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6 aprile 2010

Sebastiano Canetta e Ernesto Milanesi : Veneto, anche l'evasione è fai-da-te

Torna a galla il peggior Veneto fai-da-te. Lo specchio pubblico riflette l'anima nera privata: un imprenditore di successo evasore totale; Guardia di finanza «infiltrata» come ai tempi di Tangentopoli; affari che vanno di pari passo con mazzette ed escort.
È il «sistema» che funzionava ad Arzignano, centro della provincia votato tradizionalmente alle concerie. Il procuratore della Repubblica Ivano Nelson Salvarani l'ha clamorosamente scoperto nell'indagine Dirty Leather. Tra gli atti (parzialmente secretati) emergono i dettagli di un apparato criminale capillare e trasversale; quanto normalmente accettato dai titolari di 150 aziende del distretto delle pelli. Salta fuori la complicità diffusa degli imprenditori della concia, che non si accontentano di evadere milioni di euro di Iva. E soprattutto l'inquietante connivenza di ispettori tributari utilizzati come estorsori. Il numero di indagati di questa nuova Tangentopoli vicentina è impressionante: 190 tra industriali, funzionari pubblici, finanzieri, iscritti nel registro degli indagati in meno di un anno.


Da queste parti è normale la contabilità «in nero» con la partita doppia a favore di chi dovrebbe effettuare i controlli. Si conciano le pelli, come si ammorbidiscono i controllori e si bilanciano le cifre. È così che si intraprende la moltiplicazione del proprio conto corrente, fino a diventare simboli da imitare. Basta girare mazzette alle fiamme gialle o ai dirigenti dell'Agenzia delle entrate. Serve la consulenza criminosa di un piccolo esercito di commercialisti e contabili (pubblici) assoldati per evadere il fisco. In cambio, ecco gli immancabili festini a base di escort, veline, modelle e ragazze immagine. Con le telecamere del «re delle pelli» di Arzignano pronte a riprendere ogni amplesso della «cricca» dei conciatori.
Un «sistema» che ha clonato illegalità, collusione, omertà e rapina dietro l'immagine virtuale del successo. Ora i protagonisti sfilano davanti agli inquirenti, che li hanno messi spalle al muro. Così quasi tutti ammettono, confermano, confessano. La Procura ha già «torchiato» i titolari della Marigraf di Chiampo, i dirigenti della Armando Pellizzari Srl e i manager del gruppo Mastrotto (azienda leader nel settore della concia: 2.100 dipendenti, 500 milioni di fatturato) che avrebbero ammesso 260 mila euro di tangenti.
Il 21 marzo la Guardia di finanza ha disposto la perquisizione degli uffici dell'Agenzia delle entrate Vicenza 2. E così, si è aperto anche il fascicolo di Roberto Soraci, 59 anni, responsabile della sede di via Mercato nuovo. I magistrati lo accusano di corruzione aggravata e continuata. Secondo quanto emerge dall'indagine in corso, Soraci sarebbe stato uno dei gestori del mercato delle tangenti «con il doppio incarico di quantificare l'entità del "pizzo" e saldare le indispensabili prestazioni degli ispettori deviati». Controlli addomesticati e abbondanti sconti sulle innumerevoli irregolarità fiscali delle aziende delle pelli. In cambio, avrebbe incassato tangenti per 200 mila euro.
Prima di lui, a febbraio, avevano confessato i colleghi Claudio De Monte e Filiberto Segantini, che da pensionato si stava godendo 150 mila euro guadagnati allo stesso modo. Il resto lo ha raccontato Marcello Sedda, commercialista di fiducia del gruppo Mastrotto che vantava rapporti «speciali» con i dirigenti dell'Agenzia delle entrate.
Luigi Giovine, 63 anni, ex comandante della tenenza della Finanza di Arzignano (arrestato per aver incassato 230 mila euro) è molto meno loquace. Forse perché grazie a lui i pm vicentini sono arrivati a incastrare Andrea Ghiotto, classe 1972, il «re delle pelli» di Arzignano e il presidentissimo del Grifo, società di calcio a 5 di serie A.
Gli ultimi sviluppi dell'indagine confermano il suo ruolo di «collettore» del sistema. Ma con il sequestro dei files contenuti nel suo computer potrebbero venire a galla responsabilità più pesanti. Prima di finire al carcere San Pio X nel dicembre scorso, Ghiotto alloggiava nella suite dell'hotel Principe ad Arzignano. L'aveva trasformata in uno studio di registrazione delle prestazioni sessuali «offerte» agli imprenditori, ora coperti dagli omissis nelle pagine dell'inchiesta Dirty Leather. I finanzieri hanno trovato un efficace sistema di telecamere nascoste che riprendeva gli incontri sessuali da diverse angolazioni.
«Erano filmati ad uso esclusivamente personale» giura Ghiotto. Ma il «re delle pelli» ha dovuto ammettere di aver ingaggiato decine di «ragazze» fin dall'estate 2008. «Mi sono costate più di 20 mila euro» ha precisato il 28 dicembre scorso ai magistrati. Adesso il database nel suo hard disk è stato affidato ai consulenti informatici. Il procuratore Salvarani spera di riuscire a identificare, uno per uno, gli «attori» delle orge riprese nella stanza del quartier generale di Ghiotto.


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22 ottobre 2009

Paolo Di Lorenzo : per un nuovo patto sociale contro l’evasione fiscale

 Che il sistema fiscale italiano sia gravemente malato non è notizia d’oggi. Anzi, forse sarebbe più preciso asserire che ci troviamo di fronte ad una sorta di malformazione congenita. Nel momento in cui l’economia italiana attraversa la più acuta fase di crisi dal dopoguerra, i sintomi di questa patologia diventano però decisamente più visibili e preoccupanti, come quando un nuovo virus colpisce un corpo già provato di suo. Nel primo quadrimestre del 2009 gli incassi tributari sono scesi del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2008 (fonte: Dipartimento delle Finanze). Ma mentre si registra una tenuta del gettito IRPEF (-1%), gli incassi di IRES (-7,1%) e IVA (-10,4%) sono peggiorati notevolmente. Si tratta di differenze da non sottovalutare e contribuiscono ad aumentare quel divario tra il gettito delle varie imposte che è uno dei principali sintomi dei problemi del fisco italiano.

Questo divario comincia già negli anni settanta, quando furono introdotte l’IRPEF e l’IVA, due imposte che hanno avuto un destino completamente differente. Grazie all’estensione della trattenuta alla fonte L’IRPEF è diventata rapidamente la prima imposta grazie ad un gettito tale da costituire anche la terza imposta in Europa in valore assoluto (fonte: eurostat). Completamente diversa è stata l’evoluzione dell’IVA. Senza un adeguato meccanismo di controllo sulle frodi, si è presto innescata una spirale perversa tra evasione, crescita delle aliquote per rimediare al mancato gettito e nuova maggiore evasione. Il confronto internazionale mostra chiaramente l’inesistenza di un legame lineare tra livello dell’aliquota ed incasso tributario, per cui all’aumentare del primo faccia seguito un aumento del secondo (fig.1). Eurostat ci segnala anche che l’Italia è il paese europeo con la più alta tassazione del lavoro e l’ultimo per il peso dell’imposte sui consumi finali all’interno del gettito, e in quest’ultimo caso non si tratta di una scelta di politica tributaria ma di una scelta degli operatori economici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’insuccesso della riforma degli anni settanta [1] è eclatante anche osservando la distribuzione del reddito dichiarato ai fini IRPEF. Anche se negli ultimi anni nei paesi capitalisti si è verificato un peggioramento della distribuzione del reddito, il quadro che emerge dai dati dichiarati al fisco è piuttosto quello di un paese in via di sviluppo, in cui una piccolissima elite dichiara dei guadagni molto alti mentre la maggioranza si trova in una situazione al limite della sopravvivenza.
La prova che dietro questa situazione si annidi una forte sotto-dichiarazione del reddito è fornita dall’ISTAT, che dal 2001 quantifica ufficialmente la parte del sommerso economico presente nel PIL italiano. Il sommerso economico costituisce una parte di quella che viene definita come “economia non osservata” e riguarda le attività economiche legali che vengono deliberatamente occultate alle autorità allo scopo di ridurre i costi di produzione, tramite la contravvenzione di norme fiscali e contributive. Nel 2006 queste attività rappresentavano una cifra compresa tra i 226 e 250 miliardi di euro, pari a circa il 16% del PIL. Un’altra stima dell’ampiezza del fenomeno dell’evasione è contenuta in Pisani e Polito (2006) [2]. Essa si basa su un confronto tra i dati fiscali contenuti nelle dichiarazioni IRAP con quelli statistici elaborati dall’ISTAT. L’evasione è ottenuta per differenza sottraendo i dati di fonte amministrativa, opportunamente resi confrontabili, da quelli statistici che come visto offrono una rappresentazione macroeconomica che include l’evasione. In questo modo l’evasione totale, stimata nel 2002 a 192.415 milioni di euro, può essere scomposta in una quota generata da attività di evasione per via, per cosi dire, amministrativa (tramite la sotto-fatturazione dei ricavi o il gonfiamento artificiale dei costi intermedi) ed una prodotta utilizzando di lavoro irregolare (81.000 milioni di euro, il 42% del totale).

Un’altra stima basata sul confronto tra dati statistici ed amministrativi riguarda l’adempimento dell’IVA [3]. Tale stima va oltre i confini dell’imposta sul valore aggiunto, poiché fornisce anche una buona proxy dell’evasione dell’imposta sui redditi da impresa. Infatti tutte le pratiche che comportano un’evasione dell’IVA permettono di evadere anche la tassazione diretta. La base imponibile non dichiarata (BIND) è sempre stata all’incirca la metà di quella dichiarata e, come si vede nella figura 2, ha rappresentato una percentuale oscillante tra il 27 ed il 37% della base totale (BIT) con un chiaro ciclo economico-politico.

 

Probabilmente la questione dell’evasione deve essere affrontata partendo dal presupposto che la sua diffusione nelle diverse categorie di contribuenti non è una questione “antropologica” ma è strettamente connessa con le opportunità concesse dal sistema fiscale [4]. L’aspetto cruciale diventa affrontare il problema del recupero di gettito senza scinderlo dall’altra questione chiave: distribuire in maniera uniforme il prelievo. Le stime precedenti sulla pressione fiscale effettiva ci dicono che nel caso in cui si riuscisse a portare l’evasione a livelli modesti lo Stato si troverebbe con un surplus di entrate fiscali. L’extra-gettito ottenuto dalla lotta all’evasione potrebbe essere utilizzato per diminuire il livello generale delle imposte, premiando coloro che le hanno sempre pagate.

Si tratta di una proposta vecchia ma sempre attuale perchè mai realizzata. L’obiettivo è realizzare un sistema poggiato su due piloni. Il primo è una maggiore equità, che non vuol dire fissare aliquote più alte che come abbiamo vista nel caso dell’IVA in Italia è una misura completamente velleitaria, ma ridurre l’evasione tramite un’IRPEF finalmente onnicomprensiva che misuri (e tassi) tutto ciò che viene trattato in maniera ingiustamente differenziata (come i redditi da capitale) o forfettaria (i redditi da impresa); una radicale semplificazione della legislazione tributaria, che sconta un accumulo trentennale di migliaia di leggi, regolamenti, pareri, circolari e sentenze; e finalmente un aumento dell’efficienza della spesa pubblica, in modo da aumentare la percezione che “le mie tasse servono a qualcosa”.

Il secondo elemento fondante è la deterrenza fornita dall’amministrazione fiscale, tramite un aumento della qualità e della quantità dei controlli, un particolare impegno nel sorvegliare la concessione degli incentivi fiscali, dei rimborsi e delle compensazioni (in passato fonte di numerosi abusi specie in materia di IVA) ed il rafforzamento dell’attività di riscossione, riducendo lo scarto tra somme accertate, somme definite e somme riscosse. Le attività di accertamento e di riscossione devono essere intese come complementari visto che non riscuotere i crediti corrispettivi alle sanzioni comminate rende perfettamente inutile l’azione di accertamento. La deterrenza è infatti un processo che si autoalimenta: un suo maggiore livello causa una riduzione della platea di soggetti da sottoporre a controllo periodico e quindi una migliore qualità degli accertamenti, il che crea a sua volta una deterrenza più alta.

Se si vogliono rimuovere gli effetti non basta però colpire i fattori che permettono ad essi di manifestarsi (cioè l’assetto del sistema tributario) ma occorre lavorare anche sulle cause originarie. Sicuramente non si tratta di un cammino in discesa. L’ottimismo della ragione può fare appello a quanto ci insegna la teoria economica: la disponibilità di regole sociali, rinforzate dall’autorità dello Stato che ne sancisce il carattere condiviso e ne assicura il rispetto, permette il raggiungimento di situazioni in cui il benessere collettivo, sia in termini di pressione fiscale che di efficienza della spesa pubblica, sono molto maggiori rispetto a situazioni in cui ognuno agisce in maniera scoordinata inseguendo il proprio interesse individuale [5].

Il coordinamento tra agenti necessario al raggiungimento di un nuovo equilibrio (la cui efficienza non è mai nota ex-ante) può essere guidato dalla sfera politica, la quale intercetta la domanda politica esistente in questo campo (che potrebbe anche essere maggioritaria) coagulando il consenso necessario a legittimare il nuovo compromesso istituzionale fra cittadini ed i loro rappresentanti al governo.

Sarebbero indispensabili ad esempio delle misure volte ad eliminare due delle ragioni della diffusione dell’economia sommersa [6]:

•la nota scarsa propensione delle grandi imprese italiane all’uso dell’economie di scala o agli investimenti in ricerca ed innovazione, preferendo il contenimento dei costi di produzione (quello del lavoro, in particolare) anche tramite l’estensione della subfornitura che ha contribuito alla diffusione delle PMI e dei distretti degenerando poi nella produzione in nero;

•l’inclinazione delle stesse imprese a ricercare delle rendite di posizione nei servizi privatizzati o nell’edilizia, che ha avuto la conseguenza di rendere meno dinamico il tessuto industriale italiano e di lasciare spazio all’economia sommersa in molti settori tradizionali [7].

L’attività economica sommersa approfitta di ogni situazione in cui la concorrenza si gioca sui fattori di costi e non di qualità, come avviene quando le imprese regolari non godono di un livello di produttività tale da compensare lo svantaggio in termini di costi ma va in difficoltà se esposta al confronto con chi dispone delle stesse armi ma con una potenza di molto superiore (le imprese localizzate in Cina o nei PVS).

Sarebbe sbagliato considerare le norme istituzionali come meri parametri che concorrono alla scelta ottimale da parte dell’agente massimizzante, come accade nella maggioranza dei modelli economici che analizzano l’evasione fiscale od il sommerso. Il contesto socio-economico è formato da una serie di elementi, coerenti tra loro, la cui analisi permette di comprendere perchè e come alcuni comportamenti individuali, anche se rivolti alla soddisfazione del proprio interesse, possano essere considerati ammissibili. Il comportamento economico socialmente riconosciuto come razionale è spesso il prodotto delle condizioni economico-sociali esistenti. Diverse indagini socio-economiche hanno per esempio dimostrato che il rispetto delle regole, di quelle fiscali in particolare, è positivamente influenzato dall’imitazione del comportamento delle persone vicine [8].

A questo fine è molto importante che i cittadini stessi, anche grazie al decentramento amministrativo e fiscale, sappiano ricreare quel sentimento di appartenenza alla medesima comunità (territoriale ma anche occupazionale) che dovrebbe cominciare a prevalere rispetto ad un’immagine di se stessi come meri operatori economici, cominciando a percepire la natura anti-sociale dell’evasione, la quale può favorirci come venditori o consumatori nel breve periodo ma nel medio–lungo periodo ci danneggia in quanto cittadini.

 

 *Economista, si occupa di finanza pubblica e di economia delle istituzioni.

 

[1] Per un’analisi dei vizi originari della riforma fiscale si veda l’articolo di A. Pedone: “Su alcuni problemi ricorrenti della politica tributaria italiana”, Economia Italiana n.3 del 2006.
[2] S. Pisani e C. Polito “Analisi dell’evasione fondata sui dati IRAP, anni 1998-2002”, Documento di lavoro, Ufficio Studi dell’Agenzia delle Entrate, www1.agenziaentrate.it/ufficiostudi, 2006.
[3] M. Marigliani e S. Pisani, “Le basi imponibili IVA. Aspetti generali e principali risultati per il periodo 1980-2004”, Documento di lavoro, Ufficio Studi dell’Agenzia delle Entrate, www1.agenziaentrate.it/ufficiostudi, 2007
[4] L’atteggiamento di favore nei confronti dell’evasione fiscale sembra diffuso in tutte le classi sociali, compresi i lavoratori dipendenti (in particolare gli operai). Cfr. L. Cannari e G. D’Alessio, “Le opinioni degli italiani sull’evasione fiscale”, Banca d’Italia Tema di Discussione n. 618, 2007.
[5] In Italia sembra esistere purtroppo l’atteggiamento opposto, del passeggero clandestino, poiché è aumentato il numero di cittadini che si dichiarano disponibili ad accettare una maggiore tassazione in cambio di maggiori e migliori servizi pubblici, ma contemporaneamente è diminuita la percezione della gravità sociale dell’evasione. Cfr. C. Fiorio e A. Zanardi, “L’evasione fiscale: cosa ne pensano gli italiani?”, in La finanza Publica Italiana, Rapporto 2006, Il Mulino.
[6] Cfr. anche G. Rey, “Il frutto illegittimo dell’economia italiana: un confronto nord—sud”, Lezione Rossi–Doria 2006, Ass. M. Rossi–Doria, 2006.
[7] Alcune stime econometriche confermano che l’aumento della produttività del lavoro e la diffusione delle ITC producono una diminuzione dell’economia sommersa.
[8] L’importanza dell’imitazione come elemento rinforzante la convinzione della razionalità nella scelta in una situazione d’incertezza è nota agli economisti (o almeno a chi si è preso il disturbo di leggere la General Theory) già dagli anni 30 grazie all’analisi keynesiana dei mercati finanziari


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27 marzo 2009

Gnègnè e il Programma di Gotha

 

Gnègnè nel dibattimento sul rapporto tra marxismo e giusta redistribuzione ha voluto portare una lunga citazione dal Programma di Gotha di Marx, dicendo che noi pseudo-comunisti abbiamo dimenticato tale lezione. In realtà è Gnègnè a non ricordare che questo passo è stato più o meno già discusso e tale discussione giace tra i vari commenti ai post del suo blog (già allora finì a schifo, come è usuale nelle discussioni con Gnègnè che non siano rituali di autocompiacimento).

Ma veniamo al passo di Marx  il quale dice :

Non affermano i borghesi che l’odierna ripartizione è “giusta”? E non è essa in realtà l’unica ripartizione “giusta” sulla base dell’odierno modo di produzione?

La cosa che mi premeva osservare è che nel post dedicato all’articolo di Lunghini, quest’ultimo non pone direttamente il problema della giusta ripartizione (e, ripeto, lo potrebbe fare), ma dice : “Secondo la teoria economica dominante (la teoria neoclassica, quella che viene insegnata nella maggior parte dei corsi universitari e praticata poi dai responsabili delle politiche economiche nazionali e sovranazionali), il prodotto sociale dovrebbe essere distribuito tra i diversi «fattori» della produzione in proporzione al contributo che ciascuno di questi fattori ha dato al prodotto”…e poi aggiunge “Gli stessi cultori della teoria dominante dovrebbero convenire che se il prodotto sociale si riduce, chi non ne ha meritato una parte dovrebbe restituire il maltolto.” Lunghini cioè parte da una teoria della distribuzione che lui attribuisce ai neoclassici e semplicemente fa notare che, seguendo tale teoria, è giusto attribuire ai lavoratori quasi tutto il prodotto sociale, soprattutto se quest’ultimo si riduce (senza contare che le riflessioni di Lunghini ormai da tempo prendono spunto da Marx, ma in termini di politica economica si rifanno a Keynes, che sulla iniqua distribuzione del reddito sicuramente ha speso più di una parola). Quanto alla attribuzione ai neoclassici di una teoria della giusta distribuzione (contestata da Gnègnè sulla base del carattere scientifico e bla, bla, bla…) è meglio citare un altro testo di Lunghini dove questi dice : “L’idea che il capitale, al pari degli altri fattori, sia produttivo ha ovvie e importanti conseguenze sul piano della teoria della distribuzione del reddito. Per Smith il profitto era determinato dal saggio naturale del profitto, per Ricardo era un residuo, per Marx il risultato di un rapporto di sfruttamento. Per la teoria neoclassica della produttività marginale (Philip H. Wicksteed, Knut Wicksell, John B. Clark e altri) il profitto (qui, l’interesse), come qualsiasi altra quota distributiva, era univocamente determinato - date le condizioni tecniche della produzione - dalla produttività marginale del capitale. Il principio della marginalità era già presente in Ricardo, che su di esso basava la determinazione della rendita (e solo di questa). Gli economisti marginalisti generalizzano questo principio: tutti i fattori (variabili) della produzione devono essere remunerati, in equilibrio, secondo la loro produttività marginale; che è misurata dalla variazione del prodotto totale provocata dall’aggiunta o dalla sottrazione di un’unità del fattore considerato, quando sia mantenuta costante la quantità degli altri fattori. Tale tesi ha due importanti implicazioni, una logica l’altra normativa, riconducibili a questa questione: una volta che tutti i fattori della produzione siano stati remunerati secondo la loro produttività marginale, secondo il loro ‘contributo’ alla produzione stessa, si sarà esaurito il prodotto totale? Se così non fosse - se il prodotto totale non bastasse per una siffatta distribuzione, oppure se restasse un residuo - si tratterebbe di una teoria logicamente insoddisfacente. In effetti non tutte le funzioni di produzione godono di questa proprietà, anzi una soltanto: perché il prodotto risulti esaurito, occorre che la funzione di produzione sia di un tipo speciale, omogenea lineare (cioè con rendimenti di scala costanti). Ma ovviamente non c’è nessuna ragione per sostenere che le funzioni di produzione, nella realtà, siano necessariamente di questo tipo: quasi che si trattasse di “una sorta di misteriosa legge naturale” (Joan Robinson). Conviene osservare, inoltre, che una teoria della distribuzione basata sul principio della produttività marginale presuppone che per ciascun fattore questa possa essere calcolata indipendentemente dalla distribuzione del prodotto; occorre, in altri termini, che il valore del capitale non vari al variare della distribuzione, e questo - come oggi sappiamo, e come si vedrà più avanti - in generale non è vero. L’implicazione normativa di questa teoria della distribuzione, d’altra parte, è che essa - quando sia soddisfatto il requisito di cui si detto - sembra fornire un principio di giustizia distributiva: ciascun fattore della produzione deve essere remunerato secondo il suo contributo alla produzione, ed esiste una unica configurazione distributiva di equilibrio, imposta dalle condizioni tecniche della produzione e che non può né deve essere modificata dall’azione umana. Il profitto (l’interesse), in particolare, trova così una piena e doppia legittimazione, analitica ed ‘etica’. E del resto la natura comunque implicitamente normativa delle categorie economiche della scuola neoclassica si rivela qua e là nei loro scritti, come ad es. in questa frase di Jevons per il quale “Ogni lavoratore riceve il valore di quel che ha prodotto, dedotto che se ne sia una porzione adeguata da corrispondere al capitale quale remunerazione dell’ astinenza e del rischio” (a tal proposito sarebbe interessante vedere quale valenza strettamente descrittiva abbiano concetti quali “astinenza” e “rischio” e soprattutto il fatto che vadano remunerati)

Ma continuiamo nella lettura del passo di Marx, il quale dice : “Mi sono occupato ampiamente del “reddito integrale del lavoro” da una parte e dall’altra parte dell’”ugual diritto”, della “giusta ripartizione”, per mostrare che delitto si compie allorché, da un lato, si vogliono nuovamente imporre come dogmi al nostro partito concetti, che in un certo momento avevano un senso, ma ora sono diventati rigatteria di frasi antiquate”. Da questo passo si desume che Marx  non dice che i concetti analizzati siano sempre stati erronei, dal momento che essi “..avevano un senso”. Adesso questo senso non lo hanno più, perché nel frattempo è successo qualcosa, la critica ha seguito l’evoluzione storica che vede nel 1875 represso nel sangue un tentativo rivoluzionario (la Comune di Parigi) ben più consapevole di quelli precedenti, per cui il suo fallimento non priva Marx della fiducia nel fatto che ormai la classe operaia è destinata a forgiare nel movimento reale i concetti di cui essa ha bisogno per realizzare i propri obiettivi. Dunque l’idea della ripartizione non ha senso laddove non c’è autorità terza a cui appellarsi dal momento che la classe operaia con la rivoluzione prenderà le leve del potere e realizzerà un mutamento del modo di produzione (sarebbe interessante comunque vedere se il mutamento del modo di produzione non sia una forma anche violenta di distribuzione dei fattori di produzione sulla base di una implicita teoria della giustizia e della presenza delle condizioni materiali che rendono possibile tale trasformazione). Dunque le categorie teoriche non sono in sé buone o sbagliate, marxiste o socialiste, ma lo sono alla luce degli eventi in corso e dell’adeguamento della teoria a quegli eventi (già avvenuti o imminenti). Quando si studia Marx, è pericoloso parlare del “pensiero di Marx”, in quanto qualsiasi compendio è solo la cristallizzazione di una sorta di sismografo del movimento che toglie lo stato di cose presente (il fatto che molte delle opere di Marx non siano pubblicate non è un caso, ma la conseguenza quasi necessitata del fatto che Marx è, parafrasando Canetti, cane del suo tempo)

Continuiamo con la parte più consistente della citazione : “Prescindendo da quanto si è detto fin qui, era soprattutto sbagliato fare della cosiddetta ripartizione l’essenziale e porre su di essa l’accento principale. La ripartizione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della ripartizione delle condizioni di produzione. Ma quest’ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione. Il modo di produzione capitalistico, per esempio, poggia sul fatto che le condizioni oggettive della produzione sono a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione, della forza-lavoro. Essendo gli elementi della produzione così ripartiti, ne deriva da sé l’odierna ripartizione dei mezzi di consumo. Se le condizioni di produzione oggettive sono proprietà collettiva degli operai stessi, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall’attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e, a sua volta, una parte della democrazia l’ha ripresa dal socialismo volgare) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si muova principalmente sul perno della distribuzione. Dopo che il rapporto reale è stato da molto tempo messo in chiaro, perchè ritornare indietro?



Marx qui si badi bene, parla della ripartizione dei beni di consumo (mentre Lunghini parla del prodotto sociale nel suo complesso, che Marx divide in varie uscite, tenuto presente che sarà la classe operaia a gestirlo e dunque ad essa sarà andato grazie alla rivoluzione), inoltre dice che l’errore dei socialisti sta nel separare la distribuzione dal modo di produzione, mentre la prima è in un certo senso funzione della seconda. Non dice però che la questione della ripartizione non abbia senso, ma dice che essa verrà affrontata cambiando il modo di produzione. E aggiunge che qualsiasi distribuzione giusta cercando di rispecchiare le differenze esistenti tra gli uomini difficilmente si coniuga con l’eguaglianza. Ma questo implica che Marx si pone seriamente il problema della distribuzione e non lo considera problema da poco. Egli critica i socialisti per il fatto che vogliono ridistribuire il reddito, ma non vogliono toccare i rapporti di produzione (e cioè non vogliono toccare i proprietari dei mezzi di produzione), ma non perché il problema della distribuzione non sia rilevante.

Ora, come ho già avuto modo di dire, relativamente al contesto storico in cui si colloca un corsivo come quello di Lunghini, è difficile dire in che fase siamo : da un lato la classe operaia ha avuto da circa trent’anni sonore sconfitte, dall’altra però essa ha rivoluzionato nel secolo scorso la struttura della distribuzione del prodotto sociale (si pensi alla spesa pubblica, alle pensioni, all’assistenza), a partire dalle lotte fatte in fabbrica e dunque nei luoghi di produzione (e se è vero che la distribuzione è funzione della produzione, al tempo stesso una diversa distribuzione retroagisce anche sulla produzione, cosa che Marx sembra non aver sottolineato). Perciò non si deve valutare l’appello di Lunghini alla giusta distribuzione (qualora l’abbia veramente effettuato) alla luce di un’eventuale dottrina atemporale marxiana, ma alla luce della situazione concreta che viviamo adesso, del fatto che l’appello all’autorità terza non viene fatta sotto l’autoritarismo bismarckiano, ma in un regime politico che, seppure pericolante, è stato costruito dalle lotte operaie e ne rappresenta una tappa importante, se non gloriosa. In tale regime la classe operaia ha una voce sia pur non dominante (ed a volte flebile) e dunque l’appello al soggetto terzo ha un senso, laddove Marx parla di fronte ad uno Stato non democratico che va solo rovesciato con la violenza.

Gnègnè invece come al solito, nell’unire a suo modo produzione e distribuzione, ci vuole propinare

una sorta di non esplicito, ma ammiccante parallelismo tra la necessità marxiana di cambiare il modo di produzione attraverso la rivoluzione dei rapporti di produzione e il dogma della sintesi neoclassica che subordina il momento redistributivo alla crescita economica. Ma questo tentativo rimane una mistificazione.

 


17 marzo 2009

Marx e la giustizia

 

Anche il buon Mario è intervenuto nel velenoso dibattito tra me e Gnègnè, cercando di mettere un po’ d’ordine e di distacco e aggiungendo delle citazioni che possono tornare utili alla nostra riflessione.

Mario cita prima Gnègnè : “ed inoltre (Marx) ha sempre limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno)
Poi Marx : “Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte [la borghesia che oppone il proprio diritto alla forza del signore feudale, laico od ecclesiastico]. Essi dimenticano soltanto -prosegue Marx- che anche il diritto del più forte è un diritto [infatti è sempre esistita una legislazione anche sotto il Medioevo] e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma anche nel loro 'Stato di diritto'
E commenta : “
Possiamo dire, sviluppando il suo pensiero, che "è cambiata la forma ipocrita in cui si cela il primato della forza" in quanto tutti i cittadini sono formalmente uguali davanti alla legge?
Questa è una esplicitazione di ciò che è la struttura portante del pensiero Marxista, la constatazione che non esiste un "diritto" naturale o principi eterni ed immutabili, ma che tale fatto (in questo caso distribuzione)è l'esplicitazione di un rapporto "sociale" che sancisce in quel particolare contesto di relazione economica (in questo caso il capitalismo) ed in funzione dei rapporti di forza esistenti tra le classi (capitalisti, salariati) un diritto.
E conclude : “Certo è che un marxista o un comunista non si accontenterebbe solo di quello (in quanto al comunista interessano il possesso dei "mezzi di produzione").
Per chiudere, il punto della distribuzione è una delle questioni che "SICURAMENTE" differenziano un socialista da un comunista. Un economista liberale, negando che questo aspetto sia di per sé elemento di conflitto di classe (quanto meno non prendendolo neanche in considerazione), il problema "autonomamente" neanche se lo pone.
Però la differenza esiste
.”
Poi cita Homolaicus : “Il socialismo utopistico infatti puntava molto sulla "distribuzione", in quanto con questa categoria, che implica dei processi di carattere etico-sociale, si poteva meglio affrontare la questione della democraticità della società borghese.
Insomma il problema che Marx vuole affrontare in questo capitolo è quello di capire in che rapporto stanno produzione e consumo, poiché in astratto (o nelle pubblicazioni degli economisti borghesi) tutto sembra funzionare perfettamente: produzione e consumo praticamente coincidono, in quanto si supportano reciprocamente, in una sorta di mutuo condizionamento, ma in concreto, nella realtà sociale del capitalismo sembra essere la produzione a dettare un ruolo egemonico e lo prova il fatto che tra produzione e consumo "s'interpone la distribuzione che, in base a leggi sociali, determina quale quota della massa dei prodotti spetti al produttore"(p. 19). Infatti sotto il capitalismo "il ritorno del prodotto al soggetto [che lo produce] dipende dalle relazioni in cui questi si trova con altri individui. Egli non se ne impossessa immediatamente"(ib.); sicché in altre parole produzione e consumo non coincidono affatto, in quanto la distribuzione appare sempre squilibrata, iniqua, frutto dell'antagonismo sociale. Marx non si esprime esattamente così, ma non v'è dubbio che il suo pensiero sia questo.
E ancora : “a suo parere -e qui veniamo al punto forte di contrasto tra il socialismo scientifico e quello utopistico- il problema non è quello di come intervenire sul versante della distribuzione, al fine di cambiare, in favore dell'operaio, il rapporto tra produzione e consumo, ma è quello di come intervenire direttamente sulla produzione, poiché "il modo determinato in cui si partecipa alla produzione determina le forme particolari della distribuzione, la forma in cui si partecipa alla distribuzione"(p. 20).
Su questo problema di natura economica ovviamente s'innesta quello di natura politica, i cui termini di confronto oggi vengono affrontati con maggiore flessibilità: riforme sociali, in direzione di un mutamento progressivo della distribuzione nell'ambito del sistema capitalistico, o rivoluzione politica, in direzione della conquista del potere per un ribaltamento immediato del modello capitalistico di produzione? Marx propendeva per questa seconda soluzione e il suo radicalismo lo porterà a rompere molto presto con tutto il socialismo utopistico.
Gli economisti borghesi, dal canto loro, erano su questo aspetto ancora più astratti dei socialisti utopisti, poiché nella distribuzione non vedevano neppure i problemi connessi ai conflitti di classe. Marx dice che secondo loro "la distribuzione si presenta come distribuzione dei prodotti e quindi essa è ben lontana dalla produzione e quasi autonoma rispetto ad essa"(p. 21). Gli economisti avevano interesse a mostrare questa diversità, in quanto non volevano che i critici della distribuzione ineguale facessero ricadere sulle forme della produzione i motivi dello scompenso tra produzione e consumo. Per il resto erano tranquillamente disposti ad ammettere che tra produzione e consumo vi fosse identità o reciproco condizionamento, ed erano del tutto indifferenti al fatto che -prosegue Marx- "all'origine, l'individuo non possiede alcun capitale, alcuna proprietà fondiaria. Fin dalla nascita esso è assegnato al lavoro salariato dalla distribuzione sociale"(ib.)."

Segnalo poi un’altra citazione da Gnègnè : “la distribuzione del reddito fra i fattori è parte del modo di produzione, non è indipendente da questo. Ne deriva tra l'altro (e anche questa conseguenza è stata esplicitamente tratta da Marx) che non è alterando la distribuzione che si cambia il modo di produzione, è il contrario che va fatto.
La frase di Marx di cui dubiti (e che non ricordo dove si trova, ma la cercherò) è appunto una critica a quelli che lamentavano l'ingiustizia della distribuzione, senza avvertire che parlare di 'giustizia' distributiva all'interno del modo di produzione capitalistico è una tautologia (perché il diritto borghese è determinato anch'esso dal modo di produzione borghese: all'interno di un 'sistema' che prevede che i mezzi di produzione spettano al proprietario e al capitalista mentre al proletario spetta solo la sua forza-lavoro, il capitalista si approprierà inevitabilmente del plusvalore, e questo non è affatto contrario al diritto. Lo sfruttamento marxiano è un concetto economico, non giuridico).
Quanto al resto, ripeto di nuovo: in *questo* modo di produzione, non c'è modo di impedire al capitalista di cercare l'investimento più redditizio. Se intervieni sulla distribuzione (tasse), almeno oltre un certo limite, il capitale andrà altrove, e il risultato sarà minor reddito (meno lavoro, ecc.). Se vuoi impedire questo (cioè se vuoi evitare che si smetta di produrre), devi intervenire sul modo di produzione, cioè devi, per l'appunto, espropriare il capitalista. Questo è quello che dice Marx (e quello che dico io): vedi un po' tu se è possibile agire sulla struttura con la magistratura o col fisco..."



Cosa dice Marx allora ? Lo sfruttamento non è immediatamente un illecito giuridico, ma semplicemente perché l’illecito giuridico dipende dall’ordinamento vigente che è il frutto della lotta di classe. Esso diventerà una sorta di illecito giuridico nella fase in cui il proletariato riuscirà ad imporre il suo dominio sulle altre classi e uniformerà il Diritto a questa sua egemonia. Ma per fare questo bisognerà aspettare una rivoluzione che avvenga in un arco di tempo ristretto ? Già i mezzi di produzione dovranno essere proprietà dei lavoratori ? L’astrazione del ragionamento di Gnègnè si rivela subito se ci facciamo questa domanda : in che fase stiamo adesso ? Non si può concepire (se non in termini molto generali) la periodizzazione storica come fatta di compartimenti stagni in cui o si è nel modo di produzione capitalistico (con tutte le sue conseguenze ideologiche) o si è nel modo di produzione successivo (ed allora la rivoluzione si è già compiuta con tutte le sue conseguenze ideologiche). Siamo nella lotta di classe, che è l’unica situazione concreta a cui ci possiamo rifare ed in questa fase c’è la possibilità che molti comincino ad elaborare quelle teorie e quelle categorie (morali, giuridiche, politiche) che debbono accompagnare il proletariato all’edificazione di una nuova società, per cui non è peregrino trovare una teoria della giustizia nella quale la situazione che dovrebbe verificarsi ad un certo punto della transizione rivoluzionaria venga elaborata come un sistema di diritti concepito astrattamente, come una teoria della giusta distribuzione del prodotto. Marx avrebbe riso a suo tempo se fosse uscita un argomentazione alla Lunghini, ma questo perché riteneva (teoricamente o per enfasi propagandistica) l’appello al diritto inutile in un momento di imminenza rivoluzionaria (e si sa che Marx abbia previsto fasi rivoluzionarie che non si cono invece concretizzate, ma anche questo fa parte di un programma di ricerca che va per tentativi ed errori, che si verifica compiutamente solo nella prassi). Ma ciò non implica che non sia possibile ricavare da Marx un’analisi in termini di teoria della giustizia che possa agire da strumento nella lotta di classe a livello di discussione teorica, di egemonia culturale, di lotta a livello parlamentare.
Dire che lo sfruttamento sino alla rivoluzione è necessario sino al raggiungimento di un punto massimo di produzione è non rendersi conto che la lotta di classe va intrapresa ben prima della rivoluzione e confondere l’”elogio” marxiano del capitalismo nel “Manifesto” con l’attendismo passivo di molti marxisti settari ed innocui di oggi, senza contare che da un secolo a questo punto, il capitalismo può aver benissimo raggiunto quel livello di produzione maturo perché la rivoluzione avvenga (può darsi che questo momento sia già passato e qualche occasione perduta…)
Cosa farebbe Marx oggi ? E ‘stupido domandarselo, come è stupido domandarsi “Dove sono i marxisti di una volta ?”. Essi sono dove possono essere a fanno e teorizzano quel che possono teorizzare sulla base del contesto materiale presente. E se agitando un modello di giusta distribuzione fanno comunque un’operazione legittima da un punto di vista marxista (e il fatto che fa bene lo si vede da come irrita chi retoricamente si appella al marxismo buono di una volta o ai lioni marxisti sudafricani…).
Marx non dice che non sia possibile aderire ad un’etica o ad una teoria della giustizia, ma pensa che l’appello al diritto o alla giustizia (appello che è sempre ad una istanza terza) non è possibile dove non vi sia un’istanza terza (vista la natura di classe dello Stato). Ma ciò non vuol dire che un intellettuale che partecipi alla lotta di classe (con maggiore o minore sincerità) non possa argomentare per una teoria della giusta distribuzione nell’ambito della lotta di classe, tentando non di appellarsi ad un’istanza terza, ma tentando (in quello che Agnes Heller chiamava polemicamente con Apel l’ambito “di discussione” e non di “dialogo”) di coinvolgere quanti più partecipanti possibili nella sua lotta. Il diritto del più forte soggiace anche allo “Stato di diritto”, ma questo non implica che l’istanza etica e rivendicativa sia nulla, ma che essa si situa nella lotta di classe e da sola sia destinata al fallimento, per cui chi si limita al solo richiamo al diritto potrebbe essere comunque funzionale allo stato di cose esistente. Ma come ho già fatto notare tale istanza muove Marx continuamente (altrimenti come potrebbe un piccolo borghese come lui fare quello che ha fatto) e tale spinta la si registra continuamente a livello linguistico (nella passione, nel sarcasmo, nell’invettiva). Per Marx l’appello al diritto è strategicamente inutile nel contesto dato, ma ciò non implica che sia inutile anche in questo contesto dato, o che lo sia anche nel momento in cui un intellettuale militante scriva un articolo (ed è stupido appuntarsi all’articolo come esempio tra i tanti di una inanità più complessiva, soprattutto se soggettivamente chi compie tale critica ci tiene ai buoni marxisti di una volta, ma non ci tiene ad esserlo personalmente un buon marxista di una volta…). Non è il senso di una teoria della giustizia ad essere in discussione (esso rimane in un ambito astratto), ma il proferimento di una teoria della giustizia ad essere valutabile strategicamente alla luce della lotta di classe (e dunque potenzialmente utile, inutile, dannoso a seconda del contesto in cui viene effettuato).
Sicuramente non esiste un diritto naturale, ma non è escluso che la forma che il Diritto assume nella transizione (e di cui i soggetti impegnati nella lotta di classe o quanto meno i borghesi alleati del proletariato nella lotta di classe) non concretizzi i diritti astrattamente enunciati nel momento in cui la borghesia è stata una classe progressiva e non li concretizzi almeno per il periodo in cui sarà ancora necessario uno Stato delle cui leve il proletariato si deve impossessare. Mentre il realismo politico intende l’etica solo come illusione dietro la quale si nasconde il rapporto di forza, nel marxismo la lotta di classe stessa si può concretizzare in una pluralità di posizioni etiche contrapposte una delle quali risulterà vincente proprio in quanto i rapporti di forza saranno decisi da processi materiali nei quali può essere rinvenuta una contraddizione dialettica, contraddizione che può essere declinata anche nel campo della discussione sul diritto e sull’etica (quando si dice che i rapporti di produzione capitalistici non possono tenere dietro all’aumento delle forze produttive non si fa riferimento anche alle conseguenze negative eticamente rilevanti di tale gestione privatistica delle forze produttive, gestione che porta a disordini, guerre, crisi etc etc ?)
Quando si dice che la centralità della distribuzione diventa teoricamente e praticamente un handicap, non si vuole dire che l’aspetto distributivo non abbia importanza, ma serve a costringere il proletariato a rendersi conto del fatto che non c’è indipendenza tra produzione e distribuzione, non a rassegnarci ad una certa distribuzione a certi rapporti di produzione assunti come dati : in altre parole sbaglia chi separa i due ambiti, non chi nel frattempo si adopera a migliorare la situazione in un ambito solo (se un partito nel frattempo che non riesce a cambiare i rapporti di produzione, pur consapevole di questo limite, combatte per migliorare la distribuzione, questo partito non solo fa benissimo ma certamente non sarebbe censurabile da un punto di vista marxista, mentre più ambiguo sarebbe un partito di sinistra che nell’ambito dello sviluppo trascuri le questioni redistributive per puntare tutto sulla crescita), anche perché la lotta per la distribuzione diventa nel lungo periodo anche una lotta per una crescita più equilibrata (e dunque non contraddice l’istanza marxiana di non impedire l’aumento delle forze di produzione, se questo piace agli idolatri della crescita)
L’ultima citazione di Gnègnè conferma quanto il nostro abbia un atteggiamento schematico, dal momento che parla di *questo* modo di produzione, senza pensare che in ogni momento ci troviamo di fronte ad un momento della lotta di classe (in alcune parti del mondo c’è addirittura una combattuta transizione tra modi di produzione precapitalistici e capitalistici, lotta che però è influenzata da quella tra capitale e lavoro nelle parti alte della filiera di produzione) per cui è astratto dire che ci troviamo in un certo modo di produzione e dunque il capitalista possa muoversi con il suo capitale come meglio crede. Ci troviamo in un momento della lotta di classe in cui è più difficile controllare il movimento dei capitali, ma ci sono stati momenti in cui tale controllo è stato più agevole (tutto dipende dall’esito della lotta di classe, dai processi economici, dalle soggettività in campo, dagli squilibri della condizione del proletariato nel mondo). Ma Gnègnè ha a cuore la schematizzazione e la semplificazione, dal momento che ha fretta di mettere Marx in una teca, di farci pensare che da lui è ormai possibile spremere tutto quello che può dare, di chiudere i conti (infatti per lui il contributo di Marx è la visione storica e dinamica dell’economia, una cosa che si può dire anche di Schumpeter o addirittura di Schmoller). Anche lui fa la sua lotta di classe e la fa in maniera conseguente, con la cazzimma che gli è propria.


12 marzo 2009

Vendesi Gnègnè

 Non sapendo più cosa dire, Gnègnè si dà alla psicoanalisi ed impegna molte righe in questa disamina. Peccato che voleva chiamarsi Karl Kraus che della psicoanalisi non aveva una grande opinione. Ma Gnègnè di Karl Kraus non ha l'ironia nè la leggerezza. . Come un vecchio neotomista egli si lamenta del postmoderno pensando che il senso di "scienza" in Marx sia lo stesso di quello di un Comte qualsiasi, magari il tardo Comte adoratore del Grande Essere. Questo sguardo semplicistico Gnègnè lo confonde con la cultura e accusa me di ignoranza, semplicemente perchè io ammetto quel che non so, ma provo comunque ad esprimere quel che penso sulla base delle informazioni di cui dispongo e aspetto fiducioso che il mio interlocutore mi chiarisca (se può) le idee, sempre se ciò sia fatto con correttezza, onestà, modestia (termini ignoti da quelle parti). Putroppo l'arroganza non è sinonimo di maggior cultura, per quanto Gnègnè ne dispensi a iosa. Trattasi di uno Sgarbi in miniatura.



Anche nella polemica su cui lui ha voluto fare un ultimo tentativo, i difetti di Gnègnè fanno inevitabilmente capolino : il punto non è quale sia la percentuale che lo Stato voglia tassare o confiscare, il punto è se in un sistema capitalistico si possa limitare ad un proprietario la disponibilità di quel che possiede, senza alcuna rivoluzione bolscevica e in certi casi senza nessun esproprio. La mia risposta è sì, ma Gnègnè si affatica a fare le percentuali, ed a confondere esproprio e rivoluzione proletaria semplicemente perchè la sua necessità è quella di rendere iperbolica la tesi di Lunghini. Perchè lui di quello che ha detto Lunghini non vuole comprendere un cazzo. Lunghini per lui è l'ennesimo pretesto per l'ennesima pippa sulla cultura politica della sinistra e, volendo concedergli l'attenuante (o l'aggravante) dell'intelligenza, il modo per lamentarsi dell'assenza di marxisti e per attaccare così coloro che hanno a cuore la redistribuzione delle risorse e in un certo senso ambiscono a frenare l'accumulazione del capitale. Questi sono i veri nemici di Gnègnè. Perciò
Gnègnè è un sicario in vendita per coloro che vogliono la libera accumulazione di capitale.
Accattatavill'...!

p.s. Del porco non si butta via nulla. In compenso la carne del pavone ha un uso per di più ornamentale ed è, per alcuni autori, quasi immangiabile, a leggere qui


11 marzo 2009

Le sce(me)nze umane di Gnègnè

Se non fosse per Gnègnè il mio groppo in gola da esule non si sarebbe mai sciolto. Le sue argomentazioni e i suoi insulti (ma si sarà arrabbiato? ) sono proprio un toccasana per la malinconia.
Egli dice:
1) Si può eccome analizzare un comportamento umano senza prendere in considerazione "giudizi di valore, criteri etici ecc." e lo si fa continuamente e con successo anche in campi diversi dall'economia (ad es. nello studo del traffico:
link).
2) Non ha senso farlo (argomentare su quale sia la giusta distribuzione tra i diversi fattori di produzione) all'interno di una teoria che non ti fornisce alcun criterio per determinare quale sia la 'giusta' distribuzione (perché infatti non te lo dice: né quella 'dominante', né quella marxiana, né nessun'altra) e per di più senza nemmeno spiegare quali sono questi criteri che ti inducono ad affermare, per l'appunto, che la distribuzione X è 'giusta'.
3) Siccome Marx ha detto nel corso della sua vita molte cose fra loro non particolarmente compatibili (e sarebbe strano il contrario, visto che ha cominciato come giurista ignaro di economia e impregnato di filosofia hegeliana, ed ha concluso la sua carriera come grande economista e fondatore di una filosofia rigorosamente materialistica), allora qualsiasi cosa, anche la più bislacca, può essere considerata 'marxiana' o 'marxista'. Anche le stronzate che scrive lui. (A pensarci, questa è una convinzione non esclusiva del poveraccio...)
4) Quel che il poveretto in questione non capisce è che non è perché Marx sosteneva le sue idee con molta convinzione, condita da istanze etiche, invettive e sarcasmi che le sue idee sono giuste, e viceversa. Anche Joseph de Maistre sosteneva le sue idee con non minore convinzione (e con non minori invettive e sarcasmi), ma questo non renderà affatto le sue idee più attraenti. Peggio ancora: perfino il polemista online è capace di usare invettive e sarcasmi, pur in assenza totale sia di convinzione sia di idee.
5) "
In *questo* modo di produzione (capitalistico), se io Stato dico: d'ora in poi al lavoratore spetta, non solo un 'alto' salario, ma TUTTO il prodotto, il giorno dopo l'imprenditore chiude la fabbrica, saluta gli operai e va a godersi il 'maltolto' ai Caraibi (o prende i suoi soldi e li investe altrove).
L'unico modo per impedire questo (cioè il fatto che il capitalista investe solo là dove il capitale gli garantisce il maggior profitto) è espropriare il capitalista: punto.
", con l'aggiunta di alcune bestialità (come il fatto che c'entri qualcosa la libera circolazione dei capitali). Ripeto a beneficio del poveretto: In *questo* modo di produzione (capitalistico), e finché non sarà cambiato (tramite l'espropriazione dei mezzi di produzione), il capitalista sceglierà di chiudere bottega, di dedicare i suoi capitali ad altro, e di fare in ultima analisi quello che ritiene più conveniente. Questa non è un giudizio (non sto dicendo che è 'bene' o 'giusto' che lo faccia), è una descrizione (=lo farà) di *questo* sistema economica, che funziona - per l'appunto - così.



Ingrata madre di Carrie, non avrai le mie ossa...

A) Gnègnè confonde un semplice modello che può essere elaborato trascurando alcuni aspetti del comportamento umano da una disciplina complessiva che vorrebbe (e non riesce) essere scienza e che per fare decentemente questo tentativo deve rispettare la complessità degli esseri umani e delle loro relazioni reciproche. Sul fascino ad es. che il formalismo matematico esercita su questa concezione ingenuamente oggettivistica delle scienze umane è interessante questa citazione di Amartya Sen : "È possibile che i formalismi matematici attualmente a disposizione, anche presi nel loro insieme, siano inadeguati per trattare alcune delle complessità sociali di cui le scienze sociali devono occuparsi. Alcuni analisti si sono ostinati ad utilizzare soltanto tecniche matematiche – e in certi casi solamente alcune particolari tecniche – rifiutandosi di tener conto di influenze importanti che tali tecniche non riuscivano a cogliere".
B)  Che Marx non dia strumenti ad un'economista per dire quale sia una giusta distribuzione del prodotto sociale tra i diversi fattori produttivi è semplicemente falso, se è Marx colui che dice "Con la diminuzione costante del numero dei magnati del capitalismo che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di questo processo di trasformazione....Gli espropriatori vengono espropriati". Se la scienza di Marx fosse avalutativa, perchè parlare di esproprio (togliere a qualcuno ciò che è proprio) e di usurpazione (prendersi qualcosa senza esserne legittimati) ? Il problema è che si confondono le ragioni pratiche per cui Marx considera inutile il limitarsi all'invettiva moralistica con il carattere avalutativo della scienza economica che Marx non sostiene assolutamente, dal momento che la stessa elaborazione scientifica (soprattutto quella legata all'economia) è per lui legata alla lotta di classe ed al suo carattere storico.
C e D) Sola la sciocca capziosità di Gnègnè può concludere che secondo me da Marx si può dedurre qualsiasi cosa. In realtà io nego proprio che da Marx si possa dedurre l'idea di una scienza economica astrattamente oggettiva e avalutativa. E solo dalla sciocca capziosità di Gnègnè si può concludere che io nello stile appassionato di Marx io voglia dissolvere il nucleo forte del suo pensiero. Quello che faccio, evidenziando il suo stile, è di sottolineare che in Marx c'è una tensione etica che condiziona gli esiti del suo pensiero (anche la distinzione rigida tra giovane Marx e quello maturo indica che l'impostazione di Gnègnè è quella del causidico che studia per fare il compitino bel bello e per fare il bullo sul web, senza contare che il "rigoroso" materialismo di Marx sta già in quel papiello giovanile non pubblicato in vita che è "l'Ideologia tedesca").
E) Infine, dire che l'utilizzo diverso del capitale da parte del capitalista è "quello che farà in un sistema che funziona così" è proprio il crisma della assoluta e spudorata superficialità di Gnegnè che dice, con la faccia tosta del catatonico, le stesse cazzate con la pretesa di dare un chiarimento definitivo del suo pseudo-pensiero. Come pure assolutamente astratta è la locuzione "in questo modo di produzione", dal momento che, senza fare alcuna rivoluzione (e dunque "in questo modo di produzione"), è possibile con delle leggi limitare o scoraggiare la possibilità del capitalista di impiegare diversamente il capitale nel momento in cui vuole evitare una distribuzione del sovrappiù più vantaggiosa per i lavoratori. In realtà "quello che farà in un sistema che funziona così" secondo Gnègnè, succede fin quando Gnègnè guarda le cose col fiore in bocca o, più prosaicamente,  con la sua adesione morale convinta e militante alla classe dominante. Pure in tal caso, invece di nascondersi dietro l'avalutatività del fiore in bocca, potrebbe dire che a lui piacerebbe essere un intellettuale organico al Capitale ( del resto la sua disponibilità a "fare pulizia" nella già citata
lettera-guallera ad Ezio Mauro è un tentativo comico e patetico in questo senso)


9 marzo 2009

Saperla Lunghini : Gnègnè alla ricerca del marxismo

Gnègnè, come Diogene di Sinope, cerca qualcuno : il marxista vero. Perchè lui, pur non essendo marxista, sa cos'è un marxista vero, uno che sbaglia, ma sbaglia tutto d'un pezzo, uno che distingue l'essere dal dover essere, uno che non parla di giustizia (questi sono i socialisti utopisti...), ma che senza moralismi conquista il potere e realizza, se può (ma non può), un sistema più efficiente di quello del capitale. Non un sistema più equo, per carità !!! L'equità è una categoria deontologica e i marxisti schifano la deontologia. Anche la madre di Carrie rimprovera la Sinistra molle e situazionista (priva di un kit adeguato di coltelli da cucina), in nome di un marxismo presessantotto che adesso solo nel Terzomondo non terzomondista viene coerentemente applicato come vogliono alcuni bordighisti (prima il capitalismo su tutto l'orbe, ed ogni resistenza è reazione, poi eventualmente vedremo cosa si può fare)
Armato di queste buone intenzioni, Gnègnè analizza un passo del Prof. Lunghini e gli fa (a suo modo) le bucce.  Ecco cosa dice Gnègnè :
1)L' unicuique suum è un principio giuridico non economico perchè lo ha ben esplicitato Ulpiano che è un giurista latino.
2) L’economia è una disciplina descrittiva, non normativa; non dice come un certo prodotto deve essere distribuito fra i diversi fattori, ma come di fatto viene distribuito (poste certe condizioni). Questo è veramente singolare, ma come è visibile dal prosieguo non casuale. Lunghini sta facendo un discorso giuridico, o morale, ma certamente non un discorso economico.
3) Secondo la teoria economica moderna,  le remunerazioni dei vari fattori (rendite, salari, profitti) vengono fissate secondo certe regole descrittive che, ancora una volta, non hanno alcun valore normativo e non attribuiscono pertanto “diritti” a nessuno.
4) Marx ha sì una teoria sullo sfruttamento e sull’appropriazione del plusvalore da parte del capitalista, ma innanzitutto ha una teoria del capitalismo (del funzionamento del capitalismo), ed inoltre ha semrpe limpidamente negato che, nel modo di produzione capitalistico, lo sfruttamento economico sia anche uno sfruttamento giuridico, sia cioè un illecito (per Marx, finché i mezzi di produzione sono di proprietà privata, non c’è modo di evitare lo sfruttamento, che anzi è necessario perché la produzione raggiunga il livello massimo, e ciascuno dei tre fattori riceve esattamente la remunerazione a cui ha diritto, niente di più e niente di meno). Marx sostiene, notoriamente, un’altra cosa: che l’unico modo per eliminare lo sfruttamento economico è la rivoluzione, che avverrà quando (raggiunta la pienezza delle capacità produttive) verrà abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione, e con essa l’intera vecchia società, religione, diritto, stato, e insomma tutta la vecchia Storia. Né, ovviamente, Marx si è mai sognato di asserire una stron*§@a colossale come l’idea che la “rivoluzione” si possa/debba fare tramite il Fisco o la magistratura.
5) La  ‘teoria’ di Lunghini non ha alcun senso. Inanzitutto, non si capisce che c’entra la  riduzione del prodotto sociale: se il prodotto si riduce, si riduce certamente il reddito complessivo (che altro non è che il prodotto, appunto), ma il criterio della ripartizione non cambia.  Chi sarebbe quello che “non ne ha meritato una parte” e che dovrebbe pertanto “restituire il maltolto”? Mistero. Ma soprattutto, che c’entra la “teoria economica dominante” con la tesi che chi ha rubato deve restituire il malloppo, grazie all’operato di giudici e magistrati?
6) Il problema è questo. In *questo* modo di produzione (capitalistico), se io Stato dico: d'ora in poi al lavoratore spetta, non solo un 'alto' salario, ma TUTTO il prodotto, il giorno dopo l'imprenditore chiude la fabbrica, saluta gli operai e va a godersi il 'maltolto' ai Caraibi (o prende i suoi soldi e li investe altrove).
L'unico modo per impedire questo (cioè il fatto che il capitalista investe solo là dove il capitale gli garantisce il maggior profitto) è espropriare il capitalista: punto.
Questo è il problema economico della distribuzione, ed ecco perché economicamente 'giusto' o 'ingiusto' a questo riguardo sono cose prive di senso. Anche la fiscalità, la tassazione insomma, è un problema di ottimalità o di efficienza, non di equità o di 'giustizia'.



E' incredibile come uno schema che ha solo valore didattico ed introduttivo qui venga propagandato come un detto della Bibbia, con una divisione tra economia, etica e teoria della giustizia che fa invidia alla dialettica dei distinti di Benedetto Croce. Dire che l'economia è una scienza descrittiva è un'astrazione erronea, in quanto i soggetti dell'economia sono esseri umani che spesso agiscono non solo in conseguenza di cause, ma anche in base a delle ragioni, per cui è inevitabile che nell'economia giudizi di valore, criteri etici, finalità morali si incrocino continuamente con descrizioni, ipotesi, verifiche. Per un testo o un autore tra i tanti si veda
qui
Inoltre Gnègnè confonde il piano giuridico con quello filosofico, dove un diritto viene presupposto, sancito, argomentato con ragionamenti filosofici (di etica, filosofia del diritto, filosofia della politica) e poi codificato nel diritto positivo ed interpretato giuridicamente (ed anche in questo caso i passaggi tra i vari livelli di ragionamento sono continui e non ostacolati da divisioni artificiose tra discipline) per cui non si vede perchè un economista non debba argomentare su quale sia la giusta distribuzione tra i vari fattori di produzione. Restringere l'economia alla sola questione dell'efficienza fa di quest'ultima una ennesima astrazione, mentre essa va continuamente commisurata ai vincoli che una società sceglie di porre a se stessa quando vuole raggiungere un certo numero di fini, certi fini e non altri, certi fini più che altri. Voler sganciare l'economia da certi presupposti etico-politici è comunque conseguente all'assunzione di alcuni presupposti etico-politici elaborati a torto o a ragione, per i quali la scienza deve essere autonoma, le scelte altrui vanno rispettate, una maggiore produttività è un bene per la società etc etc
Non si capisce poi la locuzione "regole descrittive" : sarebbe infatti meglio parlare (nel caso di descrizioni) di leggi, mentre le regole hanno un aspetto normativo e sono tali da poter essere cambiate, a meno che non si presupponga l'esistenza di regole storicamente aprioristiche che individuerebbero una presunta essenza umana o un ordine invisibile che guai se ci metti mano.
Quanto a Marx è letto con il solito atteggiamento da Bignami o da Lamanna , cioè schematicamente sistematizzato, come se Marx non fosse un autore che continuamente immetteva nuovi dati e nuove considerazioni nella sua riflessione, tanto che la pubblicazione dei suoi scritti è sempre sottoposta e revisione ed interpretazione.
In Marx, le considerazioni etiche, le invettive conseguenti, il sarcasmo sono un accompagnamento continuo delle sue riflessioni e disegnarlo come uno che tiene separate come due compartimenti stagni la riflessione teorica da tutto ciò che riguarda la prassi, vuol dire non capire niente di lui. Prendiamo ad es. una frase dai Manoscritti economico-filosofici "Mentre la divisione del lavoro aumenta la forza produttiva del lavoro e la ricchezza e lo sviluppo della società, nello stesso tempo impoverisce il lavoratore fino a farne una macchina" : qui "impoverisce" e "fino a farne una macchina" sono prive di ogni inflessione etica ? In che senso essere una macchina è un grado estremo di impoverimento ? In Marx il problema del senso e della riappropriazione soggettiva e collettiva delle condizioni materiali di vita è sempre presente e costituisce un criterio costante dell'analisi, un criterio che non è etico nel senso deontologico del termine, ma è collegato al problema della giustizia, tant'è che il passaggio di fase è proprio scandito da un cambiamento del criterio di redistribuzione (da ciascuno...a ciascuno...). Che poi dire che le condizioni materiali che rendono possibile tale trasformazione non si possono ottenere semplicemente agitando tale criterio come ideale è un altro discorso.
Che Marx neghi che la rivoluzione si possa fare con il fisco o con la magistratura è poi quantomeno discutibile visto che la presa del potere si concretizza (almeno nel Manifesto) proprio in misure di tipo giuridico e fiscale (imposta fortemente progressiva, confische, accentramento statale del credito). Il fatto che il padrone vada ai Caraibi non è la manifestazione di una legge neutralmente descritta, ma la conseguenza di scelte politiche che permettono la libera circolazione dei capitali. Ma Gnègnè, venendo dalla montagna del sapone e masticando pigramente il famoso fiore in bocca, queste cose sembra proprio averle dimenticate.



1 marzo 2009

Dino Greco : il problema dell'evasione fiscale

 

Naturalmente, non ci passa per la testa di fare del governatore della Banca d'Italia il nostro mentore. Ma fa una discreta impressione ascoltare da quel pulpito l'eloquio, certo prudente e paludato, di un banchiere il quale ci rivela che ne vedremo delle belle, che la caduta occupazionale più pesante è di là da venire, che dunque è indispensabile una riforma organica degli ammortizzatori sociali tale da coprire l'universalità dei lavoratori subordinati, tutelandoli dal rischio della disoccupazione e favorendone il rientro nell'attività produttiva. Infine, che serve una politica di sostegno dei redditi più bassi perché la gente non ce la fa più e la contrazione dei consumi determina un contraccolpo pesante, tanto sulla coesione sociale quanto sull'economia. La quale si avvita a spirale e rischia di precipitare, nei prossimi mesi, in caduta libera. Il fatto è che gli attori oggettivamente chiamati in causa, il Governo, le banche, la Confindustria, stanno adottando comportamenti che, lungi dal costituire la soluzione del problema, ne preparano l'aggravamento. Il governo non sa adottare misure di qualche efficacia redistributiva e incoraggia le più viete pulsioni antioperaie del padronato. Le banche, mentre lesinano il credito alle imprese, a molti mesi dall'esplosione della crisi non riescono (non vogliono) far luce sulla dimensione dei titoli tossici presenti nei loro portafogli, alimentando nei risparmiatori un più che fondato senso di allarme e di sfiducia. Il sistema delle imprese, con in testa la Confindustria, invece di investire su un patto di solidarietà con il lavoro, punta tutte le sue carte sulla deflazione salariale, su un ulteriore impoverimento del sistema di protezione sociale, sulla cronicizzazione del precariato. E ancora, sulla rottura sindacale e sulla revoca del diritto di sciopero: un cocktail micidiale, foriero di conseguenze gravissime per la stessa tenuta democratica del Paese.



Eppure un'altra strada sarebbe praticabile. Si rammenti che l'Italia non è priva di risorse. Tutto il contrario. Ma il nostro è un Paese dove la forbice fra ricchezza e povertà si è allargata a dismisura, dove la dimensione dell'evasione fiscale e contributiva ha raggiunto - come ci ricorda l'Agenzia delle entrate - la cifra strabiliante di 250 miliardi di euro, qualcosa come il 20% del pil. Nei giorni scorsi, Liberazione è tornata ripetutamente su questo punto, documentando come le cospicue somme recuperate all'erario attraverso le attività ispettive (più di 6 miliardi di euro nel 2007), non rappresentino in realtà che una modestissima quota della stessa evasione accertata. Basterebbe (si fa per dire) che l'azione di contrasto e la capacità di riscossione divenissero più efficaci per mettere a disposizione dello Stato uno stock di liquidità di tali dimensioni da alimentare politiche redistributive, il potenziamento del welfare, il sostegno ad uno sviluppo di qualità.
Occorrerebbe conquistare il principio che l'evasione è un furto, un reato penalmente rilevante. Se ciò non avviene non è per ragioni tecniche, ma in virtù di precise scelte politiche e sociali. Non c'è altra plausibile spiegazione al fatto che gli enti preposti ai controlli continuino a non avvalersi delle banche dati disponibili presso l'Anagrafe tributaria centrale. O che persista, ineffabile, il rifiuto dei governi ad introdurre una tassa, anche di limitata entità, sui fantastici patrimoni di tanti strateghi dell'evasione e dell'elusione. E' di qualche significato che persino una modesta proposta, di valore più simbolico che sostanziale, come quella avanzata dalla Cgil di elevare di cinque punti il prelievo fiscale sui redditi superiori ai 150 mila euro, abbia suscitato la sdegnata reazione della Confindustria che senza percezione del ridicolo ha paventato nientemeno quel ritorno alla lotta di classe che essa vorrebbe continuare a praticare unilateralmente. Come si vede, la realtà è più semplice di quanto raccontano, con le terga ben al riparo, certi predicatori dei sacrifici altrui. Lo hanno capito le persone convenute a Roma venerdì scorso. Lor signori siano certi che torneranno.


29 gennaio 2009

Marco del Toso :il federalismo fiscale è un attacco alla Costituzione

 Caro Direttore,
il federalismo fiscale presuppone un patto fra diversi,uno sviluppo diseguale fra i diversi territori. Sotto il profilo teorico si fonda, infatti, sull'autosufficienza delle risorse e, quindi, intorno ad una concezione egoistica della redistribuzione economica e sociale delle risorse. La ricchezza, secondo questa concezione, deve rimanere anche dal punto di vista della spesa sociale nel territorio dove essa viene prodotta; anche per questa ragione il Prc si oppose nel 2001 alla modifica del titolo quinto della Costituzione che ha introdotto con l'art.119 tale principio.
La legge delega sul federalismo fiscale approvata dalla maggioranza di centro-destra al Senato conl'astensione del Partito Democratico e dell'IDV potrebbe costituire l'anticamera,quando verranno approvati i decreti attuativi,della distruzione dei servizio sociali e della loro omogeneità su tutto il territorio nazionale. La delega che conferisce al Governo il potere di istituire nuove imposte (siano esse comunali, provinciali, regionali) svuota il Parlamento dei tradizionali poteri impositivi. Inoltre non sono chiari i costi (economici e sociali) di questo nuovo federalismo che solo nelle intenzioni del novello legislatore dovrebbe garantire la riduzione della pressione fiscale.


Una dedica a tutti gli italiani...

E ancora: la Corte Costituzionale oltre a sollecitare la definizione delle materie di competernza esclusiva dello Stato e di quelle concorrenti delle regioni aveva imposto la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni "concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale" e nella legge delega non vi é traccia di questo passaggio. Si configura un neo centralismo regionale in luogo di quello Statale forriero di sprechi e nuovi clientelismi. Il federalismo fiscale, sembra questione astratta ma non lo è. Opponiamoci con forza, in nome dei valori di solidarietà, politica ed economica che la repubblica riconosce e garantisce. (art.2 della Carta Costituzionale).


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9 marzo 2008

La difficile guerra ai paradisi fiscali

 

C'è bisogno di soldi, nelle casse degli stati europei. Stressati da politiche rigoriste, esortati alla riduzione delle tasse, alla riduzione della spesa sociale e contemporaneamente all'aumento degli «stimoli» all'economia, si sono ricordati che ci sono grandi «fette di lardo» che possono essere recuperate. I lavoratori - spremi spremi - potrebbero persino svegliarsi da un torpore lungo 30 anni. E quindi è giunta l'ora di rimettere ordine nel «liberismo fiscale» che ha permesso la costruzione di «paradisi» più (Cayman, Bahamas, Dubai, Singapore, Nauru) o meno (Guernsey, Liechtenstein, Andorra, Monaco) esotici.
Al grido di «bring the money back home» si sono riuniti ieri i ministri finanziari (Ecofin), per discutere della revisione della direttiva europea che regola la tassazione del risparmio dei cittadini non residenti. Varata solo nel 2005, si è rivelata subito un colabrodo. Anche perché si limita a chiedere la tassazione indiretta delle «persone fisiche», tralasciando con cura di metter becco in fondazioni, società per azioni e altre attività finanziarie. Basta evitare di comparire come «persona fisica» e il gioco è fatto. Lo stato «paradisiaco» si limiterà a versare il 75% delle tasse pagate dal cittadino ospite (con lo sconto locale) a quello di residenza; senza nemmeno chiarire per conto di chi viene effettuato il versamento.
La riunione di ieri è iniziata sotto il segno dello «scandalo Liechtenstein» e della grande determinazione tedesca. Proprio la Germania ha dato il via all'operazione «normalizzazione fiscale». I suoi 007 sono arrivati ad acquistare per 5 milioni di euro, da un bancario «pentito», una lista di migliaia di clienti della Lgt Treuhand. Il primo a farne le spese era stato Klaus Zumwinkel, celebrato come il «privatizzatore» delle Poste teutoniche. Da lì ha preso corpo la valanga - con propaggini promettenti anche in Italia - che sta investendo ora l'istituto più sacro dell'Europa «nazionalista»: il segreto bancario.
La normativa è molto disomogenea, anche per quanto riguarda lo scambio di informazioni fiscali tra gli stati. Austria, Belgio e Lussemburgo godono ancora di una deroga rispetto alla direttiva Ue, ma si sono subito divisi. Il Belgio si è detto disposto a cambiare regime, mentre Austria e Lussemburgo (con il presidente Juncker costretto a dismettere l'abito super partes) spiegano che non ha senso farlo se non aderiscono anche la Svizzera e altri paesi «accoglienti».
Ma il problema ormai è sul tavolo. La Germania propone tre «rafforzamenti» della direttiva: l'estensione «qualitativa» (a fondazioni, dividendi azionari, trust, fiduciarie, ecc), quella geografica (fino a Hong Kong, Macao e Singapore) e un pressoché totale scambio di informazioni tra amministrazioni. Ora, quei 100 miliardi di euro che ogni anno escono dai paesi Ue per riversarsi nelle casse esentasse -o quasi - dei «paradisi» sono ormai una preda, più che appetibile, necessaria per far fronte alla crisi. Solo la Germania pensa di rimetterci un 30 miliardi l'anno. Ma globalmente, si calcola che i capitali completamente opachi ammontino ad almeno il 2% del Pil mondiale.
Un po' di nomi famosi, negli ultimi tempi, hanno portato agli onori delle cronache il vezzo dell'evasione fiscale. Valentino Rossi, Marco Van Basten, Ornella Muti si sono ritrovati in numerosa compagnia, se si solleva per un attimo lo sguardo dal nostro cortiletto. Nigel Mansell, Roger Moore, Monserrat Caballé, Ringo Starr e Boris Becker hanno pagato cara la propria fama. Altri, come John Wittaker - il proprietario dell'aeroporto di Liverpool, intitolato a John Lennon - passeranno magari meno osservati, ma altrettanto dimagriti dall'esame del loro fisco.
Ma se la vecchia Europa è costretta a mettere alla gogna i propri campioni può significare molte cose. Una è sicura: la crisi che è iniziata richiederà risorse per ora sconosciute, ma di portata mai vista. Più che ai peccatucci fiscali di qualche campioncino o artista, sembra arrivato il tempo di mettere sotto pressione i raider senza volto né patria. Quelli che muovono scartoffie per decine di miliardi e alimentano il frullatore impazzito della finanza internazionale.

(Francesco Piccioni)


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