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9 febbraio 2009

Reloaded (o prematurato) alla supercazzora...

Lo ammetto: è colpa mia. Sono il solito impreciso.
Quando scrivevo : "non ha niente a che vedere con il reato di genocidio definito dalla Convenzione Onu, reato di genocidio che è legato solo all'intento che non è dunque il secondo elemento costitutivo, ma l'unico" volevo dire che la distruzione di una parte sostanziale di un gruppo riguardasse l'intento e non gli atti compiuti. Ma la locuzione era imprecisa e giustamente mi dicevo : "non è che lasci credere che gli atti compiuti non abbiano alcuna importanza nella definizione del reato di genocidio ? Non è che qualcuno può pensare che tu definisci genocida anche l'atto di comprare un gingerino al bar con l'intento di fare un genocidio ?" ma poi (inviando il post) aggiungevo sicuro : "Ma chi può essere talmente fesso da interpretarlo così ?"
Il destino mi ha dato
una risposta spietata : Gnègnè, nel suo massimo splendore, ha così sentenziato : "Il reato di genocidio, dunque, sarebbe costituito da un solo elemento costitutivo: l’intento di distruggere, in tutto o in parte, ecc.
Una teoria del genere fa semplicemente ridere (non del genocidio, lo dico a scanso di equivoci perché con certa gente non si sa mai: della teoria). Vorrebbe dire che, se ho l'intenzione di uccidere qualcuno, commetto omicidio, o che se ho l'intenzione di rubare, sto commettendo un furto, e così via per tutti i reati possibili o immaginabili. ... Se non c’è atto, non c’è reato.  Il reato di genocidio, come ogni reato, è composto di due elementi, quello oggettivo e quello soggettivo (vabbè, e sempre a scanso di equivoci: esiste una teoria penalistica che sostiene che ci sono tre elementi costitutivi del reato, non due. Ma a casa mia, e anche altrove,  3 è diverso da 1, e se esistono teorie bipartite e teorie tripartite del reato, fino ad oggi ancora nessuno si era mai azzardato a sostenere una teoria monistica del reato: fino ad oggi). In caso contrario, temo, non esisterebbero prigioni abbastanza grandi per contenere tutti quelli che dovrebbero andare in galera per aver desiderato di commettere un reato"
Probabilmente una raffinata macchina di Turing avrebbe correttamente interpretato il mio passo così come ha fatto Gnègnè. Ma una macchina di Turing non segue il
principio di carità interpretativa (e per quanto riguarda Gnègnè per la carità meglio passare appresso, al massimo mi può chiamare Yunus) Tanto che ho sospettato che il nostro eroe fosse un computer e mi sono riproposto che al successivo post su di lui avrei collegato un captcha.
Per fortuna, continuando la chiosa, Gnègnè ha ammesso che io, in maniera inconseguente, sono uscito dal cul de sac che lui ha facilmente individuato. E dunque è arrivato al cuore del suo argomento. Prima però aveva già detto qualcosa che varrebbe analizzare : "
Come vedete, la differenza è che la definizione del dizionario è assai più ampia di quella della Convenzione (perché non comprende l’elenco degli atti tipici del genocidio, e  perché con ogni probabilità è tanto generica da  ricomprendere nella definizione stessa anche il tentativo, che invece nella Convenzione è indicato come una delle fattispecie “accessorie” al genocidio, anch’esse punibili, di cui all’art. 3).
Direte: Embe’? E avreste ragione. In entrambe le definizioni, infatti, gli elementi costitutivi della fattispecie “genocidio” restano gli stessi: un atto o insieme di atti da un lato e la finalità (l’intento “to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such") dall’altro."
Già da qui si può vedere che l'aspirante macchina di Turing ha qualche difetto di fabbricazione, dal momento che la definizione del dizionario non comprende un elenco di atti tipici del genocidio, ma presume che non si tratti di singoli atti (come invece previsto dalla Convenzione) ma di un complesso organico e preordinato di atti, per cui la definizione non è solo più ampia di quella della Convenzione ma sostanzialmente diversa dal momento che potrebbe escludere ciascuno degli atti elencati dalla Convenzione a meno che non siano organicamente collegati e preordinati tra loro e/o con altri atti non precisati.



Quanto all'argomento che Gnègnè ha semplicemente ribadito, esso sarebbe : "  Come avevo scritto nel post, la giurisprudenza in materia di genocidio ha definitivamente chiarito che per aversi genocidio ai sensi della Convenzione occorre che l’intento di distruggere in tutto o in parte si concretizzi in atti rivolti contro una parte sostanziale (“a substantial part”) del gruppo da distruggere. Il numero delle vittime attuali o potenziali ovviamente non è l’unico elemento da tenere in considerazione a questo fine, però è pur sempre il punto di partenza dell’analisi (“
The numeric size of the targeted part of the group is the necessary and important starting point, though not in all cases the ending point of the inquiry”).
Ecco perché i 1300 morti di Gaza  non bastano a fare un genocidio: non perché sono pochi (sempre a scanso di equivoci), ma perché non sono una parte sostanziale del gruppo (asseritamente) da distruggere. In caso contrario, sarebbe lecito e doveroso mettersi ad  indagare anche se nelle vittime di una strage di mafia o di una qualsiasi rapina sia possibile “riconoscere un intento genocida” e “per dimostrare ciò bisognerebbe approfondire la questione, esaminare ... più da vicino, i singoli episodi etc etc).” Magari, chissà, si potrebbe anche rubricare come “genocidio” le vittime di terrorismo e riprocessare Battisti ai sensi della Convenzione ONU (chissà, a quel punto forse il Brasile lo estraderebbe).
Dimenticavo di aggiungere: se volessimo dar retta all’inventore della teoria monopartita, e cioè trascurare la dimensione numerica dell'evento, allora dovremmo, per un mero scrupolo di coerenza (non che questi scrupoli siano troppo diffusi...),  considerare anche il migliaio abbondante di vittime civili uccise in Israele da Hamas e altre milizie palestinesi tra il 2001 e il 2006  e “approfondire la questione”, verificare se anche in quegli episodi ci fosse stato l’intento di distruggere in tutto o in parte ecc. Come dite? La verifica sarebbe facile? Toh, è vero: almeno nel caso di Hamas, è lo stesso Statuto di quella organizzazione (in particolare, il famoso articolo 7) a contenere un intento genocidario abbastanza chiaro e manifesto
."
Ecco, anche qui io credo che il nostro eroe confonda il "targeted" della giurisprudenza (che dovrebbe riguardare i gruppi che sono gli obiettivi dell'intento distruttivo) con il targeted inteso come obiettivo forse di un bombardiere o di un cecchino. Infatti come si desume dalla
definizione di "genocidio" della Convenzione (che non mi sembra sia contraddetta dai risultati della giurisprudenza) la substantial part non riguarda il gruppo oggetto dell'atto concreto tassativamente elencato, ma il gruppo oggetto dell' intent to destroy, per cui se si uccidono 1500 persone in un bombardamento di 23 giorni e si trovano elementi che testimoniano di un intento di distruzione di una parte sostanziale del gruppo a cui appartengono quelle persone si può parlare di genocidio. Oltretutto la definizione del reato è intesa a prevenirlo, per cui se si accettasse l'interpretazione di Gnègnè si interverrebbe "a babbo (o meglio a substantial partmorto", dal momento che dovremmo aspettare la distruzione o la mortificazione di una parte significativa del gruppo considerato. 

p.s.
Gnègnè mi ha per punizione messo (o meglio ha messo il mio link) nella fossa degli Annoiyng People, un'operazione che fatta da altri mi avrebbe offeso. Ma fatta da lui è una sorta di premio che un maestro fa ad un allievo. Per dimostrarvelo vi invito a leggere 
questa lettera fatta da Gnègnè ad Ezio Mauro, il quale dopo averla letta, ha immediatamente acquistato un cinto erniario.
Chiunque ha problemi di insonnia, provi a leggerla tutta e vedrà che non giungerà alla fine che la mattina seguente appena sveglio.
Last but not the least,
il famigerato post che presuppone la lettura del Trattato di Keynes è ricompreso nella categoria "Ironia e leggerezza". Fate un po' voi...


 




6 febbraio 2009

Richard Falk : vincere e perdere a Gaza. Se la vittoria militare è una sconfitta politica

 Da quando Israele ha lanciato la sua operazione militare con l'offensiva del 27 dicembre, l'attenzione è andata in massima parte alla guerra di terra, alle vittime e alle crudeltà della guerra urbana nell'affollata Striscia di Gaza. Ora che è in corso un cessate il fuoco, l'attenzione si sposta naturalmente dalla controversa questione se quello di Israele sia stato un atto di difesa giustificabile, alla valutazione degli effetti. Questo tipo di indagine sollecita degli interrogativi su cosa Israele abbia ottenuto. Gli scopi dichiarati dai suoi leader erano porre fine al lancio dei razzi e bloccare il traffico di armi attraverso i tunnel, ma la portata degli obiettivi israeliani appare ben più ambiziosa. Se la guerra di Gaza avesse avuto solo quegli scopi specificamente dichiarati, risulterebbe arduo spiegare perché Israele abbia ignorato le ripetute offerte di Hamas di un cessate il fuoco e di una tregua a lungo termine, di 10-20 anni. Anche se fortemente preoccupato per i razzi provenienti da Gaza, stupisce che Israele abbia lanciato la grande offensiva contro Gaza del 4 novembre che ha portato all'uccisione di diversi palestinesi e, com'era prevedibile, ad ulteriori lanci di razzi da parte di Hamas per rappresaglia. La campagna militare e il precedente blocco, se non esclusivamente punitivi, si spiegano solo alla luce della volontà di Israele di distruggere Hamas come soggetto politico, cosa che sembra essere stata il suo principale obiettivo sin da quando Hamas vinse le elezioni democratiche nel gennaio 2006. Lasciando da parte le motivazioni non dichiarate dei politici israeliani, che dovranno affrontare una dura sfida elettorale tra meno di un mese, chiaramente la posta in gioco per Israele è più alta che fermare i lanci dei razzi: una ragione per distruggere Hamas come soggetto politico è aprire la strada a un ampliamento del mandato dell'accondiscendente Autorità palestinese a Gaza; e probabilmente la cosa più importante per Israele era riaccendere nell'Iran sentimenti di paura e rispetto per la sua forza militare. Israele conta sul linguaggio, in qualche modo fuorviante, della «deterrenza» per descrivere questo obiettivo strategico, sottintendendo così un suo carattere difensivo, ma le vere motivazioni sembrano più sfuggenti: spaventare l'Iran e contemporaneamente rassicurare la popolazione israeliana, suggerendole che l'esercito israeliano resta una forza capace di garantire la sicurezza del paese, e rinnovarne l'immagine appannata ereditata dalla Guerra del Libano nel 2006. Nascono a questo punto interrogativi più profondi sulla vittoria e la sconfitta. Le cifre sulle vittime e il dominio militare di Israele sulla terra, sul mare e in cielo fanno certamente di Israele il vincitore sul campo di battaglia. Ma una valutazione di questo genere dell'esito della «missione compiuta» è quasi certamente destinata a risultare fuorviante a Gaza così come è accaduto in Iraq. Le indicazioni attuali suggeriscono con forza che Hamas, malgrado sul terreno sia stato sconfitto facilmente, ha nondimeno trionfato nella battaglia per i cuori e le menti dei palestinesi. Questa è un'affermazione eclatante e difficile da dimostrare, ma le notizie provenienti dalla West Bank e da Gaza rivelano una rabbia diffusa nei confronti dell'Autorità palestinese per la sua passività, e un maggiore consenso nei confronti di Hamas anche tra i palestinesi laici, che apprezzano la determinazione con cui Hamas ha resistito alla brutalità dell'occupazione israeliana e delle operazioni militari. Se quando si terranno le nuove elezioni Hamas dovesse imporsi come la forza politica dominante di tutta la Palestina occupata, allora agli occhi dei palestinesi, ma anche di molti israeliani e certamente del mondo, il principale vincitore risulterebbe essere proprio Hamas, e Israele avrebbe perso. Anche sul fronte diplomatico il bilancio è complicato. Forse l'esibizione di supremazia militare da parte di Israele avrà l'effetto di intimidire i suoi avversari regionali, ma l'estrema unilateralità della lotta ha suscitato proteste diffuse e alcune ripercussioni diplomatiche negative. Il Qatar e la Mauritania, tra i pochi stati nella regione ad accettare Israele, hanno interrotto le relazioni diplomatiche, e l'Unione europea ha sospeso la procedura in corso per accordare a Israele i benefici di un'interazione economica privilegiata. Il primo ministro turco ha persino proposto di espellere Israele dall'Onu. In questa atmosfera infuocata desta poca meraviglia che, per la prima volta, autorevoli figure internazionali normalmente dedite ai tatticismi - si va dall'Alto Commissario per i diritti umani al Presidente dell'Assemblea generale dell'Onu - abbiano chiesto un'indagine per crimini di guerra. Il parlamento della Malesia ha chiesto all'unanimità all'Onu di istituire un tribunale speciale per crimini di guerra, come si fece negli anni '90 per i crimini nella ex Jugoslavia e per il genocidio in Ruanda. Vincere militarmente ma perdere politicamente non dovrebbe sorprendere chi studia la guerra moderna, specialmente se riflettiamo su alcuni importanti conflitti recenti. Dopo tutto, gli Usa in Vietnam vinsero tutte le battaglie e tuttavia persero la guerra, così come era successo precedentemente alla Francia in Indocina e poi in Algeria. Alla Russia accadde la stessa cosa negli anni '80 in Afghanistan.

 

In tutte queste guerre, la parte militarmente dominante non solo ha perso la guerra ma ha anche attraversato una profonda crisi in patria, e la sua reputazione internazionale ne ha risentito. Queste guerre di contro-insurrezione o neocoloniali hanno in comune il fatto che «il nemico» si fonde con la società civile, la guerra ignora i paletti del diritto umanitario internazionale, e a causa dei ripetuti attacchi e delle uccisioni di civili indifesi, l'intera impresa è ampiamente percepita come una serie di crimini di guerra. Questo è il caso di Gaza, in cui l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale infligge a Israele una sonora sconfitta nella guerra di legittimazione, che spesso alla fine è decisiva nel determinare l'esito di importanti conflitti. Né gli Stati uniti né Israele si sono ancora accorti dei limiti della supremazia militare nel mondo contemporaneo. La triste conseguenza è che hanno inflitto sofferenze di massa riportando allo stesso tempo un fallimento politico. I leader di entrambi i paesi appaiono incapaci di imparare dalla storia recente questa lezione: l'intervento militare in paesi stranieri nel mondo post-coloniale produce raramente i risultati politici sperati, a un prezzo accettabile. In questa prospettiva, nonostante il terribile prezzo pagato in termini di vite umane e di sofferenze, i palestinesi sembra stiano lentamente vincendo la «seconda guerra», la guerra di legittimazione, il cui terreno di scontro politico è diventato globale. Forse, la vittoria più schiacciante in una guerra di legittimazione è stata quella vinta dal movimento anti-apartheid contro il regime razzista arroccato in Sudafrica. Dopo la guerra di Gaza, probabilmente la battaglia palestinese per l'autodeterminazione è salita in cima all'agenda della giustizia globale, e questo rappresenta una grande vittoria per Hamas nella seconda guerra. Naturalmente Hamas non è l' Africa n National Congress (Anc), e Israele non è il Sudafrica. I palestinesi non hanno una leadership autorevole come fu per Nelson Mandela e altri esponenti dell'Anc. Tuttavia il punto principale è che c'è una seconda guerra, una guerra spesso non riconosciuta dai media. Non c'è dubbio che Israele abbia vinto la prima guerra, quella combattuta con gli F-16 e i razzi: anche se, data la straordinaria disparità delle forze in campo - come si vede mettendo a confronto il numero delle vittime - il risultato militare non stupisce, e ha prodotto un effetto boomerang a livello legale, morale e politico. Le campagne militari hanno un inizio e una fine ben definiti, e un campo di battaglia visibile, un teatro di morte e distruzione. Per contro, le guerre di legittimazione non hanno confini chiari e vedono sottili cambiamenti dell'opinione pubblica che a un certo punto raggiungono un punto di svolta tale da modificare il clima politico generale in un senso o nell'altro. Il mio assunto è che la guerra di Gaza, vista specialmente sullo sfondo del precedente assedio e della guerra del Libano nel 2006, stia avvicinandosi a quel punto di svolta, facendo intravedere ai palestinesi la vittoria finale nonostante la terrificante punizione recentemente inflitta alla popolazione di Gaza. Il fragile cessate il fuoco che è stato accettato da entrambe le parti comporta nuove sfide e opportunità. Si aprono degli scenari di speranza, dipendenti però da scatti di immaginazione e fiducia, così carenti da entrambe le parti in passato. Hamas potrebbe confermare la sua intenzione di comportarsi come un soggetto politico e astenersi dal lanciare razzi contro i civili. Israele potrebbe cercare di recuperare posizioni nella guerra di legittimazione smettendo di usare l'etichetta «terroristi», potrebbe trattare con Hamas in quanto soggetto politico, esplorare le possibilità insite nella sua offerta di un cessate il fuoco a lungo termine, e mostrare la volontà genuina di impegnarsi in un processo di pace sulla base delle Proposte della Mecca (2002), che anche in questa fase tardiva offrono a israeliani e palestinesi una strada promettente per uscire fuori dai recessi più profondi dell'inferno.


4 febbraio 2009

Dalla Bottega del Caffè al Salotto di Gnègnè

  Gnègnè ormai è un algoritmo noto, una categoria dello Spirito : invece di dichiararsi sinceramente fazioso e di contribuire con la sua faziosità (magari ben argomentata) al dibattito nella blogosfera, il nostro eroe si ostina a dire che in realtà parlava d'altro, si ostina a ribadire che a lui importa il linguaggio, mentre parla continuamente del mondo reale e così prende posizione ma rifugge dalla responsabilità che ne deriva. Non lo fa per vigliaccheria, ma perchè ha una forte predisposizione a cercare di controllare la realtà ed i suoi simili e per farlo deve aggredire dissimulando. Egli desidera fortemente il potere, quale che sia l'ambito (anche ridicolo) nel quale opera. Ed ogni giorno egli ci dà prova dei suoi tentativi di manipolazione.
L'ultimo quando dice che evidenziando le stronzate dette sul conflitto recente a Gaza, egli non vuole dire che Hamas abbia tutti i torti. Allo stesso modo un ladro che
mette fuori uso l'antifurto, entra in casa, asporta un quadro e fila via, ebbene questi non ha rubato nulla.



Anche quando tratta del presunto genocidio dei Palestinesi, il nostro eroe tra argomentazioni che meriterebbero maggiore attenzione (se fossero volte a definire con più precisione il tipo di azione eticamente e politicamente negativa perpetrata da Israele in questo contesto), evidenzia un intento assolutorio o minimizzatore, per cui "Si può certamente dire che Israele ha sbagliato nell’accettare troppo a cuor leggero di colpire anche i civili oltre agli obiettivi militari". Notare l'uso di "ha sbagliato", "troppo a cuor leggero". "accettare", quasi che Israele non sia politicamente ed eticamente responsabilie delle morti dei civili, ma che abbia fatto un peccatuccio di leggerezza, che abbia quasi subito la morte dei civili.
 Il brav'uomo però nella sua capziosità non ha capito che il numero dei morti (su cui lui si sofferma ed infatti dice "A Gaza, però, non è avvenuto nulla del genere. Non solo perché la dimensione numerica dei morti è estremamente esigua rispetto al totale della popolazione ,1300 morti secondo la stima più pessimistica, su una popolazione di oltre 1.500.000; nel caso del Rwanda, per dire, i morti tutsi sono stati tra il mezzo milione e il milione su un totale di circa 1.500.000, ma anche perché secondo tutte le stime anche quelle più ostili ad Israele la parte preponderante delle vittime era composta da miliziani di Hamas, non da civili") non ha niente a che vedere con il reato di genocidio definito dalla Convenzione Onu, reato di genocidio che è legato solo all'intento che non è dunque il secondo elemento costitutivo, ma l'unico (infatti la definizione è "  any of the following acts committed with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such" e non quella riportata dallo Zingarelli come "un complesso organico e preordinato di attività commesse con l’intento di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso")  Perciò anche i 1300 morti di Gaza possono essere atti fatti con l'intento di compiere un genocidio e la guerra israeliana potrebbe avere i tratti di un genocidio o meglio avere delle caratteristiche che farebbero riconoscere un intento genocida (io non lo credo, ma per dimostrare ciò bisognerebbe approfondire la questione, esaminare questa guerra più da vicino, i singoli episodi etc etc). Invece a Gnègnè basta dire che "Israele ha agito (bene o male, a  torto o a ragione, proporzionatamente o sproporzionatamente non importa) in risposta a una sfida militare di Hamas e di organizzazioni diverse da Hamas che colpivano da Gaza, ha agito sulla base di un piano ben definito che prevedeva un obiettivo chiaramente limitato (distruggere o danneggiare gravemente il potenziale bellico di Hamas) e a questo piano si è rigidamente attenuto, ritirandosi subito dopo" e tutto ciò limitandosi a prendere atto di ciò che è avvenuto alla fine dei 23 giorni di bombardamento, quasi che si dovesse consumare tutto il genocidio in quel lasso di tempo. Notare pure come Gnègnè accetti acriticamente la tesi che l'azione di Israele è stata "in risposta" ai razzi di Hamas, che il piano ben definito prevedeva un "obiettivo chiaramente limitato" e che a questo obiettivo si è "rigidamente attenuto" (e questa rigidezza non si è ammollata con l'accettazione alla leggera della morte di centinaia di civili ?)
Insomma in questi passi esce fuori tutto il perfido Gnègnè con i suoi fantomatici travestimenti e la sua retorica filosionista. Retorica che ricompare quando si dice che : "gli eroi di Hamas, chissà perché, hanno la tendenza a non sparare sui soldati israeliani, preferiscono prendersela con la gente disarmata, possibilmente quando tiene in mano buste della spesa e zaini della scuola o pezzi di pizza ", affermazione che trascura il fatto che non tutti quelli che accusano Israele considerano Hamas un insieme di eroi, ma semplicemente un degno interlocutore di Israele.
E' poi facile per Gnègnè dimostrare che le emozioni non ci avvicinano alle sofferenze dei belligeranti, più di quanto non lo faccia un ragionamento sempre che " si cerchi di ragionare seriamente e onestamente su quel che accade". Ma è questo che io contesto a Gnègnè : gli errori che egli fa (o che io credo che faccia) non sono errori dell'intelletto, ma errori della volontà e cioè di una faziosità non dichiarata. Ed è questo non dichiarare che lo rende imperdonabile.



14 gennaio 2009

Joseph Halevi : la sicurezza di Israele, eterna bugia

 

Il 2007 ha segnato il quarantesimo anniversario della guerra dei sei giorni, che portò alla tuttora perdurante occupazione israeliana di Gerusalemme orientale, della Cisgiordania, di Gaza e delle alture siriane del Golan. Nelle pagine dei giornali israeliani, americani e britannici più seri dedicate alla commemorazione di quell'evento sarebbe stato difficile, in tale occasione, trovare articoli che avvalorassero la tesi di una guerra iniziata da Israele per motivi di sicurezza preventiva. Una giustificazione del genere è ormai morta e sepolta, uccisa dagli stessi generali israeliani che nel 1968 smantellarono interamente l'ideologia del pericolo mortale per Israele.
Basta ricordare questo fatto storico per capire come nessuna delle azioni israeliane nei territori occupati dal 1967 abbia una qualsiasi legittimità legata alla sicurezza. Invece sono tutte passibili di incriminazione per la violazione delle convenzioni di Ginevra riguardanti i diritti della popolazione civile. È infatti un crimine distruggere le case e trasformarne gli abitanti in profughi, così come è un crimine popolare forzatamente un territorio.
In tale contesto storico si capisce anche come il concetto di tregua sia stato interpretato ed usato dai governi di Israele sin dalla fondazione dello Stato, quando le «tregue» del biennio 47/49 venivano usate per espellere la popolazione civile palestinese dai suoi villaggi radendoli poi al suolo. Negli avvenimenti di questi giorni la tregua tra Tel Aviv e Hamas mediata dall'Egitto circa sei mesi fa è stata formalmente rotta da un raid israeliano il 4 novembre scorso proprio perché la tregua teneva e perché Hamas aveva accentuato l'avvicinamento alla soluzione fondata su due stati originariamente formulata da Arafat. Su questo punto le analisi apparse negli ultimi due anni su Haaretz sono cruciali: ne discende che è volutamente errato presentare Hamas come un'organizzazione che non intende negoziare con Israele.
Tuttavia anche all'indomani della tregua mediata dall'Egitto, Israele non ha mai rinunciato alle sue prerogative di strangolare Gaza allentando e stringendo il nodo, ogni volta in maniera più stretta, a sua discrezione. Questo gioco mortale per la popolazione civile di Gaza non si è mai interrotto rappresentando quindi una violazione sistematica dell'impegno di por termine sia alle incursioni che all'assedio




Perché Israele fa tutto ciò? Ci troviamo di fronte ad una riedizione della stessa logica della guerra del Libano del 2006 e come nel 2006 il governo Olmert conta sull'appoggio attivo degli Usa e sul sostegno europeo. Allora Tel Aviv voleva ridefinire la mappa politica del Medio Oriente in rapporto alla Siria. Oggi, come osserva Tom Segev su Haaretz del 29 dicembre, «Israele colpisce i palestinesi per impartir loro una lezione». Quindi, continua Segev, «il bombardamento di Gaza dovrebbe liquidare il regime di Hamas in linea con un altro assunto che ha guidato il movimento sionista sin dalla sua nascita: che sia possibile imporre ai palestinesi una leadership 'moderata', una leadership disposta ad abbandonare le loro aspirazioni nazionali». Esatto. Quando Olmert e Sharon cominciarono a parlare di un ritiro unilaterale da Gaza, scrivemmo sul manifesto che non si trattava di una operazione di pace. Doveva essere invece vista come una decisione volta a trasformare Gaza e la sua popolazione civile in un campo di battaglia permanente dando il via a ciò che Tanya Reinhart - già editorialista di Yedyot Ahronot e allieva di Noam Chomsky, purtroppo scomparsa recentemente, - chiamò la «strategia del lento genocidio a Gaza».
Di fronte alla sua odierna materializzazione, la sofferenza dei palestinesi sottolinea la crisi della coscienza europea e di quella di sinistra in particolare: colpevole, quanto meno, di omertà.


14 gennaio 2009

Domenico Losurdo : i Protocolli dei Savi dell'Islam

 

Sfogliando su Internet le reazioni al mio ultimo libro (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci 2008), accanto a commenti largamente positivi si notano altri contrassegnati da incredulità: è mai possibile che le infamie attribuite a Stalin e accreditate da un consenso generale siano per lo più il risultato di distorsioni e a volte di vere e proprie falsificazioni storiche?
A questi lettori in particolare voglio suggerire una riflessione a partire dalla cronaca di questi giorni. E’ sotto gli occhi di tutti la tragedia del popolo palestinese a Gaza, prima affamato dal blocco e ora invaso e massacrato dalla terribile macchina da guerra israeliana. Vediamo come reagiscono i grandi organi di «informazione». Sul «Corriere della Sera» del 29 dicembre l’editoriale di Piero Ostellino sentenzia: «L’articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad». Vale la pena di notare che, pur facendo un’affermazione estremamente grave, il giornalista non riporta alcuna citazione testuale: esige di essere creduto sulla parola.
Qualche giorno dopo (3 gennaio) sullo stesso quotidiano incalza Ernesto Galli della Loggia. Per la verità, egli non parla più di Ahmadinejad. Forse si deve esser reso conto dell’infortunio del suo collega. Dopo Israele l’Iran è il paese in Medio Oriente che ospita il maggior numero di ebrei (20 mila), ed essi non sembrano subire persecuzioni. In ogni caso, i palestinesi dei territori occupati potrebbero solo invidiare la sorte degli ebrei che vivono in Iran, i quali ultimi non solo non sono stati sterminati ma non devono neppure fronteggiare la minaccia del «trasferimento», che i sionisti più radicali progettano per gli arabi israeliani.

 
Ovviamente, Galli della Loggia sorvola su tutto ciò. Si limita a tacere su Ahmadinejad. In compenso rincara la dose su un altro punto essenziale: Hamas non si limita a esigere «lo sterminio degli ebrei» israeliani, come sostiene Ostellino. Occorre non fermarsi a metà strada nella denuncia delle malefatte dei barbari: «Hamas auspica l’eliminazione di tutti gli ebrei dalla faccia della terra» («Corriere della Sera» del 3 gennaio). Anche in questo caso non viene apportato uno straccio di dimostrazione: il rigore scientifico è l’ultima delle preoccupazioni di Galli della Loggia, al quale però bisogna riconoscere il coraggio di sfidare il ridicolo: secondo la sua analisi, i «terroristi» palestinesi si propongono di liquidare la macchina bellica non solo di Israele ma anche degli Usa, in modo da portare a termine le infamie di cui l’editorialista del «Corriere della Sera» denuncia l’ampiezza planetaria. Peraltro, chi è in grado di infliggere una disfatta decisiva alla solitaria superpotenza mondiale, oltre che a Israele, può ben aspirare al dominio mondiale. Insomma: è come se Galli della Loggia avesse finalmente portato alla luce I protocolli dei Savi dell’Islam!
E come a suo tempo I protocolli dei Savi di Sion, anche I protocolli dei Savi dell’Islam valgono ormai come verità acquisita e non bisognosa di alcuna dimostrazione. Su «La Stampa» del 5 gennaio Enzo Bettiza chiarisce subito il reale significato dei bombardamenti massicci da Israele scatenati dal cielo, dal mare e dalla terra, col ricorso peraltro ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, contro una popolazione sostanzialmente indifesa: «E’ una drastica e violentissima operazione di gendarmeria di un Paese minacciato di sterminio da una setta che ha giurato di estirparlo dalla faccia della terra».
Questa tesi, ossessivamente ripetuta, si colloca nell’ambito di una tradizione ben precisa. Tra Sette e Ottocento il mite abate Grégoire si batteva per l’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi: ecco che dai proprietari di schiavi è bollato quale leader dei «biancofagi», i neri barbari e smaniosi di pascersi della carne degli uomini bianchi. Qualche decennio più tardi qualcosa di simile avveniva negli Stati Uniti: gli abolizionisti, spesso di fede cristiana e di orientamento non-violento, esigevano «la completa distruzione dell’istituto della schiavitù»; essi erano prontamente accusati di voler sterminare la razza bianca. Ancora a metà del Novecento, in Sudafrica i campioni dell’apartheid negavano i diritti politici ai neri, con l’argomento che l’eventuale governo nero avrebbe significato lo sterminio sistematico dei coloni bianchi e dei bianchi nel loro complesso.
La leggenda nera in voga ai giorni nostri è particolarmente ridicola: più volte Hamas ha accennato alla possibilità di un compromesso, se Israele accettasse di ritornare ai confini del 1967. Come tutti sanno o dovrebbero sapere, a rendere sempre più problematica e forse ormai impossibile la soluzione dei due Stati è l’espansione ininterrotta delle colonie israeliane nei territori occupati. E comunque, la sostituzione dell’odierno Israele quale «Stato degli ebrei» con uno Stato binazionale, che abbracci al tempo stesso ebrei e palestinesi garantendo loro eguaglianza di diritti, non comporterebbe in alcun modo lo sterminio degli ebrei, esattamente come la distruzione dello Stato razziale bianco prima nel sud degli Usa e poi in Sudafrica non ha certo significato l’annientamento dei bianchi. In realtà, coloro che idealmente agitano I protocolli dei savi dell’Islam mirano a trasformare le vittime in carnefici e i carnefici in vittime.
Non meno grottesche e non meno strumentali sono le mitologie oggi in voga in relazione a Stalin e al movimento comunista nel suo complesso. Si prenda la tesi dell’«olocausto della fame» ovvero della «carestia terroristica» che l’Unione sovietica avrebbe imposto al popolo ucraino negli anni ’30. A sostegno di questa tesi non c’è e non viene apportata alcuna prova. Ma non è neppure questo il punto essenziale. La leggenda nera diffusa in modo pianificato ai tempi di Reagan e nel momento culminante della guerra fredda serve a mettere in ombra il fatto che la «carestia terroristica» rimproverata a Stalin è da secoli messa in atto dall’Occidente liberale in particolare contro i popoli coloniali o che esso vorrebbe ridurre in condizioni coloniali o semicoloniali.
E’ quello che ho cercato di dimostrare nel mio libro. Subito dopo la grande rivoluzione nera che alla fine del Settecento a Santo Domingo/Haiti spezzava al tempo stesso le catene del dominio coloniale e dell’istituto della schiavitù, gli Stati Uniti rispondevano per bocca di Thomas Jefferson, dichiarando di voler ridurre all’inedia (starvation) il paese che aveva avuto la sfrontatezza di abolire la schiavitù. Questa medesima vicenda si è riproposta nel Novecento. Già subito dopo l’ottobre 1917, Herbert Hoover, in quel momento alto esponente dell’amministrazione Wilson e più tardi presidente degli Usa, agitava in modo esplicito la minaccia della «fame assoluta» e della «morte per inedia» non solo contro la Russia sovietica ma contro tutti popoli inclini a lasciarsi contagiare dalla rivoluzione bolscevica. Agli inizi degli anni ’60 un collaboratore dell’amministrazione Kennedy, e cioè Walt W. Rostow, si vantava per il fatto che gli Stati Uniti erano rusciti a ritardare per «decine di anni» lo sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese!
E’ una politica che continua ancora oggi: è noto a tutti che l’imperalismo cerca di strangolare economicamente Cuba e possibilmente di ridurla alla condizione di Gaza, dove gli oppressori possono esercitare il loro potere di vita e di morte, prima ancora che coi bombardamenti terroristici, già col controllo delle risorse vitali.
Siamo così ritornati alla Palestina. Prima di subire l’orrore che sta subendo in questi giorni, il popolo di Gaza era stato colpito da una prolungata politica che cercava di affamarlo, assetarlo, privarlo della luce elettrica, delle medicine, di ridurlo ad una condizione di sfinimento e di disperazione. Tanto più che il governo di Tel Aviv si riservava il diritto di procedere come al solito, nonostante la «tregua», alle esecuzioni extragiudiziarie dei suoi nemici. E cioè, prima ancora di essere invasa da un esercito simile ad un gigantesco e sperimentato plotone di esecuzione, Gaza era già oggetto di una politica di aggressione e di guerra. Sennonché, una concentrata potenza di fuoco multimediale è scatenata soprattutto in Occidente per annientare ogni resistenza critica alla tesi falsa e bugiarda, secondo cui Israele sarebbe in questi giorni impegnata in un’operazione di autodifesa: che nessuno osi mettere in dubbio l’autenticità dei «Protocolli dei Savi dell’Islam»!
E’ così che si costruiscono le leggende nere, quella che oggi suggella la tragedia del popolo palestinese (il popolo-martire per eccellenza dei giorni nostri), così come quelle che, dipingendo Stalin comne un mostro e riducendo a storia criminale la vicenda iniziata con la rivoluzione d’Ottobre, intendono privare i popoli oppressi di ogni speranza o prospettiva di emancipazione.


9 gennaio 2009

Joseph Levine: un argomento per dimostrare il razzismo ipocrita di Israele

 L'attacco sferrato in questi giorni da Israele a Gaza ha suscitato discussioni nella stampa mainstream. Ma sia coloro che si sono espressi contro l'attacco, sia coloro che lo appoggiano, nonostante tutte le differenze condividono un assunto fondamentale secondo cui Israele, in quanto democrazia occidentale industrializzata, accetterebbe il principio illuministico del valore assoluto della vita umana riconoscendo i diritti inalienabili che da esso derivano. In questo quadro, gli esponenti del governo israeliano sarebbero messi di fronte a un tragico dilemma: come affrontare le forze minacciose che non condividono tali valori - gli «estremisti islamici» - senza sacrificare i propri standard morali. Così, chi è favorevole all'attacco a Gaza si chiede in quale altro modo, se non con una micidiale forza militare, Israele possa proteggere i suoi cittadini dai lanci dei missili, mentre chi è contrario fa notare che il bombardamento, con i suoi alti costi in termini di vite umane, è comunque un mezzo inadeguato a garantire la sicurezza di Israele.
Coloro che si oppongono all'attacco, naturalmente, hanno ragione. Ma, sottoscrivendo tacitamente l'idea dello «scontro tra culture», essi sollevano Israele dalla sua responsabilità morale. L'aggressione attualmente in corso non è governata dal doloroso riconoscimento che i diritti umani comportano esigenze in conflitto tra loro; essa è animata piuttosto da un profondo razzismo, da tribalismo, e dall'antica dottrina della colpa collettiva.





Per verificare ciò che dico, basta cimentarsi in un semplice esperimento del pensiero. Supponiamo che i terroristi di Hamas si fossero nascosti a Tel Aviv (o a Los Angeles, o a Londra - l'esercizio è altrettanto illuminante se applicato agli Usa e/o a qualunque altro stato occidentale «civilizzato»). Sarebbe mai stata contemplata una aggressione come quella cui abbiamo assistito nei confronti di Gaza? I governanti israeliani avrebbero calcolato con la stessa risoluta freddezza il rapporto costi-benefici relativo a un massiccio attacco aereo sui quartieri ebraici? I governanti americani ed europei avrebbero perdonato un simile attacco? E i pundit avrebbero espresso la loro simpatia nei confronti del terribile dilemma di Israele? Naturalmente no! L'idea stessa di una simile azione sarebbe stata immediatamente riconosciuta come moralmente riprovevole, e chiunque l'avesse proposta sarebbe stato trattato con disprezzo. Sembra di sentirli: Cosa, noi come Hamas? Loro non rispettano la vita umana, noi sì.
Salvo il fatto, naturalmente, che «noi» - i membri dell'Occidente che si autodefinisce illuminato - non la rispettiamo più di quanto facciano «loro». Se davvero mettessimo in pratica i valori che dichiariamo di sostenere, non reagiremmo al nostro esperimento del pensiero in modo asimmetrico. Oppure acconsentiremmo alla decisione di sacrificare la popolazione di un quartiere di Tel Aviv per il bene superiore. O - più probabilmente - dovremmo giudicare questo attacco a Gaza moralmente fuori dei limiti. Il fatto che le diverse ipotesi non ci colpiscano immediatamente come asimmetriche - una spiacevole necessità in un caso, una atrocità morale nell'altro - tradisce l'esistenza in noi di due impulsi molto primitivi, anti-illuministici: sciovinismo razziale/tribale e credenza nella colpa collettiva.
Il primo è ovvio. Se siamo onesti, ammetteremo che gli uomini, le donne, i bambini di Gaza appaiono diversi dagli ebrei israeliani e dagli altri «occidentali»: loro sono «altro», non pienamente umani. Noi naturalmente rifiutiamo con veemenza certi giudizi. Ma se non crediamo che le cose stiano così, che cosa spiega il risultato del nostro esperimento? Perché non saremmo disposti a uccidere centinaia di «noi» per proteggere gli altri, mentre siamo pronti a uccidere loro, tanti quanti ne servono? E' semplice: loro non contano quanto contiamo noi.
O forse no. Qualcuno potrebbe obiettare che c'è una differenza moralmente rilevante tra le due popolazioni: poiché Hamas è una organizzazione palestinese, sarebbe moralmente giustificabile mettere a rischio la vita dei palestinesi per proteggere i cittadini israeliani. Ma questa obiezione, semplicemente, mette a nudo il secondo elemento anti-illuministico presente nella psiche occidentale moderna: la nozione di colpa collettiva.
Perché il mero fatto che Hamas è palestinese dovrebbe giustificare che sia messa a repentaglio la vita di palestinesi che non sono combattenti di Hamas e che non sono personalmente responsabili degli atti terroristici commessi da quella organizzazione? Ciò è possibile solo se crediamo che tutti i palestinesi nascano colpevoli, semplicemente - come dirlo altrimenti? - perché appartenenti alla stessa tribù di Hamas. In quale altro modo è possibile spiegare la distinzione tra le potenziali vittime innocenti palestinesi, e quelle innocenti «come noi»?
La colpa collettiva è una nozione moralmente primitiva e odiosa tanto quanto i principi attribuiti agli «estremisti religiosi». Ecco perché la punizione collettiva è proibita dal diritto internazionale. Inoltre, abbracciare la dottrina della colpa collettiva significa abbandonare una posizione moralmente valida. I terroristi fanno sempre appello ad essa per giustificare la morte di qualcuno. Al Qaeda considerava le vittime degli attacchi al World Trade Center adulatori del Grande Satana, così come Hamas considera le sue vittime collaborazionisti dell'occupazione. Se vogliamo respingere un simile modo di ragionare, non dobbiamo indulgervi noi stessi.
Se rinunciamo all'idea di colpa collettiva e di fedeltà alla tribù, non resta niente che distingua le vittime concretissime dell'attacco di Israele a Gaza dalle vittime immaginarie nel mio esperimento. A dire il vero, non c'è una differenza moralmente rilevante. Gridare a gran voce la nostra indignazione è l'unica risposta umanamente decorosa alla brutale aggressione di Israele. Ce lo impongono quei valori occidentali illuminati che tutti noi dovremmo avere cari.


7 gennaio 2009

Danilo Zolo : a Gaza stiamo assistendo allo splendore del supplizio

 

La striscia insanguinata di Gaza è l'ultima testimonianza di una tragedia senza ritorno, ormai avviata verso la soluzione finale. In questi giorni migliaia di feriti e centinaia di morti, vittime dei bombardamenti e dell'attacco terreste della grande potenza nucleare israeliana, si sono aggiunti alle decine di migliaia di persone in condizioni disperate a causa della miseria, delle malattie, della fame. I ricatti finanziari e l'embargo imposto da Israele alla popolazione di Gaza non intendevano colpire soltanto il movimento di Hamas.
Né si può minimamente pensare, nonostante i fiumi di retorica versati dagli opinionisti occidentali, che l'operazione «Piombo fuso» fosse stata progettata per replicare ai razzi Qassam. In dieci anni questi rudimentali strumenti bellici non avevano provocato più di una decina di vittime israeliane.
Gaza deve scomparire, soffocata nel sangue: questo è l'obiettivo strategico delle autorità israeliane dopo il fallimento del «ritiro» voluto da Sharon nel 2005. Gaza verrà falciata come entità civile e come struttura politica autonoma: non a caso i missili e i carri armati israeliani stanno distruggendo accanitamente le sue strutture civili, politiche e amministrative. Gaza verrà ridotta a un cumulo di macerie e scomparirà come sta scomparendo la Cisgiordania, che ormai sopravvive come un relitto storico, come una sorta di discarica umana differenziata, dopo quarant'anni di illegale occupazione militare.
Quello che rimarrà del popolo palestinese sarà sottoposto per sempre al potere degli invasori in nome del mito politico-religioso del «Grande Israele». Rispetto a questo mito il valore delle vite umane è uguale a zero, nonostante il «diritto alla vita» di cui ha fabulato la Dichiarazione universale dei diritti umani nel 1948. Il 1948 è proprio l'anno dell'auto proclamazione dello stato d'Israele e della feroce «pulizia etnica» imposta dai leader sionisti al popolo palestinese, oggi rigorosamente documentata da storici israeliani come, fra gli altri, Ilan Pappe, Avi Shlaim e Jeff Halper.



In questi anni l'idea di uno stato palestinese è stata l'ultima impostura sionista, sostenuta dal potere imperiale degli Stati uniti, con la complicità dell'Unione europea. L'inganno è servito non solo a coprire un processo di occupazione sempre più invasiva dell'esigua porzione di territorio - il 22 per cento della Palestina mandataria - rimasta al popolo palestinese dopo la guerra di aggressione del 1967. L'inganno è servito soprattutto per avviare una progressiva e irreversibile colonizzazione dell'intera Palestina. Oggi non meno di 400 mila coloni sono insediati in Cisgiordania e le colonie si espandono senza sosta.
A Gaza e in Cisgiordania i leader politici palestinesi sono stati costretti all'esilio, incarcerati o eliminati con la tecnica feroce degli «omicidi mirati». Decine di migliaia di case sono state demolite e centinaia di villaggi devastati. Centinaia di pozzi sono stati distrutti e le riserve idriche sotterranee sequestrate e sfruttate per irrigare le coltivazioni delle colonie e dei territori israeliani. Migliaia di olivi e di alberi da frutta sono stati sradicati. Un fitto intreccio di strade che collegano le colonie tra di loro e con Israele - le famigerate by-pass routes - sono state interdette ai palestinesi e rendono ancora più difficoltose le comunicazioni territoriali, già ostacolate da centinaia di check point. A tutto questo si è aggiunta l'erezione della «barriera di sicurezza» voluta da Sharon, il muro destinato a stringere in una morsa la popolazione palestinese, relegandola in aree territoriali sempre più frammentate e dislocate. Nel frattempo Gerusalemme è stata trasformata in un'immensa colonia ebraica che si espande sempre più verso oriente, cancellando ogni traccia della presenza arabo-islamica e dei suoi millenari monumenti.
L'etnocidio del popolo palestinese si consuma nell'indifferenza del mondo, con la complicità delle cancellerie occidentali, l'omertà dei grandi mezzi di comunicazione di massa, il servilismo degli esperti e dei giuristi «al di sopra delle parti», il fervido sostegno del più ottuso e sanguinario presidente che gli Stati uniti d'America possono vantare. Per quanto riguarda il popolo palestinese, il diritto internazionale è un pezzo di carta insanguinata, mentre le Nazioni unite, dominate dal potere di veto degli Stati uniti, macinano acqua nel mortaio e lasciano impuniti gli infiniti crimini internazionali commessi da Israele. La triste vicenda di Richard Falk ne ha offerto in questi giorni l'ennesima prova. Ciò che sicuramente riprenderà vigore in un futuro molto prossimo - e sarà per tutti la tragedia più grave - sarà il terrorismo suicida dei giovani palestinesi, la sola replica «economica» al terrorismo di stato. E altissimo sarà il rischio di un allargamento del conflitto nell'intera area della mezzaluna fertile.
Che senso storico e umano ha tutto questo? Qual è il destino del Medio Oriente? Che funzione svolge la strage di uomini, donne e bambini palestinesi? Come si giustifica la spietatezza del governo Olmert e la complicità delle autorità religiose israeliane?
Una cosa sembra certa e è la funzione sacrificale di un lembo di terra tra i più densamente abitati poveri e disperati del pianeta. Chi persegue un obiettivo assoluto e si crede portatore della giustizia e della verità, si attribuisce un'innocenza assoluta e è sempre pronto, come ci ha insegnato Albert Camus, a imputare agli avversari una colpa assoluta e a spegnere la loro vita negando loro ogni speranza. Gaza è ormai un immenso patibolo dove si celebra di fronte al mondo una condanna a morte collettiva. L'umanità assiste allo «splendore del supplizio», per usare una celebre espressione di Michael Foucault. La pubblica esecuzione della condanna a morte dei propri avversari è uno strumento essenziale di glorificazione di un potere che si sente più che umano.


3 gennaio 2009

Victor Kattan : intervista a Richard Falk su Israele e Gaza

 Qualche giorno fa, le autorità israeliane hanno espulso il professor Richard Falk, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, che era entrato nel paese per indagare sulle violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, occupate da Israele. Il collaboratore di Electronic Intifada Victor Kattan ha intervistato Falk sui motivi che stanno dietro la sua espulsione, sul paragone che egli ha fatto tra il trattamento dei palestinesi da parte di Israele e i crimini nazisti compiuti durante la seconda guerra mondiale, sul suo duplice ruolo di accademico e di sostenitore dei diritti umani, e su come i difensori di Israele stornano l’attenzione da quello che sta succedendo nei territori, attaccando i critici della politica israeliana.

Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton e membro del Foro di New York. Attualmente è professore ospite di Studi Internazionali all’Università Santa Barbara in California. Dal Marzo del 2008 è Relatore Speciale per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati alle Nazioni Unite. Falk è autore di oltre 20 libri di diritto internazionale e ha fatto parte della commissione d’inchiesta MacBride sulle atrocità commesse a Beirut nel 1982 nei campi profughi di Sabra e Shatila, come pure della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani commesse in seguito alla seconda intifada palestinese del Settembre del 2001. Il suo ultimo libro, Achieving Human Rights [Ottenere i diritti umani] è stato pubblicato da Routledge nell’Ottobre del 2008.



Victor Kattan: Lei è stato recentemente espulso dal governo israeliano quando è atterrato all’aeroporto Ben Gurion nella sua veste di Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, anche se ai due assistenti che viaggiavano con lei era stato concesso il visto per entrare nel paese, e nonostante il fatto che il ministero degli esteri israeliano avesse ricevuto in anticipo una copia del suo itinerario di viaggio, che includeva un incontro con il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Per quale motivo, secondo lei, è stato recluso per 20 ore e poi espulso?

Richard Falk: Naturalmente posso solo indovinare le motivazioni israeliane. La rappresentante del Ministero dell’Interno all’aeroporto ha insistito che stava semplicemente eseguendo un’ordine del ministero degli esteri di impedirmi l’ingresso. Ma questo non spiega perché non sono stati fatti sforzi per informare di ciò in anticipo l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani. A mio parere, Israele voleva darmi una lezione per le mie precedenti critiche, e soprattutto, mandare alle Nazioni Unite il messaggio che Israele non ha intenzione di collaborare con un loro rappresentante che sia sgradito al governo. Naturalmente, il vero significato della mia esperienza riguarda il presunto diritto di uno stato membro a stabilire chi può rappresentare le Nazioni Unite nel valutare i comportamenti contestati. Se Israele avrà successo, questo costituirà un malaugurato precedente, e per questa ragione resisterò alla tentazione di dimettermi e lavorerò duro per essere un efficace Relatore Speciale, nonostante l’incresciosa impossibilità di visitare i territori palestinesi sotto occupazione.

VK: Nel Giugno del 2007, lei ha scritto un articolo intitolato “Dondolando verso un Olocausto Palestinese”. Nell’articolo, ha posto la domanda seguente: “E’ un’esagerazione irresponsabile associare il trattamento dei palestinesi con il vituperato record nazista di atrocità collettiva?”. Lei ha risposto affermando: “Non penso. I recenti sviluppi a Gaza sono particolarmente inquietanti perché esprimono in modo così vivido l’intenzione deliberata da parte di Israele e dei suoi alleati di sottoporre un’intera comunità umana a delle condizioni di crudeltà estrema, potenzialmente mortali. Il suggerimento che questo schema di comportamento è un olocausto in via di formazione rappresenta un appello disperato ai governi della comunità internazionale e all’opinione pubblica affinchè si agisca con urgenza per impedire che le tendenze genocide attualmente in corso si risolvano in una tragedia collettiva. Se l’etica di una “responsabilità di proteggere”, recentemente adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come base dell’”Intervento umanitario” dovesse mai venire applicata, allora è questo il momento di agire, per iniziare a proteggere il popolo di Gaza da ulteriori pene e sofferenze”.
Si rammarica di avere scritto queste parole? Se no, perché no?

RF: Questa per me è una domanda complicata. Ho scritto queste parole prima di essere nominato Relatore Speciale, come un cittadino impegnato che era profondamente preoccupato dal fatto che la situazione disperata del milione e mezzo di palestinesi di Gaza è ignorata dalle elite internazionali. Sentivo all’epoca che si trattava di una catastrofe umanitaria tuttora in corso, e che poteva trasformarsi in qualunque momento in una tragedia di proporzioni massime, a causa della fame e delle malattie. Retrospettivamente, penso adesso che sia stato innopportuno associare esplicitamente queste preoccupazioni, che rimangono forti come prima, all’esperienza storica degli ebrei nell’Olocausto. Di fatto, [tale associazione] è finita in mano agli apologeti delle tattiche israeliane di occupazione per spostare il dibattito dal dramma palestinese alle implicazioni incendiarie del collegamento con gli eventi dell’era nazista. Questo rientra nello schema più ampio, da parte di Israele, di spostare il dibattito dalla realtà dell’occupazione alla presunta colpa di quelli che parlano di tale realtà. Io insisto che la misurazione della colpa si dovrebbe basare sulla verità o la falsità di quello che viene riferito, e questo è il dibattito che auspico. In via di principio, mi rammarico anche che il mio collegamento tra la situazione di Gaza e le memorie naziste sia stata dannoso per molte persone, e abbia facilitato una diversione dal mio obbiettivo di richiamare l’attenzione sulla situazione di Gaza. Ho cercato di evitare di usare questo tipo di retorica nelle mie osservazioni successive sulla realtà palestinese, ma sottolinerei che la condizione di fondo di massiccia punizione collettiva dell’intera popolazione civile palestinese è una realtà ancora in corso, ed è nello stesso tempo immorale e illegale.

VK: Alcuni esperti di diritto internazionale considerano l’erudizione accademica e il sostegno ai diritti umani reciprocamente incompatibili: dicono che non si può essere seri studiosi e nello stesso tempo degli attivisti. Lei ritiene, come eminente esperto americano di diritto internazionale, con un lungo e rinomato curriculum accademico, e di militanza per i diritti umani per quasi mezzo secolo – che include, tra le altre cose, l’opposizione alla guerra in Vietnam, all’apartheid in Sudafrica, all’industria delle armi nucleari, all’invasione da parte di Israele del Libano e alla sua occupazione della Cisgiordania e di Gaza, come pure all’intervento della Nato in Kosovo, e all’invasione dell’Iraq del 2003 – che gli esperti di diritto internazionale dovrebbero parlare più spesso? E’ possibile essere un serio studioso di diritto internazionale e un attivista dei diritti umani?

RF: Questa è una domanda importante, che ho ponderato nel corso della mia carriera. Come ho detto in precedenza, la vera misura sia dell’erudizione che dell’impegno civile è la veridicità e l’esattezza, ed io ho sempre cercato di essere obbiettivo in questo senso basilare. Credo che tutti abbiamo identità multiple e che sia perfettamente coerente essere uno studioso che scrive e parla per un pubblico accademico e un cittadino impegnato che agisce allo stesso modo per il pubblico normale. In un certo senso, si tratta di tradurre una forma di comunicazione nell’altra. Credo che sia un contributo importante alla vitalità della società democratica avere il beneficio delle opinioni di un accademico specialista. Nello stesso tempo credo che in una classe sia essenziale, per il professore, essere ricettivo verso i punti di vista che lo contraddicono, e io ho sempre cercato di comportarmi così. Ho scherzosamente sottolineato che tra i miei studenti di Princeton vi sono stati Richard Perle e David Petraeus, il che prova che non indottrino i miei studenti, ma fortunatamente neppure loro riescono a convertirmi ai loro punti di vista. Quello che conta, alla fine, è la convinzione dell’importanza della discussione informata sulle questioni politiche importanti del giorno, sia che riguardi gli studenti, che gli studiosi, che i cittadini.

VK: John Dugard, il suo predecessore come Relatore Speciale delle Nazioni Unite, ha paragonato la situazione nei Territori Palestinesi Occupati con l’apartheid. Lei ha fatto parte della squadra di giuristi per i casi dell’Africa del Sud-Ovest (Namibia), a nome dell’Etiopia, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, negli anni ’60. Sebbene tale corte, in una controversa decisione, decise che l’Etiopia e la Liberia non avevano “nessun diritto o interesse legale di loro pertinenza “ concernente l’illegalità dell’occupazione della Namibia da parte del Sudafrica, lei non vede nessuna somiglianza tra la politica di Pretoria del Grande Apartheid nell’Africa meridionale e quello che sta succedendo oggi nei territori palestinesi? In caso affermativo, quali lezioni possono trarre i palestinesi dal movimento anti-apartheid nel mettere in luce le ingiustizie dell’occupazione da parte di Israele – che dura da quattro decenni - di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza? C’è un ruolo per il diritto internazionale?

RF: Sì, il mio background comprende una serie decisamente profonda di incontri con la realtà dell’apartheid in Sudafrica. Non molto tempo dopo il mio incarico nel caso davanti alla Corte Internazionale andai in Sudafrica, nel 1968, come osservatore ufficiale a nome della Commissione Internazionale di Giuristi per un importante processo politico tenuto a Pretoria. Mentre stavo in quel paese ebbi per diverse settimane l’opportunità di visitare (illegalmente) le misere città africane, per combinazione in compagnia di John Dugard. Questo mi aiutò ad apprezzare alcuni aspetti delle condizioni politiche estreme che sono importanti per capire la lotta palestinese. All’epoca venni colpito dalla sincera incapacità, da parte dei sudafricani bianchi “civili”, di capire la miseria e l’umiliazione del sistema dell’apartheid, sebbene facesse parte delle loro immediate vicinanze. La politica della negazione faceva sì che un outsider come me poteva “vedere” questa realtà più chiaramente di molti “insider”. Questo mi ricorda una frase di un pacifista israeliano: “La Cisgiordania è più lontana da Israele della Tailandia”. Per la mia esperienza, Gaza è addirittura più lontana. Ho esitato a trarre un’analogia tra il Sudafrica dell’apartheid e l’occupazione israeliana dei territori palestinesi: non volevo una seconda controversia a causa del mio linguaggio provocatorio. Allo stesso tempo vi sono alcuni aspetti istruttivi della vittoriosa lotta sudafricana che potrebbero essere importanti per i palestinesi.

Prima di tutto, un campo cruciale della battaglia è quello di stabilire la natura illegale, e persino criminale, dell’ordine dominante, e di iniziare perciò una battaglia per far leva sui cuori e sulle menti dei popoli del mondo. Gli Stati Uniti e l’Europa sono teatri particolarmente importanti per questa battaglia. La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) all’Aja può essere d’aiuto nello stabilire la legittimità delle richieste di cambiamento. E’ utile ricordare che in quattro occasioni, l’ICJ è stata chiamata a pronunciarsi sull’apartheid del Sudafrica, e sebbene questi verdetti giudiziari non abbiano ottenuto risultati immediati, hanno contribuito a screditare il regime dell’apartheid. In secondo luogo, il luogo della battaglia è sia esterno che interno, e la possibilità di diventare padroni della situazione rispetto alla legittimità delle richieste si deciderà probabilmente fuori della Cisgiordania e di Gaza, e i campi di battaglia più importanti saranno Israele e gli Stati Uniti. In terzo luogo, non bisogna giudicare le prospettive di successo della parte oppressa dall’attuale equilibrio apparente delle forze. Una forza oppressiva apparirà probabilmente onnipotente fino a quando non sarà sull’orlo del crollo. E’ importante continuare la battaglia, nonostante le frustrazioni e le delusioni, basandoci sulla fede ultima nel trionfo della giustizia.

VK: Molti esperti di diritto internazionale hanno paura di criticare apertamente il governo israeliano per le sue violazioni dei diritti umani perché ritengono di poter essere colpiti nelle loro future prospettive di lavoro, per paura di essere definiti antisemiti o ebrei “che odiano sé stessi”. Come ebreo americano, cosa le ha dato la forza di esprimere le sue convinzioni per così tanti anni nonostante gli attacchi alla sua persona? Ha dei rimpianti? E se potesse tornare indietro, farebbe tutto di nuovo? Che consiglio darebbe ad altre persone sottoposte ad attacchi simili?

RF: Un aspetto increscioso di questo dibattito sulla politica di Israele verso i palestinesi è che sono state usate tattiche diffamatorie. Sono diventato sempre più il bersaglio di questi attacchi, e mi consolo a pensare che sia un segno di una certa influenza e di una certa efficacia. Alan Dershowitz, il famigerato professore di legge di Harvard, ha scritto sui miei viaggi recenti un articolo diffamatorio che inizia paragonandomi a David Duke, la cui fama è legata al Ku Klux Klan, e a Ahmadinejad, e suggerendo che sono un analogo venditore di odio. Questa ostilità irresponsabile è la parte spiacevole del mio ruolo controverso e delle opinioni da me espresse, e sfortunatamente riceve un peso sproporzionato da parte di una cultura mediatica che spesso considera l’odio e gli attacchi personali velenosi più convincenti, e di certo più meritevoli di attenzione, delle prove e del ragionamento. Ma non ho rimpianti. La mia integrità e la mia autostima sono profondamente legate alla mia identificazione, che dura da una vita, con gli oppressi, e alla mia convinzione che se l’umanità vorrà rifiorire in futuro, è essenziale che i forti rispettino la legge, a livello globale, come i deboli. Attualmente, abbiamo un diritto globale che non tratta gli eguali in modo eguale; i deboli vengono ritenuti responsabili, mentre i forti godono dell’impunità. Questo equivale ad una legge senza giustizia, suscitando accuse di ipocrisia e di doppio metro di giudizio. Il mio lavoro, come studioso e come cittadino impegnato, è stato dedicato a promuovere la causa di una giustizia globale basata su un ordine di legalità che impari a trattare gli eguali in modo eguale, sia che si tratti di stati che di individui.

Per quanto concerne il mio essere ebreo, questa è la mia identità. Credo che questa dedizione alla giustizia sia espressa al meglio dai profeti del Vecchio Testamento, ed è il contributo più duraturo della tradizione ebraica alla conoscenza umana e all’esercizio dell’etica. Ho avuto il privilegio, come studente universitario, di studiare Martin Buber, il grande filosofo ebreo, e di ascoltarlo mentre teneva una serie di conferenze all’Haverford College. Il suo messaggio è rimasto con me e mi risuona dentro ancora oggi. Con questo background riesco difficilmente a capire le accuse di “ebreo che odia sé stesso”, o di essere considerato in qualche modo “antisemita”. Rispondo a questi attacchi contro la mia credibilità sottolineando che non mi sento mai antiamericano quando critico la politica estera del governo americano. E’ una tattica incresciosa utilizzata da molti sionisti, quella di equiparare ogni critica allo stato di Israele o alla sua politica all’antisemitismo. Secondo me, questo atteggiamento è profondamente antidemocratico, e minaccia di trasformare il “cittadino” in un “suddito”. Credo che la misura di un buon senso della cittadinanza sia la coscienza, non l’obbedienza. Per tutte queste ragioni, non ho rimpianti, e sebbene non sia stato prudente, dal punto di vista del carrierismo, rifarei tutto di nuovo senza la minima esitazione. In sostanza, non potrei fare altro!

(Tratto dal blog di Andrea Carancini che ha tradotto l'articolo dall'inglese)


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