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18 ottobre 2010

La sintesi neoclassica : domanda di moneta ed inflazione

Il secondo argomento della teoria keynesiana che gli studiosi della sintesi neoclassica ritennero di dover sviluppare andando oltre le ipotesi della teoria generale fu la domanda di moneta. Keynes aveva sostenuto la instabilità della domanda di moneta nella componente speculativa. Un volume consistente di attività finanziaria in situazioni di instabilità dei mercati di borsa era destinato a suo parere a forme di investimento speculativo che attribuivano scarsa rilevanza al valore reale delle azioni. Ciò induceva altri operatori a comportamenti imitativi e ad ondate di acquisti e vendite che non avevano alcun legame prevedibile con le variazioni del saggio d’interesse. La politica monetaria in alcuni casi risultava inefficace perché i detentori di capitali in attesa di forme d’investimento redditizie preferivano detenere moneta in forma liquida. Gli studiosi della sintesi affrontarono invece il tema da un’altra angolazione. Essi giudicavano maggiormente rilevanti le valutazioni del presente piuttosto che le previsioni del futuro e ciò indusse a vedere nella domanda di moneta speculativa una scelta di portafoglio che i soggetti effettuavano valutando i guadagni e i rischi propri di ogni specie di titolo, compresa la moneta. La determinazione dell’ammontare della domanda di moneta speculativa in relazione alle variazioni del saggio d’interesse finì con il derivare da un problema di massimizzazione dell’utilità in relazione alla scelta tra moneta e titoli o tra titoli di diversa natura ed in considerazione dei rendimenti e dei rischi connessi a tale attività. La relazione definita instabile da Keynes tra domanda di moneta speculativa e saggio d’interesse, fu di nuovo ricondotta nell’ambito della stabilità.

 

 

Infine il terzo argomento che gli studiosi della sintesi approfondirono fu la spiegazione dell’inflazione. Per Keynes l’inflazione era il risultato di un eccesso di domanda sul mercato dei beni di consumo che non poteva essere annullato mediante un incremento della quantità offerta, data la piena utilizzazione dei fattori produttivi. In altri termini l’inflazione risultava essere la manifestazione dell’incapacità del sistema produttivo di assecondare incrementi della domanda. Se però si accoglieva la tesi di Keynes bisognava infatti trarre due conclusioni di non poco conto :

·         Che l’inflazione da eccesso di domanda poteva verificarsi solo dopo aver superato la barriera della piena occupazione

·         Che prima di aver raggiunto siffatta barriera ogni eccesso di domanda avrebbe indotto un incremento di occupazione e di produzione e non un incremento dei prezzi

Vennero gradualmente alla luce così due problemi connessi alla trattazione del problema dell’inflazione : il fatto che lo stesso Keynes sottolineasse la tendenza delle economie capitalistiche a permanere in condizioni di equilibrio di sottoccupazione collocava in secondo piano il problema teorico dell’inflazione. In secondo luogo risultava teoricamente non ammissibile la coesistenza di disoccupazione ed inflazione. Phillips sulla base dello studio di due serie statistiche (le variazioni percentuali dei salari nominali ed il tasso di disoccupazione) verificò empiricamente l’esistenza di una relazione fra le due variabili : ne risultò un fatto stilizzato (la relazione inversa tra tasso di disoccupazione e tasso di crescita dei salari nominali). In realtà la relazione individuata era già stata scoperta ed utilizzata da Marx per dare ragione del carattere ciclico dello sviluppo capitalistico ed appare intuitivamente chiara la somiglianza della tesi di Phillips con la teoria sull’esercito industriale di riserva che collegava le variazioni del salario e dell’accumulazione al numero dei disoccupati. Tuttavia era mancata una spiegazione convincente capace di legare le dinamiche del mercato di lavoro e l’andamento dei prezzi. Lipsey sostenne che il caso descritto da Phillips poteva essere ricondotto al funzionamento di un mercato del lavoro concorrenziale. La stretta correlazione tra le due variabili mostrava che il lavoro, come ogni altra merce, aveva un suo prezzo di equilibrio determinato dal volume delle quantità di lavoro offerte e domandate. La disoccupazione non era altro che il risultato di un offerta di lavoro eccedente le richieste di mercato (circostanza che determinava una minima forza contrattuale dei lavoratori) e la piena occupazione il risultato di una domanda di lavoro superiore all’offerta. Samuelson e Solow si avvalsero della relazione individuata da Phillips per sostenere la tesi secondo la quale se si voleva raggiungere la piena occupazione bisognava accettare un tasso di inflazione elevato. A loro avviso era sufficiente assumere che l’aumento generale dei prezzi fosse uguale all’aumento dei salari meno l’aumento della produttività del lavoro. Se questa ipotesi aggiuntiva risultava praticabile la curva di Phillips mostrava la relazione tra il tasso di crescita dei prezzi (non più solo dei salari) e il tasso di disoccupazione consentendo di individuare così per ciascun tasso di disoccupazione il corrispondente tasso di aumento dei prezzi. Si consentiva così alle autorità politiche una possibilità di scelta tra diverse combinazioni di inflazione e disoccupazione. Tuttavia ci furono anche severe critiche a questa correlazione : negli anni ’70 si mostrò in alcuni paesi una estesa disoccupazione in concomitanza con alti tassi di inflazione (stagflazione). E comunque la curva di Phillips rappresentò lo sviluppo teorico più significativo del keynesismo poiché consentì di superare il punto debole esistente nel modello della sintesi sui rapporti tra dinamica del mercato del lavoro e andamento dei prezzi. Alla barriera della piena occupazione come limite rigido oltre il quale un eccesso di domanda avrebbe innescato un processo inflazionistico venne sostituito un limite mobile che spiegava le ragioni per cui l’inflazione poteva sorgere anche in presenza di una disoccupazione frizionale.

Il modello IS-LM secondo Brancaccio trascurava le relazioni dirette tra domanda di merci e prezzi ed ammetteva pertanto la possibilità che il sistema economico, lasciato a se stesso, rimanesse incagliato in uno stato di disoccupazione permanente. La soluzione del problema venne fornita da Patinkin il quale diede sostegno teorico all’idea che una prolungata caduta dei salari e dei prezzi potesse determinare almeno in linea di principio l’aumento di domanda necessario ad assorbire i disoccupati. Le conclusioni di Patinkin permisero dunque di ricacciare la disoccupazione keynesiana nel novero dei fenomeni transitori ed al limite trascurabili

 

 

 

 

 


11 ottobre 2010

La sintesi neoclassica : il modello IS-LM

Il modello costruito fu chiamato IS-LM e molti videro in esso uno strumento utile, sia per individuare le condizioni necessarie per raggiungere l’equilibrio di piena occupazione, sia per scoprire le cause della disoccupazione o dell’inflazione. Tale modello teneva in esplicita considerazione le tre fondamentali propensioni descritte da Keynes (consumo, investimento, liquidità). Esso risulta pienamente compatibile tanto con il principio della domanda effettiva, che individuava in una caduta degli investimenti la responsabilità della crisi, quanto con l’idea che il reddito (e non i prezzi) svolgesse la funzione di meccanismo di riequilibrio. La riformulazione delle tesi keynesiane mediante ipotesi più generali di quelle di Keynes e proprie degli schemi di equilibrio economico generale, consentiva anche d’inserire nell’analisi macroeconomica sviluppi analitici che, pur non presenti nell’opera di Keynes avrebbero arricchito e rafforzato la teoria della domanda effettiva. Tali sviluppi riguardavano tre parti dell’anali keynesiana :

·         La funzione del consumo

·         La domanda di moneta

·         La relazione tra livello di occupazione e livello dei prezzi

 

Per quanto riguarda la funzione del consumo Keynes aveva ipotizzato una funzione del consumo molto semplificata e stabile nella quale le scelte di consumo e di risparmio dipendevano unicamente dal reddito corrente. Le analisi successive misero in discussione la stabilità di questa funzione e conseguentemente l’esistenza stessa di una relazione di proporzionalità da reddito corrente e consumo corrente. Duesemberry aveva osservato che in molti casi, al variare del reddito, i consumatori non adeguavano istantaneamente il consumo, ma rimanevano legati allo standard di vita precedente. Questa tesi fu approfondita e si giunse alla conclusione che i soggetti, pur in presenza di variazioni del reddito, non avrebbero modificato le proprie abitudini di consumo fino a quando non mutava il gruppo sociale di riferimento. Viceversa, allorché l’incremento del reddito era sensibile ed il modello di consumo da imitare diventava quello della fascia sociale superiore, il consumo sarebbe aumentato. Tendenzialmente sarebbe risultato che nel lungo periodo veniva confermata la tesi di Keynes della proporzionalità tra consumo e reddito mentre nel breve veniva evidenziata una sorta di vischiosità che rendeva poco sensibili le variazioni del consumo alle variazioni del reddito.

 

 

Pochi anni dopo la tesi della scarsa reattività del consumo di breve periodo fu ripresa da Modigliani e Brumberg nella teoria del ciclo vitale. Secondo costoro gli individui, nel decidere la quota di reddito da consumare in ciascun momento della propria vita lavorativa, più che al reddito corrente facevano riferimento ad altre variabili rilevanti in un orizzonte temporale più ampio (la lunghezza della vita attesa, il rimanente numero di anni di lavoro, la probabilità di ricevere un reddito non da lavoro). Ciò posto ciascun individuo, in forza del principio dell’utilità marginale decrescente ed in un ottica di massimizzazione dell’utilità intertemporale, avrebbe fissato come obiettivo una distribuzione uniforme del consumo nel corso della propria vita, con la conseguenza che negli anni produttivi, presumibilmente quelli centrali, avrebbe avuto una elevata propensione al risparmio in modo da accedere al livello stabilito di consumo negli anni della vecchiaia.

Molto simile alla precedente nella tesi proposta nonché nell’intenzione che rimase quella di individuare le debolezze della relazione reddito corrente – consumo corrente fu la teoria di Friedman sul reddito permanente. Questo studioso riprese la distinzione tra motivazioni di lungo periodo e di breve periodo delle scelte di consumo e confermò l’ipotesi della instabilità nella funzione del consumo del breve periodo. Inoltre la portata teorica del moltiplicatore risultò ridimensionata a ragione del fatto che nell’analisi di Friedman il consumo non era più posto in diretta relazione al reddito corrente (a sua volta estremamente sensibile alle variazioni delle componenti autonome della domanda aggregata), bensì alla stima che ciascun soggetto effettuava del proprio reddito permanente.

 


29 settembre 2010

Rosier : la crisi non è qualcosa di puramente economico

Le fluttuazioni economiche fanno parte integrante della dinamica del capitalismo : crescita e crisi sono le due facce di uno stesso processo. Esse si manifestano in crisi che appartengono a due tipi fondamentali : quelle del ciclo classico e quelle dei ritmi lunghi, frutto le une come le altre delle contraddizioni del sistema economico. Le crisi classiche sono generalmente precedute ed in qualche modo annunciate da una fase di super speculazione e di crisi finanziaria che è il segno di una vera autonomizzazione della sfera monetaria e finanziaria in rapporto alla sfera reale.

La periodicità delle crisi classiche lungo tutto l’800 e il ‘900 sino al 1929 suggerisce l’idea di un carattere ineluttabile di queste crisi in quanto risultati di contraddizioni, allora insormontabili, del capitalismo concorrenziale. Queste crisi svolgono un ruolo essenziale di regolazione di secondo grado. quanto all’appiattimento delle fluttuazioni ed alla crescita senza crisi del secondo dopoguerra, sono fenomeni che indicano al contrario che un insieme coordinato di elementi coordinatori può essere abbastanza potente da ammortizzare le crisi classiche, quindi esercitare un controllo su di esse (senza tuttavia che la neutralizzazione di fattori di crisi possa essere interpretata come un loro sradicamento).

Per quanto concerne lo sbocco della crisi classica, se sembra che la depressione tenda a produrre le condizioni di un ritorno allo sviluppo, nulla autorizza a pensare che questo sia automatico. Può verificarsi una deriva, tale da condurre fuori del sistema (si pensi alla crisi del 1873-1877 negli Usa con una situazione di tipo rivoluzionario, oppure alla grande crisi del 1929). L’approccio in termini di ritmi lunghi invece sembra rendere appropriatamente conto dell’alternanza osservata di periodi di espansione relativamente regolari e al contrario di depressioni più lunghe (grandi crisi). Tale approccio ci permette anche di pensare che un elemento generale di questi ritmi sia che la depressione lunga abbia la funzione implicita di costruire gli elementi di un nuovo ordine produttivo. Tale punto ci offre una chiave per comprendere il tempo presente. Esso indica la depressione lunga come tempo di mutazione indispensabile alla riproduzione del capitalismo nel lunghissimo periodo. Per durare, per mantenere ciò che è più fondamentale il rapporto di lavoro salariato deve necessariamente cambiare.

Le analisi sin qui condotte mostrano l’invarianza attraverso il cambiamento e cioè la complessità dei fenomeni in discussione. Si tratta non di fenomeni strettamente economici, isolabili dal campo sociale e modellizzabili, ma di processi sociali che mettono in evidenza una pluralità di cause ed esprimono i conflitti che attraversano questo campo. La fase B del ritmo lungo, laboratorio sociale, periodo di distruzione creatrice, è il luogo di elezione per osservare la dialettica dell’innovazione fondamentale del conflitto.

 

 

Non si può concepire uno scenario di uscita dalla crisi all’interno del capitalismo senza riferirsi alle funzioni delle depressione lunga, ed alle poste in gioco della crisi. Tenuto conto dello stato di sviluppo del processo di transnazionalizzazione, sembra difficile concepire (salvo temporaneamente per le nazioni più potenti che praticano forme accentuate di protezionismo) delle strategie di uscita dalla crisi attuale che non superino il quadro nazionale. Ne sono testimonianza il fallimento dei diversi tentativi di rilancio isolato e il costo sociale in termini di disoccupazione delle politiche di austerità competitiva messe in atto dagli stati sotto il vincolo della concorrenza internazionale per appoggiare le loro grandi imprese in questa competizione, contenere il consumo e massimizzare il surplus esportabile. Ciò tende a spingere in prospettiva verso una strategia di rilancio concertato sotto l’impulso dell’economia dominante, una specie di New Deal su scala mondiale. Alla base vi sarebbe un compromesso tra le grandi nazioni occidentali industrializzate per l’elaborazione di nuove regole d’uso delle forze di lavoro (orario, condizioni, protezione sociale), ma anche per una qualche organizzazione della concorrenza sul mercato mondiale e per un rimodellamento del sistema monetario e finanziario internazionale. Ma questo tipo di compromesso deve essere completato da una serie di accordi tra paesi industrializzati del nord e paesi in crisi del sud. Questo tipo di strategia potrebbe essere coscientemente elaborata attraverso la concertazione dei più potenti tra i paesi leader. Se questo non avviene è a causa della politica dell’ognun per sé, facendo correre in questo modo un grosso rischio alla comunità internazionale.

 

 


28 settembre 2010

La crisi degli anni Settanta apre alla rivoluzione tecnologica

Il vigore dell’accumulazione del capitale nel corso degli anni ’50 e ’60 conduce all’ascesa della potenza di imprese gigantesche multi nazionalizzate ed in forte competizione sul mercato mondiale (in rapporto con il declino relativo del predominio internazionale degli Usa). Ciò si traduce nel sensibile aumento del tasso di accumulazione, di concentrazione industriale e di internazionalizzazione del capitale, ma conduce anche (in concomitanza con i fattori già citati) ad una riduzione della sua redditività : è il ritorno del fenomeno di sovraccumulazione del capitale, annunciatore di crisi. Questo processo assume rapidamente l’aspetto di una transnazionalizzazione delle imprese interessate e delle economie industrializzate. Da una parte queste economie sono attraversate da flussi di merci, servizi, capitali, uomini ed informazioni con un’apertura senza precedenti sul mercato mondiale. D’altra parte la logica di funzionamento dell’accumulazione del capitale supera le basi nazionali e le strategie delle grandi imprese vengono concepite fin dall’inizio come strategie mondiali.

 

 

Ne risulta una parziale industrializzazione di una parte del terzo mondo, frutto dell’espansione e della concorrenza delle imprese transnazionali che trapiantano in certi paesi le loro attività più banalizzate. Di qui una tendenza ad una nuova divisione internazionale tra industrie di punta ed industrie mature, parallelamente ad una forte gerarchizzazione e ad una perdita di coerenza dei sistemi produttivi nazionali. Questi si trovano esposti ad una concorrenza esasperata e rinnovata nel suo contenuto, concorrenza che giunge fino a mettere in questione la rigidità dell’organizzazione fordista della produzione. La contraddizione essenziale deriva qui dal fatto che questo processo di transnazionalizzazione rimette in discussione e destabilizza i complessi modi di regolazione la cui efficacia dipendeva sino ad allora dalla loro coerenza entro delle economie nazionali, tanto per quel che concerne il ruolo degli oligopoli stabilizzati, che per quanto concerne le forme specifiche del fordismo e delle politiche di regolazione congiunturale. Queste ultime non hanno effetto che nella misura in cui gli stati possono controllare dei flussi nazionali significativi. Abbiamo qui il secondo grande fattore esplicativo dell’inversione della congiuntura lunga.

Mentre il modo di accumulazione, efficace nel periodo di espansione lungo si trova minato dall’interno dalla forza crescente dei salariati, il suo stesso successo viene così a porre in questione il potente modo di regolazione sul quale si regge. La convergenza di questi due processi conduce ad una vera implosione dell’ordine produttivo senza che tuttavia si assista al crollo delle economie interessate. E la crisi può giocare pienamente il suo ruolo di laboratorio sociale ed economico sulla base di un profondo spostamento dei rapporti di forza tra lavoro e capitale e di conflitti economici di grande portata sul mercato mondiale. L’insieme di ciò che costituiva l’equilibrio dinamico del periodo precedente è che conteneva l’innovazione nei limiti del socialmente tollerabile, si trova profondamente messo in discussione. L’innovazione fondamentale può avere libero corso in tutti i campi, quale che ne sia il costo sociale : la modernizzazione industriale e il correlativo aumento della disoccupazione lo testimoniano. La disoccupazione è il prezzo da pagare da parte dei lavoratori e della società per questo tipo di modernizzazione.

La depressione lunga ritrova così la sua funzione classica, la posta che essa mette in gioco per il capitale è la stessa : elaborare e mettere in atto nuove basi tecniche ed industriali, economiche e sociali. La depressione dovrebbe poter dare alla luce (come alla fine dell’800 e come negli anni ’30) forme nuove di rapporto salariato tali da assicurare risultato economico e ripristino del controllo sulle forze di lavoro. Nello stesso tempo e correlativamente, essa dovrebbe poter pervenire a dare forma alle rivoluzioni tecnologiche che premono dall’inizio degli anni ’70 ed hanno considerevoli poste in gioco.

 


27 settembre 2010

Rosier : la crisi nasce da nuove lotte sociali

L’ordine produttivo affermatosi nel corso del lungo periodo di espansione successivo alla seconda guerra mondiale si basa su di un modo di accumulazione che si regge su di un sistema di oligopoli stabilizzati a livello nazionale, costituiti da imprese e gruppi industriali e finanziari giganti incamminati sulla via della multi nazionalizzazione e praticanti il fordismo. Quanto alle industrie motrici del periodo (chimiche, elettroniche, aereonautiche, automobilistiche), campi di attività delle imprese suddette, esse sono scaturite a loro volta dagli sconvolgimenti della grande crisi e della seconda guerra mondiale che fu un fantastico laboratorio tecnologico. Su questa base tecnica le grandi imprese danno forma ad un determinato tipo di sviluppo fortemente caratterizzato in senso sociale tanto dal punto di vista delle modalità della produzione che da quelle del consumo e dell’utilizzazione dello spazio (concentrazione urbana, esodo rurale). La loro attività si iscrive in una divisione specifica del lavoro su scala mondiale tra il centro industrializzato dell’economia-mondo e la sua periferia sottosviluppata. Infine, l’insieme del sistema si presenta fortemente regolato tanto dalle strutture economiche quanto dalle politiche economiche che abbiamo descritto. Ma la sua operatività dipende da un determinato equilibrio tecnologico (intorno ad un determinato paradigma tecnico-economico nel senso di Freeman), da un determinato equilibrio economico (oligopoli stabilizzati nel senso di Baran e Sweezy, oppure fordismo nel senso di Aglietta) e soprattutto da un determinato equilibrio sociale (patto tra capitale e lavoro nel senso di Bowles, Gordon e Weisskopf). Tutti questi equilibri devono contenere ed imbrigliare le innovazioni e soprattutto quelle de stabilizzatrici nei limiti di ciò che è socialmente tollerabile. La crisi degli anni ’70 è interpretabile come una nuova depressione lunga che sopravviene dopo un periodo di espansione durato più di 25 anni. Ed è proprio il successo dell’accumulazione del capitale nel corso di questo periodo che produce l’emergere di nuove contraddizioni che finiscono per avere ragione dell’ordine produttivo esistente in quel momento (processo dialettico) : una sensibile riduzione della profittabilità del capitale ne è il segno annunciatore.

È il modo di accumulazione del capitale a trovarsi minato da un fascio convergente di fenomeni. L’ascesa a partire dal 1966-1969 di lotte sociali originali che prendono di mira le forme stesse del lavoro industriale (organizzazione fordista) apre una vera e propria crisi del lavoro. Ora quest’ultima, dopo una lunga tregua scaturita dal compromesso storico del New Deal mette di nuovo in piena luce quest’aspetto della contraddizione del rapporto di lavoro salariale. Nello stesso tempo essa viene a costituire, attraverso la flessione degli incrementi di produttività e gli aumenti salariali che comporta, uno dei fattori fondamentali che concorrono a deprimere la profittabilità del capitale. Gli effetti di questi fenomeni si trovano rafforzati dai limiti posti all’espansione delle attività capitalistiche da una parte dall’espansione delle attività non lucrative (salute, istruzione, edilizia popolare) e dunque anche dei lavoratori improduttivi e dall’altra parte l’espansione dei servizi nel consumo delle famiglie, laddove i servizi sono prodotti mediante procedimenti dotati di incrementi di produttività inferiori alla media. Ne risulta una forte espansione dei costi socializzati della crescita ed un deciso spostamento della domanda verso consumi collettivi il cui costo relativo tende ad aumentare.

 

 

Ben più di un esaurimento di un regime di accumulazione su basi sostanzialmente tecniche o di limiti incontrati dall’espansione delle attività produttive su basi economiche, si tratta dell’aumento di contraddizioni nuove su base sociale : la modificazione graduale del rapporto di forza a favore dei salariati nel corso degli anni ’60 destabilizza l’equilibrio sociale sul quale si regge l’ordine produttivo di allora. Questo fenomeno costituisce un primo grande fattore esplicativo dell’inversione della congiuntura lunga e presenta il vantaggio di integrare differenti elementi esplicativi correttamente enunciati da una serie di autori. Tali elementi ne costituiscono al tempo stesso una manifestazione ed un effetto : la crisi del lavoro ed il crollo del patto tra capitale del lavoro, una tendenza allo spostamento a vantaggio dei salariati del tasso di ripartizione tra profitto e salari e l’aumento dei costi collettivi socializzati della crescita. Questi due ultimi fenomeni sono il frutto della pressione efficace dei salariati. L’insieme concorre a spiegare il fenomeno direttamente osservabile, e cioè la pericolosa caduta della redditività del capitale.

 


24 settembre 2010

Una teoria marxista della crisi : un primo livello di riflessione

Epistemologia ed economia

La teoria neoclassica è un paradigma economico che presume che l’economia possa essere come la fisica e cioè che in essa si possa scomporre la situazione empirica in unità elementari di cui si determinano le relazioni fondamentali espresse da leggi e con le quali si ricostruisce con buona approssimazione la situazione empirica da cui si è partiti e si prevede poi quale evoluzione essa può avere. In fisica è possibile elaborare ipotesi sull’intero sistema degli oggetti fisici in quanto la loro verifica è circoscritta in contesti dei quali è possibile almeno un parziale isolamento, attraverso la galileiana difalcazione degli impedimenti. In fisica la grandezza del sistema complessivo degli oggetti e l’inesistenza di interazioni macroscopiche che mettano in forse nel breve periodo le ipotesi assunte ha consentito alle ipotesi stesse una validità temporale che può essere messa in questione solo dall’accanimento eventuale di soggetti appartenenti alla comunità degli scienziati. Nelle scienze umane questo non è possibile : l’isolamento che permette la verificazione locale delle ipotesi è fuori questione, il sistema complessivo è ben più piccolo di quello degli oggetti fisici e le interazioni ben più frequenti e rilevanti. Probabilmente accadono in campo macroscopico almeno alcuni dei fenomeni che in fisica avvengono a livello subatomico e rendono così incerta e complicata la conoscenza fisica a quel livello.

Marx è stato forse il primo a prefigurare l’impossibilità nel campo economico di poter fondare una scienza a partire da unità fondamentali attinte da un processo di astrazione. La sua dialettica permetteva solo di osservare la realtà a livello concreto e di demistificare la teorie esistenti come ideologiche, cioè come costruzioni che vogliono cristallizzare schematicamente situazioni storicamente contingenti.

L’analisi della realtà nel suo storico verificarsi rende ovviamente centrale nell’analisi di Marx lo sviluppo economico o meglio l’accumulazione di capitale e le sue conseguenze sociali. Il passaggio dell’economia neoclassica da una analisi statica ad una dinamica inevce si è rivelato, per le cose affermate, alquanto complicato.

In realtà la fondazione di un sapere economico più adatto al carattere dinamico del suo oggetto si può costituire a partire da un paradigma scientifico più adatto alla fondazione delle scienze sociali. Questo paradigma può essere quello delle scienze della complessità, che per certi versi si può definire l’erede della dialettica marxiana, anche se ad esso va continuamente applicato il metodo critico pure elaborato da Marx, affinchè anch’esso non porti a soluzioni ideologiche, così come è stato nel caso ad es. di Talcott Parsons.

Proprio l’assenza di una reale possibilità di isolare i fenomeni sociali rende impossibile la descrizione deterministica di essi. Mentre in fisica il determinismo ha un senso laddove è possibile isolare un sistema attraverso la “difalcazione degli impedimenti”ed agire su di esso attraverso le tecnologie, nelle scienze sociali sono possibili solo previsioni probabilistiche che vengono continuamente aggiornate quanto più numerosi sono i soggetti informati su di esse, in quanto  possono sempre adattare i loro comportamenti in modo da provare a disattenderle nel caso siano negative per loro da un punto di vista etico o pratico.

L’atteggiamento scientifico di Marx oggi può essere rielaborato non tanto nel senso del determinismo, quanto per il metodo che privilegia,  più che l’intenzione dei soggetti all’interno di un contesto sociale, le circostanze materiali che di fatto li fanno tendere ad assumere certi comportamenti piuttosto che altri. Anche se si potesse dire che, dato un evento A, si debba necessariamente verificare un evento B, nel campo delle scienze sociali non si può mai garantire che si verifichi solo l’evento A, per cui si può sempre verificare un altro evento C che impedisce all’evento B di realizzarsi.

Dunque lo sviluppo economico e sociale non ha mai un esito predeterminato, ma sempre una pluralità di esiti possibili, la cui probabilità è tanto precisabile quanto più dettagliata è l’analisi dello stato da cui si parte e quanto più profonda è la conoscenza della relazioni di causa ed effetto esistente tra eventi più o meno tipizzati.

Bohm Bawerk ad es. nella sua analisi del capitale trascura sia la complessità dell’oggetto sia il suo carattere storico, condannando l’economia alla descrizione di modelli astratti la cui applicazione si rivela essere molto aleatoria. Menger, che tra i neo-classici ha particolarmente sviluppato l’epistemologia dell’economia, voleva isolare gli elementi rigorosamente tipici tra cui si potessero stabilire leggi necessarie come quelle della natura. Queste leggi però non possono essere verificate empiricamente, dal momento che la realtà, nella sua complessità non consente tale verifica. Tale rifiuto della realtà è consapevole e perciò ancora più inquietante. Inoltre egli riteneva che il carattere spesso consapevole degli istituti sociali era legato al carattere atomistico ed individualistico del modello usato per descriverli e spiegarli. In realtà, ad es. per Marx, la consapevolezza degli istituti sociali è molto spesso lacunosa ed ideologica è fornisce solo una sicurezza mal riposta : la descrizione che si ottiene da un modello atomistico va inserita nel contesto storico e legata ad altre serie di eventi e situazioni spesso non prese assolutamente in considerazione : per fare un esempio, il carattere apparentemente libero di un contratto di lavoro non tiene conto dei bisogni ad esso collegati e della asimmetria spesso esistente tra i due contraenti. Anche quando contraddittoriamente Menger collega il modello atomistico con le azioni il cui effetto complessivo non è previsto, egli fa una semplificazione arbitraria perché proprio queste pratiche svincolate da una finalità consapevole sono l’effetto di una logica che riguarda un livello collettivo e complesso di analisi della realtà sociale. In realtà il modello atomistico in questo campo può avere solo una valenza didattica elementare, ma non ha alcun valore nel descrivere la realtà.

 

 

 

Marx, l'etica e la democrazia

Quanto al rapporto con l’etica, Marx da hegeliano rifiuta l’atteggiamento deontologico di chi non analizza le condizioni di possibilità della transizione, ma non credo che con questa critica l’istanza etica sia eliminata del tutto. Essa diventa piuttosto un criterio immanente che, sulla base della pluralità degli esiti possibili dello stato di cose presente, si concretizza nel tentativo di gestire la transizione indirizzandola a finalità condivise nel dibattito interno al soggetto rivoluzionario.

Il socialismo utopistico considera la transizione un insieme di azioni lineari che, dallo stato di cose presente, porta ad un sistema di desiderata, la cui selezione non è il frutto della prassi collettiva che si dà da se medesima gli obiettivi intermedi e quelli più a lunga scadenza, ma piuttosto del pensiero individuale che, in quanto tale, è destinato a rimanere un’ illusione ideologica

La stessa teoria del feticismo di Marx è carica di eticità, solo che tale eticità non è dichiarata secondo un modello retorico esortativo e deontico, ma attraverso una sorta di descrizione neutrale del piano inclinato su cui il modo di produzione capitalistico si sta incamminando. La dialettica marxiana nel descrivere come il modo capitalistico, seguendo la sua propria logica, si avvii verso la propria auto dissoluzione, diventa una sorta di iperbole che assume suo malgrado l’aspetto della satira e rivela in controluce tutte le sue istanze etiche. La rivoluzione è al tempo stesso la verifica scientifica della transizione, ma anche la prassi consapevole che la pone in essere. Nelle scienze sociali le istanze della soggettività e i vincoli del realismo scientifico sono in continua relazione: è inutile pretendere dalle scienze sociali un oggettività che le condanna solo all’ideologismo più bieco e più legato allo stato di cose che deve essere superato.

Quanto alla classe operaia, le sue modalità di organizzazione non sono senza rilevanza non solo ai fini del miglior esito della transizione, ma anche retrospettivamente in relazione allo statuto epistemologico delle scienze sociali : la vera rivoluzione conoscitiva della transizione è la democrazia che è il metodo delle scienze sociali, la forma storicamente avanzata della mediazione tra istanze soggettive ed oggettive e tra le diverse prospettive dei soggetti che costituiscono la classe rivoluzionaria. E’ la democrazia che rielabora concettualmente e costituisce il livello della prassi e dell’azione sociale.

 

 

Sismondi e Marx : la crisi come fine e come passaggio

Interessante è la tesi per cui Marx vede la fine del capitalismo come passaggio ad un altro tipo di società mentre in Sismondi c’è solo il senso della fine, ma non c’è il presentimento di un nuovo inizio. Tale differenza di atteggiamenti può anche avere un aspetto psicologico, ma quel che si vuole qui evidenziare è la sua valenza epistemologica. Perché si possa parlare di passaggio e non di semplice fine, si deve avere una teoria sui soggetti che trasformeranno la società e una capacità di individuare gli istituti che anticipano e prefigurano tale passaggio.  

Se la prima elaborazione è stata fatta sia pure con esiti controversi a livello sociologico (la classe operaia) e politico (il Partito), la seconda è stata sviluppata molto meno. Chi in un certo senso ha tentato una analisi di questo tipo è stato Giovanni Mazzetti, che più che un economista è un filosofo delle scienze sociali ed ha reinterpretato gli istituti del Welfare e la politica economica keynesiana come uno stato intermedio della transizione al socialismo. Chi scrive invece pensa di aver individuato nel reddito di cittadinanza un altro filo rosso che ci consenta di guardare un itinerario possibile. La storia del socialismo reale invece sembra essere una sorta di teratologia della transizione.

 

 

Limiti ed errori dell'interpretazione di Marx da parte di Colletti

Colletti poi sbaglia proprio perché non comprende (non a caso egli è seguace di Galvano Della Volpe) e non accetta la dialettica e l’esistenza di una logica specifica delle scienze della complessità sociale. In questo modo egli non può che presentare la legge del valore e la teoria del feticismo come la compresenza statica di due modi diversi di valutare gli stessi fenomeni. In realtà egli non tiene conto del fatto che l’equilibrio della legge del valore non è un equilibrio stabile, ma un equilibrio instabile tendente a crisi di realizzo e destinato a rompersi per sfociare in una rivoluzione del modo di produzione. In pratica il rovesciarsi della legge del valore nel feticismo delle merci è un processo che ha una natura temporale e si manifesta progressivamente quanto più il modo di produzione capitalistico tende a sussumere sotto di sé tutta la complessità della riproduzione sociale. Tale processo trova l’assenza di ordine ad un  livello (fenomenico) della realtà sociale e l’esistenza di un ordine che si compone inintenzionalmente ad un altro livello della realtà sociale stessa. Un ordine che però è sempre messo in questione dal carattere dinamico dei processi da cui esso viene astratto. Conseguentemente Colletti sbaglia pure a delineare la dicotomia tra teorie che considerano impossibile il funzionamento di un’ economia capitalistica e teorie che considerano eterno tale sistema. In realtà la Luxemburg dice che un sistema capitalistico può funzionare solo se inserito in un contesto pre-capitalistico (o più genericamente non capitalistico) ed è questo che storicamente si è verificato. Per cui la dicotomia delineata da Colletti è in realtà apparente e fuorviante. Anche quando interpreta la legge tendenziale della caduta di profitto come una legge ad effetti solamente differiti nel tempo, Colletti non tiene conto del fatto che Marx sta inserendo un modello nella concretezza della realtà e dunque la sua verifica va fatta nel tempo ed aggiornando sempre l’analisi, cosa che Marx faceva quotidianamente e testimonianza ne è il fatto che solo verso la fine della propria esistenza si era deciso a pubblicare un’opera con intenti più propriamente fondativi.

Dire poi che, con la caduta tendenziale del saggio di profitto, viene esclusa la lotta di classe dai fattori rilevanti per il passaggio dal capitalismo ad un altro modo di produzione, è sbagliato :  in realtà gli agenti storici sono quelli che fanno dire a Marx che l’aumento della composizione organica del capitale non può alla lunga essere compensato dall’aumento del saggio di sfruttamento. E questo perché la resistenza dei lavoratori può contrastare l’adeguamento del saggio di sfruttamento all’aumento della composizione organica del capitale. Dunque la legge esiste, ma si tratta di un’implicazione che si attiva solo al verificarsi di certe condizioni, condizioni che sono contingenti e sono legate alle scelte dei soggetti in campo. A loro volta queste scelte sono favorite (in un senso o nell’altro) dal contesto dato che è oggetto dell’analisi e del suo continuo aggiornamento. Dunque né determinismo né contingentismo perché la stessa dicotomia è astratta, in quanto presuppone una situazione storicamente vergine che non può essere assolutamente data.

Non è che tutto sia trasferito alla soggettività politica. Questa è solo l’organizzazione di una serie di interessi e bisogni attivati dalla tendenza, in cui l’organizzazione serve per gestire al meglio quella transizione che probabilmente si verificherà ma non si sa quando e con quali costi sociali e umani.

Colletti dice : “Si obietterà che i fattori soggettivi sono anch’essi momenti della realtà, ma allora, o il dato soggettivo è calcolabile come un dato oggettivo ed allora siamo all’interno del determinismo, oppure esso non lo è ed allora la scienza sociale non si può chiudere con la predeterminazione dell’esito del processo. Il corso del processo storico torna ad essere aperto,  ma la scienza sociale finisce per essere scienza e la possibile equipollenza tra l’aumento della composizione organica e quello del saggio del plusvalore diventa una semplice enunciazione del problema anziché la sua soluzioneDa questa proposizione si evidenza come il nostro autore non riesca a trarre le dovute conseguenze dal carattere temporale, storico e democratico dell’indagine conoscitiva : i fattori soggettivi sono continuamente ricompresi come dati nella scienza, ma la scienza stessa che ne deriva, la sua diffusione e/o la sua applicazione sono altri fattori soggettivi che cambiano lo scenario analizzato (ci sono profezie che si auto realizzano e profezie che si auto eliminano). Il corso del processo storico si apre e si richiude continuamente, il problema viene continuamente rielaborato e continuamente risolto e dunque non c’è dicotomia statica, ma interazione dinamica tra i due momenti della prassi collettiva autocosciente. Naturalmente per prassi non si intende un fare puramente soggettivo o idealistico, ma un processo in cui istanze soggettive e dati oggettivi sono in continua relazione dinamica

 

 

I limiti metodologici del leninismo

Certo, trasformare la crisi in una rivoluzione è compito della classe : questo però non vuol dire che tutta l’analisi diventi politica. L’errore del leninismo è stato quello per cui la necessità dell’azione politica per il compimento della rivoluzione si sia trasformata nella sufficienza dell’azione politica per il compimento della rivoluzione : da qui la rivoluzione contro il Capitale della quale Gramsci fu tanto entusiasta, nel suo temperamento idealista. In Lenin l’insuperabilità del dato è la ragione per cui al dato va contrapposto un altro dato, altrettanto irriducibile, altrettanto inconcusso e reificato. Lenin commette l’errore di concepire il trapasso dalla crisi alla rivoluzione come un atto politico idealisticamente considerato e dunque in maniera astratta (e non a caso Lenin apprezzava l’interpretazione di Marx data da Gentile). Invece era necessario combinare l’esigenza di accelerazione con quella di attenuazione degli effetti collaterali della lotta di classe.

Ed al tempo stesso era necessario trovare un programma politico più rispettoso della situazione concreta e nel contempo meno violento. Lenin concepisce il salto politico come un fiat e con intenti troppo radicali e astratti. Con il leninismo la teoria si sposta dall’analisi economica alla pratica politica soggettivistica, al machiavellismo, alla politica interstatuale, alla politica della guerra. C’è bisogno di una analisi della sovrastruttura politica e culturale (dell’intero ciclo di riproduzione sociale) che abbia la stessa ricchezza e complessità di quella fatta da Marx nel campo delle forze e dei rapporti di produzione.

 

 

 

La produttività del lavoro e il plusvalore

Marx afferma che per aumentare il plusvalore, il capitale deve accrescere la produttività del lavoro. Quest’ultima infatti (determinando una diminuzione del tempo di lavoro incorporato nei singoli prodotti e dunque una diminuzione del valore delle singole merci) determina anche la diminuzione del tempo di lavoro necessaria a produrre i mezzi di sostentamento dell’operaio. Essa riduce la parte della giornata lavorativa in cui la forza-lavoro riproduce se stessa per accrescere, all’inverso, il tempo di lavoro supplementare che l’operaio cede al capitale e cioè il pluslavoro e il plusvalore prodotto.

 

Analizziamo meglio questa tesi : se accresce la produttività del lavoro, l’impresa può produrre più merci in tempo dato. Se sussiste una domanda più alta della capacità produttiva precedente, l’impresa può vendere un volume maggiore di merci a prezzi invariati ed aumentare dunque i ricavi in tempo dato, aumentando anche i profitti. Se con l’aumento del volume della produzione, l’impresa può diminuire i prezzi essa può sconfiggere la concorrenza aumentando così i ricavi per altra via e così pure i profitti. Tutto questo mantenendo la massa salariale intatta.

Naturalmente se la domanda non eccede la capacità produttiva precedente, l’impresa può produrre lo stesso volume di merci diminuendo la massa salariale attraverso licenziamenti o riduzioni di salario.

Ovviamente l’aumento della produttività del lavoro si ottiene attraverso il cambiamento della composizione organica di capitale, e cioè introducendo macchine più efficienti o cambiando l’organizzazione del lavoro. In questo caso ci sono costi iniziali (investimento) che vanno poi smaltiti in un arco di tempo dato. Vi devono dunque essere aspettative di maggiori ricavi (e dunque si presuppongono maggiori vendite per aumento della domanda e/o per diminuzione della concorrenza) o di una diminuzione della massa salariale che sia maggiore del costo iniziale affrontato.

Marx però parla anche a livello aggregato : la tendenza delle imprese ad aumentare la produttività può portare ad una diminuzione dei prezzi che diminuisce il tempo di lavoro necessario a produrre i mezzi di sostentamento degli operai e dunque potrebbe portare ad una diminuzione dei salari e ad un aumento dei profitti. Naturalmente Marx volutamente non parla della lotta di classe sindacale che potrebbe (e che ha portato ad un aumento dei salari) cercare di redistribuire l’aumento di produttività e dei ricavi relativi (nel caso ci sia). Naturalmente se tutto si riduce ad una diminuzione di costi, la lotta a sua volta si riduce ad una resistenza all’espulsione di lavoratori e all’abbassamento dei salari. Le imprese tenderanno espellendo forza lavoro ad utilizzare l’accresciuto esercito industriale di riserva per abbassare i salari.

A questo punto la teoria delle crisi di realizzo serve a sottolineare l’importanza della domanda aggregata e dunque e collegare la resistenza locale operaia all’interesse generale

 

 

 

 

La caduta del saggio di profitto

Per aumentare la produttività del lavoro il capitale deve rivoluzionare costantemente la base tecnica della produzione introducendo nuovo capitale costante ed accrescendo la composizione organica del capitale. L’aumento della produttività del lavoro è sinonimo dell’aumento del saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento). Ma al tempo stesso con l’accresciuta composizione organica del capitale si ha una caduta del saggio di profitto e cioè del rapporto che il plusvalore ha non solo con il capitale variabile, ma con tutto il capitale (costante + variabile).

 

In realtà l’aumento del saggio di plusvalore si ha solo se all’aumento di C corrisponda una diminuzione equivalente di V, ma le lotte di resistenza operaia possono far rimanere inalterato il saggio di plusvalore, facendo diminuire il saggio di profitto o ci può essere un maggiore profitto complessivo che compensi l’aumento di C, rimanendo inalterato V.  Ovviamente a livello micro, se l’aumento di C è compensato dalla diminuzione di V, non si ha diminuzione del saggio di profitto. Solo a livello aggregato, se l’espulsione a livello generale di V porta ad una diminuzione della domanda aggregata, ci può essere una crisi di realizzo che porta ad una diminuzione dei ricavi e quindi complessivamente dei profitti, con una contestuale caduta del saggio di profitto.

 

Un’altra ipotesi che si può collegare alla caduta tendenziale del saggio di profitto è che in presenza anche di un minimo di concorrenza, il progresso scientifico e quello tecnologico costringono le imprese ad un veloce adeguamento dei mezzi di produzione, un adeguamento più veloce del tempo necessario alle imprese per ammortizzare il costo iniziale dell’investimento, per cui alla fine quest’ultimo diventa esiziale per l’impresa sia a livello micro che a livello aggregato. Si ha cioè un  effetto di affastellamento degli investimenti che finisce per gravare sul saggio di profitto.

Quanto alla tesi che tendenza e controtendenza si compensano, la forza che può impedire al saggio di plusvalore di aumentare e compensare l’aumento della composizione organica di capitale può essere la lotta operaia e sindacale.

 

 

L'incidenza dei mezzi di produzione e del monopolio sul saggio di profitto

Quanto alla tesi di Mosszowska per cui l’aumento della produttività si riverbera anche sui prezzi di energia e macchinari, essa sconta alcuni problemi :

In primo luogo i bassi prezzi dei macchinari possono portare ad una diminuzione del saggio di profitto del settore delle imprese che producono beni di investimento o quanto meno alla necessità anche per loro di espellere forza lavoro al fine di rimanere inalterato o di aumentare il saggio di profitto. In secondo luogo l’andamento dei costi dell’energia è legato alle tecnologie, ma anche a fattori di tipo fisico che quanto meno provocano un forte aumento delle tecnologie legate alla scoperta, all’approvvigionamento ed alla distribuzione dell’energia stessa.

Dire che i bassi prezzi delle merci vengono compensati dai bassi prezzi dei beni di investimento non basta perché trasferisce il problema delle imprese che producono merci alle imprese che producono beni di investimento e dunque senza un sollievo garantito per il sistema complessivo delle imprese.

Sinora il settore energetico è stato gestito molto dalle istituzioni pubbliche che hanno garantito energia a costi non eccessivi, ma l’ingresso massivo delle imprese private in questo campo può portare ad un aumento dei costi energetici legato alle tendenza alla massimizzazione dei profitti.

 

Lo sviluppo del monopolio aggrava la situazione delle crisi di realizzo in quanto i prezzi alti riducono la domanda, la centralizzazione dei capitali per deteminare la riduzione dei costi comporta il procedere all’espulsione ulteriore di forza lavoro, l’acquisto di macchine meno costose presuppone il mantenimento della concorrenza nell’ambito delle imprese che producono beni capitali, ma non si capisce perché la concorrenza debba rimanere in tale settore.

Per cui le tesi di Pietranera e Gillmann  non mi sembrano così cogenti, se non sono integrate da altri argomenti.

 

 La crisi secondo Dobb

La tesi di Dobb dice che la crisi serve per abbassare il prezzo del capitale e del lavoro e dunque è un mezzo con cui si evita la caduta tendenziale del saggio di profitto

Egli però non tiene conto del fatto che se l’abbassamento del prezzo del capitale consente in un secondo momento di aumentare gli investimenti e di scongiurare la crisi, al tempo stesso provoca nell’immediato un calo dei profitti delle industrie che producono beni capitali, le quali licenziano i loro lavoratori, il che sommato alla caduta dei salari dei lavoratori delle imprese produttive di beni di consumo può provocare un ulteriore avvitamento della crisi. Il problema diventa quello dei valori delle variabili in gioco,i quali decidono dell’esito della crisi stessa (verso un aggravamento o verso una ripresa).

Cioè l’avvitamento della crisi si verificherà con una velocità ed una forza tale da ritardare la ripresa naturale del ciclo, o quest’ultimo avrà il tempo per riconfigurarsi nelle sue fasi di ascesa in tempi ragionevoli ? E quali istituzioni metterà alla prova, quali conseguenze politiche avrà la crisi ? I lavoratori arretreranno o avanzeranno ? E se arretreranno, lo faranno in maniera da poter avanzare più decisamente in un altro momento ? E tali conseguenze politiche e sociali cambieranno il funzionamento del ciclo e le sue implicazioni ? E se sì, in che direzione ? Negativa, come pensa l’utopia anarco capitalista, con la sua resa alla complessità ? O positiva, come pensa chi la complessità la vuole affrontare per stabilire nuovi equilibri e transitare verso nuove fasi storiche ?

 

Uno schema di una teoria marxista della crisi

Riassumiamo una possibile teoria marxista della crisi e un collegamento tra cadita tendenziale del saggio di profitto e crisi di realizzo :

1) L’estrazione del plusvalore dal processo lavorativo causa una più bassa domanda aggregata rispetto alla produzione di merci.

2)  Il carattere aperto dei sub-sistemi capitalistici può causare lo smaltimento dell’eccesso di merci prodotte tramite le esportazioni e scongiurare la crisi di sottoconsumo.

3)  In questo caso l’incertezza ed il velo dell’ignoranza possono portare ad un aumento degli investimenti (sulla base delle aspettative positive di maggiori ricavi) che inizialmente allontana ancora di più la crisi.

4) Le spese di investimento però danno luogo ad una accresciuta capacità produttiva che non può sempre né per sempre essere smaltita dalle esportazioni

5) I casi in cui c’è mancato realizzo sono il primo step della crisi che si avvita grazie alla scelta dei capitalisti di desistere dall’investimento e di mantenere il surplus sotto forma monetaria. 

6)  In questo senso la crisi di realizzo provoca la caduta di investimenti in cui si concretizza la caduta tendenziale del saggio di profitto (che qui si considera collegato con la crisi di realizzo).

7)  Il sistema del credito si incarica di smobilizzare il surplus dalla forma monetaria e di reinvestirlo in maniera più redditizia, ma in questa maniera non fa che aumentare il grado di oscillazione del ciclo economico

8) Infatti se in un primo momento trova altre opportunità per l’investimento e fa aumentare profitti e rendite, quando è arrivato al termine delle opportunità più redditizie o è costretto alla resa progressiva o provoca un avvitamento finanziario.

9)  In questo avvitamento finanziario il debito fa aumentare le quotazioni in maniera puramente nominale per poi precipitare su se stesso, come è stato in questa crisi.

10)  Un altro rimedio è la spesa pubblica le cui varianti di indirizzo generano scenari molto differenziati  (spesa militare, Stato sociale, affusso di liquidità potenzialmente inflazionistica attraverso sussidi o incoraggiando l’aumento del debito privato).

11)  Alla spesa militare è collegata spesso l’esportazione diretta del capitale in eccesso o la ricerca di fonti energetiche a più basso prezzo in maniera da ridurre i costi di produzione.

 

 

 

Crisi di realizzo e aumento della composizione organica di capitale

Dice Napoleoni che per la teoria delle crisi di realizzo la crisi discende sempre dalla caduta del saggio di profitto, ma questo declino non è spiegato con l’aumento della composizione organica di capitale, bensì con l’impossibilità per i capitalisti di realizzare il pieno valore delle merci che essi producono. In realtà non è vero che non ci sia legame con l’aumento della composizione organica, in quanto tale impossibilità si dispiega in maniera più completa e grave proprio quando tale aumento viene attuato con l’espulsione dei lavoratori dal processo produttivo, la diminuzione del loro potere d’acquisto e la conseguente caduta della domanda aggregata che causa la crisi di realizzo.  

Tale caduta non è compensata dagli aumenti dell’occupazione nel settore degli investimenti, in quanto :

1)      Dal salario di questi lavoratori deve essere estratto il plusvalore

2)      I profitti aggiuntivi nella misura in cui diventeranno reddito per i capitalisti saranno in parte assorbiti dalla minore propensione al consumo di questi ultimi

3)      Le stesse imprese produttrici di beni di investimento potrebbero aver aumentato la composizione organica di capitale (assorbendo una minore quantità di lavoratori rispetto a quelli fuoriusciti dalle imprese produttrici di beni di consumo) e allungato la catena dello sfruttamento e della produzione di plusavalore che non viene prontamente reinserito nel circuito economico.

 

Tugan Baranovskij tra sottoconsumo e sproporzioni

L’economista russo Tugan-Baranovskij  respinse la tesi sia che le crisi derivano dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, sia che risultino dal sottoconsumo delle masse. Egli affermò che non vi può mai essere né sovrapproduzione né deficienza di domanda, purchè la produzione nei vari settori sia proporzionata. La tesi che la crisi deriverebbe da sproporzioni fu adottata da Hilferding, ma influenzò anche Lenin nella critica alle tesi sottoconsumistiche, populistiche e sismondiane circa l’impossibilità da parte del capitalismo di sviluppare un proprio mercato. La spiegazione di Tugan Baranovskij finiva con il negare il carattere organico dei mali del capitalismo e con il suggerire che il sistema può porre rimedio ai suoi guai. La seconda sottoclasse della linea interpretativa qui esaminata afferma appunto la crisi causata da deficienza della domanda. All’origine di queste teorie sottoconsumistiche, oltre all’influenza di Sismondi vi è quella di Malthus per il quale il profitto può declinare non per un aumento dei salari ma per una caduta nei prezzi delle merci dovuta a deficienza della domanda, a sua volta causata dal fatto che l’accumulazione di capitale avviene troppo velocemente ed a spese del consumo. Anche Rodbertus abbracciò questo punto di vista e Dobb ha commentato che una teoria formulata originariamente come apologia dei proprietari terrieri e dei detentori di titoli di stato, divenne un’arma nelle mani del proletariato. La tesi di Tugan per la quale se anche dovesse scomparire quel settore del consumo che è rappresentato dalla classe operaia, ciò non disturberebbe il processo di valorizzazione del capitale, agì come un vero e proprio catalizzatore per le teorie sottoconsumistiche, le quali però secondo Claudio Napoleoni contrapposero a Tugan un errore non meno grave e cioè quello di considerare la produzione come produzione per il consumo, mentre nel capitalismo questa finalizzazione è soltanto secondaria, in quanto il movente della produzione capitalistica è l’accrescimento del plusvalore. Ciò non significa, continua Napoleoni che Marx avrebbe condiviso le tesi di Tugan : egli respinge la versione più rozza del sottoconsumo con l’argomento che l’esplosione della crisi è preceduta in genere da un regime di alti salari e tuttavia in altri passi Marx insiste con forza sulla contraddizione che insorge tra l’impulso del capitalismo ad espandere illimitatamente la produzione ed il suo interesse a limitare almeno parzialmente il consumo. Dobb ha in parte riconosciuto che la sua critica al sottoconsumismo di Sweezy era in parte ingenerosa. Tuttavia, conclude Napoleoni, la spiegazione della crisi deve essere valutata nel quadro dell’affermazione marxiana che la logica del capitalismo è la produzione per la produzione e non la produzione finalizzata immediatamente al consumo (come è invece nella maggior parte dei teorici del sottoconsumo)

 A questa conclusione però va obiettato che i sottoconsumisti non dicono (almeno non tutti) che la produzione capitalistica sia produzione per il consumo, ma che il non essere produzione per il consumo porta a crisi di realizzo, giacchè anche la produzione per la produzione alla fine deve rapportarsi con il consumo (tale rapporto può essere rinviato molte volte, ma nel momento in cui si verifica, più il rinvio è stato temporalmente significativo, più la crisi di realizzo diventa grave). Più precisamente si può dire che la produzione capitalistica è produzione per la produzione nel senso che in essa tende a lievitare la domanda di mezzi di produzione. Tuttavia proprio questa tendenza è un fattore di crisi in quanto essa viene a deprimere ulteriormente la domanda per i consumi (portando all’aumento della composizione organica di capitale ed all’espulsione sempre più marcata dei lavoratori dalla produzione). Questo calo poi da un lato deprimerebbe nel tempo la stessa domanda per mezzi di produzione (visto che le aspettative dopo un certo tempo possono diventare pessimistiche, soprattutte per le imprese che producono beni di consumo), anche se nell’immediato tale domanda dovrebbe compensare il calo stesso dei consumi.  La Luxemburg aveva capito che l’assunzione delle tesi di Tugan avrebbe avuto conseguenze nefaste per il movimento rivoluzionario : il politicismo leninista, la violenza rivoluzionaria sono infatti la conseguenza dell’abbandono delle tesi che vedevano in capitalismo incamminato irreversibilmente verso la sua autodissoluzione. Tale abbandono implicava ovviamente quella forzatura rivoluzionaria che avrebbe dovuto colmare la mancanza di necessità del crollo, mentre la politica deve gestire e favorire la transizione, ma non deve colmare alcun vuoto se non quello di un intervento che impedisca alla crisi di essere un movimento senza soggetto e dunque un movimento che riporti i sistemi sociali a situazioni di barbarie, a nuove accumulazioni basate sulla rapina.

 

La teoria della sproporzione

La teoria della sproporzione fu elaborata da Tugan Baranovskij e assunta da Hilferding.

Essa non tiene conto del fatto che :

·         L’aumento della composizione organica del capitale conduce ad una sproporzione che non può essere riequilibrata nel lungo periodo, sproporzione che consiste in cicliche crisi di realizzo e nella caduta tendenziale del saggio di profitto

·         La possibilità per il capitalista, inteso come consumatore di decidere tra diverse opzioni di utilizzo del proprio reddito (reinvestimento, consumo) genera la trappola della liquidità che non è prevista dalla teoria della semplice sproporzione, ma implica una teoria sottoconsumistica.

·         L’anarchia che essa descrive come contingente è strettamente inerente alla produzione capitalistica nella quale si vuole a livello individuale una grande forbice tra costi e ricavi, dove quindi c’è una tendenza individuale alla massimizzazione del profitto che da un lato produce un maggiore sfruttamento (riduzione dei costi) e dall’altra prevede un minore sfruttamento da parte della concorrenza e dunque una domanda adeguata alle proprie aspettative : il risultato sono l’aumento della composizione organica di capitale e le crisi di realizzo.

 

Dire poi (come fa Hilferding) che la base ristretta del consumo sia una condizione generale della crisi e non una causa è una contraddizione : una condizione generale della crisi è almeno un fattore causale di un evento e probabilmente è il fattore causale più importante. E a tal proposito dire che un fenomeno periodico non può essere spiegato da un fenomeno costante è un paralogismo. Facciamo un esempio che possa servire da analogia : un uomo ha una insufficienza cardiaca in base alla quale per vivere deve portare un pacemaker. Si guasta il pacemaker e l’uomo muore. Possiamo benissimo dire che l’uomo sia morto per insuficienza cardiaca che è al tempo stesso condizione generale della sua morte e fattore causale più rilevante della stessa, mentre il guasto al pacemaker è solo il venire meno di un fattore che ostacolava la successione causale tra insufficienza cardiaca e morte dell’individuo che ne era affetto, che ostacolava cioè il passaggio dell’insufficienza cardiaca da condizione generale a causa efficiente della morte. In questo modo si può comprendere anche come un fenomeno periodico si possa spiegare tramite un fenomeno costante.

Dunque le crisi di realizzo, da quando la classe dominante ha elaborato tutta una serie di strumenti per tentare di impedirne il verificarsi, si avverano quando questi strumenti non possono più svolgere tale funzione. La base ristretta del consumo gioca in economia la stessa funzione del secondo principio della termodinamica : qualsiasi diavoletto di Maxwell può solo illusoriamente agire a livello complessivo e rinviarne le conseguenze a livello locale.

Del resto lo stesso Hilferding è costretto a dire che la sproporzione si verifica quando si ha l’aumento della composizione organica del saggio di profitto o quando il consumo non procede di pari passo con la produzione. Egli cioè è costretto a rimettere nella sua teoria i fattori causali che aveva pensato di escludere : la sproporzione è solo una descrizione statica di una situazione che ha nell’aumento della composizione organica di capitale e nelle base ristretta del consumo i suoi fattori causali.  

 

 

 

Il commercio tra paesi capitalistici secondo la Luxemburg

 

A proposito delle tesi della Luxemburg va detto che il commercio tra due economie capitalistiche va assimilato al commercio interno, ma ciò dipende anche dal punto di partenza. Se si intende per economia capitalistica un economia aperta ad altre economie capitalistiche, l’esportazione risolve a breve il problema del plusprodotto. Se invece si intende per economia capitalistica il complesso di tutti i sistemi-paese capitalistici allora l’esportazione è possibile solo verso paesi non capitalistici. Tale ambiente però viene eroso solo se si trasferiscono capitali che diano luogo a rapporti capitalistici e non se si esportano semplicemente merci. Ovvio che a questo punto la domanda delle merci che l’economia capitalistica produce in eccesso presuppone una ricchezza già data. Inserendo un economia capitalistica nel tempo questa ricchezza già data è possibile ipotizzarla.

Il problema è vedere per quanto tempo possa sostenere la domanda che dovrebbe assorbire il plusprodotto.

Nel caso della crisi attuale, ci sono :

·         lavoratori americani a bassi salari,

·         un plusprodotto delle imprese Usa,

·          lavoratori cinesi a bassi salari

·         un plusprodotto delle imprese cinesi.

Ora

1.      le imprese americane di mezzi di produzione ed il capitale americano esportano capitali in Cina, con i quali le imprese cinesi producono beni di consumo il cui eccesso viene esportato in Usa a prezzi più bassi consentendo il consumo degli operai americani (per cui con i salari Usa si riescono a comprare le merci cinesi).

2.      Il profitto delle imprese cinesi viene reinvestito i titoli di Stato americani che consentono indirettamente di aumentare il credito agli operai americani per l’acquisto del plusprodotto Usa di beni di consumo (case).

Ovviamente l’equilibrio è instabile : c’è un debito pubblico Usa, c’è un eccesso di investimento in beni capitali da parte sia degli Usa che della stessa Cina, eccesso che dovrà essere a sua volta esportato. Insomma la crisi capitalistica viene rinviata di volta in volta, anche se non può esserlo indefinitamente.

 

 

La contraddizione del capitalismo secondo la Luxemburg

Dire infine che secondo la Luxemburg il capitalismo non è destinato a scomparire perché le sue contraddizioni si sviluppano in modo insopportabile all’interno di quella zona in cui ha compiutamente stabilito il proprio dominio, ma perché non può estendere sul serio le proprie forme e le proprie strutture su tutta la terra, è incorrere in un altro paralogismo : il capitalismo è destinato a scomparire proprio perché azzerato il contesto precapitalistico che lo alimenta, deve confrontarsi con la propria impossibilità di esistere da solo.

 

 

Tuttavia c’è una possibilità ulteriore : se ad es. una innovazione tecnologica prodotta all’interno di una zona capitalistica avanzata riproduce il dualismo non più tra capitalismo e precapitalismo, ma tra capitalismo avanzato e capitalismo meno avanzato, allora sarà possibile per il capitalismo sopravvivere finché ci sarà una gerarchia interna al modo di produzione capitalistico che consenta a capitali e merci in eccesso di essere esportati a cascata in maniera da riprodurre le condizioni di sopravvivenza del sistema. Ma tale ipotesi è verosimile, o viene riassorbita dal concetto di commercio interno allo stesso sistema capitalistico ?

 

L'aumento dei salari stabilizza il capitalismo ?

Bernstein sbaglia a dire che la stagione tempestosa del capitalismo è ormai alle spalle. Del resto sarà smentito da ben due guerre mondiali, la seconda successiva ad una gravissima crisi di sistema.

E’ vero che le battaglie sindacali attenueranno lo squilibrio tra produzione e consumo, ma non lo toglieranno mai ed inoltre i progressi raggiunti saranno sempre soggetti ad essere rimossi a seconda della fase storica. La tendenza alla massimizzazione del profitto, come lo scorpione della famosa fiaba, cercherà sempre di violare i compromessi sociali raggiunti quando li considererà troppo  onerosi per la propria interna dinamica.

L’accettazione da parte di Bernstein dell’imperialismo è proprio la dimostrazione del fatto che lui intuiva la funzione che l’imperialismo aveva per garantire la pace sociale all’interno della propria comunità. Tale adesione dunque è anche una parziale smentita della sua teoria nel momento che fa a meno dell’imperialismo come fattore esplicativo.  

Lenin spiega la tesi di Hansen dicendo giustamente che la possibilità degli operai di partecipare ai profitti deriva in realtà dalla condivisione opportunistica dei proventi dell’imperialismo. In realtà all’inizio i capitali esportati sono soprattutto legati allo sfruttamento, all’immagazzinamento e alla distribuzione di fonti di energia a buon mercato (grazie alla guerra), per cui alla fine il basso costo dell’energia consente di aumentare i profitti e di redistribuirli in minima parte sotto forma di aumenti salariali, mantenendo intatto il saggio di sfruttamento. Con il passare degli anni però l’esportazione di capitale comprende anche altre branche produttive e dunque determina una fuoriuscita più massiccia di forza lavoro, per cui tale compromesso finisce per mostrare la corda.

Il fatto che il consumo dei lavoratori possa realizzare parte del plusvalore (la critica di Sweezy a Luxemburg) implica la tesi di Hansen per cui la lotta sindacale avrebbe eroso una parte di plusvalore che avrebbe mantenuto in equilibrio il sistema, ma l’equilibrio è garantito solo se tutto il plusvalore viene eroso e redistribuito in maniera equa, cioè senza differenze di reddito che generino differenti propensioni al consumo che a loro volta causino la trappola della liquidità.

 

 

La tesi di Denis sulla domanda di investimenti

E’ possibile pensare che la domanda di investimenti non presuppone una precedente domanda di merci capace di assorbire l’accresciuta capacità produttiva : nella crisi ci sono comunque imprese che sopravvivono e magari fanno profitti, debellano la concorrenza, incorporano altre imprese e sono queste sulla base di aspettative soggettive (sulla base del successo avuto) a costituire la domanda di investimenti che riequilibria il sistema. Ovviamente la discrepanza tra aspettative e domanda effettiva  nel tempo sarà il seme delle crisi future.

La teoria di Denis sul fatto che sia un fattore esterno a generare la domanda di investimenti che permette di evitare la crisi almeno a breve ed a generare un livello degli investimenti superiore al risparmio mi pare interessante e problematica al tempo stesso. Interessante perché (nel suo essere una variante della tesi di Luxemburg) fotografa un’economia capitalistica nel suo divenire storico con una ricchezza addizionale sempre presente e di cui volta per volta bisognerebbe identificare la fisionomia. Probabilmente la iniziale domanda addizionale di investimenti deriva da una ricchezza già esistente derivante dallo sfruttamento (spesso di rapina) di risorse naturali (beni alimentari, risorse energetiche e minerarie), ricchezza che inizialmente viene investita nella costruzione di impianti che permettano uno sfruttamento di risorse meno facilmente raggiungibili. 

I primi operai sono operai nell’estrazione di risorse o nel campo della produzione agricola.

Successivamente le occasioni esterne sono innovazioni tecnologiche usate da imprese che hanno superato la crisi e che si rivolgono ad una offerta istituzionale formata da altre grandi industrie, Stati e consumatori appartenenti agli strati più ricchi della società e grazie a questa offerta si instaura un altro fenomeno moltiplicativo che dà origine alla fase di espansione.

 

 

 

 

 


24 settembre 2010

Rosier : le grandi crisi come mutazioni delle forme dell'ordine produttivo

Le forme che caratterizzano un ordine produttivo sono operanti nella misura in cui permettono lo svolgimento di un periodo lungo di accumulazione, ma lo studio della fase contemporanea mostra che il successo stesso di queste forme che tende a metterle progressivamente in discussione, suscitando l’apparizione di nuove contraddizioni. Sono queste ultime, quando una di esse raggiunge il parossismo, rendendo aleatorio il prelievo del surplus, a provocare l’inversione lunga della congiuntura.

 

 

Su questa base si possono interpretare le depressioni lunghe, o grandi crisi, come crisi di mutazione delle forme che, specificando un ordine produttivo, hanno consentito la fase di espansione. Affinchè il sistema possa perdurare, queste forme devono cambiare. La depressione lunga diventa di conseguenza fase di genesi di forme nuove. E si vede che ogni fase del movimento (espansione e depressione) produce dialetticamente la successiva. Tali forme nuove devono essere suscettibili di organizzarsi in un nuovo ordine produttivo coerente, capace di superare per una fase le nuove contraddizioni e di conseguenza di instaurare nuovi mezzi atti ad estrarre durevolmente un surplus economico sufficiente. Questa è la funzione svolta di fatto dalle depressioni lunghe, quale si ricava dall’analisi. Non vi è però nessuna necessità che questa ricerca vada a buon fine ed in particolare non ve ne è nessuna strutturale.

L’analisi dei ritmi lunghi rifiuta di conseguenza qualsiasi idea di meccanicismo. Ciò significa in particolare che la fuoriuscita da una depressione lunga non è necessariamente nel sistema. Essa potrebbe anche dare luogo ad un cambiamento di sistema, all’innesco di una transizione fuori dal capitalismo. Il ritmo lungo storicamente osservato diventa alternanza di operatività di certe forme, rimessa in discussione e produzione di forme nuove.

 


23 settembre 2010

Nuovi modi di regolazione internazionale dei flussi economici

Nel 1800 e fino alla crisi del 1929 (capitalismo concorrenziale) la regolazione in intenzionale dei flussi economici avveniva attraverso il gioco del tasso di profitto, il cui livello suscita spostamenti di capitali tra i settori) e quello delle crisi classiche. Ma queste ultime possono esercitare un luogo regolatore, tenuto conto del loro grande costo sociale, solo se gli Stati intervengono :

·         Per mantenere l’ordine contro le rivolte popolari provocate dalla disoccupazione e dalla miseria operaia che accompagnano queste crisi

·         Per prendersi carico di numerose infrastrutture collettive necessarie all’espansione industriale

·         Per estendere aprire e proteggere i mercati (politica coloniale, accordi commerciali, protezionismo)

Dalla grande crisi degli anni ’30 emerge un modo di regolazione molto più complesso,questa volta in larga misura intenzionale e che tenda ad eliminare le crisi nella loro forma classica così come le tensioni sociali troppo forti dato che il loro costo economico e sociale diventa insopportabile e costituisce un grosso fattore di rischio per il sistema stesso. Ancora una volta gioca una combinazione di effetti già menzionati :

a.       Al livello del modo di accumulazione del capitale. Si tratta della strutturazione dell’industria in oligopoli stabilizzati, forma regolatrice per natura. Si tratta anche del fordismo, una nuova forma di articolazione tra organizzazione del lavoro, salario e consumo. Si tratta ancora delle forme date al rapporto di lavoro salariato dalla divisione tecnica del lavoro della quale un certo numero di autori ha evidenziato il ruolo di controllo sociale.

b.      Al livello del tipo di crescita, un potente effetto di regolazione e di integrazione sociale è esercitato dall’articolazione tra modo di lavoro (universo della produttività) e modo di vita (universo del consumismo). In ciò che concerne infine il modo di organizzazione delle relazioni internazionali ed il sistema monetario internazionale, un effetto regolatore sarà esercitato dal sistema di Bretton Woods.

Ma a questi effetti della struttura stessa del sistema economico nelle sue forma particolari vengono ad aggiungersi ed a combinarsi gli effetti regolatori intenzionali degli interventi degli stati. La novità non è l’intervento in se stesso che è congenito al sistema, ma la sua ampiezza, il suo carattere sistematico, il fatto che si serva di strumenti di analisi perfezionati (contabilità nazionale, modelli macroeconomici) e questo specialmente in due campi e cioè quello delle nuove politiche economiche di ispirazione keynesiana concepite per regolare la congiuntura utilizzando le spese pubbliche in senso anticiclico, e poi quelle delle politiche sociali, oggetto delle quali è un accollamento alla collettività di una larga parte del costo della gestione globale delle forze di lavoro (sicurezza sociale, assegni familiari, indennità di disoccupazione, formazione professionale).

 


22 settembre 2010

Regimi tecnologici e regimi di accumulazione in un contesto di divisione internazionale del lavoro

Il tipo di forze produttive materiali messe in atto come risultato di un insieme di innovazioni sono allora considerate nel loro contenuto concreto. Si può constatare infatti (seguendo sia Kondratiev che Schumpeter, sia Mandel che Freeman) che ogni periodo lungo di espansione governato da un certo regime di accumulazione, si regge su una base tecnica specifica costituita da sistemi tecnici particolari (a loro volta evolutivi) e da alcune industrie motrici caratteristiche che polarizzano e trainano l’attività economica nel corso di un dato periodo a partire da un paradigma tecnico-economico nuovo (di qui la pertinenza del concetto di regime tecnologico elaborato da Freeman. Questi sistemi tecnici sono inseparabili da un modo determinato di divisione del lavoro nella produzione, secondo una combinatoria che si può periodizzare, come ha fatto Mandel, e che si trova a sua volta legata al tipo di bisogni prodotti che dà luogo alla domanda sociale. Il fatto è che un insieme di lavori recenti mostra che il progresso tecnico non è un fenomeno univoco, riconducibile ad una logica indipendente dal contesto storico e quindi trasferibile senza problema da un contesto geo-economico ad un altro. Alcuni lavori hanno messo in evidenza che, al contrario, le innovazioni fondamentali sono una produzione sociale complessa che allo stesso tempo è oggetto, posta in gioco, sbocco dei conflitti economici e delle lotte sociali come dei grandi scontri armati (secondo una sottile dialettica tra innovazione e conflitto) e che ne portano di conseguenza il marchio (marchio sociale delle innovazione). Ne segue che la crescita non è un fenomeno universale da misurare solo in termini quantitativi : ci sono stati storicamente e più ancora potrebbero essercene diversi tipi di crescita, fondati su sistemi tecnici e forme di divisione del lavoro nuovi, poiché al servizio di un progetto sociale diverso (sviluppo endogeno, edificazione di un socialismo democratico) da quello che attualmente finalizza la produzione delle innovazioni.

Storicamente il contenuto concreto della crescita di un periodo (tipo di accumulazione, sistemi tecnici, organizzazione del lavoro, tipo di bisogni) e di conseguenza il regime di accumulazione ed il regime tecnologico si sono prodotti nei periodi di depressione lunga, veri e propri laboratori sociali per superare le contraddizioni ed i conflitti e rispettare gli imperativi della riproduzione economica e sociale. Così oggi sappiamo che la taylorizzazione progressiva del lavoro e l’organizzazione fordista non sono modalità neutre corrispondenti ad una necessità tecnica risultante dalla meccanizzazione. Essa è un modo particolarmente efficace di mettere a lavoro e controllare la manodopera, un modo corrispondente ad un imperativo sociale. Mentre altre forme sarebbero state e restano possibili (ad es. il decentramento delle unità produttive).

 

 

Così i concetti di regimi tecnologici (Freeman) e di regimi di accumulazione (regolazionismo), per definire la base tecnica e il modo di articolazione tra lavoro, salario e consumo sono da completare con la concreta specificazione del tipo di crescita. La conoscenza di quest’ultimo permette di capire meglio le concrete modalità operative di un ordine produttivo ed al tempo stesso la genesi delle contraddizioni nuove che lo mettono a poco a poco in discussione. Così la crisi del lavoro si trova in germe nell’organizzazione fordista del lavoro stesso.

Inoltre il tipo di divisione del lavoro su scala mondiale deve essere considerata come essenziale. Una caratteristica del capitalismo fin dalle origini è il suo carattere cosmopolitico ed il suo espansionismo, e nessuna nazione può essere capita nella sua dinamica al di fuori della sua collocazione nello spazio in cui si dispiega il capitalismo. Questo spazio è organizzato intorno ad una economia dominante (la Gran Bretagna prima e gli Usa a partire dal 1929). Esso è strutturato da un complesso insieme di relazioni di scambio che definiscono molteplici gerarchie. Solo la conoscenza di queste relazioni permette di cogliere il ruolo del mercato mondiale nella diffusione sia dei modi e dei regimi di accumulazione e delle crisi sia dei tipi di crescita e di tecnologia. Per tutto l’800 ed il ‘900 l’economia-mondo occidentale si è estesa e si è modificata nella sua struttura interna. Il mercato mondiale si è allargato, sia per l’ingresso di paesi nuovi nel novero dei grandi paesi capitalistici sviluppati (Usa, Canada, Germania, Giappone) sia per le conquiste coloniali. Sembra che questo comportamento imperialista sia stato più attivo in particolare nel corso dei periodi di depressione lunga, poiché le principali spedizioni coloniali si collocano alla fine del periodo di depressione ed all’inizio della fase di ripresa lunga.

 

 

Così, mentre la considerazione del modo di accumulazione del capitale e del tipo di crescita permette di definire le forme assunte successivamente dal modo di produzione capitalistico nel corso delle grandi tappe del suo sviluppo storico nelle diverse società interessate (a partire da un impulso proveniente dall’economia dominante), l’esame della divisione del lavoro su scala mondiale permette di collocare tali processi evolutivi all’interno di un quadro significativo e cioè l’economia-mondo occidentale di cui parte integrante è la natura del sistema monetario internazionale che svolge un ruolo importante e la cui evoluzione è fortemente legata alle congiunture economiche lunghe. Storicamente e fino alla fine della prima guerra mondiale, il sistema del gold standard presiede ufficialmente agli scambi internazionali (il che significa che in definitiva i saldi tra i paesi sono regolati in oro). In realtà il vero garante, il referente degli scambi è già la moneta dell’economia dominante e cioè la sterlina inglese. Ma il sistema crolla con la prima guerra mondiale e la depressione tra le due guerre. Nasce allora il sistema del gold exchange standard, fondato su due valute chiave, sterlina e dollaro, ed il cui crollo amplificherà la crisi del 1929. Dopo la seconda guerra mondiale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 creano un sistema di parità fisse tra le principali monete definite di fatto in rapporto al dollaro dichiarato liberamente convertibile in oro, al tasso di 35 dollari l’oncia. Il periodo di espansione lunga degli anni ’50 e ’60, vede in collegamento con il riconoscimento degli usa come economia dominante, il dollaro (una moneta stabile) diventare di fatto la moneta internazionale garantita dalla potenza dell’economia americana ben più che dallo stock di oro di Fort Knox. Una parziale rimessa in discussione dell’egemonia americana, a sua volta legata ad un deficit rapidamente crescente della bilancia commerciale americana, alla fine degli anni ’60, apre la crisi del sistema monetario nell’agosto 1971. A questo punto gli Usa abbandonano la convertibilità aurea del dollaro. Ciò annuncia ed accompagna la crisi economica e sbocca su di un era di cambi fluttuanti. Quest’era nuova conduce progressivamente, a partire dagli anni ’80, da una parte ad una vera volatilità dei corsi delle monete (che si manifesta anche in quella dei tassi d’interesse) con in particolare un comportamento apparentemente incomprensibile del dollaro. Dall’altra parte si assiste ad un grave indebitamento di una larga parte del terzo mondo. Ancora una volta la crisi del sistema finanziario giunge ad amplificare la crisi economica.

Ma appena si rifletta che nessun sistema complesso (sistema fisico, biologico o sociale) può perdurare e quindi riprodursi senza l’intervento di procedure più o meno complesse di regolazione, si pone la questione di sapere quale modo di regolazione è in azione per rendere operativo questo o quell’altro ordine produttivo. Questa questione essenziale è stata giustamente avanzata dalla scuola della regolazione, intendendo come regolazione la congiunzione dei meccanismi concorrenti alla riproduzione complessiva del sistema, tenuto conto dello stato delle strutture economiche e delle forme sociali. Questa questione concerne non solo la regolazione economica in senso stretto, ma anche i diversi processi di regolazione sociale, nella misura in cui, in un sistema sociale attraversato da interessi contraddittori, non vi può essere efficacia economica, senza che siano assicurate le condizioni di una sufficiente sottomissione secondo forme diverse delle forze di lavoro all’ordine industriale. Su questo piano, dalle origini del capitalismo, è sempre intervenuto l’effetto combinato delle forme assunte dalle grandi caratteristiche del sistema economico che abbiamo esaminato e l’intervento degli Stati in campo economico e sociale. L’analisi del ruolo dell’intervento pubblico vede i keynesiani sopravalutarne gli effetti, mentre i regolazionisti li sottovalutano. Gli autori liberali lo rifiutano in quanto non possono concepire l’economia se non attraverso il dominio assoluto del mercato. Così facendo essi ignorano la storia, da cui si ricava che il capitalismo non avrebbe potuto vedere la luce senza un’attiva alleanza del mercante ed il principe né ha potuto svilupparsi senza un costante sostegno dello Stato (il ruolo essenziale delle rivoluzioni borghesi ne è una dimostrazione lampante).

 


21 settembre 2010

Rosier : onde lunghe e modo di accumulazione

Si parte dal modo di accumulazione del capitale, nozione che intende rappresentare le forme assunte per un periodo di tempo dai due rapporti sociali che strutturano il capitalismo come modi di produzione, forme che devono necessariamente cambiare perché l’essenziale di questi rapporti non cambi. Si tratta dunque :

·         Della forma concreta assunta dal rapporto tra capitale e lavoro (rapporto di lavoro salariato) : condizione d’impiego, modalità di uso, modalità di sfruttamento delle forze di lavoro (in particolare tipo di visione tecnica del lavoro, livello relativo del salario e modi di formazione ed utilizzazione dello stesso). De Gaudemar ha messo in evidenza dei cicli disciplinari e delle crisi disciplinari concordanti con le onde lunghe (la disciplina indica la forma di organizzazione del lavoro destinata a far si che il potere sia esercitato e rispettato, affinchè l’ordine regni nelle fabbriche). Così si passa da una tecnica di sorveglianza direttamente coercitiva a forme diverse di controllo sociale. Tutto ciò sfocia nell’iscrizione della disciplina in un sistema scientifico : il taylorismo.

 

·         Delle forme economiche stabili che governano il rapporto all’interno del capitalismo, in altre parole i tipi di strutture industriali e finanziarie e le modalità della concorrenza. L’osservazione di queste forme permette di separare nettamente a partire dagli ultimi anni del 1800 l’era del capitalismo concorrenziale da quella del capitalismo monopolistico la cui genesi si confonde con la grande depressione della fine dell’800 e il cui compimento si lega all’elaborazione di un modo di regolazione specifico nella grande crisi degli anni ’30. L’importanza di due pilastri costituiti dalle forme dei due rapporti sociali fondamentali (adattate a congiunture sociali specifiche) viene sottolineata quando si parla delle basi istituzionali dell’accumulazione ed in particolare del sistema della grande impresa che si basa specialmente su di un particolare accordo tra capitale e lavoro.

 


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