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1 giugno 2009

Joseph Halevi : Stress test. Giova alle banche ed il cittadino paga

 

Sebbene l'economia continui ad andare a rotoli, da oltre un mese le borse si sono riprese grazie soprattutto al piano aste truccate di Geithner e Summers. Rammentiamo ai lettori che questo piano si basa sulla riabilitazione artificiale dei prodotti tossici, non sul loro sradicamento dal sistema finanziario. Lo «stress test», anch'esso inventato da Geithner, si inserisce pienamente nella strategia di mantenere i prodotti tossici come componente positiva dei portafogli bancari.
Il test dovrebbe verificare la solidità delle banche nell'eventualità che la situazione finanziaria precipiti ulteriormente. I criteri della prova si fondano su dei postulati che riguardano proprio il rischio contenuto in ciascuna della attività in possesso delle banche e vengono incluse anche le cartacce tossiche. Le attività sono classificate e valutate secondo degli indici collegati ad un ipotetico grado di rischio per ciascuna classe ed alla percentuale in cui ogni classe di titoli entra nel portafoglio delle banche. Nello schema, ciascuna classe di titoli ha comunque un valore positivo nel portafoglio bancario.
Nell'ipotesi che nel 2010 l'economia Usa esibisca un tasso di disoccupazione del 10,3 per cento, un declino del Pil del 3,3 per cento ed un calo del prezzo delle case del 22 per cento, le simulazioni del Tesoro Usa prevedono ulteriori perdite da parte delle banche di 600 miliardi di dollari. Lo «stress test» risiede nel misurare se i valori delle attività offrono margini sufficienti per assorbire le perdite.
Il risultato dell'esercizio è stato che 10 banche su 19 devono cercare dei soldi per entrare nei parametri di sicurezza.
La classificazione ed il collegamento dei titoli delle banche per mezzo di indici non ha alcun significato reale, perché una buona parte dei portafogli bancari non è valutabile in quanto contenente cartacce la cui sottoscrizione è avvenuta in maniera fraudolenta e senza documentazione adeguata. Le cartacce non dovrebbero far assolutamente parte dei portafogli bancari, in quanto non sono economicamente redimibili.
Lo «stress test» è un'ulteriore prova dello iato che esiste tra le misure di rilancio e le politiche finanziarie perseguite dal governo di Washington. L'ala economica dell'amministrazione Obama sta conducendo una politica volta a difendere i manager ed i detentori di titoli delle grandi banche nelle quali si concentra il marcio.
Il governo avrebbe potuto far intervenire la Federal Deposit Insurance Corporation, che ha l'autorità legale di assumere la gestione delle banche in crisi, di licenziarne la direzione, svalutarne le attività e farle ripartire su basi completamente nuove. Così successe nel 1983-1984 con la Continental Illinois, durante la presidenza Reagan.
Tuttavia, Geithner e Summers sono assolutamente decisi a salvare quanto più possibile tanto gli interessi economici quanto la struttura dirigenziale delle grandi banche. Dato che i titoli tossici non sono nei fatti redimibili, le banche, in base alla clausola del non ricorso, non dovranno rimborsare allo stato i prestiti ottenuti. Il costo ricadrà sulla collettività, cioè sul bilancio federale. Si vede quindi come lo «stress test» sia in effetti un ulteriore passo nella legittimazione dei titoli tossici in quanto parte delle classi di attività detenute dalle banche.
Questa politica si scontra con gli obiettivi di rilancio di Obama per due motivi. In primo luogo obera il bilancio federale, limitando politicamente la possibilità di maggiori spese nel prossimo futuro. In secondo luogo, non fa ripartire il sistema dei prestiti all'economia e soddisfa solo le esigenze di preservazione politico-economica del capitale finanziario, come comprovato dalla recente ripresa degli indici di Wall Street.


22 maggio 2009

Maurizio Donato : il piano Geithner ed il capitale paziente

  Dopo lunghe discussioni e non pochi contrasti con gli altri responsabili economici dell’amministrazione, il Segretario al Tesoro Usa ha rivelato i dettagli del piano con cui il governo intende risolvere i problemi delle banche a rischio di insolvenza. Come è noto, nonostante centinaia di miliardi di dollari e un piano di stimolo fiscale spesi nel tentativo di sbloccare il mercato del credito, il versante finanziario della crisi è dominato dall’incertezza circa il destino dei ‘titoli tossici’ presenti nel portafoglio delle banche. Avendo scartato l’ipotesi della nazionalizzazione, il governo americano ha preferito puntare sul salvataggio delle banche, stanziando mille miliardi di dollari per costituire un fondo a maggioranza pubblica che comprerà le attività finanziarie che gravano sui bilanci delle banche in crisi.

La notizia del piano è stata accolta favorevolmente da Wall Street, meno dalla grande stampa (New York Times, Financial Times del 24/3/09) e dalla comunità degli economisti da cui non sono mancati commenti sfavorevoli o quanto meno scettici circa le modalità di funzionamento e l’eticità complessiva dell’operazione.

Tra i favorevoli, Brad DeLong ha scritto a proposito di un ‘capitale paziente’ (non nel senso del malato, dal suo punto di vista) che potrebbe fare un buon affare, considerando che il programma pubblico – diviso in tre diverse componenti – finanzierebbe fino all’85% del prezzo dei titoli, rendendo convenienti transazioni che al momento non si verificano, stante le differenze tra la valutazioni dei titoli da parte dei venditori, che li ritengono sottovalutati, e i
compratori per cui valgono molto meno del prezzo richiesto.



L’aspetto di finanza creativa tipico del piano Geithner consiste proprio nel tentativo di creare un mercato per attività finanziarie che – in quanto tossiche - non incontrano un grande appeal da parte del pubblico, mentre la sostanza non appare molto diversa dal vecchio programma TARP (ribattezzato dai critici TRAP) redatto dall’ex Segretario al Tesoro di Bush, Mr. Paulson. L’idea che gli economisti di Obama sembrano condividere con i consulenti repubblicani è che il sistema finanziario americano sia sostanzialmente solido e sano; l’unico problema sarebbe rappresentato da questi ‘titoli tossici’ che inquinano l’ambiente e per i quali occorre trovare un prezzo. Il finanziatore intanto è stato individuato nel settore pubblico.

Secondo Paul Krugman – critico su questo piano – quello che il Tesoro Usa si starebbe accingendo a creare è qualcosa di molto simile alle Saving & Loans degli anni ’80: strutture finanziarie con scarso capitale, ma molte passività garantite dal settore pubblico. Per gli investitori privati, il piano costituirebbe un aperto invito alla scommessa facile: se esce testa, vinci, se esce croce perde il pubblico, con tanti saluti ai bei discorsi a proposito del rischio morale.

Il problema sul tappeto può essere riassunto in questi termini: gli investitori privati, come i fondi azionari e gli hedge funds, si sono rifiutati sinora di pagare più di 30 centesimi di dollari per la maggioranza di questi panieri di mutui, mentre le banche rifiutano di venderli per meno di 60 centesimi, altrimenti dovrebbero iscrivere a bilancio grosse perdite. Lo scopo del piano Geithner è costruire una situazione – un maxi gioco di fiducia – in grado di colmare il gap tra i due prezzi di domanda e di offerta finanziando la differenza con fondi pubblici che coprirebbero fino all’85% degli acquisti.

Una buona questione da risolvere per rispondere alla domanda che porta a chiedersi perché il settore pubblico dovrebbe impegnare mille miliardi di dollari per comprare titoli tossici, è in che modo l’operazione potrebbe funzionare. Un modo relativamente semplice per far crescere il prezzo dei titoli esiste, e consiste nello scatenare un’inflazione tale da ridurre il valore reale del debito per i soggetti in difficoltà facendo contemporaneamente crescere il prezzo nominale dei titoli, tutti, compresi quelli ‘tossici’. Questo spiegherebbe anche il nuovo obiettivo di aumento della quantità monetaria perseguito da parte della Federal Reserve, che ha praticamente esaurito le manovre possibili sui tassi di interesse.

Tuttavia, far svolgere all’inflazione il ruolo del mercato non sembra particolarmente fair. In teoria, il prezzo di un’attività finanziaria dovrebbe avere una relazione con la valutazione del rischio dei flussi di cassa del venditore e dall’avversione al rischio del compratore. Se un mercato non riesce a formarsi, questo potrebbe voler suggerire che i soggetti della mancata transazione hanno aspettative diverse sui flussi di cassa o un differente atteggiamento nei confronti del rischio, e allora assegneranno prezzi diversi ai titoli. Nella realtà le cose sono più complicate perché il valore che un agente economico attribuisce a un’attività finanziario dipende molto dalle informazioni che ha a disposizione.

Quello dell’informazione non completamente, né perfettamente distribuita è un tema ampiamente dibattuto e di notevole importanza che sembra rilevante per il caso in questione, sicché affermare che nessuno è in grado di dire oggi quanto valga un titolo o un paniere di titoli ‘tossici’ equivale a dire che esiste un’asimmetria informativa tra quello che sanno le banche sui titoli in loro possesso e quello che pensano di saperne gli eventuali investitori. Da questo punto di vista il piano Geithner non fa nulla per risolvere il gap informativo se non mettere dei soldi pubblici sul piatto della contrattazione, cercando di far aumentare in questo modo il prezzo di acquisto che diventa sovvenzionato.

Viste dal punto di vista dei sostenitori del piano, le cose stanno diversamente: è il mercato che ‘sbaglia’ a considerare zero il valore di questi mutui; le banche sanno – correttamente – che saranno onorati, c’è un eccesso di sfiducia e di pessimismo, tanto – sooner or later – la ripresa ci sarà e con questa il valore dei titoli tornerà ad essere ‘normale’.

Potrebbe trattarsi di rischio, di incertezza, di ambiguità, di incompletezza del sistema di preferenze, a far sì che il mercato non riesca a formare un prezzo, oppure potrebbe valere una spiegazione più semplice: le banche sanno perfettamente che il valore dei titoli è 30 ma sanno anche che Geithner prima o poi offrirà 60 e allora aspettano. Capitale paziente.


7 aprile 2009

Giorgio Gattei : una formula per questa crisi

 . In macroeconomia c’insegnano che i consumi sono funzione dei redditi delle famiglie. E se poi si approssimano i redditi delle famiglie alle retribuzioni dei lavoratori, allora i consumi risultano funzione inversa dei profitti dei capitalisti. La relazione è corretta, ma insufficiente. Infatti, quando i redditi e le retribuzioni superano un certo livello diventa possibile per le famiglie, oltre che consumare, acquisire un patrimonio di beni immobili e titoli mobiliari.

Nemmeno questa relazione è però sufficiente perché in epoca di finanziarizzazione sia i consumi che il patrimonio possono essere alimentati anche dal ricorso al credito, che è debito D per le famiglie. Ne risulta così che i consumi C e il patrimonio P delle famiglie sono alimentati dai redditi Y e dall’indebitamento D. Per sintetizzare si può scrivere:

C + P = f (Y, D)

Ovviamente la sostenibilità dell’indebitamento dipende dal tasso d’interesse che viene praticato dalle banche, con un doppio effetto di retroazione positivo se il tasso d’interesse diminuisce. Infatti da un lato aumenta la facilità di ricorso al credito che alimenta la costituzione di maggiori consumi e patrimoni, dall’altro cresce il valore del patrimonio già posseduto (essendo il valore del patrimonio in funzione inversa del saggio d’interesse) che consente un ulteriore ricorso al credito.
E’ stato questo “circolo virtuoso” a sostenere l’esplosione dei mutui immobiliari e quant’altro (anche in presenza di scarse garanzie personali) grazie ad una politica monetaria accomodante che negli Stati Uniti ha ridotto il tasso d’interesse dal 6,50% del 2000 all’1% del 2004.



2. Se però il tasso d’interesse aumenta, quel circolo virtuoso si fa “vizioso”. E’ quanto è successo dal 2004 in poi, da quando la Federal Reserve (per ragioni che qui non è il caso di considerare) ha preso ad alzare il tasso d’interesse portandolo fino al 6,25% alla metà del 2007. Ciò ha reso le famiglie indebitate incapaci a pagare le rate con i redditi e le retribuzioni a disposizione. Così sono state costrette a consumare di meno, provocando una caduta della domanda effettiva, oppure a vendere parte del patrimonio. In questo caso si è prodotta quella deflazione da debito descritta da Irving Fisher nel 1933 e di cui qui si può dare conto con un semplice esercizio numerico.

Sia dato un debito di 100 dollari interamente coperto da un patrimonio mobiliare (10 titoli a 10 dollari ciascuno). Se la banca chiede di ridurre il debito (diciamo del 10%), la famiglia può provvedere vendendo un titolo e consegnando il ricavato alla banca. Ad un debito calato a 90 dollari corrisponderà un patrimonio… Di quanto? Se anche altri debitori, richiesti di ridurre l’indebitamento, vendono titoli, il prezzo in borsa diminuirà, e se contemporaneamente il tasso d’interesse aumenta, i titoli rimasti perderanno di valore. Diciamo che calino a 9 dollari ciascuno, così che a fronte di quel debito ridotto a 90 dollari sta ora un patrimonio di 9×9 dollari = 81 dollari. A maggior ragione la banca chiederà di rientrare dallo “scoperto” di 9 dollari, ma la reiterazione della vendita di un altro titolo da 9 dollari, se la vendita coinvolge più debitori e/o il tasso d’interesse continua a crescere, a fronte di un debito calato a 81 dollari produrrà una svalutazione del valore patrimoniale di quei titoli a 8×8 dollari = 64 dollari.

E’ questo il paradosso di Fisher: più si prova a pagare il debito, più ci si mette in condizioni di non arrivare a pagarlo per la progressiva caduta dei valori patrimoniali (mobiliari ma anche immobiliari, perché il processo è il medesimo) posseduti dalla famiglie, anche di quelle che non sono indebitate. E’ questa la “deflazione da debito” che, da stime provvisorie, avrebbe ridimensionato i valori finanziari nel 2008 di 50.000 miliardi di dollari (cfr. http://www.mybudget360.com/).

3. La formula mette subito in chiaro le manovre disponibili contro la deriva deflazionistica. La prima, quella più immediata, è la riduzione del tasso d’interesse così da rialzare i valori patrimoniali, come si è proceduto a fare dalla metà del 2007 in avanti. Tuttavia se continuano le vendite di titoli e d’immobili per ripianare i debiti, l’effetto della manovra è nullo e nemmeno un tasso di sconto portato allo 0% è in grado d’invertire la tendenza alla liquidazione dei patrimoni.

In alternativa andrebbe meglio l’aumento di redditi e retribuzioni, che consentirebbe alle famiglie di onorare i mutui senza necessità di ricorrere alla vendita dei patrimoni. Ma non si avrebbe una ripresa dei consumi, dovendosi destinare l’incremento del reddito al rimborso del debito. Comunque in questo caso, data la nostra ipotesi iniziale, il costo del superamento della crisi finirebbe a carico dei percettori di profitti.

Ancora più drastica è l’alternativa di una moratoria dei debiti, così che il loro pagamento venga momentaneamente sospeso oppure accollato allo Stato per dilazionarlo. Ma si tratterebbe appena di un rinvio perché i debitori dovrebbero comunque pagarli più tardi.

Per questo l’unico rimedio definitivo ricavato dalla formula è il condono dei debiti facendo pagare in questo caso il costo del superamento della crisi ai creditori stessi. Annulla il debito: sarebbe così data concretezza al precetto che risuona ogni volta che si recita il Padre Nostro: “Signore, rimetti a noi i nostri debiti, come NOI li rimettiamo ai nostri debitori”. Un impegno verso il prossimo che non sarebbe più fatto di vane parole.


6 aprile 2009

Joseph Halevi : La legge inganno Summers-Geithner sugli asset tossici

 

Se guardiamo ai recenti presidenti Usa dichiaratamente progressisti (Jimmy Carter e Bill Clinton) notiamo che invariabilmente il loro progressismo sfuma, nemmeno intenzionalmente, perché la belva, the beast, impone l'allineamento sulla sua realtà. Carter, che aveva fatto campagna contro lo stallo salariale del periodo Nixon-Ford, crollò di fronte alla politica antinflazionistica inaugurata dalla Federal Reserve di Volcker nel 1979. Fu questa politica ad aprire la porta alla finanziarizzazione dell'economia, alla disarticolazione del mercato del lavoro su cui si è fondata la presidenza Reagan. Per Bill Clinton la capitolazione avvenne con l'abbandono della riforma del sistema sanitario e la deregolamentazione sia delle comunicazioni che dell'ordinamento bancario. Gli esecutori di quest'ultima oggi si trovano al cuore dell'amministrazione Obama. Essi sono i proconsoli della belva, come Larry Summers, che durante Clinton si oppose ad ogni controllo sul traffico dei derivati finanziari. Oggi i Summers ed Geithner stanno facendo capitolare Obama sul terreno della capitalizzazione delle banche in crisi. 



Infatti il piano appena varato è ancora più favorevole agli interessi delle banche di quello di Paulson dello scorso ottobre. Il piano Paulson intendeva estrarre le cartacce tossiche dai libri di conto bancari. Si arenò sulla formulazione del prezzo che lo Stato avrebbe dovuto pagare le banche per prendersi le cartacce. Queste non sono azioni il cui valore, pur essendo crollato, è conosciuto ad ogni momento. Le cartacce dei prodotti derivati non hanno valori verificabili da transazioni di mercato continue. Non hanno valore, quindi. Nel piano Geithner-Summers-Obama è stata fatta la legge con l'inganno incorporato. Il Governo di Washington si impegna a finanziare per il 90% le scommesse al rialzo, effettuate dalle stesse banche, sui prezzi delle cartacce. Come in un'asta truccata. Il finanziamento pubblico è garantito con prestiti senza ricorso (no recourse). Legalmente non devono essere rimborsati se il valore del bene collaterale scendesse al disotto del prezzo di acquisto. Il governo Obama-Geithner-Summers considera quindi le cartacce come beni collaterali.
Per le banche tutto diventa un giochetto: prima si trucca l'asta, giocando al rialzo usando soldi pubblici. E i nuovi «prezzi» delle cartacce ricapitalizzano le banche. Se poi, quando le cartacce vengono rivendute, il loro prezzo dovesse risultare inferiore a quello emerso dall'asta truccata - e così sarà - i libri di conto delle banche non mostreranno un debito nel confronti dello Stato. La regola del «non ricorso» permette di non rimborsarlo. Non per caso le azioni finanziarie sono schizzate in alto a Wall Street. Nemmeno Paulson, sotto pressione dai crolli quotidiani, l'aveva pensata così bene. Allo Stato rimane il debito causato dal finanziamento al 90% dell'asta truccata. Quella di Obama-Geithner è una capitolazione totale agli incendiari. Essa aumenta il ricatto nei confronti dello «stato» delle ormai megabanche. Washington ha accettato il mantra del capitale monopolistico Usa (la belva, appunto) che ricapitalizza attraverso la nazionalizzazione temporanea, come successe in Svezia nel '93, sfiducia il pubblico e crea quindi instabilità compromettendo la ripresa. Cosa completamente falsa, semmai è vero il contrario. Più grave ancora l'accettazione da parte di Obama della tesi che i «prodotti» in mano alle banche abbiano un valore maggiore di quanto appaia, ma è la gente a non capirlo. Emerge pertanto che tutto il chiasso sui bonus ai manager era una cortina fumogena mediatica, mentre Summers e Geithner lavoravano alacremente per consolidare il potere del capitale nei confronti dello Stato.


1 aprile 2009

Rosario Patalano : la discreta sorveglianza della Fed

 Per molti economisti la crisi del 1929 fu in gran parte causata dalla decisione della Federal Reserve (Fed), adottata due anni prima, di abbassare il saggio di sconto dal 4 al 3,5 per cento. Con questa politica monetaria accomodante, la maggiore liquidità a disposizione delle banche fu utilizzata per finanziare (con mutui) l’acquisto di titoli azionari da parte dei privati alimentando nei due anni seguenti il boom speculativo di Wall Street. Anche oggi di fronte a questa grave crisi finanziaria la storia sembra ripetersi. La ricerca del capro espiatorio, sport preferito dall’opinione pubblica americana, conduce alla responsabilità della Fed, o più precisamente alla politica accomodante e di deregulation che ha caratterizzato la gestione di Alain Greenspan, alla guida della Fed tra il 1987 e il 2006.
Al di là delle precise responsabilità che sono ancora oggetto di dibattito, il rapporto tra l’opinione pubblica statunitense e la “sua” banca centrale è stato sempre controverso.
Gli Stati Uniti sono tra gli ultimi paesi ad economia di mercato ad aver istituito una banca centrale. Il sistema della Fed fu varato solo nel 1913, dopo che due precedenti esperienze di central banking (tra il 1791 e il 1836) erano state drasticamente “chiuse” dal Congresso perché entrate in conflitto con il potere delle banche locali. Il central banking negli Stati Uniti per tutto il XIX secolo fu considerato dai politici come un usurpazione delle funzioni fondamentali del Congresso (a cui la costituzione affida la responsabilità della politica monetaria) e dal mondo finanziario uno strumento di ingerenza nella liberta di impresa. La legge del 1864-1865, dopo un periodo di sfrenato free banking, confermando l’autonomia monetaria dei singoli Stati dell’Unione, si limitò ad istituire un Controllore Generale della circolazione di nomina presidenziale.
L’assenza di una banca centrale in un importante mercato monetario come gli Stati Uniti fu una delle principali cause di instabilità finanziaria mondiale per tutta la seconda metà del XIX. La frequente carenza di liquidità dovuta alla mancata sincronizzazione dei flussi monetari tra i territori dell’Est, dove si concentrava il settore industriale, e l’Ovest agricolo, e l’estrema frammentazione del sistema bancario, esposero il mercato finanziario degli Stati Uniti a crisi ricorrenti, che furono la caratteristica peculiare della storia monetaria americana nel XIX secolo.
Fu solo dopo la grave crisi finanziaria del 1907 che il Congresso si convinse ad istituire nel 1913 il Federal Reserve System, che appare nella sua struttura un compromesso tra l’esigenza di autonomia del sistema creditizio privato e la necessità del controllo e della vigilanza in nome dell’interesse pubblico. Il sistema infatti associa alle dodici banche della riserva federale anche le banche private, distinte rigidamente in base alla tipologia operativa. E non si tratta di una partecipazione formale, perché le banche della Riserva Federale in ogni distretto sono amministrate da un Consiglio dei Direttori che è nominato per un terzo dalle banche private, per un altro terzo dai rappresentati del settore agricolo, industriale e commerciale del distretto e per una altro terzo dall’organo centrale di governo della Fed, il Board of Governors. Per questo motivo la Fed è stata definita come government entity with private components, o come un’istituzione quasi-public. I suoi poteri rispetto al sistema finanziario si sono accresciuti sempre in seguito a gravi crisi. Così, tra il 1932 e il 1933, il suo carattere di istituzione pubblica fu decisamente accentuato con l’inserimento nello Statuto degli obiettivi della politica monetaria rivolta alla massima occupazione, alla stabilità dei prezzi, al mantenimento di tassi di interesse moderati nel lungo termine, e alla promozione di una crescita economica sostenibile.
Negli anni Sessanta la Fed divenne il pilastro della politica interventista “keynesiana” dell’amministrazione democratica, suscitando le proteste del mondo finanziario che lamentavano l’asservimento della politica monetaria a obiettivi di natura politica. Alla fine degli anni Settanta con la svolta che portò Paul Volker alla presidenza del Board of Governors, la Fed accentuò maggiormente la sua indipendenza dal potere politico divenendo l’attivo protagonista delle politiche di rientro dall’inflazione (ridotta drasticamente tra il 1981 e il 1983 dal 13,5% al 3,2%), assumendo il ruolo di “paradigma” delle severe politiche monetariste e dell’implacabile offensiva neo-conservatrice. Anche se Volcker era fondamentalmente un “uomo di Wall Street”, la drastica riduzione dell’offerta di moneta (la cui conseguenza fu una recessione che ridimensionò fortemente il peso dei sindacati dando via libera alla restaurazione neoconservatrice) e la maggior regolamentazione del mercato creditizio furono mal sopportate dagli ambienti finanziari che cominciarono ad elaborare strumenti alternativi per aggirare le restrizioni. Proprio all’inizio degli anni Ottanta cominciò a delinearsi la cosiddetta nuova finanza, costituita da mercati paralleli a quello ufficiale che si ponevano al di fuori di qualsiasi forma di regolamentazione. Anche quando la Fed si è presentata come lo strumento più importante per garantire l’attuazione di politiche sociali conservatrici, il mondo degli affari degli Stati Uniti ha quindi sempre giudicato con diffidenza il suo ruolo perché sostanzialmente al di fuori del contesto naturale del libero gioco delle forze di mercato.
La gestione di Greenspan (alla guida della Fed tra il 1987 e il 2006) non è stata altro che il punto terminale di una tradizione che considera l’esercizio del credito come una normale attività imprenditoriale, che è quindi preferibile lasciare alle libere forze del mercato. Una visione che negli ultimi decenni è stata rafforzata da teorie che tendevano a riaffermare la validità del free banking di fronte all’ingerenza del potere pubblico regolatore. Dalla fine degli anni Settanta si è svolto un serrato dibattito, ispirato da alcuni lavori pionieristici di Hayek, sulla natura delle banche centrali: vari contributi (sulla scia dell’importante saggio di Klein del 1974 sull’offerta di moneta “competitiva”) hanno messo in discussione la necessità dell’esistenza e delle funzioni di un organismo regolatore come la banca centrale. Questa letteratura teorica è stata accompagnata da una grande quantità di studi storici (sulle orme dei lavori di Rockoff sul periodo del free banking) che hanno analizzato esperienze concrete di free banking e riflettuto sulle circostanze che hanno portato al loro fallimento rendendo necessaria la “scomoda” tutela di una banca centrale. E non a caso l’esempio più studiato è l’esperienza storica degli Stati Uniti.
La “discrezione” con cui Greenspan ha sorvegliato lo sviluppo tumultuoso dei mercati finanziari negli ultimi due decenni, attraversando tre bolle speculative (nel 1987, nel 1998-2000 e ancora tra il 2003 e il 2005) non è quindi avulsa dal contesto storico ed è stata molto funzionale ai desideri delle lobby finanziarie e dei loro rappresentati al Congresso, e ha raccolto ampio consenso nell’opinione pubblica affascinata dal mito della ricchezza facile. Greenspan ha perseguito una politica tollerante per ridurre al minimo il peso e il ruolo dell’istituzione che era chiamato a dirigere. Sotto la sua discreta vigilanza i mercati dei derivati e di strumenti finanziari sempre più complessi hanno goduto di una assoluta deregolamentazione; le banche d’affari hanno avuto una straordinaria libertà d’azione; la crescita anormale degli indici azionari è stata volutamente sottovalutata e benevolmente considerata come una manifestazione di esuberanza irrazionale. Una politica monetaria in grado di assicurare liquidità abbondante in un contesto di inflazione contenuta e di una costante, anche se moderata, tendenza alla crescita, ha creato un ambiente favorevole alle tendenze speculative che hanno caratterizzato il mercato finanziario americano. Con una certa soddisfazione gli ambienti di Wall Street indicavano la politica del governatore con l’espressione Greenspan put per indicare il “senso di “protezione” che la Fed forniva alle esuberanti attività dei mercati finanziari (il put, infatti, è una opzione che permette al possessore di un titolo di venderlo a terzi a prezzo prefissato in qualsiasi circostanza) e che si esprimeva attraverso riduzione dei tassi d’interesse e iniezioni di liquidità ai primi segni di rallentamento. Una politica che portava vantaggi anche al resto del mondo, dato che gli Stati Uniti assumevano il ruolo di “grande consumatore” mondiale di capitali e merci, favorendo quello che lo stesso Bernanke non ha esitato a definire un nuovo equilibrio monetario mondiale (significativamente chiamato Brettoon Woods 2) . 



Ma ormai il Greenspan party è finito, e la gestione della sua pesante eredità spetta al suo successore Bernanke. Studioso ossessionato dal problema della deflazione, Bernanke, fino ad ora, non si è discostato molto nella gestione di questa crisi dal modello Greenspan (e per questo si è parlato anche di un Bernanke put), adottando gli stessi strumenti del suo predecessore con il ricorso ad iniezioni di liquidità e alla riduzione dei tassi d’interessi. Una strategia che è stata spinta al suo estremo dalla Banca del Giappone (proprio su consiglio della Fed) che per un decennio tra il 1995 e il 2006 ha tenuto i tassi di sconto in prossimità dello zero con l’obiettivo di contrastare una grave crisi finanziaria innescata dal crollo del mercato immobiliare (con una dinamica che per certi aspetti è simile a quella attuale). La riduzione del tasso sui Fed Fund, portato il 16 dicembre 2008 in una banda di oscillazione tra 0 e 0,25%, il minimo storico negli Usa, appare del tutto in linea con questo modello ampiamente sperimentato, sulla cui efficacia il dibattito è ancora aperto. E’ comunque chiara la volontà di promuovere una politica monetaria espansiva, una scelta che in un altro contesto avrebbe “assicurato” Wall Street, ma che di fronte al grande falò distruttivo acceso dalla crisi dovrà esser necessariamente accompagnata da altre più radicali misure. Quello che è certo che Bernanke è ancora il miglior garante dell’autonomia di Wall Street. Nello scorso novembre, di fronte alla richiesta di una Commissione del Congresso di conoscere i nomi delle banche che hanno fatto ricorso ai programmi speciali di prestito, Bernanke si è rifiutato di collaborare, chiedendo alle autorità politiche di derogare a ogni obbligo di trasparenza in nome della “difesa” dell’immagine delle istituzioni bancarie coinvolte. Una affermazione che molti hanno definito sconcertante di fronte al disastro che è sotto i nostri occhi.
Saremo molto probabilmente testimoni di una nuova fase della vita della Fed e di una rinnovata stagione di regolamentazioni, indotte dalla circostanze drammatiche della crisi, ed è molto probabile che in seno alla nuova leadership si apriranno delle contraddizioni sul ruolo da attribuire a quella che sarà la nuova Fed, ed è a questo che lascia pensare il peso attribuito a Volcker nella nuova amministrazione di Obama. Ma si può essere certi che passata la tempesta, il mondo della finanza americana vorrà liberarsi di ogni soffocante tutela per gettarsi ancora a capofitto nell’esuberanza irrazionale del libero mercato.


31 marzo 2009

Rosario Patalano : Lehman Brothers. Un contagio strategico ?

 Nel suo discorso di fine mandato come presidente di turno dell’Unione Europea, pronunciato il 16 dicembre scorso davanti al Parlamento di Strasburgo, con la solita franchezza, Nicolas Sarkosy ha affermato che: “La crisi non è nata ad agosto 2007, ma è iniziata quando gli Usa hanno preso la decisione gravissima di lasciare fallire Lehman Brothers” (fonte: Adnkronos).

Non possiamo dargli torto, la crisi finanziaria che si trascina ormai da più di un anno, ha avuto una netta accelerazione dopo il 14 settembre 2008, giorno in cui la Lehman Brothers ha ceduto alle pressioni che da qualche mese assediavano i suoi titoli a Wall Street, per annunciare l’intenzione di avvalersi della protezione in caso di bancarotta prevista dal Chapter 11 dell’U.S. Bankruptcy Code, gettando così nel panico le borse di tutto il mondo. Dopo l’annuncio del fallimento in un solo giorno tra le due sponde dell’Atlantico sono andati in fumo 825 miliardi di dollari. Secondo i dati della Federazione Mondiale delle Borse nei primi dieci giorni di ottobre sono stati persi dai listini azionari mondiali 4000 miliardi, portando a 25 miliardi di dollari la perdita complessiva rispetto all’ottobre 2007. Solo nei paesi Ocse dall’inizio dell’anno alla fine di ottobre le borse hanno bruciato 15.630 miliardi di dollari, circa il 30% del PIL mondiale.

La scelta dell’amministrazione americana di lasciar colare a picco il colosso Lehman è stata considerata da alcuni commentatori una decisione inspiegabile di fronte al salvataggio del gigante assicurativo AIG effettuato proprio il giorno dopo, al sostegno dato lo stesso giorno dalla Bank of America alla Merril Lynch (pilotato dalle autorità monetarie federali), e ancor più di fronte al doppio salvataggio di Fanni Mae e Freddie Mac, istituzioni specializzate nel campo dei muti avvenuto una settimana prima, e alla scelta compiuta sei mesi prima in favore di un’altra grande banca d’affari statunitense, la Bear Stearns, tenuta a galla dall’apertura di garanzie da parte della Fed, pari a 30 miliardi di dollari. La scelta è apparsa inspiegabile anche allo stesso Richard Fuld, amministratore delegato della Lehman Brothers, che il 6 ottobre scorso di fronte alla Commissione del Congresso Usa, ha ammesso candidamente: “Avrei voluto essere salvato anch’io. Certo ancora non mi spiego perché siamo stati gli unici a non essere salvati. E ciò che mi colpisce è che il venerdì prima del fallimento Lehman e Merryll Lynch erano nelle stesse condizioni”.



Molti influenti commentatori hanno interpretato questa scelta come un banale fatto emotivo, l’errore tipico di un momento di caos finanziario e politico. Questa lettura non sembra tuttavia molto convincente. Facendo attenzione a non cadere in semplificazioni “complottiste”, proveremo allora ad avanzare una diversa congettura sulle ragioni per cui proprio Lehman, e non altri, sia stata abbandonata al suo destino. L’idea, in proposito, è che la decisione di lasciar cadere il colosso finanziario sia stata in parte favorita dalla volontà diffusa nell’establishment americano di estendere più rapidamente il contagio fuori degli Stati Uniti e riaffermare la propria leadership mondiale, minacciata da più parti nell’ultimo anno. Fino al 15 settembre in molti ambienti della finanza e della politica europea questa crisi era stata descritta come esclusivamente statunitense, con limitati effetti in Europa e nei paesi emergenti. A parte le iniezioni di liquidità, la Bce e le altre banche centrali avevano seguito un comportamento non coordinato con le scelte della Fed, privilegiando gli obiettivi interni ancora in buona parte legati alla difesa della stabilità dei prezzi. Ma il fallimento di Lehman Brothers ha rivelato che il coinvolgimento dei gruppi bancari europei e asiatici era molto più ampio di quanto non si credesse. Da qui l’onda della crisi si è propagata su scala mondiale, e con essa anche le varie misure di salvataggio e di nazionalizzazione.

In questa particolare ottica, il fallimento di Lehman Brothers potrebbe dunque esser letto come un’azione temeraria, collocata però nell’ambito di una necessità strategica. Qualcosa di simile, in un certo senso, a ciò che nella terminologia militare si definisce un “rischio calcolato”, in base al quale appare lecito perdere sul campo qualcosa oggi per cercare di ottenere maggiori benefici domani. Lasciando la banca d’affari a sé stessa, gli Stati Uniti potrebbero aver lanciato un duplice segnale, una sorta di invocazione che è pure al tempo stesso una minaccia. E il segnale in effetti è giunto forte e chiaro. Dopo il 15 settembre la crisi, non più americana, è stata realmente percepita nella sua dimensione mondiale. Lo dimostra il primo intervento coordinato dell’8 ottobre scorso della banche centrali di sei importanti paesi con la riduzione di mezzo punto del tasso d’interesse. Un coordinamento senza precedenti, che è stato chiaramente forzato dalla situazione di emergenza e che può essere considerato come una sorta di “disciplina” imposta dalla Fed alle altre banche centrali.

Che sia stata sacrificata proprio la Lehman, la quarta banca d’affari degli Stati Uniti, non è casuale: era il leader mondiale per le cartolarizzazioni dei mutui residenziali gli ormai famosi ABS, Asset Backed Securities e CDO, Collateralized Debt Obligations) e le conseguenze del suo fallimento colpiscono in modo consistente istituti di credito al di fuori degli Stati Uniti. Le “apprezzate” obbligazioni strutturate Lehman, sostenute da un alto rating attribuito dalle più importanti agenzie come Moody’s e Standard’s & Poors, sono finite ovunque negli ultimi anni e hanno costituito l’ossatura delle polizze index liked che sono servite a raccogliere capitali drenandoli verso il mercato americano, affollato di consumatori pronti a sottoscrivere mutui e prestiti per alimentare il loro standard of live da anni ruggenti. Come dimostrano i dati dell’agenzia internazionale di rating Fitch Ratings, la Lehman ha avuto un ruolo essenziale come controparte negli ormai tristemente famosi credit defaul swaps (CDS) soprattutto in Europa e in Asia (su 69 CDS, 31 riguardano l’Europa, 35 l’Asia e solo 3gli USA).

Con la scelta strategica del 15 settembre gli Stati Uniti potrebbero avere esercitato una peculiare azione di contrasto nei confronti delle sempre più numerose minacce alla loro leadership egemonica. Ed è indubbio che il nuovo scenario geo-economico disegnato dall’attuale crisi ha ridimensionato fortemente quelle minacce: la concorrenza economica dell’Unione Europea, la restaurata potenza militare della Russia (esplosa come si ricorderà con la crisi georgiana dell’agosto scorso e con la minaccia di installare propri sistemi missilistici nell’enclave di Kaliningrad, in risposta alla decisione della Nato di militarizzare i paesi dell’ex Cortina di Ferro) e il ricatto dei paesi produttori di petrolio (compreso il pericoloso vicino Chavez) sembrano ormai questioni superate dai fatti. Nelle nuove incertezze che emergono dal dilagare della crisi, gli Stati Uniti riaffermano ormai a tutto campo la loro egemonia, anche con la forza della nuova autorevole leadership appena insediata.

Se, quella che per ora resta solo una congettura, trovasse in futuro dei riscontri documentari, il fallimento della Lehman potrà essere ricordato come l’ultima delle numerose, tragiche e discusse decisioni che hanno costellato l’indirizzo di politica estera dell’amministrazione Bush.


30 marzo 2009

Bruno Perini : per Giulio Sapelli la crisi finanziaria durerà 15 anni

 Un'intervista al manifesto sulle banche? E perché no? Lei lo sa bene, io in politica sono un conservatore e in economia un liberal. Però credo che materia di riflessione su quanto è accaduto ce ne sia da vendere. Anzi, la prima cosa che le voglio dire è che non possiamo cantare vittoria. L'uscita dal tunnel è ancora lontana. La crisi finanziaria durerà almeno 15 anni. Se è vero che i titoli tossici in circolazione sono stati stimati per un valore che è almeno 150 volte il Pil degli Stati Uniti, lei capisce che siamo messi male. Per quanto riguarda la crisi economica, invece, ci vorranno almeno 5 anni». Giulio Sapelli, docente di storia economica all'Università Statale di Milano, è un conservatore tutto d'un pezzo, con le politiche economiche del centro sinistra non è per nulla tenero, è convinto che siano state tutte all'insegna dell'impopolarità, eppure alcune sue proposte che in questa intervista buttà lì come fossero noccioline, potrebbero far saltare i nervi a banchieri e finanzieri. Se fosse per lui ad esempio le stock option andrebbero eliminate quando si tratta di banche. E ancora, a proposito di istituti di credito un dubbio iperbolico ce l'ha: «Ma siamo proprio sicuri che le banche devono essere quotate in Borsa?».



Un quesito non da poco direi. Ci torniamo sulla questione. Ora, mi dica, che cosa ne pensa del tornado che ha investito Stati Uniti, Gran Bretagna e tutta l'Europa occidentale?

Liberiamoci subito di un luogo comune: le banche più intossicate non sono quelle anglosassoni o statunitensi ma quelle tedesche. E comunque il male sta lì, nel sistema bancario. Ho letto molte cose negative sugli hedge fund o sui private equity, ma sono le banche che hanno avuto le maggiori responsabilità. Quali banche? Quelle guidate da top manager che basavano la loro politica sulle stock option. Il vero guaio è che gli istituti bancari si sono trasformati da intermediari finanziari in reti di vendita di prodotti finanziari. Un fenomeno questo che non ha riguardato soltanto gli Stati Uniti o la Gran Bretagna ma anche, tanto per fare un esempio, l'Austria. Il secondo punto dolente di questa crisi è che si è diffusa una cultura del rischio funzionale ai top manager. E' per questo motivo che le dicevo che le stock option bancarie andrebbero abolite.

Forse il punto più critico è che i top manager non giocavano in proprio alla roulette russa ma mettevano sul mercato prodotti velenosi. Non crede?

E' così. Il punto di rottura c'è stato quando le banche hanno messo sul mercato i propri debiti. Fino a quando si mettevano sul mercato semplici obbligazioni tutto andava bene. Ma se quelle obbligazioni vengono vendute assieme a una scatola che contiene mutui subprime a rischio, più altri prodotti finanziari sofisticati e difficilmente decifrabili, allora tutto cambia. Ed è quello che è avvenuto: in un'epoca in cui si parla tanto di trasparenza e di governance ci siamo trovati sul mercato prodotti ad alto rischio ma soprattutto dal contenuto opaco. Ecco il punto. In sè i derivati non sono il diavolo ma se vengono alterati da prodotti strutturati non controllabili allora si muta la natura degli stessi derivati. Sa cosa le dico? Che l'Italia ha resistito a questa tossicità diffusa più di altri paesi perché è dotata di molte banche cooperative e popolari.

Secondo lei si può tornare indietro o queste anomalie sono parti integranti del sistema, sono un punto di non ritorno?

Io credo che sarebbe sbagliato tornare indietro. E forse impossibile. Bisogna continuare a usare questi strumenti finanziari nella normalità. Il mutuo? Non si può erogarlo senza una garanzia minima. Le stock option? Come le dicevo andrebbero abolite nel sistema bancario perché sono uno stimolo al massimo rischio e se le cose vanno male si mettono a repentaglio i risparmi di milioni di persone, non soltanto del top manager. E' anche per questo motivo che le esprimevo i miei dubbi attorno alla quotazione delle banche in Borsa. Forse le banche non dovrebbero essere oggetto di contrattazione borsistica.

Davvero lei pensa che la crisi finanziaria durerà così a lungo?

Se il grado di tossicità del sistema è così alto le ripercussioni saranno inevitabili anche nel medio periodo. Non voglio dire che il sistema bancario e finanziario sarà paralizzato ma certo gli effetti si faranno sentire. D'altronde io credo, a differenza di molti, che la crisi dell'economia reale ci sarebbe stata anche senza la crisi finanziaria. Eravamo di fronte a una crisi di sovraproduzione, la crisi finanziaria si è sovrapposta non è stata la causa. Molti si chiedono che fare. Io non sono convinto che il proliferare della legislazione possa risolvere i problemi che ereditiamo dalla crisi. Sono piuttosto convinto che si debba tornare a un'etica degli affari. Non escludo un forte sistema di vigilanza ad esempio da parte della Banca d'Italia ma senza una nuova etica degli affari è difficile arginare alcuni fenomeni.


26 marzo 2009

Bruno Steri : crisi e nazionalizzazioni bancarie

 

C’è grande confusione sotto il sole. Non solo per lo spettacolo davvero sconcertante offerto da tutti coloro i quali – per diretto contributo o per acquiescenza – sono responsabili dell’attuale disastro sociale e, nonostante ciò, sono oggi in prima fila a dirci cosa si deve e non si deve fare. Ma anche perché le discussioni in corso sul da farsi veicolano insidiosi fraintendimenti ideologici. Un esempio di ciò è dato, negli Usa, dall’adesione all’ipotesi di “nazionalizzazione” delle banche da parte di liberisti illustri quali l’ex capo della Federal Riserve Alan Greenspan e il senatore repubblicano Phil Gramm. Di contro, una tale opzione è stata esplicitamente esclusa dall’attuale presidente della Fed Ben Bernanke. Al cuore della disputa, il punto è: chi paga, i banchieri e gli azionisti o i contribuenti? E, posto che a pagare siano i contribuenti, quanto pagano? Nei fatti, le risposte sono date dall’attivazione di un intervento pubblico del tutto strabico: casse pubbliche sempre vuote per i lavoratori, risorse a profusione per i banchieri. Ma tale scelta “di classe”, oltre che socialmente iniqua, risulta essere anche inefficace. Ha cominciato nell’autunno dello scorso anno l’ex segretario al Tesoro Hank Paulson, predisponendo un piano di acquisto dei titoli “tossici”, teso a ripulire i bilanci delle banche statunitensi e a far ripartire la macchina del credito: piano finito nel nulla, poiché la pur consistente cifra stanziata (700 miliardi di dollari) si è rivelata una goccia nel mare dell’insolvenza. Certo, sarebbe stata una manna per Wall Street: “Cash for trash”, soldi freschi in cambio di spazzatura, il tutto a spese del bilancio pubblico. Il suo successore Tim Geithner non si è scostato dalla fallimentare strada delle “politiche di risanamento”: e ha oscillato tra la proposta di acquisire il controllo pubblico di maggioranze azionarie (per esempio in Citigroup), l’idea di prestiti agevolati ai privati per indurli a comprare gli assets a rischio e l’altra (che parrebbe oggi ancora in pista) di un acquisto da parte del governo di questi stessi titoli con loro collocazione in un’apposita “Bad bank” (con possibilità di ricapitalizzare la parte sana dei bilanci bancari). Cambiano le proposte, non cambia però il risultato: i “mercati” non rispondono e continua la pioggia di soldi pubblici inghiottiti nel buco nero. Il problema è che non è chiaro dove stiano, quanti siano e quali siano i titoli troubled da prelevare. E, oltre a ciò, c’è evidentemente un braccio di ferro sul prezzo da pagare per il loro acquisto: essendo stato azzerato il loro valore di mercato, occorre trovare un’intesa sul loro prezzo (che non dissangui le casse dello stato ma tenga comunque a galla il sistema bancario). Nel frattempo, nonostante le ingenti risorse già impiegate, la Borsa continua ad affondare: il suo valore è oggi dimezzato rispetto a due anni fa (25% di deprezzamento da quando si è insediato Obama alla casa Bianca). In particolare, il valore dei giganti bancari – Citigroup, Bank of America, JP Morgan Chase, Wells Fargo – è crollato praticamente a zero. Wall Street non si riavvia e continua a vendere. Allo stesso modo, Aig, la più grande società di assicurazioni a stelle e strisce, è in odore di fallimento nonostante quattro successive iniezioni di denaro pubblico (per quasi 200 miliardi di dollari) nel giro di sei mesi. Così il deficit federale per il 2009 si impenna a 1500 miliardi di dollari (contro i 470 del 2008). Nouriel Rubini calcola che le perdite sui prestiti degli istituti finanziari Usa ammontino all’astronomica cifra di 3600 miliardi di dollari (3,6 trilioni). E propone la nazionalizzazione dei principali istituti. Concordano con lui un nome del calibro di Joseph E. Stiglitz e, come detto, anche esponenti di parte liberista. Ma, a guardar bene, non si tratta affatto di un paradosso. Ce lo spiega, ad esempio, una considerazione del nostro Piero Barucci: “Nazionalizzare? Non sarei contrario, in casi estremi. Ma bisogna stabilire a che prezzo e per quanto tempo”. 



Ecco il punto: in primo luogo, non si tratta di espropriazioni senza indennizzo; e, soprattutto, si tratterebbe di nazionalizzazioni “temporanee”. Prelevare in blocco e ripulire (a spese dello stato); poi, tornata la prosperità, rimettere sul mercato. In definitiva, risanare perché tutto torni come prima (magari con qualche regola in più, ma con gli stessi padroni del vapore). Chi si pone sul versante di una critica anticapitalistica deve indicare una strada totalmente diversa, non può condividere scelte che non scalfiscono il sistema di mercato: quel sistema che ha consentito che negli Usa all’1% più ricco della popolazione sia andato il 70% dei profitti realizzati (dieci anni fa era il 37%). Altro che democrazia: una vera e propria oligarchia! Si dice: in Europa stiamo un po’ meglio. Forse. Ma allora perché un documento riservato della Commissione europea datato 6 febbraio valuta l’entità dei titoli a rischio nella pancia delle banche continentali in 18 mila miliardi di euro (vedi Milano&Finanza del 18 febbraio scorso)? E come mai la garanzia statale inglese concessa ai Lloyds (per 260 miliardi di sterline) non riguarda solo i cosiddetti titoli tossici, ma soprattutto sofferenze bancarie tradizionali come prestiti alle imprese, mutui commerciali (per edifici industriali, negozi ecc) e crediti al consumo? Ciò significa che il virus non concerne solo la “speculazione” ma l’economia reale come tale, gravata da una classica sovrapproduzione. Davanti a un simile sfascio capitalistico, la sinistra va organizzando il suo programma per le prossime europee. Ad esempio in Francia, su sollecitazione del Pcf, discute proposte di cambio strutturale. L’economista comunista Yves Dimicoli propone un piano – articolato su tre livelli: locale, nazionale, continentale – per la costituzione di un “polo finanziario pubblico” posto a guida di un alternativo sistema del credito, attraverso la nazionalizzazione delle banche in difficoltà, di quelle di rilievo strategico, delle banche locali, cui aggiungere le società pubbliche di finanziamento e investimento. Un sistema sottoposto al controllo e alla verifica con poteri di veto da parte di organizzazioni sindacali, associazioni di cittadini (lavoratori, consumatori, ambientalisti), che selezioni la politica del credito sulla base di piani d’impresa più o meno rispettosi del lavoro e dell’ambiente. Non sarà il socialismo, ma nemmeno i pannicelli caldi una tantum di cui stiamo discutendo qui in Italia.


18 marzo 2009

Paolo Gerbaudo : il governo inglese si compera pure la Banca Lloyds

 

Un altro passo verso la nazionalizzazione di fatto del sistema bancario inglese. Il ministero del tesoro del governo di Sua Maestà ha annunciato ieri che assumerà il controllo del gigante bancario Lloyds, con l'acquisizione del 77% delle azioni della compagnia.
Lloyds ha ceduto al governo il controllo del pacchetto di maggioranza in cambio della copertura di oltre 260 miliardi di sterline di titoli tossici che si trovano nei suoi forzieri. In cambio dell'iniezione di denaro da parte del governo, Lloyds ha pure promesso che fornirà prestiti per un totale di 28 miliardi di sterline nei prossimi anni, contribuendo così a sbloccare la crisi di liquidità che attanaglia il paese.



Lloyds diventa così la seconda banca ad essere di fatto nazionalizzata dopo il caso del gigante Royal Bank of Scotland che dopo aver dichiarato perdite record nell'ultimo trimestre ha accettato la settimana scorsa un ulteriore aiuto da parte dell'esecutivo. La compagnia che già a gennaio aveva il 70% delle azioni coperte da soldi dell'erario, ha ottenuto che il governo coprisse 325 miliardi di titoli a rischio. La vicenda è un pesante motivo di imbarazzo per Gordon Brown, che si ritrova accusato di incompetenza e leggerezza per la disgrazia piombata su Lloyds. Il gruppo bancario era uscito praticamente illeso dal crollo dei titoli subprime, ed aveva scalato posizioni nel mercato inglese, mentre i suoi concorrenti andavano a fondo uno dopo l'altro, tirati giù dal peso di titoli tossici. Ma il miracolo di Lloyds è durato poco.
Una delle banche più colpite durante la fase acuta del crollo del sistema finanziario inglese è stata Hbos una banca scozzese specializzata nel settore dei mutui, che lo scozzese Brown voleva assolutamente salvare. A metà settembre il primo ministro ha incoraggiato il direttore di Lloyds Tsb ad acquisire la banca, in cambio di un rilassamento delle regole antitrust sul settore bancario, che avrebbe consentito al gruppo bancario di dominare in futuro il mercato inglese. Lloyds si è affrettata ad accontentare il primo ministro, accorciando al minimo i controlli di due diligence su Hbos. A causa di questa negligenza, si è ritrovata in mano 200 miliardi di titoli tossici ed è stata costretta dopo poco tempo a ritornare dal governo con il cappello in mano.
L'acquisizione di Lloyds da parte del governo, è anche un tentativo di sedare la rabbia dell'opinione pubblica. I cittadini inglesi sono infuriati perché hanno visto che le banche salvate dai soldi pubblici continuano ad elargire bonus milionari e salari da capogiro ai propri manager. La scorsa settimana i riflettori sono stati puntati sul caso dell'ex manager della Royal Bank of Scotland, Fred Goodwin che dopo aver portato la compagnia al disastro non ha rinunciato ad una generosa pensione di 700 mila sterline l'anno. Il governo sembra a questo punto più determinato: vorrà intervenire nelle decisioni delle compagnie su cui ha riversato fiumi di denaro pubblico.


22 febbraio 2009

Bruno Perini : a picco le banche. Mercati a rotoli

 

Alla fine di ripetute scosse da cardiopalma, la giornata di ieri sarà ricordata come il venerdì nero del sistema bancario mondiale. Trema Wall Street e le onde del nuovo terremoto arrivano fino alla Casa Bianca. Tremano le borse europee. Piazza affari ha lasciato sul campo un crollo del 5% e le più importanti banche italiane come Intesa e Unicredit hanno tracollato con punte che vanno dal 15% al 20%. L'ipotesi di nazionalizzazione delle banche, avanzata ieri da Silvio Berlusconi, non ha fatto altro ch accrescere la paura. Gli scricchiolii più insidiosi toccano proprio le cattedrali del denaro. L'epicentro è lì e sembra che gli operatori di tutto il mondo guardino ai massicci interventi dei governi con aria di sufficienza, come se non fossero state immesse nel sistema centinaia di miliardi di liquidità. Il rischio ora è che i governi non riescano più a controllare i mercati mentre il panico sale senza sosta. D'altronde il mercato finanziario mondiale è seduto su una polveriera: secondo l'International Herald Tribune il mercato dei derivati tocca i 27 trilioni di dollari e bisogna considerare che da qualche mese a questa parte è fortemente dimagrito proprio a causa della crisi finanziaria mondiale che ha provocato la grande fuga dai derivati. Che cosa sta accadendo? Pare proprio che l'epoca dei titoli tossici non sia ancora finita ed ora lo spettro della recessione provoca le prime grandi vittime con migliaia di disoccupati e centinaia di aziende in difficoltà. Sembrerà strano ma non lo è: gli operatori finanziari, abituati a guardare gli indici finanziari questa volta guardano ai dati dell'economia reale e dopo aver registrato le scarne cifre che arrivano dall'industria e dai settori chiave dell'economia reale scaricano sul mercato tonnellate di titoli, soprattutto bancari. L'epicentro dunque resta sempre il sistema bancario, considerato, malgrado le clamorose nazionalizzazione, la fonte principale del virus. Bastano due dati registrati ieri per capire l'entità del terremoto: a poco più di due ore dalla chiusura di Wall Street, due colossi bancari statunitensi come Bank of America e Citigroup perdono rispettivamente il 25,70% e il 28,69%. Rispetto a un anno fa le azioni di queste banche hanno perso rispettivamente il 72%, il 62% e il 59%. Altro dato da brivido riguarda il colosso dell'automobile che alla stessa ora perde quasi il 23,50%.



Dopo aver violato al ribasso anche l'ultima soglia tecnica stabilita con il minimo di 7.522 punti il 20 novembre 2008, Wall Street si è incamminata su un percorso che minaccia di portare a nuove sofferenze nell'arco delle prossime sedute. La tenuta di quota 7.500 punti (giovedì il Dow Jones ha invece terminato a 7.465 punti) era infatti considerata una specie di linea Maginot per un indice che ha perso il 47% dai suoi valori massimi e che sembra incapace di organizzare una qualsiasi forma di resistenza. Ora il Dow Jones rischia di sfondare anche il minimo toccato il 10 ottobre 2002 a 7.181 punti. Se questo avvenisse per i mercati finanziari americani si aprirebbero veramente le porte del baratro tanto più che i dati macroeconomici si fanno sempre più preoccupanti. Gli analisti ci dicono che in febbraio abbiano perso il posto di lavoro tra le 600mila e le 700mila persone e già il dato sulle richieste di sussidi di disoccupazione ha rivelato ieri che il totale degli americani che ricevono aiuti di cassa integrazione dallo stato è balzato a quasi 5 milioni, il valore più alto di sempre o quantomeno dal 1967, quando il dipartimento del Tesoro ha iniziato a compilare questa statistica. Continuano inoltre a peggiorare le condizioni del sistema finanziario nonostante il piano di stimolo da 787 miliardi di dollari varato dall'amministrazione Obama e dai numerosi interventi di puntello organizzati dal Tesoro e dalla Federal Reserve. Colossi del calibro di Bank of America e Citigroup trattano ora rispettivamente sotto la soglia di 4 e 3 dollari e tornano a riemergere le voci di una loro possibile nazionalizzazione.
Che la giornata sarebbe stata nera come la pece lo si è capito dalle prime battute del mercato dei future: a circa un'ora e mezza dall'avvio delle contrattazioni i future sul Dow Jones scendevano dell'1,65%, quelli sul Nasdaq dell'1,41% e quelli sull'S&P500 dell'1,69%. Rispetto a un anno fa le azioni di queste banche hanno perso rispettivamente il 72%, il 62% e il 59%.
A Piazza Affari è stata durissima. Gli operatori, dicono in molti, evidentemente hanno preso sul serio le parole di Silvio Berlusconi a proposito delle nazionalizzazioni e invece di rassicurarsi sono stati presi dal panico. E a Milano si è proprio guardato al titolo della Cà de Sass (-15,34% a 1,78 euro) che è precipitato sotto la soglia psicologica dei 2 euro, cosa che non accadeva dal marzo del 2003. Ma non basta, se si pensa alla capitalizzazione del gruppo guidato da Corrado Passera, scesa a quota 21 miliardi, mandando in fumo quasi 4 miliardi si capisce che a questo punto anche il sistema bancario italiano rischia di essere travolto.


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