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13 marzo 2010

Tonino Bucci . Destra e Sinistra

Come un ritornello ossessivo sentiamo ripetere da anni che destra e sinistra non esistono più. Un tempo la formula “non sono né di destra né di sinistra” era segno equivocabile di appartenenza alla cultura della destra. In essa si è storicamente riconosciuta un’ampia zona grigia della nostra società. L’Italia dei piccoli ceti medi sfilacciati e del sottoproletariato urbano, l’Italia della piccola borghesia si è sempre riconosciuta nella ritrosia al prendere partito. L’antipolitica, il qualunquismo, l’opportunismo, lo scambio mafioso e il tengo famiglia rappresentano il peggio del carattere nazionale italico. Il “né a destra né a sinistra” è stato il collante ideologico di strati sociali perennemente sospesi tra rassegnazione e protesta, tra ribellismo e delega passiva all’autorità.
Oggi però l’invito ad andare oltre gli steccati - e a buttar via l’antifascismo - è diventato una litania della postmodernità, non più esclusiva - per intendersi - di aree marginali della destra e di gruppi neofascisti e neonazisti. Dalla nuova destra ai tecnocrati del mercato è ormai tutta la classe dirigente a dire che la politica deve regolarsi non sulla coppia destra-sinistra ma su altri criteri, sul pragmatismo, sull’efficienza, sulla capacità di amministrare l’esistente. È il mercato e le sue esigenze di funzionamento, la contrattazione con i poteri forti, le regole del marketing e della costruzione di consenso che dettano tempi e contenuti dell’azione politica. Se la distinzione tra destra e sinistra ha perso smalto è colpa anche del sistema politico della Seconda repubblica, di un bipolarismo coatto tra due schieramenti in competizione tra loro per la conquista del centro (più o meno come funziona nell’audience televisiva).
Eppure «in Occidente lo spazio politico continua a polarizzarsi intorno alla destra e alla sinistra... Proprio la crisi economica globale sta dimostrando che è in atto un tentativo della politica di ritrovare la propria centralità attraverso una nuova capacità di regolare l’economia... Insomma, destra e sinistra sono categorie della politica moderna, ma in qualche modo continuano ad avere senso anche in una politica largamente postmoderna come quella dell’età globale».


Il minimo che si possa dire di queste tesi è che sono controcorrente. L’autore è Carlo Galli - docente di storia delle dottrine politiche all’università di Bologna - di cui è appena uscito per Laterza il nuovo saggio Perché ancora destra e sinistra? (pp. 94, euro 9). Il rischio qui è di ritrovarsi tra le mani due contenitori abbastanza vaghi. “Sinistra” e “destra”, senza ulteriori specificazioni, vogliono dire ben misera cosa o, al contrario, possono voler dire l’universo mondo. Sarebbe compito arduo, ad esempio, spiegare cosa hanno in comune personaggi come Hitler e Scruton, Burke e Maurras, Marinetti e Lorenz, Evola e Schmitt, Jünger e Gentile, Céline e Sironi, Churchill e monsignor Lefebvre, Rattazzi e Degrelle e si potrebbe procedere a lungo nell’elenco. Esiste la destra dei controrivoluzionari cattolici alla Maistre che volevano ripristinare la dipendenza della politica da un qualche fondamento non negoziabile (la tradizione, la religione, la nazione), una destra anticapitalistica che guarda indietro a una società feudale rigidamente gerarchica, una destra che vuole abolire il discorso politico moderno e la democrazia rappresentativa. Ma c’è anche una destra che sceglie di starci, nella modernità, una destra conservatrice che si schiera dalla parte del mercato e difende i rapporti di dominio esistenti. E, ancora, esiste una destra bonapartista e populista, capace di ricorrere a forme plebiscitarie di governo, che non esita a mettere da parte gli istituti liberali del parlamento e della democrazia. La destra può assumere un volto anarcoide quanto autoritario, statalista quanto liberista, nazionalista quanto ripiegato sulle piccole patrie regionali.
Lo stesso potrebbe dirsi della sinistra: dai liberali figli dell’illuminismo ai democratici radicali e ai giacobini, dai repubblicani e dai mazziniani ai socialisti, dagli anarchici ai comunisti. Anche qui ritroviamo tratti eterogenei: libertarismo e autoritarismo, individualismo e collettivismo, pauperismo e produttivismo, industrialismo ed ecologismo, relativismo e universalismo e chissà quant’altro ancora. Ha ragione Carlo Galli. Di schemi formali se ne possono costruire quanti se ne vogliono. Ma per quanti sforzi si facciano «questo schematismo va parecchio complicato. Le tradizioni politiche di destra e sinistra non sono infatti, nella realtà storica, univoche, ma anzi contraddittorie». Bisogna quindi concludere che alla fine della giostra destra e sinistra sono due contenitori vuoti che si riempiono di volta in volta casualmente? Nient’affatto. Ma la soluzione, si fa per dire, si ottiene con la classica mossa del cavallo. La tesi di Galli è che di quelle due categorie, checché se ne dica, continuiamo a fare uso e continueremo ad averne bisogno almeno finché staremo nel mainstream del discorso politico moderno. Destra e sinistra nascono con la cesura della modernità. Prima di Hobbes, Locke, Pufendorf, Rousseau, Kant - insomma, i classici del pensiero politico - valeva l’idea che vi fosse un ordine naturale inscritto nel cosmo e in grado di orientare la politica verso la giustizia. Dopo di loro cambia tutto, cambia lo «sguardo sul mondo»: «esiste un’esperienza primaria del disordine, della scarsità, dell’aggressione, ma in essa si manifesta anche, contemporaneamente, un’esigenza di liberazione del soggetto singolo dalle sue angosce e deficienze». Il discorso della modernità promuove «l’artificio» nella politica, consiste nella consapevolezza che non vi è alcun ordine naturale cui aggrapparsi e che il destino dell’umanità si gioca tutto intero nello scarto tra il «disordine come dato» e «l’ordine come esigenza». Destra e sinistra non nascono per caso, ma sono due visioni obbligate dalla stessa natura doppia del moderno: da un lato, la paura del disordine, dall’altro, il razionalismo politico, il progetto razionale di una società artificiale. Intorno alla prima si coagula il discorso della destra. L’intransigentismo con cui questa si richiama a fondamenti assoluti della politica (la religione, la razza, la tradizione, i valori ma anche il mercato) si accompagna in realtà sempre alla paura che l’ordine di quei fondamenti venga minacciato da qualche pericoloso agente. Siamo sempre sul terreno della modernità: «l’esperienza primaria è che la natura non è antropomorfa, ma è instabile». L’ordine, quindi, va realizzato, «ma non tanto con l’artificio razionale quanto con la lotta incessante contro chi lo minaccia». Il che, però, non significa che la destra sia sinonimo di immobilismo e conservazione e che la sua lettura del mondo debba per forza coincidere con la difesa di una tradizione dai suoi nemici. La destra può abbracciare altre soluzioni, può adottare in pieno l’instabilità cronica del capitalismo e fare propria la legge dell’imprevedibilità dell’iniziativa economica privata, fino a legittimare, attraverso una visione darwinista del mercato, una società in cui i vincitori dominano sui vinti. Ma la destra può infine «ricorrere a quel radicale modello di instabilità che è il Nichilismo, con cui afferma la inconsistenza del reale, esibendosi in un duro e tragico decisionismo extra-legale ma anche in una futuristica creatività immaginativa».
Erede del razionalismo e dell’illuminismo - l’altro polo del moderno - si è invece sempre proclamata la sinistra in tutte le sue varianti. In quest’altra declinazione della modernità l’attenzione va alla funzione normativa assegnata alla natura umana in un mondo di per sé contingente e pieno di disuguaglianze. Con l’avvertenza che l’essere umano non ha una natura rigida, fissa e immutabile, ma consiste piuttosto in una dignità che deve realizzarsi. Dai liberali di sinistra al giovane Marx si fa avanti un’altra lettura del moderno: «è giustizia non l’ordine dell’essere ma il progetto delle soggettività di emanciparsi, attraverso la politica, da impedimenti e condizionamenti». Alla politica tocca il compito di realizzare concretamente l’umanità, altrimenti destinata a rimanere in uno stato seminale e virtuale. Di destra e sinistra continueremo insomma a parlare, almeno finché non potremmo sottrarci a queste due visioni del moderno in lotta tra loro. Una destra portatrice di un’antropologia negativa in cui il soggetto e la sua uguale dignità non è centrale. Una sinistra dotata di un’immagine positiva dell’umanità, almeno come possibilità. E forse proprio per questo è destinata ad apparire meno realista, con quel suo azzardo a non credere che il mondo contingente e senza razionalità in cui viviamo debba precludere la liberazione dell’umanità.


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20 maggio 2009

Nicolò Bellanca : la libertà eguale come politica della sinistra

 L’ideale della libertà uguale è formulabile nei termini dell’eguaglianza delle opportunità, la quale si afferma quando sono eliminate le ineguaglianze non scelte e le conseguenze della cruda sorte, affinché il successo di ciascuno dipenda soltanto dalle caratteristiche che egli può modificare. Questa definizione, che è di John Roemer (1998), classifica gli individui sulla base delle caratteristiche che essi non sono in grado di controllare, quali il sesso, l’età, la razza, la classe sociale o il luogo di provenienza. Un insieme di soggetti costituisce un “tipo sociale” se ha le stesse caratteristiche: nessuno, in quel gruppo, è responsabile di circostanze che da solo e nel breve periodo non potrebbe alterare; mentre ciascuno può, al di fuori di quelle circostanze, prendere decisioni autonome, sulla scorta di propri valori e preferenze, e conseguire esiti differenti, variando il proprio livello di impegno.
Mentre una simile definizione astratta è condivisibile, appare arduo renderla operativa, poiché appare arduo scoprire o inventare principi universali di ripartizione dei beni sociali, sulla cui base avvicinarci all’eguaglianza delle opportunità. Dove sta la maggiore difficoltà? Come annota James Tobin (1970), vi sono due diversi modi per raggiungere l’eguaglianza: mentre l’“egualitarismo generale” fa leva su trasferimenti monetari che gli individui possono spendere come desiderano, l’“egualitarismo specifico” riconosce che importanti categorie di beni richiedono criteri irriducibilmente plurali. Pensiamo all’istruzione, all’assistenza medica, al diritto ad avere figli, ai sussidi per la casa, alla selezione per l’ingresso in un’istituzione esclusiva oppure per la sospensione dal lavoro, alla possibilità di immigrare, all’allacciamento di un territorio alla rete idrica o alla rete ferroviaria, alla divisione dei compiti e delle proprietà tra i membri di una famiglia, alla distribuzione degli oneri fiscali, al dovere di servire nell’esercito, alla procedura di conteggio e di rappresentatività dei voti elettorali, e così avanti. Né basta. Nonostante questo elenco già includa tanti beni su cui ruota il nostro benessere, la lista va ancora allungata e ispessita: lungo gli ultimi decenni, la qualità delle relazioni interpersonali, l’accesso alle nuove conoscenze, i commons e la partecipazione politica sono diventati beni ancora più decisivi che nel passato. Se dunque ci impegnassimo unicamente a livellare le opportunità in termini monetari, lasceremmo fuori tutto ciò che non è in vendita e molto di ciò che è rilevante.



Foss'a maronn'....

Quasi tutti i beni sopra elencati sono sociali e quindi indivisibili: non sono creati e consumati dal singolo, dal momento che perderebbero gran parte della loro utilità se venissero suddivisi al di sotto di una grandezza minima o “soglia critica”. I metodi con i quali le collettività umane hanno storicamente tentato di trasformare i beni da indivisibili in divisibili, per poterli redistribuire, sono in definitiva quattro: il sorteggio, con cui ogni pretendente ha una probabilità di ottenere il bene; la rotazione, con cui i richiedenti usano il bene a turno; la conversione, che scambia il bene indivisibile con uno divisibile; e la compensazione, con cui si indennizza chi non prende il bene. «Nessuno di questi meccanismi va tuttavia al cuore della difficoltà distributiva: quanto ciascuno ha titolo di pretendere? Chi evita di usare una discarica di rifiuti, paga un’uguale parte dei costi? E chi deve vivere vicino ad essa riceve un pari indennizzo? Il paziente A ha il doppio di probabilità di ricevere un organo per il trapianto, perché la sua attesa è stata doppia rispetto a quella del paziente B? In una coppia separata, dovrebbe la madre tenere i figli 5 giorni a settimana e il padre soltanto 2? In base a quale teoria o principio sono stabilite tali quote? Simili problemi non vengono sciolti introducendo beni divisibili» (Young 1994, 14). Essi vengono piuttosto affrontati, da ciascuna società, negoziando conflittualmente al proprio interno i protocolli di ripartizione applicabili ad un bene ma non ad un altro, ad una categoria di soggetti ma non ad un’altra, ad una situazione ma non ad un’altra. È la specificità che prevale: sono stati classificati innumerevoli criteri “locali” di giustizia, dall’anzianità al fare la fila, dalla forza fisica alle conoscenze tecniche, dalle liste di attesa al libero scambio, dal prestigio familiare alla casta, dal merito alla lealtà politica, dalla qualifica alla decisione democratica, dallo status residenziale allo status giuridico, dal bisogno all’efficienza, dall’orientamento sessuale alle caratteristiche mentali (Elster 1992).
Non sembra dunque agevole né significativo isolare in generale, come chiede la teoria di Roemer, le circostanze non controllate da un individuo. L’esistenza di una tale generalità richiederebbe un ambito sociale unificato, nel quale si ricorra ad un unico metodo, o insieme di metodi interconnessi, per ritagliare le caratteristiche non scelte; ma proprio questo presupposto appare, alla luce dei precedenti argomenti, poco giustificato. Non può dunque formularsi una strategia egualitaria capace di livellare congiuntamente le opportunità di benessere in tutte le sfere. Ogni egualitarismo mira (a suo modo) ad eliminare un insieme particolare di differenze, che varia secondo l’epoca e il luogo.
Dovendo scegliere, qual è l’insieme di differenze che appare oggi più significativo (politicamente, culturalmente ed economicamente) attenuare? A lungo, l’attenzione si è rivolta al reddito procapite. Tuttavia molte dimensioni della disuguaglianza – accesso alle istituzioni, diritti di cittadinanza, inclusione sociale – non vengono catturate dal livello del reddito individuale percepito. Inoltre, la spinta egualitaria viene spesso attenuata invocando il trade-off tra efficienza ed equità: è meglio dividere in fette uguali una data torta di reddito, o in fette disuguali una torta talmente più grande che la sua porzione minore è comunque superiore alla fetta paritaria della prima torta? Una crescita economica massima, che fosse in grado di far stare tutti meglio al costo di un certo grado di disuguaglianza, potrebbe risultare una scelta ragionevole.
Una linea di riflessione alternativa sostiene che uno dei maggiori connotati delle società contemporanee è il dilagare della competizione posizionale (Pagano 1999, Yotopolus – Romano 2007) e che è dunque diventato centrale l’eguagliamento delle opportunità posizionali (Barry 2005, Brighouse e Swift 2006). Per fissare le idee, definiamo i “beni posizionali” mediante un esperimento di pensiero. «L’alternativa è tra il mondo A, in cui vivresti in una casa di 100 metri quadri e gli altri in case di 200; oppure il mondo B, in cui vivresti in una casa di 75 metri e gli altri in case di 50. […] Se contasse solo il consumo assoluto, A sarebbe chiaramente meglio. Tuttavia molte persone dichiarano che opterebbero per B, dove la dimensione assoluta della loro abitazione sarebbe minore, ma quella relativa maggiore. […] Il termine “bene posizionale” denota i beni per i quali una tale connessione tra contesto e valutazione è più forte» (Frank 2005, 137). Nella concorrenza mercantile tradizionale si puntava al miglior esito a parità di costo: non importava chi, dove, quando e come erogava una prestazione; contava che essa, fatti i calcoli, fosse per noi (in assoluto) la più conveniente. Piuttosto, con l’avvento della competizione posizionale, l’attività economica si rivolge ai posti sociali in cui usare i beni prima che ai beni in quanto tali: il suo scopo non consiste più nell’acquistare o vendere, e infine consumare, certi beni; bensì nel lavorare, guadagnare, risparmiare, per partecipare al processo di selezione sociale che in via indiretta rende possibile ottenere, e infine consumare, certi beni. Ci battiamo per acquisire permessi di entrata allo scambio di certe opzioni, anziché immediatamente richiedere e contrattare quelle opzioni.
Nella competizione posizionale, il miglioramento del benessere individuale tende a identificarsi con l’acquisizione di beni che distinguano dagli altri. Ma i “beni posizionali”, privilegiando qualcuno, realizzano il proprio scopo soltanto dotandosi di un accesso razionato o di un’offerta limitata, e dunque frustrando il benessere degli esclusi. La distribuzione dei beni posizionali puri è tale che, se qualcuno ne ottiene, qualcun altro ne viene deprivato; se Tizio acquisisce più potere o più prestigio o un titolo superiore, ciò vale rispetto a Caio, il quale quindi peggiora. Il valore (assoluto) dei beni posizionali dipende, per chi ne fruisce, dal posto (relativo) che costui occupa nella loro distribuzione: da quanto egli ne ha, comparativamente agli altri. Chi scende nella “scala posizionale”, cambia posto in termini relativi, ma peggiora la propria soddisfazione in termini assoluti, semplicemente perché adesso ha, rispetto agli altri, meno di prima. Ciò presenta un’implicazione decisiva: non occorre essere egualitari per riconoscere che, di fronte alla competizione posizionale, una redistribuzione verso il basso delle opportunità giova (in modo assoluto) alla maggioranza (che altrimenti avrebbe meno, rispetto ai pochi fruitori del bene). Nel caso dei beni posizionali, infatti, «non vi è alcun modo con cui la disuguaglianza possa migliorare la posizione dei più deboli, con riguardo al valore di quei beni, in quanto dare di più ad alcuni comporta dare di meno ad altri» (Brighouse e Swift 2006, 475, corsivo aggiunto). Nel settore dei beni posizionali, infatti, «non esiste il livellamento verso l’alto. La propria ricompensa viene determinata dalla propria posizione sulla scala sociale e dal grado della sua inclinazione. Le ricompense potranno essere distribuite più equamente appiattendo la pendenza, ma ciò che è acquisito da quelli che si trovano in basso, verrà perso da quelli che si trovano in alto. Livellare è possibile, per lo meno in un certo grado; ma non si può livellare verso l’alto, nel senso di elevare l’estremità in basso verso il livello ora occupato dalla sommità» (Hirsch 1976, 181, corsivo aggiunto).
Immaginiamo una situazione iniziale in cui poche grandi imprese scaricano valanghe di pubblicità sui consumatori per persuaderli a comprare beni di distinzione, in cui pochi titoli di studio esclusivi aprono alle migliori carriere, in cui vincono le elezioni i candidati con il maggiore budget ed in cui gli imputati che sono in grado di pagarsi i migliori avvocati operano impunemente. E immaginiamo di modificare tale situazione tassando la pubblicità dei beni posizionali, accorciando lo scarto tra il vertice e la base della piramide dei titoli di studio e ponendo un tetto alle spese per le campagne elettorali e per gli avvocati. Non si tratta di barriere, poiché la possibilità di fare pubblicità o di pagarsi il legale viene mantenuta, né di regole prescrittive, che stabiliscano come procedere, bensì di regole proscrittive che, limitando alcuni comportamenti in modi noti ex ante a tutti, appaiono compatibili perfino con la teoria liberale classica. Accanto alla redistribuzione verso il basso di un ammontare dato di occasioni di accesso al bene posizionale, la seconda e complementare procedura egualitaria consiste nell’allargare le opportunità di accesso, riducendo così il grado di posizionalità del bene. Ciò può avvenire mediante “azioni affermative” ma, per brevità, non aggiungiamo altro.
Concludendo, la prospettiva qui delineata indica che se, nelle odierne società, competiamo soprattutto per acquisire permessi di entrata allo scambio dei beni posizionali, la scarsità artificiale viene eliminata soltanto se ridistribuiamo e estendiamo le opportunità di accesso ai beni posizionali. Con il livellamento verso il basso della distribuzione delle opportunità di ottenere i beni posizionali, e con la riduzione del grado di posizionalità dei beni, si individua una forma di eguagliamento che, a differenza dell’approccio di Roemer, è poco legata ai trasferimenti monetari; essa si concentra invece su quei beni specifici che, come documenta un’ampia e crescente letteratura (su cui Pugno 2007), provocando un’eccessiva spinta competitiva, costituiscono le principali ragioni dell’odierno malessere.


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10 aprile 2009

Cristina Tajani : crescita diseguale, diseguale recessione

 La disuguaglianza tra ricchi e poveri negli ultimi vent’anni è aumentata in tre quarti dei paesi Ocse. È questa l’evidenza amara che emerge dalle statistiche sulla distribuzione del reddito in oltre 30 paesi pubblicate a fine ottobre dall’Ocse [1]. Della crescita economica degli ultimi vent’anni, in altre parole, hanno beneficiato maggiormente i ricchi piuttosto che i poveri. In alcuni paesi tra cui Stati Uniti e Italia le disuguaglianze tra i redditi e tra i patrimoni si sono inasprite. Nei paesi con maggiore disuguaglianza si è assistito ad un aumento della povertà e a una sensibile diminuzione della mobilità sociale (Stati Uniti, Inghilterra e Italia sono i paesi in cui la mobilità sociale è diminuita maggiormente).

Certo nella dinamica dei redditi ci sono categorie sociali che se la passano meglio di altre. Nella media dei paesi analizzati, infatti, è fortunatamente diminuita la povertà degli anziani mentre è aumentata la povertà dei bambini e degli adulti soli (spesso a seguito di un divorzio o della perdita del lavoro). Nei paesi Ocse i bambini ed i giovani adulti hanno il 25% di probabilità in più di essere poveri rispetto al resto della popolazione. Questi dati sono confermati, per l’Italia, anche dall’Istat che da qualche anno segnala la crescita della povertà tra i minori [2] (si veda anche l’ultimo rapporto del 4 novembre 2008). Dato che, oltre ad essere odioso in sé, si associa a fenomeni di trasmissione intergenerazionale della povertà: le persone giovani in condizioni di povertà genereranno figli poveri i quali, a causa della scarsa mobilità sociale, faranno fatica ad affrancarsi da questa condizione. In altre parole la povertà dei minori è associata all’aumento della povertà tra le famiglie con figli a carico.

Per quanto riguarda in particolare l’Italia, il rapporto rileva che il nostro paese è passato da livelli di disuguaglianza vicini alla media Ocse vent’anni fa, a livelli ben superiori oggi. Siamo infatti il 6° paese sui 30 censiti per livello delle disuguaglianze tra ricchi e poveri. La disuguaglianza tra ricchi e poveri è cresciuta infatti del 33% rispetto alla metà degli anni ‘80 mostrando l’inefficacia delle misure di contrasto alla povertà che pure l’Ocse rileva siano state implementate nell’ultimo ventennio. Il reddito medio del 10% più povero si aggira intorno ai 5.000 dollari (sotto la media Ocse di 7.000), mentre il reddito del 10% più ricco è di 55.000 dollari (leggermente sopra la media degli altri paesi). Ancora più accentuata è la disuguaglianza nei patrimoni (i dati precedenti si riferiscono invece ai redditi, cioè dati di flusso): il 42% della ricchezza totale è detenuta, infatti, dal 10% dei cittadini, mentre “solo” il 28% del reddito totale è ascrivibile allo stesso 10%.



Secondo i ricercatori dell’Ocse in buona misura le crescenti disuguaglianze sono generate dalla trasformazione del mercato del lavoro, con un aumento dei lavoratori a basse qualifiche e di lavoratori poveri. Anche le misure di contrasto alla povertà e i sussidi sociali hanno perso efficacia negli ultimi vent’anni, ragione per cui sarebbe necessario ridisegnarli. In questo scenario si colloca l’attuale crisi finanziaria: è lecito domandarsi se ad una crescita economica così disuguale corrisponderanno effetti disuguali nella recessione, ovvero se la crisi colpirà in proporzione con maggior durezza i redditi più bassi. È questa la domanda che si è posto anche A. Atkinson, uno dei maggiori studiosi europei in materia di distribuzione del reddito e disoccupazione, in un recente scritto [3]. Dipenderà dalle politiche pubbliche che i governi attueranno, è la risposta dello studioso. In prima battuta i Governi si sono comportati da prestatori di ultima istanza, correndo in soccorso delle istituzioni finanziarie in difficoltà e garantendo così, in una certa misura, anche i piccoli risparmiatori. Ma affinché gli effetti della recessione non pesino maggiormente su chi già è in difficoltà è necessario qualcosa di più. Molto dipenderà dalla capacità delle coalizioni di governo di immaginare interventi sociali redistributivi, ancor più efficaci se studiati su scala sovranazionale. Solo nelle settimane più recenti i governi hanno cominciato a varare misure anti crisi (a cominciare dagli Stati Uniti per arrivare in Europa con Francia, Inghilterra e Germania e in Asia con un inedito piano della Cina) che guardino oltre il sistema finanziario. Ma, per quanto riguarda l’Europa, l’idea di un intervento sociale coordinato (se non addirittura sovranazionale) auspicato da Atkinsons è ben lontana dal prendere corpo tra le coalizioni di governo del vecchio continente. Ciascuno farà come e quanto potrà. E così mentre l’Inghilterra pensa ad interventi sull’ordine del 7% del Pil (della stessa dimensione le misure anti crisi della Cina), in Italia si pensa di intervenire muovendo cifre dell’ordine dello 0,3% del prodotto interno lordo che rischiano di essere del tutto inefficaci e frammentarie (ovvero quel poco che si spende è anche mal speso).

Come già segnalato nel rapporto Ocse, le misure di contrasto alla povertà ed i sussidi che non siano orientati a fare “massa critica” (cioè a concentrare più interventi e di diverso tipo verso gli stessi beneficiari, per esempio i disoccupati) rischiano, a parità di spesa, di rivelarsi del tutto inutili. Sembra andare esattamente in questa direzione la misura di sostegno al reddito dei lavoratori parasubordinati (i co.co.pro che non beneficiano di alcun tipo di ammortizzatore sociale) contenuta nel decreto cosiddetto “anticrisi” del 29/11/2008 n. 185. Il provvedimento prevede l’erogazione una tantum del 10% dei compensi percepiti nell’anno precedente (sempre che tali compensi siano compresi tra 5mila e 11.516 euro) a beneficio del collaboratore a progetto (sono così esclusi i collaboratori coordinati e continuativi che ancora esistono nel settore pubblico) che abbia operato in settori o territori definiti in crisi (da un successivo decreto) per almeno tre mesi in regime di monocommittenza e che risulti non avere avuto contributi versati per almeno due mesi. In altre parole i requisiti di accesso alla misura che potrà ammontare al massimo a 1150 euro (il 10% del massimale di reddito) sono lo stato di monocommittenza (non meglio definito: tre contratti con tre diversi committenti l’uno di seguito all’altro come vengono considerati?), il lavoro in collaborazione per almeno tre mesi e per meno di 10, la residenza in aree dichiarate in crisi, lo stato di disoccupazione da almeno 2 mesi. Il decreto nulla dice, inoltre, sulla copertura contributiva della misura.

Un provvedimento così costruito è condannato all’inefficacia sia per l’intensità del contributo (che in media raggiungerà i 700-800 euro, una tantum) che per l’estensione dei beneficiari. Le stime più attendibili [4] parlano di una platea di 10.000 lavoratori contro gli 80.000 previsti dal Governo per un ammontare di spesa vicina agli 8 milioni di euro. Se gli interventi sociali messi in campo dai Governi saranno di questa natura e di questa entità, anche la recessione, così come è stato per la crescita, avrà effetti diseguali in proporzione tra ricchi e poveri. I poveri soffriranno di più.


11 giugno 2008

L'attacco alla Costituzione

 

Il 2 giugno di sessanta anni fa il popolo italiano aveva appena ottenuto il nuovo ordinamento costituzionale, la forma e la sostanza della democrazia che aveva conquistato. A definirla erano stati i suoi rappresentanti, scelti direttamente e liberamente.
È come se a dettare quelle regole fossero stati i 24 milioni, 947 mila 187 elettori (l'89 per cento degli aventi diritto) che avevano votato nello stesso giorno del 1946. Il popolo stesso, quindi, proiettato in un ambito enormemente più ristretto ma quanto mai comprensivo della molteplicità delle opinioni, delle fedi, delle culture, dei bisogni, delle aspettative, degli ideali presenti nella concreta composizione della Nazione italiana. Da due anni, infatti, era apparsa, per la prima volta nella storia d'Italia, una figura, un ideale, un principio, denso di forza morale e politica, di promesse e di esigenze, eccedente ogni altra immagine, qualsiasi diverso richiamo alla società, alla politica, al diritto, allo stato. Era la «sovranità popolare».
Non aveva deluso quella congiunzione di due parole che designavano realtà distanti per secoli, non aveva fallito la qualifica che, specificando quel nome, lo riscattava. Avevano esattamente corrisposto alle tante speranze e alle diverse istanze, intessendo una trama complessa di norme che congiungevano le libertà all'eguaglianza, il pluralismo alla solidarietà, l'internazionalismo della ragione alla storia della nazione. Insieme, a dettare quelle norme si erano ritrovati i democratici cristiani, i socialisti, i comunisti, i liberali, i qualunquisti, i repubblicani, gli azionisti, (e non mancavano alla Costituente rappresentanti di partiti che avessero ottenuto almeno lo 0, 18 % dei voti). Erano norme da attuare, tutte o quasi, con leggi.
Ma il 2 giugno del 1948 trovò spezzata l'unità politica della Costituente. I comunisti e i socialisti erano stati esclusi dalla maggioranza e dal governo. Iniziava la fase, aspra e lacerante, della conventio ad excludendum, una decretazione che nulla aveva da spartire con le norme e con lo spirito della Costituzione. Era stata prodotta, non a caso, nell'ambito denominato col termine «costituzione materiale», un ossimoro che ha avuto tanta fortuna quanto corrosiva ed inquinante è stata sempre la materia specifica cui si riferisce l'aggettivazione. Era scoppiata la guerra fredda, con essa «l'ostruzionismo di maggioranza» all'attuazione costituzionale, e quindi la lunga ibernazione delle norme costituzionali. Mai però contestate, mai rinnegate, mai delegittimate.
A sessanta anni da quel due giugno constatiamo la scomparsa di tutti i partiti costituenti, constatiamo pure che quei partiti non hanno avuto eredi. Se ne deve dedurre che, scomparsi i partiti-makers, si sia esaurita la forza prescrittiva di quella Costituzione, il suo valore?
L'insistenza con cui si parla di «legislatura costituente» allude a questa presunzione? Da trenta anni si parla e si tenta di rivedere, di modificare, di trasformare l'assetto costituzionale del nostro Paese. E non è che non ne siano state tentate modifiche. Ne sono state anche fatte. Quelle di maggior rilievo, di massima incisione sono state sottoposte al giudizio del corpo elettorale. E sono state respinte seccamente, recisamente, inequivocabilmente. Non un ventennio fa. Ma il 25-26 giugno del 2006. Fu attribuito così alla nostra Costituzione un originale primato rispetto a tutte le altre. Quello di essere stata confermata, legittimata una seconda volta, 58 anni dopo la sua entrata in vigore. Il che non riesce ad entrare nella memoria di Berlusconi e di Fini, di Veltroni e di Franceschini.
Sia chiaro. Revisioni costituzionali possono essere benissimo operate. La forma di governo può essere benissimo ritoccata. A condizione, però, che resti parlamentare. Perché fu ribadita come tale due anni fa. Si vuole introdurre una variante di tale forma come quella vigente in Germania? Si può. A condizione però che il sistema di governo tedesco lo si assuma per intero, non sopprimendone l'istituto che, appunto, lo caratterizza come parlamentare.
Si vuole altro e di più? Lo si dica. Non si tentino contorte manovre di attenuazione o di neutralizzazione dei significati e della portata delle norme costituzionali. Si vuole far slittare il lavoro dal fondamento della Repubblica all'ambito dell'economia banalizzando l'enunciato dell'art. 1 della Costituzione, come se potesse esserci un'economia... senza lavoro? Si vogliono strappare dall'iniziativa economica privata i lacci e i laccioli imposti dalla utilità sociale e per garantire la sicurezza, la libertà e la dignità umana? Il numero degli incidenti sul lavoro è un «effetto collaterale» della flessibilità necessaria per la competizione del sistema-Paese? Si ritiene eccessivo il riconoscimento ai lavoratori del diritto ad una retribuzione «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa». L'eguaglianza sostanziale dell'articolo 3, secondo comma, è un obiettivo illiberale ed estremistico? Lo si dica.
E se non se ne ha il coraggio, lo chiariremo noi alle elettrici e agli elettori del 25-26 giugno 2006.


26 marzo 2008

L'eguaglianza come misura

I Greci parlano di isonomia (eguaglianza davanti alla legge), ma anche di isogoria (eguale partecipazione agli affari o alla discussione pubblica) e di isocrazia (eguale partecipazione al potere). 



L'eguaglianza è come la misura che impedisce l'abuso della forza e i desideri eccessivi.
Frustra la competizione perchè ristabilisce sempre le condizioni di partenza. Essa si basa sull'intuizione che il vantaggio competitivo è spesso eccessivo rispetto al merito acquisito e dunque evita la percezione distorta degli effetti delle proprie azioni, effetti che spesso sono il combinato disposto di altri fattori più o meno nascosti.


23 febbraio 2008

Libero mercato

 Quella del libero mercato è una favola ingannatrice. E, se posso aggiungere, una favola che va molto bene a chi vuole farsi ingannare per ingannare meglio i terzi, tutti gli altri.
L'eguaglianza - meritoriamente rivendicata dalla Rivoluzione francese del 1789 - è un inganno (da parte di chi sostiene che ci sia) e un obiettivo per chi sa che il nostro è un mondo di diseguali. E - aggiungo ancora - non ci può essere libertà senza eguaglianza. Figuriamoci quale eguaglianza possa esserci nel mercato. Il mercato è il luogo dei più forti, dei monopoli e degli oligopoli.
Nella nostra società occidentale si parla tanto di libertà, ma se si va a studiare il mercato ci si rende conto subito che la libertà è solo dei più forti e che il tanto esaltato mercato è il luogo classico delle diseguaglianze e della castrazione delle tanto esaltate libertà. Si può avere l'illusione della libertà forse quando si torna a casa, nel privato, ma anche in questo caso la tua casa segna il tuo condizionamento ai poteri forti: a chi devi pagare il mutuo, chi regola il mercato immobiliare e quindi agisce anche sul valore della tua casa in proprietà.
Il mercato che è il luogo centrale della società capitalista è anche il luogo nel quale enormi sono le diseguaglianze di potere economico di mercato e quindi, anche di potere politico.
Cari lettori appena un'occhiata a cos'è il mercato dovrebbe scatenare in noi una furia anticapitalista. Il mercato è anche la negazione della libera concorrenza tra i capitalisti. Dal che nasce anche la grande ipocrisia degli organismi antitrust. Pura ipocrisia, che non è un omaggio alla virtù, ma solo un inganno.
Il mercato? Ormai è solo L'azzardo.

(Valentino Parlato)


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