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31 gennaio 2011

La curva di Paulos ci porta fuori strada

John Allen Paulos è un matematico famoso per i suoi volumi di divulgazione scientifica nei quali evidenzia l’impatto sociale dello studio della matematica. In un suo articolo sulle disparità nei test egli cerca di dimostrare che tali disparità non nascondono necessariamente una discriminazione.

Egli dice invita ad immaginare che due gruppi demografici si distinguano in base ad un certo criterio, ad es. la statura. Si ipotizzi pure che le stature dei due gruppi varino seguendo una distribuzione normale oppure a campana.

Allora, sebbene la statura media di un gruppo sia solo leggermente superiore alla statura media dell’altro, le persone del gruppo più alto costituiranno una folta maggioranza tra gli individui molto alti. Allo stesso modo, i membri del gruppo più basso costituiranno una folta maggioranza tra gli individui molto bassi. Ciò è vero anche se la maggior parte dei componenti dei due gruppi è più o meno di statura media.

Così, se il gruppo A presenta un altezza media di m 1,72 ed il gruppo B un altezza media di m 1,70, forse il 90% o più degli individui di altezza superiore ad 1,85 si concentrerà nel gruppo A. In generale le differenze tra i due gruppi appariranno sempre molto accentuate agli estremi.

Paulos poi cambia scenario e fa l’esempio di un gruppo di candidati che fanno domanda di assunzione presso una grande azienda. Alcuni sono messicani ed altri coreani e la società usa un unico test per stabilire quale lavoro proporre a ciascuna persona. Per un qualsiasi motivo si supponga che, benché i punteggi dei due gruppi siano distribuiti normalmente con una variabilità simile, quelli dei messicani siano in media un po’ inferiori a quelli dei coreani.

A questo punto la responsabile dell’ufficio personale osserva le differenze relativamente lievi tra le medie dei gruppi e nota con soddisfazione che le numerose posizioni di medio livello sono occupate sia da messicani sia da coreani. Resta tuttavia sconcertata dalla preponderanza di coreani assegnati alle poche mansioni di livello superiore, quelle che richiedono un punteggio altissimo nel test. Facendo ulteriori indagini, scopre che quasi tutti i detentori delle mansioni di livello inferiore, assegnate a candidati con punteggi molto bassi, sono messicani.

Si può sospettare un atteggiamento razzista, ma il risultato potrebbe anche essere una conseguenza imprevista del modo in cui funziona la distribuzione normale. Paradossalmente, se la responsabile abbassa la soglia per l’ammissione alle posizioni di medio livello, finirà per aumentare la percentuale di messicani nella categoria inferiore.

Il fatto è che i gruppi si differenziano sulla base della storia, degli interessi, dei valori culturali e di molti altri fattori impossibili da districare. Queste differenze costituiscono l’identità del gruppo e consentono di definire “gruppo” un insieme di persone.

Di fronte a tali diversità sociali e storiche, non dovremo dunque stupirci se i punteggi ottenuto dai membri in un test standardizzato si differenziano ancora di più agli estremi della curva di distribuzione. Queste disparità statistiche non sono necessariamente un segnale di razzismo anche se in alcuni casi è vero il contrario. Ci si può e ci si deve domandare se i testi in questione siano idonei a loro scopo, ma non bisogna sorprendersi quando le curve normali si comportano normalmente.

L’unità fondamentale su cui è costruita qualsiasi società liberale è l’individuo, non il gruppo e Paulos crede che le cose dovrebbero rimanere così.

Oltre ad avvalersi di una giustificazione discutibile, i progetti basati su una rigida rappresentazione proporzionale sono per Paulos inattuabili. Lo dimostrerebbe un altro esperimento mentale. Si immagini un azienda (che chiameremo PC) che operi in una comunità composta per il 25% da neri, per il 75% da bianchi, per il 5% da omosessuali e per il 95% da eterosessuali. La PC e la comunità non sanno che solo il 2% dei neri, ma ben il 6% dei bianchi è omosessuale.

Facendo uno sforzo concertato per ottenere una forza-lavoro di mille persone che rifletta equamente la comunità, l’azienda assume 750 bianchi e 250 neri. Tuttavia sarebbero omosessuali solo 5 neri (il 2%) e ben 45 bianchi (il 6%) per un totale di 50 persone, ossia il 5% degli operai nonostante i suoi sforzi la PC potrebbe essere accusata di omofobia dai diopendenti neri, perché sarebbe omosessuale solo il 2% di questo gruppo e non il 5% registrato all’interno della comunità. Allo stesso modo i dipendenti omosessuali potrebbero affermare che l’azienda è razzista, perché sarebbe nero solo il 10% degli assunti e non il 25% riscontrato all’interno della comunità. Gli eterosessuali bianchi avrebbero sicuramente lamentele analoghe.

 

 

Affrontiamo rapidamente questa ultima questione : in realtà in questo caso l’azienda non potrebbe essere accusata di niente in quanto le proporzioni sono state correttamente riprodotte : gli omosessuali neri sono lo 0,5 % della popolazione e gli omosessuali bianchi il 4,5%, ed insieme sono il 5% della popolazione. Gli omosessuali neri sono il 10% della popolazione omosessuale (il 2% del 25% dell’intera popolazione) mentre gli omosessuali bianchi sono il 90%.

Dire perciò che è impossibile attuare una precisa rappresentazione proporzionale della società all’interno di un microcosmo sociale è una bugia.

Più interessante è la tesi sostenuta all’inizio dell’articolo. Il ragionamento di Paulos è matematicamente ineccepibile, ma la sua interpretazione è radicalmente sbagliata.  E tale errore costituisce alla fine una mistificazione. Infatti non è che il sospetto di discriminazione sia una conseguenza forse non voluta di una leggera differenza tra medie. La media infatti è una risultante astratta delle scelte concrete fatte ad es. dai selezionatori all’interno dell’azienda. E questi hanno, nell’esempio concreto, selezionato i lavoratori sulla base di un criterio che potrebbe essere fondatamente sospettato di razzismo, a meno che non riescano a dimostrare che effettivamente i candidati coreani fossero molto più capaci di quelli messicani nel coprire le cariche più alte dell’organigramma.

In realtà è la leggera differenza tra medie ad essere una risultante falsamente rassicurante di una selezione che è stata nei fatti discriminatoria. In pratica, nonostante che, per la maggior parte delle mansioni di livello superiore siano stati selezionati candidati coreani ed a quelle di livello inferiore siano capitati molti candidati messicani, la differenza tra le medie è risultata essere irrilevante.

La morale della favola dunque non è il non trarre deduzioni politicamente impegnative da fenomeni matematici paradossali, quanto piuttosto il rimanere guardinghi e diffidenti anche quando le medie matematiche sembrano garantire una equa distribuzione delle chances. In pratica lievi scostamenti delle medie non implicano l’assenza di discriminazioni.

Alla fine dunque la scienza di Paulos, nella sua finta neutralità, si rivela essere schiava dell’ideologia.

 

 


10 aprile 2009

Cristina Tajani : crescita diseguale, diseguale recessione

 La disuguaglianza tra ricchi e poveri negli ultimi vent’anni è aumentata in tre quarti dei paesi Ocse. È questa l’evidenza amara che emerge dalle statistiche sulla distribuzione del reddito in oltre 30 paesi pubblicate a fine ottobre dall’Ocse [1]. Della crescita economica degli ultimi vent’anni, in altre parole, hanno beneficiato maggiormente i ricchi piuttosto che i poveri. In alcuni paesi tra cui Stati Uniti e Italia le disuguaglianze tra i redditi e tra i patrimoni si sono inasprite. Nei paesi con maggiore disuguaglianza si è assistito ad un aumento della povertà e a una sensibile diminuzione della mobilità sociale (Stati Uniti, Inghilterra e Italia sono i paesi in cui la mobilità sociale è diminuita maggiormente).

Certo nella dinamica dei redditi ci sono categorie sociali che se la passano meglio di altre. Nella media dei paesi analizzati, infatti, è fortunatamente diminuita la povertà degli anziani mentre è aumentata la povertà dei bambini e degli adulti soli (spesso a seguito di un divorzio o della perdita del lavoro). Nei paesi Ocse i bambini ed i giovani adulti hanno il 25% di probabilità in più di essere poveri rispetto al resto della popolazione. Questi dati sono confermati, per l’Italia, anche dall’Istat che da qualche anno segnala la crescita della povertà tra i minori [2] (si veda anche l’ultimo rapporto del 4 novembre 2008). Dato che, oltre ad essere odioso in sé, si associa a fenomeni di trasmissione intergenerazionale della povertà: le persone giovani in condizioni di povertà genereranno figli poveri i quali, a causa della scarsa mobilità sociale, faranno fatica ad affrancarsi da questa condizione. In altre parole la povertà dei minori è associata all’aumento della povertà tra le famiglie con figli a carico.

Per quanto riguarda in particolare l’Italia, il rapporto rileva che il nostro paese è passato da livelli di disuguaglianza vicini alla media Ocse vent’anni fa, a livelli ben superiori oggi. Siamo infatti il 6° paese sui 30 censiti per livello delle disuguaglianze tra ricchi e poveri. La disuguaglianza tra ricchi e poveri è cresciuta infatti del 33% rispetto alla metà degli anni ‘80 mostrando l’inefficacia delle misure di contrasto alla povertà che pure l’Ocse rileva siano state implementate nell’ultimo ventennio. Il reddito medio del 10% più povero si aggira intorno ai 5.000 dollari (sotto la media Ocse di 7.000), mentre il reddito del 10% più ricco è di 55.000 dollari (leggermente sopra la media degli altri paesi). Ancora più accentuata è la disuguaglianza nei patrimoni (i dati precedenti si riferiscono invece ai redditi, cioè dati di flusso): il 42% della ricchezza totale è detenuta, infatti, dal 10% dei cittadini, mentre “solo” il 28% del reddito totale è ascrivibile allo stesso 10%.



Secondo i ricercatori dell’Ocse in buona misura le crescenti disuguaglianze sono generate dalla trasformazione del mercato del lavoro, con un aumento dei lavoratori a basse qualifiche e di lavoratori poveri. Anche le misure di contrasto alla povertà e i sussidi sociali hanno perso efficacia negli ultimi vent’anni, ragione per cui sarebbe necessario ridisegnarli. In questo scenario si colloca l’attuale crisi finanziaria: è lecito domandarsi se ad una crescita economica così disuguale corrisponderanno effetti disuguali nella recessione, ovvero se la crisi colpirà in proporzione con maggior durezza i redditi più bassi. È questa la domanda che si è posto anche A. Atkinson, uno dei maggiori studiosi europei in materia di distribuzione del reddito e disoccupazione, in un recente scritto [3]. Dipenderà dalle politiche pubbliche che i governi attueranno, è la risposta dello studioso. In prima battuta i Governi si sono comportati da prestatori di ultima istanza, correndo in soccorso delle istituzioni finanziarie in difficoltà e garantendo così, in una certa misura, anche i piccoli risparmiatori. Ma affinché gli effetti della recessione non pesino maggiormente su chi già è in difficoltà è necessario qualcosa di più. Molto dipenderà dalla capacità delle coalizioni di governo di immaginare interventi sociali redistributivi, ancor più efficaci se studiati su scala sovranazionale. Solo nelle settimane più recenti i governi hanno cominciato a varare misure anti crisi (a cominciare dagli Stati Uniti per arrivare in Europa con Francia, Inghilterra e Germania e in Asia con un inedito piano della Cina) che guardino oltre il sistema finanziario. Ma, per quanto riguarda l’Europa, l’idea di un intervento sociale coordinato (se non addirittura sovranazionale) auspicato da Atkinsons è ben lontana dal prendere corpo tra le coalizioni di governo del vecchio continente. Ciascuno farà come e quanto potrà. E così mentre l’Inghilterra pensa ad interventi sull’ordine del 7% del Pil (della stessa dimensione le misure anti crisi della Cina), in Italia si pensa di intervenire muovendo cifre dell’ordine dello 0,3% del prodotto interno lordo che rischiano di essere del tutto inefficaci e frammentarie (ovvero quel poco che si spende è anche mal speso).

Come già segnalato nel rapporto Ocse, le misure di contrasto alla povertà ed i sussidi che non siano orientati a fare “massa critica” (cioè a concentrare più interventi e di diverso tipo verso gli stessi beneficiari, per esempio i disoccupati) rischiano, a parità di spesa, di rivelarsi del tutto inutili. Sembra andare esattamente in questa direzione la misura di sostegno al reddito dei lavoratori parasubordinati (i co.co.pro che non beneficiano di alcun tipo di ammortizzatore sociale) contenuta nel decreto cosiddetto “anticrisi” del 29/11/2008 n. 185. Il provvedimento prevede l’erogazione una tantum del 10% dei compensi percepiti nell’anno precedente (sempre che tali compensi siano compresi tra 5mila e 11.516 euro) a beneficio del collaboratore a progetto (sono così esclusi i collaboratori coordinati e continuativi che ancora esistono nel settore pubblico) che abbia operato in settori o territori definiti in crisi (da un successivo decreto) per almeno tre mesi in regime di monocommittenza e che risulti non avere avuto contributi versati per almeno due mesi. In altre parole i requisiti di accesso alla misura che potrà ammontare al massimo a 1150 euro (il 10% del massimale di reddito) sono lo stato di monocommittenza (non meglio definito: tre contratti con tre diversi committenti l’uno di seguito all’altro come vengono considerati?), il lavoro in collaborazione per almeno tre mesi e per meno di 10, la residenza in aree dichiarate in crisi, lo stato di disoccupazione da almeno 2 mesi. Il decreto nulla dice, inoltre, sulla copertura contributiva della misura.

Un provvedimento così costruito è condannato all’inefficacia sia per l’intensità del contributo (che in media raggiungerà i 700-800 euro, una tantum) che per l’estensione dei beneficiari. Le stime più attendibili [4] parlano di una platea di 10.000 lavoratori contro gli 80.000 previsti dal Governo per un ammontare di spesa vicina agli 8 milioni di euro. Se gli interventi sociali messi in campo dai Governi saranno di questa natura e di questa entità, anche la recessione, così come è stato per la crescita, avrà effetti diseguali in proporzione tra ricchi e poveri. I poveri soffriranno di più.


23 marzo 2009

Felice Roberto PIzzuti : l'instabile equilibrio del capitalismo

 Le carenze delle misure di sostegno al reddito sono già da anni sotto gli occhi di chi vuol vedere (o leggere: ad esempio, le periodiche edizioni del «Rapporto sullo stato sociale» elaborato presso il Dipartimento di economia pubblica della «Sapienza»). Fatta pari a 100 la spesa sociale procapite della media dell'Ue a 15, il dato italiano, dopo una riduzione di 7 punti negli ultimi dieci anni, è arrivato a 75. Se poi si fanno confronti statisticamente omogenei, emerge che il divario è sensibilemente superiore e, in particolare, che le prestazioni previdenziali sono sopravalutate (i dati ufficiali includono ingiustificatamente i trattamenti di fine rapporto e sono al lordo delle ritenute fiscali che in Italia sono più elevate) cosicché la nostra spesa pensionistica non è affatto anomala; non solo, ma le prestazioni previdenziali al netto delle ritenute fiscali sono inferiori alle entrate contributive per un ammontare pari allo 0,8% del Pil, cosicché il bilancio pubblico è migliorato (non appesantito) dal sistema pensionistico.



Oltre all'inferiorità della spesa, la vera anomalia del nostro stato sociale è la grande insufficienza degli ammortizzatori sociali; per essi la spesa è pari a circa un terzo della media europea e, per di più, lascia scoperti proprio le categorie di lavoratori più precarie. Inoltre, mentre quasi tutti i sistemi di welfare sono dotati di misure di sostegno al reddito minimo, in Europa solo Italia e Grecia non garantiscono questo livello di protezione sociale. Si consideri poi che negli ultimi anni, la nostra distribuzione del reddito è peggiorata più che negli altri paesi. Adesso si aggiunge che stiamo attraversando la crisi economica più grave dai passati anni '30 e non sappiamo quanto ancora si aggraverà; dunque dovremmo affrettare, non frenare, l'adeguamento dei nostri ammortizzatori sociali.
Certo, abbiamo un elevato debito pubblico e un suo aggravamento potrebbe penalizzarci nell'opinione dei mercati; ma una politica di bilancio che - come sta accadendo - facesse poco o nulla per frenare il calo particolarmente accentuato del nostro reddito nazionale produrrebbe comunque effetti negativi già nell'immediato sul bilancio (ad esempio per la riduzione delle entrate fiscali). L'aspetto «nuovo» da considerare è che le preoccupazioni dei mercati - come dimostrano le loro reazioni al mancato salvataggio pubblico della Lehman Brothers e agli interventi a sostegno dei settori reali e finanziari dell'economia ritenuti tardivi e insufficienti - sono legate più all'aggravamento degli indicatori connessi alla crescita che non al peggioramento dei bilanci pubblici. Negli Usa, patria del neoliberismo, il deficit di bilancio ha raggiunto il 12% del Pil, cioè 4 volte il limite imposto dai criteri di Maastricht, ma i mercati reputano ancora insufficiente l'intervento pubblico.
La crisi in atto riguarda anche la teoria economica prevalente e la sua diffusione tra gli operatori e nell'opinione pubblica. I fatti ripropongono all'attenzione generale la categoria dell'incertezza, che è cosa diversa e più inafferrabile rispetto a quella del rischio probabilisticamente prevedibile, e evidenziano l'illusorietà delle analisi e delle politiche neoliberiste che avevano rimosso la prima identificandola sostanzialmente con la seconda. L'incertezza è una caratteristica qualificante dell'economia di mercato capitalistica, anzi è una delle sue contraddizioni principali: più il mercato si intensifica e si estende, più genera risultati fragili e equilibri instabili. L'incertezza è accresciuta dal mercato ma ne mina sempre più il funzionamento, e gli strumenti per compensarne gli effetti vanno cercati al suo esterno, in un ambito decisionale che non sia regolato dal profitto e dagli interessi individuali, ma dalle istituzioni collettive.
Lo stato sociale - che da sempre ha tra le sue funzioni quella di sopperire ai fallimenti del mercato, e di fatto ne costituisce un superamento, - è l'istituzione che, debitamente usata, si presta particolarmente a affrontare e compensare l'incertezza.
La crisi dunque, sia per i suoi effetti destabilizzanti immediati sia perché ripropone la questione dell'incertezza congenita del mercato, accresce l'esigenza anche economica della sicurezza sociale la quale può essere favorita, tra l'altro, dalle misure di sostegno ai redditi presenti (in particolare dei disoccupati e dei più bisognosi) e futuri (come le prestazioni pensionistiche attese).
Sia sul piano sociale sia su quello economico, è dunque del tutto controproducente la posizione di non adeguare gli ammortizzatori sociali per salvaguardare il bilancio pubblico che, invece, mai come in questa fase critica deve svolgere una funzione anticiclica, peraltro richiesta a gran voce dagli stessi mercati. Proporre poi una nuova riduzione delle prestazioni pensionistiche equivale a gettare acqua bollente su un corpo (il sistema economico e sociale) già drammaticamente ustionato da una crisi al cui fondo c'è sfiducia e incertezza per il futuro. Ci si può chiedere, infine, come mai, in un contesto internazionale nel quale anche la «rigorosa» Germania ha dovuto superare le proprie idiosincrasie storiche per le politiche di bilancio espansive, proprio il nostro governo sia diventato «più realista del re» in materia di attenzione ai vincoli del bilancio pubblico. Il punto è che Tremonti, pur dichiarandosi molto critico verso il «mercatismo» (ma non verso il mercato), ritiene che questa crisi sia essenzialmente di natura finanziaria e imputabile al comportamento dei banchieri; cosicché sarebbe sufficiente sperare che il nostro settore finanziario non manifesti le stesse criticità di quelli «dove si parla inglese». Il nostro ministro dell'economia non considera invece che quelle in crisi sono le modalità assunte dal processo di accumulazione negli ultimi tre decenni; la stessa finanziarizzazione dell'economia che ha corroso il sistema è stata stimolata anche dall'esigenza di compensare le difficoltà di realizzare profitti nel settore reale dell'economia. E' qui che sta il nodo principale del problema e per affrontarlo occorrerà migliorare sia le condizioni della domanda (mediante un aumento dei salari e delle prestazioni sociali) sia quelle dell'offerta (favorite anche dalla capacità dello stato sociale di stimolare l'innovazione aumentando il capitale umano e offrendo reti di sicurezza) sia la distribuzione del reddito (uno dei compiti primari del welfare state). La gravità di questa crisi e l'analisi delle sue cause indicano che per uscirne bene e in fretta occorrerà liberarsi al più presto dalle visioni economiche e politiche dominanti negli ultimi decenni e che, in particolare, si dovranno costituire nuovi e più efficaci equilibri tra i mercati e le istituzioni pubbliche, nazionali e sovranazionali; un efficace contributo potrebbe essere fornito dal rinnovamento delle classi dirigenti in entrambi gli ambiti e, non ultimo, nelle rappresentanze politiche.


21 marzo 2009

Roberto Croce :il piano confindustriale di riassetto dei diritti sociali

 

E’ un filo rosso (anzi nerissimo) quello che lega il recente disegno di legge delega finalizzato a introdurre rigorose (e incostituzionali) limitazioni al diritto di sciopero nei settori e nelle attività che incidono sul diritto alla mobilità e alla libera circolazione delle persone e il recente accordo quadro del 22 gennaio 2009 sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto tra Governo e parti sociali senza la firma della Cgil.
Senza più alcun pudore derivante dalla diversità dei ruoli, la filosofia dell’esecutivo e quella di Confindustria sono esplicitamente orientate verso i medesimi obiettivi, ossia: realizzare la totale subalternità dei diritti dei lavoratori alle esigenze dell’impresa e mettere al bando, criminalizzandolo, il conflitto capitale/lavoro.
In quest’ottica, affinché l’eutanasia del conflitto sia totale, non è sufficiente che il sindacato diventi una agenzia neocorporativa di servizi, è altresì necessario neutralizzare le forme di autotutela e di lotta sindacale che storicamente i lavoratori hanno conquistato. Da qui l’attacco al diritto di sciopero contenuto nei documenti in questione.
Il paragrafo 18 dell’accordo quadro prevede infatti che “le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita”.
Regole siffatte, a ben vedere, possono avere rilevanza giuridica solo se introdotte mediante un’apposita legge, secondo quanto previsto dall’art. 40 della Costituzione. Anche perché lo sciopero costituisce un diritto individuale del lavoratore che va esercitato collettivamente e cioè insieme ad un numero più o meno consistente di altri prestatori di lavoro. Sulla base del diritto attualmente vigente, non è concepibile che un qualunque sindacato possa avere il potere esclusivo di proclamare lo sciopero e perciò di decidere quando si possa legittimamente scioperare.



In questo contesto – proprio con la finalità di colmare il vuoto di fonte legislativa in materia di limitazioni al diritto di sciopero – è intervenuto l’esecutivo che, a supporto e sostegno dei piani di confindustriali, ha elaborato un disegno di legge delega volto a regolamentare e prevenire i conflitti collettivi con riferimento – si badi bene – non solo al settore dei trasporti, bensì, più in generale, alla materia della libera circolazione delle persone e della mobilità.
Gli aspetti più inquietanti e liberticidi del disegno di legge delega sono:
a) la soglia di sbarramento al 50% della rappresentanza sindacale per proclamare uno sciopero oppure, per chi non arriva a tale soglia, la possibilità col 20% della rappresentanza di dare vita a un referendum preventivo che porterà allo sciopero solo se raggiungerà il 30% dei consensi;
b) la previsione per via contrattuale dell’istituto dello sciopero virtuale;
c) la previsione per via contrattuale della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero dei singoli lavoratori;
d) l’introduzione di un “congruo anticipo” per le revoche degli scioperi;
e) il divieto generale – e qui si riporta testualmente – “di forme di protesta o astensione dal lavoro in qualunque attività o settore produttivo che, per la durata o le modalità di attuazione, possono essere lesive del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione”. Il che conferma l’intenzione della maggioranza di andare, in materia di limitazioni al diritto di sciopero, molto al di là del settore di trasporti propriamente inteso, coinvolgendo anche altri settori o attività che direttamente oppure solo indirettamente incidono sul diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione;
e) il potenziamento del sistema sanzionatorio sia sotto forma di rivalutazione dell’entità economica delle sanzioni nei confronti di sindacati e lavoratori e sia mediante l’introduzione di nuove fattispecie di illeciti amministrativi con riferimento alle condotte dei lavoratori;
f) la trasformazione della commissione di garanzia per l’attuazione della legge di regolamentazione del diritto di sciopero nell’ambito dei servizi pubblici essenziali in un organismo – denominato “Commissione per le relazioni di lavoro” - che di fatto sarà un gendarme con funzioni sanzionatorie e di controllo dei lavoratori e dei sindacati.
Quello a cui stiamo assistendo è il compimento dell’ennesima tappa di un processo di costruzione di un nuovo regime, contrassegnato dal prevalere di esplicite logiche securitarie, poliziesche e liberticide.
In particolare, nell’ambito delle relazioni sindacali e dei rapporti di lavoro, siamo di fronte al tentativo più organico fin qui elaborato dal padronato italiano (con la complicità del governo e di alcuni sindacati) di modificare alla radice gli assetti delle relazioni industriali così come si sono sviluppati, sotto l’ombrello della Costituzione repubblicana, dal dopoguerra ad oggi, così risolvendo in proprio favore gli esiti del conflitto capitale/lavoro.


19 marzo 2009

Guglielmo Ragozzino : poveri ricchi, aiutiamoli

 La proposta di Dario Franceschini non ha alcuna possibilità di passare in parlamento. A ben vedere, nessuna proposta di Franceschini, dati i numeri esistenti alla camera e al senato, tra opposizioni e maggioranze, può diventare legge; ma, finalmente, in quell'area dell'ulivo un po'rinsecchito, c'è qualcuno che dice qualcosa di sinistra, come chiedeva Nanni Moretti, tanti anni fa, al tempo dei girotondi. La questione attuale è quella relativa ai 500 milioni di euro che dovrebbero essere presi ai cittadini più ricchi e restituiti a quelli più poveri. In un quindicennio la forbice tra ricchi e poveri, in Italia, si è molto allargata. I governi di Silvio Berlusconi hanno interpretato molto bene la tendenza prevalente nell'economia, sono stati in modo preciso i governi della ricchezza; e quelli del centro sinistra non hanno potuto e in una certa misura non hanno voluto mettervi rimedio. Così Franceschini si propone di mettere le cose a posto, o meglio di avviare un percorso, ma non va a rotta di collo, anzi innesta subito il freno a mano, in questo caso l'una tantum, cioè una volta soltanto. Altrimenti cosa diranno Merloni e Colaninno e Calearo. E solo attraverso l'aumento dal 43 al 45% dell'imponibile per i redditi superiori a 120mila euro.


Quando la maggior parte di coloro che cercano un lavoro, comunque retribuito, lo trovano, il distacco tra ricchi e poveri è meno sentito. Ma quando si entra in una fase di tale crisi che tutti gli esperti dall'alto della loro ben pagata saggezza assicurano sarà lunga e imprevedibile, è allora che si fanno i conti. Se dalle difficoltà, riflettono i poveri, non c'è modo di uscire presto, allora bisogna dividere diversamente, tra tutti, quel poco che è rimasto. La Confindustria ha un'idea opposta. Per esempio un suo alto esponente (Guidalberto Guidi) dice che «se il sistema resiste lo dobbiamo a quelle categorie che possono permettersi di spendere». Dunque se togliamo loro reddito spendibile per disperderlo come una qualsiasi «Caritas», tra i poveri, andiamo in direzione sbagliata.
E' una fase lunga questa del trasferimento di ricchezza dai poveri ai ricchi, nel nostro paese. A partire dalla metà degli anni Ottanta questo effetto si registra in tutti i trenta paesi che fanno parte dell'Ocse, l'organizzazione con base a Parigi che riunisce i paesi più sviluppati del capitalismo. Thatcher e Reagan all'inizio del periodo considerato, non sono stati con le mani in mano. Da allora, l'aumento medio del distacco tra ricchi e poveri per quanto riguarda redditi da lavoro, capitale e risparmi è stato del 12% nella media dei trenta paesi. Uno spostamento considerevole, uno vero e proprio snaturamento dei rapporti economici e politici precedenti, una sconfitta generale delle classi subalterne. Ma che dire dell'Italia, primatista assoluta, dove il distacco tra ricchi e poveri è cresciuto del 33%! I guasti maggiori, spiega sempre l'Ocse (ottobre 2008, «Growing Unequal», si sono in parte ridotti con l'aumento di tassazione sulle famiglie e le maggiori prestazioni sociali per le persone povere. Stando all'Ocse vi sono stati progressi quanto al tasso di povertà, «disceso tra la metà degli anni Novanta e il 2005».
Resta comunque il fatto che «il reddito medio del 10% degli italiani più poveri è di circa 5.000 dollari (tenuto conto della parità del potere d'acquisto)», quindi ben al di sotto della media Ocse che è di 7.000 dollari. «Il reddito medio del 10% più ricco è di circa 55.000 dollari, sopra la media Ocse». In altre parole, mantenendo il confronto in Italia, il decile dei più ricchi ha circa 11 volte di più di quello dei più poveri. Sono disparità sociali che anche per il prudentissimo Ocse determinano immobilità sociale. Se uno nasce ricco, ricco rimane. Se invece sceglie una carta sbagliata e nasce povero, lì arriva e lì si ferma. «Figli di famiglie povere hanno una più bassa probabilità di diventare ricchi rispetto ai figli di famiglie ricche». Che il famoso La Palisse abbia tenuto una lezione di aggiornamento all'Ocse?
Anche la ricchezza è distribuita in un modo che potrebbe essere vivamente apprezzato dalla Confindustria, sempre alla ricerca della perfezione: il decile più ricco dispone del 42% della ricchezza nazionale(valore netto totale). La Banca d'Italia registra dati simili. In più avverte che metà della cittadinanza, i meno abbienti, dispone del 10% della ricchezza totale. Non verrebbe voglia di mischiare un po' le parti, di ridistribuire le carte, tanto per vedere se dopo la partita non sia più divertente, non riesca meglio: meglio per tutti?
Uno dei lasciti di Vincenzo Visco viceministro delle Finanze di Romano Prodi, è stato il tabulato di tutti i contribuenti italiani, messo a disposizione di tutti gli stessi italiani. La pubblicazione viene subito proibita, sembra che l'onore nazionale sia in gioco, oppure che i segreti più gelosi siano esposti al pubblico ludibrio. Un giornale, Italia Oggi, va avanti imperterrito e pubblica nel corso di una settimana di maggio, in inserti speciali, i nomi e i soldi dei diecimila più ricchi, stando alla dichiarazione dei redditi del 2006, relativa alle entrate del 2005. Ne esce un quadro confortante. Il numero uno ha guadagnato, occasionalmente, 100 e passa milioni. Tra i guadagni registrati non ci sono dividendi e interessi su titoli di società, perché le imposte relative si pagano a parte, su base fissa. Non c'è l'evasione, i conti esteri e tutto il resto della ricchezza. Meglio: ci sono ma non registrati nelle tabelle di Visco. C'è però quanto basta per farsi un'idea. Ci sono i redditi da lavoro, dipendente e autonomo e quelli da impresa, principalmente; poi i redditi da fabbricati. Ci sono, nella rete, decine di calciatori, attori, allenatori, veline, presentatori, giornalisti principi, gente della politica. Grandi medici, grandi avvocati. Il più povero dei ricchi, decimillesimo, ha un reddito lordo, nel 2005, di 445 mila euro. Un noto sportivo, al 21° posto è l'ultimo sopra i 10 milioni, mentre bisogna scendere al 1877° posto per arrivare all'ultimo che ha guadagnato nell'anno un milione. Un milione che sembra uno scherzo, ma sono due miliardi di lire di sette o otto anni fa. Se quel posa piano di Franceschini osserva: i soldi li si trova, là dove ci sono, non ha tutti i torti.


25 febbraio 2009

Piergiovanni Alleva : l'anno zero dei diritti sindacali ?

 

Con la firma di un accordo separato sul sistema contrattuale, il diritto sindacale e le relazioni industriali precipitano allo «anno zero» perché le regole ufficiose e le condizioni sostanziali che hanno consentito loro di funzionare per diversi decenni si sono dissolte.
2. Il nostro sistema si è sempre retto su un'ambigua «doppia verità»: vi è la verità giuridico-formale, secondo cui i sindacati rappresentano solo i loro iscritti e stipulano contratti collettivi che valgono solo per loro, cosicché non hanno alcun motivo di preoccuparsi di quello che vogliono gli altri lavoratori iscritti a sindacati diversi, che faranno, se vi riescono, contratti che ritengano migliori.
Dall'altro lato vi è la verità socio-economica che dimostra come la regola giuridica ora ricordata si riduca a una pura ipocrisia, perché nella realtà i datori di lavoro firmano un solo accordo o contratto collettivo «con chi ci sta» tra i diversi sindacati operanti in un settore, e poi lo applicano a tutti i lavoratori anche non iscritti. Questi non hanno alcuna voce in capitolo perché non sono formalmente rappresentati dai sindacati firmatari: possono solo, individualmente, accettare o rifiutare ciò che a loro viene «spiattellato» dal datore di lavoro dopo l'accordo, e, per lo più, tra il poco e il niente, è umano rassegnarsi al poco.
Ci si può chiedere come un sistema così apertamente antidemocratico, che addirittura rischia di premiare sindacati molto «accomodanti», possa aver resistito per tanti anni. La risposta è che fino a tempi recenti è esistita un'unità di azione rivendicativa tra i maggiori sindacati confederali, e che questo ha fornito una legittimazione sostanziale al sistema, perché la parte datoriale stipulava quell'unico contratto collettivo con sindacati che rappresentavano la maggioranza dei lavoratori. Questo era il presupposto di fatto che consentiva la coesistenza delle «due verità».
3. Ora quel presupposto è caduto, le due verità si divaricano, e l'insopportabilità del sistema basato esclusivamente su quelle regole formali è più che evidente. Per altro verso, l'accordo separato ha posto problemi di contenuti, comportando un depotenziamento della contrattazione collettiva nazionale e aziendale con programmato svilimento dei salari, con vincoli e sanzioni in caso di rivendicazioni «eterodosse».
4. A questo punto, la prima risposta politico-giuridica è quella di «prender sul serio» la regola formale dell'efficacia limitata dei contratti collettivi separati, e indurre i lavoratori a rifiutare l'applicazione «in estensione». Essi in definitiva, visti i contenuti, non faranno che sottrarsi a ulteriori peggioramenti, e potranno richiedere in giudizio adeguamenti salariali per altre vie (art. 36 Cost.). 


5. Ma la risposta prospettica è quella della costruzione di un nuovo sistema, a partire da questa constatazione: è necessario votare, a tutti i livelli, perché possa esser pesato e quantificato il potere e il diritto-dovere dei sindacati di rappresentare gli interessi dei lavoratori, secondo i canoni della democrazia rappresentativa. Il criterio costruttivo portante del nuovo sistema è quello già introdotto (con non pochi limiti) nel pubblico impiego: si voti in tutti i luoghi di lavoro per eleggere i rappresentanti aziendali e questi risultati elettorali serviranno anche a conferire al sindacato nazionale la sua percentuale di potere rappresentativo in sede di contrattazione nazionale in modo che si possa dare sostanza a una regola maggioritaria nella stipula contrattuale.
6. E' fondamentale che possa votare anche quel 53 per cento di lavoratori che opera nelle piccole imprese con meno di sedici addetti, nelle quali ancora oggi, per legge, è impossibile costruire Rsa ed Rsu, e quindi che si creino, allo scopo, «bacini rappresentativi» interaziendali. Anche la rappresentatività delle Confederazioni (oltre che dei sindacati di categoria) può essere misurata elettoralmente, per la elezione di un riformato Cnel, o per quella degli organi di controllo di grandi enti previdenziali. L'allargamento della base della rappresentanza è il primo decisivo passo per l'estensione della contrattazione aziendale o di secondo livello, perché essa non resti come è oggi un optional riservato al 20-25 per cento soltanto dei lavoratori italiani.
7. Occorre, poi, che la contrattazione aziendale possa avere un respiro ampio, e, dunque, il criterio di raccordo con la contrattazione nazionale sia quello di una generalità di competenza salvo che la contrattazione nazionale riservi espressamente a sé alcune materie. Il che è esattamente il contrario di quanto prevede l'accordo separato il quale proclama di voler estendere e potenziare la contrattazione aziendale, ma in realtà fissa regole che direttamente e indirettamente la soffocano.
8. La contrattazione aziendale o territoriale può essere incentivata con l'istituzione di specifici elementi retributivi. Ancora una volta l'accordo separato ha costituito un esempio negativo, prevedendo agevolazioni fiscali e contributive anche per voci retributive contrattati individualmente, e che queste possano riassorbire eventuali indennità di «mancata contrattazione di secondo livello» se previste dal contratto nazionale. In tal modo la contrattazione aziendale invece che incentivata sarà di fatto sostituita da accordi individuali.
Le incentivazioni efficaci sono ad esempio un'indennità di «mancata contrattazione di secondo livello», a patto che non sia in alcun modo riassorbibile da aumenti individuali, e non dia luogo, in sé, a alcuna agevolazione fiscale o contributiva. Tali agevolazioni, devono esser riservate solo ai trattamenti pattuiti aziendalmente e territorialmente a livello collettivo, in modo che questi vengano preferiti, sia dai lavoratori che dai datori all'«indennità di mancata contrattazione», e che dunque, la contrattazione di secondo livello si faccia effettivamente.
9. Una volta costruito un sistema di contrattazione collettiva su base democratica e rappresentativa, articolato su due livelli, ad esso, andrebbe raccordato, con previsione legislativa, il precetto costituzionale dell'articolo 36 della Costituzione, così da ottenere una garanzia universale di trattamento retributivo effettivamente adeguato che sarebbe sotto ogni aspetto migliore di qualsiasi altro Smig (salario minimo garantito) o similare istituto di garanzia salariale previsto da legislazioni di altri paesi.
10. Infine l'apporto imprescindibile della democrazia diretta potrebbe essere disciplinato come necessità di approvazione referendaria dell'ipotesi di accordo prima della sua definitiva firma, così generalizzando le esperienze migliori di democrazia sindacale, quelle cioè che hanno configurato il consenso dei lavoratori interessati come condizione sospensiva dell'efficacia dell'accordo, e non come ratifica successiva.
11. Non bisogna temere che manchino le condizioni politiche per questa riforma, perché l'esistenza delle condizioni dipende a sua volta dalla capacità di non deflettere dalla contestazione con ogni mezzo, politico e giuridico della ingiustizia, ipocrisia e antidemocraticità del sistema attuale, o di ciò che esso è diventato.


23 febbraio 2009

Intervista ad Alessandro Santoro : E' più efficace tassare i capitali investiti

 

Cosa ne pensi della proposta della Cgil di aumentare l'aliquota fiscale per i redditi superiori ai 150mila euro?

Dico sinceramente che ne capisco e ne condivido il senso. Però mi sembra un po' datata come proposta perché parte da un presupposto che non è più così vero come lo era in passato, ed è che la ricchezza si possa valutare e intercettare andando a guardare i flussi dei redditi. Non credo che ciò oggi rappresenti una certezza matematica, anzi. Probabilmente quello di cui abbiamo bisogno è rovesciare un po questo paradigma. E' una visione semplicistica quella che individua le fasce di ricchezza sopra i 150mila-200mila euro. Non perché non siano ricchi, sia chiaro, ma bisogna considerare che ormai sono una parte minimale dei ricchi.

Cioè?

Cioè vuol dire che una parte minimale della loro ricchezza transita nella dichiarazione dei redditi. Pur condividendone lo spirito bisognerebbe pensare a qualcosa di più strutturale, da un lato, e più radicale dall'altro. Bisognerebbe pensare a una tassazione dei capitali, degli stock e non dei flussi di reddito. Occorre reintrodurre forme di tassazione dei capitali, dei patrimoni, degli asset, delle ricchezze investite anche al di là della capacità di produrre reddito. Bisogna tornare in quella direzione anche perché nel frattempo lo scenario è cambiato.

Unas sorta di Tobin tax?

La Tobin tax è una tassa sui cambi di valuta, che è ancora un'altra tipologia di intervento. 




Quale è la tua proposta?

Proviamo a ripensare a forme di tassazione dei capitali, per esempio. Anziché discettare continuamente di questa questione anche un po' speciosa delle rendite finanziare, perché non proviamo a pensare a una tassazione sul capitale investito e non sul reddito prodotto? Questo darebbe un grossso vantaggio allo Stato, quello di avere un gettito garantito che prescinde dal mercato borsistico. Per tornare alla proposta della Cgil, anche considerato il rapporto tra costo politico e rendimento effettivo si può pensare a qualcosa di un po' più adatto al mutato panorama nel quale molti redditi non sono intercettabili, non passano tra le dichiarazioni.

C'è qualche calcolo che ci faccia capire che tipo di gettito può dare una tassazione organizzata in questo modo?

Il gettito dipende dall'aliquota. Lo stock di ricchezza complessiva mobiliare e immobiliare in Italia è circa sei volte il Pil. Questo vuol dire che con un'aliquota dell'1 per mille potrebbe derivare un reddito di nove-dieci miliardi di euro. E' chiaro che con questa impostazione poi vanno tolte le tasse sul reddito. L'ipotesi Cgil non è fortissima nei risultati, al massimo poterà un miliardo di euro.

E' dagli anni ottanta che è stata introdotta una disciplina fiscale fatta sostanzialmente di tagli alle aliquote più alte. Che tipo di bilancio se ne può trarre?

Il trend negli ultimi quindici anni è stato il taglio delle aliquote fiscali. Escluso un caso in Gran Bretagna, che poi ha ispirato la proposta della Cgil. In realtà gli esperimenti tentati di riduzione delle imposte hanno dato esiti incerti. Ancora oggi è difficile capire quale impatto abbiano avuto. La vera scoperta di questi ultimi anni è che i presupposti su cui si basava quel tipo di ragionamento, ovvero che bisognasse tagliare la tassazione dei redditi alti, in realtà si è scoperto che sono falsi. Sono i contribuenti più poveri che reagiscono di più alla tassazione. Quindi in un certo senso il ragionamento va rovesciato. Se vogliamo un sistema impositivo più efficiente dobbiamo tagliare i redditi medio-bassi. Poi, in realtà bisogna dire che nei redditi medio-bassi troviamo i redditi dichiarati tali.

A livello di lotta all'evasione ci sono dei segnali di controtendenza?

A livello internazionale mi sembra che qulcosa si stia muovendo soprattuto sul fronte della lotta ai paradisi fiscali. In Gran Bretagna, e forse di più in Francia, c'è un movimento di opinione pubblica che, sulla base del coinvolgimento delle banche nella crisi finanziaria legata ai mutui subprime e tutto quel che ne è derivato, è riuscito a premere sui governi. Ci sono novità sul superamento del segreto bancario, per esempio, a livello comunitario. A livello domestico invece non mi aspetto niente di nuovo. In Italia l'evasione è una sorta di ammortizzatore sociale e non credo che il governo vorrà metterci mano. Stiamo parlando di una evasione che tende a fornire livelli di sussistenze alle piccolissime aziende a conduzione famigliare.


26 dicembre 2008

Fausto Co' : un nuovo intervento pubblico nell’economia. Antidoto alla recessione e leva per il cambiamento

 I massicci interventi finanziari a favore delle banche, per impedirne il fallimento e, con esso, anche pesanti conseguenze sui risparmiatori, sembrano aver mandato in soffitta uno degli imperativi categorici del neo-liberismo: lo Stato non deve intervenire nell’economia. All’improvviso si scopre che il modello di produzione capitalistico va salvaguardato anche con massicci interventi di danaro pubblico. Già in questo modo si evidenzia che l’ideologia economica del non intervento dello Stato in economia, in verità, non è mai stata la semplice proposizione di un modello ideale, bensì l’opposizione ad un intervento pubblico nell’economia in qualche modo socialmente caratterizzato, ossia rivolto a riaffermare il primato della politica sull’economia.
Il tentativo di realizzare una politica anticiclica di superamento della recessione e di impedirne la possibile degenerazione in stagnazione, è dunque attualmente caratterizzato dalla messa a disposizione di ingenti capitali pubblici, per salvaguardare l’efficienza del modello, senza metterlo in discussione, anzi, per rilanciarlo nel modo migliore. E’ evidente che la crisi economica costituisce il terreno sul quale lo scontro di classe diventa più acceso, perché il disinvestimento e la chiusura di attività produttive è misura che tende a proteggere il capitale, ma mette sul lastrico il mondo del lavoro dipendente, trascinando con sé tutti coloro che su quel reddito fanno affidamento di vita. Né può essere sottovalutata la circostanza che le politiche di privatizzazione e liberalizzazione praticate nel nostro paese, hanno in realtà creato sacche di monopolio privato e valorizzato comportamenti collusivi e di cartello (si veda quanto accaduto nel settore creditizio, in quello assicurativo o quello petrolifero), generando così sacche di rendita privata a discapito sia dell’occupazione che dei cittadini consumatori.
Il ridimensionamento dell’intervento dello Stato è avvenuto in ogni campo e con modalità differenziate. Gli investimenti pubblici sono caduti verticalmente: nel campo della ricerca in primo luogo, ma poi anche nell’abbandono del terreno della politica industriale, che propriamente significa determinare le finalità e le modalità di svolgimento della produzione. Si è pensato che il vero motore, in grado di orientare le scelte nel campo produttivo, è la massimizzazione del profitto, ritenendo che quest’ultimo sarebbe stato successivamente investito in altre attività produttive, creando così sviluppo. Si è quindi agito di conseguenza: sul piano fiscale e nelle politiche di bilancio pubblico, si è ridotto il carico fiscale sui profitti; con la concertazione, si sono compressi salari e pensioni; nel mercato del lavoro, si sono precarizzati i rapporti di subordinazione; alle imprese sono stati elargiti aiuti di vario genere senza condizioni e controlli. Il risultato è stato un aumento prodigioso dei profitti che, tuttavia, non sono stati investiti nell’innovazione tecnologica e produttiva, creando nuova occupazione, ma hanno assunto la forma della rendita finanziaria, facendo espandere a dismisura la massa dei prodotti finanziari sul mercato globale (dal 1990 fino al 2001 circa duecentomila miliardi di lire sono fuoriusciti dall’Italia). Gli investimenti invece sono caduti, al punto che il tasso di crescita nell’accumulazione del capitale fisso si è attestato in quel decennio sulla media dello 0,2 per cento.


In mancanza di un disegno strategico, il sistema produttivo si è evoluto verso una logica eminentemente finanziaria.
I settori strategici (chimica, farmaceutica, informatica, telecomunicazioni) hanno oggi un ruolo marginale e sono sempre più dipendenti dai grandi gruppi internazionali (oligopoli), mentre quelli rigidamente specializzati sono strutturalmente esposti alla concorrenza dei paesi con più basso costo del lavoro.
Le piccole e medie imprese, prive di autonomia dalla grandi imprese appaltatrici interne e internazionali, hanno perseguito semplicemente una strategia di riduzione continua dei costi, provocando un vero e proprio abbrutimento delle condizioni di lavoro. Dunque, un processo costante di deindustrializzazione, da un lato, e di finanziarizzazione, dall’altro, dell’economia.
Ora, non è automatico che la proprietà pubblica sia di per sé garanzia di perseguimento di obiettivi sociali e di interesse pubblico. Ma non si può certo negare che alcune infrastrutture costituiscono dei monopoli naturali illegittimamente privatizzati. Tuttavia lo Stato detiene numerosi strumenti (fisco, domanda pubblica, spese nella formazione, servizi pubblici), che possono essere utilizzati per agire con efficacia sull’intero sistema economico. In particolare, occorre rilanciare, nella nostra iniziativa politica, l’idea di un grande intervento pubblico, finalizzato ad una riconversione economica, volta progressivamente a “demercificare” la produzione, guardando piuttosto al valore d’uso dei beni e al ripristino dei cicli naturali. Un intervento, anche diretto, nei settori connessi alla tutela della salute e del benessere della popolazione, alla cura delle persone, al risanamento ambientale e del territorio, alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, allo sviluppo delle produzioni pulite e delle fonti energetiche alternative, costituirebbe il volano di un nuovo sviluppo, creando occupazione stabile e favorendo la crescita di una economia più virtuosa. Del resto, l’esperienza italiana ci dice che anche l’utilizzo privatistico del Piano Marshall nella ricostruzione post-bellica, fu un’occasione perduta per dare concreta attuazione ai principi costituzionali contenuti negli artt.li 3, 41 e 43. Il rifiuto di accettare l’idea della programmazione non fu affatto determinato dal prevalere di una cultura liberale, che, costretta al compromesso in sede costituente, si riappropriava del governo dell’attività economica. La vicenda fu complessa. Nel 1956 nasceva il Ministero delle partecipazioni statali e la presenza pubblica nell’attività economica divenne sempre più rilevante, ma, incredibilmente, quel potente apparato imprenditoriale, in realtà, rimase anch’esso estraneo alle previsioni costituzionali. Non fu soltanto l’impresa privata ad opporsi all’attuazione del disegno costituzionale, ma tutto il mondo imprenditoriale, anche pubblico, e furono preferite vie diverse.
La via indicata dalla Costituzione si può così sintetizzare: 1) l’attività economica pubblica e quella privata vengono poste su un piano di assolta parità; 2) entrambe le attività dovrebbero essere assoggettate a programmi e controlli volti a garantire, tramite l’indirizzo e il coordinamento, il raggiungimento di fini sociali; 3) detti fini sono esattamente quelli delineati nell’art.3, ossia la rimozione degli ostacoli economici e sociali che impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Resterebbe da aggiungere l’indubbio favore che la Costituzione assegna alla cooperazione, vista come strumento alternativo all’impresa. Nessuna di queste direttrici ha trovato attuazione nell’attività di intervento dello Stato nell’economica, al punto che, il pur consistente fenomeno dell’intervento pubblico nell’economia, realizzato in passato nel nostro paese, in realtà ha travolto i principi costituzionali e, in assenza di un reale intervento di programmazione a fini sociali, ha finito per costruire un’economia c.d. mista per nulla socialmente caratterizzata.
Non vi fu mai, quindi, una programmazione economica e il sistema ben presto degenerò in clientelismo e assistenzialismo. Il vero tratto peculiare dell’intervento pubblico in economia in Italia fu di semplice “fiancheggiamento”. Quando la Costituzione pone sullo stesso piano l’attività economica pubblica e privata, non intende affermare parità di strumenti nell’estrinsecazione dell’attività economica, né estensione all’area pubblica del principio di libertà affermato per l’iniziativa economica privata. L’effetto dell’interpretazione distorta dei principi costituzionali, ovvero della mancanza di volontà politica nella loro corretta applicazione, è stato un intervento pubblico che vestiva sempre e soltanto i panni imprenditoriali e che, in nome della libertà di impresa, diveniva sempre più autonomo e svincolato da scelte politiche, che avrebbero dovuto piegarlo, invece, alla realizzazione dei fini sociali delineati nell’art.3.
Anche in questo campo la Costituzione ci può aiutare nella battaglia politica e, forse, la programmazione a fini sociali ci aiuterebbe ad uscire dalla crisi, quantomeno a limitarne i danni ai lavoratori.


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