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19 aprile 2010

Lo scetticismo nell’analisi secondo Schlick

 

La logica e i processi di coscienza

 

Il risultato dell’inferenza analitica deve essere necessariamente corretto secondo Schlick per la semplice ragione che non dice nient’altro oltre quello che dicono le premesse e dunque dice quelle stesse cose che erano già contenute in dette premesse.

A dire il vero Schlick non dice una cosa del tutto esatta, dal momento che la conclusione rispetto alle premesse ha di sicuro lo stesso valore di verità, ma non è dimostrato che dica la stessa cosa (c’è equivalenza logica, ma questa può essere considerata una identità semantica ?)

Schlick però esamina una forma di scetticismo assoluto che prova ad attaccare anche il procedimento analitico. Secondo questa visione i rapporti dei giudizi e dei concetti sono finzioni, mere configurazioni ideali e non realtà ostensibili : la sola cosa che ci sia nota e data sono i processi reali della coscienza. Tutti i rapporti concettuali sono per noi accessibili solo nella loro presentificazione mediante processi di coscienza. Per certi e determinati che siano quei rapporti, essi a che servono se al tempo stesso non sono certi e determinati i processi reali che dovrebbero procedere parallelamente ad essi (qui si tratta di scetticismo psicologico) ? Sebbene non sia la deduzione stessa ad essere oggetto di dubbio, lo è la serie di processi psichici attraverso cui ogni deduzione si presenta nel pensiero (non si tratta dunque di uno scetticismo radicalmente assoluto). Ma l’analisi che ha luogo nella deduzione possiamo noi compierla in modo perfettamente ineccepibile ? Siamo sicuri, si chiede lo scettico, di poter ritenere nella memoria una definizione che ci serve per effettuare una deduzione ? Non è possibile che ci siano inavvertite sostituzioni ?

In pratica per lo scettico non basta che il contenuto della conclusione sia lo stesso di quello delle premesse, ma bisogna che noi riconosciamo che siano lo stesso e ciò non è sicuro data la fluttuazione continua di tutte le rappresentazioni. Nella pratica è attraverso processi di verificazione che ci assicuriamo contro gli errori psicologici. Ad es. facciamo una prova per controllare l’esattezza del risultato. Così facendo noi assumiamo che, proprio perché i processi psichici sono ineguali, non venga commesso sempre lo stesso errore (ma se si commettono volta per volta errori diversi ?). A questo proposito Schlick dice che si tratta di una tesi probabile, ma non certa. Così noi possiamo dubitare di ogni certezza anche se nel concreto non lo facciamo realmente (qualche presupposto sempre lo accettiamo). Tuttavia quel che importa al filosofo teoretico è che ci sia la possibilità del dubbio, possibilità che dobbiamo riconoscere e con cui dobbiamo fare i conti.

 

 

Il problema dell’evidenza

 

Schlick dice che la teoria della conoscenza non si trova nella stessa favorevole situazione delle scienze individuali che possono lasciare la riflessione sui loro fondamenti ad una disciplina più generale (Schlick naturalmente non tiene conto del fatto che tale sinecura delle scienze viene pagata con la loro subordinazione metodologica alla filosofia, così come un ricco commerciante può diventare ostaggio del suo commercialista). Essa infatti ha a che fare con i presupposti ultimi di ogni certezza e dunque il dubbio universale si può sperare di superarlo solo se si guarda serenamente in faccia la difficoltà.

Schlick dice poi che i filosofi spezzano l’imbarazzante nodo gordiano con la spada dell’evidenza e argomentano che la correttezza di ciascun passo del ragionamento viene garantita al soggetto da un evidenza chiaramente esperita. Ci si deve fidare di questa evidenza, ma così si rinuncia anche a pensare. Questa piega non è dunque soddisfacente in quanto l’evidenza non rappresenta che una parola per indicare l’esigenza di fermarsi con il dubbio ad un certo punto. Inoltre se i processi psicologici possono condurre ad errore, l’evidenza risulta essere un indicatore debole.

 

La necessità della memoria

 

Schlick passa poi ad analizzare tutte le presupposizioni implicite in un procedimento analitico : si pensi ad una dimostrazione matematica che è fatta di una spesso lunga catena di inferenze. L’intera dimostrazione non può essere compiuta in un istante, dice Schlick, perché la mente umana non è in grado di abbracciare con lo sguardo tanti sillogismi in una volta sola. L’intero processo richiede tempo e ciascun risultato intermedio deve essere ritenuto nella memoria e ciò complica le cose. Il fatto che ci si serva della scrittura non è una facilitazione giacché quello che è scritto può essere impermanente (ed inoltre, aggiungiamo noi, il tempo tra ideazione e scrittura può mutare l’idea ed il concetto definito nella propria mente). Inoltre noi dovremmo presupporre che, tanto nello scrivere quanto nel leggere, sia impossibile commettere un errore ed inoltre, dopo aver letto, i grafemi debbano rimanere sempre gli stessi e così pure ciò che abbiamo appreso leggendo. Dunque, conclude Schlick, è un presupposto necessario di ogni deduzione che la nostra coscienza sia in grado di mantenere ferme con la memoria le rappresentazioni necessarie al processo di derivazione inferenziale (Descartes ammette l’importanza in tal caso della memoria ed ha fede nelle sue capacità).

Schlick, a tal proposito, fa qualche riferimento al dibattito a lui contemporaneo e dice che fa bene Meinong a dire che i giudizi basati sulla memoria hanno un tipo particolare di evidenza immediata che sarebbe però soltanto presuntiva. Errata invece è la tesi di Volkelt per il quale la certezza mnemonica è paragonabile alla certezza del Cogito ergo sum e dell’esperienza di uno stato di coscienza : infatti l’essere del contenuto di coscienza presente non è qualcosa che, attraverso un’evidenza, diventi per noi certo, ma si tratta di un fatto puro e semplice a cui non ha senso applicare i termini “certo” ed “incerto”.

Schlick si dichiara poi d’accordo con Storring nel dire che l’ultima risorsa (anche nel campo della deduzione analitica) sia il criterio pratico della verificazione, applicato con la massima frequenza, dal momento che alla questione del perché questo criterio non potrebbe ingannarci non c’è alcuna risposta teoretica. Schlick conclude che l’affidabilità del ricordo, almeno per certi piccoli intervalli di tempo, è un presupposto necessario per l’avanzamento della coscienza.

Ma così ammette già un limite al proprio futuro empirismo radicale.

 

 

L’evidenza e la sua vuotezza

 

Il  ricorso all’evidenza può essere un’esigenza pratica, ma non una giustificazione teoretica in quanto l’evidenza è vuota e può essere soddisfatta da qualsiasi contenuto.

La teoria dell’evidenza sembra una variante di quella dello scetticismo psicologistico ed un modo per dare legittimità a qualsiasi arbitraria assunzione. D’altro canto essa può essere anche un parametro positivo per perfezionare le proprie posizioni o per continuare la propria ricerca di fondamenti epistemici sino al massimo risultato possibile.

Del resto Schlick fa alla fine lo stesso errore dei teorici dell’evidenza in quanto dà al termine “fatto” un potere evocativo e/o probatorio che questo termine può anche non avere. “Fatto” è ciò che è evidente per Schlick.

La caduta psicologistica di quest’ultimo si vede sia quando considera la memoria un presupposto essenziale per la logica, ma soprattutto quando rischia di confondere la verifica delle rappresentazioni psichiche di un ragionamento con la validità stessa del ragionamento. Di questo passo la logica diventa una scienza basata sull’induzione.


5 aprile 2010

La verificazione in Schlick

 

Univocità e verificazione

 

Avendo negato l’esistenza di uno specifico vissuto di evidenza, Schlick si domanda da quali dati di coscienza e con quale criterio si riconosce la verità. Egli dice che della verità sappiamo l’essenza e le proprietà. Essa è definita dalla univocità di coordinamento dei giudizi ai fatti. Qualsiasi indizio che permetta di stabilire se sussista tale univocità è un criterio di verità.

Ma, dell’aver luogo dell’univocità, c’è un solo contrassegno immediato : il mostrarsi che c’è un unico fatto coordinato al giudizio in esame, secondo le regole di designazione fissate.

Le scienze hanno sviluppato dei metodi di verificazione per controllare l’univocità della designazione di fatti mediante giudizi. La verificazione gioca un ruolo importante perché nelle scienze si avanzano i giudizi come ipotesi e poi si verifica se con tali giudizi viene ottenuta una designazione univoca.

Schlick dice poi che ogni giudizio ha senso solo nell’interconnessione con altri giudizi, in quanto affinché una proposizione abbia significato, devono essere date, oltre la proposizione stessa, almeno le definizioni dei concetti interni alla proposizione.

Nel caso di giudizi di realtà le definizioni si riportano sempre in qualche modo all’intuitivamente dato. Dunque ogni affermazione di realtà può essere messa in collegamento attraverso una catena di giudizi con i dati immediati, così che può essere controllata attraverso questi stessi dati la cui presenza o assenza diventa criterio per la verità o la falsità del giudizio.

 

 

La procedura di verificazione

 

Schlick poi precisa come avviene in concreto questa verifica :

  • Dobbiamo verificare l’asserzione di realtà G
  • Da G, aggiungendo Ga e rendendo G e Ga premesse di un sillogismo, deriviamo il nuovo giudizio G1.
  • A sua volta Ga può essere sia asserzione di realtà, sia definizione, sia proposizione concettuale che consideriamo stabilita.
  • Da G1 aggiungendo Gb si può derivare un nuovo giudizio G2
  • Così di seguito fino a Gn
  • Gn ha la seguente forma “al tempo T, nel luogo L, nelle circostanze C e C1, verrà esperito (osservato) x e y
  • Dunque ci si reca nel luogo L, al tempo T, si pongono in atto le circostanze C e C1, si designano (descrivono) in un giudizio percettivo P, le esperienze fatte in tale occasione, portando sotto i concetti appropriati (mediante atti di ri-conoscimento) ciò che si è osservato denominandolo con le parole d’uso.
  • Se P è identico a Gn , si verifica Gn e si verifica G
  • Giudizio e fatto sono coordinati tra loro seguendo due vie diverse, ma ambedue le volte un solo e medesimo giudizio designa un solo e medesimo fatto.
  • Dunque la coordinazione è univoca ed il giudizio vero.
  • Dato che l’ultimo anello della catena di giudizi ha condotto ad una designazione univoca, allora anche gli altri anelli e dunque l’inizio G soddisfano la condizione di verità per cui anche G è verificato.
  • Naturalmente G è certamente verificato, se la verità di Ga, Gb è già data e stabilita e ciò vale se essi sono definizioni o proposizioni concettuali (analitiche) che sono univoche di per sé.
  • Se invece Ga, Gb sono asserzioni di realtà la cui verità non è indubitabile, allora la verità di Gn non dimostra ancora la verità di G (conclusione vera a partire però da premesse dubbie)
  • G allora è solo probabile, ma c’è anche una verificazione di Ga, Gb, perché la maggiore probabilità di questi ultimi rende progressivamente più probabile anche G.
  • Sicchè, essendo Ga, Gb con Gn nello stesso rapporto con cui G sta con Gn ed essendo esse verificate mediante altre catene di giudizi, allora i singoli risultati di verifica si sostengono reciprocamente e l’univocità della coordinazione è progressivamente più assicurata per ogni membro dell’intero sistema di proposizioni.

Schlick fa un altro esempio di questo procedimento :

supponiamo che uno storico voglia accertare se un determinato evento si è svolto davvero così come ci è stato tramandato. Date certe indicazioni fornite da un libro, gli sarà lecito presumere che esistevano resoconti sull’evento, la cui relazione sia opera di testimoni che, per via più o meno diretta, abbia avuto co(noscenza) del fatto. Dai dati a disposizione, il ricercatore può trarre la conclusione che, tra le annotazioni di una certa persona (di cui le fonti fanno menzione)  si debba trovare una nota sull’avvenimento in questione. Egli avanzerà in via sperimentale la seguente proposizione che chiameremo GnNell’archivio x si trova un documento con le indicazioni A e B su quell’evento”. Se poi viene scoperto nell’archivio un tale documento, sulla base della percezione diretta dello scritto può essere avanzato (come P ? ) lo stesso Gn. E così, al medesimo stato di fatto, corrisponde ambedue le volte lo stesso giudizio e tutti i giudizi della catena di inferenze valgono come verificati.

 

Proposizioni ausiliarie e pragmatismo

 

Schlick dice pure che la sequenza dei giudizi della catena di inferenze è molto lunga ed in essa è contenuto un gran numero di proposizioni ausiliarie del tipo Ga, Gb…che non vengono menzionate esplicitamente perché non si dubita della loro verità e perché vengono dunque presupposte in ogni momento nel vivere e nel pensare. Proposizioni di questo tipo entrano in ogni processo di verificazione e, poiché esse trovano sempre conferma, noi le consideriamo fermamente vere.

Esempi di esse sono :

  • L’assunzione che non tutti i testimoni siano ingannati da allucinazioni.
  • L’assunzione che la pergamena e la carta mantengano inalterati i caratteri scritti.

Schlick conclude dicendo che la teoria della conoscenza del pragmatismo affermò che nei processi di verificazione consisterebbe l’intera essenza della verità. Nonostante quest’affermazione sia sbagliata, i pragmatisti hanno avuto il merito di far rilevare che, per constatare la verità (soprattutto delle asserzioni di realtà) non si dà altra via che la verificazione. A ciò va aggiunto che la verificazione ha come esito il rilevamento dell’identità di due giudizi. Nell’istante in cui diventa chiaro che, nel designare un fatto percepito, perveniamo allo stesso giudizio derivato per via logica, noi siamo persuasi della verità della proposizione sottoposta a prova. E non si dà altra via per tale persuasione, perché è proprio l’essenza dell’univocità a comportare che questa venga ad espressione nel modo descritto.

 

 

Le verità analitiche

 

Schlick ripassa poi a considerare le proposizioni puramente concettuali (verità analitiche) :

  1. La fugacità dei processi psichici non ci impedisce di formulare inferenze.
  2. Tuttavia non abbiamo determinato nei dettagli mediante quali atti di coscienza avviene l’inferenza analitica.
  3. E’ nell’essenza della deduzione che il contenuto della conclusione sia già tutto nelle premesse. Solo apparentemente la conclusione dice qualcosa di nuovo.
  4. Combinazioni di segni apparentemente diverse risultano equivalenti considerando le premesse.
  5. Se l’inferenza è stata corretta, l’univocità reciproca dei concetti deve rivelarsi nel fatto che, effettuando le sostituzioni permesse e/o richieste in virtù delle relazioni concettuali fissate nelle premesse, si perviene ad una pura identità.
  6. Per accertare la correttezza di una qualsivoglia relazione, si introducono, da ambedue le parti, in luogo dei simboli del calcolo, i loro significati e se ne ricava una identità.
  7. Anche ogni altra proposizione dedotta si lascia controllare così. Secondo le istruzioni contenute nelle premesse la conclusione dell’inferenza si risolve in una pura identità.
  8. Ad es., data la proposizione “Tutti gli uomini sono mortali. Caio è un uomo. Caio è mortale se nella conclusione, in accordo con la premessa minore, sostituiamo a Caio “un uomo” e , in accordo con la premessa maggiore, sostituiamo a “un uomo” il termine “un mortale”, la conclusione stessa si converte nella tautologia “Un mortale è un mortale”. L’univocità è documentata proprio da questa identità ed il presentarsi di una identità ci serve come criterio di verità.
  9. Ciò avviene attraverso processi più o meno intuitivi per cui vengono simulati i discontinui rapporti concettuali. Ad es. per discernere la verità di una qualsiasi proposizione generale, la devo anzitutto comprendere, rendendo chiaro il significato delle parole.
  10. Ciò lo possiamo esprimere dicendo che una proposizione generale viene portata a comprensione con l’applicarla ad un esempio intuitivo.
  11. Il discernimento della sua verità si risolve in un qualche vissuto di identità attraverso cui certe rappresentazioni mostrano di essere la stessa rappresentazione.
  12. I medesimi rapporti logici possono essere presentificati nelle maniere più diverse. Una sola e medesima proposizione geometrica posso rendermela chiara per mezzo di infinite figure. Analogamente la validità di un modo di inferenza me la posso illustrare con gli esempi più disparati.
  13. Del tutto indipendentemente dalla natura delle immagini illustrative, deve però comparire il vissuto di identità, poste che le immagini vadano parallele con le relazioni logiche.
  14. Tale vissuto di identità è quello di cui comunemente si parla come del sentimento di evidenza.
  15. Quali che sono i giudizi presi in considerazione ogni qualvolta a noi stessi diciamo “Va bene” oppure “E’ proprio così”, sempre ha luogo un tale vissuto di identità.
  16. Di contro il falso si annuncia sempre attraverso un vissuto di disuguaglianza perché la verità è l’assolutamente costante, l’eternamente immutabile, l’univoco.
  17. Il comparire di tale sentimento di evidenza non è un infallibile criterio di verità, giacchè può esserci effettivamente identità tra i dati di coscienza decisivi, senza che sia corretto il giudizio riflettendo sul quale essi compaiono.
  18. Questo può succedere se la corrispondenza tra concetti o giudizi e  le loro presentificazioni intuitive è difettiva, cioè nella continuità dei processi di coscienza non s’impone il fattore di discretezza, riconosciuto come la condizione necessaria del pensiero esatto.
  19. Allora può avvenire che, per una tale deficienza, un solo e medesimo dato di coscienza diventi rappresentante di differenti concetti e sorga così un vissuto di identità nel posto sbagliato.
  20. L’errore può venire scoperto riesaminando più volte l’analisi, in quanto, essendo stato il movimento dei processi di coscienza influenzato da circostanze accidentali, è probabile che l’analisi non si riproponga una seconda volta alla stessa maniera e si riveli così la discrepanza.
  21. Non vi sono prescrizioni psicologiche su come riuscire ad evitare tali discrepanze per far comparire il sentimento di evidenza sempre al posto giusto.
  22. Per la fondazione di conoscenza inoppugnabile è sufficiente che, in certe circostanze, queste condizioni siano realmente soddisfatte e che ciò accada è al di là di ogni dubbio.

 

Differenza tra proposizioni concettuali ed asserzioni di realtà

 

Schlick poi, riconosciuto che l’accertamento della verità si realizza attraverso un vissuto di identità, sia nelle proposizioni concettuali, che nelle asserzioni di realtà, egli cerca di individuare cosa differenzia i due tipi di giudizi. Egli dice che se da verificare è un’asserzione di realtà (ottenuta attraverso inferenze) la verificazione è un qualcosa di affatto nuovo rispetto ai processi che hanno portato alla formulazione del giudizio. Essa è un’azione con cui l’uomo prende posizione rispetto al mondo che lo circonda attendendosi un esito.

Ma l’uomo, si domanda Schlick, può mai sapere con certezza che un giudizio su delle realtà deve trovare conferma ? L’uomo potrebbe studiare in maniera perfetta le leggi della natura ? Sarebbe sicuro che la natura domani seguirà le stesse leggi ?

Premettendo che, con un numero limitato di verificazioni, si può inferire solo la probabilità di un giudizio di realtà, dice che, per avere l’assoluta certezza che una proposizione troverà sempre conferma (che è cioè universalmente valida), si dovrebbe poter comandare alla realtà di fornirci in ogni prova una percezione che sia in accordo con quella che ci attendiamo (ipotesi di Kant).

Nel caso dei giudizi analitici, il processo di verificazione non è qualcosa di nuovo rispetto al processo di derivazione, ma si basa sugli stessi dati su cui si regge il processo di derivazione e non va oltre quest’ultimo in una realtà estranea.

 

 

La garanzia della verità dei giudizi analitici

 

Circa la contingenza delle leggi logiche Schlick fa le seguenti osservazioni :

  • Non potrebbe la legiformità della mia coscienza subire un cambiamento per cui in avvenire mi apparirà come vero ciò che è adesso falso ?
  • Una coscienza che è capace di stabilire determinate definizioni può anche discernere sempre le proposizioni analitiche che seguono da quelle definizioni, giacché i due processi sono in realtà lo stesso processo.
  • Il giudizio non va oltre ciò che è già posto nei suoi concetti. La questione se un giudizio sia vero ha senso solo per una coscienza in grado di costruire e comprendere le definizioni dei concetti ricorrenti nel giudizio. E per una tale coscienza, la questione ha già anche una risposta.
  • E’ possibile diventare un malato di mente e la legiformità dei processi di coscienza può cambiare, così che non si comprenda più la tavola pitagorica, ma in tal caso non si comprenderebbe correttamente nemmeno il senso dei singoli termini numerici o pensare una proposizione sensata sui numeri e la questione sulla correttezza di tale proposizione non la potrei nemmeno sollevare.
  • Una coscienza in grado di comprendere una proposizione analitica ha anche la capacità di verificarla, perché le due cose avvengono attraverso lo stesso processo.
  • Ciò vale indipendentemente dal tipo di legiformità della coscienza pensante se si venisse trasformati in un altro essere con psiche del tutto diversa. Allora i processi di coscienza e le relative leggi non avrebbero alcuna somiglianza con quelli usuali e tuttavia si sarebbe in gradi di discernere la verità della proposizione, altrimenti non si sarebbe in grado di comprenderla.
  • Questo vuol dire che, nel caso dei giudizi analitici, mi è garantita la loro assoluta verità. C’è la certezza che essi debbono trovare sempre verifica o meglio tanto spesso quanto si pensano i giudizi. Se non si pensa, la questione diventa priva di senso.

 

 

 

La verificazione infinita

 

Perché Schlick, a proposito dell’univocità di coordinamento, parla di  il mostrarsi che c’è un unico fatto …” ? Perché egli non parla del fatto stesso ? Già egli anticipa il criterio di Tarski, per cui “p è vera se, e solo se, p” ? E come si mostra che c’è un unico fatto ? L’unicità del fatto è empiricamente verificabile ? Sembrerebbe di no …

Per cui anche la possibile verificazione andrebbe a sua volta verificata.

L’univocità di cui parla Schlick non è poi forse una condizione della verità (il senso univoco della proposizione) e non la verità stessa ? Si può dire che :

Ø  Senso = a “p” corrisponde p e soltanto p

Ø  Verificazione =  p, dunque “p” è vera

C’è inoltre una differenza tra il coordinamento con il fatto e quello con un dato immediato ? Quest’ultimo non potrebbe essere solo un termine di una proposizione e dunque non coincidere con un fatto ? In tal caso è possibile trasformare un termine (il dato immediato) in una proposizione (il fatto) ? E se tale trasformazione è possibile ciò si concilia con l’univocità del fatto designato ? Due sensazioni di “rosso” sono riassumibili in un unico fatto ? O esse sono sempre distinte dal diverso contesto spazio-temporale nelle quali sono immerse ? E tale contesto sempre diverso consente l’univocità della designazione ?

 

 

La verificazione impossibile

 

Dato che, partendo da premesse false, si può giungere ad una proposizione vera, allora risulta impossibile verificare la proposizione G attraverso la verifica della proposizione G n.

Pensare che la verifica di G’, G’’ … renda più probabile la verità di G è solo la reiterazione dello stesso errore.

Inoltre è possibile designare univocamente le esperienze in un giudizio percettivo p ?

Cosa vuol dire “… portare ciò che si è osservato sotto i concetti appropriati …” ?

Come si ri-conosce un’esperienza ?

Nella verifica il giudizio percettivo p designa un fatto che in quanto tale dovrebbe venire osservato, ma nella deduzione qual è il fatto designato da G n  ? Un referente ideale ? Ma in tal caso come p può verificare G n ?  Oppure G n corrisponde al giudizio percettivo p ? Ma allora in tal caso cosa bisogna verificare ? Si direbbe che G n sia una versione metalinguistica di p (“Al tempo x ed al posto y si verificherà p”) ed in tal caso G n è ridondante, a meno che “si verificherà” voglia dire non “avverrà”, ma “sarà verificato da Tizio e Caio”. In tal caso si ha un’altra proposizione da verificare e così via all’infinito. Del resto la tendenza di Schlick a dire che la verifica sia in realtà un rapporto tra due proposizioni taglia da un lato del tutto fuori l’empiria e rende l’autore (almeno in questa fase del suo pensiero) molto più vicino al Neurath che in seguito tenderà a criticare.

Infine più occasioni di dimostrare proposizioni sono al contempo più occasioni per la comparsa di proposizioni ausiliarie da dimostrare. Queste ultime, anche se pragmaticamente non vengono discusse, non vuol dire che siano filosoficamente accettabili.  Dunque la speranza di Schlick di rendere più probabile G forse non ha molto respiro.

 

 

La verificazione in logica

 

Quanto alle verità analitiche in primo luogo perché per Schlick le premesse di un inferenza contengono delle istruzioni ? Sarebbe come trasformare una condizionale in un imperativo ipotetico.

Cosa differenzia poi l’esecuzione delle istruzioni e lo svolgimento di un sillogismo ? Le istruzioni eseguite sono come una verifica empirica del sillogismo ? La tautologia è il risultato della verifica del sillogismo, così come l’identità tra G n e p è il risultato della verifica dell’asserzione di realtà ?

La verifica di una tautologia è sempre identica alla sua formulazione ? E questo cosa comporta ?

Schlick, identificando elaborazione e verificazione in campo logico, presuppone ciò che vuole dimostrare e cioè la mancanza di contingenza delle leggi logiche. Mentre nella natura c’è una differenza tra le leggi e gli eventi (contingenti), in logica sembra che tale differenza non sussista.

Corrispondentemente, in natura non c’è un evento errato, cosa che invece può esserci in logica. Nel campo logico invece, la verifica, a nostro parere,  pur senza riguardare il mondo esterno, comporta comunque un incremento cognitivo, dal momento che riguarda l’orizzonte delle strutture ideali e dunque una sorta di realtà che non passa per la fisica.

Schlick vuole dimostrare la differenza tra proposizioni sintetiche e proposizioni analitiche, mentre invece dimostra che sono solo momenti dello stesso processo conoscitivo. Si può dire infatti che la verità analitica non sia una tautologia, ma ogni conoscenza sintetica (geneticamente) è trasformata in conoscenza analitica (validativamente) attraverso la sistematizzazione delle conoscenze.

Stabilendo invece  un alternativa (fittizia) tra tautologia ed insensatezza, Schlick non spiega perché il corso di logica duri un anno intero e non qualche ora. Inoltre, se si accettassero le sue tesi non si capirebbe perché certi sillogismi sembrano evidenti se le premesse sono condivise e non lo sono altrettanto se tali premesse sono patentemente false. Ciò dimostra che la verità logica non sempre viene riconosciuta come tale.

Il fatto poi che un altro essere con psiche del tutto diversa ugualmente userebbe sistemi proposizionali dove la derivazione coincide con la verifica è solo un’ipotesi azzardata e non una certezza. Ma che Schlick sia partigiano lo sin può vedere dal fatto che egli subito identifica il cambiamento di legiformità psichica con la malattia mentale, presupponendo ancora una volta quello che andrebbe dimostrato e che cioè non sia possibile pensare secondo una logica diversa.

 

 

Le immagini ausiliarie

 

Schlick erroneamente pensa che la comprensione di un termine (o di una proposizione) generale passi obbligatoriamente per una esemplificazione particolare (e forse empirica) del termine stesso. Ma l’esempio può geneticamente aiutarci a comprendere il termine, ma non ne costituisce il sinn. Non è un caso che Schlick dopo un po’ banalizzi l’esempio empirico facendone un ausilio illustrativo (come ha fatto anche Frege), mentre invece può essere considerato (ma solo se interpretato simbolicamente, ad es. in un pittogramma) un’altra espressione linguistica del sinn.

Che Schlick non sappia che ruolo dare a tali esempi, è evidente pure dal fatto che, in altro passo, egli dice che tali immagini devono andare parallele alle relazioni logiche. Ma allora hanno ruolo ancillare, sono degli equivalenti o costituiscono decisivamente il sinn di un’espressione linguistica ? Forse Schlick in tale frangente non ci può aiutare.

 

 


15 febbraio 2010

Le convenzioni e la distinzione Analitico/Sintetico in Schlick

 

Le scienze come reti di giudizi

 

Schlick riprende la distinzione formalistica (e dunque relativa) tra definizioni e giudizi conoscitivi e la applica alle scienze reali, dove la coordinazione è ottenuta tramite definizione e conoscenza. Il sistema delle scienze della realtà è, a suo parere, una rete di giudizi con le maglie coordinate a singoli fatti. Ci sarebbero due tipi di definizione : la definizione implicita e la definizione concreta. Quest’ultima interviene con i concetti che si riferiscono ad oggetti reali. Essa è una stipulazione arbitraria, consistente nell’introdurre, per un oggetto individuato, un nome apposito. Se incontriamo di nuovo un oggetto così designato, noi abbiamo un’esperienza.

Schlick continua dicendo che, dal momento che l’esperienza mostra i medesimi oggetti in diverse relazioni, si possono esprimere numerosi giudizi conoscitivi che formano una rete interconnessa, dati gli stessi oggetti designati dagli stessi concetti.

Finchè, per stabilire ogni singolo giudizio, c’è bisogno di una nuova esperienza, la rete conoscitiva consiste di giudizi che sono descrittivi o storici. Schlick dice poi che, scegliendo opportunamente degli oggetti tra quelli individuati dalle definizioni concrete, si possono trovare delle definizioni implicite tali che i concetti da esse determinati sono impiegabili per designare univocamente tutti quegli oggetti reali. Questi concetti infatti saranno connessi tra loro, attraverso un sistema di giudizi che concorda appieno con la rete di giudizi univocamente coordinata al sistema dei fatti. In questo caso, dice Schlick, tale sistema di giudizi, invece di essere ottenuto empiricamente, può essere completamente derivato per via logica dalle definizioni implicite dei suoi concetti di base, senza essere rinviati volta per volta ad una nuova specifica esperienza.

 

Scienze empiriche e definizioni implicite

 

Nelle scienze empiriche esatte, continua Schlick, si applica al mondo il sistema (esistente in matematica) dei concetti definiti implicitamente. Ad es. l’astronomia può registrare in maniera descrittiva le posizioni dei pianeti in tempi diversi (giudizi storici), ma può anche designare i pianeti attraverso il concetto di un qualcosa che si muove in conformità di certe equazioni (definizione implicita) ed allora dalle formule ad essi relative risulteranno in modo puramente deduttivo tutti gli asserti sulle posizioni passate e future dei corpi celesti nel sistema solare.

Il presupposto dell’intelligibilità del mondo è un sistema di definizioni implicite corrispondente al sistema dei giudizi d’esperienza. Schlick chiarisce giustamente che l’asserzione che esistano sempre concetti prodotti attraverso definizioni implicite, capaci di garantire una designazione univoca del mondo dei fatti, è solo un’ipotesi e perciò ogni giudizio su fatti reali che non sia una definizione né un giudizio puramente descrittivo è solo un’ipotesi.

 

Le convenzioni

 

C’è comunque almeno la possibilità di sistemare determinati concetti singoli in modo che essi si addicano alla realtà ed in modo che gli oggetti da essi designati possano sempre essere ritrovati in essa realtà. Schlick chiarisce che definire implicitamente un concetto vuol dire determinarlo attraverso le sue relazioni con altri concetti, ma applicare tale concetto alla realtà vuol dire scegliere un determinato gruppo dall’infinita ricchezza di relazioni del mondo e designandolo con un nome, compendiarlo in una unità.

Con una scelta adeguata è possibile ottenere per mezzo di un concetto del genere una designazione univoca di realtà. Schlick conclude che, quando un concetto viene determinato e coordinato in questo modo alla realtà, tale determinazione/coordinazione si chiama convenzione.

Lo studio sull’essenza/significato delle singole convenzioni usate nella scienza della natura è un compito importante.

Schlick dice che le condizioni di possibilità delle convenzioni sono presenti laddove la natura offra una continua e non interrotta molteplicità di relazioni omogenee, perché da tale molteplicità continua si possono sempre selezionare tutti i complessi di relazioni desiderati. Di questo tipo sono le relazioni spazio-temporali che formano il dominio proprio delle convenzioni. Infatti gli esempi più tipici di convenzioni sono quei giudizi afferenti un’uguaglianza di distanze spaziali e di intervalli temporali. Questa eguaglianza si può definire come vuole ed essere sicuri di trovare in natura spazi e tempi uguali conformi alla definizione.

 

L’esempio della misurazione del tempo

 

Schlick dice che l’essenza peculiare della convenzione è offerta dalla misurazione del tempo. In questo caso noi stipuliamo che i periodi di rotazione della Terra intorno al proprio asse devono essere considerati uguali e presi come base per la misurazione del tempo. Qui si tratta di una definizione concreta perché la stipulazione si riferisce ad un processo concreto di un corpo cosmico unico presente solo una volta. Si potrebbe prendere in tal caso come riferimento i battiti del polso del Dalai Lama, solo che non sarebbe pratico e la velocità del decorso dei processi temporali starebbe in rapporto con lo stato di salute del Dalai Lama : se questi avesse i battiti accelerati si dovrebbe ascrivere ai processi naturali un decorso più lento e le leggi naturali avrebbero una forma molto complicata. Prendendo invece come base la rotazione della Terra queste leggi hanno una forma più semplice.

Schlick conclude che la massima semplicità possibile delle leggi di natura è il criterio che determina la scelta definitiva di una definizione del tempo. A questo livello tale definizione diventa una convenzione, perché tale definizione non è più legata ad un processo concreto individuale, ma è determinato dal precetto generale che le equazioni fondamentali della fisica debbano assumere la loro forma più semplice. Queste equazioni fondamentali costituiscono le definizioni implicite dei concetti fisici fondamentali.

Una volta che un certo insieme di concetti è stato stabilito mediante convenzione, le relazioni tra gli oggetti designati da concetti non sono a loro volta convenzionali e le si deve apprendere dall’esperienza.

Schlick così riassume le cose già dette :

  • Vi sono due classi di giudizi di cui si compone ogni scienza della realtà
  • La prima classe sono le definizioni che mirano alla surrogazione dei concetti determinati concretamente con concetti determinati implicitamente.
  • Nella prima classe ci sono le convenzioni che garantiscono tale surroga fin da principio mediante idonea stipulazione.
  • La seconda classe sono i giudizi di conoscenza (o storici) che designano fatto osservati o pretendono di valere anche per fatti non osservati ed allora sono ipotesi.
  • Tra giudizi storici ed ipotesi la differenza non è assoluta : la classe dei giudizi storici si riduce a zero se si è consapevoli che empiricamente si possono cogliere nel momento presente (Agostino, Buddismo)
  • I fatti passati e quelli futuri si possono solo inferire . che siano stati osservati può essere un sogno o un’illusione.
  • Dunque anche i giudizi storici sono ipotesi.

 

 

Tautologie e giudizi analitici

 

Schlick poi accenna al tema della tautologia, dicendo che la matematica è fatta di proposizioni derivabili logicamente da definizioni e dunque assimilabili a definizioni, le quali sono sempre vere, ma non incrementano la conoscenza. Egli accenna poi al tentativo di Kant di superare la dicotomia tra tautologie ed F-verità con il teorizzare l’esistenza di giudizi sintetici a priori, grazie ai quali si potrebbe giudicare su fatti reali che ancora non ci sono stati dati dall’esperienza. Tali giudizi sintetici a priori sarebbero alla base delle scienze. Per Schlick tale illusione è dovuta al fatto che alcune definizioni ed alcune convenzioni ad un esame superficiale sembrano proposizioni sintetiche. Un esempio di queste proposizioni sono gli assiomi della scienza dello spazio. D’altra parte nella classe dei giudizi di esperienza ci sono diverse proposizioni (come il principio di causalità) che sembrano essere di una validità talmente incondizionata che li si può facilmente prendere per giudizi a priori.

Schlick, come Kant, definisce “giudizi analitici” i giudizi che ad un soggetto logico attribuiscono un predicato già contenuto nel soggetto logico stesso, cioè già facente parte della definizione di quest’ultimo. In questa definizione è dato lo stato di fatto designato da un giudizio analitico. La verità di un giudizio analitico è basata sulla definizione del soggetto logico e non in un’ esperienza (perciò i giudizi analitici sono apriori).

Quando si dice “Tutti i corpi sono estesi” il giudizio non si fonda su nessuna esperienza, giacchè se nell’esperienza incontrassi qualcosa di non esteso,  non potrei designarlo come “corpo”, in quanto contraddirei la definizione stessa di “corpo”. Dunque i giudizi analitici derivano dalle definizioni e ciò che li connette ad esse è il PDNC.

Correlativamente un giudizio è sintetico se di un oggetto asserisce un predicato che non è già contenuto per definizione nel concetto di questo oggetto.

Schlick poi dice che, mentre i giudizi sintetici sono estensivi, i giudizi analitici sono solo esplicativi. A tal proposito egli analizza la proposizione kantiana “I corpi sono pesanti” ed osserva giustamente che, se avessimo assunto anche la proprietà “essere pesante” nella definizione di “corpo”, allora avremmo di fronte un giudizio analitico.

Schlick aggiunge che non è vero che la distinzione tra giudizi analitici e sintetici sia incerta, giacchè non è vero che lo stesso giudizio possa essere analitico o sintetico. Tale opinione infatti dimentica che il giudizio ad es. “Tutti i corpi sono pesanti” non è affatto lo stesso nei due casi. Schlick infatti dice che la parola “corpo” nell’uno e nell’altro caso designa un concetto diverso, il primo che non comprende la proprietà “pesante”, il secondo invece che la comprende.

Schlick poi considera le definizioni e ritiene che esse siano giudizi analitici in quanto ci danno di un concetto solo le caratteristiche che gli appartengono. Egli aggiunge che si potrebbe con qualche ragione dire che la definizione compie una sintesi in quanto mette insieme in un concetto caratteristiche diverse. Essa però non diviene un giudizio sintetico perché al concetto non aggiunge alcuna caratteristica che sia a questo estraneo. Il giudizio sintetico designa l’aggregarsi di oggetti in uno stato di fatto, mentre la definizione designa l’aggregarsi di caratteristiche all’interno di un concetto.

 

I giudizi sintetici apriori

 

Schlick dice poi che la maggior parte dei giudizi nella vita quotidiana sono sintetici e fa i seguenti esempi : “Oggi per pranzo c’è del pesce”, “La Gallia fu conquistata dai romani”, “Il punto di fusione del piombo è più basso di quello del ferro”. Schlick commenta che dall’intero contesto risulta inequivocabilmente che i loro predicati non fanno parte delle caratteristiche dei concetti che in esse svolgono la funzione di soggetto logico.

Schlick poi esamina anche la possibilità di giudizi sintetici apriori e cioè giudizi dove si afferma che ad un oggetto compete sempre un predicato non contenuto nel suo concetto, senza tuttavia che la base per questa asserzione venga presa dall’esperienza. Lo stato di fatto che un tale giudizio designa è la coappartenenza reciproca di determinati oggetti non uniti da una definizione (ad es. un evento e la sua causa), senza che la garanzia della verità di questa coappartenenza sia un’esperienza.

Schlick si domanda con Kant cosa infatti in tutto l’universo dovrebbe mai poterci dare informazioni al di fuori dell’esperienza circa la coappartenenza di oggetti tra di loro diversi, visto che solo i giudizi apriori ci forniscono una conoscenza rigorosa ed universalmente valida. Egli ribadisce che i giudizi analitici si basano sulle relazioni dei concetti tra loro, mentre i giudizi sintetici si basano sulle relazioni tra oggetti reali. Tale concezione deriva da Kant, il quale asseriva che nel giudizio analitico il predicato verte sul concetto, mentre nel giudizio sintetico verte sull’oggetto del concetto perché in questo caso il predicato non è contenuto nel concetto.

 

Definizioni  e giudizi storici

 

Schlick poi afferma che ogni scienza di realtà rappresenta un sistema di definizioni e giudizi conoscitivi che in singoli punti (le osservazioni ? gli esperimenti ?) coincide direttamente con il sistema della realtà e viene disposto in modo tale che in tutti i punti restanti la coincidenza ha luogo da sé. Schlick aggiunge che quelle proposizioni del sistema dei giudizi con le quali il sistema si appoggia direttamente ai fatti reali li possiamo chiamare giudizi fondamentali (definizioni e giudizi storici). Schlick aggiunge  che, partendo dai giudizi fondamentali, viene retto passo per passo l’intero sistema, ricavando le singole pietre da costruzione mediante un procedimento puramente logico deduttivo (ad es. quello sillogistico). In questo modo anche ai membri del sistema deduttivamente generati corrisponderà uno stato di fatto della realtà.

Schlick poi dice che le singole scienze differiscono tra loro a seconda del modo in cui esse conseguono una continua univocità di coordinazione. Le discipline che usano un metodo più descrittivo (ad es. le scienze storiche) sono in grado di ottenere una completa coincidenza dei due sistemi (giudizi e fatti), ma solo in quanto esse assumono quasi esclusivamente giudizi fondamentali e su di essi non elevano alcuna costruzione. Dalla data di nascita di Napoleone non si può dedurre la sua morte e dunque i giudizi storici mancano di interconnessione e necessitano di un enorme quantità  di singoli giudizi indipendenti. Dunque le scienze storiche sono ricche di materiali, ma incapaci di previsioni sul futuro e dunque povere di conoscenze.

Del tutto diverso è il metodo delle scienze esatte : queste non renderebbero il numero dei giudizi fondamentali il più alto possibile, ma al contrario lo farebbero il più piccolo possibile, lasciando che sia l’interconnessione logica a portare i due sistemi ad una concordanza univoca. Schlick fa l’esempio dell’astronomo che, avendo osservato la posizione di una cometa in tre punti temporali differenti, è in grado di prevedere quale sarà la sua posizione in un qualsiasi altro momento oppure il fisico che, con un esiguo numero di leggi del moto, coordina la totalità dei processi meccanici con giudizi adeguati.

Schlick da ciò desume erroneamente che, meno sono i giudizi fondamentali alla base di una scienza, minore è il numero di concetti di cui essa si serve per designare il mondo, più alto è il livello di conoscenza al quale essa ci innalza.

Egli poi conclude dicendo che il lavoro scientifico non avrebbe senso se ciascun membro dell’insieme dei giudizi non fosse coordinato ad un membro dell’insieme dei fatti.

 

 Stationen. Dem Philosophen und Physiker Moritz Schlick zum 125. Geburtstag (Schlick Studien) (German Edition)



Una corrispondenza solo ipotetica

 

Schlick non spiega se per produrre un’esperienza l’oggetto a cui si ha accesso debba essere già stato nominato. Nel caso ciò fosse vero, Schlick presenterebbe una tesi kantiana per cui l’esperienza si ha solo se è già orientata da una rete di concetti. Inoltre la tesi per cui gli oggetti, distribuiti ognuno in diverse relazioni, permettano una molteplicità di giudizi conoscitivi richiama le tesi relazionistiche di Whitehead. Egli comunque non dice quali sono i criteri opportuni con cui scegliere gli oggetti individuati da definizioni concrete che dovrebbero magicamente condurci a definizioni implicite tali da evitare il continuo ricorso all’esperienza delle scienze empiriche esatte. Né dunque chiarisce come si attua e si verifica l’applicazione al mondo reale del sistema esistente in matematica di concetti definiti implicitamente.

A proposito dell’esempio dell’astronomia, Schlick non si domanda se i pianeti si muovano in conformità all’equazione data, né se è possibile verificare quale sia stato il comportamento passato dei pianeti e se dunque alla deduzione fatta corrisponda un’effettiva estensione di conoscenza. Né si spiega come il sistema di definizioni implicite sia corrispondente al sistema dei giudizi d’esperienza. Alla fine egli è costretto a dire che tale corrispondenza risulta essere solo un’ipotesi. E tale ammissione ci soddisfa pienamente, a patto però che essa porti già da ora il Neopositivismo ad abbassare la cresta. Ma questo purtroppo non succederà così presto.

 

Convenzione ed arbitrio

 

Schlick inoltre non chiarisce nemmeno come distinguere convenzione ed arbitrio : egli si appella ad una scelta adeguata di concetti, la quale però non è ben definita, per cui il criterio è annunciato, ma non effettivamente elaborato. Né si riesce a giustificare e fondare l’omogeneità di spazio e tempo che dovrebbe permettere la comparabilità tra le misurazioni

Quanto all’esempio della misurazione del tempo sono possibili queste considerazioni :

  • La definizione concreta è legata comunque ad un processo concreto individuale, ma il criterio di scelta di tale processo è il precetto generale di cui parla Schlick.
  • Se il riferimento sono i battiti del cuore del Dalai Lama, come si fa a sapere che questi battiti sono accelerati ? Sono accelerati rispetto a che ? Rispetto ad un criterio ? E su quale base questo criterio è adottato ? O rispetto ad un altro ritmo, precedentemente individuato ? E questa differenza che rilevanza può avere ?
  • Il criterio della semplicità o è strumentale ed utilitaristico, o se vuole avere rilevanza conoscitiva diventa metafisico, come nella tradizione pitagorica e platonica.
  • La scelta di processi meno influenzabili contingentemente presuppone un’ontologia o già una fisica in base alla quale si individuino i processi fisici meno alterabili. Ma questa fisica su quali misurazioni si può basare, se la scelta della misurazione presuppone la stessa fisica? Non stiamo davanti ad un circolo vizioso ?

Inoltre non si capisce bene se, dal momento che le relazioni tra gli oggetti d’esperienza non sono convenzionali, l’insieme di concetti convenzionali abbia o no relazioni interne a priori. Oppure se le relazioni tra concetti siano o no le stesse esistenti tra gli oggetti da essi designati. Oppure ancora se le relazioni tra concetti siano la cornice generale in cui si realizzano le relazioni più particolari tra i singoli oggetti. O ancora se le relazioni tra concetti siano la versione metalinguistica delle relazioni tra oggetti.

 

Le distinzioni interne alle tautologie

 

Nel dire che i giudizi matematici non incrementano la conoscenza, Schlick confonde la struttura logica di un sistema di proposizioni con la sua valenza epistemica e non considera il modo in cui scegliamo gli assiomi (nel caso della scienza dello spazio sarebbero riconducibili forse ad intuizioni fenomenologiche) né il fatto che la deduzione dei teoremi comunque è un processo conoscitivamente rilevante, altrimenti Euclide sarebbe importante non tanto per la geometria, ma solo per aver esemplificato un sistema assiomatico-deduttivo.

Lascia perplessi anche il fatto che Schlick ricomprenda il principio di causalità tra i giudizi di esperienza, quando invece è una funzione proposizionale (Kant lo definirebbe uno schema trascendentale) che solo con la saturazione delle variabili diventa una proposizione generale che comprende in sé (come suoi esempi) giudizi di esperienza.

Schlick non tiene nemmeno conto del fatto che i giudizi analitici sono diversi dalle vere e proprie tautologie o da proposizioni di auto-identità. Tali differenze invece vanno esplicitate ed analizzate nel dettaglio. Si può parlare di :

  1. Proposizioni L-vere : CKCpqpq. Si tratta di proposizioni molecolari che risultano essere vere quale che sia il valore di verità degli enunciati atomici che le compongono
  2. Proposizioni M-vere (matematicamente vere) : 2+2 = 4. Si tratta di proposizioni la cui natura non è ancora chiara (Kant le considera sintetiche a priori), ma che vengono spesso considerate esempio di proposizioni analitiche.
  3. Tautologie : “Esiste almeno una proposizione vera”. Si tratta di proposizioni che si riferiscono al valore di verità di sé medesime, direttamente o indirettamente.
  4. Proposizioni analitiche : “Il corpo è esteso” (Kant). Si tratta di enunciati atomici (S è P) dove il predicato è già compreso nella definizione del soggetto logico dell’enunciato stesso.
  5. Proposizioni C-vere (costruttivamente vere) : “Esiste almeno una proposizione”. Si tratta di proposizioni che costituiscono il loro positivo valore di verità nel momento in cui vengono espresse.
  6. Proposizioni T-vere (trascendentalmente vere) : “L’Assoluto esiste” oppure “La verità esiste”. Sono proposizioni che si riferiscono indirettamente al proprio valore di verità, esplicitando dimostrativamente tutte le implicazioni ad esso connesse.

 

 

La natura epistemica della distinzione analitico/sintetico

 

La stessa distinzione tra analitico e sintetico è solo epistemica : sintetico è ciò che non rientra già nel concetto di un oggetto, mentre analitico è il contrario. Magari ciò che in un dato momento storico è sintetico, può essere analitico in un  momento successivo. Schlick analizza la proposizione kantiana “Il corpo è pesante” ed osserva giustamente che, se avessimo assunto anche la proprietà dell’essere pesante nella definizione di “corpo”, allora avremmo di fronte un giudizio analitico. Ma sbaglia nel dire che questo non rende incerta la distinzione tra analitico e sintetico, in quanto tale distinzione non riguarda il concetto (nel senso di noema) di un oggetto, ma il rapporto tra tale noema ed un termine segnico (un nome), per cui la differenza è puramente epistemica e varia perciò da soggetto a soggetto, da epoca ad epoca, da contesto a contesto.

Schlick sbaglia a definire anche analitica una definizione, in quanto analitico è un giudizio che attribuisce una proprietà già compresa nella definizione (già data) di un concetto. Dunque esso individua un rapporto di una proprietà con una definizione già data di un soggetto logico. Alla definizione in realtà non si attribuisce né il carattere analitico né il carattere sintetico.

Anche la distinzione tra definizione e giudizio sintetico seppure interessante rimane problematica in quanto la definizione è il rapporto tra un nome proprio ed una descrizione (che si suppone essenziale), mentre la proposizione sintetica dovrebbe essere il rapporto tra almeno un nome proprio e proprietà o relazioni che non rientrano nella descrizione suddetta. Ed anche questa distinzione è in realtà più sfumata in quanto in principio la descrizione si elabora progressivamente attraverso una serie di proposizioni che risultano inizialmente sintetiche e solo dopo designano proprietà che rientrano in una definizione (ad es. “il leone è un grosso gatto con una criniera”, poi la definizione si articola in quanto si scopre che “La femmina della specie è più piccola e senza criniera” e “Usualmente sono le femmine a cacciare le prede che sfameranno il maschio e tutto il branco”). Ora nella definizione entreranno tutte le proprietà progressivamente scoperte, ma nel momento in cui le si scopre esse sono descritte da proposizioni sintetiche.

Invece irrigidire la distinzione potrebbe portare alla completa separazione tra i due tipi di giudizi, dal momento che, trattando di concetti, il giudizio analitico apparterrebbe al metalinguaggio, mentre quello sintetico al linguaggio oggetto. Alla fine sarebbe problematica la loro stessa coesistenza in un sistema di proposizioni e le difficoltà del rapporto ad es. tra matematica e realtà si approfondirebbero ulteriormente (sempre che la matematica la si voglia considerare come una disciplina composta da proposizioni analitiche)

 

 

 

 

L’aporia interna alle scienze di realtà

 

Molto superficiale è anche la pretesa di sostenere che le proposizioni del linguaggio quotidiano risultino “inequivocabilmente” sintetiche (qual è l’argomento che giustifica tale inequivocabilità ?), dal momento che ad es.  La Gallia fu conquistata dai Romani” è un enunciato che corrisponde a proposizioni diverse ad es. per chi ha scritto il testo e per chi lo legge la prima volta e “La Gallia” è un concetto diverso nei due casi.

Pure non abbastanza meditata è la riduzione di qualsiasi esperienza ad un’esperienza sensibile, riduzione che, unita all’inesatto presupposto per cui qualsiasi stato di cose debba essere ricompreso nella realtà sensibile, consente a Schlick di escludere indebitamente la possibilità di proposizioni sintetiche a priori. Seppure quest’ultimo concordi con Kant nelle ragioni della differenza tra analitico e sintetico (l’analitico come relazione tra concetti, il sintetico come relazione tra oggetti), il pensatore di Koenigsberg manteneva ferma una trascendenza dell’oggetto rispetto al concetto e dunque la necessità di una sintesi a priori che permettesse il collegamento tra a priori ed a posteriori, collegamento che fosse alla base dell’applicabilità della matematica al mondo reale.

Invece Schlick quando definisce le scienze di realtà si trova di fronte a giudizi analitici e giudizi sintetici del tutto separati e ne afferma la comune appartenenza ad un sistema di proposizioni in maniera del tutto dogmatica e aprioristica. Egli nemmeno prova a vedere come il sistema delle scienze si possa semplicemente appoggiare in certi suoi punti a fatti reali : perché lo possa fare è necessario che ci sia la possibilità di collegare proposizioni logico-matematiche e proposizioni empiriche, cosa che Schlick non si sogna nemmeno di tentare, al contrario del Carnap della Costituzione logica del Mondo (1928).

Quando Schlick presume  che tale passaggio verso i giudizi empirici sia assicurato da un procedimento deduttivo dimentica che il procedimento deduttivo può avere come risultato tali proposizioni solo se parte da proposizioni generali (ad es. con il quantificatore universale) o da funzioni proposizionali aventi la forma dell’implicazione. Come si possa partire da enunciati del genere è un altro mistero che Schlick non si sforza proprio di chiarirci. Forse non lo può fare, visto che ci vorrebbe un tentativo della metafisica a questo punto.

Quando poi Schlick si sofferma a descrivere le scienze storiche egli contraddice in parte la sua definizione più generale di scienze del reale, in quanto elimina quasi del tutto il procedimento deduttivo. Inoltre come le scienze storiche possono rimanere scienze prive come sono della dimensione generale  e cioè senza definizioni o proposizioni universali ? Quello che ne risulta è una caricatura dello storicismo e della sua visione dell’individualità. Anche quando dice che lo storico non può prevedere il futuro, Schlick da un lato esclude da questa impossibilità il fisico (e non si sa quanto giustificatamente) e dall’altro evita di citare i casi (non infrequenti) in cui le previsioni dello storico si sono avverate (si vedano quelle di molti marxisti circa l’esito dell’Ottobre sovietico).

Quanto alla differenza tra scienze naturali e scienze storiche, Schlick non tiene conto della minore complessità della natura fisica rispetto a quella storico-sociale (che ricomprende le specificità della natura fisica, ma ne presenta di nuove e più difficili da conoscere con esattezza), minore complessità che almeno in parte spiega tale differenza, che invece Schlick riduce ad una differenza metodologica, ad una superiorità intrinseca delle scienze esatte rispetto a quelle storiche. Egli, nel teorizzare che la maggiore conoscenza derivabile dalle scienze esatte si spiegherebbe con il minor numero di giudizi fondamentali da cui si parte, finge di dimenticare che non è il numero di giudizi fondamentali a fare la differenza, ma il loro grado di universalizzazione. In realtà, dato che le scienze esatte partono da proposizioni universali, alla fine il numero di proposizioni fondamentali (atomiche) su cui si basano è potenzialmente infinito.


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