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9 marzo 2008

Indici in giù per l'economia Usa

 

L'America dei record è un pilastro dell'immaginario occidentale. E in questi giorni ne sta macinando in continuazione. Solo che ora sono primati tutti negativi; e comunicano panico, non più fiducia nel futuro del business. Ieri ce n'è stata una raffica. Il petrolio ha sfiorato i 104 dollari al barile (103,90), il dollaro è sceso fino a 1,5275 contro il dollaro (ridotto quasi al livello del franco svizzero), l'oro è salito a 990,30 dollari l'oncia. Non sono mancate «migliori prestazioni» su numerose merci e commodities meno blasonate. Ma queste bastano e avanzano.
Se la circolazione capitalistica è un sistema idraulico a ciclo perpetuo, deve essere saltato qualche tombino nei gironi più bassi. I mutui subprime sono stati la scintilla che ha dato fuoco alla prateria del credito senza garanzie, ormai una pratica abituale in un mercato che poteva «solo crescere». Ma l'incendio ha toccato subito i prestiti interbancari, e ora anche le società di riassicurazione. Colossi dal patrimonio inconcepibile (e dall'esposizione conseguente) sono quasi in ginocchio. Pochi giorni fa Warren Buffett, il mitico «oracolo di Omaha», si era detto disposto a sostituire queste società nella garanzia di 800 miliardi di dollari sui bond delle municipalità statunitensi (gli «enti locali», convinti negli anni scorsi a mettere sul mercato obbligazioni). Ieri ha spiegato di averci ripensato. I conti dovevano essere messi molto peggio di come sperava.
La crisi finanziaria oscura quella monetaria, ma non la cancella. Il dollaro è una moneta ormai in caduta libera. Per sostenerla - altrimenti salterebbe anche la strategia della Federal Reserve - si sono spesi ieri sia il seretario al tesoro Usa, Henry Paulson, che il presidente della Banca centrale europea, Jea-Claude Trichet. Per qualche ora funziona (e fa arretrare di un mezzo centesimo il valore dell'euro), ma non inverte la tendenza. E ora l'Europa ha paura di vedere la propria crescita azzerata dalla recessione d'oltreoceano, che si traduce in una chiusura dei mercati fin qui più importanti per le proprie merci (tranne che per la Germania). L'ulteriore riduzione dei tassi di interesse Usa è ormai certa, ma è un'arma abbastanza spuntata (il Giappone, per esempio, li ha da una vita allo 0,5%; cosa riduce?).
Il prezzo del petrolio e di altre materie prime (anche, o forse soprattutto, alimentari) sta contemporaneamente stimolando l'inflazione. E nemmono la «voce», peraltro non confermata, che l'Opec potrebbe decidere di aumentare la produzione di 500mila barili al giorno è servita a ridurne la quotazione. Il commissario europeo all'economia, Joaquin Almunia, è ricorso a un eufemismo, ieri: «abbiamo qualche problema dal lato dell'inflazione, ma pensiamo sempre che l'economia stia crescendo». Il tutto per negare lo spettro della stagflazione (alti prezzi anche con l'economia ferma) stile anni '70. Il pericolo è che la Bce reagisca in modo dottrinario alla crescita dei prezzi innescata dai «ragioni esogene» (come l'energia), rialzando i tassi di interesse nel momento peggiore; ne verrebbe fuori una recessione anche inEuropa, dalle dimensioni imprevedibili.
Ha dato voce a queste preoccupazioni Dominique Strauss-Kahn, neo-presidente «socialista» del Fondo monetario internazionale su indicazione di Nicolas Sarkozy. «Stiamo assistendo a grosse distorsioni tra le valute», perché la Bce è «ultra-potente» e non viene bilanciata da alcuna controparte politica. L'auspicio di una riduzione dei tassi non poteva esere più diretto. E Strauss-Kahn ha rincarato al dose suggerendo «ai paesi con le finanze in buono stato di implementare misure di stimolo fiscale», sulla falsariga di quanto già deciso dall'amminsitrazione Bush. Consapevole di aver profferito un'eresia, ha poi concluso spiegando che «l'Fmi non invita per forza sempre i governi a stringere i cordoni della borsa». Nulla da dire, sul piano teorico; ma se persino il Fmi arriva a chiedere «più spesa pubblica» (per quanto di tipo non keynesiano), vuol dire che la situzione deve essere tragica. Quantomeno.
In questa tempesta generalizzata, che aveva provocato il tracollo delle borse asiatiche (Tokyo -4,49%, Hong Kong -2,9) e il lamento di quelle europee (in media -1,5%), spiccava Wall Street in pareggio. Come se la parola d'ordine fosse «non possiamo scendere ancora, non sappiamo dove ci potremmo fermare». Poi, nell'ultima ora, cedeva quasi un punto percentuale.


(Francesco Piccioni)


2 marzo 2008

La crisi della moneta Usa

A causare l'ulteriore deprezzamento della divisa Usa è stata una raffica di dati negativi, accompagnati dall'udienza tenuta dal presidente della Fed, Ben Bernanke, davanti al Congresso (si vedano gli articoli qui sotto). La conferma della propensione «ribassista» della Fed in materia di tassi è diventata un segnale al mercato traducibile in «disfarsi dei dollari in eccesso». Per avere un'idea della debolezza della moneta Usa si può certo fare riferimento all'euro, ma un esempio può essere illuminante: quando Lula salì alla presidenza del Brasile, il primo gennaio 2003, per comprare un dollaro ci volevano 4 real; ieri ne bastava 1,6. Non è semplice spiegare la portata globale di questa svalutazione. Ma certo implica un declino - che al momento pare inarrestabile - della potenza statunitense; e che si riflette, non a caso, in Sudamerica, in un'autonomia altrimenti impensabile del subcontinente.
Il terreno su cui però si realizzano i maggiori effetti è certamente quello delle commodities, le merci-base dell'economia: energia, cereali, materie prime in genere. Qui i prezzi sono letteralmente esplosi nel corso degli ultimi due-tre anni. E ancora una volta non si può imputare la responsabilità al solo dollaro franante. Come spiegava ieri Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano dell'esecutivo della Banca centrale europea, questa crescita «è motivo di grossa preoccupazione, perché i prezzi aumentano anche per riflettere la scarsità delle risorse naturali; fenomeno su cui non esiste una ricetta». Si tratta di una delle prime clamorose ammissioni di impotenza fatta da uno dei massimi responsabili della politica monetaria europea. Fin qui, infatti, ci avevano tutti ammannito la solita storiella tranquillizznte del «c'è petrolio in abbondanza, per almeno 40 anni». Solo oggi spunta - mentre numerosi scienziati lo spiegano da anni - «la scarsità delle risorse naturali». Un'ammissione sarebbe comunque un primo atto di ravvedimento, se fosse però accompagnato da un suggerimento su come cambiare le politiche economiche (monetarie ed energetiche) perseguite fin qui. Invece niente: Bini Smaghi si preoccupa soprattutto di «evitare che gli aumenti inneschino una ripresa dell'inflazione». Il come farlo resta ignoto, ma non si può fare a meno di ricordare che per gli economisti tutte le merci vengono prodotte; mentre le risorse naturali sono per definizione non riproducibili. Una volta finite, o rese «scarse», non si ricostituiscono.
La principale di queste merci - il petrolio, così come il gas o il carbone - crescono perciò di prezzo perché l'offerta (ossia l'estrazione) non riesce a tener dietro alla domanda. Si può anche tradurre: non ce n'è abbastanza.
Ieri il prezzo internazionale, al Nymex di New York, ha superato ad un certo punto i 102 dollari al barile (nuovo record assoluto), ovvero 68 euro. Poi la pubblicazione dei dati sulle scorte di carburanti negli Usa - leggermente superiori alle previsioni secondo il Dipartimento dell'energia (statale), ma leggermente inferiori secondo quelle dell'American Petroleum Institute (privato) - ha provocato per un paio d'ore una rapida discesa, fino ai 99,7 dollari. Poi deve essere prevalsa una lettura più attenta dei dati (con una risalita a 100,90). Da cui emerge che le scorte attuali (308,5 milioni di barili), pur essendo «superiori alle previsioni» sono pur sempre molto inferiori (in termini realissimi) a quelle dello scorso anno (327 milioni). E ancora non si è verificata la temuta decisione dell'Opec: ridurre la produzione, visto che viene ritenuta «più che sufficiente» ad alimentare il mercato.


(Francesco Piccioni)


1 marzo 2008

Capitalismo senza faccia

 

Dagli anni Ottanta si è assistito ad un'estensione della nozione di mercato finanziario, con l'accresciuto ruolo di vari soggetti a partire dalle banche, che in molti ordinamenti hanno ottenuto la prerogativa di creare prodotti finanziari, di acquisire partecipazioni rilevanti in imprese e di produrre in proprio gli strumenti per sostenere tali imprese, spesso attingendo a piene mani alle innovazioni dell'ingegneria finanziaria. Simili processi non solo hanno modificato la nozione stessa di rischio per milioni di utenti bancari, inseriti senza troppa consapevolezza nel mercato finanziario, ma hanno anche alterato la catena di controllo delle società, amplificando a dismisura i conflitti di interesse tipici delle «banche miste».
La stessa ingegneria finanziaria ha poi permesso alle banche proprietarie di distribuire i pericoli delle operazioni aperte creando appositi strumenti-veicolo che determinano l'invisibilità delle esposizioni e delle filiere di controllo.
Accanto al nuovo ruolo delle banche, esiste il peso crescente dei fondi, hedge e private, che comprano con un forte effetto leva, destinato a costringerli a rispondere in termini brevissimi ai loro sottoscrittori, con la conseguenza della «trimestralizzazione» degli andamenti perseguiti. In questo senso, la distinzione tra fondi «attivisti», che intendono cioè partecipare alla gestione delle imprese finanziate, e fondi neutrali pare abbastanza debole visto che entrambe le tipologie devono rispondere ai loro sottoscrittori sulla base delle ricordate scadenze molto ravvicinate, estranee ad una nozione duratura di «proprietà».
Soprattutto i fondi hedge hanno ulteriori controindicazioni in relazione alla struttura proprietaria; il fatto di ricorrere all'indebitamento per finanziarsi, con un'incidenza sulle disponibilità effettive che supera di molto la capitalizzazione, e la logica del breve termine non consentono di sapere in realtà a chi appartengano nei diversi momenti della loro esistenza e dunque di chi siano dipendenti i lavoratori delle imprese acquistate. A causa degli strumenti che utilizzano, non di rado tali fondi coprono infatti il finanziamento con il loro capitale per una percentuale pari al 20%, mentre il restante è frutto di debiti, che hanno bisogno, per essere sostenibili, di tassi molto bassi.
La mancanza di una struttura proprietaria stabile porta con sé rischi di insider trading destinati a stravolgere il valore «reale» degli asset a cui i fondi non sono mai legati in modo duraturo. L'essere fuori dalle Borse accentua questa opacità, che si estende alle società in cui tali fondi decidono di entrare; ma anche nel caso in cui i fondi scelgano di quotarsi, come ha fatto Blackstone, permane il pericolo che diventino delle gigantesche investment bank, senza sopportarne il costo fiscale e senza sottomettersi alle regole previste per tali funzioni.
Proprio la vicenda Blackstone permette di allargare ancora il ventaglio dei problemi in quanto nel suo capitale ha fatto ingresso uno degli ormai noti fondi sovrani in mano del governo cinese, con l'acquisizione di una quota del 10%. Un fondo opaco risulta così partecipato da uno Stato del tutto estraneo a forme democratiche sia in campo politico che in quello economico; se tale fondo controlla pezzi del sistema produttivo in varie parti del pianeta, l'idea che il mercato abbia regole a cui i players devono rispondere, sulla base di una non mai chiarita «reciprocità» appare assai debole. Ai fini della trasparenza della catena della proprietà societaria certo non giova neppure il continuo abuso che i fondi fanno dei paradisi fiscali. Qualche preoccupazione in tal senso emerge parimenti in relazione alla proprietà delle imprese cinesi, dove accanto allo Stato compaiono investimenti diretti esteri che provengono per quasi 15 miliardi da paradisi fiscali, contro i 3 miliardi provenienti «formalmente» dagli Usa e i 4,5 dal Giappone.
Altrettanto complesso è capire chi siano gli azionisti cinesi di un gruppo come Petrochina che nel 2007 ha messo sul «mercato» alla Borsa di Shanghai, di fatto chiusa agli investitori esteri, il 13% del suo capitale e ha raggiunto un valore complessivo di 1000 miliardi di dollari, divenendo la prima società al mondo per capitalizzazione con una cifra pari circa alla somma della seconda e della terza società in classifica, ExxonMobil e General Electric. L'ossimoro di un capitalismo senza faccia - o dalle tante facce estranee al mercato in senso stretto - pare una prospettiva per nulla astratta.


1 marzo 2008

Città nei guai per i subprime

 

Una nuova moda, dettata dalla crisi finanziaria: municipalità che citano in giudizio banche per danni gravi alle finanze pubbliche.
Narvik è una cittadina norvegese; sta a 200 km a nord del circolo polare artico. I suoi amministratori, insieme ad altre 7 cittadine, tra cui Hemmes, Rana, Hattfjelldal, avevano investito i soldi del comune e anche dei 4500 cittadini in bond comunali, di comuni americani, gestiti da Citigroup. A settembre, con l'esplosione della crisi dei mutui subprime hanno scoperto il castello di carte che li portava, in realtà, a possedere non bond ma derivati legati al mondo dei mutui fondiari. Dei 65 milioni investiti, gli ignari norvegesi se ne sono ritrovati 42. Con grande stoicismo hanno dichiarato la cosa seria ma non tragica e hanno dato mandato agli avvocati per vedere cosa è possibile recuperare. Perché, ovviamente, la comunicazione dei cambiamenti da bond a titoli legati ai subprime non è stata fatta con la necessaria trasparenza. Citigroup si dice tranquilla e scarica tutte le responsabilità sulla società di mediazione.
Springfield è in Massachussetts.E' una città di 134.000 abitanti ed è famosa perché qui è stato inventato il basket e per il suo soprannome «città delle case». Ma è la prima città americana ad aver citato in tribunale le banche per la crisi dei subprime. Quando gli amministratori si sono accorti che il fondo dato in gestione alla Merryl and Lynch aveva perso il 90% del suo valore hanno immediatamente chiesto chiarimenti. A novembre, infatti, avevano scoperto che i 14 milioni di dollari affidati alla banca di New York si erano trasformati in 1,2. Non avendo avuto nessuna rassicurazione hanno fatto citare la banca dal segretario di stato del Massachussets, che l'ha accusata di frode per aver effettuato investimenti ad alto rischio senza aver interpellato i propri clienti. Merryl and Lynch ha restituito il capitale, cioè i 14 milioni,il primo febbraio di quest'anno.
Baltimora è la capitale del Maryland. Una città da lungo tempo nelle mani dei democratici, una città soprattutto nera, povera e violenta. Qui gli amministratori hanno portato in giudizio la Wells&Fargo.La crisi dei subprime è devastante in questo tipo di città. Svuota rapidamente intere aree che, disabitate, finiscono per diventare zone a rischio per chiunque si trovi ad attraversarle. Cosi il comune ha citato la banca per le conseguenze sull'ordine pubblico derivanti dalle sue scelte disastrose e per razzismo. Perché la Well&Fargo avrebbe concesso mutui subprime soprattutto alla gente di colore.
Cleveland è in Ohio. Qui si è aperto lo scontro più grosso, osservato con attenzione. Il comune ha citato 21 banche - tra cui Deutsche Bank,Goldman and Sachs e,di nuovo Merryl and Lynch. In tre mesi,tra ottobre e dicembre, la città ha visto emigrare 14.000 famiglie che hanno perso la casa. Il comune ha cosi perso 14.000 contribuenti, ha avuto perdite per il mancato introito delle tasse e si è trovato interi quartieri svuotati da far controllare dalla polizia per evitare danneggiamenti e saccheggi. Il sindaco si è recato a Wall Street a metà gennaio, annunciando la citazione in giudizio per i gravi danni arrecati alla comunità dalla scellerata politica finanziaria del sistema bancario. «Siamo di fronte ad un delitto equivalente a quelli della criminalità organizzata o del cartello della droga che devasta la nostra comunità». La citazione poggia su una legge dell'Ohio che prevede la persecuzione di chi danneggia la comunità nella conduzione dei propri affari privati.
Anche il comune di Amburgo si sta dando da fare, per interposta istituzione. La HSH Nordbank è una banca di stato tedesca. Il comune di Amburgo è il principale azionista con il 35% delle azioni. Nei giorni scorsi questa banca ha annunciato che porterà in giudizio la Ubs davanti alla corte di New York. La Ubs avrebbe ceduto a Nordbank 500 milioni di crediti immobiliari a forte rischio, senza la dovuta documentazione e informazione.

(Claudio Mezzanzanica)


29 febbraio 2008

Crisi dei mutui e ironia della storia

 Il New York Times, nell'analizzare la situazione dei quasi 9 milioni di mutuatari (oltre il 10% del totale) in difficoltà con i pagamenti, annota che una percentuale così alta non si vedeva dalla Grande Depressione degli anni '30. Il problema è grave per diversi motivi. In primo luogo, il crollo dei prezzi delle case è iniziato nel momento in cui il dibito immobilare era al livello più alto di sempre. Di fatto impedisce di venderle, «intrappolando» milioni di «proprietari precari». Ma anche chi non sta pagando un mutuo va in difficoltà, perché - con i prezzi in caduta - non ha più senso ipotecare la casa per finanziare i consumi. Che infatti diminuiscono, contribuendo a far avvicinare la recessione. Un fenomeno che «innervosisce» una massa crescente di cittadini, abituati da sempre a contare sulla rivalutazione degli immobili. E che avrà un grande peso nella campagna elettorale per la presidenza. La Bank of America è arrivata al punto di proporre la creazione di una nuova agenzia federale per «rottamare» i mutui più rischiosi e traformarli in prestiti garantiti dallo stato. L'amministrazione Bush è notorioamente restia a prendere misure del genere, considerate come «salvataggi» cheb assegnano un ruolo centrale all'intervento opubblico; e preferirebbe «soluzioni guidate dal mercato». Peccato che tutte le proposte che ha fin qui avanzato siano state ritenute sostanzialmente inutili. Lo stesso piano di aiuti (fiscali) approvato di recente, che pure smuove 168 miliardi di dollari, aiuterà - secondo le previsioni di quasi tutti gli analisti - le famiglie a ridurre la dimensione dei propri debiti. Ma non «stimolerà» nessuna ripresa. Forse è soltanto un caso che la crisi più grave del dopoguerra debba essere gestita dalla più ideologica delle amministrazioni statunitensi. O forse è un colpo di coda dell'ormai dimenticata «ironia della Storia».


(Francesco Piccioni)


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24 febbraio 2008

Le previsioni di Nouriel Roubini sulla crisi dei subprime

 

Il pessimismo sul futuro dell'economia Usa ha raggiunto i piani alti dei media specializzati. Sul Financial Times di ieri Martin Wof - uno degli editorialisti di punta - sintetizzava l'analisi di Nouriel Roubini, economista tra i più ascoltati della nuova generazione. In sintesi, la strada verso «la madre di tutte le catastrofi» viene spiegata in dodici tappe. Una vera via crucis di inizio millennio.
Il primo passo dovrebbe essere un ulteriore calo del valore delle case Usa, tra il 20 e il 30%. Una svalutazione del patrimonio immobiliare tra i 4mila e i 6mila miliardi di dollari, che lascerebbe molti consumatori senza nulla in tasca.
Ne discende una svalutazione nell'ordine del 60% di tutti i mutui concessi negli ultimi due anni, lasciando le banche a loro volta senza fiato.
Il terzo passo falso coinvolgerebbe il credito al consumo «non assicurato» (carte di credito, prestiti a breve, ecc), provocando un innalzamento insostenibile dei tassi praticati alla clientela ordinaria. La serie delle svalutazioni si scaricherebbe a quel punto sulle «assicurazioni monoline» (società specializzate nella ri-assicurazione delle obbligazioni municipali e corporate), già in difficoltà in questo momento.
Nemmeno il tempo di tirare il fiato, ed ecco che il quinto step annuncia il tracollo dei valori degli immobili commerciali, che si trascina quello di numerose banche di livello regionale e anche nazionale. A un profano può sembrare che la lista delle catastrofi potrebbe anche fermarsi qui, ma siamo solo a metà del guado, per Wolf e Roubini.
 I prestiti concessi dalle banche ed altre istituzioni finanziarie per i leverage buyouts (fusioni societarie fatte a credito, stile l'acquisto della Telecom italiana ai tempi di Colaninno e poi di Tronchetti Provera) diventerebbero fonte di perdite molto consistenti, compromettendone i bilanci. A catena, andrebbe registrata un'ondata di fallimenti societari (di preferenza tra chi ha bassa profittabilità e alto indebitamento), provocando un credit default swap da almeno 250 miliardi di dollari.
Il castello di scartoffie che viene anche chiamato «sistema finanziario ombra» (cdo, hedge funds, «veicoli speciali», ecc) ne uscirebbe minato dall'interno; e non potrebbe neppure ricevere un aiuto dall'intervento delle banche centrali.
Passo 10: collassano più velocemente i mercati azionari,
prosciugando (11) la liquidità nei mercati finanziari (compreso il prestito interbancario).
Tappa finale, il «circolo vizioso» di perdite, riduzioni di capitale, contrazione del credito, liquidazioni forzate, vendita isterica di asset a qualsiasi prezzo ribassato.
Non si tratta, spiega Wolf, di una forzatura polemica; ma dello «scenario da incubo» che ha spinto Bernanke a tagliare i tassi di interesse di 200 punti base in pochi mesi. E ancora non basta. L'implacabile Roubini risponde anche alla domanda: «questa azione della Fed, alla fine fine, ci tirerà fuori dai guai?». La spiegazione è altrettanto articolata, ma la risposta è semplice: «no».

(Francesco Piccioni)


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23 febbraio 2008

Gli Usa sostenuti dalla Bce

 

Non credo che la Bce agisca per miopia o ispirata da teorie economiche «sbagliate» (le stesse della Fed, peraltro). L'obiettivo fondamentale della Bce - il patto tra le diverse componenti del capitale monopolistico alla base dei criteri di stabilità firmati a Dublino nel 1996 - è la deflazione salariale. Da Jacques Delors in poi la costruzione europea è stata dettata dalle priorità fissate dall'European Business Roundtable e la deflazione salariale è emersa come politica unificante (si veda l'ottimo volume di Guglielmo Carchedi For another Europe: a class analysis of European economic integration, London: Verso, 2001) Questa permette di creare un terreno comune senza barriere legali trasferendo l'orientamento neomercantilista dei principali paesi europei (Germania, Italia, Francia) dai tassi di cambio alla deflazione salariale.
Ma con la crisi americana delle dotcom del 2000 e la conseguente politica della Fed (tassi di interesse al minimo, sistema finanziario mondiale inondato di dollari, specie dopo l'11 settembre), la Bce si è trovata a fare dell'euro la moneta cardine del sistema capitalistico globale. Il dollaro può ancora essere la moneta mondiale perchè, malgrado l'incertezza riguardo il suo valore, ottiene l'appoggio della Bce. Gli Usa possono essere flessibili perchè la Bce li sostiene impedendo una rovinosa caduta del dollaro. La Bce è stata molto più rapida della Fed nell'iniettare liquidità in quanto, da tempo e con ragione, i suoi vertici, non credevano nella sostenibilità della «bolla» Usa. Tuttavia se la Bce si mettesse a rincorrere la Fed riducendo i tassi di interesse, inizierebbe una guerra economica (da svalutazione competitiva) tra le due maggiori aeree capitalistiche del mondo. In tal modo salterebbe anche il fragile rapporto interno all'eurozona fondato sulla relazione tra neomercantilismi e deflazione salariale.
Fumagalli sostiene che i «fondi sovrani» sancirebbero l'abbandono di qualsiasi interesse nazionale, perché «operano con la stessa logica di quelli privati, incrementando in modo perverso il processo di finanziarizzazione e la sua instabilità» Può essere anche vero, però dipende dalle circostanze. La ricchezza di tali fondi proviene da attività reali e non finanziarie. Per la Norvegia, l'Arabia Saudita ed i paesi del Golfo persico, i soldi scaturiscono dalle esportazioni petrolifere e - nel caso norvegese - dall'alto gettito fiscale da esse indotto. Per i paesi asiatici, Cina in primo luogo, la forza dei fondi si basa sui flussi generati dalle esportazioni nette di merci. Quindi, almeno per ora, la ricchezza dei fondi sovrani non è virtuale. Sono gli impieghi di questi soldi che possono finire in cartacce, come è successo con la Bank of China. Sono le dotazioni reali dei fondi, appoggiati dai rispettivi stati, che permette a questi di prestare soldi veri da posizioni di forza alle società trafficanti in cartacce. Mi sembra che, sebbene i fondi sovrani debbano operare dal lato degli impieghi costruendosi dei portafogli finanziari, essi siano molto concentrati su attività reali che rispecchiano gli obiettivi di sviluppo dei rispettivi governi/stati. Tralasciamo il fondo norvegese, che si occupa delle pensioni dei dipendenti pubblici ed è altamente regolamentato. I fondi del Dubai sono pienamente coinvolti nell'attività di costruzione e sviluppo non solo di quel «paese», ma anche nell'estensione di tale attività al Corno d'Africa, con l'ampliamento del porto di Gibuti e la progettazione di un megaponte che colleghi l'Africa orientale alla penisola Arabica. Lo stesso dicasi per la città-stato di Singapore. E' noto che i dirigenti del Pap, che da sempre controlla le leve del potere, considerano l'industria - e non la finanziarizzazione - come garanzia per mantenere il livello ipersviluppato di Singapore al cospetto della crescita cinese. Per ciò che riguarda la Cina, i fondi sono uno strumento essenziale per generare prestiti commerciali e attività nei confronti di paesi terzi prevalentemente produttori di materie prime. Ma questo significa che le attività dei fondi cinesi aiutino le esportazioni di Pechino verso i paesi in via di sviluppo, come sta in effetti avvenendo in Africa e in America Latina.
Dal 1945 l'Arabia Saudita è legata agli Usa da intese ferree, molte delle quali non appaiano nemmeno su documenti scritti. Dal 1974 però questo feudalissimo stato è formalmente impegnato a riciclare i suoi surplus petrolifero-finanziari nel sistema statunitense. Questi rapporti si applicano a fortiori agli altri sceiccati del Golfo. In tale contesto i fondi sovrani arabi devono quindi garantire il riciclaggio dei dollari e minimizzare il più possibile le perdite derivanti dal loro possesso. Le due esigenze possono comportare degli scontri con gli Usa. Il riciclaggio può prendere la forma di acquisti indesiderati, come successe nel caso di alcuni porti americani; mentre la riduzione delle perdite derivanti da un dollaro in calo, può comportare una diversificazione che suscita le ire di Washington. I fondi asiatici, i cinesi in particolare, accanto alle loro esigenze finanziarie e di portafoglio hanno anche la funzione di sostenere al massimo il ruolo degli Usa quale economia di importazione globale. Essi si assumono direttamente un ruolo macroeconomico dato che se gli Usa cessassero di fungere da catalizzatore delle esportazioni nette cinesi, verrebbe meno la chiusura del circuito che permette l'accumulazione in Asia. E su questo punto i fondi sovrani seguiranno le politiche dello stato cinese senza un minimo sgarro.

(Joseph Halevi)


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15 febbraio 2008

Subprime : il Greenspan pensiero

 Ma nessuno giustifica le accuse a Greenspan meglio di Greenspan stesso. Ecco alcuni dei suoi interventi nel corso della Federa) Reserve System's Fourth Annua] Community Affairs Research Conferente (Washington D.C., 8-4-2005), chiara dimostrazione di come abbia personalmente approvato ogni politica che ha incancrenito e si è diffusa nell'intera economia statunitense.

Greenspan, campione dei prestiti subprime: "II progresso ci ha offerto una miriade di nuovi prodotti, come i prestiti subprime e i programmi di credito di nicchia per gli immigrati. Si tratta di sviluppi rappresentativi delle risposte di mercato che hanno pilotato l'industria dei servizi finanziari nel corso della storia del nostro paese. Con i progressi tecnologici i mutuanti hanno potuto profittare di modelli di valutazione del credito e di altre tecniche per estendere efficacemente il credito a una più larga fascia di consumatori".
Greenspan, principale fautore dei Cdo: "Anche lo svilupparsi di un mercato secondario di ampia base per i prestiti ipotecari ha notevolmente aumentato le possibilità dei consumatori di accedere al credito. Riducendo il rischio di prestiti a lungo termine e a tasso fisso, e garantendo la liquidità per i mutuanti ipotecari il mercato secondario ha contribuito a stimolare una larga concorrenza nel campo ipotecario. I titoli garantiti da ipoteca hanno aiutato a far nascere un mercato nazionale, e addirittura internazionale, delle ipoteche e il supporto del mercato per una più ampia scelta di prodotti di prestito ipotecario per il settore immobiliare è diventato un fatto corrente. Siamo così arrivati alla cartolarizzazione di una gamma di altri prodotti di prestiti al consumo, ad esempio i prestiti automobilistici e per l'uso delle carte di credito".
Greenspan, sostenitore del finanziamento a persone con scarso credito: "Mentre una volta i richiedenti meno favoriti si sarebbero semplicemente visti rifiutare il credito, adesso i finanziatori sono in grado di soppesare in modo efficiente il rischio dei singoli richiedenti e di valutarlo appropriatamente. Le migliorie hanno portato alla rapida crescita dei prestiti ipotecari subprime... incoraggiando un'innovazione costruttiva che risponde alla domanda del mercato e va a tutto beneficio dei consumatori".
1l miglior accesso al credito al consumo, e in particolari i più recenti sviluppi, hanno portato significativi vantaggi. Senza alcun dubbio, innovazione e liberalizzazione hanno esteso la disponibilità del credito a praticamente tutte le classi di reddito. L'accesso al credito ha permesso alle famiglie di acquistare la casa, far fronte alle emergenze, ottenere beni e servizi. La proprietà immobiliare è a un massimo storico e il numero di finanziamenti ipotecari immobiliari a famiglie a reddito basso o moderato e alle famiglie delle minoranze è rapidamente cresciuto negli ultimi cinque anni. Anche le carte di credito e i prestiti personali rimborsabili sono ora alla portata della grande maggioranza delle famiglie".
Greenspan, fautore dei "cambi strutturali" che aumentano il credito ai consumatori: "Se pensiamo all'evoluzione del credito al consumo negli Stati uniti, dobbiamo concluderne che l'innovazione e il cambiamento strutturale dell'industria dei servizi finanziari ha svolto un ruolo critico nel fornire un più facile accesso al credito per un'ampia maggioranza dei consumatori, inclusi quelli con mezzi limitati. Senza queste forze sarebbe stato impossibile per i consumatori a basso reddito ottenere la capacità di accesso ai mercati creditizi che adesso posseggono. Viene così sottolineata l'importanza del nostro ruolo come decisori politici, ricercatori, banchieri e sostenitori dei consumatori nel portare avanti un'innovazione costruttiva che risponde alla domanda del mercato e va a tutto beneficio dei consumatori".
Le stesse affermazioni di Greenspan sono il più potente atto di accusa a suo carico. Dimostrano che ha svolto un ruolo fondamentale nel preparare il disastro che ora incombe su di noi. Gli sforzi dei media saccenti, dei portavoce, e dei cosiddetti esperti per scaricare la colpa sulle agenzie di rating, sugli usurai predatori o sulla credulità di chi sollecitava prestiti (che potrebbero aver mentito sui debiti esistenti) mancano completamente il punto centrale. I problemi sono cominciati alla Federa) Reserve ed è qui che bisogna cercare i responsabili.

(Mike Whitney)


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15 febbraio 2008

Subprime : di chi è la colpa ?

 Gli standard creditizi sono divenuti più rigidi e le banche sono sempre più restie a prestarsi denaro l'un l'altra, non sapendo chi potrebbe ritrovarsi in portafoglio miliardi di dollari in pericolose obbligazioni ipotecarie (Cdo, obbligazioni ipotecarie garantite). Non ha alcuna importanza che "la base economica sia solida", come ama ripetere Bernanke. Che le banche esitino a prestarsi denaro l'un l'altra è un chiaro segno di una reale incertezza sulla solvibilità delle altre banche. Il commercio rallenta e gl'ingranaggi della macchina economica cominciano ad arrugginirsi.
...
Le banche stanno accaparrandosi i contanti e rifiutando i prestiti, anche a coloro che avrebbero i titoli per ottenerlo. Il collasso dei prestiti subprime è solo una faccia della verità. Per oltre il 50%, i prestiti ipotecari concessi in questi ultimi due anni sono stati di tipo non convenzionale: niente pagamento anticipato, nessuna verifica delle entrate "non documentate", soli interessi, ammortamento negativo (2), finanziamento congiunto, mutuo 2-28 (3), tassi civetta, ipoteca a tasso variabile (Arm). Tutti esempi degli scadenti standard creditizi degli ultimi anni, e tutti concausa di un tasso di sofferenze senza precedenti. Ora le banche hanno in mano 300 miliardi di dollari di queste obbligazioni ipotecarie "senza mercato" e altri 200 miliardi di dollari in prestiti ipotecari garantiti, altrettanto pericolosi.
Ancora più angosciante, le grandi banche d'investimento possiedono miriadi di operazioni "fuori bilancio" in sofferenza; sono state quindi obbligate a stringere la cinghia e ridurre la concessione di prestiti, il che sta accelerando la flessione del settore immobiliare. Di solito le bolle speculative immobiliari si sgonfiano lentamente su periodi di 5 o 10 anni, ma questa volta la situazione è diversa.
La tempesta delle riserve, le difficoltà finanziarie di molti proprietari di case e la sensibile contrazione delle emissioni di prestiti (a causa dei crescente sfaldamento dei credito) rendono inevitabile un crollo del mercato immobiliare a fine 2008 o agli inizi del 2009. Si prevede che alla fine del terzo trimestre le banche storneranno una quota considerevole dei loro debiti in obbligazioni ipotecarie, per non doverle contabilizzare come perdite, e ciò accelererà ulteriormente il declino dei prezzi delle case.


E allora di chi è la colpa? Si è già cominciato a puntare il dito e sempre più gente si rende conto che questa enorme bolla è partita dalla Federa] Reserve, come logico corollario delle politiche di "denaro facile" dell'ex responsabile Alan Greenspan.
L'economista e scrittore Henry C. K. Liu riassume la gestione di Greenspan alla Fed nel suo articolo Why the Subprime Bust will Spread: "Greenspan ha diretto la più grande espansione della finanza speculativa nella storia, che include tra l'altro un'industria dei fondi di copertura da 1.000 miliardi di dollari, bilanci gonfiati delle società di Wall Street per quasi 2.000 miliardi, un mercato di accordi di riacquisto pari a 3.300 miliardi e un mercato degli strumenti derivati con valore fittizio superiore a 220.000 miliardi.
Nei diciotto anni di guida di Greenspan, la componente patrimoniale delle società sponsorizzate dallo stato si è gonfiata dell'830%, da 346 a 2.872 miliardi di dollari. Le Gse sono entità finanziarie create dal Congresso statunitense per finanziare prestiti sussidiati a certi gruppi di mutuatari, ad esempio proprietari di case con reddito basso o medio, agricoltori e studenti. I crediti ipotecari (Mbs) hanno raggiunto i 6.550 miliardi, con un aumento del 670%. L'esposizione dei titoli garantiti da attività (Abs) è passata da 75 miliardi a oltre 2.700 miliardi di dollari" (Henry Liu, Why the Subprime Bust will Spread', "Asia Times").





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12 febbraio 2008

I fondi per il Molise

 Edifici che rischiano il cedimento, strade e piazze da riassestare, palazzine che aspettano di essere accomodate, scuole che reclamano restauro e messa in sicurezza, rovine che costellano i centri urbani, attività  commerciali che stagnano in ripari di lamiera e nuclei familiari obbligati in angusti locali. Ma come sono stati impiegati, in Molise, i fondi - una catasta di denaro - post terremoto? Anche in scandalose bizzarrie volte ad allargare il bacino di consensi del governatore, Michele Iorio, che sforna delibere a iosa, che promette e che, soprattutto dopo la riconferma al timone della Regione, comincia a suddividere cifre. Un po' qui un po' lì... Strane elargizioni. Pacchi di denari dirottati, a proprio piacimento, su manifestazioni e stramberie. Scordando gli stenti, le privazioni e, di frequente, la catastrofe. Ecco dunque 750 mila euro per l'«itinerario sentimentale Morunni» a Ururi (per la gioia degli innamorati? Mah...); 900 mila euro per uno studio sulle piante officinali di Bagnoli del Trigno; 250 mila euro per «prove sperimentali in mare di ripopolamento delle seppie» affidate all'Istituto zooprofilattico; 90 mila euro per il «piano di monitoraggio e selezione apis mellifera ligustica» - cioè per il controllo delle api che svolazzano sul Trivento - a cura della comunità  montagna Trigno-Medio Biferno; 260 mila euro per un'area campeggio presso il lago di Occhito a Macchia Valfortore e 300 mila per il canneto sul fiume Trigno a Roccavivara. E poi sovvenzionamenti per numerosi sentieri naturalistici, per ippovia e ippoterapia a Guardialfiera, per diversi musei - «della rupe» a Pietracupa, «del profumo» a Sant'Elena Sannita, «della pietra» a Oratino, «naturalistico diffuso di Monte Vairano» a Busso, «fluviale dei mulini» a Santa Maria del Molise - , per il ripristino e la valorizzazione di siti archeologici, per l'«officina del gusto» a Pizzone e la «casa dei sapori» a Montemitro, per l'«arredo dei percorsi dell'arte francescana» a Guglionesi.
Una patata da centomila euro
Nel mucchio dei provvedimenti sono stati infilati pure centomila euro per la «patata turchesca - vocazione dei siti attuali e storici di produzione» a Pesche; oltre 500 mila euro per l'elettrificazione dei rifugi montani a Frosolone, Macchiagodena e a Civitanova del Sannio. Da ciò traspare uno Iorio eco-turistico - che quelli di Capracotta ringraziano per i 600 mila euro per il completamento del polo sciistico, delle piste innevate e degli impianti di risalita - ed enigmatico... Che sarà  mai «un varco per il futuro» da 2 milioni di euro da realizzare a Castellino del Biferno? E a che servirà  il progetto da 252 mila euro, dell'Agenzia regionale per lo sviluppo agricolo, per le «valorizzazioni delle produzioni vegetali molisane e conservazione del germoplasma attraverso l'individuazione e la coltivazione di erbacee alternative»?

(Serena Giannico)


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