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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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Quelli che la crisi l'avevano prevista

Cazzari Nobel

Le molte cazzate del Nobel cazzaro

 

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22 novembre 2011

Lettera alla Cgil : esiti possibili

Gli esiti possibili di questa vicenda sono comunque due: o più probabilmente la Germania riesce nuovamente ad imporre un Europa a due velocità, con i paesi mediterranei che escono temporaneamente dall’euro, oppure la Francia, minacciata dal default italiano, costringe la Germania a cambiare politica o ad uscire dall’euro ed a correre per conto suo. Per Fumagalli, essendo Spagna ed Italia too big to fail, il default è quasi impossibile nonostante la stampa emergenziale e i mercati finanziari continuino ad ipotizzarlo. Addirittura si ipotizza che sia necessario il default per rompere il circuito della speculazione finanziaria, ma questa al massimo può essere la minaccia di un governo che voglia fare una manovra espansiva di fronte ad una BCE che voglia imporre una manovra restrittiva. Il default circoscritto a pochi Stati, come quelli delle periferia meridionale, porterebbe alla creazione di una moneta nazionale svalutata al 30-60% ed a un aumento molto forte dei costi delle importazioni (soprattutto di quelli non così elastici delle risorse energetiche), con una drastica diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.

 

 

Nel caso di eventuale default o di sganciamento dall’euro (che dobbiamo comunque prendere in seria considerazione soprattutto se la politica deflazionista ci fa avvitare in un circolo vizioso), in Italia si potrebbe pensare ad uno Stato che restituisca in primo luogo il debito sino ad una certa cifra oppure restituisca il debito prioritariamente  ai cittadini ed alle famiglie di questo Stato (che assommano al 14% dei creditori, secondo la valutazione di Luciano Vasapollo). Inoltre, più che rifugiarsi in una sorta di protezionismo a livello nazionale, sarebbe il caso di esplorare la possibilità (ventilata in Italia dall’economista Bruno Amoroso) di formare con gli altri Stati del sud dell’Europa un’area monetaria comune grazie alla quale resistere maggiormente agli effetti negativi dell’eventuale sganciamento dall’euro (la prima cosa da fare in tale contesto sarebbe quella di vincolare maggiormente la mobilità dei capitali finanziari). Ma pensiamo comunque che in Europa il default di uno Stato dia luogo immediatamente ad un processo che porterà rapidamente o alla fine dell’euro o alla riforma (e questo sarebbe l’esito più augurabile) della BCE ed alla fine dell’egemonia tedesca.

 

 


16 febbraio 2010

Maurizio Galvani : L'Ue non salva la Grecia

 

Pieno sostegno agli sforzi di Atene per uscire dalla crisi ma niente aiuti finanziari da parte della Ue. Ma senza far conoscere le modalità di intervento. Questa la decisione presa ieri a Bruxelles dai capi di stato e di governo riuniti in un vertice straordinario. In realtà la vera intesa sul da farsi è stata fissata in un minivertice ristretto a Germania, Francia, Bce, il primo ministro greco George Papandreou e al neo presidente della Ue, Herman Van Rompuy.
La cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno fin dall'inizio dettato l'agenda per il salvataggio del paese ellenico, che rischia il fallimento. Per ora l'azione europea si limita a una semplice azione di monitoraggio, giusto per capire se l'allievo sta adottando - e in che modo - le misure per ridurre il debito: almeno il 4% in meno entro il 2010. Il governo del leader socialista Papandreou ha comunque promesso che, a fine 2012, il debito pubblico sarà portato al 3% del Pil (si parte dall'attuale 12%). 



La Ue - insieme alla Banca centrale europea e al Fondo monetario internazionale - non sborserà nemmeno un euro, ma si limiterà a mettere sotto controllo mensile i piani di «auto-salvataggio» messi a punto dai greci. Il governo ellenico infatti «non ha chiesto alcun sostegno finanziario». Solo se le misure prese da Atene non dovessero rivelarsi sufficienti, i paesi dell'eurozona sono pronti ad aiutare la Grecia con «misure determinate e coordinate per preservare la stabilità finanziaria». Tutt'al più potrebbero essere imposte condizioni draconiane se dovesse essere chiesto un prestito (si parla di 50 miliardi di euro) al Fmi, guidato da Dominique Strauss-Kahn, che - come d'abitudine - pretenderebbe in cambio un taglio netto della spesa pubblica.
Atene ha già annunciato misure drastiche: come il congelamento degli stipendi sotto i duemila euro mensili nel settore pubblico, il blocco del turnover, il congelamento degli interventi pubblici e, soprattutto, un aumento generale dell'età pensionabile fino a 65 anni di età. Il solo annuncio di queste misure ha già provocato l'altro ieri durissimi scioperi in tutto il settore pubblico, ma la protesta si va allargando ormai a tutto il paese. Al confine con la Bulgaria prosegue da circa un mese la lotta degli agricoltori e - per il prossimo 24 febbraio - è stato proclamato lo sciopero generale nel settore privato.
Le caratteristiche del «salvataggio» da parte delle Ue sono dunque molto generiche - Sarkozy ha esplicitamente detto che non verranno precisate - e non hanno affatto eliminato le incertezze aleggianti sui mercati. L'attesa si è quindi spostata sulla riunione dell'Ecofin, martedì prossimo, che dovrebbe dare il via libera alle (non) decisioni adottate nel minivertice, mettendo a punto nei dettagli le modalità di verifica del rigore del governo greco nel tagliare la spesa pubblica.
La Grecia ha un'instabilità finanziaria che l'accomuna ad altri paesi Ue, come Spagna, Portogallo, Irlanda; e, secondo molti analisti, l'Italia. In tutta la zona euro è stata ampiamente superata la quota del 3% del deficit sul Pil - fissata a Maastricht - quale criterio per stare entro la comunità. Le difficoltà sui bilanci (e le incertezze sul «salvataggio») si perciò stanno scaricando sulla moneta Ue: l'euro ieri è sceso sotto l'1,36 sul dollaro, mentre i mercati registrano l'assalto della speculazione sui titoli di stato greci, che continuano a pagare un differenziale (spread) molto alto rispetto alle obbligazioni tedesche. Il governo di Bonn rimane comunque il più restio ad intervenire direttamente, per timore dell'accusa di «far pagare ai tedeschi i debiti dei greci». Ma anche la Francia ha i suoi motivi per metter invece mano al problema: sono proprio le banche francesi, infatti, a vantare l'esposizione più alta sui titoli ellenici.
Il contagio di un possibile default greco viene al momento combattuto con semplici dichiarazioni («un segnale politico molto forte», ha preferito dire Van Rompuy). E le borse del continente non l'hanno presa bene. Tranne Londra, hanno tutte chiuse in leggero calo, tenute a galla da una Wall Street euforica per un semplice rallentamento nelle richieste settimanali di sussidio di disoccupazione.


3 dicembre 2008

Le molte cazzate del Nobel Cazzaro

 

Il solito GnèGnè mi criticò dal momento che avevo dato del cazzaro a Gary Becker perché non aveva previsto la crisi attuale. Secondo GnèGnè gli economisti non sono tenuti a fare previsioni : la scienza è triste ma non Cassandra e forse nemmeno scienza, ma forse garbato strumento di censura sui blog (“ma tu sai cos’è l’inflazione ? Ma hai letto l’articolo del Prof Mankiw ? Ma se siamo tutte e due italiani, perché parliamo increse ?”) A me questa pare tesi assai strana. Ma non approfondiremo l’argomento.
Piuttosto voglio esaminare altre affermazioni e generose interviste del Becker che più che un economista sembra aver acquisito meriti come filosofo delle scienze sociali, elaborando un’ipotesi di riduzionismo linguistico.


Dietro questa maschera di cera c'è un intelletto da vero trickster...


Ma cosa ha detto ai giornali italiani Gary Becker in questi anni ?
Limitiamoci al momento alle dichiarazioni rilasciate nel biennio 1998-1999

1) Becker predicava ad esempio al Giappone qui di lasciar fallire le banche e le imprese non più in grado di reggere altrimenti la disoccupazione giapponese dal 4% sarebbe salita ed ancora salita. Ora il Giappone ha salvato le banche, ma la disoccupazione giapponese (dopo un picco del 5,5%) ora è a meno del 4% (anche se può di nuovo aumentare con la recessione causata dalla crisi americana) ed è inferiore a quella degli Usa dove si licenzia tranquillamente e dove il libero mercato più verrebbe assecondato o lo era stato nel caso delle Casse di Risparmio. Qui Becker si corregge (ma sarebbe importante riconoscere gli errori fatti) dicendo non che bisogna lasciar fallire le banche in crisi, ma bisogna ristrutturarle.

2) Nella stessa intervista il Becker comincia la sua pippa della necessità per l’Europa di rendere il lavoro più flessibile. Egli ripeterà questo mantra qui, poi qui, qui qui qui . Naturalmente accompagnerà questa raccomandazione con i luoghi comuni sullo Stato sociale troppo generoso (meglio il braccino corto di McCain ?), di sussidi di disoccupazione e sistemi pensionistici troppo generosi, etc etc (per lui sarebbe forse meglio il sistema sanitario Usa…)

3) Becker critica qui anche l’introduzione per legge delle 35 ore in Francia, dicendo che sarebbe stata un disastro (e attribuendo anche a coloro che erano favorevoli l’idea che l’ammontare del lavoro fosse fisso), mentre dal 1997 al 2001 la disoccupazione si ridusse dal 12,6 all’ 8,7, mentre un successivo rialzo (al 9,9%) si potrebbe attribuire anche alla politica deflazionistica di rientro nei parametri di Maastricht del governo Chirac

4) Becker qui poi fa affermazioni generiche e dunque superficiali sulla politica dicendo che fa male quando si mette in mezzo perché è inefficiente e si basa sulla popolarità (insomma dice cose che può affermare senza analisi approfondita qualunque passante ), mentre il mercato si basa sul rispetto delle leggi (e qui l’edulcorazione raggiunge livelli esagerati), sull’onestà e sul diritto (praticamente sembra che declami un Salmo o una serie di precetti sapienziali)

5) Qui Becker critica il fatto che la Malesia abbia posto vincoli alla libera circolazione dei capitali (già la valutazione di Krugman qui, seppur negativa, è più articolata), ma la Malesia da allora ha meglio gestito la crisi finanziaria del 1998 e gli eventi successivi di altri paesi coinvolti

6) Qui poi Becker supera se stesso nel mostrare un modo di pensare rozzo e becero dicendo che a migliorare le condizioni di vita in Usa è stata il drastico calo di criminalità dovuto principalmente all’aumento degli arresti e delle pene, senza sociologismi per cui sia necessario combattere la disoccupazione per combattere il crimine. Becker ipocritamente aggiunge con un certo cordoglio che per fare questo è stato necessario tenere nelle carceri 1,7 milioni di persone (nel 2004 è salita a 2,2) ossia l’1% della popolazione adulta. Inoltre ovviamente Becker prende come dato non tanto i crimini contro la persona, ma quelli contro la proprietà, giusto per farci capire cosa sia prioritario nella sua visione del mondo. Inutile dire che oggi invece i crimini violenti sono in aumento (nel 2006 dell’1,8 e nel 2007 dell’1,9 %). E forse la faciloneria nel Nobel cazzaro andrebbe un attimo messa in salamoia.

7) Qui Becker elogia le bellezze di un sistema pensionistico privato quando invece le crisi dei sistemi finanziari dimostrano che il modello privatistico in auge negli Usa rischia di avere conseguenze catastrofiche, come argomentato qui

8) Qui Becker sostiene la necessità di legare real brasiliano e dollaro, facendo anche l’esempio dell’Argentina : qualche anno dopo l’Argentina ha dovuto attraversare una crisi terribile proprio per la sopravvalutazione del peso legata all’ancoraggio con il dollaro Qui Becker era stato scettico circa l’ipotesi di una crisi catastrofica in arrivo ed anche qui il suo ideologico ottimismo aveva fatto clamorosamente cilecca

9) Qui Becker nega che il rapporto tra dollaro ed euro possa causare un conflitto politico tra Usa ed Europa. Alcuni economisti non condividono tale ottimismo. Intanto la guerra con l’Iraq è stata osteggiata da molti governi europei e per alcuni analisti il rapporto tra dollaro ed euro è all’origine della seconda guerra americana con l’Iraq


23 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : i limiti del keynesismo

 

Quel keynesismo che si è disfatto nel corso degli anni Settanta è, in ogni caso, morto, e nessuno potrà resuscitarlo. Vi sono ragioni che inducono alla cautela anche rispetto alla prospettiva, certo dignitosa, di voler recuperare il 'vero' Keynes non soltanto contro il neoliberismo, ma anche contro il vecchio keynesismo 'bastardo'. Queste ragioni sono, schematicamente, le seguenti tre. Per prima cosa, nel Keynes più noto, quello della Teoria generale, è presente una condizione distributiva precisa, secondo la quale il salario reale deve ridursi al crescere della produzione e dell'occupazione; una condizione che presuppone, da parte del movimento dei lavoratori, la rinuncia a mettere in discussione non soltanto la distribuzione del reddito, ma anche la natura e la dinamica della produttività di cui l'andamento del salario dovrebbe mantenersi una variabile dipendente. Seconda perplessità: ancora nel Keynes dell'opera maggiore l'impulso di domanda richiesto per innalzare l'attività produttiva rimane generico, ed esterno alla sfera capitalistica. Induce, infine, alla prudenza la circostanza che lo stesso termine 'piena occupazione' nei 'trenta gloriosi anni' si riferisse in realtà soltanto ai maschi nelle fasce d'età centrali. Questi tre caratteri di una economia 'keynesiana', a ben vedere, sono esattamente i punti su cui si è esercitata la critica, teorica e pratica, di sinistra: con le lotte del movimento dei lavoratori; con la coscienza suscitata dal movimento verde sulla questione della natura; con la rivoluzione femminista.
Resto convinto che la problematica che si pose tra gli anni Sessanta e Settanta, dentro i conflitti sociali, non fu più di tipo distributivo, o di parità ed emancipazione, ma esprimeva una istanza, in senso proprio, di liberazione: una critica materialistica - fondata su movimenti reali - della centralità della produzione, che si prolungava in un interrogativo sulla possibilità di un diverso lavoro, di una diversa tecnologia, di un diverso modo di stare insieme. Un interrogativo estraneo all'orizzonte culturale e politico di Keynes. In questo sta davvero, se si vuole, uno spartiacque storico.


(Riccardo Bellofiore) 


15 luglio 2008

La globalizzazione secondo Riccardo Bellofiore : tra crisi da domanda e crisi finanziaria

 

Nell'Europa continentale, negli anni Ottanta, si è venuto imponendo, a partire dalla Germania, un modello di crescita trainata esclusivamente dalle esportazioni. Se una strategia del genere ha luogo in un contesto di politiche restrittive e di generale ristagno della domanda si è, se va bene, in grado di crescere a spese dei concorrenti, ma si finisce comunque per rimanere, prima o poi, intrappolati in una situazione di deflazione generalizzata. Gli investimenti privati sono, infatti, rimasti a livelli insoddisfacenti negli ultimi due decenni, e a ciò ha senz'altro contribuito la crescita degli interessi, nominali e reali, seguita alla 'svolta' monetarista dei primi anni Ottanta avviata dalla signora Thatcher e da Reagan. La spesa pubblica, dal canto suo, è stata compressa in quest'ultimo decennio per adeguarsi ai parametri previsti dal Trattato di Maastricht, prima, e dal 'Patto di solidarietà e sviluppo' siglato ad Amsterdam e Dublino, poi. Benché la situazione dei singoli paesi sia non poco variegata, non pare contestabile che in Europa una strategia di risposta alla disoccupazione di massa debba passare per politiche macroeconomiche di espansione della domanda aggregata.

Il rischio di deflazione da bassa domanda è, comunque, più generale, ed investe anche il continente asiatico. Negli anni Novanta, la crescita lenta e l'accumularsi di squilibri non sono degenerati in crisi generale da sovrapproduzione e in instabilità aperta grazie alla crescita goduta dagli Stati Uniti e all'approfondirsi del disavanzo commerciale di quel paese, l'uno e l'altro favoriti dal ruolo di valuta di riserva mondiale ancora svolto dal dollaro e dalla posizione di Wall Street come centro del capitale finanziario. D'altra parte, il ridimensionamento del peso degli USA nell'economia mondiale impedisce al paese leader di essere in grado di trascinare all'espansione il resto del mondo. L'istituzione dell'euro - nella misura in cui quest'ultima fosse davvero in grado di costituirsi come moneta di riserva alternativa al dollaro - accentua il rischio di fluttuazioni rilevanti e improvvise dei rapporti di cambio, e rafforza il timore di una fuga dal dollaro qualora le contraddizioni della crescita americana si rivelassero prima o poi, come è probabile, insostenibili. L'economia mondiale, in breve, naviga rischiando, da un lato, gli scogli di una crisi da bassa domanda, e, dall'altro lato, quelli della crisi finanziaria.



 

 

Bellofiore non poteva prevedere ovviamente otto anni fa la congiuntura oggi in atto, ma l’alternativa tra crisi da bassa domanda e crisi finanziaria sembra ben individuata e così pure il ruolo dei rapporti di cambio (con l’aumento del petrolio collegato con il basso valore del dollaro)

Mi chiedo cosa succederebbe se i paesi esportatori di petrolio decidessero di essere pagati in euro (a breve potrebbe comunque loro non convenire) e se sia possibile in questa fase fare politiche di sostegno alla domanda attraverso l’intervento pubblico ed attraverso interventi in infrastrutture tese al risparmio energetico.

 

 

 

 


9 marzo 2008

Indici in giù per l'economia Usa

 

L'America dei record è un pilastro dell'immaginario occidentale. E in questi giorni ne sta macinando in continuazione. Solo che ora sono primati tutti negativi; e comunicano panico, non più fiducia nel futuro del business. Ieri ce n'è stata una raffica. Il petrolio ha sfiorato i 104 dollari al barile (103,90), il dollaro è sceso fino a 1,5275 contro il dollaro (ridotto quasi al livello del franco svizzero), l'oro è salito a 990,30 dollari l'oncia. Non sono mancate «migliori prestazioni» su numerose merci e commodities meno blasonate. Ma queste bastano e avanzano.
Se la circolazione capitalistica è un sistema idraulico a ciclo perpetuo, deve essere saltato qualche tombino nei gironi più bassi. I mutui subprime sono stati la scintilla che ha dato fuoco alla prateria del credito senza garanzie, ormai una pratica abituale in un mercato che poteva «solo crescere». Ma l'incendio ha toccato subito i prestiti interbancari, e ora anche le società di riassicurazione. Colossi dal patrimonio inconcepibile (e dall'esposizione conseguente) sono quasi in ginocchio. Pochi giorni fa Warren Buffett, il mitico «oracolo di Omaha», si era detto disposto a sostituire queste società nella garanzia di 800 miliardi di dollari sui bond delle municipalità statunitensi (gli «enti locali», convinti negli anni scorsi a mettere sul mercato obbligazioni). Ieri ha spiegato di averci ripensato. I conti dovevano essere messi molto peggio di come sperava.
La crisi finanziaria oscura quella monetaria, ma non la cancella. Il dollaro è una moneta ormai in caduta libera. Per sostenerla - altrimenti salterebbe anche la strategia della Federal Reserve - si sono spesi ieri sia il seretario al tesoro Usa, Henry Paulson, che il presidente della Banca centrale europea, Jea-Claude Trichet. Per qualche ora funziona (e fa arretrare di un mezzo centesimo il valore dell'euro), ma non inverte la tendenza. E ora l'Europa ha paura di vedere la propria crescita azzerata dalla recessione d'oltreoceano, che si traduce in una chiusura dei mercati fin qui più importanti per le proprie merci (tranne che per la Germania). L'ulteriore riduzione dei tassi di interesse Usa è ormai certa, ma è un'arma abbastanza spuntata (il Giappone, per esempio, li ha da una vita allo 0,5%; cosa riduce?).
Il prezzo del petrolio e di altre materie prime (anche, o forse soprattutto, alimentari) sta contemporaneamente stimolando l'inflazione. E nemmono la «voce», peraltro non confermata, che l'Opec potrebbe decidere di aumentare la produzione di 500mila barili al giorno è servita a ridurne la quotazione. Il commissario europeo all'economia, Joaquin Almunia, è ricorso a un eufemismo, ieri: «abbiamo qualche problema dal lato dell'inflazione, ma pensiamo sempre che l'economia stia crescendo». Il tutto per negare lo spettro della stagflazione (alti prezzi anche con l'economia ferma) stile anni '70. Il pericolo è che la Bce reagisca in modo dottrinario alla crescita dei prezzi innescata dai «ragioni esogene» (come l'energia), rialzando i tassi di interesse nel momento peggiore; ne verrebbe fuori una recessione anche inEuropa, dalle dimensioni imprevedibili.
Ha dato voce a queste preoccupazioni Dominique Strauss-Kahn, neo-presidente «socialista» del Fondo monetario internazionale su indicazione di Nicolas Sarkozy. «Stiamo assistendo a grosse distorsioni tra le valute», perché la Bce è «ultra-potente» e non viene bilanciata da alcuna controparte politica. L'auspicio di una riduzione dei tassi non poteva esere più diretto. E Strauss-Kahn ha rincarato al dose suggerendo «ai paesi con le finanze in buono stato di implementare misure di stimolo fiscale», sulla falsariga di quanto già deciso dall'amminsitrazione Bush. Consapevole di aver profferito un'eresia, ha poi concluso spiegando che «l'Fmi non invita per forza sempre i governi a stringere i cordoni della borsa». Nulla da dire, sul piano teorico; ma se persino il Fmi arriva a chiedere «più spesa pubblica» (per quanto di tipo non keynesiano), vuol dire che la situzione deve essere tragica. Quantomeno.
In questa tempesta generalizzata, che aveva provocato il tracollo delle borse asiatiche (Tokyo -4,49%, Hong Kong -2,9) e il lamento di quelle europee (in media -1,5%), spiccava Wall Street in pareggio. Come se la parola d'ordine fosse «non possiamo scendere ancora, non sappiamo dove ci potremmo fermare». Poi, nell'ultima ora, cedeva quasi un punto percentuale.


(Francesco Piccioni)


2 marzo 2008

La crisi della moneta Usa

A causare l'ulteriore deprezzamento della divisa Usa è stata una raffica di dati negativi, accompagnati dall'udienza tenuta dal presidente della Fed, Ben Bernanke, davanti al Congresso (si vedano gli articoli qui sotto). La conferma della propensione «ribassista» della Fed in materia di tassi è diventata un segnale al mercato traducibile in «disfarsi dei dollari in eccesso». Per avere un'idea della debolezza della moneta Usa si può certo fare riferimento all'euro, ma un esempio può essere illuminante: quando Lula salì alla presidenza del Brasile, il primo gennaio 2003, per comprare un dollaro ci volevano 4 real; ieri ne bastava 1,6. Non è semplice spiegare la portata globale di questa svalutazione. Ma certo implica un declino - che al momento pare inarrestabile - della potenza statunitense; e che si riflette, non a caso, in Sudamerica, in un'autonomia altrimenti impensabile del subcontinente.
Il terreno su cui però si realizzano i maggiori effetti è certamente quello delle commodities, le merci-base dell'economia: energia, cereali, materie prime in genere. Qui i prezzi sono letteralmente esplosi nel corso degli ultimi due-tre anni. E ancora una volta non si può imputare la responsabilità al solo dollaro franante. Come spiegava ieri Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano dell'esecutivo della Banca centrale europea, questa crescita «è motivo di grossa preoccupazione, perché i prezzi aumentano anche per riflettere la scarsità delle risorse naturali; fenomeno su cui non esiste una ricetta». Si tratta di una delle prime clamorose ammissioni di impotenza fatta da uno dei massimi responsabili della politica monetaria europea. Fin qui, infatti, ci avevano tutti ammannito la solita storiella tranquillizznte del «c'è petrolio in abbondanza, per almeno 40 anni». Solo oggi spunta - mentre numerosi scienziati lo spiegano da anni - «la scarsità delle risorse naturali». Un'ammissione sarebbe comunque un primo atto di ravvedimento, se fosse però accompagnato da un suggerimento su come cambiare le politiche economiche (monetarie ed energetiche) perseguite fin qui. Invece niente: Bini Smaghi si preoccupa soprattutto di «evitare che gli aumenti inneschino una ripresa dell'inflazione». Il come farlo resta ignoto, ma non si può fare a meno di ricordare che per gli economisti tutte le merci vengono prodotte; mentre le risorse naturali sono per definizione non riproducibili. Una volta finite, o rese «scarse», non si ricostituiscono.
La principale di queste merci - il petrolio, così come il gas o il carbone - crescono perciò di prezzo perché l'offerta (ossia l'estrazione) non riesce a tener dietro alla domanda. Si può anche tradurre: non ce n'è abbastanza.
Ieri il prezzo internazionale, al Nymex di New York, ha superato ad un certo punto i 102 dollari al barile (nuovo record assoluto), ovvero 68 euro. Poi la pubblicazione dei dati sulle scorte di carburanti negli Usa - leggermente superiori alle previsioni secondo il Dipartimento dell'energia (statale), ma leggermente inferiori secondo quelle dell'American Petroleum Institute (privato) - ha provocato per un paio d'ore una rapida discesa, fino ai 99,7 dollari. Poi deve essere prevalsa una lettura più attenta dei dati (con una risalita a 100,90). Da cui emerge che le scorte attuali (308,5 milioni di barili), pur essendo «superiori alle previsioni» sono pur sempre molto inferiori (in termini realissimi) a quelle dello scorso anno (327 milioni). E ancora non si è verificata la temuta decisione dell'Opec: ridurre la produzione, visto che viene ritenuta «più che sufficiente» ad alimentare il mercato.


(Francesco Piccioni)


23 febbraio 2008

La borsa del petrolio iraniana : una svolta importante ?

 

Domenica è stata inaugurata a Kish - un'isola iraniana del Golfo Persico - la borsa del petrolio. Nella prima giornata di contrattazioni sono state vendute circa 200 tonnellate di polietilene e oltre alla moneta locale, il rial, sono state accettate come divise sia il rublo che l'euro. E' stato invece rifiutato come moneta di scambio il dollaro statunitense.
Questa rottura la dice lunga su quali siano gli obiettivi di questa nuova borsa: diventare sia una piazza capace di competere con il mercato di Dubai, il centro economico degli Emirati Arabi Uniti, sia anche poter iniziare a offrire un'alternativa allo strapotere degli Usa, soprattutto, al biglietto verde. L'Iran fa parte del cartello dell'Opec e, insieme al Venezuela del presidente Hugo Chavez, si sta battendo affinchè questa organizzazione assuma una posizione radicale contro gli Stati uniti. Da tempo minacciano un aumento del prezzo del petrolio fino a 200 dollari a barile (Venezuela) o, comunque, la possibilità di usare altre monete oltre il dollaro (Venezuela, Iran).
La borsa dell'isola di Kish va incontro ai «desideri» della Russia di Vladimir Putin che partecipa con il 15,2% alle esportazioni mondiali di petrolio e con il 25,8% a quelle di gas; l'Iran - pur possedendo la seconda riserva di gas mondiale dopo la Russia - ancora non riesce a commercializzarlo totalmente. Può solo «contare», con un quota di esportazioni di petrolio pari al 5,8% di tutto il greggio mondiale.
La borsa petrolifera si è realizzata solo dopo l'elezione alla presidenza islamica di Mahmoud Ahmadinejad e, ieri, il principale candidato alle prossime consultazioni presidenziali russe Dimitri Medvedev ha già manifestato l'interesse del suo paese verso questa scelta. «La Russia è ben disposta - ha detto tempestivamente Dimitri Medvedev - a entrare in questa borsa che accetta il rublo come una delle monete utilizzate per la vendita e l'aquisto di petrolio e prodotti petroliferi». Per ora la nuova borsa commercializza solo prodotti petrolchimici, successivamente inizierà a trattare il petrolio.

(il Manifesto)


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23 febbraio 2008

Gli Usa sostenuti dalla Bce

 

Non credo che la Bce agisca per miopia o ispirata da teorie economiche «sbagliate» (le stesse della Fed, peraltro). L'obiettivo fondamentale della Bce - il patto tra le diverse componenti del capitale monopolistico alla base dei criteri di stabilità firmati a Dublino nel 1996 - è la deflazione salariale. Da Jacques Delors in poi la costruzione europea è stata dettata dalle priorità fissate dall'European Business Roundtable e la deflazione salariale è emersa come politica unificante (si veda l'ottimo volume di Guglielmo Carchedi For another Europe: a class analysis of European economic integration, London: Verso, 2001) Questa permette di creare un terreno comune senza barriere legali trasferendo l'orientamento neomercantilista dei principali paesi europei (Germania, Italia, Francia) dai tassi di cambio alla deflazione salariale.
Ma con la crisi americana delle dotcom del 2000 e la conseguente politica della Fed (tassi di interesse al minimo, sistema finanziario mondiale inondato di dollari, specie dopo l'11 settembre), la Bce si è trovata a fare dell'euro la moneta cardine del sistema capitalistico globale. Il dollaro può ancora essere la moneta mondiale perchè, malgrado l'incertezza riguardo il suo valore, ottiene l'appoggio della Bce. Gli Usa possono essere flessibili perchè la Bce li sostiene impedendo una rovinosa caduta del dollaro. La Bce è stata molto più rapida della Fed nell'iniettare liquidità in quanto, da tempo e con ragione, i suoi vertici, non credevano nella sostenibilità della «bolla» Usa. Tuttavia se la Bce si mettesse a rincorrere la Fed riducendo i tassi di interesse, inizierebbe una guerra economica (da svalutazione competitiva) tra le due maggiori aeree capitalistiche del mondo. In tal modo salterebbe anche il fragile rapporto interno all'eurozona fondato sulla relazione tra neomercantilismi e deflazione salariale.
Fumagalli sostiene che i «fondi sovrani» sancirebbero l'abbandono di qualsiasi interesse nazionale, perché «operano con la stessa logica di quelli privati, incrementando in modo perverso il processo di finanziarizzazione e la sua instabilità» Può essere anche vero, però dipende dalle circostanze. La ricchezza di tali fondi proviene da attività reali e non finanziarie. Per la Norvegia, l'Arabia Saudita ed i paesi del Golfo persico, i soldi scaturiscono dalle esportazioni petrolifere e - nel caso norvegese - dall'alto gettito fiscale da esse indotto. Per i paesi asiatici, Cina in primo luogo, la forza dei fondi si basa sui flussi generati dalle esportazioni nette di merci. Quindi, almeno per ora, la ricchezza dei fondi sovrani non è virtuale. Sono gli impieghi di questi soldi che possono finire in cartacce, come è successo con la Bank of China. Sono le dotazioni reali dei fondi, appoggiati dai rispettivi stati, che permette a questi di prestare soldi veri da posizioni di forza alle società trafficanti in cartacce. Mi sembra che, sebbene i fondi sovrani debbano operare dal lato degli impieghi costruendosi dei portafogli finanziari, essi siano molto concentrati su attività reali che rispecchiano gli obiettivi di sviluppo dei rispettivi governi/stati. Tralasciamo il fondo norvegese, che si occupa delle pensioni dei dipendenti pubblici ed è altamente regolamentato. I fondi del Dubai sono pienamente coinvolti nell'attività di costruzione e sviluppo non solo di quel «paese», ma anche nell'estensione di tale attività al Corno d'Africa, con l'ampliamento del porto di Gibuti e la progettazione di un megaponte che colleghi l'Africa orientale alla penisola Arabica. Lo stesso dicasi per la città-stato di Singapore. E' noto che i dirigenti del Pap, che da sempre controlla le leve del potere, considerano l'industria - e non la finanziarizzazione - come garanzia per mantenere il livello ipersviluppato di Singapore al cospetto della crescita cinese. Per ciò che riguarda la Cina, i fondi sono uno strumento essenziale per generare prestiti commerciali e attività nei confronti di paesi terzi prevalentemente produttori di materie prime. Ma questo significa che le attività dei fondi cinesi aiutino le esportazioni di Pechino verso i paesi in via di sviluppo, come sta in effetti avvenendo in Africa e in America Latina.
Dal 1945 l'Arabia Saudita è legata agli Usa da intese ferree, molte delle quali non appaiano nemmeno su documenti scritti. Dal 1974 però questo feudalissimo stato è formalmente impegnato a riciclare i suoi surplus petrolifero-finanziari nel sistema statunitense. Questi rapporti si applicano a fortiori agli altri sceiccati del Golfo. In tale contesto i fondi sovrani arabi devono quindi garantire il riciclaggio dei dollari e minimizzare il più possibile le perdite derivanti dal loro possesso. Le due esigenze possono comportare degli scontri con gli Usa. Il riciclaggio può prendere la forma di acquisti indesiderati, come successe nel caso di alcuni porti americani; mentre la riduzione delle perdite derivanti da un dollaro in calo, può comportare una diversificazione che suscita le ire di Washington. I fondi asiatici, i cinesi in particolare, accanto alle loro esigenze finanziarie e di portafoglio hanno anche la funzione di sostenere al massimo il ruolo degli Usa quale economia di importazione globale. Essi si assumono direttamente un ruolo macroeconomico dato che se gli Usa cessassero di fungere da catalizzatore delle esportazioni nette cinesi, verrebbe meno la chiusura del circuito che permette l'accumulazione in Asia. E su questo punto i fondi sovrani seguiranno le politiche dello stato cinese senza un minimo sgarro.

(Joseph Halevi)


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