione della Somalia.
A peggiorare la pagella del non innocente presidente Bashir ci sono le tanto propagandate buone relazioni fra Cina e Sudan. Il Sudan è uno dei paesi in cui la Cina è andata a cercarsi energia e altre risorse, compresa terra coltivabile. È penetrata sfruttando il vuoto lasciato dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, con il conseguente ritiro delle imprese americane e occidentali. La Cina non ha invaso il Darfur, non occupa il Darfur, non combatte nel Darfur. Da sola, non può risolvere la questione del Darfur anche se ha inviato e invia armi al Sudan aggirando i moniti dell'Onu. Nonostante il principio molto caro a Pechino della non-ingerenza, Pechino ha richiamato con durezza il governo sudanese a moderare la sua linea repressiva e ha aperto un canale privilegiato con Juba (il governo delle province del sud). Di più, da qualche tempo il governo cinese sta valutando se i vantaggi che si è guadagnato in Sudan valgano la perdita di immagine che ne è derivata.

(Giampaolo Calchi Novati)


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