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6 aprile 2010

Sebastiano Canetta e Ernesto Milanesi : Veneto, anche l'evasione è fai-da-te

Torna a galla il peggior Veneto fai-da-te. Lo specchio pubblico riflette l'anima nera privata: un imprenditore di successo evasore totale; Guardia di finanza «infiltrata» come ai tempi di Tangentopoli; affari che vanno di pari passo con mazzette ed escort.
È il «sistema» che funzionava ad Arzignano, centro della provincia votato tradizionalmente alle concerie. Il procuratore della Repubblica Ivano Nelson Salvarani l'ha clamorosamente scoperto nell'indagine Dirty Leather. Tra gli atti (parzialmente secretati) emergono i dettagli di un apparato criminale capillare e trasversale; quanto normalmente accettato dai titolari di 150 aziende del distretto delle pelli. Salta fuori la complicità diffusa degli imprenditori della concia, che non si accontentano di evadere milioni di euro di Iva. E soprattutto l'inquietante connivenza di ispettori tributari utilizzati come estorsori. Il numero di indagati di questa nuova Tangentopoli vicentina è impressionante: 190 tra industriali, funzionari pubblici, finanzieri, iscritti nel registro degli indagati in meno di un anno.


Da queste parti è normale la contabilità «in nero» con la partita doppia a favore di chi dovrebbe effettuare i controlli. Si conciano le pelli, come si ammorbidiscono i controllori e si bilanciano le cifre. È così che si intraprende la moltiplicazione del proprio conto corrente, fino a diventare simboli da imitare. Basta girare mazzette alle fiamme gialle o ai dirigenti dell'Agenzia delle entrate. Serve la consulenza criminosa di un piccolo esercito di commercialisti e contabili (pubblici) assoldati per evadere il fisco. In cambio, ecco gli immancabili festini a base di escort, veline, modelle e ragazze immagine. Con le telecamere del «re delle pelli» di Arzignano pronte a riprendere ogni amplesso della «cricca» dei conciatori.
Un «sistema» che ha clonato illegalità, collusione, omertà e rapina dietro l'immagine virtuale del successo. Ora i protagonisti sfilano davanti agli inquirenti, che li hanno messi spalle al muro. Così quasi tutti ammettono, confermano, confessano. La Procura ha già «torchiato» i titolari della Marigraf di Chiampo, i dirigenti della Armando Pellizzari Srl e i manager del gruppo Mastrotto (azienda leader nel settore della concia: 2.100 dipendenti, 500 milioni di fatturato) che avrebbero ammesso 260 mila euro di tangenti.
Il 21 marzo la Guardia di finanza ha disposto la perquisizione degli uffici dell'Agenzia delle entrate Vicenza 2. E così, si è aperto anche il fascicolo di Roberto Soraci, 59 anni, responsabile della sede di via Mercato nuovo. I magistrati lo accusano di corruzione aggravata e continuata. Secondo quanto emerge dall'indagine in corso, Soraci sarebbe stato uno dei gestori del mercato delle tangenti «con il doppio incarico di quantificare l'entità del "pizzo" e saldare le indispensabili prestazioni degli ispettori deviati». Controlli addomesticati e abbondanti sconti sulle innumerevoli irregolarità fiscali delle aziende delle pelli. In cambio, avrebbe incassato tangenti per 200 mila euro.
Prima di lui, a febbraio, avevano confessato i colleghi Claudio De Monte e Filiberto Segantini, che da pensionato si stava godendo 150 mila euro guadagnati allo stesso modo. Il resto lo ha raccontato Marcello Sedda, commercialista di fiducia del gruppo Mastrotto che vantava rapporti «speciali» con i dirigenti dell'Agenzia delle entrate.
Luigi Giovine, 63 anni, ex comandante della tenenza della Finanza di Arzignano (arrestato per aver incassato 230 mila euro) è molto meno loquace. Forse perché grazie a lui i pm vicentini sono arrivati a incastrare Andrea Ghiotto, classe 1972, il «re delle pelli» di Arzignano e il presidentissimo del Grifo, società di calcio a 5 di serie A.
Gli ultimi sviluppi dell'indagine confermano il suo ruolo di «collettore» del sistema. Ma con il sequestro dei files contenuti nel suo computer potrebbero venire a galla responsabilità più pesanti. Prima di finire al carcere San Pio X nel dicembre scorso, Ghiotto alloggiava nella suite dell'hotel Principe ad Arzignano. L'aveva trasformata in uno studio di registrazione delle prestazioni sessuali «offerte» agli imprenditori, ora coperti dagli omissis nelle pagine dell'inchiesta Dirty Leather. I finanzieri hanno trovato un efficace sistema di telecamere nascoste che riprendeva gli incontri sessuali da diverse angolazioni.
«Erano filmati ad uso esclusivamente personale» giura Ghiotto. Ma il «re delle pelli» ha dovuto ammettere di aver ingaggiato decine di «ragazze» fin dall'estate 2008. «Mi sono costate più di 20 mila euro» ha precisato il 28 dicembre scorso ai magistrati. Adesso il database nel suo hard disk è stato affidato ai consulenti informatici. Il procuratore Salvarani spera di riuscire a identificare, uno per uno, gli «attori» delle orge riprese nella stanza del quartier generale di Ghiotto.


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22 ottobre 2009

Paolo Di Lorenzo : per un nuovo patto sociale contro l’evasione fiscale

 Che il sistema fiscale italiano sia gravemente malato non è notizia d’oggi. Anzi, forse sarebbe più preciso asserire che ci troviamo di fronte ad una sorta di malformazione congenita. Nel momento in cui l’economia italiana attraversa la più acuta fase di crisi dal dopoguerra, i sintomi di questa patologia diventano però decisamente più visibili e preoccupanti, come quando un nuovo virus colpisce un corpo già provato di suo. Nel primo quadrimestre del 2009 gli incassi tributari sono scesi del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2008 (fonte: Dipartimento delle Finanze). Ma mentre si registra una tenuta del gettito IRPEF (-1%), gli incassi di IRES (-7,1%) e IVA (-10,4%) sono peggiorati notevolmente. Si tratta di differenze da non sottovalutare e contribuiscono ad aumentare quel divario tra il gettito delle varie imposte che è uno dei principali sintomi dei problemi del fisco italiano.

Questo divario comincia già negli anni settanta, quando furono introdotte l’IRPEF e l’IVA, due imposte che hanno avuto un destino completamente differente. Grazie all’estensione della trattenuta alla fonte L’IRPEF è diventata rapidamente la prima imposta grazie ad un gettito tale da costituire anche la terza imposta in Europa in valore assoluto (fonte: eurostat). Completamente diversa è stata l’evoluzione dell’IVA. Senza un adeguato meccanismo di controllo sulle frodi, si è presto innescata una spirale perversa tra evasione, crescita delle aliquote per rimediare al mancato gettito e nuova maggiore evasione. Il confronto internazionale mostra chiaramente l’inesistenza di un legame lineare tra livello dell’aliquota ed incasso tributario, per cui all’aumentare del primo faccia seguito un aumento del secondo (fig.1). Eurostat ci segnala anche che l’Italia è il paese europeo con la più alta tassazione del lavoro e l’ultimo per il peso dell’imposte sui consumi finali all’interno del gettito, e in quest’ultimo caso non si tratta di una scelta di politica tributaria ma di una scelta degli operatori economici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’insuccesso della riforma degli anni settanta [1] è eclatante anche osservando la distribuzione del reddito dichiarato ai fini IRPEF. Anche se negli ultimi anni nei paesi capitalisti si è verificato un peggioramento della distribuzione del reddito, il quadro che emerge dai dati dichiarati al fisco è piuttosto quello di un paese in via di sviluppo, in cui una piccolissima elite dichiara dei guadagni molto alti mentre la maggioranza si trova in una situazione al limite della sopravvivenza.
La prova che dietro questa situazione si annidi una forte sotto-dichiarazione del reddito è fornita dall’ISTAT, che dal 2001 quantifica ufficialmente la parte del sommerso economico presente nel PIL italiano. Il sommerso economico costituisce una parte di quella che viene definita come “economia non osservata” e riguarda le attività economiche legali che vengono deliberatamente occultate alle autorità allo scopo di ridurre i costi di produzione, tramite la contravvenzione di norme fiscali e contributive. Nel 2006 queste attività rappresentavano una cifra compresa tra i 226 e 250 miliardi di euro, pari a circa il 16% del PIL. Un’altra stima dell’ampiezza del fenomeno dell’evasione è contenuta in Pisani e Polito (2006) [2]. Essa si basa su un confronto tra i dati fiscali contenuti nelle dichiarazioni IRAP con quelli statistici elaborati dall’ISTAT. L’evasione è ottenuta per differenza sottraendo i dati di fonte amministrativa, opportunamente resi confrontabili, da quelli statistici che come visto offrono una rappresentazione macroeconomica che include l’evasione. In questo modo l’evasione totale, stimata nel 2002 a 192.415 milioni di euro, può essere scomposta in una quota generata da attività di evasione per via, per cosi dire, amministrativa (tramite la sotto-fatturazione dei ricavi o il gonfiamento artificiale dei costi intermedi) ed una prodotta utilizzando di lavoro irregolare (81.000 milioni di euro, il 42% del totale).

Un’altra stima basata sul confronto tra dati statistici ed amministrativi riguarda l’adempimento dell’IVA [3]. Tale stima va oltre i confini dell’imposta sul valore aggiunto, poiché fornisce anche una buona proxy dell’evasione dell’imposta sui redditi da impresa. Infatti tutte le pratiche che comportano un’evasione dell’IVA permettono di evadere anche la tassazione diretta. La base imponibile non dichiarata (BIND) è sempre stata all’incirca la metà di quella dichiarata e, come si vede nella figura 2, ha rappresentato una percentuale oscillante tra il 27 ed il 37% della base totale (BIT) con un chiaro ciclo economico-politico.

 

Probabilmente la questione dell’evasione deve essere affrontata partendo dal presupposto che la sua diffusione nelle diverse categorie di contribuenti non è una questione “antropologica” ma è strettamente connessa con le opportunità concesse dal sistema fiscale [4]. L’aspetto cruciale diventa affrontare il problema del recupero di gettito senza scinderlo dall’altra questione chiave: distribuire in maniera uniforme il prelievo. Le stime precedenti sulla pressione fiscale effettiva ci dicono che nel caso in cui si riuscisse a portare l’evasione a livelli modesti lo Stato si troverebbe con un surplus di entrate fiscali. L’extra-gettito ottenuto dalla lotta all’evasione potrebbe essere utilizzato per diminuire il livello generale delle imposte, premiando coloro che le hanno sempre pagate.

Si tratta di una proposta vecchia ma sempre attuale perchè mai realizzata. L’obiettivo è realizzare un sistema poggiato su due piloni. Il primo è una maggiore equità, che non vuol dire fissare aliquote più alte che come abbiamo vista nel caso dell’IVA in Italia è una misura completamente velleitaria, ma ridurre l’evasione tramite un’IRPEF finalmente onnicomprensiva che misuri (e tassi) tutto ciò che viene trattato in maniera ingiustamente differenziata (come i redditi da capitale) o forfettaria (i redditi da impresa); una radicale semplificazione della legislazione tributaria, che sconta un accumulo trentennale di migliaia di leggi, regolamenti, pareri, circolari e sentenze; e finalmente un aumento dell’efficienza della spesa pubblica, in modo da aumentare la percezione che “le mie tasse servono a qualcosa”.

Il secondo elemento fondante è la deterrenza fornita dall’amministrazione fiscale, tramite un aumento della qualità e della quantità dei controlli, un particolare impegno nel sorvegliare la concessione degli incentivi fiscali, dei rimborsi e delle compensazioni (in passato fonte di numerosi abusi specie in materia di IVA) ed il rafforzamento dell’attività di riscossione, riducendo lo scarto tra somme accertate, somme definite e somme riscosse. Le attività di accertamento e di riscossione devono essere intese come complementari visto che non riscuotere i crediti corrispettivi alle sanzioni comminate rende perfettamente inutile l’azione di accertamento. La deterrenza è infatti un processo che si autoalimenta: un suo maggiore livello causa una riduzione della platea di soggetti da sottoporre a controllo periodico e quindi una migliore qualità degli accertamenti, il che crea a sua volta una deterrenza più alta.

Se si vogliono rimuovere gli effetti non basta però colpire i fattori che permettono ad essi di manifestarsi (cioè l’assetto del sistema tributario) ma occorre lavorare anche sulle cause originarie. Sicuramente non si tratta di un cammino in discesa. L’ottimismo della ragione può fare appello a quanto ci insegna la teoria economica: la disponibilità di regole sociali, rinforzate dall’autorità dello Stato che ne sancisce il carattere condiviso e ne assicura il rispetto, permette il raggiungimento di situazioni in cui il benessere collettivo, sia in termini di pressione fiscale che di efficienza della spesa pubblica, sono molto maggiori rispetto a situazioni in cui ognuno agisce in maniera scoordinata inseguendo il proprio interesse individuale [5].

Il coordinamento tra agenti necessario al raggiungimento di un nuovo equilibrio (la cui efficienza non è mai nota ex-ante) può essere guidato dalla sfera politica, la quale intercetta la domanda politica esistente in questo campo (che potrebbe anche essere maggioritaria) coagulando il consenso necessario a legittimare il nuovo compromesso istituzionale fra cittadini ed i loro rappresentanti al governo.

Sarebbero indispensabili ad esempio delle misure volte ad eliminare due delle ragioni della diffusione dell’economia sommersa [6]:

•la nota scarsa propensione delle grandi imprese italiane all’uso dell’economie di scala o agli investimenti in ricerca ed innovazione, preferendo il contenimento dei costi di produzione (quello del lavoro, in particolare) anche tramite l’estensione della subfornitura che ha contribuito alla diffusione delle PMI e dei distretti degenerando poi nella produzione in nero;

•l’inclinazione delle stesse imprese a ricercare delle rendite di posizione nei servizi privatizzati o nell’edilizia, che ha avuto la conseguenza di rendere meno dinamico il tessuto industriale italiano e di lasciare spazio all’economia sommersa in molti settori tradizionali [7].

L’attività economica sommersa approfitta di ogni situazione in cui la concorrenza si gioca sui fattori di costi e non di qualità, come avviene quando le imprese regolari non godono di un livello di produttività tale da compensare lo svantaggio in termini di costi ma va in difficoltà se esposta al confronto con chi dispone delle stesse armi ma con una potenza di molto superiore (le imprese localizzate in Cina o nei PVS).

Sarebbe sbagliato considerare le norme istituzionali come meri parametri che concorrono alla scelta ottimale da parte dell’agente massimizzante, come accade nella maggioranza dei modelli economici che analizzano l’evasione fiscale od il sommerso. Il contesto socio-economico è formato da una serie di elementi, coerenti tra loro, la cui analisi permette di comprendere perchè e come alcuni comportamenti individuali, anche se rivolti alla soddisfazione del proprio interesse, possano essere considerati ammissibili. Il comportamento economico socialmente riconosciuto come razionale è spesso il prodotto delle condizioni economico-sociali esistenti. Diverse indagini socio-economiche hanno per esempio dimostrato che il rispetto delle regole, di quelle fiscali in particolare, è positivamente influenzato dall’imitazione del comportamento delle persone vicine [8].

A questo fine è molto importante che i cittadini stessi, anche grazie al decentramento amministrativo e fiscale, sappiano ricreare quel sentimento di appartenenza alla medesima comunità (territoriale ma anche occupazionale) che dovrebbe cominciare a prevalere rispetto ad un’immagine di se stessi come meri operatori economici, cominciando a percepire la natura anti-sociale dell’evasione, la quale può favorirci come venditori o consumatori nel breve periodo ma nel medio–lungo periodo ci danneggia in quanto cittadini.

 

 *Economista, si occupa di finanza pubblica e di economia delle istituzioni.

 

[1] Per un’analisi dei vizi originari della riforma fiscale si veda l’articolo di A. Pedone: “Su alcuni problemi ricorrenti della politica tributaria italiana”, Economia Italiana n.3 del 2006.
[2] S. Pisani e C. Polito “Analisi dell’evasione fondata sui dati IRAP, anni 1998-2002”, Documento di lavoro, Ufficio Studi dell’Agenzia delle Entrate, www1.agenziaentrate.it/ufficiostudi, 2006.
[3] M. Marigliani e S. Pisani, “Le basi imponibili IVA. Aspetti generali e principali risultati per il periodo 1980-2004”, Documento di lavoro, Ufficio Studi dell’Agenzia delle Entrate, www1.agenziaentrate.it/ufficiostudi, 2007
[4] L’atteggiamento di favore nei confronti dell’evasione fiscale sembra diffuso in tutte le classi sociali, compresi i lavoratori dipendenti (in particolare gli operai). Cfr. L. Cannari e G. D’Alessio, “Le opinioni degli italiani sull’evasione fiscale”, Banca d’Italia Tema di Discussione n. 618, 2007.
[5] In Italia sembra esistere purtroppo l’atteggiamento opposto, del passeggero clandestino, poiché è aumentato il numero di cittadini che si dichiarano disponibili ad accettare una maggiore tassazione in cambio di maggiori e migliori servizi pubblici, ma contemporaneamente è diminuita la percezione della gravità sociale dell’evasione. Cfr. C. Fiorio e A. Zanardi, “L’evasione fiscale: cosa ne pensano gli italiani?”, in La finanza Publica Italiana, Rapporto 2006, Il Mulino.
[6] Cfr. anche G. Rey, “Il frutto illegittimo dell’economia italiana: un confronto nord—sud”, Lezione Rossi–Doria 2006, Ass. M. Rossi–Doria, 2006.
[7] Alcune stime econometriche confermano che l’aumento della produttività del lavoro e la diffusione delle ITC producono una diminuzione dell’economia sommersa.
[8] L’importanza dell’imitazione come elemento rinforzante la convinzione della razionalità nella scelta in una situazione d’incertezza è nota agli economisti (o almeno a chi si è preso il disturbo di leggere la General Theory) già dagli anni 30 grazie all’analisi keynesiana dei mercati finanziari


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16 giugno 2009

Emiliano Brancaccio : Draghi ci metta una pietra sopra

 

«La fiducia non si ricostruisce con la falsa speranza». Il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi chiude le sue Considerazioni annuali con una implicita stoccata a Berlusconi e alla sua allegra brigata di ottimisti, ancora convinti che da questa crisi si possa uscire a botta di sorrisi e di pacche sulle spalle. I dati riportati da Bankitalia del resto parlano chiaro: la recessione non ha ancora pienamente dispiegato i suoi effetti distruttivi, ed è già pesantissima. In Italia il crollo del reddito previsto per il 2009 ha ormai raggiunto i cinque punti percentuali e Draghi ammette che ben presto la disoccupazione «potrebbe salire oltre il 10 percento». Un dato inquietante, considerato che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non hanno diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento e che quasi un milione di dipendenti risulta coperto da una indennità inferiore ai 500 euro mensili. La relazione degli uffici tecnici di Palazzo Koch oltretutto mette in luce che il tracollo non è uguale per tutti: la precipitazione dei consumi alimentari segnala in modo evidente «il brusco impatto della crisi sulle famiglie a basso reddito». Il che la dice lunga sulla credibilità di quei giornalisti e commentatori che volutamente adoperano un linguaggio indistinto, e parlano genericamente di "famiglie italiane colpite dalla recessione". Bisognerebbe più spesso puntare l'indice contro questo linguaggio, ogni giorno sempre più fuorviante e in malafede.
Riguardo al futuro, a denti forse un po' stretti, Draghi si trova obbligato a frenare gli entusiasmi di chi già intravedeva una luce in fondo al tunnel: «I recenti segnali di un affievolimento della fase più acuta della recessione provengono dai mercati finanziari e dai sondaggi d'opinione, più che dalle statistiche finora disponibili sull'economia reale». E si sa bene quanto i sondaggi e le stesse quotazioni dei mercati possano distorcere la realtà, specialmente in una fase turbolenta come quella attuale. Per questi motivi, sembra difficile considerare l'annunciata ripresa nel 2010 alla stregua di una solida previsione fondata su elementi concreti. Piuttosto, bisognerebbe valutarla per quello che è: poco più di un flebile auspicio.



Dalle Considerazioni annuali del governatore della Banca d'Italia scaturisce dunque una cruda esposizione dei fatti, che costringe a prendere atto della durissima realtà di questa crisi.
Tuttavia la fredda analisi dei dati non sembra accompagnata da riflessioni altrettanto convincenti nel momento in cui Draghi passa ad esaminare le cause della recessione e le misure per fronteggiarla.
Sulle cause, il governatore si attarda sulla interpretazione finora dominante della crisi, considerata come il banale riflesso di una carenza di regolamentazione presso i principali centri della finanza mondiale. Sui rimedi, Draghi sostiene senza indugio le massicce iniezioni di denaro pubblico a sostegno dei capitali privati, ed anzi invita le autorità ad andare oltre, per esempio diffondendo garanzie pubbliche sui prestiti a rischio o autorizzando la sospensione dell'obbligo di versare all'Inps le quote di Tfr. Quando poi si tratta di pagare il conto per arginare la conseguente espansione del debito pubblico, il governatore concede un breve acuto sulla lotta all'evasione ma poi torna a fischiettare gli antichi motivetti liberisti: innalzamento dell'età pensionabile, riduzione della spesa pubblica corrente, riduzione di fatto dei trasferimenti al Sud, liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Eppure, se riconoscesse che al fondo delle cose questa può ben definirsi la crisi di un mondo di bassi salari (diretti e indiretti), il governatore dovrebbe conseguentemente ammettere che le sue ricette accentuano le disuguaglianze sociali, e quindi rischiano di aggravare anziché attenuare la caduta in corso del reddito e dell'occupazione.
L'ostinazione di Draghi ha un che di affascinante e di grottesco, al tempo stesso. Egli non sembra ancora disposto a riconoscere il fallimento delle soluzioni liberiste propugnate in questi anni, ed anzi pare in alcuni momenti cimentarsi in vere e proprie arrampicate sugli specchi pur di difenderle. Ad esempio il governatore lancia l'allarme sul crollo dei rendimenti dei fondi pensione aperti e negoziali, che sta sollevando forti dubbi sulla loro effettiva sostenibilità. Subito dopo, però, il capo di palazzo Koch sostiene l'esigenza di preservare il pilastro previdenziale fondato sulla capitalizzazione ed invoca la diffusione di nuovi prodotti finanziari che riducano la rischiosità degli investimenti man mano che ci si avvicini al pensionamento. Una nuova finanza creativa che venga in soccorso alla vecchia? Forse il governatore farebbe meglio a rassegnarsi e a metterci una pietra sopra.


8 aprile 2009

Victor Castaldi : liberati i manager, riprendono le trattative

 

Abbiamo vinto? Non saprei, mi sembra presto per dirlo, ma certo abbiamo segnato un punto a nostro favore». Benoit Nicolas, delegato sindacale Cgt della Caterpillar di Grenoble non nasconde il proprio ottimismo, ma ci tiene anche a restare con i piedi per terra, sa bene che il conflitto sarà ancora molto lungo e difficile. Quando lo raggiungiamo al telefono le agenzie hanno battuto da poco la notizia che i quattro manager “trattenuti” per ventiquattr’ore dagli operai sono di nuovo liberi: hanno passato la notte sulla moquette di un ufficio della direzione e al mattino sono stati svegliati dai lavoratori con croissant caldi e caffè e la notizia che la trattativa era stata sbloccata.
«Abbiamo ottenuto molti impegni dai vertici europei e americani del gruppo - spiega ancora Nicolas - ora dovremo verificare che vengano rispettati. Ci hanno promesso che i lavoratori perderanno una minima parte del salario con la cassa integrazione e che non ci sarà nessun
licenziamento. Per questo abbiamo deciso di sospendere l’occupazione degli uffici e abbiamo ripreso a trattare». E i quattro dirigenti bloccati dagli operai sono potuti tornare a casa.
Si è concluso così il terzo “sequestro” del genere avvenuto in Francia nelle ultime settimane, dopo quelli dei dirigenti di Sony France e dell’azienda 3M. Ieri, a fare le spese del duro clima sociale che si respira da alcuni mesi in Francia era stato il patron del gruppo del lusso Ppr, Francois Henri Pinault, bloccato per un’ora in un taxi, a Parigi, da una cinquantina di dipendenti in stato di agitazione contro la prospettiva del licenziamento. «Non sappiamo ancora se torneremo a occupare l’azienda - ci racconta ancora al telefono il delegato della Cgt, la maggiore confederazione sindacale del paese - ora serviva mettersi attorno a un tavolo e lo abbiamo fatto». L’azienda di Grenoble, leader mondiale delle macchine per cantieri, sta infatti discutendo da tempo di un piano di ristrutturazione che prevede 733 licenziamenti su un totale di 2.800 lavoratori presenti oggi nello stabilimento di Grenoble. Tra i segnali che hanno contribuito a sbloccare la situazione della  Caterpillar c’è stato probabilmente anche quello lanciato dal Presidente della Repubblica Nicolas Sarkzoy che, in partenza per il vertice del G20 di Londra, si era detto deciso, in un’intervista radiofonica, a «salvare lo stabilimento e difendere i posti di lavoro». La crisi della Caterpillar, aveva però aggiunto il Presidente, è globale e arriva a seguito della caduta di domanda di costruzioni - solo in Usa in diminuzione dell’80% -. Così l’azienda ha annunciato già a gennaio la soppressione di 22mila posti di lavoro, tra cui i 733 di Grenoble, su un totale di 113mila dipendenti in tutto il mondo. Le parole di Sarko avevano conosciuto subito anche un piccolo pendant politico, visto che al leader del centrodestra transalpino aveva replicato l’ex candidata socialista all’Eliseo Segolene Royal che aveva replicato con tono sarcastico: «Con me all’Eliseo Caterpillar e altre aziende che rischiano la chiusura sarebbero salve».



Per il momento il peggio sembra essere stato evitato, ma il confronto tra i rappresentanti dei lavoratori e la direzione della Caterpillar France resta serrato. I negoziati sul piano di ristrutturazione sono ripresi già ieri - terminato il blocco della fabbrica - alla presenza
di dirigenti europei e statunitensi del gruppo, oltre ai quattro ex “sequestrati” e dei rappresentanti del Ministero del lavoro francese. Secondo la stampa economica d’oltralpe le trattative non riusciranno probabilmente a salvare tutti i posti di lavoro minacciati di soppressione, ma potranno offrire migliori condizioni economiche ai lavoratori destinati ad andare via. Di altro avviso, naturalmente, il sindacato. «La direzione ha accettato anche di pagarci i tre giorni di sciopero, è un fatto storico - ci dice Benoit Nicolas - Sarkozy ha detto che garantisce lui per l’azienda e i nostri posti di lavoro. Per il momento stiamo a quello che ha dichiarato. C’è un calendario per la trattativa, gli incontri sono già cominciati, non dobbiamo essere pessimisti. Anche perché noi siamo pronti a riprendere la nostra lotta in forme anche più dure. Il nostro obiettivo è sempre stato chiaro: licenziamenti zero».


8 aprile 2009

Anna Maria Merlo, assalto al miliardario

 

L'ultimo in ordine di «sequestro» è anche il più illustre. François-Henri Pinault, presidente del gruppo Ppr e collezionista d'arte, proprietario di Palazzo Grassi a Venezia, è stato bloccato ieri pomeriggio per un'ora in un taxi in rue de Javel a Parigi (XV arrondissement), da un centinaio di dipendenti della Fnac e di Conforama, che protestano per un piano di ristrutturazione delle due società che prevede il licenziamento di 1200 persone: «Pinault, restituiscici i nostri posti di lavoro», hanno scandito i dipendenti, che hanno circondato il taxi, dove Pinault era salito dopo un consiglio di amministrazione. La polizia è intervenuta. Ma già nella mattinata gli operai della fabbrica Caterpillar di Grenoble avevano sequestrato cinque dirigenti, tra cui il direttore Nicolas Polutnick, con lo scopo di ottenere migliori condizioni di licenziamento. La Caterpillar, che ha due fabbriche nella regione di Grenoble, ha previsto di licenziare 733 persone sulle 2500 che impiega in Francia (il programma di ristrutturazione della multinazionale che produce macchinari per i cantieri è di 24mila licenziamenti nel mondo, dopo un crollo delle ordinazioni del 55%). 




«Non li lasceremo andare», ha affermato Benoît Nicolas, della Cgt. «Abbiamo proposto di passare a 32 ore, ma la direzione non ne ha voluto sapere - ha aggiunto il sindacalista - abbiamo delle proposte per limitare l'impatto dei licenziamenti», mentre da settembre gli operai di Grenoble sono in cassa integrazione 3 settimane su 4. Gli operai chiedono delle indennità di licenziamento pari a 3 mesi di salario per anno di anzianità e un minimo di 30mila euro, mentre la Caterpillar non intende oltrepassare 0,6 mesi di salario per anno e 10mila euro come minimo. Nel tardo pomeriggio un dirigente è stato liberato, mentre la polizia era pronta a intervenire. Nicolas Polutnick, che ha potuto incontrare dei politici locali, resta sulle sue posizioni: «Bisogna assolutamente che facciamo attenzione agli interessi dell'impresa - ha ribadito - per non dover essere obbligati a gestire non solo la perdita di 733 posti di lavoro, ma la totalità».
È la quarta volta in poche settimane che dei dirigenti vengono sequestrati in Francia dagli operai spinti alla disperazione dai piani di licenziamento. Era successo a metà marzo alla Sony di Pontonx-sur-l'Adour, nelle Landes, poi alla 3M di Pithiviers il 26 marzo. Ma al di là di questi episodi, la radicalizzazione dei conflitti sociali sta diventando moneta corrente in un paesaggio di desolazione sociale. Ieri, i rappresentanti del consiglio di fabbrica della Continental di Clairoix, in Piccardia, che è destinata alla chiusura il prossimo anno - 1120 persone resteranno senza lavoro - hanno lasciato la riunione con i dirigenti dopo dieci minuti: era stata organizzata a centinaia di chilometri dal sito della fabbrica, in un albergo a due stelle vicino all'aeroporto di Nizza, per evitare le manifestazioni. Una sentenza ieri ha sospeso la chiusura, chiedendo chiarimenti alla direzione tedesca. Nicolas Sarkozy è stato fortemente contestato nella visita a Châtellerault (Vienne), dove ha parlato delle «misure prese per far fronte alla crisi»: ma il presidente non si è accorto di nulla, perché un migliaio di agenti di polizia avevano bloccato la città, per contenere e mantenere a distanza la manifestazione di protesta, a cui hanno partecipato anche numerosi studenti, in una regione molto colpita dalla crisi. Ci sono stati nove fermi. A Gandrange, in Mosella - altra regione disastrata dalla crisi industriale - dove un anno fa Sarkozy aveva promesso un intervento per evitare la chiusura dell'acciaieria (aveva persino promesso di venire in vacanza con Carla), gli operai della Arcelor-Mittal hanno manifestato tristemente: la fabbrica ha chiuso ieri definitivamente, dopo aver licenziato i 575 operai.
L'esasperazione cresce, alimentata dalle notizie giornaliere su bonus, paracadute d'oro e stock option che finiscono nelle tasche dei manager: ieri, la polemica ha riguardato la "pensione" di Daniel Bouton, ex presidente della banca Société Générale (quella dello scandalo del trader Kerviel), che avrebbe un comodo emolumento di un milione di euro l'anno per gli anni della vecchiaia. Il governo ha anche varato un decreto per limitare i bonus, ma la moderazione riguarda solo le sei banche che hanno ricevuto aiuti dallo stato e le due case automobilistiche (Peugeot e Renault) e ha come limite temporale la fine del 2010. Ieri è scoppiato uno scandalo di evasione fiscale per Adidas, Michelin e Edf, con soldi in Lichtenstein. L'esasperazione cresce perché i cittadini hanno la sensazione che «la crisi non sia condivisa da tutti», spiega a Le Monde Jean-Michel Denis, del centro studi sul lavoro. I lavoratori sentono che «non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare», analizza un sindacalista per spiegare reazioni estreme come i sequestri dei dirigenti. «Una pratica detestabile, testimone dall'esasperazione dei lavoratori e segnale dell'assenza di dialogo sociale», secondo Patrick Devedjian, l'inesistente ministro del Rilancio.


8 aprile 2009

Emilano Brancaccio : lavoratori in campo ma la politica latita

 A  Parigi cento operai a rischio di licenziamento bloccano l’auto del patron del gruppo PPR, blasonato leader dell’industria del lusso. A Grenoble, i lavoratori della Caterpillar trattengono i manager negli uffici dell’azienda, per costringerli alla riapertura delle trattative contro il licenziamento di oltre 700 dipendenti. A Pithiviers, pochi giorni prima, la stessa sorte era capitata al direttore della filiale francese di una nota azienda farmaceutica americana. La “caccia al manager” che imperversa in Francia ha suscitato scandalo e imbarazzo presso i grandi media, ma la verità è che si tratta di una buona notizia. E’ il segnale che sui luoghi di lavoro inizia a maturare una consapevolezza: senza mobilitazione, senza lotta, i lavoratori saranno vittime predestinate della crisi di un sistema che dopo averli lungamente spremuti ora intende farli fuori senza tante cerimonie.  




Altro che scandalo, dunque. Piuttosto, occorre augurarsi che anche in Italia e nel resto d’Europa i lavoratori trovino la forza necessaria per opporsi, azienda per azienda, a un’ondata di licenziamenti che si annuncia pesantissima, e la cui velocità di propagazione sta oltrepassando persino quella del famigerato 1929. Al tempo stesso, però, bisogna comprendere che le mobilitazioni sui luoghi di lavoro, oggi più che mai necessarie, sono insufficienti per indicare una via d’uscita dalla crisi che realmente tuteli gli interessi della classe lavoratrice. In questa fase, infatti, i lavoratori in mobilitazione agiscono sulla base della paura, della disperazione e dell’istinto naturale alla difesa dell’occupazione. La loro azione a presidio delle unità produttive a rischio è impetuosa, e spesso efficace. I lavoratori tuttavia avvertono una debolezza nelle loro iniziative che deriva dal fatto che essi agiscono in assenza di riferimenti politici, un’assenza che a lungo andare potrebbe minare la forza delle loro rivendicazioni. La sensazione, in proposito, è che vi sia un clamoroso ritardo nella percezione della enormità della crisi da parte delle rappresentanze storiche del lavoro, sul versante sia sindacale che politico. In Italia, per citare un esempio, si è gridato a una fantomatica svolta “a sinistra” da parte del Partito democratico dopo che il neo-eletto segretario si è azzardato a proporre una imposta una tantum sui contribuenti più ricchi al fine di ricavare cinquecento milioni di euro da destinare ai soggetti maggiormente colpiti dalla crisi. La proposta è oggi in bella mostra lungo le strade del paese, su cartelli formato gigante che farebbero ombra ai celebri manifesti delle campagne berlusconiane. Ma chi si affretta oggi a lodare questo presunto “nuovo corso” del PD è a conoscenza del fatto che cinquecento milioni rappresentano appena lo zero virgola tre per mille del reddito nazionale? Una somma persino difficile da pronunciare, la cui ridicolaggine solleva dubbi non sulla buona fede, ma sullo stesso senno dei fautori dell’iniziativa.
Il PD italiano non è il solo partito imbambolato di fronte al tracollo sistemico in atto. Tutte le forze del socialismo europeo si mostrano incapaci di reagire all’emergenza storica che si para di fronte ad esse, e che contraddice totalmente il fideismo liberista al quale si erano pressoché all’unisono votate. Le destre approfittano della paralisi socialista gettando fumo negli occhi dei lavoratori: un giorno mettendo gli impotenti prefetti a far finta di vigilare sulle erogazioni delle banche foraggiate, un altro lamentandosi dell’immoralità degli speculatori finanziari, e sempre puntando a dividere la classe lavoratrice, privati contro pubblici, precari contro protetti e soprattutto nativi contro immigrati. In una fase decisiva per il corso futuro degli eventi, insomma, ci troviamo al cospetto di un immane vuoto politico, che rischia di vanificare le sacrosante azioni rivendicative dei lavoratori che ogni giorno riempiono le cronache dei territori colpiti dalla crisi. Per sostenere queste mobilitazioni occorre allora un cambio di mentalità politica. Occorre cioè che si interpreti la crisi non come il frutto di una diffusa immoralità finanziaria, ma come l’esito di un sistema contraddittorio, che espande enormemente la capacità produttiva dei lavoratori ma al tempo stesso controlla rigidamente la loro capacità di spesa. Si tratta di un sistema giunto al capolinea, la cui agonia distruttiva non potrà certo esser mitigata dai pannicelli caldi dei democratici nostrani o dalle improbabili quadre del G20, già fallito ancor prima di iniziare.


31 marzo 2009

Bruno Bosco : un’ Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie

 L’analisi della crisi finanziaria in atto, ultima di una lunga serie prodottasi a partire dall’inizio degli anni Novanta, rafforza la necessità, che molti economisti non aderenti al mainstream avevano per la verità già delineato da tempo, di rispondere al mutato ruolo della finanza interna ed internazionale.
Questa, da ancella dell’economia reale si è progressivamente trasformata in un autonomo strumento di rischiosa valorizzazione del capitale, con disseminazione sociale del rischio connesso a tale valorizzazione. L’attuale crisi rende evidente che la rischiosità, lungi dal rimanere confinata agli ambiti e ai soggetti consapevolmente partecipi dei mercati finanziari, viene facilmente traslata sulla collettività sia direttamente (si pensi ai pacchetti di prodotti finanziari venduti a ignari risparmiatori) sia indirettamente (attraverso i salvataggi che finiscono per gravare sui contribuenti e sugli utilizzatori dei servizi pubblici). Ciò è particolarmente pesante in relazione ai Fondi Pensione in tutti quei casi in cui le normative che ne regolano la gestione non prevedano idonee salvaguardie e garanzie di rendimento. La recente (ri)pubblicizzazione argentina rappresenta il degno epilogo delle politiche ispirate dal mantra liberista in questo campo. Lo strumento fiscale, all’interno di una più ampia azione di regolamentazione degli strumenti e dei soggetti finanziari, può contribuire a limitare le conseguenze avverse (sul piano della distribuzione e dell’efficienza sociale) della socializzazione del rischio che consegue alla crisi. A tale proposito due recenti proposte statunitensi possono rappresentare un utile punto di riferimento per politiche europee di tassazione delle attività finanziarie.

Due proposte dagli USA

Negli Usa, dove non esiste l’IVA ma viene applicata un’imposta sulle vendite (sales taxes and use taxes – che rappresentano le principali fonti di finanziamento dei governi statali e locali) si è da qualche tempo avviata una discussione sulla possibilità di introdurre un’imposta generalizzata e proporzionale sul valore delle transazioni, reali e finanziarie. Nel 2004 il Congressional Research Service (CRS[1]) la considerava una proposta atta a semplificare il sistema e a ridurre i costi di adempimento e di gestione. Con riferimento all’ambito specifico delle transazioni finanziarie, poi, il CRS riteneva che una simile imposta avrebbe potuto prevenire le transazioni speculative in strumenti finanziari e recuperare indirettamente gettito da attività esercitate in nero.
Più di recente, Jeffrey Frankel[2] ha proposto al Congresso USA di accompagnare l’acquisizione dei titoli tossici (il Trouble Asset Relief Program, TARP) con uno strumento definito “nuovo”: a small tax on securities market transactions; diciamo una versione speciale dell’imposta (generale) sulle transazioni discussa dal CRS. Secondo Frankel tale imposta era, tra le altre cose, fortemente motivata politicamente quale alternativa alle prebende settoriali e localistiche introdotte nella seconda versione, poi approvata, del TARP. In effetti, anche sulla base di esperienze precedenti, Frankel non sembra dare molto peso all’effetto (negativo o positivo) di una simile imposta sulla volatilità dei titoli, ma sottolinea invece il valore politico, e comunicativo, dell’imposta e del gettito che verrebbe ottenuto.

La rivincita della Tobin Tax

Tobin Tax è esplicitamente citata sia nello studio del CRS sia nell’articolo di Frankel.
Nelle intenzioni di James Tobin, premio Nobel per l’economia nel 1978, la Tobin tax avrebbe dovuto colpire un insieme di operazioni di acquisto di strumenti finanziari denominati in una moneta ed effettuate attraverso pagamenti in un’altra moneta mediante l’applicazione, ad ogni operazione, di un’aliquota fissa che poteva collocarsi tra lo 0,05% e lo 0,25% del valore dell’operazione. L’obiettivo fondamentale dell’imposta era quello di gettare dei “granellini di sabbia” negli ingranaggi della finanza internazionale, riducendo la volatilità dei cambi e quindi dando un po’ più di agio alle politiche di aggiustamento macroeconomico (nazionali ed internazionali). In estrema sintesi, l’idea di fondo è che le transazioni di natura non finanziaria si compiono generalmente attraverso un numero di operazioni nettamente inferiore rispetto a quelle di natura finanziaria – e queste ultime attraverso un numero di operazioni ancora minore di quelle poste in essere a fini esclusivamente speculativi – cosicché, solo le seconde verrebbero interessate dall’imposta in modo significativo, nonostante la “bassa” aliquota. Questa indiretta selettività dell’imposta ne è una caratteristica cruciale in quanto sono le transazioni di natura finanziaria (e in particolare quelle di natura speculativa) quelle che rendono volatili i tassi di cambio. Tuttavia, della Tobin Tax possiamo dare una più ampia interpretazione e collocarla all’interno del dibattito sugli strumenti di controllo dei flussi internazionali di capitale (depositi infruttiferi, contingentamento delle esportazioni di capitale, ecc.). In questa più ampia e interessante prospettiva[3], il peso dell’aliquota può certamente essere maggiore fermo restando che l’obiettivo prioritario della tassa non è il gettito ma il controllo sui movimenti di capitale e, per tale via, l’allentamento dei vincoli che le variazioni dei tassi di interesse internazionali pongono alle politiche macroeconomiche di sviluppo e di redistribuzione.
La discussione sulla Tobin tax, avviata negli anni immediatamente successivi alla fine di Bretton Woods, e riavviata dopo le crisi dello SME nel 1992-93 e del peso messicano nel 1994, si è bruscamente interrotta alla fine degli anni Novanta. Nel 1996, il Senatore Bob Dole insieme ad altri tre colleghi presentarono al Senato americano una proposta legislativa dal titolo (abbreviato) “Prohibition on United Nations Taxation Act 1996“. Con tale provvedimento si faceva divieto ai funzionari delle Nazioni Unite o di loro Agenzie di elaborare e promuovere schemi di tassazione internazionale basati sulla Tobin tax. Purtroppo questa proposta di legge conseguì il suo obiettivo e, dal 1996 in avanti, negli studi delle Nazioni Unite non si trova più traccia di proposte ispirate alla Tobin tax. Con il ritorno al governo dei repubblicani negli USA, e di fronte alla globalizzazione apparentemente trionfante e inarrestabile, fino a poco tempo fa la Tobin tax sembrava destinata a rimanere nel libro dei sogni di qualche associazione non governativa.
Tuttavia, la Tobin tax è chiaramente l’antenato nobile delle proposte del CRS e di Frankel da ultimo richiamate e la semplice discussione della loro possibile introduzione rappresenta la miglior risposta che i fatti potevano dare alla politica seguita nel 1996 dal Congresso USA.
Le due proposte brevemente esaminate in precedenza condividono molti degli elementi della Tobin tax, in particolare l’idea di tassare gli scambi, sebbene in modo proporzionale al valore degli stessi, oltre ai redditi che da essi conseguono. Ciò è giustificato dal fatto che la tassazione dei redditi segue degli schemi (ad esempio, la distinzione tra rendimenti fissi e contingenti) che si sono rivelati incapaci di evitare l’elusione fiscale attuabile attraverso i nuovi strumenti finanziari.



Una proposta per l’Europa

La differenza principale tra la Tobin tax e le imposte sulle transazioni finanziarie sta ovviamente nell’oggetto, che in un caso è limitato alle transazioni in valuta e nell’altro si estende a tutte le transazioni finanziarie, comprese quelle che avvengono senza cambio di valuta. Le ragioni addotte nello studio del CRS e nell’articolo di Frankel sembrano ugualmente valide anche per l’Europa, sebbene questa sia caratterizzata da un tasso di innovazione finanziaria, e da una deregulation del sistema bancario, meno marcati rispetto a quelli americani. Attraverso un accordo con la nuova amministrazione USA e con le maggiori piazze finanziarie mondiali si potrebbe pensare di arrivare ad un’Imposta Europea sulle Transazioni Finanziarie, realizzate all’interno dei singoli mercati nazionali indipendentemente dalla divisa in cui avvengono le transazioni. Questa riprenderebbe l’idea fondamentale di tassare, in misura da valutare con prudenza ma senza timori reverenziali, il controvalore degli scambi finanziari in modo da incidere prevalentemente sui contratti e sugli strumenti finanziari di più accentuato contenuto speculativo. Avrebbe, se accompagnata da altre misure (controllo delle cartolarizzazioni dei mutui, sorveglianza sulla gestione dei portafogli dei fondi pensione, ecc.) la finalità di contribuire alla stabilizzazione dei mercati e di raccogliere sul territorio europeo un significativo gettito da finalizzare all’aumento del (magro) budget dell’Unione. Ma, avrebbe anche il vantaggio di correggere in senso equitativo l’attuale sbilanciamento della struttura della tassazione così come questa si caratterizza in quasi tutti i Paesi europei. In Europa, infatti, è alta la tassazione dei redditi, e in parte dei profitti, ma essa penalizza fortemente il lavoro e le imprese a vantaggio dei redditi di natura finanziaria. Se non si intendono trattare le rendite finanziarie in modo sostanzialmente analogo agli altri redditi, allora un riequilibrio (ed un gettito) lo si può ottenere tassando le transazioni che ne sono il presupposto. Infine un’imposta di questo tipo andrebbe nella direzione recentemente indicata da Stiglitz[4] nella sua discussione su crescita sostenibile e politiche di sinistra. La sostenibilità della crescita non riguarda solo l’ambiente naturale ma anche il finanziamento dei consumi (compresi quelli sociali) e della spesa sociale che non può essere perennemente affidato all’indebitamento o limitata da restrizioni di gettito. La spesa sociale ed infrastrutturale deve essere aumentata e per questo occorrono fonti di finanziamento nuove, ad ampia base e diverse da quelle tradizionalmente date da redditi e profitti.


30 marzo 2009

Giuseppe Travaglini : le cause della crisi nell'economia reale

 

Nel dibattito sull’attuale situazione economica internazionale ci si interroga spesso sulle cause prime della recessione. Elementi di natura finanziaria e reale si intrecciano, difatti, così fittamente da rendere difficoltoso il tentativo di dipanare e ordinare i fattori economici e istituzionali che alimentano il domino della crisi mondiale.
Tanto che la difficoltà di sciogliere il nodo della relazione tra crisi finanziaria e reale si è manifestata in un iniziale immobilismo e nella successiva indecisione dei governi di scegliere il capo della corda da cui risalire la crisi, come se vi fosse il dubbio sulle cause alla base della recessione, siano esse di natura finanziaria piuttosto che reale. In questa prospettiva, oggi è divenuto più chiaro che, al di là del disordinato e spesso truffaldino operare dei mercati finanziari dell’ultimo decennio, alcune responsabilità nel manifestarsi della crisi sono di natura reale e riconducibili essenzialmente a due fenomeni: (1) il crescente squilibrio tra i disavanzi del conto corrente delle bilance dei pagamenti, che lega i paesi economicamente avanzati a quelli di nuova industrializzazione o produttori di petrolio; (2) il mutamento della distribuzione del reddito a scapito del lavoro, che ha agito da detonatore dei processi di indebitamento.
Guardiamo più da vicino a cosa è accaduto nelle maggiori economie mondiali tra il 1996 ed il 2008. Negli Stati Uniti il deficit commerciale è cresciuto enormemente fino a raggiungere la soglia del 4.5% del Pil. Una dinamica simile si è registrata nelle principali economie europee ed extra europee, ad eccezione della Germania. A livello mondiale il valore aggregato dei deficit deve essere esattamente compensato dagli avanzi commerciali dei restanti paesi. Così non sorprende che all’emergere di questo disavanzo commerciale abbia fatto da contraltare l’avanzo dei paesi esportatori di petrolio e di nuova industrializzazione come la Cina e l’India. E’ invece sorprendente il fatto che il risparmio si sia generato nelle economie emergenti in misura tale da far parlare il governatore della Fed Ben Bernanke di un vero e proprio Saving Glut (eccesso di risparmio).
Qual è stata la conseguenza di questa offerta di risparmio per i flussi internazionali di capitale? La contabilità nazionale insegna che il saldo delle partite correnti è necessariamente identico alla differenza tra il risparmio e gli investimenti nazionali. Ad ogni deficit commerciale corrisponde quindi un eccesso d’investimento sul risparmio nazionale. Così, il crescente risparmio dei paesi emergenti è entrato nel circuito internazionale finanziando l’investimento dei paesi industriali con disavanzo commerciale, che sono divenuti contemporaneamente importatori netti di merci e di risparmio. Questo fenomeno ha avuto una dimensione non paragonabile a quella dei decenni precedenti, anche facilitato dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale a livello internazionale. La conseguenza è stata l’accumulo di un debito netto notevole verso l’estero nelle economie avanzate, e la formazione di un eccesso di risparmio globale associato a bassi tassi di interesse di lungo periodo. Così negli ultimi quindici anni è diminuito il risparmio nazionale nei paesi economicamente avanzati, con una conseguente esposizione in termini di indebitamento verso il resto del mondo.
Il disequilibrio esterno delle partite correnti si è riflesso in un corrispondente squilibrio finanziario interno. Se, per esempio, guardiamo all’Italia, la controparte del disavanzo commerciale è stata il deficit pubblico a cui si è affiancato quello crescente delle imprese. Le famiglie italiane invece detengono ancora oggi ricchezza netta, anche se in diminuzione rispetto agli anni precedenti. Nell’ultimo decennio infatti la caratteristica più saliente è stata una dinamica dei consumi delle famiglie superiore a quella del reddito disponibile, che è progredito con grande lentezza, sicché il risparmio si è costantemente ridotto. La diminuzione della quota del risparmio è stata inoltre accompagnata dal crescente indebitamento per sostenere i consumi.
Per riassumere. Sovrabbondanza di risparmio nei paesi emergenti, e sua asimmetrica distribuzione a livello mondiale, diminuzione della propensione al risparmio nelle economie industrializzate, e crescente indebitamento strutturale delle stesse hanno caratterizzato il quindicennio appena trascorso. Oggi, il superamento della crisi, oltre alla ridefinizione di “regole” internazionali, richiede il riequilibrio dei bilanci (pubblici e privati) con leva finanziaria è elevata. Tuttavia, la riduzione dell’indebitamento nasconde un paradosso. Essa implica un riequilibrio tra risparmio e consumi che nel breve periodo può aggravare la recessione perché un risparmio crescente contribuisce a deprimere il consumo e gli investimenti, avvilendo ulteriormente la produzione e l’occupazione. L’apparente assurdità di voler superare la crisi sostenendo i consumi risiede nel timore di cadere nel “paradosso della parsimonia” secondo cui un aumento del risparmio nel breve periodo può portare ad una minore crescita della produzione.




A questo fenomeno se ne aggiunge un secondo. Il consumo non dipende solamente dal reddito corrente, ma anche dalla ricchezza e dalle aspettative sul reddito futuro. La prima è in contrazione per la caduta dei valori di borsa e di quelli immobiliari, e tende perciò a deprimere il consumo. La seconda riguarda le aspettative sui redditi presenti e futuri sull’arco di una vita. Qualunque cambiamento che riduce in maniera permanente i redditi attesi futuri ha l’effetto di abbassare la domanda aggregata corrente. Inoltre, poiché anche l’investimento delle imprese dipende dai profitti attesi, se esse anticipano una recessione prolungata dei consumi si riduce l’accumulazione, con addizionali effetti negativi su produzione e occupazione. Oggi, la domanda aggregata non può essere alimentata da indebitamento aggiuntivo. D’altra parte, la formazione di nuovo risparmio privato avrebbe effetti recessivi nel breve periodo. I consumi devono perciò essere sostenuti dalla crescita del reddito disponibile, che nelle attuali condizioni economiche può derivare da uno spostamento della distribuzione del reddito a favore del lavoro.
Per affrontare quest’ultimo punto, è bene partire dall’osservazione che negli ultimi quindici anni si è registrato a livello mondiale uno spostamento della distribuzione dai redditi dal lavoro ai profitti. Se misuriamo la quota del prodotto nazionale che va ai redditi da lavoro si osserva un evidente declino dagli inizi degli anni Novanta ad oggi in tutte le economie avanzate. In Italia lo spostamento negli ultimi dieci anni è stato particolarmente evidente (8 punti di Pil pari a circa 120 miliardi dalle retribuzioni ai profitti), ma è comune a tutti i paesi dell’Europa a 27. Gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia e il Canada sperimentano un’evoluzione simile; in Francia e nel Regno Unito la distribuzione si è mantenuta inizialmente stabile, per cambiare a svantaggio del lavoro negli ultimi anni. Naturalmente, la riduzione della quota dei redditi da lavoro sul prodotto nazionale implica l’aumento corrispondente della quota del reddito nazionale a favore dei profitti.
L’aspetto controverso di questo mutamento è che esso è avvenuto in un’epoca in cui i tassi di attività e di occupazione sono tornati a crescere dopo il decennio Ottanta di diffusa disoccupazione. In Italia il tasso di occupazione è cresciuto a ritmi sostenuti. Tra il 1995 e il 2008 si sono creati tre milioni e mezzo di posti di lavoro. La crescita dell’occupazione è conseguenza diretta della moderazione salariale e delle riforme del mercato del lavoro varate a livello comunitario e nazionale che hanno accresciuto la flessibilità del rapporto lavorativo. Oggi in Italia sono più che raddoppiate le posizioni temporanee: alla fine del 2008 l’insieme dei lavoratori a termine, interinali e a progetto sfiorava i tre milioni. E poiché per circa il 90 per cento di questi lavoratori il contratto è temporaneo con scadenza entro un anno, essi sono esposti ad un rischio particolare in quanto la loro posizione lavorativa ha natura prociclica.
Il successo delle riforme del mercato del non è stato dunque completo. Infatti, l’aumento dei livelli occupazionali è avvenuto attraverso l’utilizzo di forme contrattuali transitorie, ed a questi nuovi posti di lavoro non è corrisposto il parallelo sviluppo della produttività e delle retribuzioni. Questo fatto è comune a tutte le economie avanzate, ma è particolarmente evidente in quelle europee. Vale la pena di rilevare che questo risultato dipende in maniera determinante dal modo in cui la flessibilità del mercato del lavoro è stata interpretata delle imprese ai fini dell’accumulazione di capitale e del progresso tecnologico. La scomposizione della produttività del lavoro nelle sue due componenti legate al progresso tecnico e all’accumulazione per occupato testimonia che questo rallentamento è dovuto al minore contributo del capitale per lavoratore e alla frenata del progresso tecnologico. In altri termini, la crescita della produzione è stata in gran parte trainata da quella occupazionale piuttosto che dall’accumulazione e dalla tecnologia.
Se ne può dedurre qualcosa circa le conseguenze della maggiore flessibilità e della globalizzazione del mercato del lavoro sulla crescita e sulla distribuzione del reddito? E’ sovente sostenuto che ad una maggiore flessibilità del lavoro corrisponda un’occupazione più produttiva che consente alle imprese di allocare in maniera efficiente il lavoro attraverso l’innovazione del capitale e delle tecnologie. I fatti appena ricordati ci dicono però che le cose sono andate in maniera diversa. Essi suggeriscono che la maggiore occupazione è stata indirizzata verso produzioni ad alta intensità di lavoro, a cui è corrisposta una bassa produttività e un minore progresso tecnologico. In altre parole, l’accumulazione di capitale è stata prevalente nei settori tradizionali con ridotto valore aggiunto, bassa produttività e scarsa competitività internazionale.
Insomma, la deregolamentazione del mercato del lavoro, unita alla rimozione di barriere al libero movimento internazionale dei capitali, e al mutamento tecnologico ha finito per schiacciare i redditi da lavoro nei paesi avanzati. La competizione internazionale tra aree economiche è avvenuta sul costo del lavoro, e la mobilità dei capitali e dei flussi finanziari ha richiesto una forte moderazione salariale nei paesi economicamente avanzati per trattenere le attività produttive al suo interno. Oltre ciò, la riduzione del prezzo relativo tra lavoro e capitale ha trattenuto le imprese nei settori produttivi ad alta intensità di lavoro. L’effetto ultimo è stato quello di ridurre le capacità di crescita potenziale dell’economia con riflessi negativi sul prodotto procapite, sulla produttività e sulle retribuzioni. Ne è seguito il cambiamento della distribuzione del reddito a danno del lavoro, e, un crescente indebitamento interno delle economie avanzate che è andato di pari passo con il maggiore indebitamento esterno per sostenere la domanda aggregata.
A quale conclusione arriviamo? Dai primi anni Novanta la deregolamentazione dei mercati del capitale e del lavoro ha diminuito il potere di mercato dei lavoratori con l’effetto di abbassare il loro “salario di riserva”. L’occupazione è cresciuta, mentre rallentava la dinamica delle retribuzioni. Il contributo dei redditi da lavoro alla crescita dei consumi è stato modesto, e accompagnato dal crescente indebitamento. Ma i mali non vengono mai da soli, e la ricomposizione dell’occupazione verso i settori produttivi con ridotto valore aggiunto, ha avvilito la produttività e l’accumulazione con una conseguente riduzione del rapporto capitale-lavoro, pur accrescendo la quota dei profitti. Oggi, le decisioni di spesa incorporano le attese pessimistiche circa gli andamenti futuri dei redditi. La recessione in corso e gli alti livelli di indebitamento lasciano dubitare sulla possibilità di rilanciare a breve la crescita.
La crisi attuale ha dunque radici reali e finanziarie. Su quelle finanziarie si è già scritto molto. Sulle cause reali la riflessione è ancora in corso. Qui abbiamo indicato una possibile interpretazione. La crescita degli anni Novanta è stata realizzata nelle economie avanzate importando risorse reali e finanziarie dall’estero; è stata accompagnata dallo spostamento nella distribuzione del reddito; è stata sostenuta dalla deregolamentazione del mercato internazionale dei capitali e del lavoro; è stata “gonfiata” dall’indebitamento; infine, è stata spazzata via dallo scoppio della bolla finanziaria che ha reso instabile il sistema economico mondiale.
Guardiamo ancora ai fenomeni reali. Da una parte ci sono i paesi emergenti con avanzo commerciale e risparmio netto positivo. E’ auspicabile (anche se poco credibile) un riequilibrio esterno attraverso l’impiego delle risorse reali e finanziarie a loro disposizione che rientrano nel circuito degli scambi internazionali. La domanda così finanziata potrebbe contribuire al riequilibrio dei Global Imbalances riducendo l’indebitamento nelle economie avanzate in un contesto di domanda aggregata espansiva. La maggiore richiesta di merci dall’estero avrebbe l’effetto di sostenere la domanda nelle economie avanzate, dando fiato alla produzione e agli investimenti e riequilibrando i saldi finanziari esteri.
Alcune difficoltà naturalmente permangono. Per esempio, nel regime monetario dell’euro i meccanismi di riequilibrio sono complicati. Oggi i paesi aderenti alla moneta unica registrano un deficit nelle partite correnti, tranne la Germania; ma il saldo consolidato di tutti questi paesi è positivo. Così mentre il deprezzamento del tasso di cambio sarebbe la naturale conseguenza dei deficit, con vantaggio per le merci europee che diventerebbero relativamente meno costose rispetto a quelle estere a parità di prezzi, si assiste ad un apprezzamento della valuta europea con crescenti difficoltà per le iniziative commerciali e la competitività dei paesi come l’Italia.
Ovviamente, il processo di riequilibrio esterno richiede anche un riequilibrio interno del reddito nazionale a favore del lavoro. Tuttavia, in un sistema economico aperto agli scambi internazionali non circolano solo le merci, ma anche i fattori produttivi. E anche se uno di questi ha una mobilità relativamente bassa vi sarà la tendenza ad omogeneizzare la sua retribuzione a livello mondiale. E’ questo il caso del costo del lavoro che risente direttamente della globalizzazione del mercato del lavoro, e indirettamente della crescente mobilità dei capitali. Così, il riequilibrio nella distribuzione del reddito a favore del lavoro richiede un nuovo “patto sociale” che non può limitarsi alle singole economie, ma che deve essere disegnato a livello internazionale con un coordinamento delle politiche dei redditi, pena il fallimento di ogni tentativo.


27 marzo 2009

Mario Calderoni : benvenuti in Paradiso...fiscale

 

Addio belle signore, vi saluto e vado a Singapore. Così faceva una canzone di Roberto Vecchioni degli anni Sessanta o giù di lì e nessuno ha mai capito che ci volesse andare a fare, lui, a Singapore. E’ però certo, Singapore è una bella “piazza”, intesa come paradiso fiscale,
una piazza rinomata. Una vera tigre malese: questa piccola repubblica del Commonwealth situata tra la Malaysia e l’Indonesia - caldo umido, foresta tropicale, lingua tamil, 4 milioni circa di abitanti, primo porto commerciale del mondo e terza borsa asiatica - risulta dotata di formidabili forzieri off limits. Andate e portate tutti i soldi che volete, siete al sicuro. Singapore, che in sanscrito vuol dire “città del leone”, è lontana, ma soprattutto imprendibile; e in più ha il privilegio di non essere inclusa nella lista dei 40 Paesi-ladroni. Ed è ormai un hub finanziario di importanza mondiale, un’attrazione fatale specialmente per il denaro “europeo”. In sostanza, la metà degli investimenti che partono dal nostro continente in direzione Asia, approdano qui felicemente e qui felicemente “spariscono”, cioè diventano top secret, volatilizzati attraverso l’ingegnoso sistema bancario qui in atto, degno della migliore tradizione anglosassone (la City se ne intende). Paradisi fiscali. Loro se ne infischiano della crisi, e non gliene frega niente se l’Ocse agita l’inutile minaccia della “black list”, la lista nera degli Stati che inguattano miliardi di miliardi di denaro fatto riparare all’estero e reso inaccessibile a ogni occhio di fisco, pur globale che sia. Paradisi fiscali, prendi i soldi e scappa. Dicesi “paradiso fiscale”, infatti, un territorio fuori controllo, al riparo dalla regolamentazione internazionale, con imposizione fiscale molto ridotta o addirittura assente; e con norme particolarmente rigide sul segreto bancario che consentono di compiere transazioni “coperte”. Un territorio, si capisce bene, in grado di attrarre grandi masse di capitale, non importa di quale origine, natura e provenienza, criminale o meno. Visto da questo punto di vista, insomma, un Territorio Ideale, un Paradiso, appunto. Di tali “paradisi” se ne contano attualmente tra i  40 e gli 80, a seconda delle stime (l’Ocse ne denuncia appunto 40). L’elenco è suggestivo e planetario, va’ un po’ a vedere dove arriva il Grande Denaro.Tanto per citare (e in ordine alfabetico): Andorra, Antigua, Aruba, Bahamas, Barbados, Belize, Cayman, Costa Rica, Cipro, Hong Kong, Isole Cook, Liberia, Liechtenstein, Lussemburgo, Macao, Mauritius, Panama, Samoa, San Marino, Svizzera (e metteteci anche l’Isola di Man). Le Isole Cook, le Isole Marshall e Madeira e Malta, e pure la piccola Tonga sperduta nel Pacifico ma ben attrezzata, capace di risucchiare svariati bilioni di dollari (vi ricordo che un bilione è uguale a 1.000 miliardi). Paradisi, là dove si ragiona non in termini di milioni, ma di miliardi di dollari. Prendete le Cayman (30mila abitanti), là risultano imboscati 297.249 miliardi di dollari (di cui quasi 5mila provenienti dall’Italia, 50mila dalla Germania). Prendete la Liberia, africana e povera, là ne sono finiti 16.231. E la fantastica Isola di Man, «senza tempo, eterna e misteriosa», dove Hitchcock ha girato uno dei suoi film? In mezzo al Mar d’Irlanda, 76mila abitanti, dipendenza della Corona Britannica, lei vanta il Tynwald - il parlamento più antico del mondo (979 d.C.) - nonché la Grande Foresta e il Regno delle Fate; ma vanta anche la formidabile attrattiva di essere una specie di Isola del tesoro: 50 miliardi di euro, tesaurizzati e irreprensibilmente custoditi dentro i caveau delle molteplici banche autorizzate ad operare in questo magico rifugio degli “gnomi”. Ma non occorre andare tanto lontano. Più facile raggiungere l’ultimo granducato rimasto al mondo, quel Lussemburgo che è pure uno dei padri fondatori dell’Unione Europea e vanta uno dei redditi pro capite più  alti (43mila euro): lì sono pronte 200 banche con oltre 400 miliardi di euro di deposito, e 6.000 fondi, appunto “lussemburghesi”, che valgono affari per altri 300 miliardi. Andate tranquilli, per i non residenti lì non esistono tasse né sul reddito, né sui dividendi, né sul capital gain, tampoco si pagano imposte di successione; e inoltre il granducato, noblesse oblige, è assolutamente inespugnabile in fatto di riservatezza. Che volete di più? 



E poi, comunque, c’è sempre la nostra immarcescibile Svizzera, l’ex Elvezia amata dagli anarchici - prima piazza offshore del mondo, 2.000 miliardi di dollari di fondi esteri in gestione - dove oltre 500 banche e assicurazioni fanno al caso vostro e dove il segreto bancario è un comandamento (rivelare il nome di un correntista può anche voler dire 6 mesi di galera). Oggi è Zug, il più piccolo e il più ricco dei cantoni, ad attrarre irresistibilmente i capitali fuggitivi: tra le stradine medievali e all’ombra della famosa Torre del Tempo, trovate infatti centinaia di palazzi modernissimi che ospitano le sedi delle ventisettemila imprese registrate alla locale Camera di Commercio (chissà perché proprio lì...). E se non la Svizzera, c’è sempre il Liechtenstein, 35mila abitanti e 100mila miliardi di euro ben custoditi nelle 15 banche del Principato. Si potrebbe passare in rassegna uno per uno tutti i 40 e più Stati-ladroni, ma crediamo di aver reso l’idea con i pochi esempi descritti. “Paradisi fiscali: uno scippo planetario”, questo il titolo del libro-dossier pubblicato nel 2002 per le edizioni Malatempora a cura di “Ares 200 Onlus” . Secondo i dati del volume, il giro d’affari dei paradisi è di circa 1.800 miliardi di dollari l’anno. Di essi, il 40 per cento riguarda capitali provenienti da criminalità organizzata, traffico d’armi compreso; il 45 da “pianificazione fiscale” (eufemismo che sta per furto al fisco) derivanti per la maggior parte da società multinazionali, ma anche da persone fisiche, uomini d’affari, star dello spettacolo, ecc; il 15 da corruzione e saccheggi politici. Il libro è un vaso di Pandora: le società offshore sparse sul pianeta
sono 680.000; i trust 1.200.000; le banche con agenzie nei paradisi circa 10.000; l’evasione fiscale nel mondo 292 milioni di dollari Usa l’anno; il riciclaggio di denaro sporco circa 600 miliardi di dollari annui.
I paradisi fiscali non nascono da soli. La City di Londra ne sa qualcosa. E’ un fatto, l’Inghilterra ad esempio domina incontrastata su più di venti paradisi dell’arcipelago fiscale fuorilegge, dalle Cayman a Man, alle isole del Canale; e ben può essere considerata un “portale” di lusso per introiettare capitali in transito e in cerca di “protezione”. Né l’Italia sta a guardare. Secondo la sezione antiriciclaggio dell’Ufficio Italiano Cambi, nel 1999 erano non meno di 10mila miliardi di lire i capitali che lasciavano l’Italia per emigrare nei forzieri offshore; e non risulta che il cosiddetto scudo fiscale, introdotto a beneficio dei capitali che rientrano, abbia sortito un effetto decente. Anzi, il denaro ha continuato a battere le solite strade occulte. Anzi, tutto risulta ancora più facile oggi, e anche incredibilmente veloce, grazie al trasferimento elettronico: in meno di 24 ore - vi assicurano - potete “movimentare” il vostro denaro ben 72 volte in giro per il mondo.
Ci provò De Gaulle. Nel 1962 organizzò una specie di spedizione militare inviando a Monaco centinaia di doganieri per pretendere dal Principato l’impegno a tassare i residenti francesi. Più recentemente, Angela Merkel ha mosso i servizi segreti e stanziato 5 milioni di euro per corrompere un funzionario di banca del Liechtenstein e indurlo a rivelare i nutriti elenchi di cittadini tedeschi con patrimoni imbucati a Vaduz. Ora ci prova l’Europarlamento: non più tardi di qualche giorno fa ha chiesto la chiusura delle piazze finanziarie offshore, prevedendo sanzioni già a partire dal Supervertice, quello del G20 fissato a Londra il 2 aprile. In pratica crollerebbe un Muro anche nel 2009, andrebbe in frantumi una Superpotenza detta Segreto Bancario.
Sì, chi ci crede.


21 marzo 2009

Roberto Croce :il piano confindustriale di riassetto dei diritti sociali

 

E’ un filo rosso (anzi nerissimo) quello che lega il recente disegno di legge delega finalizzato a introdurre rigorose (e incostituzionali) limitazioni al diritto di sciopero nei settori e nelle attività che incidono sul diritto alla mobilità e alla libera circolazione delle persone e il recente accordo quadro del 22 gennaio 2009 sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto tra Governo e parti sociali senza la firma della Cgil.
Senza più alcun pudore derivante dalla diversità dei ruoli, la filosofia dell’esecutivo e quella di Confindustria sono esplicitamente orientate verso i medesimi obiettivi, ossia: realizzare la totale subalternità dei diritti dei lavoratori alle esigenze dell’impresa e mettere al bando, criminalizzandolo, il conflitto capitale/lavoro.
In quest’ottica, affinché l’eutanasia del conflitto sia totale, non è sufficiente che il sindacato diventi una agenzia neocorporativa di servizi, è altresì necessario neutralizzare le forme di autotutela e di lotta sindacale che storicamente i lavoratori hanno conquistato. Da qui l’attacco al diritto di sciopero contenuto nei documenti in questione.
Il paragrafo 18 dell’accordo quadro prevede infatti che “le nuove regole possono determinare, limitatamente alla contrattazione di secondo livello nelle aziende di servizi pubblici locali, l’insieme dei sindacati, rappresentativi della maggioranza dei lavoratori, che possono proclamare gli scioperi al termine della tregua sindacale predefinita”.
Regole siffatte, a ben vedere, possono avere rilevanza giuridica solo se introdotte mediante un’apposita legge, secondo quanto previsto dall’art. 40 della Costituzione. Anche perché lo sciopero costituisce un diritto individuale del lavoratore che va esercitato collettivamente e cioè insieme ad un numero più o meno consistente di altri prestatori di lavoro. Sulla base del diritto attualmente vigente, non è concepibile che un qualunque sindacato possa avere il potere esclusivo di proclamare lo sciopero e perciò di decidere quando si possa legittimamente scioperare.



In questo contesto – proprio con la finalità di colmare il vuoto di fonte legislativa in materia di limitazioni al diritto di sciopero – è intervenuto l’esecutivo che, a supporto e sostegno dei piani di confindustriali, ha elaborato un disegno di legge delega volto a regolamentare e prevenire i conflitti collettivi con riferimento – si badi bene – non solo al settore dei trasporti, bensì, più in generale, alla materia della libera circolazione delle persone e della mobilità.
Gli aspetti più inquietanti e liberticidi del disegno di legge delega sono:
a) la soglia di sbarramento al 50% della rappresentanza sindacale per proclamare uno sciopero oppure, per chi non arriva a tale soglia, la possibilità col 20% della rappresentanza di dare vita a un referendum preventivo che porterà allo sciopero solo se raggiungerà il 30% dei consensi;
b) la previsione per via contrattuale dell’istituto dello sciopero virtuale;
c) la previsione per via contrattuale della dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero dei singoli lavoratori;
d) l’introduzione di un “congruo anticipo” per le revoche degli scioperi;
e) il divieto generale – e qui si riporta testualmente – “di forme di protesta o astensione dal lavoro in qualunque attività o settore produttivo che, per la durata o le modalità di attuazione, possono essere lesive del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione”. Il che conferma l’intenzione della maggioranza di andare, in materia di limitazioni al diritto di sciopero, molto al di là del settore di trasporti propriamente inteso, coinvolgendo anche altri settori o attività che direttamente oppure solo indirettamente incidono sul diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione;
e) il potenziamento del sistema sanzionatorio sia sotto forma di rivalutazione dell’entità economica delle sanzioni nei confronti di sindacati e lavoratori e sia mediante l’introduzione di nuove fattispecie di illeciti amministrativi con riferimento alle condotte dei lavoratori;
f) la trasformazione della commissione di garanzia per l’attuazione della legge di regolamentazione del diritto di sciopero nell’ambito dei servizi pubblici essenziali in un organismo – denominato “Commissione per le relazioni di lavoro” - che di fatto sarà un gendarme con funzioni sanzionatorie e di controllo dei lavoratori e dei sindacati.
Quello a cui stiamo assistendo è il compimento dell’ennesima tappa di un processo di costruzione di un nuovo regime, contrassegnato dal prevalere di esplicite logiche securitarie, poliziesche e liberticide.
In particolare, nell’ambito delle relazioni sindacali e dei rapporti di lavoro, siamo di fronte al tentativo più organico fin qui elaborato dal padronato italiano (con la complicità del governo e di alcuni sindacati) di modificare alla radice gli assetti delle relazioni industriali così come si sono sviluppati, sotto l’ombrello della Costituzione repubblicana, dal dopoguerra ad oggi, così risolvendo in proprio favore gli esiti del conflitto capitale/lavoro.


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