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5 luglio 2008

La scuola disastrata da Tremonti

 

Saranno gli insegnanti le principali vittime del decreto fiscale proposto dal governo Berlusconi, oggi al voto di fiducia alla Camera. Una vera gogna per la scuola e per tutti i settori della conoscenza. L'esecutivo vuole recuperare ben 8 miliardi di euro in tre anni - dicono i sindacati che hanno ottenuto in anteprima una bozza della manovra finanziaria - salteranno quasi 150 mila posti di lavoro: 100 mila cattedre e 43 mila posti di personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario).
Sotto la fantomatica dichiarazione di guerra ai «fannulloni» si giustificano tagli indiscriminati, con conseguenze pesantissime sull'intero sistema scolastico. Per la Flc-Cgil, «la scuola è diventata la principale fonte di risparmio della spesa pubblica». Obiettivo: debilitarel'istruzione pubblica, accantonare il tempo pieno e addirittura tornare al vecchio maestro unico, per il quale non provavamo certo nostalgia. Queste sono alcune delle ipotesi, inserite nel decreto, che farebbero balzare l'Italia indietro di quasi quarant'anni. Era, infatti, il 24 settembre del 1971, il giorno in cui il tempo pieno diventava legge, prevedendo la presenza di due docenti per classe. Ma gli attacchi non finiscono: caleranno i fondi alla ricerca ed è in cantiere una proposta di privatizzazione delle università, sotto forma di fondazioni.
Il decreto fiscale presenta 174 articoli, attraverso i quali il mondo della conoscenza subirà ampie sforbiciate, tanto da far pronunciare a Enrico Panini un duro atto d'accusa: «Il governo - afferma il segretario generale della Flc-Cgil - scommette sull'ignoranza». In Italia si spende il 2% in meno del Pil rispetto agli altri Paesi europei e, negli ultimi dieci anni, la spesa per ricerca, scuola e università si è ridotta costantemente in rapporto al totale della spesa pubblica: «È evidente - aggiunge Panini - che i risultati di queste decisioni disastrose saranno pagati dal Paese, dai lavoratori e dagli strati meno ricchi».
Vediamo nel dettaglio i punti caldi della bozza, partendo dal settore più a rischio. La scuola sarà sottoposta a un risparmio record di 7,832 miliardi di euro, il 30% dei quali saranno successivamente reinvestiti in politiche contrattuali di incentivazione. Quali le conseguenze? Si parla di un taglio di 100 mila cattedre in tre anni che Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, considera «uno smantellamento della scuola statale». Gli istituti si spopoleranno anche di bidelli, tecnici e segretari; il personale Ata verrà infatti ridotto del 17%. A tale disastro, si aggiunge una devastazione degli ordinamenti scolastici, che «per la prima volta - commenta Panini - saranno più poveri di quelli precedenti». Al vaglio ci sono il ritorno del maestro unico nelle elementari e una riduzione di ore e materie nella scuola secondaria. Critico anche Francesco Scrima della Cisl scuola: «È un'operazione che porta solo a un depotenziamento della rete territoriale delle scuole, che non potranno più assicurare quel fondamentale diritto costituzionale che è l'istruzione per tutti».
Per quanto riguarda l'università, agli atenei verrà fornita la possibilità di trasformarsi in fondazioni; una norma che - secondo la Cgil - alienerebbe il patrimonio pubblico a favore dei privati. Si rallentano poi gli scatti automatici ai docenti e si dà una stretta alle assunzioni: per il triennio che va dal 2009 al 2011 le università potranno, infatti, assumere nei limiti del 20% dei pensionamenti e del 50% dal 2012. Il fondo di finaziamento ordinario degli atenei subirà un taglio di 500 milioni di euro in due anni.
Infine, arriviamo alla ricerca. Anche qui, la scure di Tremonti non si concede nessuna pietas. Saranno soppressi tutti gli enti di ricerca con meno di 50 unità di personale e per tutti gli altri è previsto un riordino e una riconferma assolutamente non scontata. Gli enti di tutela ambientale vengono riuniti sotto l'Irpa e passano sotto il ministero dell'Ambiente. Per gli enti pubblici di ricerca sono confermate le procedure in vigore dal primo gennaio. Le assunzioni per il triennio 2010-2012 avverranno nei limiti del 80% della spesa complessiva e del 100% del turn over, con un peggioramento rispetto alle previsioni della finanziaria 2007. Ormai è chiaro, il nuovo corso Gelmini si apre con le peggiori prospettive per i lavoratori della conoscenza.

(Mauro Ravarino)


3 luglio 2008

La politica dei redditi a perdere

 

Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell'area euro, origina dall'inizio degli anni '90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l'obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda. Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un'analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite».
Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c'è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l'Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l'inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d'Italia: se negli ultimi dieci anni l'occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l'Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto).
Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l'avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l'economia sommersa, e l'evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari.
Colpa dell'inflazione? Secondo l'Ires Cgil, il legame all'inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal '93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all'anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un'inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell'inflazione 'attesa', ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell'1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest'anno - due punti sotto all'inflazione reale certificata dall'Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l'esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull'obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l'inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal '98 al 2006, periodo di ingresso nell'area euro, le retribuzioni di fatto nell'area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d'inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell'euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull'aggancio all'inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione.
Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d'intendersi sulla definizione di «produttività» che, dice l'Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la 'piccolezza' delle nostre imprese, l'assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante». Non è un caso - aggiunge - se è sempre all'inizio degli anni '90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l'apparato industriale.
Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l'abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali». Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell'aggiustamento economico, di questo si è trattato.
Sarà un caso se la caduta verticale dei salari italiani, e la contestuale divaricazione con i principali paesi dell'area euro, origina dall'inizio degli anni '90, dalla sperimentazione cioè di una politica che per definizione aveva l'obiettivo di governare la distribuzione del reddito? In tempi di «crisi» e di riforma del modello contrattuale, conviene porre la domanda. Scriveva già qualche tempo fa Pierre Carniti in un'analisi pubblicata dal sito di Eguaglianza&Libertà: «Proprio nel periodo in cui sono state sperimentate concertazione e politica dei redditi, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella attribuita a profitti e rendite».
Di questione salariale si parla ormai diffusamente e variamente. Non c'è studio o ricerca (nazionale e internazionale) che non certifichi la progressiva discesa dei salari italiani. Dice l'Ires Cgil: dal 1993 i salari sono rimasti sostanzialmente in linea con l'inflazione, senza una crescita reale. Ripete la Banca d'Italia: se negli ultimi dieci anni l'occupazione è aumentata considerevolmente nonostante lo sviluppo modesto del prodotto, ciò è il risultato della moderazione salariale, delle riforme e degli accordi contrattuali che hanno aumentato la flessibilità del lavoro. Certifica infine l'Ocse: su trenta paesi, i salari italiani sono al ventitreesimo posto, dietro a Francia, Germania e Gran Bretagna, e dietro anche a Grecia e Spagna (nello specifico, si veda il box sotto).
Colpa di una più elevata pressione fiscale italiana, e perciò di un più alto costo del lavoro, rispetto agli altri paesi europei? Non si direbbe. Nel 2005 il cuneo fiscale - la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall'impresa e la retribuzione netta che va al lavoratore - era pari al 52% in Germania, al 50% in Francia, al 45% in Italia, al 39% in Spagna, al 34% nel Regno Unito. La pressione media è in linea con quella degli altri paesi, con l'avvertenza però che i dati non tengono conto del peso che da noi ha l'economia sommersa, e l'evasione fiscale, e la pressione al ribasso che questi fattori esercitano sui salari regolari.
Colpa dell'inflazione? Secondo l'Ires Cgil, il legame all'inflazione programmata ha avuto un peso determinante nel ristagno dei salari italiani, insieme ai ritardi nei rinnovi contrattuali, alla mancata restituzione del fiscal drag, e alla scarsa redistribuzione della produttività. Dal '93 ad oggi, le retribuzioni di fatto sono cresciute mediamente del 3,4% all'anno, del 2,7% le retribuzioni contrattuali, a fronte di un'inflazione al 3,2%. Dal 2005 si è cominciato a rinnovare i contratti sulla base dell'inflazione 'attesa', ma le sorti dei salari non si sono risollevate di molto. Certo quell'1,7% che il governo ha previsto nel Dpef quale tasso di inflazione per quest'anno - due punti sotto all'inflazione reale certificata dall'Istat - non può non suonare come una presa in giro, tanto più che a nessuno risulta l'esistenza di vincoli europei (quali invece esistono per deficit e debito) sull'obbligo di previsione al di sotto del 2%, addotto dal ministro Tremonti. Ma anche l'inflazione da sola non basta a spiegare la caduta dei salari, secondo il sociologo torinese Luciano Gallino. Anche perchè dal '98 al 2006, periodo di ingresso nell'area euro, le retribuzioni di fatto nell'area euro sono cresciute in media del 10%, in Italia sono rimaste ferme. Con tassi d'inflazione non così divaricati, proprio in ragione dell'euro. Di più: secondo Gallino, insistere sull'aggancio all'inflazione è un segno di debolezza da parte dei sindacati, nella misura in cui tradisce una scarsa fiducia sulla contrattazione.
Colpa della produttività stagnante? Su questo le analisi convergono, a condizione d'intendersi sulla definizione di «produttività» che, dice l'Ocse, è il valore aggiunto per ora lavorata e non per il numero di ore lavorate come invece intendono gli economisti nostrani. Gallino non ha dubbi: «La stasi della produttività - a cui contribuiscono la 'piccolezza' delle nostre imprese, l'assenza di formazione e gli scarsi investimenti - è un fattore determinante». Non è un caso - aggiunge - se è sempre all'inizio degli anni '90 che si apre la stagione delle grandi privatizzazioni che, in salsa italiana, ha contribuito a smantellare l'apparato industriale.
Infine, e torniamo al punto di partenza, la politica dei redditi. Quale il nesso tra politica contrattuale e politica economica? «La politica economica dovrebbe tenere conto delle disuguaglianze e della distribuzione dei redditi - osserva Gallino - Il contratto nazionale da questo punto di vista è fondamentale, e non a caso si cerca di smantellarlo». Secondo Carniti, la politica dei redditi per come l'abbiamo conosciuta si è sostanzialmente risolta in una «politica dei salari», chiudendo un occhio sui profitti, non riuscendo a governare gli investimenti e senza alcuna politica di controllo dei prezzi: «In sostanza - dice Carniti - una politica immaginata per evitare tensioni inflazionistiche derivanti dalla conflittualità sociale ha di fatto finito per trasformarsi in una modifica della distribuzione del reddito tra profitti e salari (a danno di questi ultimi), e in una redistribuzione delle risorse tra diversi settori sociali». Un pretesto per scaricare sul lavoro dipendente il costo dell'aggiustamento economico, di questo si è trattato.

(Sara Farolfi)

Nel confronto internazionale, i livelli retributivi sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell'Ue, dice la Banca d'Italia. Secondo l'istituto di statistica europeo (Eurostat), le retribuzioni mensili nette italiane (dati al 2001-2002) risultano inferiori di circa il 10% a quelle tedesche, del 20% a quelle britanniche e del 25% a quelle francesi. Secondo i dati riportati dal Rapporto sui diritti globali 2008 (edito da Ediesse) le retribuzioni nette si sono attestate, nel 2005, a 30.774 nel Regno unito, 23.942 euro in Germania, 21.470 in Francia, 16.538 euro in Italia e 16.493 euro in Spagna. E il sorpasso spagnolo è nel frattempo accaduto: nel primo trimestre di quest'anno i salari sono cresciuti del 5,3%, con un'inflazione media nel periodo al 4,4% (da noi è al 3,6% a maggio).

La Bundesbank, la banca centrale tedesca che i conti tradizionalmente li fa molto più seriamente del ministro Tremonti, ieri ha sentenziato che nel 2008 i prezzi al consumo aumenteranno del 3,0%. Sarà questo aumento a regolare tutti i contratti che saranno rinnovati quest'anno in Germania. Sempre ieri abbiamo saputo dal Dpef che per il 2008 in Italia l'inflazione aumenterà in media del 3,4%, ma l'inflazione programmata, che regola i contratti - in Italia - deve rimanere inchiodata all'1,7%, la metà esatta dell'inflazione reale. Perché? «La natura di inflazione importata e i continui richiami della Bce a non generare 'second-round effects' alimentando la dinamica salariale suggeriscono di mantenere invariato il tasso programmato per il 2008, adottando misure redistributive per alleviare l'impatto negativo sui redditi più bassi», spiega il Documento di Programmazione.
«Fate lo 00496913...è il numero della Bce, che vi spiegherà cosa bisogna scrivere nel Dpef a proposito dell'inflazione» ha aggiunto due giorni fa Giulio Tremonti, chiamando in causa la Banca centrale europea, per spiegare le ragioni «tecniche» del tasso d'inflazione programmata all'1,7%. Certo, la Bce anche nell'ultimo «Bollettino» ha paventato i rischi di una spirale prezzi salari, ma non ha dato nessuna indicazione sul tasso programmato di inflazione. Ma Tremonti non demorde: a modo suo ha fornito anche una giustificazione «politica» di quell'1,7%, spiegando che «non stiamo parlando di inflazione, perché quello che sta succedendo si può chiamare in tutti i modi ma non inflazione: è un fenomeno straordinario che non ha nulla a che vedere con la dinamica domanda-offerta, si tratta di speculazione». E ha citato l'esempio del petrolio: «di colpo - ha detto - la speculazione si è mossa passando dalle perdite sul mercato finanziario a tentati guadagni sul mercato delle materie prime».
Poi, con una frase ad effetto ha concluso: «la speculazione è la peste sociale di questo secolo». Ma, dice lui, sinistra e sindacati di speculazione non parlano. Tremonti, invece, ne straparla, ma non fa nulla per cercare di convincere i grandi della terra a bloccarla. Magari con una tassa sui future che ogni giorno vedono scambi per un miliardo di barili di petrolio. Insomma, ne parla, ma poi sceglie la via più semplice: da uomo di «classe» vuol far pagare l'inflazione a chi non può esportare capitali all'estero perché campa del proprio lavoro.

(Galapagos)


29 giugno 2008

La geniale miseria di Tremonti

 

L'effetto più evidente della globalizzazione è riscontrabile nell'ampliamento della forbice tra ricchi e poveri: sempre più ricchi i già ricchi, sempre più indigenti, i poveri.
Nei paesi industrializzati, lo indicano chiaramente le statistiche, mediamente una cittadino su sette vive al di sotto della soglia di povertà.
Certo, si tratta di una povertà relativa, almeno se confrontata con quella dei paesi che molti si ostinano a chiamare del «Terzo mondo». Anche se relativa, però, è pur sempre povertà. E come tale provoca sofferenze, anche psicologiche, e privazioni materiali.
Per contrastare l'emarginazione, molti paesi anziché ricorrere a politiche di integrazione, preferiscono la soluzione più antica del mondo: la carità. Nel paese più ricco e potente del mondo - gli Stati uniti - l'obolo si chiama «Food stamp»: è un buono acquisto da 100 dollari al mese destinato, come contributo all'acquisto di cibo, ai molto poveri. Attualmente ne sono «elargiti» 26 milioni. Visto che la popolazione Usa supera i 300 milioni, questo significa che circa 12 cittadini su 100 hanno bisogno di un obolo mensile per poter sopravvivere. Recentemente ci sono state molte proteste: l'aumento dei generi alimentari ha reso insufficiente la somma elargita: 100 dollari al mese, poco più di 70 euro al mese. Ovvero 1.200 dollari l'anno, l'equivalente di 850 euro.
Secondo molti esperti, sarebbe necessario raddoppiare l'importo del food stamp. Ma servirebbero troppi soldi, rispondono gli uomini di Bush. In realtà quei 100 dollari al mese moltiplicati per i cittadini che li percepiscono comportano una spesa inferiore ai 30 miliardi di dollari l'anno. Non pochi, ma nulla se confrontato con la spesa per la difesa (600 miliardi l'anno) e la spesa pubblica complessiva che supera i 4 mila miliardi di dollari.
Tremonti che è uomo di mondo e conosce molto bene la realtà statunitense ha fatto una pensata: importare in Italia il food stamp. Un assegno (probabilmente una carta di credito prepagata) che sarà elargita a 1,2 milioni di molto poveri. La pensata geniale è di associare questo obolo alla Robin Hood tax, un tassa che colpirà le imprese più «odiate» dagli italiani: compagnie petrolifere, banche e assicurazioni. Però, importando dagli Usa il buono pasto per i poveri, il governo Berlusconi è stato un po' stitico: non 75 euro al mese come negli Usa, ma appena 40. Come dire 1,33 euro al giorno, neppure un cappucino e cornetto. E questo nonostante la platea dei beneficiari sia molto più limitata: 1,2 milioni di cittadini molto poveri, secondo i calcoli del governo. Che ha aggiunto: i soldi potranno essere utilizzati per acquistare da mangiare o per pagare le bollette. C'è da dubitare che con 480 euro l'anno (per una spesa complessiva che supererà di poco i 500 milioni di euro) si possano pagare molte bollette di luce, gas, riscaldamento, telefono e nettezza urbana, abbonamento alla tv.
Il proverbio dice: «A caval donato non si guarda in bocca». D'altra parte anche il centro sinistra non era stato molto generoso con i molto poveri. La tecnica era stata sempre quella della regalia a quelli che con una brutto termine sono definiti «incapienti».
Forse qualcuno si vergognerà nel ricevere la carta di credito prepagata, ma sicuramente saranno in molti a benedirla. Tutto bene, allora? Non proprio. Quello che proprio non va è l'ideologia del provvedimento di stampo liberista. Per i poveri la cosa necessaria sono i servizi. Ma sul fronte di questi trasferimenti il governo è pronto ad abbattere la mannaia in primo luogo sui fondi agli enti locali. E vedrete che i 400 euro l'anno non copriranno gli aumenti che a livello locale saranno approvati per far fronte ai tagli.

(Galapagos)

Poco più di un mese fa ha lasciato il ministero pubblicando un libro, «Il lavoro interrotto» (Rizzoli, con Angelo Faccinetto), quando ancora il suo successore (allora in pectore), Maurizio Sacconi, annunciava «continuità dove possibile». Ma il «risveglio» non è piacevole per l'ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, che si vede smantellare velocemente la gran parte di misure varate dopo un'opera certosina di concertazione con i sindacati, la Confindustria, le stesse forze - alleate - della Sinistra (che avrebbero voluto riforme più radicali). «Dopo le prime dichiarazioni di "miele", di dialogo, il governo va verso una deregolarizzazione feroce. E' un attacco generale al Protocollo sul welfare e al Testo Unico sulla sicurezza. Ancora più preoccupante perché erano testi costruiti rispettando l'equilibrio tra la competitività chiesta dalle imprese e le tutele richieste dal mondo del lavoro».

Ad esempio si abroga la tutela rispetto alle dimissioni in bianco.
Sono tanti interventi distinti rispetto all'unico, simbolico, scelto nella passata legislatura Berlusconi, l'attacco all'articolo 18. Qui sono singoli cambi silenziosi, che però insieme fanno rumore. E' grave ad esempio l'abrogazione del modulo per le dimissioni in bianco, perché purtroppo questa è una pratica ancora molto diffusa in alcune regioni e nelle piccole imprese, e che soprattutto colpisce le donne. Faccio notare che fu approvata dal Parlamento, con il voto favorevole di Alleanza nazionale. Allora: se vogliamo semplifichiamola, ma certo non va eliminata facendo venir meno lo scopo principale per cui era stata emanata.

Il governo farà saltare anche il limite ai contratti a termine e i cosiddetti «indici di congruità».
Sul limite di 36 mesi per i contratti a termine, va osservato che quella norma fu concordata con sindacati e imprese, che hanno persino condiviso la durata della proroga di 8 mesi. Stupisce che questo governo, che a parole invoca avvisi comuni e la non ingerenza nell'autonomia negoziale delle parti, voglia intervenire su un argomento pacifico. Anche gli indici di congruità erano stati concordati con le parti sociali, e sono utili per smascherare relazioni perverse tra il numero di addetti e la qualità del lavoro svolto, per sanare situazioni di nero o subappalti fittizi. Parliamo di tante misure che, secondo i dati Inail diffusi ieri - 1210 morti nel 2007 contro i 1341 del 2006 - hanno certamente influito su una diminuzione degli infortuni. Ma qui si vuole smontare tutto.

Si riferisce anche al Testo Unico sulla sicurezza?
Ci avevano accusato di averlo varato sull'«onda emotiva» di grossi infortuni, quando oggi il governo annuncia interventi di emergenza o altre misure che in realtà quello stesso Testo contiene. Noi siamo nettamente contrari al suo depotenziamento: loro puntano a una riscrittura, ma le sanzioni previste sono equilibrate e commisurate alle violazioni commesse.

Un altro capitolo sono gli orari: conteggiare le 35 ore di riposo su 14 giorni anziché 7, e poi arrivare a 65 ore lavorative settimanali.
Il governo svolge un'azione preoccupante sugli orari. Ha cambiato le alleanze europee: noi eravamo in un cartello, con Francia e Spagna, per la difesa del modello sociale europeo, per respingere la proposta britannica di allungare gli orari fino a 65 ore. Adesso il nuovo esecutivo italiano, insieme alla Francia, cambia fronte e vara una direttiva che porta alle 65 ore. E' vero che l'Italia è protetta dalla contrattazione collettiva, che va in un'altra direzione, ma sembra che il governo voglia preparare un «terreno» che poi recepisca quella direttiva. Io spero che venga affossata al Parlamento europeo, con un'alleanza del Pse anche con forze del campo avverso che con la direttiva non sono d'accordo.

In conclusione, il Pd riuscirà a fare un'opposizione efficace?
Io ho chiesto a Walter Veltroni di tenere una riunione del governo ombra sui temi del lavoro, e di farne parte integrante dell'Assemblea costituente del Pd. Ma credo che dobbiamo lanciare una mobilitazione forte: non solo del partito, ma anche delle forze sociali, del territorio, delle aziende. E spero che il sindacato ci sostenga nel difendere il Protocollo welfare e il Testo Unico sulla sicurezza.


(Antonio Sciotto)


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