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21 ottobre 2009

Guglielmo Forges Davanzati : la precarietà come freno alla crescita

 La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem. E’ opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie. Dal 2003, anno di entrata in vigore della legge 30 (la cosiddetta Legge Biagi), che ha impresso la più significativa accelerazione alla destrutturazione del mercato del lavoro in Italia, il tasso di occupazione in Italia non è aumentato, e nei tempi più recenti è aumentata semmai la disoccupazione, anche al netto della crisi in atto. Può essere sufficiente ricordare che, come certificato dall’Istat, nel 2008, il tasso di disoccupazione è passato al 6,7%, dal 6,1% dell’anno precedente[2]. Per quanto riguarda i salari, nel rapporto OCSE del maggio 2009 si legge che con un salario netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al ventitreesimo posto della classifica dei 30 Paesi più industrializzati, e che – nel corso dell’ultimo decennio – è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro[3].



Vi sono due ordini di ragioni per le quali le politiche di flessibilità riducono l’occupazione e i salari:
1) La precarietà disincentiva le innovazioni. Ciò accade perché se un’impresa può ottenere profitti mediante l’uso ‘flessibile’ della forza-lavoro, e, dunque, comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non ha alcuna convenienza a utilizzare risorse per finanziare attività di ricerca e sviluppo. Le quali, peraltro, danno risultati di lungo periodo, difficilmente compatibili con ritmi di competizione – su scala globale – sempre più accelerati. La compressione delle innovazioni riduce il tasso di crescita e, di conseguenza, l’ammontare di prodotto sociale destinabile al lavoro dipendente[4].
2) La precarietà riduce la propensione al consumo. La somministrazione di contratti a tempo determinato accresce, infatti, l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro. Al fine di mantenere un profilo di consumi nel tempo quanto più possibile inalterato – ovvero al fine di non impoverirsi nel caso di mancato rinnovo del contratto – è ragionevole attendersi un aumento dei risparmi oggi per far fronte all’eventualità di dover consumare domani senza reddito da lavoro. Contestualmente, per l’operare di ciò che viene definito ‘effetto di disciplina’, la minaccia di licenziamento accresce l’intensità del lavoro. Il corollario è duplice: da un lato, le imprese fronteggiano una domanda di beni di consumo in calo; dall’altro, possono produrre quantità maggiori di beni e servizi con un numero inferiore di lavoratori. L’esito inevitabile è il licenziamento o la non assunzione[5].
A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione. La compressione della domanda, conseguente alla riduzione dei salari e dunque dei consumi derivante dalle politiche di precarizzazione, incentiva le imprese a ridurre gli investimenti produttivi – dal momento che la produzione di merci non troverebbe sbocchi - e a dirottare quote crescenti del proprio capitale monetario in attività finanziarie[6]. Si tratta di un fenomeno noto come “divenire rendita del profitto”, che è alla base dei recenti processi di ‘finanziarizzazione’, e che è accentuato dall’accelerazione dei tempi necessari di produzione e vendita per far fronte alla concorrenza su scala globale. Si calcola, a riguardo, e con riferimento agli Stati Uniti (e l’economia italiana non ne è esente), che l’emissione netta di azioni da parte delle imprese non agricole e non finanziarie è diventata permanentemente negativa nel periodo compreso fra il 1994 e il 2007[7]. Ciò significa che l’acquisizione di profitti mediante la speculazione nei mercati finanziari è stata la strategia prevalente negli ultimi dieci anni, e preferita dalla gran parte delle imprese (soprattutto di grandi dimensioni) rispetto alla produzione “reale”, ovvero nella produzione di beni e servizi. Il processo ha dato luogo progressivamente a effetti di retroazione: la precarizzazione del lavoro, comprimendo la domanda, ha indotto le imprese a usare le proprie risorse in usi improduttivi, ovvero nella finanza ultra-speculativa, che dà rendimenti elevati e in tempi rapidi mediante il solo scambio di moneta contro moneta. Il che ha determinato un’ulteriore compressione della produzione e, dunque, dell’occupazione e dei salari. Letta in quest’ottica, la precarizzazione è stata - ed è - causa e, al tempo stesso, effetto della finanziarizzazione. Essa ha contribuito al venir meno di quel “patto implicito” sul quale, secondo Keynes, poteva reggersi la riproduzione capitalistica: consentire ai capitalisti di appropriarsi della “parte migliore della torta”, ma solo a condizione di farne investimenti produttivi per farla diventare più grande[8].



[1] Con la precisazione – non irrilevante - che la precarietà riguarda prevalentemente le donne, che già costituiscono il segmento dell’offerta di lavoro meno presente nel mercato del lavoro italiano.
[2] Va considerato che nel periodo che intercorre fra il c.d. pacchetto Treu e il 2006 si è registrato, in Italia, un aumento dell’occupazione, imputato in ambito neoliberista, proprio alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. Tuttavia, come mostrato in particolare da Antonella Stirati, la crescita dell’occupazione si è avuta nei settori nei quali sono meno diffusi i contratti atipici, così che la crescita dell’occupazione nel periodo considerato deve essere attribuita ad altre variabili. Si veda A.Stirati, La flessibilità del mercato del lavoro e il mito del conflitto tra generazioni, in P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà. Roma: Manifestolibri 2008, pp.181-191.?
[3] Le premesse ideologiche di queste politiche sono state efficacemente individuate da Angelo Salento, su questa rivista. Per un’analisi degli aspetti economico-giuridici delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro si rinvia all’intervento di Luigi Cavallaio del 9 dicembre 2008 su questa rivista.
[4] Si rinvia, su questi aspetti, a G. Forges Davanzati and A. Pacella, Minimum wage, credit rationing and unemployment in a monetary economy, “European Journal of Economic and Social System”, 2009, vol.XXII, n.1. Per un inquadramento più generale del problema, sotto il profilo teorico ed empirico, si veda anche P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà, Roma: Manifestolibri, 2008.
[5] Per una trattazione analitica di questa tesi, si veda G. Forges Davanzati and R. Realfonzo, Labour market deregulation and unemployment in a monetary economy, in R. Arena and N. Salvadori (eds.), Money, credit and the role of the State, Aldershot: Ashgate, 2004, pp.65-74.
[6] In tal senso, risulta non recepibile la tesi secondo la quale la ‘finanziarizzazione’ dipenderebbe da una modifica delle preferenze degli operatori finanziari, che avrebbero assunto maggiore propensione al rischio. Sul tema, v. A.Graziani, La teoria monetaria della produzione, Arezzo: Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, 1994, pp.155-156.?
[7] Si veda K.H. Roth, Crisi globale, proletarizzazione globale, contro-prospettive. Prime ipotesi di ricerca, in A. Fumagalli e S.Mezzadra (a cura di),  Crisi dell’economia globale, Verona: Ombrecorte 2009, pp.175-208.
[8] Si può incidentalmente osservare che ciò che può sembrare, in prima battuta, un luogo comune - i precari non possono permettersi di fare figli - è, a ben vedere, assolutamente vero. L’Eurispes registra che la scelta della maternità è strettamente legata alle condizioni economico-sociali delle donne e, in particolare, alla precarietà lavorativa. Circa i due terzi degli intervistati si dichiara impossibilitato a progettare un ampliamento del proprio nucleo familiare, imputando questa scelta alla ‘flessibilità’ del proprio contratto di lavoro. L’Istat certifica che, al 2008, l’Italia è tra i paesi al mondo col più basso indice di natalità, con una media di 1,30 figli per donna, il che innanzitutto non consente il cosiddetto “ricambio delle generazioni”, e il tasso di natalità degli italiani è in costante calo da almeno un decennio. Si può indurre che gran parte del fenomeno – che ovviamente attiene anche a modificazioni di ordine sociale e culturale – è imputabile alla straordinaria diffusione di contratti a termine, e ha un risvolto di lungo termine (etico ed economico) che è totalmente trascurato, se non altro perché la riduzione del tasso di natalità - al netto delle immigrazioni - implica una futura riduzione dell’offerta di lavoro e del PIL potenziale futuro.

 


10 febbraio 2009

Confronto tra Tito Boeri e Massimo Roccella

Tito Boeri
La proposta del «contratto unico» è stata presentata per la prima volta dal professor Pietro Garibaldi e da me nel 2002 all'università Statale di Milano e poi sul sito lavoce.info. Siamo passati da una fase di sostenuta crescita economica, in cui si registravano significativi tassi di crescita del prodotto interno lordo, non accompagnata però da un'altrettanto sostenuta capacità del sistema di generare nuovi posti di lavoro (è ciò che nelle pubblicazioni in lingua inglese viene definita jobless growth , crescita senza lavoro), a una situazione esattamente rovesciata, in cui la nostra economia è entrata in una fase di stagnazione che di fatto continua da circa la metà degli anni Novanta e tuttavia è riuscita a creare moltissimi posti di lavoro, più di 2 milioni.
Siamo passati dalla crescita senza posti di lavoro alla crescita del lavoro senza crescita economica [...]. Questo è un fenomeno - sulla cui analisi teorica abbiamo lavorato molto io e il professor Garibaldi - che abbiamo definito honeymoon , cioè «luna di miele»: quando in un mercato del lavoro che ha un regime di protezione dell'impiego abbastanza forte si introduce la possibilità per il datore di lavoro di assumere dei lavoratori molto flessibili e non eccessivamente tutelati, i datori di lavoro possono costruirsi una specie di «cuscinetto» di lavoratori, i quali saranno i primi a essere mandati via qualora la situazione del ciclo dovesse peggiorare. Ecco perché può avvenire che, anche quando l'economia non va a gonfie vele, si registri un aumento dell'occupazione.
Chiarito il quadro di fronte al quale ci troviamo, passiamo a vedere le patologie dalle quali è affetto, che sono principalmente tre. Il primo aspetto rimanda all'eccessiva complessità normativa determinata dalla moltiplicazione delle figure contrattuali [...]. Il secondo aspetto davvero grave e preoccupante concerne l'asimmetria molto forte che penalizza soprattutto i giovani, perché sono loro a entrare nel mercato del lavoro da una porta secondaria, attraverso queste nuove tipologie contrattuali [...]. La terza patologia è forse quella più grave. I lavoratori precari sono destinati ad avere carriere lavorative discontinue, con frequenti episodi di disoccupazione e salari bassi. Con le nuove regole del regime previdenziale - un regime di tipo contributivo - questi lavoratori sono destinati ad arrivare alla fine della loro carriera lavorativa con dei trattamenti previdenziali molto bassi, in molti casi al di sotto del minimo vitale [...].
Veniamo allora alla nostra proposta. Noi pensiamo che si debba superare questa stridente asimmetria tra i contratti a tempo indeterminato e le altre tipologie contrattuali, asimmetria che si è creata anche per l'incentivo fortissimo che le imprese hanno nel ricorrere ai contratti flessibili, dal momento che quelli a tempo indeterminato hanno fin da subito - o meglio, dopo il periodo di prova - regimi di protezione dell'impiego molto stringenti. Nella nostra proposta noi sosteniamo che si debbano creare degli standard minimi applicati a tutte le tipologie contrattuali; per esempio i contributi previdenziali devono essere gli stessi per tutti i tipi di lavori che vengono svolti [...]. In secondo luogo deve essere istituito un salario minimo orario, che deve tutelare tutti i lavoratori, e quindi anche quelli cosiddetti precari, i quali molto spesso hanno un potere contrattuale così basso da essere costretti a svolgere prestazioni a dei salari orari davvero bassissimi. Pensiamo solo al fatto che in Italia ci sono persone che percepiscono meno di 5 euro all'ora [...]. Il nostro «contratto unico» si prefigge infine di rendere progressiva la costruzione delle tutele nei primi tre anni del rapporto lavorativo, in modo tale da non porre il datore di lavoro di fronte al forte deterrente all'assunzione costituito dalle garanzie contenute nel tradizionale contratto a tempo indeterminato.

Massimo Roccella
Boeri e Garibaldi continuano a fare riferimento all'Ocse, sostenendo che il nostro mercato del lavoro sarebbe caratterizzato da uno dei regimi più restrittivi per quanto riguarda le tutele nei confronti del licenziamento, ma lo fanno trascurando dati della stessa fonte Ocse che oggi dicono esattamente il contrario [...]. Tutte le cose che si sono scritte per sostenere, in primo luogo, che la nostra legislazione in materia di licenziamento è particolarmente restrittiva e, in secondo luogo, che, quand'anche non lo fosse, molto restrittivi sarebbero i giudici del lavoro, non soltanto non riposano su dati empirici, ma anzi sono da questi contraddette.
Questa è la cornice teorica entro la quale è formulata anche la proposta del «contratto unico», ed è evidente che se la cornice teorica non regge alla prova empirica anche la proposta concreta ne risulta compromessa.
I giuristi sono abituati a utilizzare le parole con proprietà di linguaggio e quindi se dicono «contratto unico», intendono dire proprio «contratto unico». Invece nella proposta di Boeri e Garibaldi il contratto unico non è affatto un contratto unico. È un contratto ulteriore, nel senso che verrebbe introdotta una nuova tipologia contrattuale che si affiancherebbe a tutte quelle oggi esistenti, le quali rimarrebbero perfettamente in vita così come sono, grossomodo identiche [...]. Ora: questo contratto potrebbe essere uno strumento per migliorare le condizioni lavorative e le tutele rispetto alle situazioni attualmente esistenti? No, sfortunatamente le peggiorerebbe. Il contratto unico sarebbe sì un contratto a tempo indeterminato, ma si badi bene che «contratto a tempo indeterminato» non è affatto sinonimo di impiego stabile [...]. Di questo appunto si tratta nel caso della proposta dei professori Boeri e Garibaldi: un contratto a tempo indeterminato con libertà di licenziamento nei primi tre anni di durata del rapporto. 




Tito Boeri
Oggi i vari contratti atipici costituiscono il canale principale di ingresso nel mondo del lavoro: sappiamo che il 70 per cento dei lavoratori sotto i 40 anni viene assunto tramite queste nuove formule contrattuali. Per cui, quando l'Ocse nel corso del tempo aggiorna i suoi indicatori, è evidente che recepisce anche le novità della legislazione. E questo spiega la diminuzione del punteggio attribuito all'Italia. Tale diminuzione è dovuta unicamente ai contratti atipici, non ai contratti regolari, la cui rigidità è rimasta uguale nel corso del tempo. Fatta questa precisazione, perché definiamo la nostra proposta «contratto unico»? L'idea è che il contratto a tempo indeterminato deve tornare a essere la modalità principale di ingresso nel mercato del lavoro, per tutti. Noi siamo contrari a dei trattamenti specifici per i giovani, perché i trattamenti specifici sono quelli che spesso portano a delle condizioni di dualismo e di segregazione [...]. Non pensiamo che sia giusto proibire tutti gli altri contratti oggi esistenti, perché tale misura comporterebbe il serio rischio di distruggere posti di lavoro [...]. Quanto alla critica mossa dal professor Roccella secondo la quale il nostro contratto abbasserebbe le tutele, rispondo che non è affatto vero. Sicuramente le innalzerebbe moltissimo rispetto a coloro che entrano nel mercato del lavoro con le modalità attuali. Poiché è sicuramente molto più forte la protezione garantita da un contratto a tempo indeterminato sul modello del nostro «contratto unico», rispetto a quella garantita dai contratti di collaborazione coordinata e continuativa (nella pubblica amministrazione) o dai contratti a progetto (nel settore privato).

Massimo Roccella
L'indice Ocse è stato costruito sui rapporti di lavoro a tempo indeterminato. I lavori atipici non c'entrano, sono un'altra cosa [...]. Ritorniamo al contratto unico. Ribadisco: qui davvero si rischia di parlare due linguaggi diversi. Non ha nessun senso comparare le mele con le pere e dire, ad esempio, che alla scadenza di un contratto a termine il lavoratore non ha diritto a nulla, mentre nel caso del contratto unico sin dall'inizio avrebbe diritto a qualche cosa. Bisogna comparare situazioni omogenee. Quello che è certo è che, se tu sei licenziato durante un contratto a termine in maniera arbitraria, hai diritto a un risarcimento integrale del danno, corrispondente alle retribuzioni del periodo sino al termine originario del rapporto, mentre nel caso del contratto unico ventilato da Boeri e Garibaldi, il risarcimento sarebbe veramente irrisorio.
Ma andiamo al punto di sostanza [...]. Boeri e Garibaldi immaginano che al termine del triennio il datore di lavoro, avendo investito in capitale umano, sarebbe portato quasi automaticamente a confermare il lavoratore in servizio con tutte le tutele dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma le cose non stanno affatto così: questa è una rappresentazione semplificata del mercato del lavoro, come se esistessero imprese tutte identiche e lavoratori tutti identici. In particolare l'offerta di lavoro è assolutamente diversificata: ci sono lavoratori con competenze molto elevate ed altri con competenze molto basse, destinati a mansioni per il cui espletamento è necessario e sufficiente un brevissimo periodo di prova, non certamente tre anni come immaginano Boeri e Garibaldi. Pensate che per imparare a fare il cassiere di un supermercato sia necessario un periodo di inserimento di tre anni? E pensate che al termine del triennio non sarebbe molto più conveniente per il datore di lavoro licenziare quel lavoratore e assumerne un altro, sempre con clausola di licenziamento incorporata? La verità è che in questo modo si finirebbe col creare una casta molto ristretta di lavoratori che accederebbero al beneficio dell'articolo 18, circondata da un vastissimo settore del mercato del lavoro che alla stabilità non arriverebbe mai. Allora sì, a quel punto l'articolo 18 diventerebbe un privilegio e si creerebbero le condizioni per la sua abrogazione definitiva.


7 gennaio 2009

Fabio Sebastiani : contro il precariato. Intervista a Mena Trizio, segretaria della Nidil-Cgil

 

«La crisi potrebbe essere l'occasione per uscire da una situazione della precarietà che non giova a nessuno e che dimostra che questo sistema non regge». Mena Trizio è la segretaria generale del Nidil, il sindacato che nella Cgil si occupa di precari o, come recita l'acronimo, di "nuove identità del lavoro". Liberazione l'ha intervistata chiedendole un parere sui dati presentati dalla Cgia di Mestre sull'entità della precarietà in Italia. Qualche mese fa il Nidil presentò una ricerca, in collaborazione con l'Osservatorio sulla precarietà dell'Università La Sapienza di Roma, che parlava di circa quattro milioni di precari e di precarie nel mondo lavoro. 



E' difficile riuscire a trovare dati concordanti sul fenomeno della precarietà. Perché questa discordanza?

Intanto c'è una articolazione all'interno della precarietà, perché non è mai la stessa e non contempla gli stessi diritti.

Proviamo a mettere un po' di ordine allora.

Hai i contratti a termine, che sono oltre i due milioni, a questo va aggiunto un numero di circa 600mila lavoratori che sono in somministrazione. Il dato riguarda il 2007-2008. E poi si aggiunge l'area complessiva della parasubordinazione, da distinguere tra tipicamente parasubodinati, per esempio gli amministratori di condominio, e gli esclusivi atipici, lavoratori che ricavano il loro reddito sclusivamente dalla parasubordinazione e con modalità non tipiche, peraltro simili al lavoro dipendente. Questa tranche si condensa in 850mila unità. L'insieme di queste figure a cui si aggiungono 200mila partite iva dà un numero di 4 milioni di lavoraotri in stato di precarietà. Un numero certamente cresciuto in modo consistente nel corso degli ultimi anni. Solo la parasubordinazione è cresciuta di 50mila unità nel giro di breve tempo. Non è un caso se nel 2007 per effetto dei provedimenti del governo Prodi c'era stato un calo di 50mila unità proprio nella parasubordinazione. Non solo nell'edilizia ma anche nel settore dei call center.

Il nodo dei numeri è importante perché ci introduce direttamente al tema degli ammortizzatori sociali, sul quale sembra di capire che siamo ancora ai preliminari.

In realtà si è fatta soprattutto molta polvere e nessuna sostanza. L'ultimo provvedimento del Governo Berlusconi, il "185" non è attuabile e va definito nella sua formulazione a cui deve eseguire ancora il decreto attuativo. Attualemente chi è uscito fuori dal circuito non ha avuto nessun sostegno e non ce l'ha nemmeno chi ancora è rimasto al lavoro.

Ma il Governo attraverso il sistema degli enti bilaterali vuole coinvolgere il sindacato.

Sulla bilateralità c'è da dire che viene negato alla radice il diritto universale agli ammortizzatori sociali. Quello che è discutibile, infatti, è subordinare l'intervento pubblico all'intervento degli enti bilaterali.

Non ti pare che l'esecutivo voglia fare, come si dice, "figli e figliastri"?

Nel 185 si prende in esame la sospensione del rapporto di lavoro prima della scadenza del termine. Il provvedimento del governo interviene su apprendisti, e contratti a termine. Ne è fuori l'area dei somministrati. E ci sono pure condizioni capestro e limitative. Da solo non basta. Anche qui, ad esempio, c'è un provvedimento del 2007 che riservava la possibilità di accesso di sostegno al reddito in presenza di stati di crisi e dava 15 milioni di euro come cifra iniziale. Perché non si dà corso a quello?

Intanto la crisi avanza. Non credi anche tu che si stia perdendo tempo?
 
Sì, si sta perdendo del tempo prezioso e chi è rimasto fuori è rimasto fuori senza un appiglio. Parlo di chi ha chiuso l'anno fuori dal posto di lavoro. Ci sono stati segnalati casi di agenzie che hanno premuto per avere le dimissioni dei lavoratori.

Tra qualche mese, poi, ci saranno molti precari del pubblico impiego che saranno senza un lavoro.

Questa è l'ulteriore tragedia. Piove sul bagnato. Finora abbiamo visto il setore privato. Se si dovessero verificare i provvedimenti del Governo con l'espulsione di circa 50mila lavoratori allora siamo proprio alla tragedia oltre che alla follia. Per quei lavoratori in parasubordinazione (co.co.co, ndr) non è previsto neanche nel 185 un intervento di merito.

I numeri su lla precarietà lascerebbero immaginare che anche per il sindacato è arrivato il momento di dare più attenzione al problema.

C'è indubbiamentoe una attenzione che si è rafforzata da parte del sindadcato. I processi di crisi rendono più evidente la drammaticità del problema. Occorre che ci sia un intervento coordinato anche perché c'è molta frammentarietà, ed anche un intevento immediato e credibile che dia sostegno vero al reddito e che impedisca che la crisi li trovi privi di qualsiasi sostegno. Occore che ci sia un ripensamento sull'input da dare al mondo del lavoro e al mondo delle imprese. Questo sistema non regge. E la crisi potrebbe essere l'occasione per strutturare quello che c'è da strutturare confinando la precarietà soltanto ad alcune forme ben definite.


3 dicembre 2008

Le molte cazzate del Nobel Cazzaro

 

Il solito GnèGnè mi criticò dal momento che avevo dato del cazzaro a Gary Becker perché non aveva previsto la crisi attuale. Secondo GnèGnè gli economisti non sono tenuti a fare previsioni : la scienza è triste ma non Cassandra e forse nemmeno scienza, ma forse garbato strumento di censura sui blog (“ma tu sai cos’è l’inflazione ? Ma hai letto l’articolo del Prof Mankiw ? Ma se siamo tutte e due italiani, perché parliamo increse ?”) A me questa pare tesi assai strana. Ma non approfondiremo l’argomento.
Piuttosto voglio esaminare altre affermazioni e generose interviste del Becker che più che un economista sembra aver acquisito meriti come filosofo delle scienze sociali, elaborando un’ipotesi di riduzionismo linguistico.


Dietro questa maschera di cera c'è un intelletto da vero trickster...


Ma cosa ha detto ai giornali italiani Gary Becker in questi anni ?
Limitiamoci al momento alle dichiarazioni rilasciate nel biennio 1998-1999

1) Becker predicava ad esempio al Giappone qui di lasciar fallire le banche e le imprese non più in grado di reggere altrimenti la disoccupazione giapponese dal 4% sarebbe salita ed ancora salita. Ora il Giappone ha salvato le banche, ma la disoccupazione giapponese (dopo un picco del 5,5%) ora è a meno del 4% (anche se può di nuovo aumentare con la recessione causata dalla crisi americana) ed è inferiore a quella degli Usa dove si licenzia tranquillamente e dove il libero mercato più verrebbe assecondato o lo era stato nel caso delle Casse di Risparmio. Qui Becker si corregge (ma sarebbe importante riconoscere gli errori fatti) dicendo non che bisogna lasciar fallire le banche in crisi, ma bisogna ristrutturarle.

2) Nella stessa intervista il Becker comincia la sua pippa della necessità per l’Europa di rendere il lavoro più flessibile. Egli ripeterà questo mantra qui, poi qui, qui qui qui . Naturalmente accompagnerà questa raccomandazione con i luoghi comuni sullo Stato sociale troppo generoso (meglio il braccino corto di McCain ?), di sussidi di disoccupazione e sistemi pensionistici troppo generosi, etc etc (per lui sarebbe forse meglio il sistema sanitario Usa…)

3) Becker critica qui anche l’introduzione per legge delle 35 ore in Francia, dicendo che sarebbe stata un disastro (e attribuendo anche a coloro che erano favorevoli l’idea che l’ammontare del lavoro fosse fisso), mentre dal 1997 al 2001 la disoccupazione si ridusse dal 12,6 all’ 8,7, mentre un successivo rialzo (al 9,9%) si potrebbe attribuire anche alla politica deflazionistica di rientro nei parametri di Maastricht del governo Chirac

4) Becker qui poi fa affermazioni generiche e dunque superficiali sulla politica dicendo che fa male quando si mette in mezzo perché è inefficiente e si basa sulla popolarità (insomma dice cose che può affermare senza analisi approfondita qualunque passante ), mentre il mercato si basa sul rispetto delle leggi (e qui l’edulcorazione raggiunge livelli esagerati), sull’onestà e sul diritto (praticamente sembra che declami un Salmo o una serie di precetti sapienziali)

5) Qui Becker critica il fatto che la Malesia abbia posto vincoli alla libera circolazione dei capitali (già la valutazione di Krugman qui, seppur negativa, è più articolata), ma la Malesia da allora ha meglio gestito la crisi finanziaria del 1998 e gli eventi successivi di altri paesi coinvolti

6) Qui poi Becker supera se stesso nel mostrare un modo di pensare rozzo e becero dicendo che a migliorare le condizioni di vita in Usa è stata il drastico calo di criminalità dovuto principalmente all’aumento degli arresti e delle pene, senza sociologismi per cui sia necessario combattere la disoccupazione per combattere il crimine. Becker ipocritamente aggiunge con un certo cordoglio che per fare questo è stato necessario tenere nelle carceri 1,7 milioni di persone (nel 2004 è salita a 2,2) ossia l’1% della popolazione adulta. Inoltre ovviamente Becker prende come dato non tanto i crimini contro la persona, ma quelli contro la proprietà, giusto per farci capire cosa sia prioritario nella sua visione del mondo. Inutile dire che oggi invece i crimini violenti sono in aumento (nel 2006 dell’1,8 e nel 2007 dell’1,9 %). E forse la faciloneria nel Nobel cazzaro andrebbe un attimo messa in salamoia.

7) Qui Becker elogia le bellezze di un sistema pensionistico privato quando invece le crisi dei sistemi finanziari dimostrano che il modello privatistico in auge negli Usa rischia di avere conseguenze catastrofiche, come argomentato qui

8) Qui Becker sostiene la necessità di legare real brasiliano e dollaro, facendo anche l’esempio dell’Argentina : qualche anno dopo l’Argentina ha dovuto attraversare una crisi terribile proprio per la sopravvalutazione del peso legata all’ancoraggio con il dollaro Qui Becker era stato scettico circa l’ipotesi di una crisi catastrofica in arrivo ed anche qui il suo ideologico ottimismo aveva fatto clamorosamente cilecca

9) Qui Becker nega che il rapporto tra dollaro ed euro possa causare un conflitto politico tra Usa ed Europa. Alcuni economisti non condividono tale ottimismo. Intanto la guerra con l’Iraq è stata osteggiata da molti governi europei e per alcuni analisti il rapporto tra dollaro ed euro è all’origine della seconda guerra americana con l’Iraq


20 marzo 2008

Ad ognuno il suo mestiere (ovvero strane omonimìe)

Sergio Cofferati, omonimo del più noto segretario generale della Cgil di qualche anno fa, ha rievocato la figura del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse anni orsono, dicendo che "Marco Biagi e' stato ucciso da un folle disegno che aveva l'obiettivo di interrompere quel processo di modernizzazione e di valorizzazione delle relazioni e dei rapporti sui quali molti avevano lavorato prima di lui e sui quali lui aveva impegnato una parte importante della sua attivita' professionale e politica". Cofferati ha continuato dicendo che "Il professor Biagi e' stato ucciso dalle Brigate Rosse nel mentre svolgeva incarichi importanti per il suo Paese e per il Governo. Il professor Biagi si occupava della ricerca di soluzioni delicate, importanti ed impegnative, di regolazione dei rapporti tra i grandi soggetti di rappresentanza economica e sociale, tra il Governo e i suoi naturali interlocutori. Rapporti diventati ancor piu' importanti nel tempo per le dinamiche accentuate costantemente dalla globalizzazione nelle relazioni che si determinano tra i Paesi e tra le dimensioni sovranazionali. Un lavoro di grande delicatezza, nel quale era indispensabile l'equilibrio, la capacita' professionale, la precisione nella ricerca delle scelte di volta in volta piu' opportune e piu' efficaci".



Un piccolo quiz : l'uomo nella fotografia è il sindaco Cofferati o il sindacalista Cofferati ?

Come potete ben vedere, come succede nelle rievocazioni, il sindaco Cofferati non ha detto un cazzo. Alla fine cosa abbia fatto Biagi è un mistero. Ma lo comprendiamo : deve essere pur difficile essere l'omonimo di un sindacalista che ha organizzato una delle più grandi manifestazioni sindacali contro proprio la legge che portava forse impropriamente lo stesso nome del giuslavorista ucciso (si tratterà di un altro caso di omonimia). Uno dei due Cofferati (non so più nemmeno io se il sindacalista o il sindaco) scrisse un libro dal titolo "Ad ognuno il suo mestiere". Forse in questo libro, inneggiante nel titolo alla specializzazione del lavoro, si sosteneva la tesi che ognuno deve fare il suo mestiere ma il politico deve passare in rassegna tutte le professioni. Nel passare da un mestiere all'altro il soggetto per andare bene probabilmente avrebbe dovuto dimenticare completamente ciò che aveva detto e fatto nel mestiere precedente : un po' come nelle reincarnazioni della religione indù. Se questa è la tesi del libro però c'è una critica che andrebbe fatta : in questo delicato passaggio tra un mestiere ed un altro, perchè non si cambia anche il nome (un po' come fanno i monaci quando prendono il saio) ? Almeno così la palingenesi sarebbe stata completa e noi avremmo avuto una chiara spiegazione di cosa stava facendo il Professor Biagi di così importante per il nostro paese. Invece purtroppo ce lo dovremo far spiegare da Walter Veltroni, dal Professor Ichino e da Professor Giavazzi. Sperando che il primo, che addirittura condivide nello stesso istante più mestieri, non faccia la solita grossa, contraddittoria confusione e ci prenda per il culo per l'ennesima volta.


14 febbraio 2008

I perchè della precarietà (risposta ad Etienne64)

  Etienne64, che è del mestiere, ha fatto le seguenti osservazioni sulla questione del precariato :

1)  Chi crea ricchezza sono le imprese e senza di quelle tutti fanno la fame. Sicché, massacrare in continuazione le imprese genera sicuramente un effetto deleterio: la volontà delle imprese di scappare. E oggi scappare dove si sta più in pace è senz'altro possibile e conveniente.
La Treu, sostanzialmente, a parte il lavoro interinale (uno dei miti più sbugiardati degli ultimi 10 anni) si era limitata a porre rimedio ad alcuna situazioni grottesche che andavano solo a favore dei lestofanti (per tutte, la conversione del contratto a termine per sfondamento di un giorno).

2) Il vero problema della flessibilità non è l'aspetto strettamente economico, ma quello di adattare il contratto di lavoro ad una specifica relata lavorativa. Gli è che il modello dell'operaio che lavora nella grande fabbrica manifatturiera è stato invece assunto a modello per ogni possibile rapporto di lavoro, dimenticando il fatto fondamentale che, invece, un sacco di gente lavora in contesti sostanzialmente irriducibili alla fabbrica di automobili. Prestare attenzione alle istanze padronali su questo aspetto non è sol furbizia tattica: è intelligenza delle cose.

3) Gli imprenditori non assumono perché costa meno. Gli imprenditori assumo il personale che serve alle loro imprese. Ovviamente, se riescono a risparmiare sono più contenti, ma il problema primario è quello organizzativo. E la prassi assai diffusa dei superminimi anche piuttosto cicci ne è la prova: se un lavoratore vale, sono anche disposto a pagarlo.
Sono i politici che sperano di ottenere consenso adottando degli strumenti che a loro dire dovrebbero determinare un aumento di occupazione.
Le istanze dei padroni possono essere intelligenti per entrambi. Una flessibilizzazione dell'orario può essere conveniente ad entrambe le parti del rapporto. Dipende come è congegnata.
In realtà, chi dimostra la sua insipienza oggi è solo e soltanto il sindacato.

4) La storia dei contratti a termine è l'esempio lampante. La 368 è, per il padronato una legge pericolossisima: quando venne fuori tutti i commenti segnalarono la pericolosità della clausola generale: come sarebbe stata interpretata dalla giurisprudenza?
Il sindacato, però, invece di attaccare come avrebbe potuto (e dovuto) fare è da 7 anni che si lagna della perfidia berlusconiana, ma non spinge nessuno ad agire, anche a fronte di contratti a termine macroscopicamente illegittimi. Infatti, mentre la 230/62 ha riempito i repertori, sulla 368 c'é pochissima giurisprudenza.
Il sindacato ha fatto un bel discorso "politico" (e uso il termine nel senso deteriore) invece di studiare quello che gente come Alleva (giusto per indicare uno ben vicino alla CGIL) scriveva.


5) La storia del precariato poi è l'altra meravigliosa bufala. La Biagi, alla fine, ha semplicemente cercato di riempire alcune nicchie di mercato che con il modello standard di rapporto non venivano fuori grandi cose. Così, l'abolito lavoro a chiamata: solo in casi eccezionali un datore di lavoro può essere interessato a pagare a una persona il 20% (o più) della retribuzione per tenerlo là, in stand by. Però è vero che in taluni casi può essere interessante sia per il alvoratore, sia per il datore di lavoro avere questa opportunità. Alla fine, un mezzuccio che forse avrebbe potuto aumentare diqualche milionesimo di punto l'occupazione. Si presta ad abusi? Si forse. Ma ad evitare abusi ci dovrebbe essere il sindacato.

6) Ancora nel 1970, Persiani notava che il sindacato è necessariamente ambiguo: perché se deve essere rivendicazionista nei confronti della base, i veri vantaggi li ritrae solo dalla contrattazione.
Ora, negare questa natura ambigua è negare la realtà. E limitarsi, per ragioni ormonali, alla pura rivendicazione porta solo a creare una centrale di consenso, non un soggetto efficente. Il fatto che tanta gente strappa la tessera del sindacato e vota Forza Italia deve far riflettere. E dare semplicemnete dei coglioni a chi fa questo significa non voler capire perché ci sono certi moti sociali. Il che non significa approvarli. Ma il prosciutto sugli occhi e negare che certe cose stanno succedendo non serve a niente




Il problema è che se si parte dal concetto che i creatori di ricchezza sono le imprese non andiamo molto lontano. Finiamo semplicemente per dialogare e contrattare con esse da una posizione di debolezza. In realtà la creazione di ricchezza è il risultato di più fattori e quelli decisivi sono i lavoratori. E dunque si deve tenere conto di tutti gli attori in gioco.
Quale che sia il modello di impresa, la precarietà (o flessibilità che dir si voglia) non mi pare una risposta moderna e costruttiva ai problemi specifici che ogni impresa può avere. Mi pare un ritorno indietro, che può essere fatto da qualsiasi sistema paese e che (come ha detto lo stesso Etienne) non provoca un aumento di occupazione degno di questo nome (e del resto l'articolo di Barncaccio lo evidenzia abbastanza)
La flessibilizzazione del tempo di lavoro può essere indirizzata verso l'uso maggiore del part time, ma in primo luogo deve essere una flessibilità agita da entrambi i lati del contratto di lavoro, non deve comportare in maniera nascosta ulteriore sfruttamento della forza-lavoro che non deve dare lo stesso prodotto a tempo di lavoro diversamente organizzato
Non si capisce in che senso la clausola generale della 368/2001 sia pericolosa per il padronato e sarebbe interessante approfondire.
Ma dire che la Biagi serviva solo a riempire qualche nicchia, trascura il fatto che la Biagi intendeva rivedere complessivamente il mercato del lavoro e se non lo ha fatto completamente è stato anche perchè il sindacato per quanto subalterno alla cultura politica che l'aveva creata, ha cercato di indebolirla in sede di contratti collettivi nazionali (è il caso del credito)
Da questo punto di vista il lavoro a chiamata era uno strumento pessimo in quanto non condizionava solo l'orario di lavoro, ma anche i periodi di non-lavoro di uno dei contraenti costituendo un fattore di rigidità oltre che di limitazione della libertà (in pratica si diceva al lavoratore : "attento alle scelte che fai quando non lavori perchè devi essere sempre disponibile nei miei confronti anche se ti dò solo un'elemosina"). Naturalmente è sempre meglio che niente, ma anche la schiavitù è meglio di niente, perchè almeno ti danno da mangiare.
Quanto all'ambiguità del sindacato, è l'ambiguità tra le aspettative che si creano quando si intraprende una lotta ed i risultati conseguiti alla fine della lotta stessa. Questa dialettica tra aspettative e risultati è inevitabile e spesso per ottenere risultati decorosi c'è bisogno di una lotta ad oltranza e di aspettative degne di questo nome. Il contratto non è il compromesso fissato prima della vertenza nelle menti dei gruppi dirigenti. Quando è così non è solo una sconfitta (che è sempre possibile), ma è una resa, una manipolazione della soggettività dei propri rappresentati. C'è il rischio nella vertenza, non certo il rischio di soggettività che non tengono conto dei bisogni materiali dei lavoratori, ma il rischio che ci si assume e che si condivide quando non si vuole arretrare oltre un certo punto perchè si presume, con un certo grado di plausibilità, che oltre non c'è la ritirata dignitosa, ma un piano inclinato.
Infine c'è la possibilità  a mio parere di rapporti più flessibili. Questo però solo a patto di introdurre un paracadute sociale generale come il reddito di cittadinanza. Senza una rete di sicurezza di questo tipo, la felssibilità si traduce quasi sempre in precarietà.

 

 


15 novembre 2007

Precarietà ed occupazione secondo Emiliano Brancaccio

 

 

Emiliano Brancaccio è un giovane e brillante economista di sinistra la cui capacità di sintesi e di vis polemica stanno rapidamente imponendosi sia attraverso articoli di giornale sia attraverso la partecipazione a programmi televisivi

Parleremo qui della polemica che lo ha contrapposto a Francesco Giavazzi e Pietro Ichino.

In questa polemica Brancaccio si chiede se le politiche di flessibilità del lavoro abbiano almeno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione e all’aumento del tasso di occupazione, visto che esse non stimolano la ricerca tecnica, né gli investimenti, né tanto meno favoriscono la crescita dimensionale delle imprese. Giavazzi dice di sì e porta come argomento l’aumento dell’occupazione in Europa dal 1996 al 2006.

Brancaccio nota la genericità della correlazione ed afferma anzi che l’analisi dei dati impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto di causa ed effetto tra l’aumento della precarietà e il miglioramento degli indici di occupazione e disoccupazione.

Prima di procedere Brancaccio precisa i termini adottati e gli indici utilizzati : il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra i disoccupati alla effettiva ricerca di un lavoro e la cosiddetta popolazione attiva (cioè la somma di occupati e disoccupati); il tasso di occupazione, che è il rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro; e l’indice del grado di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE, detto EPL (Employment Protection Legislation).




Quest’ultimo è un indice ad ampio spettro, che comprende le tutele contro i licenziamenti ingiustificati ma anche la tipologia e la diffusione dei contratti a termine ed atipici. L’indice EPL si muove di pari passo con la quantità e qualità delle tutele di cui gode il lavoratore. Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, l’articolo 18 aumenta le protezioni e quindi innalza l’indice EPL, mentre il pacchetto Treu e la legge Biagi lo riducono.

Brancaccio analizza il rapporto statistico tra i tassi di disoccupazione e di occupazione e l’indice EPL e conclude che non sussiste alcuna correlazione statistica significativa tra queste variabili.

Infatti l’EPL dal 1998 al 2003 si riduce nella maggioranza dei paesi presi in considerazione dall’analisi. Ma nel medesimo periodo i tassi di occupazione e disoccupazione fanno registrare gli andamenti più disparati, in molti casi addirittura opposti a quelli auspicati dai fautori della flessibilità. Ad esempio, nonostante una consistente riduzione dell’indice di protezione dei lavoratori, Austria, Germania, Giappone, Norvegia e Portogallo fanno registrare un aumento del tasso di disoccupazione. Di converso, a fronte di un leggero aumento delle protezioni, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda e Nuova Zelanda si caratterizzano per una riduzione della disoccupazione.

Brancaccio nota però che esiste una eccezione, almeno un caso in cui la precarizzazione dei rapporti di lavoro si è verificata in concomitanza con un miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione : Questa eccezione è rappresentata guarda caso proprio dall’Italia. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, le riforme del mercato del lavoro attuate nel nostro paese hanno determinato un vero e proprio crollo del nostro indice EPL di protezione dei lavoratori, passato dal 3,57 del 1990 al 2,70 del 1998, per giungere infine all’1,95 del 2003. Il nostro livello di protezione dei lavoratori risulta ormai inferiore a quello di moltissimi paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia e Spagna.

Ora, bisogna in effetti riconoscere che questa picchiata dell’indice EPL italiano si è verificata in concomitanza con un cospicuo miglioramento dei tassi ufficiali di occupazione e disoccupazione.

Ma, dice Brancaccio, basta una lettura un po’ meno grossolana delle statistiche nazionali per capire che le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, se i fautori della flessibilità avessero ragione, la forte riduzione dell’indice EPL italiano rispetto alla media europea dovrebbe aver generato dei risultati occupazionali decisamente migliori della media dell’Unione. Accade invece che tra il 1998 e il 2006 il nostro tasso di occupazione cresce pressoché in linea con la media dell’Europa a 15, e dal 1993 (data di inizio della svolta liberista sulle politiche del lavoro) addirittura cresce di meno. Il che, si badi bene, è molto grave, considerato che il livello del nostro tasso di occupazione si situa ancora significativamente al di sotto di quello medio europeo. Ma soprattutto, se si guarda al tasso di disoccupazione nazionale, si scopre subito che la sua buona performance è dipesa in misura rilevante da un fenomeno tutt’altro che positivo, consistente nella crescita dei cosiddetti “lavoratori scoraggiati”, cioè coloro che rinunciano a cercare un lavoro dopo vari tentativi falliti. A questo riguardo, basti notare che nell’ultimo decennio in Italia la popolazione attiva (somma di occupati e disoccupati alla effettiva ricerca di un posto) è cresciuta del 4,55 percento rispetto alla popolazione totale in età di lavoro. Ma in Europa, nello stesso periodo, l’incremento è stato maggiore: 4,70 percento. Il modesto risultato dell’Italia si spiega col fatto che nel nostro paese gli “scoraggiati” sono cresciuti molto più della media europea, e questo ha evidentemente comportato una fuoriuscita di persone dalla popolazione attiva. Stando ai dati OCSE sul rapporto tra scoraggiati e forze lavoro, in Italia l'indice addirittura raddoppia, passando dal 2,39 percento del 2000 al 5,02 percento del 2005. Al contrario, nello stesso periodo l’indice medio europeo scende dall'1,91 all'1,51 percento. Ora, il punto chiave è che questo andamento si riflette sul tasso di disoccupazione, facendolo, paradossalmente, migliorare. Le persone che rinunciano a cercare un lavoro, infatti, fuoriescono sia dal novero dei disoccupati sia dalla popolazione attiva, cioè sia dal numeratore che dal denominatore del tasso di disoccupazione. L’effetto aritmetico è che, essendo il numero dei disoccupati solo una parte relativamente piccola della popolazione attiva, l’uscita degli scoraggiati pesa di più sul numeratore e quindi il tasso di disoccupazione si riduce. Se invece gli scoraggiati venissero contemplati nel calcolo del tasso di disoccupazione, questo risulterebbe assai peggiore in Italia che in Europa, sia nei livelli (negli ultimi anni circa due punti percentuali in più per l'Italia) che nella sua dinamica (in Italia il tasso di disoccupazione risulterebbe addirittura crescente.

Ma, si domanda allora Brancaccio, tornando alla domanda iniziale, dal momento che non contribuisce nemmeno a creare occupazione, a cosa è mai servita la precarizzazione del lavoro di questi anni? La risposta è semplice: a indebolire i lavoratori e quindi a ridurre i salari. Se c’è infatti una correlazione robusta, è quella che sussiste tra EPL e crescita salariale: più basso è l’indice di protezione dei lavoratori, più i salari arrancano. Ecco dunque spiegato il fondamento delle politiche di flessibilità del lavoro di questi anni. Esse costituiscono un tassello decisivo della linea di deflazione dei salari che trova nel nostro paese alcuni tra i suoi più fervidi sostenitori, e che in Italia risulta tenacemente perseguita da oltre un ventennio.

Brancaccio conclude l’articolo dicendo che questa strategia deflazionista è fallimentare, dal momento che non riesce a frenare l’erosione di competitività del paese e la conseguente espansione del deficit nei conti con l’estero e questo non perché la bilancia commerciale sarebbe ormai insensibile al cambio reale, ( i dati ci dicono infatti che l’elasticità della bilancia nazionale ai prezzi relativi è ancora prossima all’unità ) ma perché i salari monetari arrancano ormai in modo sempre più omogeneo a livello europeo, laddove invece le produttività divergono.

 


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