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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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26 marzo 2012

I paesi orientali hanno obbedito al Fondo monetario internazionale?

Come e più di Roubini, Stephen Roach era uno di coloro che in tempi non sospetti (nel 2004-2005) prevedeva una crisi economica legata all’insufficiente domanda aggregata. Sembra dunque strano vederlo tra i sostenitori dell’austerità se non si pensasse che, essendo Presidente di Morgan Stanley, non abbia tutto l’interesse dei creditori degli Stati sovrani a che questi ultimi assicurino il pagamento del debito pubblico (Morgan Stanley era creditore fino a Febbraio di quest’anno dello Stato italiano per 6,268 miliardi di dollari, scesi a 2,887). La sua tesi è che, nel caso dei paesi dell’Estremo Oriente, la crisi sarebbe stata superata con l’austerity ed egli si spinge anche a dire che il problema è che, mentre tali paesi si sono adattati alle misure imposte dall’FMI, i paesi economicamente più forti tendono a fare orecchie da mercanti.

 

 

Nel dettaglio Roach afferma che “Nel 1998, durante i momenti più acuti della crisi asiatica, la produzione aggregata nei cosiddetti paesi dell’ASEAN 5 – Indonesia, Malesia, Filippine, Tailandia e Vietnam – diminuì bruscamente dell’8,3%. Il PIL reale della Corea del Sud, a lungo considerata la favorita tra le nuove economie industrializzate, subì una contrazione del 5,7% nello stesso anno. Ma in seguito, subentrarono le severe condizioni imposte dai piani di salvataggio dell’FMI e dai programmi di aggiustamento, ovvero la dose di austerità che l’Asia si trovò a dover subire. In risposta a ciò, i bilanci di conto corrente, il tallone di Achille del cosiddetto miracolo della crescita dell’Asia dell’est, passarono dal deficit al surplus. Per i paesi dell’ASEAN 5, i deficit di conto corrente pari ad una media del 4% del PIL nel 1996-97 salirono rapidamente al 6,8% del PIL nel 1998-99. Una trasformazione simile si verificò anche nella Corea del Sud dove un deficit di conto corrente pari al 2,8% nel 1996-97 divenne un surplus dell’8,6% nel 1998-99.

Da allora, la regione non è mai tornata indietro. Nel giro di due anni, gran parte delle economie asiatiche in crisi recuperarono i livelli precedenti, mentre l’effetto rebound non fu affatto temporaneo. A partire dal 1999, i paesi dell’ASEAN 5 diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del PIL pari al 5% su base annuale (5,5% nella Corea del Sud nello stesso periodo). In breve, non ci sono stati effetti negativi duraturi derivanti dalla dose di austerità a breve termine, e, nella misura in cui l’austerità si è rivelata essenziale per la guarigione post-crisi, i benefici a lungo termine si sono dimostrati non solo durevoli ma anche sbalorditivi. Ci sono tre lezioni da imparare. Innanzitutto non c’è guadagno senza sofferenza.”. Sintetizzando, Roach sostiene che la crisi nel suo momento più duro si manifestò nel 1998, ma, dopo una breve austerity imposta dai programmi di aggiustamento del FMI, a partire dal 1999, i paesi dell’Asean diedero il via ad un’ondata decennale di crescita media del Pil pari al 5% su base annuale. Su questa ricostruzione vanno fatte le seguenti osservazioni critiche:

1.      Se le fonti della redazione dell’Economist non sono eccessivamente imprecise, va detto che la crisi non ha avuto per i paesi dell’Asean una dimensione temporale così circoscritta o che quanto meno l’articolazione di essa è stata ben più complessa e differenziata di quella descritta da Roach. Leggendo i dati si può addirittura supporre che le terapie utilizzate hanno approfondito la crisi o che essa sia stata risolta in tutt’altro modo.

2.      Ad es. se si guarda la Thailandia il picco dell’indice di sviluppo umano si è avuto nel 1998 (83,8) per poi crollare nel 2000 (74,5) e risalire (senza mai riprendersi del tutto dal crollo) nel 2008 (78,6). La crescita del Pil è scesa dal 9,4 del decennio 1986-1996 al 2,7 del decennio 1996-2006, il Pil pro-capite PPA è sceso da 25 del 1996 a 17,4 del 2009. La disoccupazione è salita dallo 0,9 del 1998 al 2,6 del 2005 per ridiscendere all’1,2 del 2008. Dunque per ciò che riguarda la Thailandia il culmine della crisi è stato ben oltre il 1999 e gli effetti della crisi non sono mai stati assorbiti del tutto, nonostante (o a causa di) la riduzione della spesa pubblica (la percentuale congiunta delle spese sanitarie e scolastiche è scesa dal 10,8% del Pil del 2000 all’8,9% del 2009. Il risultato è stato l’abbassamento del tasso di alfabetizzazione dal 95,5% del 2001 al 93,5% del 2009, l’aumento del tasso di mortalità dal 6,2 per mille del 2001 al 9,1 per mille del 2009. Se questo per voi è superamento della crisi grazie all’austerità, non so umanamente che dirvi.

3.      L’Indonesia invece sembra non essere stata eccessivamente toccata dalla crisi : il dato più eclatante è stato l’abbassamento del Pil pro capite PPA da 12 del 1996 al 6,5 del 2000 per poi risalire a 9,2 del 2003, per non parlare della disoccupazione che è salita dal 4% del 1998 all’8,4% del 2009.  Tuttavia gli indicatori sociali sono stati in regolare miglioramento: l’indice di sviluppo umano è passato da 64 del 1996 a 73,4 del 2009, la vita media degli uomini da 63 a 70,2, la percentuale di alfabetizzati dall’85% al 92%, il tasso di mortalità è sceso da 7,6 del 1996 a 6,3 del 2009. Come mai tutto ciò? Forse perché l’austerità non è stata così cruenta: i consumi collettivi sono scesi in percentuale nel 1998 e nel 2000, ma poi sono risaliti agli stessi valori, mentre i consumi delle famiglie sono saliti in percentuale sul Pil dal 56,5% del Pil nel 1996 al  63% del 2009 (con un picco del 72,5% nel 2000), con una corrispondente diminuzione degli investimenti dal 34% al 28% . Infine la percentuale complessiva sul Pil della spesa sanitaria e scolastica è salita dal 3% al 6%. Dunque né fortissima crisi, né austerità alla base del piuttosto regolare andamento dell’economia indonesiana.

4.      Per quanto riguarda la Corea la storia è simile a quella dell’Indonesia :  l’indice di sviluppo umano è sceso da 88 del 1996 a 85,4 del 2000 per poi risalire a 93,7 del 2009, il tasso di crescita del Pil è sceso dall’8,8 del decennio 1985-1994 al  4% del decennio 1997-2006 per poi risalire al 4,7% del decennio 1999-2008 (dunque con una tempistica molto più dilatata di quella descritta da Roach e senza un completo recupero delle posizioni perdute). La disoccupazione è salita dal 2% del 1998 al 6,3% del 2000 per poi ridiscendere al 3,2% del 2008. Il movimento sindacale  ha subito in questo decennio dure sconfitte. Eppure alcuni indicatori sociali non hanno subito diminuzioni a seguito della crisi, né la speranza di vita, né il tasso di alfabetizzazione, mentre il tasso di mortalità (tranne un picco nel 2009) è diminuito dal 6,3% del 1996 al 5,5% del 2008. Inoltre i consumi delle famiglie sono aumentati in percentuale sul Pil dal 53,8% del 1996 al 59,1% del 2003 per poi scendere al 52,6% del 2006 e risalire al 55% del 2009. I consumi collettivi sono invece saliti con regolarità dal 10,6% del 1996 al 16% del 2010. Complessivamente i consumi sono saliti con regolarità dal 64,4% del 1996 al 70% del 2010, mentre gli investimenti sono diminuiti dal 36% del 1996 al 26% del 2010. Infine la spesa sanitaria è salita dal 5,1% del 2000 al 6,5% del 2010, mentre la spesa per l’istruzione è salita dal 3,7% del 2000 al 4,9% del 2009. Anche nel caso della Corea dunque (nonostante le non trascurabili sconfitte del movimento sindacale) l’uscita dalla crisi è passata non con l’accettazione del liberismo sfrenato ma con l’aumento della spesa pubblica che ha in parte compensato l’indebolimento strategico dei sindacati.

5.      La Malesia e il Vietnam hanno invece meglio rispettato il rozzo modello esplicativo di Roach. Entrambi i paesi hanno avuto una flessione del tasso di crescita che hanno affrontato riducendo la percentuale dei consumi sul Pil rispettivamente dal 63,1% al 53,2% e dall’ 84% al 69,2%. E tuttavia la loro spesa sanitaria è salita rispettivamente dal 2,5% del 2000 al 9,8% del 2009 e dal 4,8 % del 2001 al 7,2% del 2010, mentre quella dell’istruzione è salita dal 4,9% del 2000 al 7,9% del 2009 e dal 3% del 2001 al 5,3% del 2010. Dunque anche qui la situazione non è così riconducibile a quello dell’austerità risolutrice dei problemi che ci vogliono far passare per buona.

6.      Infine le Filippine: quale sia stata la natura e la durata della crisi, quali le soluzioni apportate, tutto ciò non ha avuto alcuna rilevanza. La situazione economica è rimasta inalterata, quasi cristallizzata.

7.      Un altro particolare: anche l’indicatore dell’indice di libertà economica per quanto riguarda i suddetti paesi non è cambiato molto, pure se il parametro utilizzato dalle nostre fonti è cambiato nel frattempo ; comunque per quanto riguarda la Thailandia è salito da 2,20 del 2000 a 2,99 del 2005, mentre per l’Indonesia è salito da 3,55 a 3,71, per la Malesia è sceso da 3 a 2,98, per la Corea è salito da 2,25 a 2,63 e per il Vietnam è sceso da 4,10 a 3,89. E comunque i valori di partenza e quelli di arrivo sono molto dissimili da quelli dei paesi europei (si ricordi che più è alto l’indice, minore è la libertà economica). Dunque l’indice è peggiorato dal 2000 al 2005 : altro che sottomissione alle indicazioni dell’FMI !!

8.       Concludendo non vi è ragione di condividere l’approccio superficiale di Roach nell’analisi di quel periodo storico e di quella crisi. Quest’ultima in più di un caso non è passata del tutto e, laddove sia stata superata, ciò è spesso coinciso con l’aumento della spesa sanitaria e dell’istruzione e con una diminuzione degli investimenti. L’ideologia dell’austerità è forse solo un tentativo velleitario di mischiare le carte in tavola.




28 novembre 2011

Lettera alla Cgil : cosa dovremmo fare ?

Di fronte a questo continuo esercizio della lotta di classe da parte del capitale e dell’irrazionalità collettiva di governi e di estese parti dell’opinione pubblica, un sindacato come la Cgil deve comunque essere consapevole di stare di fronte a scelte che riguardano non solo l’interesse dei lavoratori, ma la sua stessa sopravvivenza come organizzazione. Gli scioperi e le iniziative scadenzate dal nostro gruppo dirigente nazionale non possono bastare. Sono anni che la Cgil svolge opera di supplenza politica con una opposizione che considerare “di sua maestà” è ormai indice di ottimismo. Ebbene, purtroppo tale opera di supplenza non va solo continuata ma radicalizzata, dal momento che la crisi della sinistra politica è irreversibile ed il suo comportamento di fronte a questa crisi è stata la dimostrazione di una soggettività politica oramai in coma: si va dall’incubo (propagandato per sogno) di un governo tecnico di unità nazionale con Fini e Casini all’inseguimento dei ciclisti del giro della Padania.

 

 

In questo momento l’opposizione considera Berlusconi come uno dei fattori causali più rilevante dell’attacco speculativo verso l’Italia. Tenendo presenti le componenti emotive ed irrazionali dei mercati finanziari, potremmo pensare che le dimissioni di Berlusconi, oltre ad essere un evento positivo in sé, darebbero un po’ di respiro allo spread tra titoli del debito. Tuttavia in questo contesto la sua caduta è il prodromo di una situazione peggiore: quella di un governo di centro e/o tecnico che, comprendendo il Pd, attuerebbe una politica deflazionista in maniera più conseguente, avendo probabilmente il consenso anche della Cgil. In altre parole la politica deflazionista associata al consenso sociale sarebbe la condizione imprescindibile perché i mercati finanziari, invece di tenere costantemente in apnea il paese, gli consentirebbero di tenere la testa fuor d’acqua per qualche minuto. Il fatto che il Pd, sia pure con uno stile apparentemente diverso, sia il garante di politiche economiche autoritarie e di classe, è dato già dal fatto che non abbia per nulla discusso il metodo autocratico della BCE che ha minacciato di non sottoscrivere i titoli del debito pubblico in scadenza (applicando il famigerato art. 101 del Trattato europeo). Tale ricatto è stato il mezzo con cui la BCE ha imposto la politica economica ad uno Stato sovrano, al di fuori di ogni dettato della carta costitutiva della UE. Il fatto che il Pd si sia affrettato a criticare Berlusconi, senza congiuntamente criticare il comportamento della BCE la dice lunga sul fatto che il Pd ormai è un partito di centro che ha completamente cancellato tutto ciò che ancora aveva della tradizione di sinistra. Di questo la Cgil deve prendere atto e rendere definitiva e compiuta la sua autonomia politica. Perché ciò si realizzi non bastano dichiarazioni o asserzioni del fatto che tale autonomia già sussista. Ci vuole una dichiarazione programmatica in cui il vero e proprio interlocutore politico del sindacato in questa congiuntura non è il governo Berlusconi, ma è l’Unione Europea.

In sintesi si tratterebbe di rendere una grande piazza italiana come piazza Tienanmen ed occuparla ad oltranza. Sarebbe l’unico atto a non avere una valenza meramente ritualistica. Opzioni più diplomatiche (a meno che non si tratti di una serie di scioperi serrati) non fermerebbero i nostri interlocutori e quindi non fermerebbero l’ulteriore esproprio dei lavoratori e l’indebolimento decisivo della nostra organizzazione, che da questo momento in poi rischia di diventare in modo definitivo subalterna a Cisl e Uil. Questo senza volere enfatizzare le conseguenze catastrofiche di una politica restrittiva così cruenta: il decadimento definitivo del meridione d’Italia, lo scollamento dell’unità nazionale, il potenziamento di organizzazioni criminali e malavitose che potrebbero anche tentare di farsi rappresentare direttamente nella scena politica, la desertificazione di intere aree produttive, l’emigrazione di frange crescenti di giovani in percentuali ben maggiori di quelle attuali.

Come già detto, la Cgil si trova di fronte a scelte veramente epocali. Nel 1992 essa scelse di avallare una politica dei redditi deflazionista e tale politica ha comportato lo spostamento di quote del Pil dal salario ai profitti. Tale politica è stata anche il presupposto da un lato per porre i fondamenti della crisi che si sta evidenziando ora e, d’altro canto, per la salita al potere del populismo mediatico e reazionario di una delle classi dirigenti più vergognose della storia di questo paese, classe dirigente il cui metodo di lavoro ha con una facilità sorprendente contaminato intere schiere di gruppi dirigenti di partiti e sindacati di opposizione, che faticano a distinguersi da coloro a cui si oppongono. Una scelta che confermi l’indirizzo deflazionistico della nostra politica economica avrebbe conseguenze ancora più scellerate e farebbe ulteriormente degenerare la tempra morale di un’organizzazione che ha bisogno di ben altro che non l’entrata in sonno in qualche ente bilaterale. La ratifica della firma dell’accordo interconfederale non fa ben sperare, in quanto vincola al ribasso e sul piano angustamente nazionale gli obiettivi dell’organizzazione, sia per quanto riguarda le alleanze, sia per quanto riguarda gli interlocutori. Se è così, la nostra decadenza è ufficialmente iniziata, per quanto qualcuno potrebbe obiettare che abbiamo spostato questo inizio troppo in avanti.

 


22 novembre 2011

Lettera alla Cgil : esiti possibili

Gli esiti possibili di questa vicenda sono comunque due: o più probabilmente la Germania riesce nuovamente ad imporre un Europa a due velocità, con i paesi mediterranei che escono temporaneamente dall’euro, oppure la Francia, minacciata dal default italiano, costringe la Germania a cambiare politica o ad uscire dall’euro ed a correre per conto suo. Per Fumagalli, essendo Spagna ed Italia too big to fail, il default è quasi impossibile nonostante la stampa emergenziale e i mercati finanziari continuino ad ipotizzarlo. Addirittura si ipotizza che sia necessario il default per rompere il circuito della speculazione finanziaria, ma questa al massimo può essere la minaccia di un governo che voglia fare una manovra espansiva di fronte ad una BCE che voglia imporre una manovra restrittiva. Il default circoscritto a pochi Stati, come quelli delle periferia meridionale, porterebbe alla creazione di una moneta nazionale svalutata al 30-60% ed a un aumento molto forte dei costi delle importazioni (soprattutto di quelli non così elastici delle risorse energetiche), con una drastica diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.

 

 

Nel caso di eventuale default o di sganciamento dall’euro (che dobbiamo comunque prendere in seria considerazione soprattutto se la politica deflazionista ci fa avvitare in un circolo vizioso), in Italia si potrebbe pensare ad uno Stato che restituisca in primo luogo il debito sino ad una certa cifra oppure restituisca il debito prioritariamente  ai cittadini ed alle famiglie di questo Stato (che assommano al 14% dei creditori, secondo la valutazione di Luciano Vasapollo). Inoltre, più che rifugiarsi in una sorta di protezionismo a livello nazionale, sarebbe il caso di esplorare la possibilità (ventilata in Italia dall’economista Bruno Amoroso) di formare con gli altri Stati del sud dell’Europa un’area monetaria comune grazie alla quale resistere maggiormente agli effetti negativi dell’eventuale sganciamento dall’euro (la prima cosa da fare in tale contesto sarebbe quella di vincolare maggiormente la mobilità dei capitali finanziari). Ma pensiamo comunque che in Europa il default di uno Stato dia luogo immediatamente ad un processo che porterà rapidamente o alla fine dell’euro o alla riforma (e questo sarebbe l’esito più augurabile) della BCE ed alla fine dell’egemonia tedesca.

 

 


21 novembre 2011

Lettera alla Cgil : le tasse sono sempre una manovra restrittiva ?

E tuttavia non sempre l’aumento delle imposte (in un paese dove ci si diverte ad aumentare le tasse) si deve considerare come un ostacolo alla crescita. A parte il fatto che, per dire che al contrario l’abbassamento delle imposte porti ad un aumento della crescita, bisogna spesso forzare e semplificare indebitamente l’interpretazione dei dati statistici : ad es. in un indagine di Daveri alla Bocconi si vede che, ad una riduzione media in percentuale delle imposte dei paesi Ocse del 2,7% (cioè quasi tre punti di percentuale sul Pil), corrisponde un aumento medio della crescita dello 0,3% del Pil (in pratica, dato 100 il Pil, dato il peso delle imposte in precedenza di 33 che diventa 30,3, l’aumento successivo del Pil è di 0,3). Perché in realtà si possa fare una valutazione seria, bisognerebbe studiare una correlazione di più lungo periodo, per verificare ad es. gli effetti sulla crescita dei cambiamenti della distribuzione del reddito a seguito della riduzione delle imposte, visto che l’impatto dell’investimento pubblico (finanziato dalle imposte) sulla crescita ha un dispiegamento di effetti molto più dilazionato nel tempo, in quanto spesso tale investimento riguarda la riproduzione della forza lavoro (formazione, salute) e cioè un processo a lungo termine. In realtà il problema è a chi si toglie e a chi si dà, come si usava prima quello che è stato tolto e come si usa dopo che è stato tolto.

Le imposte sulle rendite e sui patrimoni (con la previsione di detrazioni o deduzioni delle spese per la manutenzione e la valorizzazione del patrimonio immobiliare) sono trasferimenti che possono fare da stimolo per la crescita economica, dal momento che tali ricchezze hanno un carattere spesso improduttivo. Dal lato delle entrate è necessario dunque l’aumento del prelievo fiscale sulle rendite patrimoniali. Per quanto riguarda le rendite della ricchezza mobiliare è urgente adeguare le aliquote fisse alle medie europee pari al 20% oppure includere le rendite mobiliari nel calcolo del reddito sottomesso all’IRPEF con i conseguenti effetti di tassazione progressiva. Per quanto riguarda le rendite immobiliari secondo Antonelli è urgente il ritorno all’ICI applicato su tutto il patrimonio immobiliare, sia esso costituito da prime o seconde case. La diretta partecipazione delle amministrazioni comunali ad una quota del ricavo consentirà di coinvolgerne le superiori capacità di accertamento e ridurre l’elevata evasione fiscale.


14 novembre 2011

Lettera alla Cgil : E se l'Italia dovesse salvarsi da sola ? l'ipotesi di Fabio Petri

Per quanto riguarda quel che resta della politica economica italiana, è stato interessante il tentativo dell’economista Fabio Petri di delineare una strategia alternativa a quella deflazionista imposta dalla UE, in mancanza di una riforma della Bce (cioè nel caso l’Italia debba salvarsi da sola). Il nucleo del ragionamento di Petri è quello di attivare investimenti da parte di imprese a partecipazione pubblica, investimenti che facciano crescere il Pil senza dover aumentare il debito pubblico, in modo che produzione e redditi comincino ad aumentare in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica. Se si può successivamente aumentare la spesa pubblica (grazie alle entrate ottenute da questo aumento di produzione e redditi) ed aumentare un po’ di più il prelievo fiscale, alla fine si otterrà sia un aumento (anche se più piccolo) del Pil, sia una riduzione del deficit.

L’ideale sarebbe quello di puntare sul ricorso e lo sfruttamento di fonti alternative di energia che riducano nel medio-lungo periodo la nostra dipendenza energetica dall’estero e dunque riducano anche le importazioni rispetto all’export. Tutto questo però senza aspettare che la caduta degli indici azionari corroda in maniera irreparabile anche il patrimonio delle imprese nelle quali lo Stato abbia una partecipazione azionaria. Petri incoraggia anche a violare i vincoli di Maastricht dal momento che (come dice De Grauwe) sinora l’UE non ha esitato a salvare le Banche, ma esita e temporeggia di fronte al salvataggio degli Stati (mentre nel frattempo le difficoltà degli Stati implicano la caduta verticale delle banche). Last but not the least: il guardiano distratto della Costituzione ha caldeggiato il rifinanziamento della missione in Afghanistan. La Cgil sulla partecipazione dell’Italia alle guerre dell’Onu non ha mai fatto un’azione decisa. Mentre si tagliano diritti, servizi e salari confermiamo il nostro imbarazzante silenzio di fronte a spese che hanno un ritorno quanto meno discutibile ?

      

 


9 novembre 2011

Lettera alla Cgil : lo standard retributivo europeo (una interessante proposta di Emiliano Brancaccio)

Un'altra possibile riforma che andrebbe fatta secondo sia Brancaccio che Bruno Bosco è quella di arrivare, attraverso un accordo con la nuova amministrazione USA e con le maggiori piazze finanziarie mondiali ad un’Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie, realizzata all’interno dei singoli mercati nazionali indipendentemente dalla divisa in cui avvengono le transazioni. Questa riprenderebbe l’idea fondamentale di tassare, in misura da valutare con prudenza ma senza timori reverenziali, il controvalore degli scambi finanziari in modo da incidere prevalentemente sui contratti e sugli strumenti finanziari di più accentuato contenuto speculativo. Tale misura avrebbe la finalità di contribuire alla stabilizzazione dei mercati e di raccogliere sul territorio europeo un significativo gettito da finalizzare all’aumento del budget dell’Unione.

 

 

Tuttavia la vera e propria riforma a livello europeo è quella proposta da Emiliano Brancaccio di uno standard retributivo europeo, per il quale le retribuzioni salariali si devono collegare alla produttività del lavoro di un paese in modo che i paesi più produttivi abbiano salari più alti e si aprano maggiormente alle importazioni, favorendo il riequilibrio e le bilance commerciali dei paesi europei più deboli (oltre che alla produttività del lavoro i salari vanno poi collegati proprio alla bilancia commerciale, causando un ulteriore effetto correttivo ed equilibratore). Anche qui la Germania è un fattore frenante e non tiene conto delle possibili catastrofiche conseguenze di un suo rifiuto, avendo essa sempre basato la sua politica economica sulla relativa moderazione salariale interna (rispetto cioè alla sua produttività: nel 1996 i consumi delle famiglie rappresentavano il 57,3% del Pil mentre nel 2009 erano il 56%) e sull’economia orientata alle esportazioni.  A questo proposito Emiliano Brancaccio evidenzia come tra il 2000 ed il 2010 le retribuzioni nominali sono cresciute in Germania dell’11,5% contro il 32,4% dell’Italia, le retribuzioni reali sono cresciute in Germania dello 0,5% mentre in Italia del 4,4% ed infine il costo nominale del lavoro per unità prodotta è cresciuto del 6% in Germania e del 32,3% in Italia. 

Una riforma come lo standard retributivo europeo per avere qualche speranza di attuazione presuppone però una iniziativa sindacale coordinata appunto a livello europeo. La Cgil più che puntare all’unità del sindacato italiano deve promuovere un coordinamento con altre sigle sindacali di altre nazioni europee: l’obiettivo deve essere uno sciopero che abbia una dimensione sovranazionale. Poiché l’orizzonte temporale è breve bisogna concentrare le energie in questa direzione e mettere gli altri sindacati europei di fronte alla necessità di una scelta che sinora hanno sempre evitato. Sarebbe il caso ad es. che durante le iniziative della Cgil ci sia sempre uno striscione, grande abbastanza da essere visto anche dall’alto, che reciti “Merkel, aumenta i salari tedeschi!”.

 

 


24 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : l'esigenza di centralizzazione dei capitali

A questo proposito Emiliano Brancaccio sostiene che il debito pubblico ed il vincolo dei costi fiscali e contributivi (così come dei costi salariali) dovrebbe piuttosto essere concepito alla stregua di una frusta capace di forzare quei processi di centralizzazione dei capitali che in Italia per lungo tempo sono stati colpevolmente ostacolati. La funzione del disavanzo pubblico dovrebbe essere quella di sostenere e guidare tali processi di riorganizzazione e di modernizzazione degli assetti del capitale nazionale. E tuttavia questa visione nasconde problemi non da poco in quanto quest’opera di riorganizzazione potrebbe portare alla perdita di molti posti di lavoro legati alla pletora di piccole e medie imprese (più o meno legali) che sarebbero sacrificate sull’altare della centralizzazione dei capitali. In realtà questa pars destruens sarebbe comunque opera della recessione (per cui il debito e i vincoli ad esso collegati sarebbero solo strumenti per pilotare la selezione), ma tuttavia  potremmo trovarci di fronte alla saldatura eversiva tra interessi dei lavoratori in nero e interessi dei padroncini e alla costituzione del brodo di coltura di un nuovo fascismo, di cui la Lega è già una anticipazione. Questa reazione non potrebbe che identificare in chi governa il cambiamento la causa della distruzione stessa e dunque un ipotetico governo di sinistra finirebbe per essere un capro espiatorio. Ciò non comporta ovviamente un affidare ad un utopistico libero mercato la responsabilità di regolare la selezione, ma a questo punto solo una rete di protezione sociale legata ad es. al reddito di cittadinanza potrebbe attutire gli effetti socialmente devastanti di tale via italiana al capitalismo oligopolistico.

 

 

Tuttavia i costi di un reddito di cittadinanza forse non sarebbero compatibili con la crisi del debito pubblico, a meno che uno sganciamento dall’euro non consentisse la creazione di una banca centrale capace di aggiungere autonomamente liquidità al sistema (la possibilità di un aumento moderato dell’inflazione è ormai tollerata anche da parte di molti economisti ortodossi quali Krugman ed in parte gli stessi Bernanke e Lagarde per i quali il rischio di recessione è maggiore di quello di inflazione). Un’altra ipotesi sarebbe di usare per il finanziamento del reddito di cittadinanza gli introiti derivanti da un aumento delle imposte sul patrimonio mobiliare e immobiliare. Una ipotesi del genere comunque presuppone un governo che abbia strumenti che consentano interventi rilevanti ed efficaci sull’economia italiana. Per cui tutto ciò è in antitesi con qualsiasi ipotesi di alienazione delle restanti partecipazioni azionarie dello Stato. A questo proposito Domenico Moro fa notare che sinora le privatizzazioni hanno smantellato o indebolito i pochi settori industriali dove l’Italia era all’avanguardia. Gli imprenditori italiani tendono a non investire capitale proprio e dunque ad indebitarsi, destinando così i ricavi a ripagare il debito e non ad investimenti ed innovazioni. Mentre in Telecom pubblica il 61,7% delle risorse erano destinato all’ammodernamento, in Telecom privatizzata solo il 31,8% è stato destinato allo stesso scopo. Moro evidenzia come i settori da privatizzare sono settori strategici per cui si potrebbe privare l’Italia del controllo sulla sua struttura produttiva. L’interesse alla privatizzazione dei gruppi statali nasce dal fatto che questi operano in mercati monopolistici e chi vi investirà potrà beneficiare di rendite di posizione con prezzi di monopolio che non saranno diminuiti dalla privatizzazione. Con lo spostamento dei capitali dai settori concorrenziali a quelli monopolistici, diminuiranno i già declinanti investimenti fissi nel manifatturiero, rendendolo ancora meno competitivo.

 

 


10 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : una strategia alternativa

Anche il tentativo di diminuire le importazioni attraverso una riduzione dei redditi avrà ben pochi effetti: l’aumento del valore delle importazioni è dovuto a fattori che sono scarsamente influenzabili da una riduzione dei redditi delle famiglie. Ciò in quanto nel primo decennio di questo secolo l’aumento delle importazioni è stato dovuto in massima parte all’aumento delle tariffe energetiche ed in parte all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari: dal 2000 al 2008 i prezzi del petrolio e del grano sono quintuplicati (anche sulla causa di questi vertiginosi aumenti c’è l’ombra della speculazione sui derivati legati al petrolio ed alle risorse alimentari). Inoltre buona parte dell’aumento delle importazioni non è legata ai consumi delle famiglie ma agli investimenti delle imprese che fanno la parte del leone nell’aumento dell’importazione di risorse energetiche e nell’aumento delle importazioni di beni capitali: dal 1996 al 2008 i consumi familiari in Italia ed in Spagna sono diminuiti rispettivamente dal 62,8% del Pil al 58,4% e dal 63,2% del Pil al 57,3%. Congiuntamente gli investimenti sono passati rispettivamente dal 17% al 21% e dal 19,8% al 31,2%. Il risultato è stato che in Italia la bilancia commerciale è passata da un +2,9%  ad un sostanziale pareggio, mentre in Spagna è passata da un +0,1% ad un -6,8%.

 

 

Volendo presentare una strategia alternativa, si deve pensare sia ad un livello europeo di azione sia ad una strategia di politica economica nazionale. A livello europeo, come provvedimenti a breve, si può pensare all’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE sul mercato secondario. In un’ottica più di lungo periodo sono sul tappeto le proposte degli eurobonds (Prodi, Quadrio Curzio, Costabile) e quelle della BCE come prestatore di ultima istanza (De Grauwe e Cesaratto, il quale critica gli eurobonds in quanto in questo modo dovrebbe essere la Germania a garantire tutti, mentre la Bce stampando moneta potrebbe davvero svolgere questo ruolo di garanzia), oppure quella della monetizzazione del debito di alcuni paesi da parte della BCE (Leon, Alonso), con un aumento moderato dell’inflazione ed uno spostamento di ricchezza reale dai creditori ai debitori. Per Sergio Bruno gli eurobonds vanno usati per indurre l’Europa in una nuova fase di sviluppo, mentre per rispondere agli attacchi speculativi vale la tesi di De Grauwe e Cesaratto. Senza riforme in questa direzione la crisi europea non può che aggravarsi. Non è un caso che la Germania sia poco disposta ad una riforma del genere. Apparentemente la sua contrarietà sembra avere buone giustificazioni (il volere che i paesi del sud dell’Europa mettano prima in ordine i loro conti prima di attingere alle risorse collettive). In realtà, come abbiamo visto, parte della responsabilità dell’aggravamento della situazione è proprio della Germania che si accanisce a svolgere una politica neo-mercantilista (nascosta da uno stupido moralismo ideologico) all’interno di una realtà politica che dovrebbe favorire forme meno competitive di cooperazione economica. Perché i paesi del sud dell’Europa possano mettere i conti in ordine c’è bisogno di una crescita che consenta successivamente allo Stato di fare quegli investimenti nella ricerca e nel sistema formativo (oltre che nelle infrastrutture organizzative) che consentano un salto di qualità tecnologico in grado di metterli sullo stesso piano dei paesi del nord Europa (tutto questo senza dimenticare che tali riforme saranno possibili solo al termine di un duro conflitto sociale tra il mondo del lavoro e quello dell’evasione fiscale). Per permettere ciò occorrerebbe un altro patto europeo di stabilità e crescita dal momento che non esiste alcuna legge economica certa in grado di stabilire quale deficit sia eccessivo e quale sostenibile.

 

 


5 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : il fallimento di una politica restrittiva

 Ovviamente, volendo seguire un’impostazione post-keynesiana (se non marxista) più congeniale ad un sindacato che tutela gli interessi dei lavoratori, non possiamo che notare che una politica restrittiva non può assolutamente migliorare la situazione del nostro debito pubblico, dal momento che tale politica restrittiva non può che rallentare la crescita del Pil e dunque il rapporto tra interessi del debito e tasso di crescita del Pil e di conseguenza il rapporto debito/Pil. Quand’anche la crescita del debito fosse inferiore a quella del Pil i tempi per un rientro che abbia una rilevanza razionalmente comprensibile sono nell’ordine di almeno vent’anni di sacrifici. Emiliano Brancaccio e Sergio Cesaratto hanno poi messo in evidenza che l’allargamento dello spread tra titoli italiani e titoli tedeschi non è collegato tanto al debito ed al deficit pubblico, quanto più al disavanzo con l’estero in quanto costituisce probabilmente una voce corposa del Pil ed anche della competitività comparata del nostro sistema produttivo con quello di altri paesi. Per Cesaratto e Stirati i casi di default sovrano riguardano prevalentemente paesi che hanno forti debiti con l’estero e che congiuntamente hanno rinunciato ad una piena sovranità monetaria.

Leon aggiunge che qualsiasi atto per ridurre il deficit che riduca a sua volta il patrimonio pubblico (ad es. la vendita di società a capitale pubblico) induce le agenzie di rating a valutare che è peggiorato il rapporto tra debito e patrimonio e a declassare il merito del debito pubblico. Sergio Bruno dice invece che le manovre fiscali restrittive pretendono di mettere ordine, agendo su grandezze economiche di flusso (imposte e spese pubbliche), in qualcosa che ha a che fare con variazioni di valore di stock di ricchezza, quando i valori degli stock sono un multiplo dei valori dei flussi.


3 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : la strategia restrittiva contro il debito pubblico

I primi tentativi di aggredire il debito pubblico italiano sono stati espletati più o meno all’inizio ed alla metà degli anni ’90 (dal 1992 al 1997) e principalmente con i governi Amato, Ciampi e Prodi. La strategia utilizzata è quella di una politica economica restrittiva e deflazionista, ispirata dalla CEE (che è poi diventata UE). Il bastone con cui la CEE ha costretto l’Italia ad intraprendere queste politiche restrittive è stata la speculazione che ha sbattuto la lira fuori dallo SME per alcuni anni (come abbiamo visto secondo alcuni anche in questo caso la speculazione viene usata come bastone dalla Germania per imporre una politica restrittiva nei paesi fortemente indebitati). All’origine di questa impostazione c’è l’interesse della Germania a gerarchizzare economicamente i rapporti tra gli Stati che compongono la CEE prima e la UE poi, in modo da favorire la supremazia economica tedesca attraverso l’ideologia liberista del controllo dell’inflazione, della moderazione salariale rispetto alla produttività e dell’economia orientata alle esportazioni. La moderazione salariale permette al capitalismo tedesco di ottenere un enorme surplus che a sua volta finanzia la periferia europea: l’esempio principale è la bolla immobiliare spagnola che le banche tedesche hanno felicemente finanziato. Il surplus tedesco in pratica crea il debito dei paesi periferici. Questa impostazione ha teso progressivamente a squilibrare le bilance commerciali degli stati europei e ad aggravare i processi per cui l’integrazione commerciale che si verifica come risultato delle economie di scala conduce anche alla concentrazione regionale delle attività industriali ed all’impoverimento speculare di altre aree produttive (Krugman). Già allora, studiosi come Augusto Graziani, Lapo Berti e Andrea Fumagalli avevano analizzato queste dinamiche ed ammonito a non prendere una certa strada. E sono stati facili profeti.

 

 

Berti diceva che per quanto riguarda i vantaggi della moneta unica, un primo contraccolpo negativo, con il rafforzamento di tale moneta nei confronti del resto del mondo, sarebbe stata una perdita di competitività almeno per alcune delle economie che avrebbero fatto parte della comunità. Inoltre la perdita della sovranità monetaria avrebbe fatto emergere ulteriori costi, in particolare a fronte di shock esterni che avessero avuto effetti differenziati sulle diverse economie, ad es. un aumento del costo del petrolio oppure una catastrofe naturale o una crisi settoriale, costi che, non potendo più usare la leva del cambio, si sarebbero scaricati su livelli di impiego della forza lavoro e del capitale. La rinuncia ad usare la politica monetaria per modellare i propri disegni macro economici avrebbe insomma potuto comportare, per i paesi più deboli, costi anche notevoli in termini di riduzione del tasso di crescita. Per Fumagalli è con gli accordi di Maastricht che la questione del deficit pubblico diventa il problema dei problemi. A ciò si deve aggiungere l’effetto distorsivo causato dal deficit pubblico sulla ricomposizione o l’ampliamento della conflittualità tra i diversi tipi di capitale in un contesto sempre più internazionalizzato. Gli effetti redistributivi della spesa pubblica e degli interessi passivi sul debito, se in primo luogo aumentano la polarizzazione tra i redditi incrementandone il grado di concentrazione, in secondo luogo comportano costi sempre più elevati nel processo di finanziamento a breve degli investimenti. Le imprese industriali e dei servizi sono poste davanti ad un bivio: da un lato hanno ancora bisogno della spesa pubblica come sostegno diretto e indiretto all’attività produttiva (vedi il caso Fiat per gli stabilimenti di Melfi o per l’aumento della cassa integrazione). Dall’altro, la situazione debitoria dello Stato necessita di tassi d’interesse elevati in una prospettiva sempre più perversa, secondo la quale si emettono titoli non per finanziare spese ma per pagare gli stessi interessi. La pressione sui tassi d’interesse interni che ne risulta mantiene elevato il costo del denaro e aggrava i costi di produzione per le imprese. La funzione svolta dal settore pubblico nel sostituire liquidità onerosa (da parte delle aziende di credito) con liquidità a basso costo (rendite finanziarie e contributi vari) diventa sempre meno sostenibile di fronte a tassi di interesse reali sempre più elevati e con un tasso di inflazione minore. Se ciò nei primi anni ’80 aveva consentito di risolvere la conflittualità tra capitale industriale e capitale creditizio a vantaggio di entrambi, ora la situazione si presenta rovesciata ed aggravata (sino all’estate del ’92), dal perseguimento di una politica monetaria e valutaria restrittiva, finalizzata al controllo del cambio, che impediva ed impedisce una diminuzione degli stessi tassi d’interesse in modo rilevante. Ciò che negli anni ’80 rappresentava un circolo virtuoso per i redditi da profitto e da interesse (elevato deficit pubblico, immissione di liquidità nuova per le imprese, rendita finanziaria per le banche, collusione tra capitale industriale e finanziario-creditizio) si sta trasformando in un circolo vizioso negli anni ’90, in presenza di una recessione economica di non semplice soluzione. Oltre all’elevatezza del tasso d’interesse sui crediti, l’esistenza di una domanda interna e internazionale poco sostenuta, la deficienza strutturale del nostro apparato produttivo, il restringimento di margini di profitto sono tutti elementi che possono incrementare il rischio di conflitto tra capitale industriale e finanziario-creditizio. Le  politiche di privatizzazione hanno rappresentano la risposta più matura del ceto politico dominante. Esse si basano infatti esclusivamente sulla vendita a lotti delle imprese a partecipazione statale indipendentemente dalla redditività esistente e senza che vi sia implicita una qualche forma di programmazione strategica-industriale. Piuttosto esse hanno avuto lo scopo di modificare l’attuale redistribuzione del surplus tra capitale industriale e capitale finanziario, così da consentire il ricompattamento delle conflittualità intra-capitalistiche. Si aggiunga che lo stesso Paolo Baffi era molto perplesso sull’ingresso dell’Italia nello SME nel 1979. Per altri economisti (come Marco Passarella) la costituzione dell’euro è stata una svalutazione occulta operata dalla Germania nei confronti dei paesi periferici (probabilmente Francia e Germania hanno permesso l’ingresso dell’Italia nell’euro per neutralizzare un concorrente fastidioso grazie alla perenne possibilità di svalutare la propria moneta). Lo stesso Pasinetti ha risolutamente negato l’utilità dell’imposizione di parametri unici all’interno degli accordi di Maastricht: i parametri sin dagli anni ’90 avrebbero dovuto essere relativi al rapporto tra debito e tasso di crescita di ogni singolo Stato. Imporre la stessa camicia di forza ha invece confermato ed ingigantito gli squilibri esistenti. Infine, secondo Pivetti, con l’abolizione di tutte le restrizioni ai movimenti di capitali è venuta meno l’autonomia del paese tanto in ambito monetario che nell’ambito della politica fiscale (includendo in quest’ultima la libertà di scelta del sistema di tassazione). Nel caso concreto dell’Italia, ciò comporta che la fonte stessa della continua crescita del rapporto debito/Pil viene allargata piuttosto che ristretta: il tasso d’interesse è necessariamente maggiore e il tasso di crescita minore che in regime di controllo dei movimenti di capitale.

 

 


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