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Dibattito su Emiliano Brancaccio
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8 marzo 2011

Brancaccio e Boldrin : un rutto di Bossi ci seppellirà

La discussione tra Brancaccio e Boldrin si sposta poi  sulla politica economica italiana. Boldrin dice che la nostra crisi è cominciata nel 2000 e, in termini reali, all’inizio degli anni ’90. Nessuno sembra secondo lui essere consapevole della gravità della situazione in quanto l’Italia ormai è un paese in via di sottosviluppo : la produttività del lavoro non cresce da molti anni, la preparazione dei nostri studenti è sempre più scadente, l’intero sistema di servizi pubblici sta collassando ed il Pil procapite italiano di oggi è inferiore a quello del 2000 del 3%. In un sistema del genere non solo le imprese non investono, ma le stesse energie migliori non vedono l’ora di fuggire. Per Boldrin un paese riesce a rimanere sulla frontiera tecnologica e ad evitare il declino solo se riesce a far cooperare al suo interno le energie migliori con la massa dei lavoratori. Le persone altamente competenti, che sono il fattore produttivo più importante, invece se ne vanno e sia la destra che la sinistra sembrano non vedere il problema.

Brancaccio è d’accordo con il fatto che le risorse umane e dei giovani non vengono adeguatamente valorizzate. Uno degli indicatori che evidenzia il carattere bloccato di questa società è l’indice di mobilità intergenerazionale che misura la possibilità che ad es. ha il figlio di un operaio di migliorar e rispetto alla condizione della sua famiglia di origine. C’è da notare però che l’Italia è in coda in questa classifica, assieme però agli Usa e alla Gran Bretagna. Il paese del sogno americano in realtà è anch’esso bloccato in una sperequazione retributiva mai raggiunta da molti anni.

Per quanto riguarda l’Italia, Brancaccio dice che, in termini di crescita del Pil, l’Italia ha fatto peggio di quasi tutti in Europa. La disoccupazione supera quella di Germania ed Inghilterra. A questo proposito Tremonti ha tirato fuori una tesi fantasiosa di tipo liberista secondo la quale, a fronte della crescita dei disoccupati, ci sarebbero in realtà moltissimi posti di lavoro vacanti : basterebbe favorire l’incontro tra gli uni e gli altri per ridurre significativamente il tasso di disoccupazione.

In realtà il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti e quindi pensare che, per ogni lavoratore rimasto a spasso ci sia un posto libero ad attenderlo è evidentemente illusorio. La crisi che ha colpito l’Italia rischia di avere ripercussioni irreversibili sul nostro tessuto produttivo. I tassi di mortalità delle imprese sono estremamente alti e quelli che rimangono non si accorpano e non si centralizzano. Per Brancaccio uno dei problemi principali dell’Italia è il basso grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali. Invece la politica economica italiana tende a recuperare competitività attaccando le condizioni dei lavoratori, strategia che dura da anni ma che non ha minimamente toccato gli enormi problemi strutturali che affliggono la nostra economia.

Boldrin, dopo aver criticato il suo interlocutore sulla tendenza a non fare nomi e cognomi, ma a parlare genericamente di economisti liberisti o socialisti, conviene sul fatto che la disoccupazione italiana non è un problema di mancato incontro tra domanda ed offerta di lavoro, mentre è un problema dell’economia americana nella quale la distribuzione territoriale della disoccupazione è estremamente disomogenea. Boldrin si chiede perché l’Italia ha una produttività così bassa e perché non nascono nuove imprese o perché le imprese straniere non vengono ad investire in Italia. Brancaccio pensa che la causa sia  la leggera riduzione (a dire di Boldrin) delle eccessive rigidità della legislazione italiana sul lavoro. Per Boldrin le cause sono altre e cioè mancanza di una vera concorrenza sui mercati, un eccessivo interventismo dello stato nell’economia, sussidi dati ad imprese improduttive, il degrado progressivo del sistema educativo ed una macchina amministrativa disastrosa.

Brancaccio replica che, per quanto riguarda la situazione statunitense, i liberisti non tengono conto del crollo della domanda effettiva. Inoltre in Italia il crollo dell’indice generale di protezione del lavoro è stato molto consistente (1,68 tra il 1996 ed il 2008 a fronte di una riduzione di 0,97 in Germania ed addirittura un lieve aumento in Francia. Brancaccio precisa anche che la riduzione delle protezioni per i lavoratori non è la causa del declino ma è il rimedio fallimentare che i governi italiani hanno adottato per combattere il declino, la cui causa principale è un grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali relativamente basso rispetto ad altri paesi.

Boldrin, premettendo di non capire la questione della scarsa concentrazione dei capitali, prende lucciole per lanterne quando confonde il carattere periferico (nel senso di marginale) dell’economia italiana, con la collocazione geografica in senso fisico della penisola italiana. Pare ovvio invece che si tratta di collocazione periferica rispetto ad un mercato oppure rispetto ad un circuito economico integrato.

Il fatto comunque che l’Italia abbia pagato più di altri la liberalizzazione del mercato interno, la creazione del mercato unico europeo e l’introduzione dell’euro è per Boldrin una conseguenza della crisi, non un fattore causale. Ma anche qui Boldrin dimostra di non ascoltare il suo interlocutore per il quale è la mancata centralizzazione dei capitali il principale fattore causale. Bisognerebbe riprendere il discorso da lì e costringere l’interlocutore ad approfondire il concetto.

Boldrin aggiunge che non si tratta di protezione dei lavoratori ma di rigidità del mercato del lavoro. L’Italia partiva da un’eccessiva rigidità del mercato del lavoro e quindi, partendo dai livelli più alti, è facile che la riduzione sia più consistente. Ciò che conta sono le posizioni assolute, cioè quanto è rigido un mercato del lavoro rispetto ad un altro (anche qui Boldrin sbarella, in quanto ciò che conta, ad essere precisi sono le posizioni relative agli indici di protezione del lavoro degli altri paesi e non quelle relative ai propri indici di protezione del passato).

Boldrin dice che in Italia ci sono due mercati del lavoro : uno assurdamente rigido e perfettamente protetto, ma ingessato. L’altro assolutamente selvaggio. L’esistenza del secondo è dovuta al primo. I protetti dell’impiego pubblico e di una certa parte dell’industria privata, generano costi di impresa e costi aggregati di sistema che possono essere sostenuti e compensati solo grazie a quei poveracci del mercato selvaggio, cioè solo grazie allo sfruttamento di tutti coloro che sono costretti a subire una posizione di estrema debolezza sul mercato del lavoro, cioè i giovani e le donne che sono stati costretti a sobbarcarsi il peso di coloro che sono già garantiti per tenere in piedi il sistema. Un esempio di questo sistema patologicamente duale è l’università dove da un lato ci sono i garantiti (professori di ruolo, ricercatori confermati) che sono poco produttivi e dall’altro i precari privi di garanzie e di prospettive che reggono tutto il peso dell’effettivo funzionamento dell’università.

Brancaccio, a proposito della centralizzazione dei capitali, si rifà al dibattito italiano sulla credenza per la quale le piccole dimensioni di impresa costituirebbero un fattore virtuoso, in grado di garantire alle imprese italiane la flessibilità necessaria per competere sui mercati. Secondo Brancaccio questi ragionamenti sono in realtà serviti a fornire una giustificazione per tutti coloro che da questo capitalismo nazionale polverizzato e frazionato sono riusciti a lucrare ampi margini di consenso, chiudendo gli occhi di fronte all’evasione fiscale, al sommerso che contraddistinguono il nostro tessuto produttivo. La questione della centralizzazione dei capitali è rilevante sia per quanto riguarda la storia economica dell’Italia sia con riferimento alle prospettive politiche future, tenendo conto del fatto che ad es. il mondo della piccola e piccolissima impresa costituisce l’ossatura principale del bacino di voti della Lega nord. Prendersela con Tremonti, non tenendo presente gli interessi di cui egli si fa portatore risulta essere alla fine un approccio superficiale.

Per quanto riguarda l’indice di protezione dei lavoratori, Brancaccio incassa il fatto che si è chiarito che non si è trattato di una leggera riduzione (Boldrin, cammin facendo, ha corretto la sua iniziale posizione) ed aggiunge che bisogna spiegare perché mai bisognerebbe ridurre le tutele e quale beneficio per l’occupazione potrebbe derivare da una strategia di questo tipo, visto che finora non ha avuto gli effetti sperati. Brancaccio dice anche che la dualità del mercato del lavoro ormai non esiste più ed il famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non ha più efficacia in quanto non può più impedire i licenziamenti individuali.

Boldrin ammette che in Italia c’è una scarsa mobilità sociale, ma sulla questione della struttura industriale polverizzata egli afferma che si tratta di un dato strutturale che ha accompagnato lo sviluppo economico italiano da molti secoli. Associarlo al dibattito politico attuale è un operazione stiracchiata. Bisogna formulare progetti di politica economica a partire da quello che si ha e non da quello che piacerebbe avere. È vero che questo sistema è un bacino elettorale per certe forze politiche, ma in realtà è il sistema delle piccole imprese che ha creato queste forze politiche. Perciò una politica economica realistica non dovrebbe accanirsi contro questo radicato sistema, ma cambiare quello che è possibile cambiare.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, per Boldrin non si tratta solo dell’articolo 18 ma di un intero combinato disposto, fatto di giurisprudenza del lavoro, regolamenti amministrativi, meccanismi contrattuali che rendono una fetta del mercato del lavoro italiano estremamente rigida.

Nel settore pubblico italiano si è dei perfetti intoccabili. La produttività è al minimo. Questo non perché i dipendenti pubblici siano dei cattivoni, ma perché non hanno alcun incentivo a lavorare ed il loro stipendio non dipende dai risultati. Spendiamo una percentuale simile a Svezia o Germania in cambio di servizi pubblici che il mondo intero considera paragonabili a quelli dell’Egitto.

Brancaccio replica che Boldrin sbaglia a considerare la struttura del capitalismo italiano come un dato esogeno, quasi un destino ineluttabile. Ma l’assoluta prevalenza nazionale delle piccole dimensioni di impresa costituisce anche il frutto di una particolare linea di indirizzo politico. Quando si chiude gli occhi sull’evasione fiscale, quando si porta avanti una politica di compressione dei salari è chiaro che si incide in modo significativo sull’evoluzione del tessuto produttivo e sul gradi di organizzazione dei capitali. In questo modo si sono fatti sopravvivere pezzi di capitalismo inefficienti grazie a prebende fiscali, demolizione del sindacato, illegalità.

Inoltre il mercato del lavoro italiano non è rigido e sicuramente lo è meno rispetto ad altri 12 paesi europei. Per quanto riguarda la pubblica amministrazione, il problema non sono i fannulloni, ma sono le politiche economiche che si adottano per combattere questi fenomeni. Brunetta con il blocco delle assunzioni e del turnover spera di risolvere il problema, ma la realtà è più complessa. Con il blocco del turnover l’età media continuerà a salire ed i lavoratori pubblici più anziani sono mediamente meno qualificati e meno motivati dei giovani assunti, i quali invece hanno maggiore dimestichezza con le innovazioni tecnologiche e sarebbero più qualificati. In questo modo il dimagrimento del personale promosso da Brunetta non aumenterà la produttività del settore pubblico, se non nelle sue mere intenzioni.

Boldrin ribatte che non è vero che l’Italia abbia una rigidità del lavoro più bassa rispetto ad altri paesi. Ad es. per quanto riguarda i licenziamenti collettivi l’indice di rigidità dell’Italia è 4,88 rispetto ad una media Ocse del 2,48. In Italia più dell’80% dei dipendenti sono a tempo indeterminato e tutta la riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori che Brancaccio menziona è dovuta all’introduzione dei contratti non a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda la centralizzazione dei capitali Boldrin dice che la concentrazione industriale è un punto di arrivo, non di partenza per le industrie. Le imprese innovative nascono piccole e diventano grandi quando hanno successo. La tesi del piccolo è bello nacque in California a causa di realtà che sono diventate Microsoft. Il problema è cosa ha impedito alle nostre imprese di avere successo e di diventare più grandi. Probabilmente è dovuto al fatto che in Italia l’intervento statale ha protetto i grandi gruppi impedendo alle piccole realtà di crescere e svilupparsi.

Per quanto riguarda i rimedi per Boldrin occorre ristrutturare il settore pubblico da cima a fondo, introducendo criteri di tipo privatistico e manageriale nella gestione, stabilendo criteri di produttività con misure oggettive, criteri di produttività che determinano anche il mantenimento del posto di lavoro, soprattutto a livello dirigenziale. In secondo luogo bisogna abolire il Ministero della Pubblica istruzione per trasformarlo in un’agenzia di controllo di qualità, prendere i soldi che spendiamo per l’istruzione e metterli in mano a famiglie e studenti sotto forma di buoni scuola, mentre gli insegnanti di scuola si debbono organizzare in libere cooperative. Bisogna dare agli insegnanti gli incentivi per decidere cosa insegnare e come, prevedendo criteri oggettivi per legare la retribuzione al merito gestiti dagli stessi insegnanti, portando una rivoluzione del merito. Infine per Boldrin va semplificato il sistema fiscale, riducendone la pressione e combattendo l’evasione fiscale senza illudersi che possa guarire il nostro debito (si può recuperare un 10 mld, non i 60 favoleggiati). Bisogna ridurre la tassazione sul reddito e alzare quella su patrimonio e consumi.

Brancaccio replica che sulla rigidità del mercato del lavoro parlano i dati Ocse e liquida così i tentativi di Boldrin di fare distinguo che effettivamente non incidono se non si affronta nel dettaglio il problema dell’attendibilità dell’indice Epl. Per Brancaccio bisogna diminuire il carico delle imposte su redditi bassi e medio-bassi, bisogna ripristinare la centralità del contratto a tempo indeterminato, fissare minimi salariali per legge. La lotta agli sprechi è stata troppo spesso confusa con lo smantellamento del sistema pubblico, mentre invece bisogna meglio investire nel pubblico (l’istruzione, la ricerca,la sanità, l’assistenza). Infine bisogna a livello europeo interrompere il dumping salariale e l’apertura dei mercati andrebbe condizionata al rispetto di determinati standard di lavoro.

 

 

Questo dialogo in parte è stata una occasione sprecata, perché entrambi i contendenti sui punti nodali di differenza hanno finito per glissare.

Ci sono da fare diverse riflessioni. La prima è che nel parlare di mercato duale Boldrin non cita affatto la malavita organizzata. Dunque si trascura quanta sia la percentuale di lavoro sommerso che fa capo alla malavita organizzata e su questa base non si può valutare quanto la perdita di garanzie per il mercato ufficiale del lavoro incida sull’estensione del mercato sommerso. A mio parere, l’incidenza sarà minima ed anzi sposterà verso il basso gli standard complessivi.

La seconda è quanto sommerso esista nel campo dell’istruzione e nel campo del settore pubblico complessivo, visto che le maggiori rigidità del mercato del lavoro si trovano in questi comparti lavorativi. A mio parere, se esistono due mercati del lavoro, uno ufficiale ed un altro sommerso, la loro relazione non è così semplice come la delinea Boldrin, che applica uno schema che forse valeva per i paesi del socialismo reale, ma non per gli Stati a Welfare abbondante.

L’unica sotto-tesi di Boldrin che rimane in piedi è il fatto che il settore pubblico fa pagare molte tasse e dà pochi servizi e questo diventa un costo per le imprese tale da facilitare il mercato sommerso. Il problema però diventa il miglioramento dei servizi erogati e non quello dei tagli o della perdita di garanzie lavorative. La questione fiscale ha anche a che fare con la selezione delle imprese e con la centralizzazione dei capitali, ma di questo parleremo tra poco.

Entrambi gli interlocutori, sempre a questo proposito, non analizzano il fatto che la disparità reddituale e nella dimensione dei fattori produttivi è molto geograficamente connotata e che il trend politico in corso aggraverà fortemente questa situazione critica, con pericoli forti per l’unità nazionale e la coesione sociale. Boldrin su questo ha un atteggiamento ambiguo e cercheremo di spiegare perché. Brancaccio parla della Lega, ma mette in evidenza il suo legame con le piccole imprese e non con quello delle disparità a livello di territorio.

La diminuzione del Pil procapite di cui parla Boldrin si riferisce forse al Pil procapite a parità di potere d’acquisto in relazione al corrispondente indice Usa e non credo che sia del tutto attendibile (il rapporto è con gli Usa 2000 e con gli Usa 2010 ad es., per cui il riferimento non è costante e non ci consente un reale raffronto intertemporale). Secondo questo indice anche la situazione della Francia e del Giappone sarebbero peggiorate. Insomma, per quanto il berlusconismo (questi meravigliosi 17 anni) abbia coinciso con una forte regressione sociale, la valutazione va fatta guardando un maggior numero di indicatori.

Quanto alla questione del mismatch, Brancaccio argomenta bene quando parla del fatto che il numero dei disoccupati cresce a tassi multipli rispetto al numero dei posti vacanti, mentre Boldrin parla di disomogeneità del quadro statunitense, ma sembra non accorgersi della disomogeneità italiana, sia di genere (la disoccupazione femminile quasi il doppio di quella maschile) sia territoriale, mentre altri autori vedono un mismatch di lungo periodo tra domanda e offerta di lavoro, riconducibile appunto a fattori di natura “strutturale”, tra cui le condizioni dello sviluppo produttivo locale. Anche questa svista di Boldrin è interessante, nell’interpretare l’ideologia alla base delle sue analisi.

Pure per quel che riguarda la produttività, essa andrebbe disaggregata almeno in produttività del capitale e produttività della forza lavoro. Oppure distinguere tra la produttività per occupato e quella per ora lavorata. Inoltre va evidenziato che nel 2000 la produttività italiana per occupato era la terza dell’Europa a 27. Ora è sì molto diminuita, ma comunque la Germania è sotto di noi, mentre al primo posto svetta il Lussemburgo. Se si guarda invece alla produttività per ora lavorata, l’Italia sta sempre sotto Francia e Germania, ma quest’ultima è inferiore alla prima, per quanto il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto della Francia sia molto basso (71,3 con gli Usa = 100) rispetto ad altri paesi.

Che significato hanno dati del genere ? E se sono significativi, va chiarito il dilemma della Germania che con una produttività relativamente così bassa per occupato (senza contare che anche il suo reddito pro capite PPA non è molto brillante rispetto ad altri paesi sviluppati, 76,3 mentre quello del Canada è 84,3, dell’Austria è 81,8 e dell’Australia è 83,7), è ammirata in tutto il mondo per la sua solida economia. Ancora si esige dunque un approfondimento che non c’è, per meglio interpretare la situazione (assoluta e relativa) dei diversi paesi.

Boldrin poi inspiegabilmente mostra di essere più realista del re quando si tratta di mettere mano alla scarsa centralizzazione del capitale, dicendo che si tratta di una tradizione plurisecolare e che bisogna partire con quello che si ha e proporsi quello che si può fare. Anche qui bisogna spiegare questo suo riflesso condizionato. Brancaccio su questo ha con lui gioco facile nel confutarlo ed infatti Boldrin assumerà dopo una posizione almeno degna di discussione.

Altrettanto inspiegabilmente Boldrin dal realismo radicale passa poi ad un delirio utopistico quando parla dell’abolizione del ministero della pubblica istruzione, delle libere cooperative di insegnanti o dei soliti buoni scuola che confondono la formazione con la spesa al supermercato. L’unica base realistica del suo discorso è il fatto che egli si augura che tutti gli insegnanti ed i docenti finiscano per strada, perché è questa pars destruens l’unica opzione realistica congetturabile. Perché tanto realista prima e tanto utopista poi ? Cominceremo con il dire che fa il realista quando la cosa che deve essere realizzata lo lascia almeno indifferente, se non dispiaciuto. Diventa utopista quando immagina di dare bacchettate sulle mani dei docenti garantiti e fannulloni. Si tratta di una regressione infantile.

La sua tesi sulle piccole imprese che diventano grandi è più interessante, ma trascura due fatti :

A)    Lo Stato italiano non ha protetto le grandi imprese, tant’è che il settore chimico fu distrutto, quello automobilistico annaspa e cerca conforto nella pause per andare a cagare e noi in realtà abbiamo ben poche imprese in grado di gareggiare con la grandi imprese transnazionali. Se lo Stato avesse davvero fatto un intervento forte di politica industriale non saremmo a questo punto.  

B)    Le imprese piccole che crescono lo fanno ai danni delle altre. Non tutte diventano grandi. Bisogna distinguere tra piccole imprese, tra quelle residuali appartenenti a settori produttivi a basso valore tecnologico e quelle che invece individuano linee di innovazione tecnologica e che possono sperare di crescere. Il permanere delle prime è una patologia che giustamente Brancaccio censura, mentre le seconde debbono prima o poi affrontare il passaggio della crescita dimensionale se non vogliono rimanere subordinate ad altre grandi imprese che sfruttano il loro slancio iniziale. Lo Stato deve aiutarle mettendo a disposizione infrastrutture efficienti, una formazione di base decente e ben distribuita, regole che aiutino la selezione (per cui il fisco progressivo ed esigente è paradossalmente un test che fa cadere rapidamente i frutti marci) e non aiutando a comprimere salari e diritti. La paura di perdere il posto di lavoro può motivare lo spirito gregario, l’aggressività, l’incapacità di tutelare la propria dignità. Non aiuta la creatività, ma solo gli espedienti. Cose cioè che di cui lo spirito italico si è nutrito anche troppo.

La verità è che Boldrin, date le sue ascendenze culturali (nel senso di cultura materiale, storicamente determinata) non  può non essere un leghista. Egli critica l’alleanza della Lega con Berlusconi, ma non rinnega in cuor suo il modello delle piccole imprese della sua terra d’origine. Perciò egli non parla della cattiva distribuzione territoriale dei fattori produttivi e del reddito, non parla di malavita organizzata, non vede il problema della scarsa centralizzazione dei capitali, non vede la necessità di una robusta protezione del lavoro. Nel profondo del suo cuore di professore esule e raffinato, rugge non lo spirto guerrier  ma il rutto menefreghista di Bossi.

Quanto a Brancaccio ha mantenuto uno sguardo a maglie troppo larghe, ripetendo cose che ha già detto e parlando di vincoli alla circolazione del capitale o standard retributivi. Il tutto però senza politicamente tematizzare quale Europa possa realizzare cose del genere, con quale programma di politica economica europea. In realtà l’ambito d’azione cui sembra pensare è quello nazionale. Un ambito troppo angusto che rischia di rendere angusta la sua riflessione. Inoltre, come molti economisti di sinistra, nell’incoraggiare una maggiore centralizzazione dei capitali sembra trascurare una delle conseguenze più serie delle economie di scala che si realizzerebbero : la disoccupazione tecnologica. Il problema è se questi processi risparmieranno nel medio periodo risorse da investire in modo da creare nuovi posti di lavoro o se alla lunga la riproduzione di questi ultimi risulterà sempre più difficile.

A questo proposito una delle ragioni per cui la produttività italiana è stata a quanto sembra così bassa è quella per cui i sindacati negli anni Novanta hanno accettato compressioni di salari e diritti per evitare un numero eccessivo di fuoriuscite occupazionali. Le imprese hanno accettato una bassa produttività a patto che il basso surplus toccasse interamente a loro. In  questo modo la questione occupazionale è stata rinviata di quasi due decenni, ma non scongiurata. Ora con la crisi è arrivato una sorta di redde rationem. Una proposta come quella di Brancaccio come si atteggia di fronte ai rischi di maggiore disoccupazione tecnologica ? Sarebbe il caso di sviluppare maggiormente una politica economica della riconversione che risponda alle dinamiche delle innovazioni e ci consenta anche di pensare al vincolo ecologico ?

 

 

 

 


15 febbraio 2011

Il dibattito tra Brancaccio e Boldrin : il caso Fiat

Sul numero di dicembre di Micromega  c’è un dibattito tra Emiliano Brancaccio e Michele Boldrin, dibattito che avrebbe dovuto risolvere la questione sorta con la critica che Boldrin fa al documento dei 200 economisti sulla crisi economica. In realtà il dibattito si è poi concentrato anche sulla questione Fiat.

Boldrin dice che Marchionne non ricatta nessuno ed offre ai suoi dipendenti l’occasione per un rapporto di collaborazione basato su criteri diversi da quelli che hanno caratterizzato le elevazioni industriali italiane. Per Boldrin la fiat si comporta come un’impresa privata multinazionale che ha come punto di riferimento il mercato mondiale degli autoveicoli. Marchionne avrebbe messo sul tavolo un progetto imprenditoriale chiaro e trasparente, senza richiesta di sussidi, per il quale è disposta ad assumersi dei rischi. Sta alle altre parti accettare o non accettare l’offerta contrattuale. Il dibattito ideologico che si è scatenato non tiene conto del fatto che il presunto schiavismo che Marchionne proporrebbe è un dato acquisito nel resto del mondo per cui, se la Fiat accettasse le tesi della Fiom, essa non sarebbe competitiva e sarebbe destinata al fallimento.

L’impresa automobilistica non può operare entro la prospettiva angusta di un mercato nazionale.

Brancaccio pure sostiene che non è il caso di applicare un criterio morale nella valutazione della strategia di Marchionne. Tuttavia va precisato che Marchionne aveva stilato una proposta di accordo fondata su 18 turni settimanali incluso il sabato notte, sul controllo biomeccanico di ogni singolo gesto dell’operaio, sulla riduzione drastica delle pause e su una pesante restrizione del diritto di sciopero. Nel momento in cui i no al referendum di Pomigliano hanno sfiorato al 40%, invece di cercare un accordo di compromesso, egli avrebbe cominciato ad esternare dicendo che in termini di efficienza del mercato del lavoro l’Italia si colloca al 118° posto su 139 paesi. Brancaccio però dice che questa classifica non riflette dati oggettivi in quanto rappresenta la mera risultante  di una serie di interviste, metodo di rilevazione che in ambito scientifico verrebbe considerato rozzo. In realtà ci sono misure alternative più rigorose ed uno di questi indicatori è l’Epl, un indice calcolato dall’Oxe che misura il gradi di protezione normativa e contrattuale dei lavoratori ed implicitamente definisce anche il grado di flessibilità del mercato del lavoro. Si tratta di un indice complesso, per molti versi impreciso, che richiede continue correzioni, ma almeno si basa su di una analisi oggettiva delle norme e dei contratti. Se si guarda alle classifiche basate sull’Epl l’Italia non si colloca in coda ma in una posizione intermedia ed in Europa nel 2008 essa rientra tra gli 8 paesi più flessibili con un livello generale di protezione dei lavoratori inferiore a quello di Germania, Francia, Spagna, Polonia.

Boldrin ribadisce che il criterio del giudizio di Brancaccio su Marchionne è politico ed ideologico. Tranne la Fiat nessuna azienda automobilistica investe in Italia. Fiat produce all’estero più della metà della sua produzione totale. Essa in Italia valuta le condizioni necessarie per stare sul mercato ed essere profittevole. In tale ottica essa offre un contratto assolutamente standard nel settore automobilistico mondiale, contratto che si utilizza a Detroit da molti anni. In realtà esiste una maniera di produrre macchine che è la stessa in tutto il mondo e la Fiat sta cercando di introdurlo in Italia.

Brancaccio, dopo aver evidenziato che Boldrin non ha risposto alla questione di quale metodo usare per calcolare la flessibilità del mercato del lavoro, dice che va preso sul serio Marchionne quando minaccia di delocalizzare la produzione e così egli, indipendentemente dalle intenzioni, svolge un ruolo nel dumping salariale e dei diritti che da tempo imperversa a livello mondiale. Questo dumping con la crisi si è inasprito e colpisce paesi come il nostro, caratterizzati da un minore grado di organizzazione interna dei capitali. Ma quando egli calca la mano sul diritto di sciopero, sulle tre pause da dieci minuti piuttosto che sulle due da venti, egli si comporta da manager di un’azienda in crisi che tende ad intervenire solo sul costo del lavoro, evitando di discutere delle inefficienze storiche della Fiat sul versante delle economie di scala, dei costi intermedi, della logistica. Inoltre, di fronte ad una minaccia di delocalizzazione, il governo potrebbe fare qualcosa (appoggiare le imprese contro i lavoratori, dare sussidi alle aziende, ridurre il grado di apertura dei mercati, attivare un programma di investimenti infrastrutturali, nazionalizzare). Invece con la passività del governo Berlusconi, dopo aver perso l’informatica, la chimica, l’aereonautica, qui rischiamo di perdere anche il settore automobilistico. Bisogna tenere presente, dice Brancaccio, che nel mondo sono state prese 23 misure protezionistiche da parte degli Usa, 20 da parte della Cina, 13 da parte della Corea, 12 da parte del Brasile e dell’India, addirittura 60 dalla Russia. Si tratta di barriere doganali, vincoli agli investimenti all’estero, stimoli e consumi ed alle produzioni nazionali. Considerato ad es. che in Corea del Sud l’intera unione europea riesce a vendere non più di 30.000 vetture all’anno, sarebbe il caso di riflettere. Per Samuelson e Krugman i famosi teoremi a favore del libero scambio perdono rilevanza in situazione di disoccupazione.

Boldrin in maniera inconsulta ironizza sul fatto che Brancaccio avrebbe soluzioni che risolverebbero i problemi della Fiat. Per lui la Fiat è un’impresa che deve stare sul mercato, crescere, fare profitti, offrire lavoro e non cercare sussidi. Fiat ritiene che il nuovo piano industriale le permetterà di fare tutto questo e saranno i fatti a dirci se aveva ragione. Chi avrà voglia di accettare i contratti li accetterà, chi no, no. Adesso la fiat dice che, se non riesce a produrre in modo competitivo in Italia, essa deve andare via ed aumentare gli investimenti in Polonia, in Brasile ed in Serbia. Brancaccio avrebbe elencato tutt’una serie di proposte che non c’entrano nulla con la Fiat e sono il prodotto di una profonda conclusione su come funziona il mondo. Ciò che conta non sono le macchine e gli impianti, ma il know-how ingegneristico di progettazione e di disegno, le persone che inventano e disegnano le macchine, chi progetta i motori. Queste persone non possono essere trattenute sul suole nazionale da una qualche misura protezionistica. Dietro il discorso di Brancaccio c’è una visione primitiva di come funzione l’economia, tutta fondata sulla centralità del capitale fisico. La nostra produttività è ferma e la nostra industria fa fatica a restare competitiva. Questi problemi possono essere risolti con la nazionalizzazione delle imprese ?

Brancaccio replica che anche a lui consta che nelle produzioni ad alto valore aggiunto quello che conta è il know-how. Ma se Marchionne si concentra sui 10 minuti di pausa o sulle operazioni biomeccaniche che il singolo operaio deve effettuare per reggere il ritmo della catena, sembra il segno che nemmeno lui valorizza il tema del know-how. Inoltre molti paesi hanno adottato misure protezionistiche ed etichettare questa discussione come residuo di un’ideologia passata sembra un esercizio retorico inutile. A Boldrin che replica che non è vero che per Marchionne il problema stia solo nelle pause degli operai, Brancaccio risponde che se tale problema fosse secondario il confronto con il sindacato non sarebbe andato in stallo già a partire dall’esame di quei punti.

 

 

 E qui termina la questione Fiat. Al mio parere l’errore di Boldrin è quello di prendere in considerazione solo il punto di vista dell’impresa. Il dibattito dovrebbe servire piuttosto a configurare il punto di vista della pubblica opinione e delle istituzioni pubbliche rispetto a questo problema. Bisogna rassegnarsi al libero gioco della domanda e dell’offerta tra lavoratori e sindacati o bisogna in una certa misura intervenire ? Quali vincoli giuridici deve avere la contrattazione ed il suo contenuto ? Sarebbe giusto prendere posizione per gli operai o per l’azienda ? C’è un interesse del sistema Italia a che la situazione si configuri in un modo o in un altro ? Gli economisti dovrebbero aiutarci a configurare questo punto di vista terzo e non a ribadire semplicemente la liceità del comportamento dell’impresa.

Brancaccio da parte sua non articola il rapporto che ci potrebbe essere tra l’indice di protezione dei lavoratori e l’efficienza del mercato del lavoro, sia pur rozzamente misurata dal World Economic Forum. Infatti si potrebbe anche dire che in Italia ad una bassa protezione dei lavoratori non corrisponde una più alta efficienza del mercato del lavoro, per cui si potrebbe meglio argomentare contro l’impostazione di Marchionne tesa almeno in parte a scaricare sui lavoratori e sui loro diritti i problemi dell’azienda.

Per quanto riguarda il protezionismo, bisogna discutere la questione senza posizioni precostituite, sulla base della situazione concreta, degli obiettivi di politica economica che si vogliono raggiungere, sui concreti strumenti che si hanno a disposizione e sulla lucida capacità di previsione degli effetti a breve, medio e lungo termine. Quindi è necessario parlare di singoli strumenti e provvedimenti che si possono adottare, senza ragionare in generale di protezionismo e liberoscambismo.

Quanto alla centralità del capitale fisico o del know-how, c’è da precisare che quest’ultimo si va a collocare dove ci sono gli investimenti e dunque una politica economica deve ragionare sulla quantità e sulla configurazione degli investimenti che vengono fatti sul nostro territorio. Ad es., se un investimento viene fatto a condizioni contrattuali che non sono condivise dai lavoratori, può sembrare anche opportuno che lo stato intervenga perché l’investimento venga fatto senza ridurre eccessivamente il costo del lavoro e garantendo all’impresa risparmi per altra via. Di questo gli economisti dovrebbero discutere. E dunque la centralità del know-how pure si rivela essere, considerata così astrattamente, una questione ideologica.

Più interessante da un punto di vista logico è se la questione ad es. delle pause debba essere considerata tale da portare allo stallo la contrattazione, pur considerando centrale la questione del know-how nelle produzioni ad alto valore aggiunto. Boldrin fa capire che tale questione non è la sola considerata importante da Marchionne. Brancaccio replica che su questa questione vi è stato lo stallo delle trattative. Il punto di vista di Boldrin può essere difeso dicendo che la questione delle pause è necessaria, ma non sufficiente per applicare il piano industriale della Fiat. Perciò sarebbe comprensibile se su tale questione ci fosse uno stallo. Brancaccio a questo proposito dovrebbe dimostrare che, pur facendo vincere la posizione della Fiom, sarebbe possibile elaborare un piano industriale tale da consentire un investimento profittevole per la Fiat. Si dovrebbe cioè dimostrare che l’abbassamento del costo del lavoro ed il maggior sfruttamento dei lavoratori potrebbe essere dannoso, se non per l’azienda, quanto meno per il sistema-paese (in questo caso l’Italia) in cui l’investimento avrebbe luogo, mentre invece potrebbe essere sostituito dall’intervento su altri fattori produttivi senza perdite di utili per l’azienda.

Si potrebbe ad es. dire che per la Fiat sarebbe necessario curare maggiormente il mercato interno e dunque evitare un eccessivo sfruttamento dei lavoratori al fine di permettere l’acquisto di una maggiore quota di prodotto da parte del mercato interno stesso. Un maggiore sfruttamento dei lavoratori potrebbe comportare infatti un aumento della spesa sanitaria e dunque diminuire i consumi per l’acquisto di automobili.  In Italia vengono prodotte 650.000 automobili circa e se ne vendono 2.150.000, mentre in Germania se ne producono 5.527.000 e se ne acquistano 3.090.000. La Fiat ha circa il 32% del mercato interno italiano, mentre la Volkswagen ha il 45% di quello tedesco. Sarebbe il caso di pensarci su e produrre e vendere più auto sul mercato nazionale ?

 

 

 

 

 


9 febbraio 2011

Dove sbologniamo Sergio Bologna ?

La deriva post-operaista di Sergio Bologna segna una nuova tappa e prepara nuove ed inquietanti svolte. A leggere l’articolo sul maglioncino di cashmere non si capisce nemmeno dove vuole andare a parare, se non alla polemica gratuita con la Fiom. Dunque è da lì che bisogna partire per capire cosa voglia.

Lottare contro il fantasma del working poor ? Benissimo. Ma questo non vuol dire arruffianarsi i giovani disoccupati intellettuali, in quanto gli interessi di questi ultimi non sono sganciati da quelli dei vecchi operai che rischiano di trovarsi fuori dalle fabbriche.

 

 

I cosiddetti pochi operai rimasti hanno coraggiosamente dimostrato con il loro voto di rifiutare la logica del working poor ed hanno ridato coraggio a tutti quanti gli altri, anche ai giovani disoccupati intellettuali. Pompare gli uni per trascurare gli altri è, come già detto, una operazione pericolosa che porterà il post-operaismo a declinare con termini in odore di cultura le stesse cazzate che, per ragioni ben più corpose, ci propinano Cisl e Uil.

Bologna vuole difendere il lavoro autonomo di seconda generazione senza trarre le conseguenze in maniera definitiva da quello di cui egli stesso è consapevole, e cioè che questi lavoratori sono ugualmente lavoratori precari che ambiscono semplicemente ad essere padroncini un po’ ingrassati. Mettiamoli di fronte alla realtà e poniamo fine a questa confusione, prima che essa si impadronisca anche di noi. Come testimonia purtroppo, involontariamente, Sergio Bologna.

 

 

 

 


2 agosto 2010

Ma che fa la Fiat in Serbia ?

 La lettera di una sindacalista della Zastava
Cari amici, care amiche
di Rajka Veljovic*

vi scrivo a nome del Sindacato Samostalni della Zastava e dei tanti lavoratori i cui figli sono stati aiutati da voi dal 1999, quando i nostri reparti furono rasi al suolo dalla NATO e quando partirono i progetti di solidarieta.
Aderirono parecchie associazioni, sindacati, adottanti singoli, tra i quali molti da Torino.
Noi del Sindacato siamo stati punto di riferimento e garanti del progetto delle adozioni a distanza, le consegne degli aiuti sono state sempre state organizzate in modo diretto (dai rappresentanti italiani alle famiglie) in pubblico e con la massima trasparenza.
Siamo convinti che grazie alle modalita’ di gestione del progetto, siamo riusciti a mantenerlo in piedi .
Sono passati dieci anni, l’economia del nostro Paese non si e’ ripresa dopo i bombardamenti della NATO (ricordiamo anche l’embargo precedente), e i vostri rappresentanti che sono venuti a trovarci periodicamente lo hanno potuto verificare di persona.



Siamo ben coscienti che sono passati 10 anni, che nel mondo ci sono altri disastri, e che anche nel vostro Paese c’e’ la crisi (anche se non e’ neppure paragonabile con la situazione economica e politica del nostro Paese).
A parecchi ragazzi del vostro Progetto mancano uno o due anni per finire gli studi.
In nome della solidarieta’ tra lavoratori vi chiediamo di non lasciarli soli ora, e di voler continuare gli affidi a distanza.Questo e’ il periodo peggiore che attraversiamo dopo i bombardamenti; l’arrivo della Fiat a Kragujevac, ha voluto dire un aumento vertiginoso della disoccupazione, salari sempre piu’ bassi e nessuna speranza nel futuro per i lavoratori licenziati e per le loro famiglie.
In particolare dopo l’accordo tra il governo della Serbia e la Fiat, queste sono le conseguenze sulle REALI condizioni di vita e sul futuro dei lavoratori della Zastava.

Vi ringraziamo tanto per la solidarieta’ finora dimostrata e vi inviamo i nostri piu’ fraterni saluti

Kragujevac, 1° febbraio 2010.

* Ufficio relazioni estere e adozioni a distanza presso Sindacato Samostalni Zastava



In seguito riportiamo la traduzione dell’articolo pubblicato il 24.09.2009 sul quotidiano Politika, il più diffuso in Serbia:

Buon compleanno cara Fiat

Per la Zastava e la Serbia non ci sono molti motivi per la festa. Per la Fiat invece sì.

di Nenad Popovic*

«La settimana prossima sarà un anno dalla costituzione formale della Fiat Automobili Serbia, uno dei progetti piu pubblicizzati dal governo attuale, il progetto che doveva riavviare l’industria automobilistica in Serbia. Tale progetto era «il prediletto» e la speranza piu grande degli esperti economici dell'attuale governo.

La sua realizzazione era stata presentata come l'investimento straniero più grosso nel settore industriale, con un versamento iniziale da parte della Fiat pari a circa 700 milioni di euro. Avevano annunciato la produzione di 200.000 unità all’anno e un esportazione di oltre 1 miliardo di euro entro il 2011. Si prevedeva lavoro per almeno 10.000 disoccupati e Kragujevac era stata nominata la Detroit serba.

Ogni primo compleanno è sempre una bella occasione in cui in una atmosfera piacevole si incontrano le persone e si fanno auguri reciproci per il successo comune.

Temo che questo avrà caratteristiche un po' diverse. Non c’e nessun motivo per festeggiare perché non possiamo dimenticare che la Fiat entro il 31 marzo dell’anno corrente doveva versare 200 milioni del capitale iniziale, che l’anno prossimo doveva partire la produzione del modello nuovo e che 2.433 lavoratori già da sei mesi dovevano essere assunti dalla nuova azienda.

Che cosa c'è da festeggiare?

Festeggiamo il fatto che abbiamo lo stesso prodotto con un nome diverso, assemblato con i particolari importati? Oppure il fatto che tutta la produzione viene eseguita sugli impianti che la Zastava aveva pagato 14 milioni di euro tre anni fa, invece di lavorare sulle attrezzature che la Fiat aveva promesso di portare a Kragujevac?

Forse festeggiamo perché abbiamo rinunciato alla licenza per la produzione della «Zastava 10» per la quale avevamo pagato tre milioni di euro tre anni fa, fino al punto di rinunciare al 50 percento del guadagno sul modello attuale a favore della Fiat?

Forse festeggiamo perché i salari ai lavoratori ancora vengono pagati dal fondo statale, o perché rinunciando alla pratica che dura da un decennio, forse potremmo provocare un tracollo del budget, che per questo motivo potrebbe andare in deficit o qualcosa di simile?

Forse festeggiamo perché 20.000 fornitori della Zastava sono rimasti senza lavoro, mentre i fornitori della Fiat lavorano a piena capacità ?

Forse festeggiamo perché abbiamo un altra zona franca per cui, oltre tutti i favori fatti alla Fiat, la Serbia rinuncerà anche dalle tasse doganali e ai dazi relativi alle attività della Fiat?

Per la Zastava e la Serbia non ci sono troppi motivi per la festa.

Per la Fiat invece si. In base all'accordo redatto dagli esperti socioeconomici del governo attuale, il produttore italiano, pur non avendo investito nemmeno un euro della somma promessa, ha un guadagno significativo. La Fiat ha il profitto garantito di 10 percento per ogni vettura venduta e siccome sugli impianti esistenti a Kragujevac, vengono assemblate 2.000 vetture al mese, possiamo facilmente calcolare che la Fiat in un anno incasserà circa 17 milioni di euro. Tenendo presente che di tale entrata vengono retribuiti solo i salari per i 35 manager della Fiat residenti a Kragujevac, quasi l'intera entrata si può ritenere profitto. Tutte le spese di produzione sono sostenute dalla Zastava e dallo Stato, la Zastava paga mano d’opera e tasse alla città di Kragujevac, mentre lo Stato dal suo fondo paga i contributi per i lavoratori, più 10 milioni di euro all’anno per le sovvenzioni d’acquisto per la vettura Punto.

Nessuno in Serbia può essere contento per l’insuccesso del governo relativo a tale progetto. A me personalmente dispiace perché un’idea buona, che poteva trasformarsi in un progetto efficace (se l'accordo si fosse realizzato in modo professionale e responsabile), si è sciupata, e perché invece di essere utile per lo Stato e i cittadini serbi, è diventata l'equivalente dell'imbroglio più grosso di questo governo, dall’inizio del suo mandato.
* responsabile consiglio economico, del Partito democratico serbo


8 ottobre 2009

Arrivano i pompieri : l'importante è finire

Prima Casini, di solito sostenitore del coitus interruptus, sostiene, forse per ragioni elettoralistiche che il governo deve continuare a governare. Poi Montezemolo sostiene che il governo deve comunque finire la legislatura. Ecco l'opposizione, quelli da cui qualcuno si aspetta qualcosa.



Il governo deve governare, comunque governi. Dietro questa sorta di tautologia, si nasconde però ben  altro significativo asserto : Berlusconi sarà
idiota, ma è certamente utile.


24 giugno 2009

Dino Greco : Gm: il capitale fallisce? Viva il capitale!

 

La prima fase della grande riorganizzazione dei poteri capitalistici, nel settore dell'auto, si è dunque conclusa. La Chrysler alla Fiat, la Opel alla Magna, la General Motors, passando per il lavacro di un fallimento pilotato ma non per questo meno clamoroso e simbolicamente eclatante, nelle mani dello Stato nord americano, protagonista di un altrettanto spettacolare quanto inedito processo di nazionalizzazioni. Si è notato - a ragione - che queste vicende sono state caratterizzate da un prepotente ritorno della politica, del ruolo degli stati, assurti a protagonisti di fronte al più colossale disastro, industriale non meno che finanziario, del modo di produzione capitalistico che la storia contemporanea ci abbia consegnato. Abbiamo tuttavia già osservato come la via d'uscita intrapresa sia ben lontana da una riconsiderazione critica, di natura sistemica, capace cioè di affrontare, in termini davvero nuovi, diremmo: rivoluzionari, il tema della proprietà sociale, vale a dire di una presenza non puramente ornamentale (come in Chrysler) dei lavoratori nel governo e nella proprietà dell'impresa. Il capitale ha fallito: viva il capitale. Questo, con tutta evidenza, è l'epilogo (scontato?) di una crisi e di una risposta alla crisi medesima, che pare reiscriversi totalmente nel paradigma preesistente. Lo rivela il fatto che l'intervento pubblico resosi inevitabile per salvare il salvabile, è tuttavia dichiaratamente inteso come provvisorio e transeunte. Una scialuppa di salvataggio che lavoratori e contribuenti calano in mare per salvare se stessi. In attesa che un altro bastimento raccolga i naufraghi e riprenda la rotta.




Il fatto è che il movimento operaio e le forze della sinistra giungono del tutto impreparate - perché devastate da una sconfitta storica tutt'altro che metabolizzata - a questo default del capitalismo internazionale, a questa manifesta crisi dell'ideologia mercatista. E che, dopo l'89, dopo il crollo dell'Urss e il tramonto del modello imperniato sulla programmazione centralizzata e sulla proprietà statale dei mezzi di produzione, la ricerca si è totalmente arrestata.
Il solo modello possibile e pensabile, incardinato sul monolite liberista, continua ad essere quello che oggi registra la propria bancarotta, ma che, paradossalmente, si erge a terapeuta di se stesso, senza doversi misurare con opzioni radicalmente diverse. Dando prova di un'invidiabile disinvoltura pragmatica, i protagonisti ed ideologi dell'ordine sociale esistente, stanno medicando e restaurando, con il soccorso di fantastiche risorse pubbliche, il convoglio deragliato. Si riallineano binari e traversine, si proverà anche (forse) ad escogitare qualche dispositivo di sicurezza, ma l'ordine economico fondato sulla competizione dentro mercati in contrazione, dunque retto sull'imperativo che recita mors tua vita mea , non sarà neppure scalfito. E il tema cruciale di cosa e come produrre continuerà a rimanere un'aporia romantica, perché consegnato non all'autogoverno dei produttori associati, e neppure a libere e democratiche istituzioni, ma ai detentori del capitale e alle tradizionali logiche che presiedono alla sua più rapida remunerazione. L'Europa ha evidenziato, una volta di più, la propria impotenza politica, l'incapacità di intervenire nel confronto con un progetto proprio, capace di evitare la contrapposizione concorrenziale fra Paesi membri dell'Unione. Né, forse, era immaginabile il contrario, considerato il tratto smarcatamente liberista delle sue politiche economiche e sociali. La stessa Confederazione Europea dei Sindacati, la Ces, non è riuscita ad elaborare lo straccio di una posizione unitaria, tale da scongiurare il riprodursi di un conflitto fra sindacati e fra lavoratori, ciascuno rinchiuso in una difesa autistica - e perciò fatalmente perdente - del proprio particulare . Quanto all'Italia, questa Italia da operetta, governata da saltimbanchi, con un premier che si comporta come un novello Jean Bédelle Bokassa a luci rosse, è riuscita a restare in ermetico silenzio lungo tutta la durata del negoziato in cui era coinvolta la sua più importante impresa manifatturiera. Tutto è stato delegato alla Fiat e al suo più che volitivo manager. Nessuna condizione è stata posta a salvaguardia dell'occupazione e degli stabilimenti italiani. Neppure quando è a tutti parso evidente che la continuità di quei siti industriali e delle persone che vi trovano lavoro era (ed è) posta a repentaglio. Nessun ascolto è stato prestato al sindacato che ha rivendicato, ancora oggi senza successo, la convocazione di un tavolo di negoziato. Nessun interesse nazionale è stato difeso o semplicemente rappresentato nei confronti delle altre potenze entrate pesantemente in gioco. Nelle dinamiche internazionali, che pure non promettono nulla di buono, spicca, ancora una volta, una miseria tutta italiana, un provincialismo che racconta di una regressione, di una subalternità culturale e politica che stiamo pagando cara. Come lavoratori e come Paese.


22 giugno 2009

Bruno Cartosio : il crollo americano

 

Può apparire paradossale dirlo il giorno dopo la dichiarazione formale di bancarotta, ma sembra che il vecchio detto, «quello che va bene per la General Motors va bene per gli Stati Uniti», stia tornando di attualità. Pare che a pronunciare orgogliosamente quelle parole nei primi anni Cinquanta sia stato Michael Wilson, allora presidente di una trionfante GM che produceva più di metà delle auto vendute nel paese. Ora, a dirle con qualche esitazione e con le dita incrociate, sono quelli che cercano di spiegare che il salvataggio dalla bancarotta della GM coincide con il più ampio tentativo di salvare gli Stati Uniti. Tra questi è Barack Obama. L'ammissione del fallimento di un'intera gestione aziendale e l'amministrazione controllata, l'intervento finanziario diretto del governo, il ridimensionamento dell'azienda e il suo risanamento rappresentano in estrema sintesi i compiti che la crisi attuale impone a Obama di assumere su di sé.
Anche nel caso della GM come in quello della Chrysler, saranno contestuali il contributo del governo canadese e soprattutto la inevitabile disponibilità ad accettare il coinvolgimento finanziario diretto da parte di una United Auto Workers ridotta al lumicino e creditrice per 20 miliardi di dollari (era di 10 il credito con la Chrysler).
Fino a pochi anni fa la GM era il maggior datore di lavoro statunitense, con oltre un milione di dipendenti. Ora il suo posto è stato preso da Wal-Mart, e la GM è scesa a meno di un terzo dei suoi antichi dipendenti. La sua quota di mercato negli Stati Uniti è oggi inferiore al 20 per cento. L'auto, di cui GM era il maggior produttore mondiale, oltre che statunitense, è stata per quasi tutto il Novecento la punta avanzata della grande industria americana e le sue fabbriche hanno fornito il modello di organizzazione industriale adottato in tutto il mondo. E' stata il simbolo stesso del modo di vita statunitense e il perno attorno a cui si sono organizzati l'intero sistema stradale e dei trasporti, l'industria delle costruzioni (che dagli anni Cinquanta non ha mai smesso di creare espansioni suburbane prive di servizi di trasporto pubblico), i sistemi della grande distribuzione commerciale, dell'intrattenimento e del turismo. Per questo, sul piano simbolico, il fallimento della GM è un evento senza uguali.



Non è solo questo, tuttavia. Attraverso la Ford, che si è tenuta con la testa fuori dalle sabbie mobili; la più piccola Chrysler, che si spera sarà salvata dalla Fiat, dal sindacato e dal governo, e la GM, che Obama e il sindacato stanno cercando di riportare a galla, gli Stati Uniti cercano dunque di salvare la faccia, la storia e il futuro. Non perché l'auto sia il futuro; su questo sono in molti ad avere dei dubbi, se essa rimane quello che è stata finora. Ma perché se Toyota, Honda e compagnia giapponese-coreana e nel suo piccolo italiana, si sostituiscono alle «americane» occupando le quote di mercato lasciate libere da queste, il settore sarà occupato da aziende non sindacalizzate e dislocate lontano dalle aree dell'industrializzazione più antica. Ulteriore disastro sociale che si innesterebbe su quelli della deindustrializzazione degli ultimi vent'anni. Proprio mentre la UAW sta svenando i suoi iscritti e i suoi pensionati per salvare le aziende «di casa».
Obama ha ripetuto nei mesi scorsi che salvare l'industria dell'auto - le ex «Tre grandi» e le 4000 aziende fornitrici - voleva dire salvare il posto di lavoro di quasi tre milioni di addetti e che per questo sarebbero stati necessari grandi sacrifici, incluso l'investimento di altri 30 miliardi di dollari in aggiunta ai 20 già stanziati mesi fa. Vero e, probabilmente, giusto. È quello che sta facendo.
Ma bisognerà pur dire che i dirigenti dell'auto non meritano nessun salvagente. La loro stupida arroganza e irresponsabilità - di questo e non di altro sono frutto i SUV, gli Hummer, i van e i pickup di cui hanno riempito le strade nell'ultima ventina d'anni - fa tutt'uno con la loro colpevole miopia nel rapportarsi all'evoluzione della domanda interna e nell'indirizzarla. Nel caso della GM, otto mesi fa, nel celebrare il centenario della sua nascita, il presidente Rick Wagoner diceva, «Noi saremo i primi per i prossimi cent'anni».
Eppure il declino era in atto da almeno dieci anni. Forse, dopo la guerra irachena di Bush padre del 1991, avevano pensato che il petrolio non sarebbe più mancato per i successivi cinquant'anni. E solo un bel po' dopo l'inizio della guerra irachena di Bush figlio hanno cominciato ad accorgersi di avere sbagliato i conti. Ma era troppo tardi: ora, se saranno salvati, dovranno chiudere una quindicina di stabilimenti e oltre un terzo delle 6000 concessionarie nordamericane. E licenzieranno più di 20.000 operai.
Michael Moore aveva anticipato il futuro in Roger and Me, del 1989, mostrando i danni già allora provocati dal cinismo e dall'indifferenza della GM per il destino dei suoi lavoratori di Flint, nel Michigan. Roger Smith, il presidente GM che lui insegue nel film, era in cerca soltanto di più alti profitti e costo del lavoro più basso in altri luoghi. Erano gli anni del neoliberismo reaganiano e dell'offensiva antioperaia e antisindacale. La strada verso la bancarotta fu imboccata allora, sbagliando anche le politiche produttive e commerciali, le strategie economiche e finanziarie.
In questi ultimi anni, infine, nel cinismo, nell'incapacità e irresponsabilità che caratterizzano il microcosmo GM sono riprodotte come in uno specchio le tare che, più in grande, hanno caratterizzato l'amministrazione Bush. Ora tocca a Obama cercare di salvare il salvabile, come si dice, socializzando le perdite di una GM che ha fallito anche nel progetto di accumulare profitti. Il problema è che stanno tutti insieme, nella stessa fila, anche la Chrysler, le banche, le assicurazioni - tutti quegli strani, improbabili questuanti di cui si è parlato negli ultimi mesi.


10 giugno 2009

Crisi dell'auto : sindacati mondiali a confronto

 

Di nome si chiamano Fiom, Ig-Metal, Uaw, Cnm-Cut. Il cognome è uguale per tutti: metalmeccanici. Questi sindacati si trovano a fare i conti con lo stesso problema, la grande crisi, a partire da quella dell'auto che è assai speciale. Anche quando saranno passati gli effetti devastanti sull'economia e sul lavoro dell'esplosione della bolla finanziaria, resterà il problema della sovraproduzione di macchine: la capacità di sfornare automobili dalle linee di montaggio supera ampiamente la domanda. Insieme, la crescita di una cultura ambientale nei mercati maturi (e saturi) contribuisce a mandare in pensione i propulsori tradizionali. Nel breve termine vivrà chi sarà stato in grado di produrre 6 milioni di vetture l'anno, nel medio chi avrà fatto la rivoluzione tecnologica per rispondere alla mutata domanda.
Il rischio reale è che anche nei sindacati dell'auto si affermi l'egoismo sociale. E' forte la tentazione di applicare l'antico adagio della guerra tra poveri: mors tua vita mea. Ci sono sindacati con una tradizione partecipativa, fortemente integrati nel sistema paese, fino a fare blocco con le imprese e i governi, o una parte (quella socialdemocratica) della politica. Spesso la logica, giusta, di salvaguardia dei propri stabilimenti, fa il paio con gli atteggiamenti protezionistici, che si incrociano con il rivendicato domininio tedesco in Europa e nel mondo nel settore manifatturiero. E' il caso della potente Ig-Metal tedesca che svolge un ruolo importate nella partita aperta dal fallimento della General Motors e dalla conseguente necessità per la cancelliera Merckel di salvare la Opel, o meglio l'occupazione e gli stabilimenti in Germania. In più, il rapporto storico del sindacato metalmeccanico tedesco con la Spd lo colloca tra i tifosi di un'alleanza con l'austro-canadese-russa Magna. Della Fiat, la Ig-Metal non si fida nel lungo periodo. E alche la multinazionale Gm preferisce l'altro attore, ma a fine mese arriverà la resa dei conti con il governo Usa e il pallino passerà in mano a Obama, che con Marchionne ha stretto un forte solidalizio, passato attraverso la Chrysler.




Negli incontri «bilaterali», i dirigenti della Uaw hanno fornito i particolari della vendita della Chrysler alla Fiat, i cui costi sono ricaduti in gran parte sui lavoratori. Il fondo sindacale, raccontano, è stato costretto ad accettare i dicktat di Obama che ha imposto la trasformazione del debito in azioni dell'azienda, «prendere o lasciare», il 55% di proprietà ma un solo rappresentante nel Cda, contro i tre della Fiat con il solo 20% delle azioni in tasca. Così come è stato imposto da Obama un impegno a non utilizzare l'arma dello sciopero fino al 2015: «Noi avevamo proposto una moratoria fino al 2011».
Non poteva esserci occasione migliore del congresso della Federazione internazionale dei sindacati metalmeccanici, per un confronto tra i soggetti coinvolti nelle trattative avviate dallo scatenato Marchionne. Oggi sarà proposta dal segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini, membro dell'esecutivo del Fism, una risoluzione che impegna le organizzazioni sindacali dei paesi interessati dai processi di accorpamento a preparare una giornata di iniziative in tutto il mondo. Un modo per avviare un percorso opposto a quello che spinge al conflitto tra i lavoratori dei diversi paesi, in cui sarebbero ovviamente i più deboli, a partire da quelli del sud del mondo, seguitando con quelli che hanno un governo latitante come il nostro, a pagare le conseguenze dei processi in atto.
Ieri, al congresso della Fism in corso a Goteborg, in Svezia, è stato votato il nuovo gruppo dirigente. Dopo un serrato confronto tra la Ig-Metal - forte del sostegno dei sindacati est-europei, del Giappone e del nord Europa, per un totale di 6 milioni di voti, cioè di iscritti - i sindacati dell'Europa meridionale e del sud del mondo - Italia, Spagna, Francia, Brasile e Latinoamerica, Asia e Sudafrica, forti di due milioni di voti - e i sindacati inglesi e in parte americani - per un totale di 1,7 milioni di voti - è stato trovato un accordo: sono stati eletti presidente un tedesco (come sempre) Bertold Huber, segretario generale lo scandinavo Jyrki Raina e vice il brasiliano Fernando Lopez. E' già qualcosa.
Oggi la discussione al congresso si fa politica. Al centro del confronto, i rapporti tra i sindacati dei paesi forti e quelli del sud del mondo; il rapporto con le multinazionali; il modello sindacale. Lo scontro è tra il modello partecipativo incentrato sulla presenza nei cda e quello incentrato sul conflitto.


30 maggio 2009

Loris Campetti : intervista a Ferrero sulla Fiat

 

«I profitti alla Fiat, i tagli ai lavoratori». Può sembrare schematico definire così il modello partecipativo di sindacato che tanto successo sta incassando in Italia. Il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero conosce bene quest'ordine di questioni. E conosce la Fiat, dove ha lavorato come operaio il secolo scorso. Perciò, questo suo commento tranchant sull'acquisizione della Chrysler va preso sul serio.

Cosa pensi delle performances di Sergio Marchionne?
L'amministratore del Lingotto tratta con gli stati e i governi, quelli almeno che pongono condizioni alla vendita delle loro società. Negli Usa, e non solo, il governo salva le banche private, con i soldi dei lavoratori utilizzati per evitare che gli speculatori perdano i loro, in conseguenza delle scelte che hanno fatto. E i mille miliardi alle banche non sono considerati assistenza.

In che modo pagano gli operai americani?
Con il salario differito. I fondi pensione, che ora in Chrysler detengono il 55% del capitale, questo sono. Un proprietà pagata con licenziamenti di massa, riduzione drastica della copertura pensionistica e sanitaria, per non parlare dei sei anni di rinuncia a esercitare il diritto di sciopero. Profitti e garanzie di pace sociale alla Fiat, costi ai lavoratori. Il modello di cogestione che comporta la presenza dei sindacati nei cda è l'opposto di quel che serve da noi, se si vuole superare la condizione attuale dei lavoratori trattati come variabili dipendenti del capitale.

La Fiat tratta sì con i governi, ma non con quello italiano.
Esattamente, e concede garanzie a chi giustamente le pretende: garanzie occupazionali, non chiusura di stabilimenti, garanzie ambientali. In Italia, a parte i sindacati, queste garanzie non le chiede nessuno e dunque i nostri lavoratori sono quelli che rischiano di pagare il conto più pesante, in un'ipotesi di accordo con Opel. Se è vero che mettendo insieme Fiat, Opel e Chrysler si moltiplica per tre la capacità produttiva, è altrettanto vero che la domanda, dentro la crisi che attraversa l'auto, non si triplica di sicuro. In questa logica i tagli rischiano di diventare un fatto automatico. Perché il governo italiano è l'unico, per subalternità confindustriale, a non mettere il becco. Dal canto loro, Cisl e Uil cantano nello stesso coro liberista che aggrega praticamente tutto l'arco parlamentare.

Per fortuna i metalmeccanici. Piuttosto soli, però, anche rispetto alla cosiddetta società civile che sabato a Torino non era in piazza con le tute blu.
Una manifestazione sacrosanta, collocata in un deserto di iniziative sindacali, in un contesto che chiederebbe lo sciopero generale contro le risposte del governo alla crisi.

Resta la solitudine operaia.
Questo ci ricorda che c'è un'egemonia culturale della destra, forte di una mancata risposta politica generale. I conflitti non mancano, li incontro ogni giorno nelle fabbriche e nella società. Quel che manca, insisto, è una risposta generale.

Cosa chiede Rifondazione?
Blocco dei licenziamenti, nessuna chiusura di stabilimenti ed estensione a tutti della cassa integrazione, per evitare la guerra tra poveri.

E per tornare alla Fiat?
Lo stato deve intervenire con investimenti finalizzati alla ricerca e allo sviluppo di tecnologie incentrate su fonti energetiche eco-compartibili. Serve una riconversione ambientale dell'economia. Se invece la Fiat proseguisse sulla strada dei tagli, servirebbe un intervento ben più consistente dello stato per persenguire una strada diametralmente opposta. In questo senso non mi spaventa parlare di nazionalizzazione della Fiat, pur di salvare l'ultimo importante pezzo industriale del paese, l'automobile, che dà lavoro a più di un milione di persone.

La grande manifestazione di Torino si è però conclusa con l'assalto al palco da parte dello Slai Cobas. Che giudizio ne dai?
Che è un atto inaccettabile, sbagliato, con cui si è tentato di oscurare la manifestazione e il protagonismo dei lavoratori. Se la prendono con la Fiom, in trincea con un'idea giusta di sindacato. Politicamente, quell'azione è stata un favore a chi vuole affossare il movimento. Bisogna operare perché episodi del genere non si ripetano. Per quanto ci riguarda, noi continueremo a lavorare per ricostruire in Italia un'opposizione sociale, politica e culturale.


23 maggio 2009

Federico Pirro : il Mezzogiorno riparte dalle imprese pubbliche

 Da alcune settimane è in corso un vivace dibattito in alcune regioni del Mezzogiorno sulla necessità - affermata da personalità che vanno dal Governatore della Sicilia Lombardo a quello pugliese Vendola, appena uscito da Rifondazione Comunista, e da dirigenti dell’Udc all’On. Adriana Poli Bortone di An, ma non aderente al nuovo Pdl - di promuovere un ‘movimento in difesa del Sud’ che costoro ritengono penalizzato dal Governo, come emergerebbe fra l’altro dall’utilizzo di quote rilevanti dei fondi Fas per fini e territori diversi da quelli per i quali erano stati stanziati.
Tale dibattito inoltre è stato accompagnato da manifestazioni in cui si sono incontrati leader di diversi schieramenti, col proposito di rilanciare le regioni meridionali - nelle quali la crisi si avverte ancor più pesantemente che al Nord - e di difendere le risorse stanziate per il Sud, anche ricorrendo in Parlamento ad accordi bipartisan fra i deputati meridionali.
Ora, premesso che sino ad ora tali accordi sono risultati solo un auspicio non essendo stati seguiti da atti politici concreti, v’è da rilevare poi che in questa querelle di stampo antileghista non è stata elaborata, o almeno non risulta in documenti che abbiano una qualche ufficialità, alcuna visione programmatica capace di saldare sinergicamente il rilancio dell’economia meridionale con quello del sistema produttivo nazionale, mentre è rimasto inesplorato un terreno di riflessione e di proposta che, invece, se praticato con rigore analitico e ricchezza di indicazioni operative, rappresenterebbe il primo corposo tassello di un programma di ripresa della crescita del Meridione, elaborato però all’interno di un disegno di politica industriale attento alle esigenze dell’intero Paese.



Ci si riferisce a quello che potrebbe tornare ad essere il ruolo propulsivo delle imprese a controllo pubblico - che venne propugnato fra gli altri da Pasquale Saraceno e avviato dal Ministro Pastore nei ‘poli di sviluppo’ del Meridione, a partire dagli anni Sessanta del ’900 - soprattutto in territori ove il declino di interi sistemi manifatturieri di varia dimensione, costituiti in prevalenza da pmi di imprenditori locali, sta comportando un pesante incremento della disoccupazione, cui si riesce a rispondere solo con l’estensione e il prolungamento temporale di ammortizzatori sociali.
Naturalmente un programma che punti alla riproposizione del ruolo strategico in alcune grandi regioni del Sud di imprese a controllo pubblico non deve ispirarsi a logiche assistenziali, ma individuare quei comparti in cui le aziende a vario titolo controllate dallo Stato andrebbero a potenziare in logiche di mercato la loro funzione già ora trainante, o gli altri settori in cui potrebbero iniziare a svolgerla, rispondendo però ad esigenze di competitività dell’intero sistema produttivo nazionale.
Buona parte degli economisti italiani, in realtà, continua ad ignorare tale ipotesi, anche se sono ormai lontani gli anni delle privatizzazioni ‘epocali’ avviate nel 1992-1994, presentate come occasioni storiche per la nascita di nuovi ‘campioni industriali nazionali’ e culminate con la messa in liquidazione dell’Iri avvenuta nel 2000. Ora, nel mentre la drammatica crisi in cui versa l’economia internazionale ha già riproposto in vari Paesi il ruolo interventista dello Stato almeno in funzione anticiclica - e la stessa Commissione Europea non esclude la nazionalizzazione di alcune grandi banche in difficoltà a causa dei titoli ‘tossici’ posseduti - a conforto di questa nostra ipotesi valga la constatazione che ancora massiccia è in Italia, soprattutto nelle sue regioni meridionali, la presenza di imponenti stabilimenti, facenti capo in varia misura ad holding pubbliche, con elevati tassi di occupazione in settori strategici per l’industria nazionale che vanno dalla petrolchimica all’aerospazio, dall’energia alla cantieristica, dalla costruzione di materiale e di segnalamento ferroviario alla sua manutenzione, dall’Ict alla produzione di materiali stampati.
L’Eni con le sue controllate Polimeri, Syndial, Enipower e Snam, la Finmeccanica con Alenia Aeronautica, AgustaWestland, Officine Aeronavali, Alcatel Alenia Space Italia, Telespazio, Galileo Avionica, Selex Sistemi integrati e Selex Communications, AnsaldoBreda, Ansaldo Trasporti Sistemi ferroviari e Ansaldo Segnalamento Ferroviario, l’Enel con numerose sue controllate, la Fincantieri, la STMicroelectronics, le Ferrovie dello Stato e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato sono presenti in Abruzzo, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, dando vita ormai da anni in molte aree a sistemi produttivi guidati da alcuni loro macroimpianti, intorno ai quali gravitano articolati reticoli di attività indotte con migliaia di addetti. L’Eni impiega nel Sud circa 4.300 dipendenti diretti, la Finmeccanica nell’aerospazio oltre 9.000 e nel materiale rotabile 1.530, la Fincantieri quasi 1.450, l’Enel oltre 2.000, la STMicroelectronics più di 4.600.
Estese, come si è accennato, sono le subforniture di beni e servizi di piccole e medie imprese di manutenzione nei grandi impianti petrolchimici in Puglia, Sicilia e Sardegna, e nei siti ove sono in esercizio le centrali elettriche dell’Enel e dell’Enipower, mentre nel comparto aerospaziale in Campania e a Brindisi, diffuse sono in decine di aziende le produzioni di componentistica e lavorazioni di varia tipologia, spesso ad elevato valore aggiunto. Anche la costruzione di materiale rotabile e la navalmeccanica generano attività collegate che impiegano centinaia di occupati e lo stesso dicasi a Catania nel grande polo dell’Etna Valley, guidato dalla STMicroelectronics.
Allora - in un disegno di politica industriale di respiro pluriennale  definibile a livello governativo con il concorso del Parlamento - si potrebbero: 1) potenziare, anche tramite co-finanziamenti attingibili dai Fondi europei per il 2007-2013 gestiti dalle Regioni che prevedono pure i contratti di programma, le industrie dell’aerospazio, sul modello ad esempio di quanto accaduto negli ultimi anni a Grottaglie nel Tarantino, ove l’Alenia Composite, dell’omonimo gruppo della Finmeccanica, ha costruito - co-finanziata dalla Regione Puglia sulle risorse comunitarie 2000-2006 - l’imponente stabilimento in cui si producono, con 700 nuovi occupati altamente qualificati, sezioni in fibra di carbonio della carlinga del nuovo aereo passeggeri 787 Dreamliner della Boeing; 2) rafforzare il polo dell’ala rotante di Brindisi ove opera un grande impianto della AgustaWestland; 3) incrementare e ammodernare le capacità produttive delle raffinerie di Taranto, Gela e Messina; 4)arricchire ulteriormente con trasformazioni manifatturiere ‘a valle’ le produzioni di base degli impianti di cracking di Brindisi, Priolo e Porto Torres; 4) rafforzare i poli energetici dell’Enel con nuovi interventi sulla megacentrale di Brindisi per ridurne ancor più l’impatto ambientale, riconvertendo a carbone pulito quella di Rossano Calabro, potenziando le centrali del Sulcis, costruendo il rigassificatore di Porto Empedocle e localizzando nuovi impianti di energia eolica, dopo gli ultimi costruiti nel Molise; 5) rafforzare i cantieri navali di Castellammare di Stabia e Palermo, qualificandone ulteriormente l’indotto; 6) consolidare i poli di costruzioni ferroviarie dell’AnsaldoBreda di Napoli, Reggio Calabria e Palermo; 7) rafforzare la mission della STMicroelectronics, dopo la joint-venture con la Intel e la nascita della società Numonyx; 8)irrobustire il polo manutentivo di Foggia delle Ferrovie per i treni regionali e il sito del Poligrafico dello Stato, sempre nel capoluogo dauno, per targhe automobilistiche e altro materiale a stampa per il sistema sanitario nazionale.
Molte di queste fabbriche, peraltro, già collaborano con Università del Mezzogiorno, loro Dipartimenti ed altri centri di ricerca, come ad esempio il Cetma di Mesagne controllato dall’Enea, e nell’ultimo quinquennio hanno assunto centinaia di laureati e diplomati in discipline scientifiche, formati in Atenei e Istituti tecnici industriali di alcune grandi città del Sud.
Non si dimentichi poi che, grazie al controllo pubblico delle holding strategiche prima richiamate, lo Stato italiano ha potuto acquisire grandi aziende estere come quelle acquistate negli Usa dalla Finmeccanica e l’Endesa in Spagna venduta da Acciona all’Enel, o partecipare a consorzi internazionali guidati dall’Eni per lo sfruttamento dei giganteschi giacimenti petroliferi nel Kazakistan occidentale. E, last but not least, è il caso di ricordare che la prima impresa italiana per fatturato è tuttora un grande gruppo a controllo pubblico come l’Eni, mentre l’Enel è la seconda società elettrica d’Europa alle spalle della transalpina Edf. Le grandi imprese pubbliche, peraltro, operano in Italia in settori liberalizzati e pertanto competono con agguerriti concorrenti privati, dall’energia agli approvvigionamenti petroliferi, dalla produzione di materiale rotabile all’Ict.
Insomma, al di là di ogni acritica apologia di privatizzazioni ormai datate ed esaltazioni del privato in quanto tale - dimenticando cioè i tracolli di imprese private nel recente passato come Cirio e Parmalat - lo Stato con il suo tuttora vasto sistema di grandi aziende può tornare, o continuare ad assolvere, una funzione trainante per l’intera economia nazionale, proprio rafforzando nel Mezzogiorno le capacità produttive già possedute, o creandone di nuove con elevata occupazione aggiuntiva, come è accaduto negli ultimi anni in alcuni casi significativi.


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