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1 aprile 2011

Homer sum : Darwin e la solidarietà per i più deboli

Tra i popoli primitivi erano essenziali, per la sopravvivenza del gruppo, le virtù che dispiegano effetti sociali. Infatti solo quei popoli che, attraverso la selezione naturale, svilupparono speciali inclinazioni all’aiuto reciproco, superarono le difficoltà dell’ambiente. I filosofi sociali delle classi di proprietari e di industriali della fine del 1800, propugnatori di una legge della giungla a spiegazione del progresso, trovarono un sostegno nella teoria darwiniana secondo la quale riescono a sopravvivere gli animali da preda e non quelli socievoli. Darwin, pur ammettendo che l’abitudine umana di proteggere i deboli e gli inetti tende a propagarne le caratteristiche negative a danno della specie del suo complesso, l’uomo non può soffocare la sua compassione per essi e, se noi dovessimo intenzionalmente trascurare i deboli, ciò produrrebbe soltanto un vantaggio effimero con un immenso male presente.

 

 

 In realtà, a parte le sue abilità, l’uomo è riuscito a sopravvivere all’intero di una natura spesso ostile, proprio per questa sua tendenza cooperativa, tendenza che spesso era tutt’altro che pacifica, dal momento che consisteva nell’unirsi per cacciare una preda, per razziare un accampamento. Non sempre cioè tendenze cooperative ed aggressività sono separate. Spesso la tendenza cooperativa è soltanto tra membri di un gruppo (tra i quali c’è, se non la pace, almeno una tregua) e serve per cementare il gruppo e per esercitare violenza su altri soggetti.

L’etica invece è proprio la tendenza a superare l’ambito chiuso di un gruppo ed a stabilire relazioni e comunanze con gruppi esterni al proprio.

Quanto alla tendenza a proteggere i deboli, è perché questi svolgevano comunque un ruolo essenziale all’interno della società : i vecchi potevano fornire informazioni e schemi di comportamento utili ai più giovani. Invece i bambini erano coloro che assicuravano la sopravvivenza del gruppo stesso nel lungo periodo. Inoltre la difesa dei deboli garantiva i più forti del fatto che sarebbero stati tutelati quando sarebbero diventati deboli anch’essi.

In una società dell’assistenza come la nostra, persone che fisicamente sono del tutto dipendenti dagli altri, quali Stephen Hawking, dal punto di vista culturale danno un contributo che viene comunemente ritenuto di grande utilità. Una società basata sull’abbandono dei deboli avrebbe perduto una risorsa fondamentale per il suo progresso. 

 

 

 


31 marzo 2011

Homer sum : Darwin e il senso morale dell'uomo

Darwin passa a trattare del senso morale dell’uomo, il quale, pur non mancando negli animali, serve a distinguerlo da essi. Il senso morale scaturisce dagli istinti sociali che sono comuni a molti animali e costituiscono probabilmente lo sviluppo dei vincoli affettivi che legano genitori e figli e sono necessari alla sopravvivenza di quegli animali che raggiungono molto tardi una condizione di autosufficienza. Gli istinti sociali possono essere visti all’opera in certe specie animali quando vengono appostate sentinelle per segnalare il pericolo alla comunità e gli individui agiscono di concerto per difenderla o per attaccare i nemici e la preda.

Secondo Darwin, qualsiasi animale dotato di istinti sociali non potrebbe fare a meno di sviluppare un senso morale, appena raggiungesse il livello intellettuale dell’uomo. Questo senso morale avrebbe assunto la forma dettata dai problemi di adattamento proposti dall’ambiente senza riflettere necessariamente il senso morale umano. Se gli uomini fossero allevati nelle identiche condizioni delle api di alveare, certamente le nostre femmine non sposate (come le api operaie) riterrebbero loro dovere sociale uccidere le proprie figlie. E nessuno si sentirebbe tenuto ad intervenire.

 

 

In realtà il senso morale è la proiezione di quei rapporti esistenti all’interno del nucleo familiare su di un’area sociale più estesa (ad es. la tribù, il villaggio, la città, la nazione, il mondo).

Per Darwin l’etica è un complesso di regole che consente ad una comunità di specie di adattarsi all’ambiente circostante. Tale interpretazione è rispettosa dell’etimologia della parola “etica, morale” che significa “uso, consuetudine”. Ma l’evoluzione dell’etica è quella di estendere progressivamente il proprio ambito di riferimento e dunque spesso consiste nel superamento delle abitudini consolidate, della sfida fatta da soggetti consapevoli agli istinti quando questi tendono a vincolarne i comportamenti, a mortificare l’immaginazione e la capacità dei soggetti di progettare il futuro.

 


13 giugno 2008

Marx : considerazioni di un giovane nella scelta del proprio avvenire

La natura medesima assegna all'animale la sfera d'azione entro cui operare, senza tendere più lontano, senza neppure presagirne un altra.
Anche all'uomo la divinità diede una meta più generale, quella cioè di nobilitare l'umanità e se stesso, ma rimise a lui la scelta dei modi con i quali raggiungerla...
Questa scelta è un grande privilegio di fronte agli altri esseri del creato, ma è insieme un impresa che può distruggere l'intera sua vita, rendere vani tutti i suoi piani e far di lui un infelice.
E' dunque primo dovere di un giovane agli esordi considerare con serietà questa scelta.
Ciascuno ha dinanzi a sè una meta che a lui appare grande, e che in verità è tale, se così la designa la convinzione più profonda, la più intima voce del cuore.
Se ci accade di non essere chiamati a quella attività nella quale saremmo davvero in grado di eccellere, nella lunga serie degli anni nella quale forse l'eserciteremo, essa sarà incapace di impedire la nostra stanchezza, lascerà sommergere il nostro zelo e raffreddare il nostro entusiasmo, vedremo ben presto inappagati i nostri desideri, non  realizzate le nostre idee e mormoreremo contro la divinità e bestemmieremo gli uomini.



Qui Marx, nel romanticismo tipico di un giovane studente, già però evidenzia come il Beruf su cui Weber costruirà parte delle sue analisi, non è qualcosa che possa realizzarsi nel contesto di produzione capitalistico, in un contesto in cui la domanda di lavoro è determinata non dai bisogni concreti, ma da ciò che il capitale ritiene sia vendibile sul mercato, cosa che solo in maniera indiretta, obliqua e simbolica ha a che fare con i primi.
La vita di Marx sarà un tentativo di rispondere seriamente a questo dilemma : la sua vita di organizzatore e di teorico, di politico als Beruf, di spostato (che vive grazie ai debiti ed alle elargizioni di Engels) che disegna nuove dimensioni di attività umana, ma lo fa nella ricerca di un modello di società che consenta effettivamente di effettuare quella scelta di cui parla in questo suo componimento giovanile.


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5 maggio 2008

Marx , la proprietà comune e l’economia familiare

 

Non abbiamo bisogno, ai fini della considerazione di un lavoro comune, cioè immediatamente socializzato, di risalire alla sua forma naturale spontanea, che incontriamo sulla soglia della storia di ogni popolo civile.  E' un pregiudizio ridicolo, che s'è diffuso negli ultimi tempi, che la forma della proprietà comune naturale e spontanea sia una forma specificamente slava, anzi addirittura esclusivamente russa. La forma della proprietà comune è la forma originaria, che possiamo dimostrare esistente fra i romani, i germani, i celti, e della quale anzi si trova ancor sempre, se pure in parte allo stato di rovina, un intero campionario con saggi di vario tipo, presso gli indiani. Uno studio più preciso delle forme di proprietà comune asiatiche, e specialmente di quelle indiane, dimostrerebbe come dalle differenti forme della proprietà comune naturale e spontanea risultino forme differenti della sua dissoluzione.

Così, P. es., i differenti tipi originali di proprietà privata romana e germanica si possono dedurre da forme differenti della proprietà comune indiana Un esempio più vicino è costituito dall'industria rusticamente patriarcale d'una famiglia di contadini, che produce grano, bestiame, filati, tela, pezzi di vestiario, ecc. Per quanto riguarda la famiglia, queste cose differenti si presentano come prodotti differenti del suo lavoro familiare; invece per quanto riguarda le cose stesse, esse non si presentano reciprocamente l'una all'altra come merci. I differenti lavori che generano quei prodotti, aratura, allevamento, filatura, tessitura, sartoria, nella loro forma naturale sono funzioni sociali,poiché sono funzioni della famiglia che ha, proprio come la produzione di merci, la sua propria divisione del lavoro, naturale ed originaria. Le differenze di sesso e di età, e le condizioni naturali di lavoro varianti col variare della stagione, regolano la distribuzione di quelle funzioni entro la famiglia e il tempo di lavoro dei singoli membri. Però qui il dispendio delle forze-lavoro individuali misurato con la durata temporale si presenta per la sua natura stessa come determinazione sociale dei lavori stessi, poiché le forze-lavoro individuali operano per la loro stessa natura soltanto come organi dalla forza-lavoro comune della famiglia.



 

Marx nota come nell’economia familiare la misura del valore come tempo di lavoro è immediatamente rilevabile, giacchè la durata del lavoro è inserita nell’organizzazione familiare del lavoro come fattore di razionalizzazione. Eppure questa durata è comunque mediata con i bisogni che ogni segmento di lavoro va a soddisfare, per cui un lavoro che porta troppo tempo comunque viene continuamente valutato alla luce dei benefici che offre. Marx invece il ruolo del bisogno soddisfatto sembra non valorizzarlo abbastanza, nascosto com’è nell’immediatezza del valore d’uso. E tuttavia il fatto che i bisogni nello scambio di merci sono come occultati, comparati in maniera astratta, questo è un patrimonio consolidato della critica dell’economia politica. Il mercato racchiude in sé hegelianamente l’immane potenza del negativo, nel suo aspetto progressivo dal punto di vista della quantità, nel suo aspetto deteriore dal punto di vista della mancata identificazione dei bisogni, che vengono in qualche modo comparati come feticci, e dunque misurati, reificati, manipolati.

 

 

 

 


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10 aprile 2008

O.T.

L'altro ieri ho dovuto accompagnare papà in ospedale ed è stato dimesso ieri per una caduta che non ha portato fratture o traumi gravi. Al momento però cammina a fatica ed è dolorante alla schiena. Vederlo soffrire non è il migliore degli spettacoli.
Questa onda però mi ha scaricato un po', oltre una serie di problemi con cui non  vi voglio affliggere. Venerdì mattina ci sarà un altro capitolo della lettura del Capitale di Marx, ma al momento non ho niente altro in forno



Forse in questi giorni però scriverò di meno.
La campagna elettorale la seguo con la stessa attenzione con cui seguo un reality show e un recente post di Lameduck mi ha fatto deprimere ancora di più.
Scusate.


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9 marzo 2008

Marxismo e questione femminile

Riporto passi di un saggio in rete di Sonia Previato che mi sembrano interessanti.

1) L’oppressione della donna nella famiglia deriva da un cambiamento esterno ad essa. Nella misura in cui il lavoro dell’uomo, legato all’allevamento e all’agricoltura, inizia a produrre la ricchezza di quelle società perché produce un surplus rispetto ai bisogni della famiglia, che viene "venduto", il lavoro domestico smette di essere la ricchezza fondamentale. Esso infatti ha un carattere privato, non può essere scambiato con altre merci sul mercato e dunque perde di valore. Il lavoro dell’uomo, i cui prodotti si scambiano a scopo di lucro, diventa produttivo, quello della donna il cui prodotto non è in vendita, improduttivo. Questo cambiamento esterno alla famiglia segna un’inversione dei rapporti di forza al suo interno.

2) La liberazione della donna e la sua equiparazione all’uomo è e resterà impossibile fintanto che la donna venga tenuta fuori dal lavoro sociale produttivo e si debba limitare al lavoro domestico privato. La liberazione della donna diventa possibile solo quando ad essa sia permesso di partecipare, su larga scala, alla produzione, e l’impegno del suo lavoro domestico sia ridotto ad una quantità irrilevante. Tutto ciò è divenuto possibile solamente con la grande industria moderna, che non solo rende possibile il lavoro della donna su larga scala, ma lo esige formalmente, ed ha la tendenza a trasformare in misura sempre crescente lo stesso lavoro domestico privato in una industria pubblica

(Friedrich Engels)

3) L’entrata nel mondo del lavoro, il conseguimento di un salario e in ultima analisi il conflitto di classe non portano automaticamente alla liberazione della donna, ma i comunisti che si pongono quell’obiettivo devono cogliere il nesso che esiste fra questi due piani perché attraverso il conflitto di classe si svela più chiaramente alle masse femminili il carattere reazionario della famiglia, come luogo di oppressione degli individui e soprattutto delle donne e dei figli. I comunisti devono approfittare di questa condizione oggettiva per promuovere una idea diversa di convivenza umana, basata sulla socializzazione delle risorse economiche, dei compiti domestici, della cura e dell’educazione dei figli. Ma soprattutto devono chiarire che la causa delle tensioni e della violenza che si vivono quotidianamente nei nuclei familiari è determinata dal carattere privato delle responsabilità che il capitalismo scarica necessariamente sulle spalle della famiglia e in particolare delle donne. Dunque rompere l’oppressione della donna, rompere questo carattere privato significa inserire la battaglia per la liberazione della donna nella battaglia contro il capitalismo. L’individuazione della questione femminile non è una semplice appendice, ma è un tema decisivo che porta la lotta anticapitalista su un terreno più avanzato. 


Alexandra Kollontaj

4)  Sebbene non sia il capitalismo l’origine dell’oppressione femminile, come abbiamo spiegato, la sua esistenza rappresenta l’ostacolo decisivo al suo superamento. Questo sistema è costretto a basare il suo dominio sull’oppressione della classe lavoratrice e a questo scopo deve promuovere tutte le divisioni possibili al suo interno. L’ideologia patriarcale è fondamentale per garantirsi una larga fascia di manodopera femminile a cui imporre salari e condizioni inferiori, che alla bisogna possa entrare e uscire dal mercato del lavoro ed essere una costante pressione verso il basso dei salari e delle condizioni di tutta la classe lavoratrice. Nella stessa identica misura viene usato il razzismo per dividere la classe operaia sulla base della razza. Dunque sebbene il capitalismo spinga le donne, così come gli immigrati delle zone più arretrate del mondo, nella produzione sociale, al tempo stesso deve promuovere l’idea che compito della donna è quello di stare a casa a curare i figli e la famiglia.
Quindi il capitalismo è diventato, insieme ai suoi ideologi della chiesa, il promotore fondamentale dell’oppressione della donna. Svelare questo legame è un compito imprescindibile per chi affronta la questione femminile, dimostrando quanto la cultura patriarcale venga usata e promossa dal capitalismo per conservare il suo dominio. Qualsiasi battaglia che non tenga conto di questo, non solo è destinata alla sconfitta, ma non è in grado di orientare né le lavoratrici, né quelle donne dei ceti borghesi che non desiderano semplicemente un’aggiustamento della loro condizione, ma aspirano ad un’autentica liberazione.

5)  Il movimento che più scosse le coscienze per la radicalità dei metodi di lotta fu quello delle suffragette inglesi, che rivendicavano appunto il suffragio universale. Il partito laburista fin dalla sua nascita (1900) rivendicava il diritto di voto alle donne e le dirigenti sindacali e del partito laburista indipendente erano attive nella campagna per il diritto di voto alle donne lavoratrici. Nel 1903 nasce l’Unione sociale e politica delle donne, fondata da Emmeline Pankhurst. Questa associazione definisce superati i metodi dei convegni e delle petizioni, inizia una campagna di boicottaggio dei candidati liberali e di azioni simboliche. Le suffragette interrompono i comizi dei liberali, si aggrappano ai lampioni, in ogni iniziativa politica sono presenti con i loro cartelli a rivendicare il diritto di voto. Il governo passa alla repressione dura. Ci sono arresti di massa e molte suffragette vengono condannate ai lavori forzati. Nelle carceri entrano in sciopero della fame, della sete e del sonno e per non farle morire il governo ordina l’alimentazione forzata. Il partito laburista che appoggia il movimento denuncia le torture in prigione, ma il governo non cambia strategia. Anzi, nel novembre del 1909 due suffragette vengono uccise dalla polizia nel corso di una manifestazione. Da qui inizia una spirale sempre più violenta: le femministe reagirono incendiando edifici e vagoni ferroviari, furono distrutte vetrine e caselle postali. Le carceri si riempiono di donne che iniziano subito lo sciopero della fame e la polizia, per non torturarle, le libera per riarrestarle poco dopo, inaugurando la famosa strategia del "gatto e il topo". Nel 1913 la polizia invade la sede delle femministe, sopprime il giornale e scioglie l’associazione. Di lì a poco sarebbe scoppiata la prima guerra mondiale e una buona parte delle dirigenti del movimento femminista abbracciò la propaganda patriottica; Emmeline Punkhurst tornò in libertà e venne incaricata dal governo di organizzare le donne per sostituire gli uomini richiamati alle armi. Il movimento delle suffragette era prevalentemente formato da giovani donne della piccola borghesia, che si rivoltavano contro l’ipocrisia della società e della loro classe che le voleva solo brave mogli al servizio dei loro bravi mariti. Non c’è alcun dubbio però che suscitarono, per la loro abnegazione e perseveranza, la simpatia e l’appoggio fra la classe lavoratrice, particolarmente nei primi anni. Successivamente infatti, proprio quando la strategia delle azioni eclatanti mostrava il fiato corto, si aprì una spaccatura nel movimento. Una parte di esso, guidato dalla figlia di Emmeline, Sylvia Punkhurst entrò in contatto con le donne del movimento operaio dell’East End di Londra e comprese che, per difendere veramente le donne, il voto era solo un mezzo attraverso il quale estendere una lotta più generale contro l’oppressione della donna e del capitalismo. Sylvia fu fra le fondatrici del Partito comunista inglese.

6) Nel 1927 i salari femminili vengono ridotti alla metà di quelli maschili, che già avevano subito una forte riduzione. In uno stabilimento meccanico che produce apparecchi di precisione il salario maschile va da un massimo di 4 lire all’ora a un minimo di 2,50, mentre le donne vengono pagate 1 lira e 50. Nelle campagne i braccianti maschi ricevono 9 lire a giornata, le donne non riescono ad andare oltre le 5 lire.
Iniziò una campagna sulla prolificità delle donne il cui ruolo era stare a casa a fare figli. Nel 1927 venne proibito alle donne di insegnare in alcune facoltà universitarie e nei licei, poi la cosa si estese ad alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, infine vennero raddoppiate le tasse alle studentesse. Il fascismo ereditò il codice precedente del 1865, nel quale l’uomo era considerato il capo indiscusso della famiglia, al quale spettava ogni decisione su moglie e figli e anche da separato o da morto, tramite il testamento, faceva valere la sua volontà; la donna, eterna minorenne, doveva giurare fedeltà assoluta e l’adulterio era punito con due anni di reclusione, ovviamente l’uomo era libero di tradirla come voleva. A questa legislazione reazionaria il fascismo aggiunse una norma ulteriore: l’articolo 587 sul delitto d’onore, secondo il quale chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per difendere "l’onore suo o della famiglia" aveva diritto alla riduzione di un terzo della pena. Questa norma, insieme a quella che considera lo stupro un delitto alla morale e non alla persona, è stata abolita solo negli anni ‘80.
Tra il 1921 e il 1936 la percentuale di donne che svolgeva attività extradomestiche passò dal 32,5% al 24%, sebbene in alcuni settori i bassi salari e l’assenza di qualifiche incentivavano l’assunzione di manodopera femminile, checché ne pensasse l’ideologia fascista. Anzi a partire dal 1936 si ebbe anche un aumento che portò le donne con una occupazione, secondo il censimento di quell’anno, ad essere 5 milioni e 247mila. Con la Seconda guerra mondiale l’occupazione femminile crebbe ulteriormente perché le donne sostituivano gli uomini al fronte; analogamente crebbe anche il loro ruolo nella società e successivamente nella lotta contro il fascismo.

7) Gramsci, direttore dell’Ordine Nuovo, affida a Camilla Ravera la cura di una rubrica settimanale del giornale dedicata alla questione femminile, La tribuna delle donne. In questo spazio vengono pubblicati gli articoli della Zetkin, della Kollontaj, della Luxemburg, dei principali dirigenti sovietici, i resoconti sulla situazione in Unione Sovietica sull’evoluzione della lotta per la liberazione della donna durante la rivoluzione. Oltre a tutto questo c’è il materiale di agitazione per il lavoro fra le lavoratrici che ha un solido impianto teorico perché anche in articoli brevi si denuncia e si dà la giusta misura dell’oppressione femminile. La Ravera insiste su tutti gli aspetti, anche più privati della vita quotidiana, in cui si manifesta l’ideologia borghese radicata nella classe operaia e anche "tra gli stessi compagni"; denuncia lo squallore della vita della casalinga, la fatica disumana a cui sono costrette le lavoratrici tra la casa e la fabbrica, denuncia la brutale miseria fisica e morale della maggioranza delle famiglie di fronte alla quale "tutta la fraseologia borghese sulla libertà, sull’amore, sulla famiglia, sopra i rapporti tra genitori e figliuoli, diventa tanto più nauseante".
La chiarezza teorica permette alle compagne dell’Ordine Nuovo di avere una posizione avanzata anche sulla maternità. Si denuncia l’ipocrisia sulle gioie della maternità, per affermare che per le lavoratrici la maternità è una disgrazia e che fintanto che la società non ne riconoscerà il valore sociale e non se ne accollerà i compiti deve essere consentito alla donna di accettarla o rifiutarla. Per la prima volta si afferma quindi il diritto di aborto. Questa coraggiosa posizione, in seguito alla degenerazione stalinista, non venne più ripresa dal partito comunista del dopoguerra e si dovette attendere lo sviluppo dei movimenti femministi alla fine degli anni ‘60.

8)  Il primo gruppo che definisce l’esigenza di una struttura autonoma nasce a Milano nel 1966, il gruppo Demau (demistificazione autoritarismo). Questo gruppo è impegnato prevalentemente sul terreno teorico e parte dalla critica a tutte le associazioni e movimenti femminili che si limitano a rivendicare l’emancipazione della donna e a rivendicare facilitazioni per inserirla nelle attività extra-familiari. Da questo presupposto si arriva ad opporsi al concetto di integrazione della donna nella società in quanto essa significa "immettere la donna nella società così com’è", nella quale, secondo il gruppo, dominano i valori dell’autoritarismo maschile e "dell’inconciliabilità dei due ruoli prefissati". Infatti, sostengono, anche nel mondo del lavoro i posti riservati alle donne sono sempre di serie B e alla bisogna le donne vengono licenziate per far posto agli uomini. Quanto spiegato da Marx sull’inevitabilità di questo fenomeno in un contesto capitalista (le donne rappresentano per il capitalismo parte della manodopera di riserva, come forma ulteriore di pressione verso il basso su salari e condizioni) non viene neppure preso in considerazione. La questione della rivoluzione socialista, che dovrebbe creare le condizioni per superare i ruoli prefissati dei due sessi e abolire la famiglia che inchioda la donna al suo, viene contestata dal gruppo Demau a partire dall’esperienza della condizione della donna in Urss: nonostante i mutati rapporti di produzione mutati, è tuttora di subordiazione all’uomo, vive la famiglia e le responsabilità sulla donna, che ne conseguono.
La presenza del modello sovietico infatti segnerà molto negativamente l’evoluzione del dibattito in molti di questi gruppi, perché la degenerazione stalinista, non compresa dalla maggioranza di essi, rappresentava la dimostrazione, ai loro occhi inappellabile, del fallimento del marxismo sulla questione femminile.
Il gruppo Demau, dunque, ritiene che per fondare su basi avanzate una teoria per la rivoluzione socialista, le donne autonomamente devono prendere coscienza del loro ruolo, analizzare tutti i campi della vita umana (teorizzazioni scientifiche, diritti giuridici, rapporti sessuali, rapporti familiari, lavorativi) per capire come in essi si manifesta l’oppressione dell’uomo sulla donna e partire da qui per elaborare una teoria che emancipi l’uomo stesso dalla sua condizione di oppressore e, da qui, l’umanità tutta.
Le questioni poste, come si può ben capire, sono di grande valore, ma sono messe a testa in giù, nella misura in cui non si comprende che le donne non possono elaborare una cultura nuova chiudendosi in una stanza, astraendosi dalla necessità di lottare con il movimento operaio tutto per il rovesciamento del capitalismo. Il gruppo infatti, tolte le altisonanti aspirazioni teoriche, partorisce dei topolini, per esempio l’opportunità di una equa redistribuzione fra i due sessi del lavoro di cura ed educazione dei figli.


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1 luglio 2007

Don't try this at home

 Nella foto Chris Benoit
Sarebbe proprio il caso di dirlo.....
Ma insomma, dalla tragedia di Eschilo alla sceneggiata di Mario Merola, dalla sceneggiata al wrestling, sta' violenza simulata è la "messa a terra" dell'energia distruttrice dell'animale uomo o è il fiocco di neve che dà origine alla valanga ?
A Benoit non bastava darsele di santa ragione con Undertaker e Chris Angle ?
Doveva fare allenamento con moglie e figlio ?
Si parla di un ritardo mentale del bambino, degli anabolizzanti di Benoit o di alcune sue lesioni cerebrali, ma comunque sembra anche che la violenza sia intrinsecamente mimetica...
Infine, ma siamo sicuri che i panni sporchi si devano lavare in famiglia ?


6 novembre 2006

Pirandello : sopprimere la lontananza uccide

Il canovaccio di questo post è il libro di Camilleri su Pirandello,
http://www.bol.it/libri/scheda/ea978881712748.html
libro nel quale egli rielabora la tesi per cui Pirandello identificava la sua cifra esistenziale e creativa con la favola del figlio cambiato (su cui forse torneremo)
Molto suggestivo è il contesto nel quale nasce Pirandello.
In primo luogo la Sicilia è reduce da una rivolta chiamata "rivolta del sette e mezzo"
http://www.ilportaledelsud.org/setteemezzo.htm
causata probabilmente dalla delusione avvertita da molti siciliani dopo l'Unità d'Italia
e terminata nel sangue, ma anche con un epidemia di colera che ancora oggi i Siciliani attribuiscono
ad un piano cosciente del governo italiano, ma erroneamente.
http://www.cronologia.it/storia/a1866l.htm
http://www.cronologia.it/storia/a1861p.htm
Quest'epidemia di colera costringe la madre di Pirandello a ritirarsi da Porto Empedocle (frazione portuale e commerciale di Girgenti diventata da poco Comune a sè) a Girgenti più all'interno. Anche la famiglia di Pirandello si separa perchè il padre è colto da colera e non si avvicina a  moglie e figlio sinchè non è del tutto guarito. Pirandello nasce così a Girgenti e questa nascita e le circostanze in cui si è verificata sono simbolicamente importanti per ricostruire la cifra letteraria di questo grandissimo autore.


Pirandello è nato dopo una cocente e tragica sconfitta dei siciliani contro lo Stato centrale: la sua nascita coincide con un ripiegamento della società siciliana e Pirandello del resto rifiuterà in un certo senso il livello politico di azione. Pirandello è nato non sulla costa, ma all'interno dove sua madre si è ritirata per non essere infettata dal colera. Pirandello nasce in una costellazione psicologica di paura del contagio e del contatto, in una confusa consapevolezza che la prossimità, l'abolizione della distanza possono uccidere. E anche nel Pirandello adulto e letterato il marcare la distanza sarà un'operazione necessaria ai fini della conoscenza e dell'equilibrio personale. Come il filosofo pitagorico, Pirandello guarderà la compera e la vendita a Porto Empedocle, ma questo dal buen retiro della interna Girgenti. Della comunicazione umana di Porto Empedocle Pirandello esaminerà come in una sospensione onirica tutte le possibili patologie.
Altro archetipo non detto di Pirandello è forse il filosofo agrigentino Empedocle,
http://www.filosofico.net/empedo.html
che rinunciò al potere e secondo la leggenda si gettò nell'Etna
ma che soprattutto descrisse le vicende del cosmo ricorrendo a passioni come l'amore e la discordia. Il cosmo di Pirandello è spesso la famiglia le cui vicende sono paradossalmente segnate da queste passioni. E Pirandello descrive come l'armonia alchemica sognata nelle "Affinità elettive" di Goethe sia inevitabilmente destinata alla dissoluzione ed alla contraddizione.
Ma soprattutto Empedocle sembra in un suo verso anticipare in chiave cosmologica la concezione pirandelliana dell'uomo che si trasforma continuamente, incapace di identificarsi nel suo ruolo sociale.
Leggiamo Empedocle:
 "E' scritto nel fato che chiunque macchi il suo corpo di sangue, o sia infame seguendo l'esempio di Odio, andrà errando diecimila anni lontano dagli uomini felici, nascendo di volta in volta sotto le sembianze di ogni essere vivente, soffrendo le varie pene d'ogni diversa specie vivente. La forza dell'aria li lancia nel mare, e il mare li scaraventa nella terra e la terra li butta nelle fiamme del sole che, a sua volta, li rimette nell'aria per essere ancora respinti da tutti gli elementi. Uno di costoro sono io, fuggendo gli dei e vagando a colpa della mia fede per l'Odio
Già un tempo io nacqui fanciullo e fanciulla, arboscello e uccello e pesce ardente balzante fuori dal mare".
Ed in altri versi di Empedocle sembra nascondersi la concezione cruenta del legame familiare che tanto spazio troverà nell'opera pirandelliana
"Il padre sollevato l'amato figlio, che ha mutato aspetto, lo
immola pregando, grande stolto! e sono in imbarazzo coloro che
sacrificano l'implorante; ma quello, sordo ai clamori dopo averlo
immolato prepara l'infausto banchetto nella casa.
E allo stesso modo il figlio prendendo il padre e i fanciulli e
la madre, dopo averne strappata la vita, mangiano le loro carni"
Il "figlio che ha mutato aspetto" (che in Empedocle è un animale nel quale l'anima di un uomo si è reincarnata) non richiama qui il figlio cambiato della favola pirandelliana ?
Insomma sembra che la storia e la geografia dei suoi luoghi abbiano segnato il drammaturgo siciliano molto più di quanto si possa normalmente pensare.
Sembra che il suo destino sia stato segnato ben prima di quando lui ne fosse cosciente.
Come è giusto che sia, nelle terre accecate dal Sole.


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