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12 marzo 2010

Stuart MIll e la crisi del capitalismo

Claudio Napoleoni dice che Mill ripropone la tesi di Ricardo : l’aumento dei costi nella produzione agricola fa crescere il valore del salario reale di sussistenza e ciò abbassa il saggio del profitto. Mill però fa un’analisi particolareggiata di una situazione del genere. Egli la definisce stato stazionario nel quale, essendosi appunto annullato il profitto, tutto il prodotto sociale è consumato e l’accumulazione netta si riduce a zero, nel senso che la formazione di capitale risulta limitata ai soli rinnovi.

 

 

Mill fa coincidere lo stato stazionario con il conseguimento di un consumo sufficiente per tutti, per cui l’ulteriore accumulazione perderebbe ogni rilevanza ed in cui l’attività economica potrebbe cessare di essere la preoccupazione prevalente degli uomini, i quali nello stato stazionario conseguirebbero una condizione di libertà. Non c’è però in Mill alcuna dimostrazione del fatto che il tempo impiegato dal saggio del profitto per ridursi a zero coincida con il tempo occorrente a rendere superflua l’accumulazione dal punto di vista del soddisfacimento dei bisogni. Inoltre, anche ammesso che lo stato stazionario coincida con la saturazione dei bisogni, resta il fatto che il passaggio da una accumulazione netta positiva ad una accumulazione netta nulla non è un semplice episodio tecnico, ma coinvolge l’esistenza stessa del modo capitalistico di produzione ed anche tutto il complesso di rapporti sociali che caratterizzano quest’ultimo.

 

 

 


9 luglio 2009

Roberto Romano e Sergio Ferrari : Ambiente, energia, sviluppo. Il lavoro dimenticato

 Rilanciando nel 2005 la “strategia di Lisbona” (nata con l’obiettivo, divenuto quasi uno slogan, di fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo), l’UE sottolinea come il perseguimento di una crescita duratura e sostenibile e la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro debba essere ispirata da un’opportuna rivisitazione della politica industriale. In questo quadro l’UE fa emergere la necessità di una regolamentazione migliore, del perfezionamento del mercato interno, del rafforzamento della politica per la ricerca, delle politiche per l’occupazione e di quelle sociali. Questi tratti escono poi rafforzati dal vertice del Consiglio Europeo di Bruxelles dell’11-12 dicembre del 2008, nel quale si è andata delineando una più ampia e articolata linea d’intervento sui temi dell’energia, dell’ambiente e della conoscenza, a cui tutti gli Stati sono chiamati a concorrere ed ispirare le azioni volte al superamento della crisi economica internazionale. Pur nell’autonomia degli Stati, le misure per affrontare la crisi devono agire sui processi d’innovazione tecnologica e di rinnovamento del tessuto produttivo sulla spinta della “nuova” domanda che la sfida energetico-ambientale va alimentando. La riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, con la possibilità di traguardare il 30% nel marzo 2010, dopo la conferenza di Copenhagen, sono diventati, dunque, obiettivi centrali della “nuova” politica industriale dell’Europa[1]. La possibilità e la capacità di innovare il tessuto industriale attivando la produzione di nuovi beni capitali e strumentali orientati alla salvaguardia energetico-ambientale, è giudicata inoltre rilevante non solo nei termini delle urgenze poste dalla crisi, ma anche ai fini di intercettare una posizione competitiva nell’ambito di una nuova divisione internazionale del lavoro. Su una linea “simile” si muove anche la nuova amministrazione statunitense e il richiamo alla “novità Obama” è ormai una citazione obbligata da parte di tutta la stampa.



Se guardiamo all’Italia non tardiamo, tuttavia, ad accorgerci della divergenza che il suo modello di sviluppo produttivo mostra nei confronti di quello europeo. E, soprattutto, a sollevare seri dubbi circa la possibilità che il nostro Paese sia in grado, nel rispetto dell’ambiente e della “sicurezza energetica”, di tutelare l’occupazione e di crearne di migliore in futuro.
Da un’indagine dell’Energy & Strategy Group in Italia, presentata lo scorso 12 marzo, risulta che, nel settore dei beni ambientali e delle fonti energetiche rinnovabili, le imprese nazionali operano prevalentemente nel campo dell’installazione, che copre tra il 7% e il 17% del giro d’affari totale, essendo il rimanente da attribuire a chi opera nel campo della ricerca e produzione di pannelli solari, di apparati per l’energia eolica, ecc. E l’import di questi beni raggiunge il 98%, mentre il rimanente 2% è realizzato da imprese estere ubicate in Italia. E’ bene sottolineare come tutto questo avvenga dopo anni in cui il manifatturiero del nostro Paese non ha fatto altro che registrare un indebolimento della competitività sui mercati internazionali perdendo quote di export in termini superiori a quella dei paesi dell’Unione e inanellando progressive riduzioni degli attivi commerciali nei confronti di quegli stessi paesi, mentre, al contrario, i maggiori paesi europei hanno dato vita a una rigenerazione della propria offerta produttiva, spostando questa su beni “ad alta intensità tecnologica” secondo un opportuno allineamento con la direzione dei grandi “cambiamenti strutturali” in atto.

La questione non è marginale se si pensa che la dinamica degli scambi internazionali dei beni energetico-ambientali, ancor prima degli impegni europei del dicembre 2008, aveva raggiunto valori in aumento del 25 % all’anno tra il 1995 e il 2005. E che, ad esempio, la Germania ha raggiunto in pochi anni nelle esportazioni di beni ambientali valori pari a 56 mld di euro l’anno, ormai prossimi alla meccanica elettrica. Ma risultati commerciali fortemente positivi sono riscontrabili anche per quanto riguarda paesi come la Danimarca o la Spagna.

I danni del mancato processo di riconversione tecnologica del sistema economico italiano sono (tristemente) noti da tempo: l’impossibilità di competere sull’alta tecnologia e, contemporaneamente, la difficoltà di competere sul costo del lavoro per la presenza delle “economie emergenti”, ha sollecitato crescenti richieste di forme di flessibilità lavorativa creando un circuito (perverso) di “precarizzazione” e di disincentivo a correggere il tiro della specializzazione produttiva.

Questo risultato è la conseguenza di una politica da sempre incentrata sulle agevolazioni e sugli incentivi, ma incapace o rinunciataria rispetto alla necessità di aggredire lo spiazzamento tecnologico presente nel nostro sistema produttivo. Uno dei tanti omaggi alla concezione liberista del mercato; tanto estremista in Italia da sfiorare l’autolesionismo. Inoltre, a questi risultati si è pervenuti nonostante la ricerca pubblica disponesse delle conoscenze per affrontare le soluzioni tecnologiche necessarie. Ma essendo il sistema industriale del tutto inadeguato, le competenze pubbliche sono rimaste “pubbliche”. L’effetto degli incentivi alla “domanda ambientale ed energetica” è stato quello di avere finanziato, di fatto, la ricerca e lo sviluppo dei paesi concorrenti, penalizzato le strutture pubbliche di ricerca, creando ulteriori deficit commerciali nella nostra bilancia commerciale. E aggravando non solo le debolezze preesistenti del nostro sistema produttivo, ma riducendo anche, in prospettiva, le possibilità di creare “lavoro buono”, nel senso di lavoro ad elevata intensità di conoscenza. Il caso delle tecnologie delle fonti energetiche rinnovabili è certamente quello più clamoroso, ma esistono precedenti analoghi ad esempio in materia di tecnologie informatiche, di tecnologie laser, elettromedicali, ecc., che avrebbero dovuto mettere in guardia qualunque autorità responsabile.

Mentre altrove si riesce a coniugare l’alta qualità del lavoro con la riconversione dei processi produttivi verso la “green economy”, da noi la politica economica dei Governi sembra dunque creare un trade-off fra tutela dell’ambiente e tutela dell’occupazione. Una politica industriale miope e l’assenza di un progetto di trasformazione della specializzazione produttiva hanno portato a marginalizzare l’Italia nel consesso internazionale. Ancora una volta il nostro paese resta estraneo alla “strategia di Lisbona”.


28 maggio 2009

Daniela Palma : innovazione a prova di sostenibilità

 

Il dibattito più recente sulla crisi dell’economia mondiale ha portato le tematiche ambientali sotto una nuova luce. Nell’Unione Europea l’approvazione del “Pacchetto Clima-Energia”, meglio noto come “Pacchetto 20-20-20” (che prevede, entro il 2020 e per l’Europa nel suo insieme, una riduzione del 20% rispetto al 1990 delle emissioni di gas serra, una produzione del 20% della domanda finale di energia da fonti rinnovabili ed una riduzione del 20% dei consumi energetici) ha infatti sancito precisi obblighi per gli stati membri quanto al raggiungimento degli obiettivi previsti, e le reazioni dei diversi governi non si sono fatte attendere. La disciplina del cosiddetto “mercato delle emissioni” sul quale il “Pacchetto” va ad incidere è sostanzialmente ripartita tra un “livello europeo”, in cui si definiscono i criteri e le modalità degli scambi delle “quote” consentite per le emissioni dei settori produttivi a maggior impatto ambientale (“settori ETS”, dove l’acronimo sta per Emission Trading Scheme), e un “livello nazionale” in cui si stabiliscono, paese per paese, i vincoli per i rimanenti settori in funzione del livello di Pil pro-capite. Le caratteristiche della struttura produttiva di ciascun paese sono pertanto la dimensione rilevante con cui le politiche di intervento debbono confrontarsi e questo aspetto diventa ancor più cruciale in un periodo, quale è quello attuale, in cui l’industria deve già sopportare i costi di una recessione che si prospetta non breve. Secondo alcuni studiosi e autorevoli osservatori, quali Lord Stern, venuto alla ribalta con il suo “Rapporto sul Clima” del 2006, la situazione non fa sconti in quanto a gravità, ma è pur vero che esistono in essa i germi di nuove opportunità per iniziare a costruire le premesse di una ripresa duratura e, al tempo stesso, rispettosa dell’ambiente. Questa riflessione si sta peraltro facendo sempre più strada in un “sentire comune” e sempre più appare confortata dal cambiamento programmatico propugnato dal Presidente Obama negli Stati Uniti, mentre qualcuno azzarda addirittura a parlare di una “nuova rivoluzione industriale”.
In che senso, allora, è lecito parlare di opportunità offerte dalla “questione energetico-ambientale”?
Benché in forma non sistematica, sempre più si stanno diffondendo i dati che documentano la sensibile crescita dell’occupazione in attività produttive che contribuiscono a ridurre l’impatto ambientale di origine antropica. L’insieme di queste attività è molto variegato, poiché ciò che qualifica i cosiddetti environmental goods non è l’appartenenza a specifiche categorie merceologiche, ma la finalità della salvaguardia ambientale, rispetto alla quale l’obiettivo della riduzione delle emissioni è divenuto uno tra i più rilevanti. Non sfugge infatti il rilievo assunto negli anni più recenti dalle tecnologie destinate alla produzione di energia da fonti rinnovabili, caratterizzate, diversamente dalle cosiddette tecnologie di abbattimento “a valle dei processi produttivi” (“end of pipe”), dalla specifica capacità di rendere i processi produttivi a basso contenuto intrinseco di emissioni. Una visione dello sviluppo registrato dalla produzione di queste tecnologie è offerta dai dati del commercio internazionale, gli unici che, ad oggi, consentono una rilevazione relativamente puntuale dei beni in questione. Dall’andamento degli scambi mondiali emerge, in particolare, un trend crescente e in accelerazione per questi beni rispetto a quello degli scambi manifatturieri, a partire dal 2002. Il dato del commercio internazionale è inoltre rilevante anche per la sua particolare valenza di indicatore del vantaggio competitivo di ciascun paese. Si tratta di un aspetto cruciale, se si considera la posta in gioco. Le tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili stanno infatti assumendo una forte centralità non solo per quanto riguarda le finalità ambientali, ma anche (come si evince dallo stesso “Pacchetto”) per ciò che riguarda la dipendenza energetica dalle fonti fossili, che per i paesi industrializzati rappresenta da sempre un importante vincolo al processo di sviluppo.

Se il problema dell’approvvigionamento energetico e l’urgenza della “questione ambientale” sollecitano la sostituzione di fonti energetiche fossili con fonti energetiche rinnovabili, bisognerà certamente continuare a considerare in che termini la produzione di reddito di ciascun paese sarà gravata dai costi delle nuove possibili opzioni. Questo punto merita di essere sottolineato poiché il riferimento alla “questione ambientale” è spesso utilizzato in modo intercambiabile con quello allo “sviluppo sostenibile”, che è poi il “motore” della stragrande maggioranza della riflessione contemporanea sul tema dello sviluppo. D’altra parte, che lo sviluppo sostenibile sia concetto ben più ampio è cosa condivisa da tempo e “codificata” a livello internazionale. In ambito europeo la nuova programmazione delle politiche per lo sviluppo è partita nel 2000 dal definire la “strategia di Lisbona” (“fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo entro il 2010”) ed è arrivata a fornire delle “precisazioni” sugli obiettivi di salvaguardia ambientale a Goteborg nel 2001. Quel che è certo è che il perseguimento dell’obiettivo dello “sviluppo sostenibile” non potrà mai prescindere dal soddisfacimento di sub-obiettivi di ordine economico e sociale, divenendo quindi un arricchimento del concetto di sviluppo, e che ciascun paese dovrà ricercare i presupposti di questo complesso fine nella presenza di assets competitivi all’interno del proprio sistema produttivo.
E’ facile così comprendere come la pressione esercitata dalle esigenze della sicurezza dell’approvvigionamento energetico e la “questione ambientale” porranno sempre più i diversi paesi di fronte a una riconsiderazione della sostenibilità del proprio sviluppo. Ed è in questo senso che la capacità di ciascun paese di “produrre innovazione” diventerà l’asse centrale della “sostenibilità” nella sua accezione più ampia (e corretta).
Il percorso europeo delle “nuove” politiche dello sviluppo da basare sulla conoscenza e sulla capacità di questa di creare innovazione per il sistema produttivo, si è esteso progressivamente e ha iniziato a calarsi nella concreta realtà delle esigenze energetiche e ambientali con obiettivi programmatici a forte orientamento tecnologico e focalizzati a breve sullo sviluppo delle tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, delineati nel “Set-Plan” della fine del 2007. Questo documento ratifica, in qualche modo, delle linee di azione già intraprese nei maggiori paesi europei che, da qualche anno, stanno dando sempre più spazio non solo ad un uso più intenso di queste tecnologie, ma anche ad un allargamento della produzione di alcune di esse su base nazionale. Le rilevazioni del commercio internazionale forniscono una lettura indubbiamente significativa: sono infatti aumentate le quote sulle esportazioni mondiali di queste tecnologie nei paesi europei “naturalmente” più orientati ad un uso più intenso di energia da fonti rinnovabili, con in testa la Germania che nel 2006 ha superato la quota del 12% sulle esportazioni mondiali (anche se è bene osservare come Francia e Regno Unito siano sempre tra gli esportatori più rappresentativi con quote superiori rispettivamente al 5% e al 2%). Ma per la maggioranza di queste economie il “nuovo” processo in atto non è altro che la modulazione di un percorso di sviluppo tecnologico da lungo tempo avviato e che nell’ultimo decennio ha consentito che l’Unione Europea recuperasse almeno parte dell’ampio divario tecnologico accumulato nei confronti degli Stati Uniti e del Giappone.
E l’Italia? L’Italia non sembra essere di questa partita (soprattutto nelle tecnologie di nuova generazione, fotovoltaico, solare termico ed eolico, a più forte dinamica di crescita, in cui supera a malapena l’1% in media di quota di export).

E’ di sicuro ancora presto per esprimere un giudizio categorico. Tuttavia è opportuno considerare la prospettiva nella quale il nostro paese sembra proiettarsi. Se la reattività dei paesi europei che già da qualche anno si sono immessi sulla carreggiata della produzione di tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili, iniziando a maturare perfino qualche vantaggio competitivo, deve ascriversi all’esistenza di presupposti di una “base tecnologica” preesistente, relativamente sviluppata e radicata a livello nazionale, l’Italia appare infatti assai svantaggiata. Non solo. Occorre ricordare che da tempo questo svantaggio si è tradotto in una perdita di competitività della sua industria manifatturiera nella quale sempre più hanno pesato i deficit commerciali maturati nei settori high-tech proprio nei confronti dei principali partner europei. Un percorso segnato, questo, e destinato ad acuirsi se si considera che, lungo tutto il processo di sviluppo dal dopoguerra ad oggi, i maggiori paesi industriali hanno incrementato le importazioni di tecnologie, come effetto di un progresso tecnico diffuso alimentatosi anche sulla spinta della globalizzazione produttiva. Diversamente da questi paesi, in cui lo sviluppo di una capacità innovativa ha sostenuto la competitività di produzioni high-tech generando flussi di esportazione compensativi delle importazioni di tecnologia, l’Italia non è infatti riuscita ad adeguare la propria “offerta di innovazione” alla “domanda di innovazione” tipica delle economie avanzate. Queste tendenze, che sono una conseguenza diretta della specializzazione produttiva del paese, stanno cominciando a profilarsi anche nell’ambito delle tecnologie per le fonti energetiche rinnovabili.

L’opportunità che lo sviluppo delle nuove tecnologie energetiche può fornire per il rilancio delle economie in crisi a fronte dei compresenti vincoli energetici e ambientali non sembra dunque essere stata in alcun modo equivocata in tutti quei paesi europei in cui è stato avviato un nuovo corso di politica economica “sostenibile”. In Italia, invece, gli ovvi presupposti di tale politica sembrano essere essenzialmente quelli della semplice acquisizione di tecnologie, con significativi riflessi sull’aumento delle importazioni e con il rischio che dalla dipendenza energetica si passi ad una più grave dipendenza tecnologica e, di qui, ad una ulteriore perdita di competitività del sistema produttivo nazionale. Con le ovvie conseguenze che tutto ciò avrebbe in termini di ulteriori restrizioni del mercato del lavoro, di distribuzione del reddito a sfavore dei salari e di conseguente indebolimento della capacità di attivazione della domanda aggregata, prima ancora di arrivare a gravi perdite di occupazione. E questo si che sarebbe davvero insostenibile.


16 aprile 2009

Carla Ravaioli : Crisi economica e crisi ambientale

“Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo. Oppure un economista.”
Autore di questa battuta, divenuta proverbiale nel mondo dell’ambientalismo più qualificato, è un economista, Kenneth Boulding. Uno dei pochi ardimentosi che negli anni Settanta, nel pieno del boom produttivistico postbellico, tentavano di sollevare qualche dubbio sulle certezze che ne animavano il fervore, e già allora sostenevano che l’economia mondiale doveva essere interamente ripensata in difesa dell’economia della biosfera, dunque in funzione della sua propria prosperità che dalla biosfera appunto trae alimento: dai grandi vecchi del Club di Roma, ai giovani ricercatori del MIT , a un piccolo drappello di economisti anomali, (in testa Nicholas Georgescu-Roegen, che in base al 2° principio della termodinamica aveva dimostrato l’inevitabile e irreversibile degrado di materie e energie impiegate nei processi produttivi) si impegnarono a convincere il mondo che il sistema industriale capitalistico andava consumando la base stessa del suo operare.
Non furono ascoltati. Proprio sulla totale assenza di dubbi circa la possibilità di una crescita infinita in un mondo finito, la società ha costruito se stessa. E continua. Forse (per richiamarci ancora a Boulding) perché come arbitri della politica mondiale si sono imposti gli economisti?
In effetti, battute a parte, si direbbe che ancora oggi nessuno dei responsabili del nostro futuro abbia nozione del rischio sempre più tremendo che l’umanità corre, tanto da affidarsi al tentativo di rilanciare e - al grido di “consumate, consumate!”- spingere al recupero della sua massima capacità produttiva un’economia al collasso. Rischio da un lato di un irrecuperabile squilibrio ecologico planetario, dall’altro di una divaricazione in continuo mostruoso aumento nella distribuzione del reddito (i dati più recenti parlano dell’ 1% della popolazione mondiale che detiene il 50% della ricchezza).
Se questa è la linea dei governi, la critica più seriamente impegnata dal canto suo tenta di correggerne le più intollerabili conseguenze, contrapponendovi scelte orientate a difesa del lavoro, a maggiore benessere sociale, a una più razionale conduzione delle politiche operanti; solitamente però senza mettere in discussione la logica portante di queste stesse politiche, senza interrogarsi sulle “leggi” del mercato, o pensare il capitalismo alla pari di ogni fenomeno storico, come tale non fatalmente destinato a dar forma al nostro futuro. E (ciò che oggi pare addirittura inspiegabile) senza mai occuparsi adeguatamente del pericolo ambientale: solitamente per lo più appena citato, insieme alla “questione di genere”, nel lungo elenco dei problemi da affrontare; o, nel migliore dei casi, preso in considerazione unicamente sotto la specie del mutamento climatico, e delle “energie rinnovabili” che dovrebbero risolverlo: nell’assurda convinzione (la stessa delle destre d’altronde) di garantire così la continuità di una felice e totalmente innocua crescita produttiva. Ma di queste cose mi sono occupata più volte (ne ho parlato anche nel mio intervento al convegno dedicato a “L’economia della precarietà” ) e non voglio insistere.
Credo interessante invece soffermarsi a riflettere su quanto di nuovo, negli ultimi tempi, e soprattutto da alcuni mesi in presenza della crisi finanziaria-economica, è emerso nella maggiore attenzione che non pochi intellettuali di fama (tra cui anche qualche economista) dedicano alle questioni ambientali. Certo dovuta ai sempre più allarmati richiami della scienza mondiale, concorde nel segnalare da un lato l’ormai estrema pericolosità del guasto ecosistemico , dall’altro il prossimo esaurimento delle risorse, non soltanto energetiche . Ma sicuramente in qualche misura indotta anche dalla crisi che, dopo il fallimento di giganti finanziari americani e il crollo delle borse di tutto il mondo, parla ora di recessione, di grandissime industrie a rischio, di disoccupazione massiccia.
Mi pare interessante in questa chiave la messa a fuoco di una radice comune delle due crisi, economica e ambientale, da alcuni meramente accennata ma dettagliatamente analizzata da altri. Il primo non solo a intuire ma a descrivere, con grande anticipo su tutti gli altri, la reciprocità di determinazione dei due fenomeni, è stato indubbiamente André Gorz che, in particolare in un articolo apparso poco avanti la sua morte , con parole addirittura profetiche ha indicato nella sovraproduzione (da lui già in precedenza denunciata come prima responsabile dello squilibrio ecosistemico) l’origine della crisi finanziaria. Nota infatti come l’enorme massa monetaria derivante dalla vendita, sia pure incompleta, delle merci prodotte, sempre più cerca investimento nell’”industria finanziaria”: quella che “crea danaro mediante danaro (…) comprando e vendendo titoli finanziari e gonfiando bolle speculative”, dando l’impressione di grande floridezza economica, ma fondata “in realtà su una crescita vertiginosa di debiti di ogni sorta (…) destinata prima o poi a esplodere, portando al limite al crollo del sistema bancario mondiale”. 
Ad accomunare le due crisi, e a ricondurle a una sola origine, l’insostenibilità dell’economia capitalistica, è anche l’antropologo Jared Diamone, che in qualche modo ne aveva anticipato cause e processi, ricostruendo la morte di grandi civiltà del passato nel suo celebre saggio “Collasso” . Di “Due minacce”, entrambe determinate dai processi di globalizzazione (cui seguono inquinamento, maggiore disuguaglianza, squilibrio finanziario) parla anche l’economista indiano Prem Shankar Jha . “Le due crisi si alimentano a vicenda”, scrive su “The Guardian” (12 dicembre 08) il prestigioso notista politico Gorge Monbiot. Letture analoghe della storia mondiale di questi mesi sono firmate dal filosofo Paul Virilio (Le Monde, 3 dicembre 08), dal biologo Edward O. Wilson (N.Y. Times, 27 novembre 08), da un folto gruppo di intellettuali sudamericani riuniti a Caracas e autori di un ampio appello politico. Tutti d’altronde si dicono convinti dell’ impossibilità di trovare soluzione ai problemi attuali all’interno delle regole e della “filosofia” del capitale, che ne è principale responsabile; tutti d’altronde si dichiarano ben poco fiduciosi in una piena ripresa del capitalismo, quanto meno nella forma attuale.
Prima ho accennato anche a qualche economista, in (eccezionale) posizione critica verso l’attuale sistema produttivo. Il primo è stato Nicholas Stern, ex-consigliere economico di Blair che, facendo riferimento alla crisi ambientale, in una conferenza svoltasi a Manchester il 29 novembre di un anno fa, disse: “Siamo di fronte al più grosso fallimento del mercato che il mondo abbia mai visto”; e, rilanciando una precedente proposta di Ban-Ki-Moon, segretario generale dell’Onu, affermò la necessità di tagliare il Pil mondiale almeno dell’1%, “per diversi decenni”.
A sua volta il Nobel Joseph Stiglitz, intervistato da La Repubblica il 6 dicembre scorso, alla domanda se, superata la crisi, l’economia mondiale potrà riorganizzarsi sulla linea attuale, di nuovo puntando su crescita, consumi, Pil , senza esitare risponde: no. Il capitalismo americano, e insieme tutto il capitalismo mondiale hanno vissuto per decenni sulle bolle speculative, cioè a dire credito facile, speculazione… Ma tutto ciò - afferma - non potrà ripetersi, almeno non nella dimensione che conosciamo. Magari forse avremo un capitalismo diverso, basato sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, e la distribuzione potrà forse rimettere in moto l’economia…



“Lo chiameremo ancora capitalismo? Oppure come?” si chiede Eugenio Scalfari il giorno dopo, sempre su “Repubblica”, dopo essersi richiamato all’intervista di Stiglitz, e dopo aver ricordato come nel 1911 “l’allora giovane liberale Luigi Einaudi” avesse lanciato l’idea di un’imposta patrimoniale di successione che, oltre una certa soglia di reddito, “tassasse i patrimoni con un’aliquota del 50 % da impiegare per ridistribuire socialmente la ricchezza”. Se lo chiede senza scandalo né eccessiva apprensione, come in vista di un normale avvicendamento della storia. E la cosa non mi pare di poco interesse da parte di una persona come Scalfari, da sempre certo “di sinistra”, mai però su posizioni “antisistema”.
Non sarebbe il caso che anche le sinistre organizzate si impegnassero a immaginare la possibilità di un mondo senza capitalismo, o comunque di un “mondo diverso”, come i movimenti a lungo hanno dichiarato non solo necessario ma possibile? Superando finalmente “quella sorta di complesso di inferiorità delle sinistre nei confronti di quelle che vengono chiamate le leggi economiche. Per cui nei partiti comunisti c’è sempre stato un curioso miscuglio, di esigenza di superamento del capitalismo da un lato, e dall’altro paura di disturbare un assetto al quale si attribuisce il valore di straordinario ordinatore della società, al di fuori del quale non sembra esistere possibilità di ordine”. Come notava Claudio Napoleoni  nel discutere dell’ipotesi di una forte e generalizzata riduzione dei tempi di lavoro, da lui fortemente e per più ragioni auspicata. Magari un’idea da recuperare oggi?

 


5 luglio 2008

La rimunicipalizzazione francese dell'acqua

Il  sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ha annunciato che la municipalità non ha intenzione di rinnovare i suoi contratti con Suez e Veolia, le due aziende private che gestiscono i servizi idrici della capitale. In altre parole, alla scadenza dei contratti oggi in vigore, il 31 dicembre 2009, l'acquedotto parigino tornerà a essere un servizio municipale. «Vogliamo offrire un servizio migliore a un prezzo migliore», ha dichiarato Delanoë.
Una decisione controcorrente? A ben guardare no. Anzi: la municipalità parigina si rivela in linea con una tendenza globale, fa notare l'agenzia Ips, che riprende dati raccolti da un osservatorio specializzato: il Water remunicipalisation tracker («Segnalatore della ri-municipalizzazione dell'acqua»), divisione dell'Osservatorio sull'Europa delle corporations (Ceo) e dell'Istituto transnazionale di Amsterdam, ha compilato una lunga lista di città grandi e piccole, dall'Africa all'America latina alla Francia stessa, che hanno deciso negli ultimi anni di tornare alla gestione pubblica dell'acqua e servizi correlati (acquedotti e fognature).
La Francia è stata a suo tempo l'avanguardia della corsa a privatizzare e sono francesi le due più grandi aziende mondiali del settore: Suez e Veolia, appunto, una volta note rispettivamente come Compagnie Lyonnaise des Eaux e Compagnie Générale des Eaux. Ma la tendenza a privatizzare è stata globale. A partire dai primi anni '90 molti paesi hanno via via dato in concessione l'acqua a compagnie private, soprattutto in Asia, Africa e America Latina: sempre sotto la pressione di governi convertiti alla versione più estrema del libero mercato e marcati stretto da organizzazioni finanziarie internazionali come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (o le banche di sviluppo regionali), oltre che la stessa Unione europea. Spesso la privatizzazione dei servizi è stata inclusa nei piani d'aggiustamento strutturale a cui erano condizionati prestiti e aiuti. E nessuno si è fatto scrupoli di fronte al fatto che le beneficiarie di queste privatizzazioni erano pochissime aziende multinazionali: le due francesi citate, Bechtel Corporation e poche altre, a volte in consorzio con aziende locali, sempre in posizione di monopolio di fatto. Argentina, Bolivia, Colombia, Mali, Filippine, poi l'Europa orientale ex-sovietica. Nel 2001, a un vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio a Doha, l'allora commissario europeo al commercio Pascal Lamy (francese) inserì i «servizi e beni ambientali» tra i settori in cui eliminare le barriere commerciali, tariffarie e non (Lamy ora è il direttore del Wto).
Certo, a volte anche i grandi privatizzatori hanno dovuto fare passi indietro: come a Cochabamba (Bolivia), dove una rivolta popolare costrinse il governo a recedere da un contratto con Bechtel e riconoscere un consorzio pubblico di gestione.
L'osservatorio sulla «ri-municipalizzazione» fa notare che le due multinazionali francesi dell'acqua hanno goduto di almeno un secolo di protezionismo. Il risultato sono stati prezzi gonfiati, inefficenza, servizi obsoleti perché modernizzarli richiederebbe investimenti dunque meno profitti, non di rado anche gestione fraudolenta. Per restare in Francia, il caso di Grenoble è istruttivo: nel 1999 i dirigenti di Suez finirono in galera per corruzione e l'azienda fu condannata a restituire alla cittadinanza le bollette pagate tra il 1990 e il '98. Ripristinata la gestione municipale, il prezzo dell'acqua si è subito sgonfiato. Si capisce bene che oltre 40 città francesi abbiano ormai deciso di tornare al servizio pubblico.

(Marina Forti)


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1 luglio 2008

Elogio dell'agricoltura biologica

 «Il cibo sia la tua medicina» ammonì Ippocrate, padre dei medici saggi. Ma il sistema agroalimentare mondiale è spesso «malato». Sul lato dell'offerta: in India i contadini si suicidano per i debiti contratti nell'acquisto di semi e input chimici, negli Stati Uniti molti braccianti agricoli avvelenati dai pesticidi muoiono a 50 anni. Sul lato della domanda: i cittadini coreani protestano contro la carne importata dagli Usa, i prezzi elevati significano penuria per i consumatori con scarso potere di acquisto. Per non parlare delle emergenze: come in Etiopia, dove in due decenni si sono avute ben cinque grandi siccità, e anche adesso per gli scarsi raccolti sono alla carestia milioni di produttori di cibo, contadini poveri.
In questa situazione, e sotto la spada di Damocle del cambiamento climatico, che ruolo ha l'agricoltura biologica? Una nicchia salutare per chi produce e per chi consuma: ma è riservata a chi ha potere d'acquisto, oppure è potenzialmente accessibile a tutti, compresi produttori e consumatori poveri? «Coltivare il futuro» è l'ambizione dell'insieme di organizzazioni - produttori, tecnici, associazioni, trasformatori - riunite nell'Ifoam, Federazione internazionale dei movimenti per l'agricoltura biologica, il cui sedicesimo congresso mondiale si è concluso ieri a Modena con partecipanti da 80 paesi (in maggioranza non direttamente agricoltori). Le coltivazioni bio sono quelle che, basandosi sul rispetto dei cicli ecologici ed escludendo in genere gli input di sintesi e le monocolture, «salvaguardano la biodiversità, proteggono la fertilità del suolo, liberano dal controllo delle compagnie multinazionali, producono cibi più nutrienti» spiega lo studioso etiope Tewalde Egziaber, noto per aver guidato il gruppo dei paesi G 77 (il grande gruppo delle nazioni «in via di sviluppo») nei difficili negoziati internazionali per i diritti degli agricoltori e la biodiversità agricola.
«Non confondiamo i 30 milioni di ettari totali interessati dalle certificazioni formali e in maggioranza concentrati in Europa, con le coltivazioni organiche non certificate che non riusciamo a quantificare e producono per i mercati locali, anche in Africa, Asia e America Latina. Nel nostro movimento c'è posto per tutti» dice Angela Caudle de Freitas, direttrice esecutiva dell'Ifoam.
In molti paesi occidentali, fra cui l'Italia, il biologico non è più una nicchia - e tantomeno lo sarebbe se i costi ecologici delle colture fossero incorporati nei prezzi. Ma, ha ricordato una partecipante africana, «nei nostri paesi le coltivazioni biocertificate sono per l'export, anche se magari "equo"; caffé, tè, cacao, frutta tropicale».
Dunque non si esce dalla logica della produzione per élite, e dall'impatto ecologico legato ai trasporti su lunga distanza, le famigerate «miglia-cibo». Risponde Caudle de Freitas: «Il problema non ci sarebbe se l'agricoltura organica diventasse la norma, che è una necessità ecologica e sociale. Noi cerchiamo di incoraggiare il ciclo corto, locale e diretto dal produttore al consumatore, così da ridurre prezzi e chilometri. Sta succedendo ad esempio in Africa dell'ovest, o in Brasile o in India. Occorre però anche la volontà dei governi».
Ma l'agricoltura biologica produce abbastanza per vincere la fame e aiutare il clima? Pare di sì, perché ottimizza l'uso di risorse che sono o diventeranno scarse, come l'acqua, l'energia fossile, il suolo fertile. Ma dovrebbe sganciarsi di più dai carburanti fossili (gli agrocarburanti per l'azienda agricola sono una buona idea), e non puntare sulle produzioni animali. Da qui l'importanza dell'educazione alimentare

(Marinella Correggia)


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22 giugno 2008

l'Africa vista dal satellite

 

Per secoli, l'Africa è stata vista come un continente «selvaggio» e pieno di ricchezze (cioè, risorse naturali) tali da attirare appetiti incontenibili. Oggi quelle risorse naturali continuano ad attirare appetiti folli, ma altre immagini del continente emergono. Parliamo di immagini in senso proprio, fisiche: oltre 300 foto satellitari, scattate nell'arco di 36 anni su oltre un centinaio di ubicazioni su ogni singolo paese africano. Quelle foto sono ora raccolte in un atlante compilato dal Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente: Africa. Atlas of our Changing Environment. Messe insieme, compongono un quadro impressionante dei cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni.
Il metodo del «prima» e «dopo» è particolarmente efficace. Dalle foto del lago Ciad nel 1972 e poi nel 2007 è quasi scomparso il colore blu: quella che era una volta la seconda più grande area umida del continente, attorno a cui vivono 20 milioni di persone, oggi è ridotta al 5% della sua ampiezza. Analoga impressione per il monte Kilimanjaro, che ha perso il suo tetto di ghiacci eterni. E fin qui abbiamo citando casi noti. L'Atlante però presenta anche casi meno noti, o addirittura osservati in dettaglio per la prima volta. I ghiacciai del monti Rwenzori, in Uganda, si sono dimezzati tra il 1987 e il 2003 (come in tutto il mondo, il riscaldamento del clima minaccia i ghiacci eterni, mettendo in pericolo i bacini idrici a valle). Nel nord della Repubblica democratica del Congo sono comparsi ampi corridoi deforestati lungo le strade in espansione dal 1975: nuove strade in zone forestali permettono l'accesso a zone impervie accelerando il taglio illegale di legname e amplificando il traffico di bushmeat, carne di animali selvatici. Un'ampia porzione della foresta del South Malagasy, in Madagascar, è scomparsa tra il 1973 e il 2003 per l'avanzata di agricoltura e raccolta di legna da ardere. A nord di Città del Capo le coltivazioni e l'espansione urbana ha cancellato gran parte del fynbos, la macchia di vegetazione nativa unica della regione (circa 6.000 specie vegetali endemiche che non esistono altrove al mondo). Ancora: la perdita di alberi e arbusti del fragile ambiente di Jebel Marra, le colline del Sudan occidentale, dovuto in gran parte all'arrivo di profughi che fuggono la siccità e il conflitto nel vicino Darfur settentrionale.
Un elenco simile dice che le cause del degrado ambientale sono diverse e intrecciate. La deforestazione: l'Africa perde oltre 4 milioni di ettari di foresta ogni anno, il doppio della media globale, con conseguente grande perdita di biodiversità. La ricerca di nuove terre da coltivare è parte del problema; lo sfruttamento intensivo, inquinamento, erosione hanno degradato circa il 65% delle terre coltivabili del continente. Le risorse idriche: oltre 300 milioni di persone in Africa fanno fronte a scarsità d'acqua, e si prevede che nella regione sub-sahariana la penuria sarà più acuta. Si aggiunga l'espansione urbana e la crescita demografica. Poi l'effetto di conflitti armati e spostamento di masse di profughi. Infine, si consideri che «il cambiamento del clima è una forza trainante dietro a molti di questi problemi», avvertono i curatori dell'Atlante: e qui c'è un problema di giustizia globale, se si pensa che l'Africa produce appena il 4% delle emissioni globali di anidride carbonica, ma i suoi abitanti soffriranno in modo sproporzionato le conseguenze del riscaldamento del pianeta. Il continente così ricco di risorse naturali si rivela così fragile e vulnerabile.

(Marina Forti)


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12 giugno 2008

Le tesi di Wolfgang Sachs

 

Allievo di Ivan Illich, nel corso della sua attività Wolfgang Sachs si è esercitato costantemente con gli strumenti della scienza e della sociologia, ma prima ancora con quelli della teologia. Non l'ha fatto però «con l'intenzione di edificare un ulteriore piano nell'edificio teorico delle varie discipline accademiche», ma per mettere quegli strumenti «al servizio del cambiamento sociale ed ecologico». Convinto che sostenibilità significhi, «prima ancora che la salvezza delle balene», «la ricerca di una civilizzazione che sia in grado di estendere l'ospitabilità del pianeta» e promuovere la cittadinanza globale, e che a sua volta il cosmopolitismo sia «immaginabile soltanto sulla base di una trasformazione ecologica degli attuali modelli di produzione e consumo», Wolfgang Sachs ricerca da tempo la giusta via per combinare giustizia sociale ed ecologica.
E suggerisce che una società compatibile con l'ambiente e con le richieste di redistribuzione e riconoscimento avanzate da chi ha meno privilegi possa passare solo attraverso un doppio binario: «sia attraverso una razionalizzazione intelligente dei mezzi sia moderando la portata dei suo scopi». Per farlo - questa la convinzione più profonda di Sachs - occorre però trasformare i valori culturali (e gli schemi istituzionali) che contribuiscono a formare l'universo simbolico di una società. Se ieri questa trasformazione era una opzione, oggi è una necessità: l'alternativa, «per dirla in modo rozzo, è tra giustizia e autodistruzione».
Abbiamo incontrato Wofgang Sachs a Firenze, dove è stato tra i protagonisti di Terra Futura, la mostra-convegno dedicata alle «buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale».
In molti dei suoi libri - per esempio in «Ambiente e giustizia sociale», così come nell'introduzione al «Dizionario dello sviluppo» - lei fa riferimento in modo esplicito «al magnetismo spirituale» di Ivan Illich e al debito intellettuale maturato nei suoi confronti: in che modo Illich ha influenzato il suo lavoro?
Tra il 1972 e l'anno seguente mi sono ritrovato in Messico, a Cuernava, all'epoca del Centro di documentazione interculturale, e grazie alla mediazione di Illich ho avuto modo di conoscere non solo alcune specificità di quell'area geografica all'epoca definita Terzo mondo ma anche molte delle persone che gravitavano intorno a lui. I miei studi di teologia mi portavano a un certo scetticismo nei confronti della razionalità occidentale e della modernità in generale e questo scetticismo ha trovato poi una declinazione particolare nell'incontro con Illich, che aveva individuato strumenti molto efficaci per riconoscere e interpretare la gigantesca collisione, per dirla schematicamente, tra le culture non moderne e la modernità; o - in altre parole - per comprendere la grande transizione dalle società agricole alle società industriali e moderne. Proprio dalla lettura di Illich a questa transizione ho ricavato elementi essenziali per il mio lavoro.
A proposito di collisioni, nell'introduzione ad «Ambiente e giustizia sociale» lei scrive: «Più o meno tutte le mie ricerche ruotano introno a un ricorrente sospetto: che il modello di sviluppo occidentale sia fondamentalmente in disaccordo tanto con la richiesta di giustizia per i popoli del mondo quanto con l'aspirazione di riconciliare l'umanità con la natura». Ci dice qualcosa di più di questo sospetto?
È ormai sotto gli occhi di tutti il fatto che questo modello di sviluppo contraddice e compromette la salvaguardia ambientale, tanto che il sospetto viene condiviso perfino da gran parte dell'élite economica e politica, almeno in Europa. Tre elementi in particolare vanno esaminati: nessuno nega più che ci troviamo a vivere nel caos dal punto di vista climatico, e molti sono consapevoli del fatto che questa situazione genererà conflitti, crisi e catastrofi mai viste prima. Allo stesso modo, tutto sommato nessuno nega in via di principio che l'età del petrolio sia giunta alla fine. Certo, si discute se la crisi arriverà tra cinque o venticinque anni, ma la questione non è importante, perché se una «stoffa» così imprescindibile alla civiltà industriale come il petrolio sta per terminare comunque la scossa per questa civiltà sarà rilevantissima, tale da cambiarne profondamente i connotati. Il terzo aspetto è forse il più importante: fino a quando l'occidente è stato l'unico «colpevole ecologico» la consistenza del disastro ambientale poteva essere tenuta nascosta, ma con la crescita di India e Cina l'occidente è attraversato da un forte nervosismo. È una forma di vendetta del colonialismo, perché il colonizzato ha imitato il colonizzatore e ora l'imitazione minaccia la stessa integrità e sopravvivenza del colonizzatore. Se Cina e India non possono essere fermate, anche noi siamo costretti a modificare il nostro sistema. Oggi questi tre fattori hanno diffuso il sospetto, molto più acuto di quanto non fosse dieci anni fa, che questo modello di sviluppo non sia sostenibile a lungo termine.
Nonostante la fiducia nel «progresso» risalga - come lei stesso riconosce - ad almeno duecento anni prima, lei è solito fissare l'inizio dell'epoca dello sviluppo al 20 gennaio 1949, in occasione del discorso inaugurale al Congresso del presidente americano Truman. Quale è la novità racchiusa nel discorso di Truman?
Anche in questo caso ci sono tre elementi da considerare. Truman sostenne che tutte le nazioni del mondo corressero sulla stessa strada, il che vuol dire che sarebbero state inglobate all'interno della medesima concezione del tempo: un tempo unico, che come il progresso conosce solo il movimento in avanti o che si arresta; un tempo lineare, in cui il futuro è migliore del presente e il presente migliore del passato. L'idea di sviluppo deriva inoltre dal mondo biologico, e se per valutare lo stato di sviluppo di un fiore dobbiamo necessariamente conoscerne lo stato compiuto, maturo, allo stesso modo in termini socioeconomici non si può parlare di sottosviluppo senza implicare l'idea di una società completamente sviluppata, che in questo caso è quella occidentale. In questo senso non c'è sviluppo senza la contestuale attribuzione di una egemonia culturale alle società occidentali. Il terzo fattore invece rimanda forse con più evidenza ai temi ambientali: lo sviluppo, per dirla in termini schematici, introietta una concezione materialista della società, ovvero l'idea che la qualità di una società si possa giudicare dal livello della produzione economica. Prima di Truman questa idea non esisteva, perché anche il colonialismo ha sempre tenuto distinta la capacità produttiva di un paese e le sue risorse economiche dal livello morale della cultura e degli individui. Nello sviluppo inteso come modello di realtà, invece, queste due prospettive convergono, tanto che si stabilisce un'equivalenza tra il livello economico e il grado di civiltà.
Oltre all'equivalenza tra il livello economico e il grado di civiltà, spesso, anche a sinistra, il paradigma «sviluppista» ha stabilito una equivalenza tra la crescita economica e la giustizia sociale, sulla base dell'idea che progresso e crescita potessero di per sé risolvere le diseguaglianze sociali. Lei invece ha spesso sottolineato la necessità di pensare insieme giustizia e limiti, più che giustizia e crescita...
La concezione sviluppista rimanda a un'idea di crescita senza limiti, che si fonda sulla speranza per cui la crescita potrebbe essere infinita e non si dovrebbe badare più di tanto alla giustizia perché grazie alla crescita anche i poveri otterranno la loro parte. Vale qui la famosa metafora delle barche, per cui si crede che l'alta marea possa alzare tutte le barche insieme e allo stesso livello: è questa l'idea socialdemocratica della giustizia, oggi smentita drasticamente dalla storia. Perciò dobbiamo pensare giustizia e limiti insieme. Lo sviluppo, così come lo abbiamo inteso negli ultimi decenni, non può più essere la ricetta per garantire dignità ed equità a popoli e nazioni, ed è proprio questo il dramma odierno: il desiderio di dignità e i limiti della natura confliggono, e da questo scontro deriva la drammaticità della situazione in cui viviamo.
In «Per un futuro equo», l'ultimo rapporto del Wuppertal Institut tradotto in italiano, si sostiene che per promuovere giustizia e libertà occorre concentrarsi non solo sui diritti dei deboli, ma anche, e soprattutto, sui doveri dei forti. Ma come è possibile diffondere un'etica kantiana, che postuli non tanto diritti universali quanto doveri universali, in un mondo in cui chi gode di più privilegi continua a sostenere che il proprio tenore di vita non è negoziabile?
Già oggi la formula dello «stile di vita non negoziabile», usata da Bush padre nel 1992 durante la conferenza Onu di Rio de Janeiro, non tiene più. Nel corso della storia la giustizia non è mai opera del solo idealismo, ma della combinazione di idealismo e forza delle cose. Oggi la forza delle cose suggerisce la necessità di dimezzare le emissioni globali e per farlo bisogna convincere anche gli «altri», quegli altri che, come Cina e India, ogni anno acquisiscono un maggiore potere di negoziazione. Credo di non esagerare nel sostenere che ormai la politica ufficiale europea dia per scontato il fatto che lo stile di vita sia negoziabile: l'affermazione di Bush appartiene all'era fossile.

L'Europa, secondo gli auspici del Wuppertal Institut, dovrebbe abbandonare la lealtà transatlantica e «presentarsi come portatrice del progetto di una società cosmopolitica, i cui pilastri si chiamano cooperazione, diritto ed ecocompatibilità». Sembra però che la strada da compiere sia ancora molto lunga...
È una scommessa. Ci sono spinte che vanno in questa direzione ma anche in senso contrario. Nel caso dell'Europa mi sembra siano da evidenziare due linee di conflitto: la prima spaccatura, piuttosto evidente, è tra i paesi ex comunisti, che tendono ad apprezzare di più la libertà di mercato e a ridimensionare il ruolo dello Stato, e i paesi per così dire fondatori. L'altra spaccatura, troppo poco tematizza, è quella tra la politica ambientale e quella commerciale. L'interessante politica ambientale europea viene usata anche come uno strumento attraverso il quale dotare l'Europa di un profilo mondiale più riconoscibile, e rimanda alla necessità di individuare limiti e cambiare modelli di produzione e consumo; la politica commerciale invece è in contrasto rispetto a quella ambientale e riflette in gran parte le indicazioni del Wto: è un modello di libero mercato che non tiene in gran conto bisogni e diritti, interessato al predominio economico dell'industria europea e ossessionato dalla concorrenza con gli Stati Uniti e la Cina.

Torniamo alla «polarità principale» individuata in «Per un Futuro equo»: «da un lato il desiderio di uguaglianza e dignità delle persone e delle società è rivolto ai modelli di benessere dei paesi ricchi», dall'altro «la finitezza della biosfera impedisce di trasformare lo standard di vita del Settentrione in un modello di giustizia». Una delle possibili vie d'uscita suggerite è racchiusa nel modello concettuale di «convergenza e contrazione». Ce lo spiega?
Partiamo dalla contrazione, che su un grafico apparirebbe come una curva discendente. Nel giro dei prossimi cinquant'anni i paesi «grassi», quelli che consumano molte risorse devono ridurre il consumo. Dall'altro lato molti paesi hanno la necessità e il diritto di ottenere di più anche in termini di uso delle risorse, aumentandone il consumo, entro un limite generale valido anche per loro; la loro curva nei prossimi cinquant'anni sarebbe in leggero rialzo, con un'ascesa che convergerebbe poi con il livello minimo dei paesi grassi. Tuttavia, se il discorso su convergenza e contrazione è ancora corretto nel suo complesso, quando lo abbiamo articolato, un paio di anni fa, non ci eravamo resi conto di un aspetto essenziale: per quanto riguarda le emissioni di CO2, anche se il nord drasticamente e abbastanza velocemente finisse di usare l'atmosfera come una discarica non rimarrebbe molto spazio per i paesi recentemente industrializzati. Se dovessimo rifare oggi quello schema, dovremmo essere molto più cauti.

(Giuliano Battiston)


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7 giugno 2008

Via gli shoppers !

 

Come abbiamo spesso ripetuto in terra terra, le borse borsine sacchettini di plastica con manici per il trasporto di merci dal luogo di acquisto al luogo di consumo - in inglese dette shopper- hanno diversi brutti primati. Sono fra gli oggetti più presenti in tutti gli angoli del pianeta, bidonville e oceani compresi. Sono fra i più tipici rappresentanti della cultura e pratica dell'usa e getta. Sono «fossili»: perché la materia prima è il petrolio, e perché sono inadatti al futuro. Impiegano centinaia di anni per deteriorarsi (la plastica è nata per fare oggetti indistruttibili e infrangibili!) e nel frattempo minacciano la vita nei mari, inquinano l'ambiente e possono perfino contribuire a rendere più devastanti le inondazioni: in Bangladesh miliardi di pezzi di plastica bloccavano i drenaggi. Infine sono del tutto inutili: le alternative in caso di una loro messa al bando immediata sono a tutti accessibili; anche il più povero acquirente può avere una busta di tela, una borsa di juta, una cesta autocostruita, una scatola di cartone, contenitori riusabili e resistenti e comodi. Per fortuna grandi nazioni e piccoli paesini se ne stanno rendendo conto.
Da domenica prossima entra in vigore in Cina una norma significativa (vedi anche terra terra dell'11 gennaio 2008): per ridurre i rifiuti e il consumo di petrolio, i sacchetti e sacchettini di plastica più sottili di 0,025 millimetri non saranno più prodotti né commercializzati sul territorio nazionale. Non solo: è richiesto ai commercianti di far pagare ai clienti le buste più spesse, quelle non coperte dal divieto.
Con l'occasione cinese, la Reuters aggiorna la lista dei luoghi che stanno facendo qualcosa (di ecosinistra) in materia. Quel che appare certo è che la messa al bando è meglio di una tassa, come dimostra l'Irlanda: nel 2002 la tassa fece decrescere il consumo fino al 90 per cento, ma quel successo è via via scemato. 





Gli shopper sono già vietati in Ruanda, Eritrea e Somaliland - regione autonoma della Somalia. Sud Africa, Uganda, Kenya hanno regole per lo spessore minimo consentito. Etiopia, Ghana, Lesotho e Tanzania ci stanno pensando. Australia: nell'aprile 2003 Coles Bay in Tasmania è diventata la prima «città australiana senza buste di plastica». L'hanno seguita altre decine di centri piccoli e medi. Nel gennaio 2008 il neoministro dell'Ambiente Peter Garrett ha chiesto ai supermercati di smettere di offrire gli shopper alla cassa entro la fine dell'anno. Il Bangladesh è stato il primo grande paese a vietare le buste di plastica, causa inondazioni. In India lo stato del Maharashtra ha vietato produzione, vendita e uso nell'agosto 2005, anche per via del blocco dei drenaggi durante la stagione dei monsoni. Altri stati indiani hanno vietato le buste ultrasottili, fra l'altro, per evitare la morte delle vacche che le mangiavano pascolando fra i rifiuti.
Il Bhutan nel 2007 ha preso tre provvedimenti ecologici, salutisti e progressisti in una volta: ha vietato appunto gli shopper, il tabacco e la pubblicità nelle strade. Il tutto fa parte del piano per raggiungere la «felicità interna lorda».
Negli Usa San Francisco è stata la prima e per ora è l' unica città statunitense a vietare le buste di plastica nelle grandi catene, dall'aprile 2008, nel New Jersey medita il bando per il 2010. In Gran Bretagna i 33 consigli di Londra progettano per il 2009 di vietare le buste sottili e di tassare le altre.
Nel gennaio 2008 il sindaco di New York Bloomberg ha obbligato i grandi negozi a mettere in atto programmi di riciclaggio. Nel maggio 2007 l'inglese Modbury (sud Devon) è diventato il primo centro abitato in Europa a essere libero dagli shopper. Là si vendono solo borse riusabili o biodegradabili. Francia: le buste di plastica non biodegradabili saranno vietate dal 2010; come in Italia. Ma qui c'è l'inghippo: il «riciclaggio» delle buste, o le «alternative biodegradabili» (a base di mais alimentare) non escono dall'usa e getta e dunque dallo spreco. Qualche paesino in Italia farà di meglio? Lunga vita alla tela.

(Marinella Correggia)


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3 giugno 2008

Le balle di Scajola

 

Non credo che Scajola non sappia che sta raccontando un sacco di balle per giustificare la «storica» decisione di abbattere il «tabù del nucleare» nel nostro paese per portarlo finalmente (!) al livello tecnologico e produttivo dei paesi più avanzati dell'Occidente. Sa benissimo in primo luogo che, proprio in questi paesi (Stati uniti e Europa) di centrali nucleari non se ne costruiscono più dagli anni Settanta (la Finlandia ne ha una in costruzione che ha già sforato il costo previsto del 35 per cento) perché costano troppo e dunque sa che non è vero che l'energia prodotta in questo modo costa meno di quella proveniente da altre fonti.
In secondo luogo Scajola sa benissimo che gioca sulle parole quando parla, per tranquillizzare l'opinione pubblica sui problemi della sicurezza e delle scorie, di centrali «dell'ultima generazione» da iniziare a realizzare entro cinque anni, facendo surrettiziamente pensare che si tratterà di centrali all'avanguardia su queste questioni. In realtà, si tratta delle centrali di «terza generazione» disponibili oggi, che non contengono nessun sostanziale passo avanti avanti in termini di sicurezza e di quantità e qualità di scorie prodotte rispetto a quelle che oggi l'Europa sta già in parte smantellando, mentre quelle di «quarta generazione» che dovrebbero incorporare importanti innovazioni su queste questioni dovrebbero essere disponibili soltanto e forse, fra 25 anni.
Infine Scajola sa benissimo che il contributo dell'energia nucleare alla riduzione dell'emissione di CO2 in tutto il mondo andrà addirittura diminuendo nel futuro. E in particolare che quello che potrebbero fornire le centrali nucleari da realizzare in Italia - dato e non concesso che tutti i problemi di individuazione dei siti, di realizzazione di misure di sicurezza e di stoccaggio delle scorie possano essere risolti a colpi di bacchetta magica - sarebbe assolutamente irrisoria.
Non è un caso che l'Europa (con l'obiettivo del 20 per cento di solare e di eolico nel 2020) escluda il nucleare come possibile contributo.
E, proprio su questo tema, Scajola sa benissimo che gli investimenti in centrali nucleari faranno abortire miseramente ogni speranza di raggiungere l'obiettivo europeo, ostacolando il decollo dell'industria del nostro paese nelle tecnologie energetiche dell'avvenire: il solare, l'eolico e soprattutto il risparmio energetico. Perderemo dunque la speranza non dico di competere, ma di rincorrere la Germania, che è all'avanguardia per il solare (ma non eravamo noi il «paese del sole»?) e la Spagna che è in testa alla classifica nello sviluppo dell'eolico. Perderemo soprattutto anche questa occasione per sostituire il miraggio, peraltro anacronistico, di uno sviluppo industriale fondato sul modello novecentesco dell'industria pesante e centralizzata con uno sviluppo economico centrato sulle tecnologie «morbide» e sulla soft economy diffusa sul territorio.
Bisogna dunque domandarsi che cosa c'è dietro questo colossale battage pubblicitario che improvvisamente esplode, coinvolgendo la politica (con preoccupanti contributi anche dell'opposizione), il mondo della produzione con in testa la nuova Confindustria della Marcegaglia, e, naturalmente, il coro pressoché unanime dei media.
Non sono un esperto delle multidecennali faccende più o meno pulite dei protagonisti del capitalismo nostrano, che si è sempre ingrassato mettendo le mani - per usare uno slogan spudoratamente usato da uno dei maggiori esperti in materia - nelle tasche dei cittadini, ma non posso non rilevare collegamenti impressionanti tra questa operazione e alcuni episodi clamorosi di promesse mancate, di incompetenze clamorose, di colossali appropriazioni indebite di denaro pubblico.
Il ruolo dell'Impregilo, nello scandalo della «monnezza» in Campania ne è un recente esempio paradigmatico, ma i precedenti di imprese del genere sono numerosi. Non sarà che anche in questo caso tutto si ridurrà a un altro progetto faraonico (una strana coincidenza con il rilancio del ponte sullo Stretto di Messina) finalizzato soltanto a far intascare miliardi di euro ai soliti noti (e ai loro amici)?

Marcello Cini


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