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7 novembre 2011

Lettera alla Cgil : politica industriale

Inoltre, dice Del Monaco, è necessario che gli economisti di sinistra, nelle loro diversità, possano elaborare una risposta agli studi di Viesti, Rossi, Trigilia sui distretti: un piano industriale che declini, a partire dalla qualità del lavoro, cosa produrre, quale ricerca (per sostenere le filiere produttive) e quali infrastrutture sono necessarie, come tutelare l’ambiente. Per Graziani, Realfonzo e Brancaccio una nuova politica industriale deve stimolare gli investimenti pubblici e privati ed accrescere per tale via il Pil. Accanto agli investimenti privati servono considerevoli investimenti pubblici nelle infrastrutture, nella ricerca e nel trasferimento dei brevetti in modo da guidare l’apparato produttivo verso un salto tecnologico. 

 

 

Negli ultimi anni siderurgia, meccanica, elettronica, chimica e farmaceutica hanno trainato secondo Antonelli le esportazioni del Sud; tutti settori con imprese di grandi dimensioni e tecnologie avanzate, il cui insediamento nel Mezzogiorno è dovuto agli investimenti pubblici operati negli anni dell’intervento straordinario o a scelte localizzative di grandi gruppi multinazionali. Intanto investiamo nelle energie rinnovabili e compriamo i pannelli solari in Germania invece che produrli. L’Italia inoltre tra gli anni settanta e novanta non è entrata come partner con Germania, Spagna, Inghilterra e Francia nell’Airbus, la più avanzata filiera tecnologica, industriale e logistica europea. Per Antonelli un progetto di politica economica responsabile deve essere capace di distinguere gli orizzonti temporali. Si deve distinguere tra interventi di breve termine volti a contenere e ridurre la crescente disoccupazione e accelerare il ritorno a tassi di crescita adeguati, da interventi strutturali di medio periodo che sappiano finalmente porre le basi per un processo di sviluppo sostenibile. Per questo secondo livello di intervento è necessario elaborare un progetto strategico che individui il modello di specializzazione più adeguato alle capacità del paese e sia capace di organizzare vere e proprie coalizioni per l’innovazione in grado di orientare la convergenza e l’integrazione delle iniziative delle singole imprese su progetti collettivi di ampio respiro strutturale che promuovano l’introduzione di intere filiere innovative. A mio parere la strada è quella delle tecnologie del risparmio energetico e dello sfruttamento di fonti alternative di energia (il solare ad es.).


10 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : una strategia alternativa

Anche il tentativo di diminuire le importazioni attraverso una riduzione dei redditi avrà ben pochi effetti: l’aumento del valore delle importazioni è dovuto a fattori che sono scarsamente influenzabili da una riduzione dei redditi delle famiglie. Ciò in quanto nel primo decennio di questo secolo l’aumento delle importazioni è stato dovuto in massima parte all’aumento delle tariffe energetiche ed in parte all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari: dal 2000 al 2008 i prezzi del petrolio e del grano sono quintuplicati (anche sulla causa di questi vertiginosi aumenti c’è l’ombra della speculazione sui derivati legati al petrolio ed alle risorse alimentari). Inoltre buona parte dell’aumento delle importazioni non è legata ai consumi delle famiglie ma agli investimenti delle imprese che fanno la parte del leone nell’aumento dell’importazione di risorse energetiche e nell’aumento delle importazioni di beni capitali: dal 1996 al 2008 i consumi familiari in Italia ed in Spagna sono diminuiti rispettivamente dal 62,8% del Pil al 58,4% e dal 63,2% del Pil al 57,3%. Congiuntamente gli investimenti sono passati rispettivamente dal 17% al 21% e dal 19,8% al 31,2%. Il risultato è stato che in Italia la bilancia commerciale è passata da un +2,9%  ad un sostanziale pareggio, mentre in Spagna è passata da un +0,1% ad un -6,8%.

 

 

Volendo presentare una strategia alternativa, si deve pensare sia ad un livello europeo di azione sia ad una strategia di politica economica nazionale. A livello europeo, come provvedimenti a breve, si può pensare all’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE sul mercato secondario. In un’ottica più di lungo periodo sono sul tappeto le proposte degli eurobonds (Prodi, Quadrio Curzio, Costabile) e quelle della BCE come prestatore di ultima istanza (De Grauwe e Cesaratto, il quale critica gli eurobonds in quanto in questo modo dovrebbe essere la Germania a garantire tutti, mentre la Bce stampando moneta potrebbe davvero svolgere questo ruolo di garanzia), oppure quella della monetizzazione del debito di alcuni paesi da parte della BCE (Leon, Alonso), con un aumento moderato dell’inflazione ed uno spostamento di ricchezza reale dai creditori ai debitori. Per Sergio Bruno gli eurobonds vanno usati per indurre l’Europa in una nuova fase di sviluppo, mentre per rispondere agli attacchi speculativi vale la tesi di De Grauwe e Cesaratto. Senza riforme in questa direzione la crisi europea non può che aggravarsi. Non è un caso che la Germania sia poco disposta ad una riforma del genere. Apparentemente la sua contrarietà sembra avere buone giustificazioni (il volere che i paesi del sud dell’Europa mettano prima in ordine i loro conti prima di attingere alle risorse collettive). In realtà, come abbiamo visto, parte della responsabilità dell’aggravamento della situazione è proprio della Germania che si accanisce a svolgere una politica neo-mercantilista (nascosta da uno stupido moralismo ideologico) all’interno di una realtà politica che dovrebbe favorire forme meno competitive di cooperazione economica. Perché i paesi del sud dell’Europa possano mettere i conti in ordine c’è bisogno di una crescita che consenta successivamente allo Stato di fare quegli investimenti nella ricerca e nel sistema formativo (oltre che nelle infrastrutture organizzative) che consentano un salto di qualità tecnologico in grado di metterli sullo stesso piano dei paesi del nord Europa (tutto questo senza dimenticare che tali riforme saranno possibili solo al termine di un duro conflitto sociale tra il mondo del lavoro e quello dell’evasione fiscale). Per permettere ciò occorrerebbe un altro patto europeo di stabilità e crescita dal momento che non esiste alcuna legge economica certa in grado di stabilire quale deficit sia eccessivo e quale sostenibile.

 

 


5 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : il fallimento di una politica restrittiva

 Ovviamente, volendo seguire un’impostazione post-keynesiana (se non marxista) più congeniale ad un sindacato che tutela gli interessi dei lavoratori, non possiamo che notare che una politica restrittiva non può assolutamente migliorare la situazione del nostro debito pubblico, dal momento che tale politica restrittiva non può che rallentare la crescita del Pil e dunque il rapporto tra interessi del debito e tasso di crescita del Pil e di conseguenza il rapporto debito/Pil. Quand’anche la crescita del debito fosse inferiore a quella del Pil i tempi per un rientro che abbia una rilevanza razionalmente comprensibile sono nell’ordine di almeno vent’anni di sacrifici. Emiliano Brancaccio e Sergio Cesaratto hanno poi messo in evidenza che l’allargamento dello spread tra titoli italiani e titoli tedeschi non è collegato tanto al debito ed al deficit pubblico, quanto più al disavanzo con l’estero in quanto costituisce probabilmente una voce corposa del Pil ed anche della competitività comparata del nostro sistema produttivo con quello di altri paesi. Per Cesaratto e Stirati i casi di default sovrano riguardano prevalentemente paesi che hanno forti debiti con l’estero e che congiuntamente hanno rinunciato ad una piena sovranità monetaria.

Leon aggiunge che qualsiasi atto per ridurre il deficit che riduca a sua volta il patrimonio pubblico (ad es. la vendita di società a capitale pubblico) induce le agenzie di rating a valutare che è peggiorato il rapporto tra debito e patrimonio e a declassare il merito del debito pubblico. Sergio Bruno dice invece che le manovre fiscali restrittive pretendono di mettere ordine, agendo su grandezze economiche di flusso (imposte e spese pubbliche), in qualcosa che ha a che fare con variazioni di valore di stock di ricchezza, quando i valori degli stock sono un multiplo dei valori dei flussi.


3 ottobre 2011

Lettera alla Cgil : la strategia restrittiva contro il debito pubblico

I primi tentativi di aggredire il debito pubblico italiano sono stati espletati più o meno all’inizio ed alla metà degli anni ’90 (dal 1992 al 1997) e principalmente con i governi Amato, Ciampi e Prodi. La strategia utilizzata è quella di una politica economica restrittiva e deflazionista, ispirata dalla CEE (che è poi diventata UE). Il bastone con cui la CEE ha costretto l’Italia ad intraprendere queste politiche restrittive è stata la speculazione che ha sbattuto la lira fuori dallo SME per alcuni anni (come abbiamo visto secondo alcuni anche in questo caso la speculazione viene usata come bastone dalla Germania per imporre una politica restrittiva nei paesi fortemente indebitati). All’origine di questa impostazione c’è l’interesse della Germania a gerarchizzare economicamente i rapporti tra gli Stati che compongono la CEE prima e la UE poi, in modo da favorire la supremazia economica tedesca attraverso l’ideologia liberista del controllo dell’inflazione, della moderazione salariale rispetto alla produttività e dell’economia orientata alle esportazioni. La moderazione salariale permette al capitalismo tedesco di ottenere un enorme surplus che a sua volta finanzia la periferia europea: l’esempio principale è la bolla immobiliare spagnola che le banche tedesche hanno felicemente finanziato. Il surplus tedesco in pratica crea il debito dei paesi periferici. Questa impostazione ha teso progressivamente a squilibrare le bilance commerciali degli stati europei e ad aggravare i processi per cui l’integrazione commerciale che si verifica come risultato delle economie di scala conduce anche alla concentrazione regionale delle attività industriali ed all’impoverimento speculare di altre aree produttive (Krugman). Già allora, studiosi come Augusto Graziani, Lapo Berti e Andrea Fumagalli avevano analizzato queste dinamiche ed ammonito a non prendere una certa strada. E sono stati facili profeti.

 

 

Berti diceva che per quanto riguarda i vantaggi della moneta unica, un primo contraccolpo negativo, con il rafforzamento di tale moneta nei confronti del resto del mondo, sarebbe stata una perdita di competitività almeno per alcune delle economie che avrebbero fatto parte della comunità. Inoltre la perdita della sovranità monetaria avrebbe fatto emergere ulteriori costi, in particolare a fronte di shock esterni che avessero avuto effetti differenziati sulle diverse economie, ad es. un aumento del costo del petrolio oppure una catastrofe naturale o una crisi settoriale, costi che, non potendo più usare la leva del cambio, si sarebbero scaricati su livelli di impiego della forza lavoro e del capitale. La rinuncia ad usare la politica monetaria per modellare i propri disegni macro economici avrebbe insomma potuto comportare, per i paesi più deboli, costi anche notevoli in termini di riduzione del tasso di crescita. Per Fumagalli è con gli accordi di Maastricht che la questione del deficit pubblico diventa il problema dei problemi. A ciò si deve aggiungere l’effetto distorsivo causato dal deficit pubblico sulla ricomposizione o l’ampliamento della conflittualità tra i diversi tipi di capitale in un contesto sempre più internazionalizzato. Gli effetti redistributivi della spesa pubblica e degli interessi passivi sul debito, se in primo luogo aumentano la polarizzazione tra i redditi incrementandone il grado di concentrazione, in secondo luogo comportano costi sempre più elevati nel processo di finanziamento a breve degli investimenti. Le imprese industriali e dei servizi sono poste davanti ad un bivio: da un lato hanno ancora bisogno della spesa pubblica come sostegno diretto e indiretto all’attività produttiva (vedi il caso Fiat per gli stabilimenti di Melfi o per l’aumento della cassa integrazione). Dall’altro, la situazione debitoria dello Stato necessita di tassi d’interesse elevati in una prospettiva sempre più perversa, secondo la quale si emettono titoli non per finanziare spese ma per pagare gli stessi interessi. La pressione sui tassi d’interesse interni che ne risulta mantiene elevato il costo del denaro e aggrava i costi di produzione per le imprese. La funzione svolta dal settore pubblico nel sostituire liquidità onerosa (da parte delle aziende di credito) con liquidità a basso costo (rendite finanziarie e contributi vari) diventa sempre meno sostenibile di fronte a tassi di interesse reali sempre più elevati e con un tasso di inflazione minore. Se ciò nei primi anni ’80 aveva consentito di risolvere la conflittualità tra capitale industriale e capitale creditizio a vantaggio di entrambi, ora la situazione si presenta rovesciata ed aggravata (sino all’estate del ’92), dal perseguimento di una politica monetaria e valutaria restrittiva, finalizzata al controllo del cambio, che impediva ed impedisce una diminuzione degli stessi tassi d’interesse in modo rilevante. Ciò che negli anni ’80 rappresentava un circolo virtuoso per i redditi da profitto e da interesse (elevato deficit pubblico, immissione di liquidità nuova per le imprese, rendita finanziaria per le banche, collusione tra capitale industriale e finanziario-creditizio) si sta trasformando in un circolo vizioso negli anni ’90, in presenza di una recessione economica di non semplice soluzione. Oltre all’elevatezza del tasso d’interesse sui crediti, l’esistenza di una domanda interna e internazionale poco sostenuta, la deficienza strutturale del nostro apparato produttivo, il restringimento di margini di profitto sono tutti elementi che possono incrementare il rischio di conflitto tra capitale industriale e finanziario-creditizio. Le  politiche di privatizzazione hanno rappresentano la risposta più matura del ceto politico dominante. Esse si basano infatti esclusivamente sulla vendita a lotti delle imprese a partecipazione statale indipendentemente dalla redditività esistente e senza che vi sia implicita una qualche forma di programmazione strategica-industriale. Piuttosto esse hanno avuto lo scopo di modificare l’attuale redistribuzione del surplus tra capitale industriale e capitale finanziario, così da consentire il ricompattamento delle conflittualità intra-capitalistiche. Si aggiunga che lo stesso Paolo Baffi era molto perplesso sull’ingresso dell’Italia nello SME nel 1979. Per altri economisti (come Marco Passarella) la costituzione dell’euro è stata una svalutazione occulta operata dalla Germania nei confronti dei paesi periferici (probabilmente Francia e Germania hanno permesso l’ingresso dell’Italia nell’euro per neutralizzare un concorrente fastidioso grazie alla perenne possibilità di svalutare la propria moneta). Lo stesso Pasinetti ha risolutamente negato l’utilità dell’imposizione di parametri unici all’interno degli accordi di Maastricht: i parametri sin dagli anni ’90 avrebbero dovuto essere relativi al rapporto tra debito e tasso di crescita di ogni singolo Stato. Imporre la stessa camicia di forza ha invece confermato ed ingigantito gli squilibri esistenti. Infine, secondo Pivetti, con l’abolizione di tutte le restrizioni ai movimenti di capitali è venuta meno l’autonomia del paese tanto in ambito monetario che nell’ambito della politica fiscale (includendo in quest’ultima la libertà di scelta del sistema di tassazione). Nel caso concreto dell’Italia, ciò comporta che la fonte stessa della continua crescita del rapporto debito/Pil viene allargata piuttosto che ristretta: il tasso d’interesse è necessariamente maggiore e il tasso di crescita minore che in regime di controllo dei movimenti di capitale.

 

 


27 settembre 2011

Lettera alla Cgil : il debito pubblico e la speculazione

 

 

La crisi dei subprime ha costretto gli Stati ad iniettare forti dosi di liquidità nel sistema bancario e dunque li ha costretti ad aumentare il debito pubblico. A questo punto si è parlato di nuovo protagonismo del settore pubblico e di forte regolamentazione della finanza globale (su questo Paolo Giussani ha giustamente ironizzato). Può essere che il Capitale, sempre più finanziarizzato, non gradisca affatto una regolamentazione dei propri flussi e si sia dunque scagliato proprio sul debito pubblico degli Stati, volendoli costringere non solo a rinunciare ai propositi di una revanche ma anche (soprattutto in Europa) a cedere le loro residue quote di attività nel campo della politica industriale e dei servizi sociali, preparando evidentemente un processo di privatizzazione di questi ultimi. Molto discusse sono l’incidenza della speculazione finanziaria e gli interessi che essa serve. Per “speculazione” non s’intende la tendenza ad assecondare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere profitti privati, ma la capacità di attivare le dinamiche dei mercati finanziari per ottenere enormi guadagni e per condizionare la politica degli Stati-nazione. Questa capacità è in genere negata per ragioni ideologiche dalla maggior parte della letteratura. L’unica cosa che si ammette (vedi Shiller) è che nei mercati finanziari ci siano processi caotici e cumulativi che sono però causati da eventi spesso apparentemente irrilevanti e non tutti riconducibili ad un soggetto unitario. Anche studiosi di sinistra come Canale e Stirati sottovalutano ad es. il ruolo attivo del rating inteso come profezia autoconvalidante. Ma alcuni economisti e sociologi cominciano a prendere sul serio questa ipotesi (si pensi a Krugman, a Luciano Gallino, Sergio Bruno, Andrea Fumagalli, Emiliano Brancaccio ed a Bruno Amoroso) che potrebbe essere basata sull’esistenza di oligopoli finanziari a cui si dovrebbe applicare l’analisi già elaborata sugli oligopoli industriali da Chamberlin e Robinson. Secondo Fumagalli all’inizio del 2011 cinque Sim e cinque banche hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Per quanto riguarda il debito pubblico italiano l’87% è detenuto da investitori istituzionali. I mercati finanziari non sono qualcosa di neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: una piramide che vede al vertice pochi operatori finanziari in grado di controllare secondo Fumagalli il 70% dei flussi finanziari globali, mentre alla base una miriade di piccoli risparmiatori svolgono una funzione meramente passiva. Il fatto che l’ipotesi vada presa sul serio è dato anche dalle affermazioni di Warren Buffett (speculatore tra i più noti e ricchi oltre che grosso azionista di Moody’s) secondo il quale la lotta di classe la stanno facendo i ricchi e la stanno vincendo (per cui la tassa sui super-ricchi da lui sponsorizzata rischia di rivelarsi solo un confettino anti-costipazione, magari al dolce sapore di prugna). Va segnalata, a questo proposito, anche la teoria di un altro grande speculatore, George Soros, il quale ricorre alla categoria di riflessività per spiegare gli effetti caotici che si verificano sui mercati finanziari (utilizzando le categorie del sociologo Merton di profezie autoconvalidanti e il salire tutti sul carro del vincitore). Tale teoria è stata anche formalizzata dall’economista marxista Anwar Shaikh. Volendo tratteggiare uno schema semplificato dell’attività speculativa da parte degli oligopoli finanziari si può dire che questi speculatori (i pastori) ad es. fanno dei grossi acquisti, facendo salire il titolo e incoraggiando il gregge (gli altri investitori, più piccoli e dispersi) ad acquistarlo. Ciò aumenta a valanga il valore del titolo. A questo punto gli speculatori potrebbero già vendere il titolo ed incassare il surplus.

 

 

Ma, poiché la loro uscita provocherebbe un processo a valanga contrario, essi, sulla base di questa forza contrattuale, cercano di ricattare l’azienda o l’istituzione che fa capo a quel titolo, per ottenere dei vantaggi aggiuntivi o per condizionarne la politica, diventandone maggioranza azionaria. Se ciò non riesce, essi vendono il titolo e, seguiti dal gregge, ne riducono il valore. Alla fine il ciclo potrebbe tranquillamente ripartire daccapo. Gli acquisti ricominciano, le borse si risollevano e gli investitori istituzionali iniziano a fare incetta di titoli ai valori minimi. Nel giro di pochi giorni si maturano plusvalenze di tutto rispetto. Nel caso dei titoli del debito italiano, gli speculatori, dando il primo colpo, hanno scatenato l’effetto valanga e deprezzato il valore di questi titoli di modo che, nel momento in cui lo Stato indebitato è costretto a vendere i propri gioielli di famiglia (parti del territorio o azioni di aziende che producono beni o servizi essenziali) essi possono acquistarli a prezzi stracciati (sempre che, come nel nostro caso, all’aumento dello spread tra titoli di Stato si aggiunga un forte prolungato calo di Borsa) ed aumentare così il loro potere.  I primi che hanno venduto sono i principali investitori istituzionali: nei primi sei mesi del 2011 Deutsche Bank ha ridotto dell’80% la propria esposizione sui titoli del debito pubblico italiano, riducendo il proprio portafoglio di titoli da 8 mld di euro della fine del 2010 a 997 mln di euro di oggi. Fumagalli dice poi che, dopo il primo attacco speculativo di metà luglio contro i titoli italiani, greci e spagnoli, in seguito al piano europeo di intervento straordinario a sostegno della Grecia, il recupero sia stato tale da garantire plusvalenze record, sino a consentire a Goldman Sachs di godere di maggior liquidità della Federal Reserve americana.  Canale ipotizza una strumentalizzazione dei mercati finanziari da parte dei paesi forti dell’euro che intervengono in aiuto dei paesi periferici indebitati solo quando si teme l’effetto contagio: una strategia che si sta rivelando in realtà molto azzardata. Infatti gli speculatori sono pronti a scatenare nuove offensive non appena vi siano notizie tali da far riprendere le vendite di titoli da parte del gregge (soprannominato anche “parco buoi”) ed è inevitabile che tali notizie emergano. Infatti le grandezze di flusso (reddito e prodotto nazionale) non sono indipendenti da tasse e spese pubbliche. L’austerità non può che avere effetti depressivi su tutte le grandezze di flusso e dunque non può che indurre tendenze recessive, creando in tal modo le premesse di nuovi e diversi attacchi speculativi. Il raggiungimento del bilancio in pareggio per Fumagalli non interessa agli speculatori. Ciò che interessa è che lo spazio per la speculazione finanziaria al ribasso rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. L’attività speculativa è quindi sempre in azione. Il problema sta nell’enorme ed inflazionata massa di titoli finanziari detenuti in varie divise il cui valore eccede quello delle capacità produttive. È questo secondo stock, detenuto dal gregge per motivi cautelari o pensionistici, quello che consente agli speculatori professionisti di ingigantire a dismisura le variazioni di valore da loro innescate, inducendo i fenomeni di crisi di fiducia. Sono infatti le crisi di ansia dei possessori dispersi di questo stock di ricchezza (il gregge) che, in assenza di politiche e di garanzia credibili, moltiplicano gli effetti e le manovre speculative e le premiano. Inoltre, acquistando le azioni delle agenzie di valutazione, questi speculatori non hanno neanche bisogno di vendere inizialmente quantità considerevoli di un titolo. Infatti, in questo caso, basta anche una vendita di piccole quantità, seguita o preceduta da un report ovviamente interessato dell’agenzia di valutazione di cui essi sono in parte proprietari. L’effetto valanga, più che dalla consistente vendita iniziale, viene garantito dall’effetto annuncio dell’agenzia di valutazione. Per Fumagalli le società di rating hanno l’obiettivo di certificare ufficialmente una situazione di panico o di euforia ed è difficile individuare l’effettivo nesso di causa ed effetto tra declassamento del titolo sovrano e l’inizio della sua perdita di valore. Inoltre secondo Sergio Bruno, per operare tali manovre, i mezzi propri degli speculatori sono una piccola frazione di fondi totali che essi mobilitano in quanto i fondi propri sono moltiplicati i 10-20 volte da una leva finanziaria notevole, assicurata da banche d’affari che in ciò trovano il loro tornaconto.

 

 

 


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