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28 luglio 2010

La lettera degli economisti : noiseFromAmerika

Gli economisti Bisin e Boldrin  hanno fatto delle obiezioni alle tesi della Lettera degli economisti sia sulle pagine del Sole 24 Ore sia (in maniera più aspra) su quelle del blog noiseFromAmerika. Da dilettante faccio le seguenti osservazioni alle loro critiche, mantenendomi su di un piano da manualetto marxista-leninista. Non posso far altro. Sono un paleo-marxista e poco capisco le raffinatezze da gourmet dei polemisti, anche se in questo caso Bisin e Boldrin non mi pare abbiano preparato un capolavoro :

 

Il tono

Il fatto che sia offensivo porta ovviamente gli interlocutori ad essere altrettanto piccati e porta a perdite di tempo che non arricchiscono il dibattito. Ma la cosa che noto è che il tono dei due autori del post è annoiato, come se stessero per l’ennesima volta ripetendo verità ovvie che purtroppo raccomandati incompetenti e in mala fede non si rassegnano a condividere. Il risultato è che i fedeli si raggruppano intorno ai loro parroci complimentandosi a vicenda ed inventano pettegolezzi verso le contrade nemiche (basti a tal proposito vedere i commenti al post).

Il fatto è che bisogna rendersi conto che si è in presenza di paradigmi diversi di interpretazione della realtà e per risolvere la questione ci vorrebbe ben altro livello di divulgazione approfondita.

 

Unione Europea ed area euro

Alla lettera si rimprovera en passant di confondere tra Unione europea ed area euro. In realtà la lettera non dice che Unione europea ed area euro siano la stessa cosa. Dice che gli squilibri della zona euro derivano dal profilo liberista del Trattato dell’Unione. Tesi che magari è discutibile, ma che andrebbe appunto discussa e chiarita.

 

Il 95%

Bisin e Boldrin si fanno matte risate per il fatto che i cosiddetti percettori di reddito da lavoro sono il 95% delle famiglie. Ma questo dato non mi sembra evidenziare alcuna altra ovvietà e dunque non ci aiuta in nessun modo. La tesi della lettera sembra essere invece che, all’interno di questo 95% c’è una distribuzione del reddito che favorisce situazioni di sottoconsumo.

Ed è questa tesi che va criticata.

A tal proposito Boldrin cerca di confutare la teoria della propensione al consumo decrescente al crescere del reddito, dicendo che Giappone ed Usa sono paesi più ricchi di Cina ed India ma hanno una maggiore propensione al consumo di quei paesi. A tal proposito sono perplesso su questa comparazione non tra individui o gruppi di individui relativamente omogenei al loro interno per livelli di reddito, ma tra Stati che possono a loro volta  avere al loro interno  forti squilibri distributivi. Per cui non credo che l’argomentazione di Boldrin sia pertinente. Tuttavia, anche tra gli Stati, se si guarda a quelli più poveri, essi hanno una percentuale del consumo familiare che supera spesso il 70% del Pil, quota sfiorata tra i paesi più ricchi solo dagli Usa con i brillanti risultati che sappiamo.

 

Americani ed europei si sono comprati tutti quelli che potevano

Questo dicono Bisin e Boldrin : qui non si confonde il consumo naturale di un bene (il firmare un contratto e l’abitare una casa) con il consumo economico di una merce (il pagare il mutuo) ? A me pare che la tesi sottoconsumista dica che il consumo si perfeziona, pena la crisi, con il pagamento per intero del debito assunto dai nuovi proprietari di case. Poiché i neo proprietari non hanno pagato i mutui, è stata allora innescata la miccia della crisi.

C’è una differenza tra chi compra una casa avendo un lavoro a tempo indeterminato con salari decenti e dunque con alte probabilità di pagare il suo debito e chi invece ha un lavoro incerto, poco garantito. In Italia grazie ad un mercato del lavoro garantito circa il 74% delle famiglie sono proprietarie della prima casa. In Italia il mercato immobiliare e dei mutui non ha conosciuto una crisi come quella americana grazie ad un mercato del lavoro più garantito. In Italia il consumo in senso economico c’è stato effettivamente : le case sono state pagate e questo perché era possibile farlo.

 

 

I capitalisti sono stupidi ?

Questa è la domanda retorica che si pongono Bisin e Boldrin. No, ma non ritenendo vera la teoria del sottoconsumo non si comportano di conseguenza. Oltre tutto sarebbe un comportamento abbastanza in contrasto con alcune abitudini radicate.

I capitalisti infatti  potrebbero acquistare le merci, ma poiché, nonostante i trust e gli accordi, sono in competizione tra loro, cercano comunque di evitare di comprare tutto, cercano comunque di astenersi dal consumo per investire ancora in vista di ulteriori guadagni. Essi cercano inoltre di vendere sempre il proprio prodotto ad altri cercando di trarne il massimo profitto possibile.

 

 

Il valore della produzione

Bisin e Boldrin dicono che, se i capitalisti buttano quello che hanno fatto produrre ai lavoratori, essi

non ci guadagnano e dunque il valore della produzione quell’anno è minore. Il valore della produzione cioè si misura dopo averla venduta. Se non vendi è come se tu non avessi prodotto nulla.

Però per produrre una cosa c’è stata una spesa a cui va aggiunta una aspettativa di guadagno (incerta, ma che costituisce la motivazione dell’intrapresa). Questa spesa viene a più livelli comparata con l’ammontare della vendita. Se a livello collettivo il costo della produzione è maggiore dell’ammontare del consumo si verifica una situazione di sottoconsumo. Tale sottoconsumo si verifica anche quando diminuisci i prezzi delle merci, in quanto vendere tutto a prezzi stracciati permette magari di attenuare le perdite, ma non di evitarle del tutto (e ricordiamo la comparazione va fatta con il costo più il guadagno atteso, altrimenti il gioco potrebbe non valere la candela). Il sottoconsumo non si ha cioè solo quando alcune merci rimangono invendute, ma anche quando vengono vendute sottocosto. Dunque il valore delle merci va computato a monte e a valle (il valore e la realizzazione del valore) e dalla comparazione dipende lo stato di salute di una economia capitalistica.

 

La pacchia infinita

Piuttosto sciocco mi sembra il tentativo di ironizzare sul fatto che una situazione del genere sarebbe una pacchia tanto che sarebbe preferibile fare i lavoratori. A parte il fatto che per certi versi è un paradosso che potrebbe essere vero. Nel Manifesto Marx dice letteralmente questo “Il lavoratore torna a carico della società, ed il pauperismo s’accresce più rapidamente ancora che la popolazione e le ricchezze. È adunque dimostrato, che la borghesia è incapace di sostenere la parte di classe dominante e d’imporre alla società, come legge suprema, le condizioni d’esistenza della propria classe. Essa non può più regnare, perché non può più assicurare l’esistenza al suo schiavo, neppure nelle condizioni della sua schiavitù, poiché essa è costretta di lasciarlo cadere in una situazione così precaria da doverlo nutrire invece di esser nutrita. La società non può più esistere sotto la sua dominazione, ciò che vorrebbe dire che la sua esistenza è incompatibile con quella della società”.

Al tempo stesso l’ironia è sciocca, in quanto tale “pacchia” è fatta di stress, di paure, di mortificazione. Chi deve pagare un mutuo e non può farlo sta in condizioni in cui solo chi non ha certi problemi può ironizzare.

 

Produttività e salari

Bisin e Boldrin hanno presentato una loro interpretazione dei dati che smentirebbe l’esistenza di una correlazione. Tale interpretazione ha trovato conforto in una analisi di Giulio Zanella sullo stesso blog. Tali interpretazioni però si devono confrontare con altre di tenore diverso qui, qui e qui. Sarebbe il caso di riparlarne. Ovviamente i periodi considerati sono diversi, la produttività a volte si misura facendo riferimento alle ore lavorate, a volte al numero degli addetti, ma credo che una comparazione tra le indagini in campo sia possibile.

 

La produttività tedesca 

Bisin e Boldrin dicono che gli estensori della lettera non si chiedono come mai i tedeschi abbiano così aumentato la produttività.

In realtà la lettera forse non poteva dilungarsi su questo tema, ma ciò non vuol dire che la domanda non si sia posta. Lo ha fatto qualcuno dei firmatari qui, qui e qui.

Invece Bisin e Boldrin si abbandonano parlando dell’Italia al vecchio “Va' a lavurà, barbun!”, alla gente che non lavora, all’assistenzialismo, alle terribili tasse. Manca il traffico a Palermo.

La lettera poi non dice che i governi europei siano indebitati con i tedeschi (come sostengono gli autori), ma che l’Italia importa dalla Germania più di quanto esporti, accumulando debito (privato non pubblico) crescente.

 

L’euro

Bisin e Boldrin difendono inoltre l’adozione dell’euro che però nella Lettera degli economisti non è criticata, per quanto, pur difendendo il potere d’acquisto delle famiglie, l’introduzione dell’euro ha coinciso con un aumento dell’inflazione di tutti i paesi europei (in Italia si è passati dal 2% del 1998, al 2,5% del 2000 e al 2,7% del 2001). Può ben essere una coincidenza, anche se personalmente la interpreto come una conseguenza di un aumento dei prezzi legato al commercio ed a fenomeni di arrotondamento permessi dall’impreparazione dei consumatori. Per una tesi analoga vedi qui.

 

La speculazione finanziaria

Bisin e Boldrin attribuiscono alla Lettera la tesi che gli speculatori vogliano far deflagrare l’euro, ma questa sarebbe una tesi assurda perché a perderci sarebbero i detentori di titoli pubblici e cioè i cosiddetti speculatori. Essi attribuiscono alla Lettera anche l’idea che i derivati siano cose diaboliche, mentre in generale le operazioni speculative sono giochi a somma zero in cui se uno perde l’altro vince e quindi se metà degli speculatori ci guadagna, l’altra metà ci perde.

In realtà la Lettera dice che gli speculatori stanno scommettendo sulla deflagrazione del debito, non che vogliono maliziosamente farlo deflagrare, ma, scommettendo, tendono a fare sì che queste previsioni si auto realizzino, accelerando i processi reali oggetti delle previsioni. Si tratta di processi cumulativi che possono essere difficilmente controllati (una volta avviati) e che dunque necessitano di vincoli preventivi. Da decenni si evita l’avvitamento dell’inflazione con queste cautele spesso ferree, perché allora non discutere con altrettanto distacco anche l’ipotesi di meglio regolamentare la circolazione dei capitali ? Quanto al fatto che non tutti gli speculatori ci guadagnano, la Lettera non dice che tutti gli speculatori di guadagnano, ma che la speculazione nel suo complesso può avere effetti dannosi per l’economia.

Per chiarire l’atteggiamento della sinistra verso gli speculatori valga questa citazione :

In questa sede non si intende attribuire alcun connotato negativo, tanto meno sul piano morale, a quella attività economica che va sotto il nome di speculazione. Essa è una attività di compravendita come tutte le altre, e come tutte le altre, trae la sua ragion d’essere dalla prospettiva di lucrare la differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. In una economia di mercato questa è la regola e non l’eccezione. Il fatto che si cerchi di lucrare non sulla differenza di prezzo tra beni, ma su quelle tra monete o attività finanziarie, non modifica in nulla il fenomeno della speculazione, cui, in condizioni normali, spetta il compito economico di portare in equilibrio i prezzi di domanda e di offerta. Quello che rende tristemente famosa la speculazione su attività finanziarie e valute è il fatto che, in condizioni di squilibrio particolarmente pronunciate, essa si trasforma in un potente fattore di amplificazione dello squilibrio, rendendo impossibile qualsiasi altro intervento di risanamento che non sia la crisi. La speculazione non crea lo squilibrio. Ciò non toglie che si ponga un problema di governo dei flussi internazionali di capitali speculativi che li assoggetti quanto meno al pagamento delle tasse sui profitti (qui)”

C’è anche da precisare che a sinistra si teorizza che nell’ambito della speculazione esista una fondamentale divisione tra pastori (investitori individuali e collettivi più ricchi ed informati che acquistano al prezzo più basso, vendono al prezzo più alto in quanto determinano i movimenti di capitale più consistenti) e greggi (il resto degli investitori che, aggregandosi in un secondo momento ai pastori, determina il successo dell’investimento di questi ultimi, i quali hanno la facoltà di vendere il titolo quando lo ritengono più opportuno e di lasciare a loro  a cascata il cerino acceso). Sicuramente i liberisti ad oltranza negheranno l’esistenza di questa divisione. Sarebbe interessante sapere quali sono le loro argomentazioni al proposito.

 

Il moltiplicatore

Secondo Bisin e Boldrin, gli estensori della lettera ritengono che la capacità produttiva cada dal cielo, sia sempre sottoutilizzata e vada messa in opera dall’aumento della domanda. Essi crederebbero che la spesa si autofinanzia fiscalmente con il giusto moltiplicatore. Ma, si chiedono i due autori, se una volta che la spesa pubblica entra nel mercato si genera sottoconsumo, non c’è una contraddizione tra sottoconsumo e moltiplicatore ? In realtà non è certo il moltiplicatore che ci fa crescere. L’evidenza schiacciante dal punto di vista statistico è che nel lungo periodo crescono di più i paesi che risparmiano ed investono di più.

In realtà credo che la tesi attribuite agli estensori della lettera siano state ricostruite in maniera un po’ arbitraria ed alla fine si è creato un avversario fittizio e più facile da confutare. Volendo dunque dire liberamente la propria opinione, a me non sembra che la spesa pubblica favorisca la generazione del sottoconsumo, ma, come si è già detto, possa rimediare alle eventuali crisi di sottoconsumo.. Quanto alla crescita dei paesi con alti tassi di risparmio, si tratta di un fenomeno che riguardi alcune fasi dello sviluppo (quello delle economie emergenti tipo Cina, India, Vietnam), ma che non si possa applicare ai paesi dove tale accumulazione si è già articolata. Il problema di una economia matura non è un alto tasso di crescita , ma un tasso che consenta uno sviluppo più armonioso ed equilibrato e  magari un diverso sistema di valutazione

La Grecia

Bisin e Boldrin hanno ridacchiato circa il fatto che gli estensori della lettera avrebbero incoraggiato la spesa sicuri che i mercati non avrebbero sanzionato le cicale. La Grecia avrebbe seguito il consiglio di questi economisti e sarebbe stata fregata.

Non mi pare che le cose stiano così. L’ipotesi che fosse possibile un aumento del differenziale del rendimento dei titoli pubblici europei in condizioni eccezionali è stata fatta. E tuttavia è diversa l’interpretazione di come si sia generata. Bisognerebbe discutere nel dettaglio queste differenze di impostazione invece di fare facile ironia.

Guardando alla Grecia bisogna dire che invece di fare la cicala, ha proprio seguito i consigli di chi persegue strategie deflazioniste : la quota degli investimenti sul Pil è aumentata dal 18,1% del 1995  al 25,8 del 2005. La quota dei consumi delle famiglie è diminuita dal 71,8% del 1995 al 66,8% del 2005. La quota dei consumi collettivi è scesa dal 19,8 % del 1995 al 16,4 % del 2005. La spesa sanitaria è scesa dall’8,3% del Pil al 7,9%, nonostante l’età media dei greci sia piuttosto alta e pure la percentuale di ultrasessantenni (fonte). Piuttosto il problema della Grecia sembra più il disavanzo commerciale con l’estero, in armonia con le tesi degli estensori della lettera.

In conclusione spero che gli autori rendano più chiari quali siano i loro presupposti teorici e soprattutto quali siano i rapporti tra questi e gli esempi e le metafore da loro utilizzati, nella prospettiva di una spiegazione razionale dei fenomeni reali. 

 

 


27 aprile 2009

Giancarlo De Vivo : economisti ed economisti

 Gli economisti sono sotto attacco da più parti. La prestigiosa rivista Nature ha invocato la necessità di una “rivoluzione scientifica” in economia, riconducendo l’incapacità degli economisti di “prevedere e evitare le crisi” al loro aver assunto il mercato ad idolo, ed accusandoli di fare propaganda piuttosto che scienza. Sono accuse pesanti, su cui essi devono dire qualcosa. Il Sole - 24 Ore ha iniziato un dibattito con un editoriale “a discarico” di R. Perotti (23 novembre), proseguito poi con interventi molto critici sullo stato della professione - in particolare uno di Roberto Artoni del 26 novembre.

Che la crisi abbia suscitato questo confronto è senz’altro positivo. Mai come nell’ultimo decennio infatti gli economisti liberisti avevano monopolizzato l’informazione. Usando la vecchia tecnica dei frequenti complimenti e citazioni reciproche, sono riusciti a dare l’impressione anche a lettori avveduti che un pensiero unico accomunasse tutti gli “economisti seri”. Il punto importante non è tanto quello degli errori di previsione, ma le storie che questi “economisti seri” son venuti raccontandosi e raccontando ai malcapitati lettori, nei loro editoriali e nei loro libelli. Sostenevano che la liberalizzazione finanziaria avesse fatto mirabilie, che “metà della crescita della produttività degli Stati Uniti è dovuta al settore finanziario”, e che quindi l’enorme ricchezza di cui questo settore riesce ad appropriarsi è giustificata dal suo benefico effetto sulla crescita del prodotto: le rendite non si anniderebbero nei colossali compensi dei dirigenti del settore finanziario, ma tra i lavoratori che guadagnano 1000-1500 euro al mese, e che godono del “privilegio” di un posto di lavoro con qualche tutela.



Dopo tutti i loro peana al liberismo (che alcuni di essi chissà perchè tengono a qualificare come “di sinistra”) quegli economisti, dimenticando tra l’altro di aver spesso vantato gli effetti espansivi della riduzione della spesa pubblica, hanno firmato spaventati appelli perché il finora esecrato Leviatano intervenisse a levare le castagne dal fuoco, con un aumento di spesa pubblica che potrebbe essere vertiginoso: il piano britannico per i salvataggi bancari, a cui tutti sembrano ispirarsi, ha stanziato l’equivalente di 600 miliardi di euro, pari a quasi la metà del PIL italiano, o, se si vuole, pari a circa 4 volte quanto speso annualmente dall’INPS per le pensioni. Ma chi ha dimenticato che quegli stessi economisti fino a ieri additavano all’opinione pubblica come una grave minaccia un possibile aumento della spesa per pensioni di un paio di punti di PIL (la famigerata “gobba”)?

Qualcuno di essi sta oggi iniziando a rispolverare Keynes. Ma se avessero letto Keynes avrebbero forse avuto qualche remora nei loro inni al “contributo” della finanza alla crescita - che appaiono tragicomici oggi che il contribuente è chiamato a pagarne i disastri. Keynes, che era un grande economista e un grande speculatore, paragonava lo “scommettere a Wall Street” allo scommettere alle corse dei cavalli, sostenendo che entrambi servivano solo a dare l’illusione di potersi arricchire senza far nulla, ma che era preferibile andare alle corse dei cavalli, perché così almeno si prendeva un po’ d’aria.


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