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18 ottobre 2010

La sintesi neoclassica : domanda di moneta ed inflazione

Il secondo argomento della teoria keynesiana che gli studiosi della sintesi neoclassica ritennero di dover sviluppare andando oltre le ipotesi della teoria generale fu la domanda di moneta. Keynes aveva sostenuto la instabilità della domanda di moneta nella componente speculativa. Un volume consistente di attività finanziaria in situazioni di instabilità dei mercati di borsa era destinato a suo parere a forme di investimento speculativo che attribuivano scarsa rilevanza al valore reale delle azioni. Ciò induceva altri operatori a comportamenti imitativi e ad ondate di acquisti e vendite che non avevano alcun legame prevedibile con le variazioni del saggio d’interesse. La politica monetaria in alcuni casi risultava inefficace perché i detentori di capitali in attesa di forme d’investimento redditizie preferivano detenere moneta in forma liquida. Gli studiosi della sintesi affrontarono invece il tema da un’altra angolazione. Essi giudicavano maggiormente rilevanti le valutazioni del presente piuttosto che le previsioni del futuro e ciò indusse a vedere nella domanda di moneta speculativa una scelta di portafoglio che i soggetti effettuavano valutando i guadagni e i rischi propri di ogni specie di titolo, compresa la moneta. La determinazione dell’ammontare della domanda di moneta speculativa in relazione alle variazioni del saggio d’interesse finì con il derivare da un problema di massimizzazione dell’utilità in relazione alla scelta tra moneta e titoli o tra titoli di diversa natura ed in considerazione dei rendimenti e dei rischi connessi a tale attività. La relazione definita instabile da Keynes tra domanda di moneta speculativa e saggio d’interesse, fu di nuovo ricondotta nell’ambito della stabilità.

 

 

Infine il terzo argomento che gli studiosi della sintesi approfondirono fu la spiegazione dell’inflazione. Per Keynes l’inflazione era il risultato di un eccesso di domanda sul mercato dei beni di consumo che non poteva essere annullato mediante un incremento della quantità offerta, data la piena utilizzazione dei fattori produttivi. In altri termini l’inflazione risultava essere la manifestazione dell’incapacità del sistema produttivo di assecondare incrementi della domanda. Se però si accoglieva la tesi di Keynes bisognava infatti trarre due conclusioni di non poco conto :

·         Che l’inflazione da eccesso di domanda poteva verificarsi solo dopo aver superato la barriera della piena occupazione

·         Che prima di aver raggiunto siffatta barriera ogni eccesso di domanda avrebbe indotto un incremento di occupazione e di produzione e non un incremento dei prezzi

Vennero gradualmente alla luce così due problemi connessi alla trattazione del problema dell’inflazione : il fatto che lo stesso Keynes sottolineasse la tendenza delle economie capitalistiche a permanere in condizioni di equilibrio di sottoccupazione collocava in secondo piano il problema teorico dell’inflazione. In secondo luogo risultava teoricamente non ammissibile la coesistenza di disoccupazione ed inflazione. Phillips sulla base dello studio di due serie statistiche (le variazioni percentuali dei salari nominali ed il tasso di disoccupazione) verificò empiricamente l’esistenza di una relazione fra le due variabili : ne risultò un fatto stilizzato (la relazione inversa tra tasso di disoccupazione e tasso di crescita dei salari nominali). In realtà la relazione individuata era già stata scoperta ed utilizzata da Marx per dare ragione del carattere ciclico dello sviluppo capitalistico ed appare intuitivamente chiara la somiglianza della tesi di Phillips con la teoria sull’esercito industriale di riserva che collegava le variazioni del salario e dell’accumulazione al numero dei disoccupati. Tuttavia era mancata una spiegazione convincente capace di legare le dinamiche del mercato di lavoro e l’andamento dei prezzi. Lipsey sostenne che il caso descritto da Phillips poteva essere ricondotto al funzionamento di un mercato del lavoro concorrenziale. La stretta correlazione tra le due variabili mostrava che il lavoro, come ogni altra merce, aveva un suo prezzo di equilibrio determinato dal volume delle quantità di lavoro offerte e domandate. La disoccupazione non era altro che il risultato di un offerta di lavoro eccedente le richieste di mercato (circostanza che determinava una minima forza contrattuale dei lavoratori) e la piena occupazione il risultato di una domanda di lavoro superiore all’offerta. Samuelson e Solow si avvalsero della relazione individuata da Phillips per sostenere la tesi secondo la quale se si voleva raggiungere la piena occupazione bisognava accettare un tasso di inflazione elevato. A loro avviso era sufficiente assumere che l’aumento generale dei prezzi fosse uguale all’aumento dei salari meno l’aumento della produttività del lavoro. Se questa ipotesi aggiuntiva risultava praticabile la curva di Phillips mostrava la relazione tra il tasso di crescita dei prezzi (non più solo dei salari) e il tasso di disoccupazione consentendo di individuare così per ciascun tasso di disoccupazione il corrispondente tasso di aumento dei prezzi. Si consentiva così alle autorità politiche una possibilità di scelta tra diverse combinazioni di inflazione e disoccupazione. Tuttavia ci furono anche severe critiche a questa correlazione : negli anni ’70 si mostrò in alcuni paesi una estesa disoccupazione in concomitanza con alti tassi di inflazione (stagflazione). E comunque la curva di Phillips rappresentò lo sviluppo teorico più significativo del keynesismo poiché consentì di superare il punto debole esistente nel modello della sintesi sui rapporti tra dinamica del mercato del lavoro e andamento dei prezzi. Alla barriera della piena occupazione come limite rigido oltre il quale un eccesso di domanda avrebbe innescato un processo inflazionistico venne sostituito un limite mobile che spiegava le ragioni per cui l’inflazione poteva sorgere anche in presenza di una disoccupazione frizionale.

Il modello IS-LM secondo Brancaccio trascurava le relazioni dirette tra domanda di merci e prezzi ed ammetteva pertanto la possibilità che il sistema economico, lasciato a se stesso, rimanesse incagliato in uno stato di disoccupazione permanente. La soluzione del problema venne fornita da Patinkin il quale diede sostegno teorico all’idea che una prolungata caduta dei salari e dei prezzi potesse determinare almeno in linea di principio l’aumento di domanda necessario ad assorbire i disoccupati. Le conclusioni di Patinkin permisero dunque di ricacciare la disoccupazione keynesiana nel novero dei fenomeni transitori ed al limite trascurabili

 

 

 

 

 


14 settembre 2010

La scuola della regolazione e gli economisti radicali sulla stagflazione

Come ogni periodo di crisi prolungata, quella degli anni’70 ha dato luogo ad interpretazioni che non sono più solo aggiornamenti di teorie stabilite, ma approcci che sfuggono all’inquadramento.

 

 

Si tratta ad es. :

a.      La scuola della regolazione. Si tratta di un gruppo di economisti francesi di ispirazione marxista e neoricardiana (Aglietta, Lipietz etc.) che si sono dedicati allo studio della crisi prendendo le mosse da un analisi storica comparata che sfocia in proposte di periodizzazione del capitalismo. A questo fine si è cercato di individuare e definire diversi regimi di accumulazione che, funzionando sulla base di forme istituzionali specifiche e di certi modelli di regolazione, si sarebbero storicamente succeduti dopo episodi più o meno lunghi di grande crisi. Un regime di accumulazione designa l’insieme di regolarità che assicurano un avanzamento generale e relativamente coerente dell’accumulazione del capitale. Queste regolarità concernono le regole che presiedono alla messa in atto della produzione della sua realizzazione attraverso la distribuzione ed il consumo (organizzazione della produzione, divisione del valore aggiunto, composizione della domanda sociale). Mentre la maggior parte dei regolazionisti distingue tra accumulazione estensiva fino alla seconda guerra mondiale e poi accumulazione intensiva, per R. Boyer vi sarebbero stati prima di giungere alla grande crisi degli anni ’70 tre successivi regimi di accumulazione. Il primo è l’accumulazione a dominante estensiva di fine 1800 inizio 1900, fondata sulla cooperazione semplice nel lavoro, modesti incrementi di produttività ed il ruolo trainante della formazione del capitale (i salariati vivono essenzialmente di beni prodotti fuori dalla sfera del capitalismo). Il secondo regime è l’accumulazione intensiva senza consumo di massa fondata sul taylorismo e forti incrementi di produttività con la diffusione del consumo di beni manufatti, ma preponderanza dell’investimento. Per questa corrente la formazione negli Usa di un tale regime ibrido (produzione di massa senza consumo di massa) si trova all’origine della grande crisi del 1929. Ma si può veramente parlare di regime di accumulazione quando regolarità e coerenza sono assenti ? Il terzo regime è l’accumulazione intensiva con consumo di massa fondata sul fordismo, con elevati incrementi di produttività, contrattazione dei redditi salariali, dinamica simultanea del consumo e dell’investimento, internazionalizzazione del capitale. Questa ricerca di periodizzazione di modi necessariamente mutevoli della produzione della sua realizzazione e di grande interesse. Storicamente infatti la produzione è stata orientata per l’essenziale verso l’estensione dei mezzi di produzione e poi caratterizzata da una crescita graduale della produzione dei beni di consumo di provenienza industriale. Tuttavia la questione degli incrementi di produttività dovrebbe essere più sfumata : dalle origini del capitalismo industriale, l’accumulazione del capitale è legata all’innovazione tecnica in vista dell’accrescimento della produttività del lavoro. L’innalzamento della produttività in particolare del 1900 include con la messa in atto del taylorismo e dell’organizzazione fordista del lavoro,  una forte tendenza all’intensificazione di quest’ultimo. Tra gli elementi indispensabili al funzionamento stesso di un regime di accumulazione, le forme istituzionali rappresentano gli aspetti di determinati rapporti sociali. Esse sono le forme monetarie, l’organizzazione del lavoro, le forme della concorrenza, i modi di partecipazione al regime internazionale ed infine le forme dell’intervento dello stato. Quanto al modo di regolazione, questo opererebbe proprio attraverso il gioco delle forme istituzionali allo scopo di riprodurre i rapporti sociali fondamentali, di sostenere e di dare il regime di accumulazione vigente e di assicurare la compatibilità dinamica dell’insieme delle decisioni decentrate. Il funzionamento dei regimi di accumulazione produce la crescita lunga quando le forme istituzionali corrispondenti pervengono a regolare, a canalizzare e guidare per grandi linee l’accumulazione, in modo tale che siano attenuati gli squilibri e le contraddizioni anteriori fino a che il loro stesso successo non faccia emergere nuovi limiti al perseguimento dell’accumulazione. Da qui le rotture di conflitti associati ad una crisi che designa allora più di un semplice ritorno congiunturale e la successione storica di regimi di accumulazione funzionanti per una fase ed all’opposto di grandi crisi. Per spiegare la crisi degli anni ’70 (così come quella del ’29 e la grande depressione di fine ‘800) i regolazionisti utilizzano la nozione di grande crisi. Una tale crisi nasce sia da un modo di regolazione diventato impotente di fronte a concatenazioni congiunturali sfavorevoli, con la conseguenza di destabilizzare il regime di accumulazione, sia dal fatto che le forme istituzionali che condizionano il regime di accumulazione hanno raggiunto i propri limiti, il che agisce di rimando sulla regolazione. Per la scuola regolazioni sta la crisi degli anni ’70 deriva dall’esaurimento del regime di accumulazione intensivo con consumo di massa, a sua volta collegato alla rimessa in discussione o all’esaurimento dell’efficacia delle forme istituzionali che sono alla base del regime di accumulazione e del sistema di regolazione monopolistica. Si tratta essenzialmente di una crisi del fordismo nelle sue diverse dimensioni (lavoro e produttività, standard di consumo, costi collettivi della crescita). Il lavoro di tipo fordista è in crisi per l’effetto di lotte operaie che contestano l’organizzazione del lavoro e conducono al successo di rivendicazioni sociali non compensate da un’accelerazione della produttività. Ma se l’esaurimento degli incrementi di produttività deriva dalla crisi del lavoro (causa sociale) esso è anche il risultato di uno squilibrio di catena e della produttività negativa derivante dalla rigidità dell’organizzazione fordista della produzione di fronte ad una variazione rapida della domanda che esige al contrario la flessibilità (causa tecnica). Quanto agli standard di consumo questi sperimentano anch’essi un esaurimento quanto meno relativo, derivante soprattutto dall’aumento della quota dei servizi (settore nel quale gli incrementi della produttività sono inferiori alla media) nel consumo delle famiglie con il corollario dello sviluppo del lavoro improduttivo e del suo costo. Appaiono anche dei limiti all’estensione delle regolamentazioni e della spesa pubblica che socializzano una frazione crescente dei costi collettivi associati al modo di vita industriale ed urbano ed alla gestione globale della forza-lavoro. Giocano parallelamente anche la destabilizzazione delle forme anteriori della concorrenza per effetto dell’invecchiamento delle industrie di base, della  maturazione della domanda dei prodotti durevoli e dello sviluppo di nuove industrie. C’è inoltre il progressivo deterioramento della gerarchia che stabilizzava le relazioni internazionali intorno al ruolo egemonico dell’economia americana e del dollaro, dal momento in cui quest’egemonia si indebolisce. Si trovano allora coniugate due crisi, una interna alle economie nazionali ed una internazionale. Si sarebbe dunque costituito all’interno della crisi degli anni ’70 un regime di accumulazione ibrida, un’accumulazione a dominante estensiva con consumo di massa, caratterizzata in modo particolare dall’esaurimento delle risorse anteriori di produttività, da una rimessa in discussione dell’istituzionalizzazione della distribuzione dei redditi, da una rottura della regolarità della domanda e da una ricomposizione delle relazioni economiche internazionali. Ma ancora una volta non vi è contraddizione nel designare come regie di accumulazione un tale stato dal momento che regolarità e coerenza vi fanno difetto ? Questa nuova corrente di analisi nata dalla crisi ha il merito non indifferente di proporre non un’alternativa teorica globale, ma un approccio nuovo che, con il suo collocarsi in prospettiva storica e tenendo conto di determinate dimensioni sociali, contribuisce felicemente a rompere con il gretto economicismo dominante (tanto tra i liberisti quanto tra i marxisti). I limiti di questo approccio sono di ordine diverso : la nozione centrale di regime di accumulazione non è ben distinta da quella del modo di regolazione. Inoltre la presenza di regimi ibridi evidenzia il limite interno al concetto di regime di accumulazione. Quanto al processo di esaurimento del regime fordista non si riesce a metterne in evidenza la dimensione tecnica. Inoltre lo squilibramento della catena concerne in realtà l’apparizione di punti di conflitto e dunque non è che un aspetto dell’insieme dei costi straordinari che derivano dalla resistenza operaia al lavoro alla catena, dunque della crisi del lavoro, fenomeno sociale. Quanto alla rigidità dell’organizzazione fordista essa in realtà il prodotto di una intensa recrudescenza di una concorrenza ormai transnazionalizzata che tende ad esasperare le differenziazioni di prodotto. Lo spazio di analisi dei regolazionisti sembra ancora troppo centrato sul quadro nazionale non prendendo veramente in considerazione la logica transnazionale che si sviluppa alla fine degli anni ’60 : stiamo parlando dell’economia-mondo occidentale. Quanto allo spazio teorico esso resta ancora troppo economico non permettendo di spiegare tutta la complessità della dinamica economica, in particolare del processo dell’innovazione.

b.      Gli economisti radicali. In un’opera del 1983 (Beyond the waste land) Bowles, Gordon e Weisskopf, la caratteristica essenziale del periodo favorevole del dopoguerra è quello che essi chiamano il sistema della grande impresa che per loro si basa su tre fondamenti ognuno dei quali raggruppa uno specifico insieme di relazioni di potere istituzionalizzate. Il primo fondamento è la pax americana che regola le relazioni di scambio tra il capitale americano ed i suoi fornitori o concorrenti esteri grazie ad una potente macchina politica, economica e militare che detta legge su di una vasta parte del mondo. Il secondo fondamento è un accordo tra capitale e lavoro che mette in atto un nuovo sistema di relazioni strutturato tra le grandi imprese e una larga frazione dei lavoratori americani disciplinati per mezzo di contratti collettivi negoziati con le grandi organizzazioni sindacali istituzionalizzate. Questo sistema prevede in particolare un aumento regolare dei salari come contropartita di un riconoscimento della legittimità delle prerogative delle direzioni in tutte le grandi scelte economiche che le imprese affrontano. Il terzo fondamento è un patto tra cittadini e capitale che regola il conflitto persistente tra le rivendicazioni popolari relative alle responsabilità sociali delle grandi imprese e la pura logica della profittabilità che anima queste ultime. Il patto conduce ad un allargamento del ruolo dello stato specialmente per sostenere e regolare l’attività economica e per limitare i costi sociali della crescita. L’erosione progressiva del sistema della grande impresa avrebbe portato l’economia americana alla crisi, attraverso il declino della redditività del capitale a partire dal 1965 ed in seguito al relativo declino economico degli Usa. Tale erosione è dovuta all’apparizione di conflitti in ognuna delle tre dimensioni fondanti, a causa del rifiuto crescente da parte degli altri popoli e di lavoratori e cittadini americani di piegarsi alla subordinazione che la struttura del sistema pretende. Da ciò deriva il declino della dominazione internazionale degli Usa, legato alla competitività americana nei confronti dei concorrenti, il crollo del patto tra capitale e lavoro, dovuto alla crescente disuguaglianza dei redditi e della disoccupazione, mentre nello stesso tempo il contenuto del lavoro era contestato da nuove generazioni di lavoratori. L’erosione del potere dei dirigenti d’azienda comincia a ridurre la loro capacità di comprimere i salari e di accrescere l’intensità di lavoro, da cui deriva un abbassamento della produttività del lavoro e della redditività del capitale. La rimessa in causa della logica del profitto è stata il prodotto di diversi movimento sociali (consumatori, ecologisti, pacifisti), le cui campagne sulla questione della salute, della sicurezza e dell’inquinamento hanno comportato l’aumento dei costi delle risorse naturali e dell’energia. Ad es. il movimento antinucleare è riuscito a costringere l’industria nucleare ad assumersi il costo della sua nocività trasformando poco a poco questa industria in un’attività poco profittevole. Così questi tre autori analizzano la crisi attraverso lo studio della coerenza generale delle istituzioni e dei rapporti sociali del capitalismo americano e della sua progressiva messa in discussione attraverso il suo stesso successo. Essi iscrivono la loro analisi della crisi degli anni ’70 nel quadro più vasto dei ritmi lunghi.

 


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