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13 marzo 2011

Galbraith : la retorica della politica monetaria

Nondimeno si pensa che la Federal Reserve sia una istituzione politicamente neutrale, apprezzata e guidata, come sempre negli ultimi tempi, da una personalità preparata, lucida e rispettata, non priva inoltre di spiccato talento teatrale. Poche cose sono più gradevoli di decisioni prese da persone per bene sotto i ritratti di celebrità del mondo della finanza del passato. Così si dovrebbe decidere la politica economica. Che non ne sortiscano effetti è secondario. L’idea è che qualcosa di così complesso, multiforme ed importante per tutti e per ciascuno, come il denaro, possa essere governato con decisioni ben ponderate ma indolori, e che tali decisioni vengano da un edificio gradevole e discreto situato nella capitale, non appartiene al mondo reale, ma a quello della speranza e dell’immaginazione. E’ la nostra più inverosimile ed amata fuga dalla realtà.

 

 

 

 

 

Nessuno dovrebbe contestare il meritato prestigio dei partecipanti, il loro senso della personale competenza e il piacere ampiamente innocente di quella che , quanto ai suoi effetti economici, è una truffa fortemente radicata. Accettiamo e perdoniamo il loro ruolo ininfluente.

 

 


6 marzo 2011

Galbraith : la retorica della previsione finanziaria

Coloro che sono assunti o si auto assumono, per prevedere le future performance di una industria o di una società, a causa dell’influenza imprevedibile ma determinante dell’intero processo economico non ne sanno niente, e per lo più non sanno di non saperne niente.

 

 

Si pensa che le previsioni delle società finanziarie, degli economisti di Wall Street e degli analisti economici circa le prospettive di una grande impresa (recessione, graduale ripresa,prosecuzione del successo) rispecchino la loro competenza. E non è facile dimostrare che le previsioni degli esperti sono inaffidabili. Passati successi accidentali e la generosa esibizione di carte, equazioni e fiducia in se stessi suggeriscono profondità di percezione. Donde la truffa. Si attendono correzioni.


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25 gennaio 2011

Galbraith : la comunità finanziaria

Nel mondo economico e soprattutto in quello finanziario la previsione dell’imprevisto e imprevedibile è un’occupazione riverita e spesso ben pagata, tanto da fungere da trampolino di una fortunata carriera. Da qui nascono i presunti pareri informati sul sistema economico in generale. Si crede che gli uomini e le donne specializzati in simili previsioni conoscano il futuro e che tale conoscenza venga dal sapere di cui sono in possesso.

 

Dal momento che ciò che è previsto è ciò che altri desiderano sentire, perché sperano di trarne profitti o altri vantaggi. Accade così che nei mercati finanziari l’errore sia rispettato e persino osannato, appunto che l’errore condiviso assume un ruolo ben difeso.

Il mondo finanziario ospita una comunità numerosa, attiva e ben pagata che vive di una irrimediabile, ma apparentemente sofisticata ignoranza

 


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30 settembre 2010

Rosier : le insidie derivanti dal sistema finanziario intermazionale

È in realtà prematuro una uscita dalla crisi senza valutare preliminarmente i rischi che la situazione monetaria e finanziaria internazionale fa correre all’economia mondiale. Si è potuto parlare di capitalismo da casinò per indicare l’evoluzione verso una vera e propria frenesia speculativa che induce i detentori di capitale a disinteressarsi dell’investimento produttivo per realizzare profitti facili giocando sullo scacchiere delle piazze finanziarie internazionali.

Si assiste così ad un vero sganciamento del finanziario dall’economico ed all’affermazione di un’economia speculativa. La straordinaria crescita dell’attività finanziaria internazionale contrasta sempre più fortemente con la relativa stagnazione dell’attività economica. Essa però è il logico prodotto di una situazione economica originale dove sullo sfondo, collegato alla crisi, vi è la costituzione di una economia di indebitamento internazionale, un’economia internazionale allo scoperto, nello stesso tempo in cui cala la redditività media dell’investimento industriale. Su questa base interviene la transnazionalizzazione delle imprese industriali e commerciali come delle banche delle istituzioni finanziarie, unita alla generale de regolazione dall’abolizione dei cambi fissi e del controllo dei cambi fino alla totale liberalizzazione delle attività bancarie e dei mercati finanziari. In questo contesto ogni impresa (grazie all’informatizzazione delle operazioni bancarie e delle telecomunicazioni) può giocare direttamente e con estrema rapidità i suoi fondi disponibili o gestire i suoi debiti e modificare i suoi impieghi intervenendo su una qualsiasi delle grandi piazze finanziarie del pianeta. Ne deriva una mondializzazione dei mercati finanziari e monetari accoppiati tra loro da una gamma sempre più ampia di nuovi prodotti finanziari, i quali sono frutti di molteplici innovazioni finanziarie derivanti dalla situazione di indebitamento e dalle strategie e dal conflitto dei capitali. Essi sono continuamente adattati ad una situazione di instabilità dei tassi di cambio e dei tassi d’interesse. Ogni forma di crediti o di debiti a breve o a medio termine può essere oggi negoziata. Su questo mercato dotato di rapida velocità di reazione, sono in tal modo offerte innumerevoli possibilità per speculare su tassi d’interesse, indici di borsa e monete.

Questo movimento ascendente della finanza internazionale e la sua relativa autonomizzazione in rapporto all’attività economica costituiscono un grande fattore di instabilità nella misura in cui il sistema monetario e finanziario non è più regolato. Tale sistema si trova costantemente alimentato dal comportamento dell’economia Usa, collocata al centro dello scacchiere occidentale. Il gigantesco deficit della bilancia delle partite correnti, frutto della politica di bilancio dell’amministrazione Reagan (alleggerimento fiscale senza riduzione della spesa pubblica) ha condotto ad un indebitamento estero massiccio degli Usa quasi equivalente all’insieme del debito nel terzo mondo ed ha sostituito al risparmio nazionale deficitario un risparmio estero. Questo processo si è potuto sviluppare in quanto gli Usa, paese che emette la moneta internazionale di fatto, prendono prestiti nella loro stessa moneta e si trovano quindi dispensati (almeno per qualche tempo) dal vincolo di equilibrio con l’estero degli altri paesi.

Mentre il sistema monetario internazionale ha funzionato in modo relativamente efficace fino all’inizio degli anni ’70, contribuendo all’espansione senza precedenti dell’economia occidentale, il suo disordine accompagna e rafforza la depressione odierna. Ciò che si ricerca in un sistema monetario è la stabilità o almeno l’emissione di informazioni che diano la possibilità di prevedere la sua evoluzione per adattarvi le strategie economiche. Ciò che caratterizza la finanza internazionale attuale è al contrario la volatilità delle monete, l’esistenza di fluttuazioni forti frequenti ed imprevedibili del prezzo del denaro. Se l’espansione della finanza internazionale può spiegarsi in parte con un declino della redditività dell’investimento industriale, all’opposto, l’evoluzione del sistema monetario internazionale tende oggi a frenare l’investimento produttivo ed a rafforzare le tendenze speculative : una parte notevole dei margini di profitto delle imprese sono oggi dei profitti finanziari.

 

 

Se si aggiunge che quest’economia speculativa si svolge in una congiuntura deflazionistica (con un calo accentuato dei corsi dei prodotti di base o dei prezzi) si può ritenere che l’economia occidentale si trova di fronte ad un dilemma :

·         O vengono messe in atto delle riforme concertate ( i cui elementi di base dovrebbero essere la fissazione di zone di variazione dei tassi di cambio delle monete chiave e di un livello superiore della variazione dei tassi d’interesse) inizialmente dal gruppo dei paesi leader per tentare di riprendere il governo di un sistema monetario e finanziario che sfugge ad ogni controllo e rischi di collassare.

·         Oppure non viene posta in essere nessuna forma di controllo ed allora la probabilità che la grande crisi si faccia avanti è elevata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


15 settembre 2010

La crisi degli anni Settanta : Mandel e le onde lunghe

 

L’interpretazione delle onde lunghe offerta da Mandel e incentrata sul movimento del tasso di profitto e sui fattori che lo influenzano. Egli preferisce il termine onde lunghe e non cicli lunghi, per meglio sottolineare che non si tratta di automatismi. Mandel spiega l’inversione della congiuntura espansionistica con un processo endogeno, mentre per contro l’uscita dalla depressione deriverebbe da fattori esogeni extraeconomici (tesi di Trotzkij). Per Mandel come per Schumpeter la fase di espansione prolungata è legata alla messa in atto di una rivoluzione tecnologica centrata su di un tipo specifico di macchine. Vi furono dapprima macchine come il telaio, prodotte artigianalmente e mosse da macchine a vapore. Poi ci sono macchine, come le locomotive, prodotte industrialmente, azionate da specialisti e mosse da motori a vapore. In seguito sistemi di macchine azionati da operatori semi-qualificati e mossi da motori elettrici (come l’automobile). Infine macchine concepite per la produzione a flusso continuo, integrate entro sistemi semi-automatici, resi possibili dall’elettronica.

 

 

 

Ma Mandel vede chiaramente che ogni sistema di macchine implica un certo tipo di organizzazione del lavoro e che la transizione dall’uno all’altro si scontra con la resistenza operaia nella misura in cui si accompagna alla degradazione delle condizioni di lavoro. Essa avrebbe luogo per Mandel sotto la pressione del capitale che, verso la fine del periodo di espansione lunga, non riuscirebbe più a compensare il declino del tasso di profitto, con l’allungamento dell’orario di lavoro o con l’intensificazione del lavoro, dovendo fare i conti con le lotte sociali. Ogni trasformazione nell’organizzazione del lavoro, resa possibile dalle rivoluzioni tecnologiche successive, emerge da tentativi coscienti del capitale di spezzare la resistenza della classe operaia all’accrescimento del tasso di sfruttamento ed aumentare i propri strumenti di controllo. L’uscita dalla depressione lunga si realizzerebbe per l’azione di un fattore esogeno che provocherebbe una inversione di tendenza del tasso di profitto e consentirebbe la messa in atto divenuta profittevole, della rivoluzione tecnologica e in un certo senso covava sotto la cenere e che si organizza intorno ad un nuovo sistema di macchine. A tal proposito Mandel si rifà ai lavori di G. Mensch che ha messo in evidenza l’apparizione di grappoli di innovazioni di base nel corso delle fasi di depressione lunga. L’analisi di Mandel apporta elementi interessanti ma resta tuttavia insufficiente, specialmente per ciò che concerne la spiegazione della fuoriuscita dalle depressioni lunghe, in quanto i fattori esogeni indicati sono in realtà fortemente legati alle contraddizioni del sistema economico. Inoltre la genesi delle rivoluzioni tecnologiche è poco esplicitata.


31 agosto 2010

Il ruolo degli operai nella crisi del 1929

Quanto alla propagazione internazionale della crisi, l’economista americano Charles Kindleberger la attribuisce in gran parte all’assenza di leadership in quanto gli Usa, diventati economia dominante non esercitano in tutto e per tutto tale egemonia.

Se torniamo alla congiuntura degli anni ’20, se la resistenza operaia non ha potuto opporsi alla nuova tappa della dequalificazione del lavoro operaio rappresentata dall’organizzazione fordista, il movimento sindacale era tuttavia riuscito a modificare profondamente il funzionamento del mercato del lavoro rendendo il tasso di salario rigido verso il basso. Ciò ha abolito nella sostanza uno dei meccanismi classici della difesa, in quanto tale abbassamento del tasso di salario permetteva la ricostituzione del tasso di profitto. Questo processo non poteva giocare questo ruolo fin tanto che la domanda derivante dai salari restava minoritaria. Ma dal momento che (in una società caratterizzata dal rapporto di lavoro salariale) la domanda proveniente dai salari diventa considerevole, e ciò viene notato da Keynes, essa tende ad avere un effetto depressivo sulla domanda effettiva e sul tasso di profitto realizzabile molto superiore al suo effetto diretto sul tasso di profitto atteso dagli imprenditori. Ciò è direttamente proporzionale all’aumento del tasso di disoccupazione. Per questo la depressione che segue la crisi del 1929 non può spontaneamente creare le condizioni della ripresa. In definitiva la crisi dl 1929 si colloca in un contesto segnato dall’espansione del lavoro salariato e dagli inizi della produzione di massa, mentre restano immutate le politiche salariali (la quota dei salari su reddito nazionale tra il 1920 ed il 1929 tende addirittura a contrarsi). Quanto alla domanda estera essa si indebolisce con l’esaurirsi della ricostruzione europea.

 

 

 

Così la crisi del 1929 si situa, sia dal punto di vista dei ritmi del capitalismo sia da quello della teoria, al crocevia di due grandi tipi di fluttuazione : il ciclo classico e quello lungo. Si ritrova inasprita la vecchia contraddizione del capitalismo, colta già da Sismondi, tra la pressione a teneri bassi i salari delle imprese e la necessità per queste ultime di incontrare una domanda effettiva sufficiente. La crisi classica non potrà mai più giocare il ruolo di regolatore dell’attività economica. Ciò conferisce alla crisi del 1929 il carattere particolare di una crisi classica gigantesca (con la quale sparisce il processo di regolazione automatico teorizzato dai liberisti) nella misura in cui la sua funzione viene a confondersi con quella della depressione lunga nella quale si trova iscritta.

 


30 agosto 2010

1929 : la tesi di Galbraith

L’economista americano J. K. Galbraith s’impegna invece a costruire una spiegazione a partire da alcuni tratti che lui considera tipici del capitalismo americano degli anni ’20. Per Galbraith lo scatenamento della crisi si deve essenzialmente al divario che si è spalancato, tra il 1919 e il 1929, tra l’incremento della produttività del lavoro industriale (più 43%) e la quasi stagnazione dei salari e dei prezzi. Ne è risultato un forte aumento dei profitti che ha sostenuto la spesa delle classi agiate, ha alimentato la speculazione di borsa ed incoraggiato un livello di investimento elevato (la produzione di beni strumentali crebbe ad un tasso del 6,4%) mentre i consumi popolari salivano appena. In un simile contesto in cui l’investimento produttivo era stimolato esso stesso dalla speculazione, il ritmo della produzione industriale giunse a superare la domanda di beni di consumo e la stessa domanda di beni strumentali. Di qui l’arretramento del tasso di profitto e la frenata brusca delle spese d’investimento, che generò a sua volta una contrazione della domanda e della produzione, scatenando la crisi secondo lo schema classico ma con una violenza eccezionale. L’ampiezza ineguagliata della crisi è stata determinata per Galbraith da questi tre fattori :

·         La distribuzione notevolmente diseguale dei redditi (il 5% della popolazione aveva il 33% del reddito totale), cosa che rendeva l’economia dipendente da spese di lusso e/o da un alto livello d’investimento

·         La forma dominante delle strutture industriali sortisce effetti perversi in una congiuntura speculativa : le holding stornano dall’investimento i profitti delle imprese dei loro gruppi per pagare dividendi sufficienti, il che accentua la spirale deflazionistica

·         Il carattere non pertinente delle misure di politica economica, le quali per bloccare la deflazione, aumentano i dazi doganali, ricercano sistematicamente il pareggio di bilancio, rifiutano politiche fiscali e monetarie

 

 

 

Bisogna poi aggiungere il ruolo dei fattori monetari e finanziari : da una parte il crack finanziario con la speculazione ha amplificato la crisi industriale. D’altra parte il crollo del sistema monetario internazionale nel 1931, mettendo in discussione i mezzi di pagamento internazionali e la capacità di creare nuova liquidità, minacciava il finanziamento degli scambi e dunque il livello dell’attività economica mondiale : il crack era conseguenza della crisi ma ne estendeva l’ampiezza.

 


26 agosto 2010

Rosier : Crisi finanziaria e reale nel 1929

Il periodo 1922-1929 è, dopo la crisi del 1920 negli Usa ed in Francia, un periodo di espansione economica marcata, con una distribuzione del reddito favorevole ai profitti, il che stimola lo sviluppo industriale parallelamente alla speculazione di borsa, incoraggiata da intermediari finanziari che suscitano la speculazione a credito. Dal 1927 la divergenza tra l’indice dei corsi azionari e gli indici dell’attività economica si spalanca pericolosamente annunciando un inevitabile crack quest’ultimo ha causato la depressione o è nato dalle prime difficoltà industriali ? Lescure risponde che le esitazioni nell’industria automobilistica hanno preceduto il crack, ma questo ha giocato un ruolo decisivo nell’evoluzione della crisi industriale, facendo sparire un elemento essenziale di sovra consumo e cioè le plusvalenze di borsa. I fenomeni reali per Lescure non possono essere separati con sicurezza dai fenomeni monetari. Ma come si spiega l’ampiezza della crisi che sopravviene su questa base ?

 

 

Su questo piano le teorie degli economisti liberisti, quali Lionel Robbins e Jacques Rueff considerano ogni crisi come di natura puramente congiunturale e destinata a risolversi da sé finchè i mercati siano liberati da ogni intralcio. Queste interpretazioni si riferiscono ad un modello astratto che vorrebbe rappresentare una realtà molto diversa e complessa ed hanno consigliato terapie che si sono rivelate poi inappropriate.

 


6 aprile 2010

Bruno Perini : «Ma la speculazione è tornata come prima»

«Wall Street: la stangata». Il libro edito da Baldini Castoldi Dalai sulla crisi economico-finanziaria che si è abbattura nel 2009 sul pianeta Terra con conseguenze ancor oggi incalcolabili, è alla seconda edizione. Ma se i due autori potessero rimetterci le mani probabilmente ci aggiungerebbero altri due capitoli: il ritorno della speculazione e lo spettro della stagnazione. Il saggio è frutto di una lunga intervista fatta dal direttore di Radiocor, Fabio Tamburini, al guru della consulenza aziendale Gianfilippo Cuneo. Dalla conversazione emerge un quadro inquietante sul ruolo che hanno avuto le banche d'affari con la diffusione dei titoli tossici. Ma neppure Tamburini e Cuneo immaginavano gli effetti devastanti che la crisi finanziaria e la speculazione avrebbero avuto sull'economia reale in termini di occupazione e assenza di investimenti.
«Sì, a volte ritornano», dice Tamburini a proposito della speculazione. «Passata la grande paura del grande crollo, la certezza ormai acquisita è che la grande speculazione finanziaria internazionale sia tornata. E' un bene? E' un male? Di sicuro il ritorno è nei fatti dei comportamenti delle principali banche d'affari anglosassoni. Esattamente come negli anni d'oro dei mercati che hanno preceduto la stangata del luglio 2007». Su quali terreni si stanno muovendo? «C'è chi preferisce le operazioni speculative sulle materie prime, a partire dal petrolio. E chi ha ricominciato ad occuparsi soprattutto dei derivati. Ma anche sul fronte delle valute non si scherza». «L'impressione, piuttosto generalizzata, è che la finanza sia ridiventata padrona pressoché incontrastata del campo, nonostante debba scontare le battute di rimprovero e di critica a cui con una certa frequenza ricorre il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Di sicuro colossi come Goldman Sachs e Jp Morgan, ma anche Morgan Stanley, risultano in prima fila e non perdono un colpo, tornando a realizzare utili clamorosi».
Dunque pare che la lezione non sia servita a nulla. In compenso gl effetti deleteri della bolla speculativa e del comportamento delle banche d'affari ha lasciato segni pesantissimi sull'economia reale. Dice Gianfilippo Cuneo: «Guardando il mercato dobbiamo constatare che siamo in presenza di una sovracapacità produttiva, di una assenza di investimenti, di ordini ridotti al lumicino. Le dirò di più: se si analizzano attentamente gli indicatori macroeconomici emerge un dato allarmante: l'ipotesi è che si stia andando verso un periodo di stagnazione prolungata. Anzi non è escluso che nei prossimi anni si debba convivere con la stagnazione».


Intanto i trader e le banche d'affari statunitensi tornano a fare utili. «E' vero, ma si tratta di una minoranza. Gli indicatori reali invece sono drammatici perché sono tutti in caduta e non ci sono segnali di ripresa vera. C'è una caduta del consumo dei beni durevoli. La gente tende a rimandare gli acquisti in attesa di tempi migliori». E le previsioni cosa dicono? «Nessuno osa pronunciarsi nel medio periodo perché abbiamo avuto in passato casi come il Giappone dove la recessione è durata dieci anni. E' un'ipotesi che non possiamo escludere». Nel libro-intervista, Tamburini le chiede perché il banco è saltato. «Era sparita la percezione del rischio, la capacità di misurarlo. Tutto ha funzionato fino a quando i valori hanno continuato a salire. E' come se fosse stato lanciato un razzo, che è salito fino a quando aveva carburante; poi a un certo punto è finito e il razzo è precipitato. I giochi sono terminati quando non c'erano più margini di crescita lasciando l'ultimo della serie con il fiammifero in mano acceso e ormai consumato». Che cpitolo aggiungerebbe al libro? «Se dovessi aggiungere un capitolo lo scriverei sulla stagnazione che ci accompagnerà nei prossimi anni. E' possibile che diventi un fenomeno di medio periodo come è avvenuto in altri paese». E' il capitalismo bellezza, aggiungiamo noi.


24 gennaio 2009

Astrit Dakli : un milione di morti a est grazie alle riforme-shock

 

Un milione di morti. Questo potrebbe essere il terribile bilancio reale delle privatizzazioni accelerate imposte ad alcuni paesi dell'ex Unione sovietica negli anni '90, secondo uno studio dell'università di Oxford pubblicato ieri dalla più autorevole rivista medica internazionale, Lancet. La mostruosa cifra, una delle più alte che si possano direttamente associare a un deliberato atto politico, è la traduzione di quel 12,8 per cento di aumento della mortalità che gli analisti di Oxford hanno riscontrato nella dinamica demografica del decennio scorso nei paesi presi in esame: un aumento (quasi interamente fra i maschi in età lavorativa) che lo studio mostra essere strettamente legato, nel tempo e nello spazio, al parallelo aumento della disoccupazione provocato dall'applicazione forsennata delle politiche neoliberiste - e in particolare i programmi di privatizzazione di massa - dopo il crollo dei regimi «socialisti».
Nell'insieme dei paesi dell'Europa orientale e dell'ex Urss, fra il 1991 e il 1994 le privatizzazioni portarono a un aumento del 56 per cento nel numero dei disoccupati (e a quel 12,8 per cento di crescita della mortalità citato prima); ma all'interno del quadro complessivo cinque paesi conobbero in quegli anni uno shock particolarmente violento. Russia, Kazakhstan, Lituania, Lettonia ed Estonia ebbero aumenti di disoccupazione fino al 300 per cento, mentre nel resto della macroregione il contraccolpo delle privatizzazioni fu minore, per le diverse condizioni sociali e culturali presenti. 


O' puorc' 'mbriac'...


Il rapporto fra privatizzazioni accelerate e disoccupazione non ha bisogno di troppe spiegazioni: l'arrivo di privati - e con essi di una logica di profitto - alla guida di aziende in cui l'efficienza produttiva era da decenni subordinata all'utilità sociale, ha provocato quasi sempre il licenziamento di moltissimi lavoratori, in un contesto economico di crisi molto grave in cui trovare un nuovo impiego (soprattutto per persone non giovanissime) era praticamente impossibile. E il lavoro «a vita» in aziende di stato era in quei paesi, fino al '91-'92, una condizione esistenziale globale: con il lavoro si aveva la casa, l'assistenza sanitaria, le vacanze, un'immagine sociale: perdendo il lavoro, si perdeva tutto in un colpo. E in paesi dove il fumo, l'alcol e stili di vita imprudenti erano già pericolosamente diffusi tra la popolazione maschile, lo shock psicologico di questa perdita ha portato a un vero e proprio crollo fisico. Si aggiungano altri due effetti diretti (e contemporanei) delle politiche neoliberiste come il collasso delle strutture sanitarie gratuite e il vertiginoso aumento del prezzo dei farmaci, e gli ingredienti per l'avvio di quella che a tutti gli effetti è stata una strage di massa diventano chiari.
Meglio è andata, sottolinea lo studio dei professori David Stuckler e Lawrence King, in paesi magari più arretrati ma con una migliore rete di sostegno famigliare, come in Albania, o dove c'erano organizzazioni di difesa sociale più efficienti, come in Polonia o nella Repubblica Cèca, o ancora in alcune repubbliche asiatiche dove le privatizzazioni sono state introdotte in modo molto più graduale. Lì l'aumento di disoccupazione è stato molto minore, e non ci sono state variazioni nella mortalità - anzi in qualche caso questa è addirittura diminuita. Il che induce, secondo gli autori dello studio, a trarre delle importanti lezioni sul modo in cui i cambiamenti economici e sociali possono essere introdotti nei paesi dove questi sono ancora in corso, come in Cina, in India o altrove: le «terapie di shock» costano care in termini di vite umane.
Ma di quel milione di morti qualcuno dovrebbe ben portare la responsabilità: la scelta - in Russia, dove si è concentrato il disastro peggiore - di applicare in modo brutale, senza preparazione, senza esperimenti-pilota, senza nessun tipo di paracadute sociale possibile, le privatizzazioni dell'intero sistema produttivo è una scelta che non è venuta dal cielo come la pioggia. Ci sono uomini in carne ed ossa che questo hanno voluto e imposto: l'allora presidente Boris Eltsin, ovviamente, ma ancor più di lui che forse non era in grado di capire quel che stava succedendo sono stati gli «economisti» affascinati dal neoliberismo come Egor Gaidar o Anatoly Chubais (che tuttora ha una posizione di altissima responsabilità) a volerlo e a imporlo ad ogni costo, per non parlare della schiera di «consiglieri» occidentali come Jeffrey Sachs o Anders Aslund, tuttora prodighi di consigli rivolti ai governanti russi (o di critiche per il fatto di non applicare politiche abbastanza «di mercato»). E, naturalmente, non poca responsabilità dovrebbero prendersi i leader che allora tennero sotto l'ala Eltsin, a patto che non si fermasse «sulla strada delle riforme»: il democratico Bill Clinton prima di tutti.


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